MIEI PRODI

insieme apre

Una reazione come quella che c’è stata alle sue parole di sabato? “Non me l’aspettavo. Perché come tutte le cose che ti vengono naturali uno si aspetta che siano accolte anche in modo naturale da chi ti ascolta”. Così l’ex premier, Romano Prodi, a margine della presentazione di alcune iniziative della sua Fondazione, torna a parlare del suo intervento a Bologna alla manifestazione della Lista Insieme.

“Non me l’aspettavo. Però non è stato certo equivocato quello che ho detto. Non posso neanche accusare i giornalisti”, ha scherzato il professore aggiungendo: “Mi auguro che l’Italia possa rapidissimamente avere un governo con un ruolo, stavo dicendo forte, no… Ma il ruolo che le spetta perché siamo un grande Paese nonostante i problemi”. “Poi questo – ha aggiunto Prodi – lo vedremo il 5-6 marzo, non prima. Ma c’è bisogno dell’Italia dopo una brexit che ha tolto il senso della pluralità in Europa. Mi auguro per l’Italia un ruolo certamente maggiore e più concreto”.

Sulle parole di Prodi è tornato a parlare il segretario del Psi Riccardo Nencini. “Le parole di Prodi – ha detto Nencini – hanno fatto breccia così fortemente che oggi leggo le dichiarazioni al fulmicotone di D’Alema contro Prodi. La verità è che uno dei 3 poli, quello del centrosinistra, corre con la zavorra di Liberi e Uguali che nei collegi uninominali sortirà l’effetto di avvantaggiare i candidati di centrodestra. Spero che il danno non sia superiore a ciò che cominciamo a vedere. D’Alema dice che Prodi voterà per Renzi e Casini perché non arriveremo al 3%? Vuol dire che D’Alema ha dei sondaggi che noi non abbiamo, noi siamo molto più ottimisti di lui”. E sul premier, Nencini ha aggiunto: “Paolo Gentiloni è un’ottima opportunità. Quella del centrosinistra – ha spiegato – è una squadra come il Milan di Sacchi, gioca con più punte, non ha soltanto Van Basten. Gentiloni è sicuramente un’ottima opportunità. La cosa certa è che nessuno dei tre fronti avrà da solo la maggioranza assoluta. Guardando i sondaggi, non escludo che potrebbe esserci una maggioranza parlamentare con Lega, Fdi e M5s, cosa che porterebbe l’Italia lontana dall’Ue, lontana dall’area Euro, che ci metterebbe in una posizione difficile da sostenere in politica estera: molto più filo-russi, vicini a Putin di quanto l’Italia non sia mai stata, con un grosso danno per la nostra economia, per i posti di lavoro e il canone culturale a cui l’Italia si ispira”. A D’Alema risponde anche Giulio Santagata, promotore e candidato della Lista Insieme: “Nnon si preoccupi del risultato di Insieme, poiché con il sostegno di Romano Prodi supereremo certamente la soglia del tre per cento. E, comunque, preferiamo che i nostri voti si sommino a quelli del centrosinistra piuttosto che dare una mano alla destra. Infine, ci fa molto piacere che D’Alema, uno degli storici responsabili delle divisioni del centrosinistra, condivida con noi l’obiettivo di fare di tutto per riunirlo. Ci concederà, tuttavia, che averlo diviso non rende più facile il cammino”.

Oggi il premier ha annunciato un decreto “che aumenta la fascia di reddito per le persone over 75 esentate dal pagamento del canone della Rai” estendendo la gratuità dell’imposta dalle attuali 115 mila a 350 mila persone. Ma a dodici giorni dalla fine della campagna elettorale, a tenere banco sono ancora i temi delle alleanze post voto e degli endorsement per Palazzo Chigi. Questa mattina a ‘Circo Massimo’ su Radio Capital Massimo D’Alema è tornato ad incalzare il Pd sostenendo sia “lunare pensare” che il partito di Matteo Renzi “possa vincere” le elezioni. Poi ha attaccato Renzi sulle alleanze e infine rivolgendosi a Prodi, ha detto: “Non si può votare Gentiloni”, anche perché “non si vota per Gentiloni ma per Renzi”, e allora “a Romano dico con grande amicizia che voterà per Casini e per Renzi, ritengo che non sia utile ne’ al paese ne’ al centrosinistra”. Sulle parole del professore è tornato anche il presidente del Senato, Pietro Grasso, sostenendo che “se Renzi ha detto che bisogna turarsi il naso anche per votare il Pd non c’è dubbio che anche Prodi si dovrà turare il naso per votare, a Bologna, Casini e non  Errani”.

E su Prodi tona a parlare anche il segretario del Pd Matteo Renzi: “Prodi ha detto che è successo una cosa molto importante: c’è una sinistra, di D’Alema, che ha fatto la scissione rischiando di far vincere la destra, e a fronte di questo ha detto parole chiare sulla presenza di una coalizione di centrosinistra e io non posso che essere contento”. Parola alle quali si aggiungono quelle di Matteo Orfini: “Prodi è sceso in campo per il centrosinistra, è quello che conta. E’ un’ottima notizia e lo ringrazio. La battaglia elettorale la stiamo facendo insieme. E il successo del centrosinistra dipende da come andrà il Pd. Abbiamo voluto costruire un’alleanza con altri e meglio vanno anche gli altri e meglio andremo noi”.

Il presidente del Pd, Orfini, intervistato da ‘Repubblica’, commentando la scelta del Professore di votare Insieme ha detto che “l’importante in questa fase è che tutti diano un contributo per arginare la destra di Salvini e i 5Stelle di Di Maio. Non sottilizzerei sulle articolazioni del centrosinistra: l’importante è combattere dalla stessa parte”.

Gentiloni bis, anti Renzi con l’appoggio di Renzi

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Mite, sgusciante, determinato. Spunta un Gentiloni bis all’orizzonte. Paolo Gentiloni punta al governo bis nella prossima legislatura. Il presidente del Consiglio ha tirato un bilancio positivo del suo esecutivo in pista da un anno: “L’Italia si è rimessa in moto dopo la più grave crisi del dopoguerra”. Nella conferenza stampa di fine anno ha indicato i maggiori, difficili, obiettivi realizzati: economia in ripresa (un milione di posti di lavoro recuperati, dimezzato il deficit pubblico); diritti civili conquistati (importanti leggi come il bio testamento e le unioni civili hanno tagliato il traguardo); riduzione del 70% degli sbarchi degli immigrati.

Non ha messo solo la sua firma sotto questi successi, ma li ha intestati all’impegno degli italiani e anche ai due presidenti del Consiglio che l’hanno preceduto dal 2013 al 2016: “Da Letta a Renzi a me, abbiamo dimostrato che c’è una sinistra di governo a disposizione del Paese”. Dunque se l’Italia ha schivato il baratro del fallimento economico il merito, ci tiene a sottolinearlo Gentiloni, è merito di tutto il centro-sinistra basato sul Pd.

Tuttavia il presidente del Consiglio non pensa solo al passato. Adesso l’attenzione è tutta rivolta alle prossime elezioni politiche. Il presidente della Repubblica ha sciolto le Camere ponendo fine alla XVII legislatura, si voterà il 4 marzo. La situazione si profila molto difficile. Il Pd negli ultimi tre anni ha subito tre diverse scissioni da sinistra: prima se ne sono andati Cofferati e Civati; poi Fassina; quindi Bersani, D’Alema, Speranza e Rossi (hanno creato la lista elettorale Liberi e uguali guidata da Grasso).

Le scissioni e le politiche per combattere la Grande crisi economica hanno fatto perdere consensi al Pd: dalla vetta del 40,8% dei voti ottenuti nelle elezioni europee del 2014 il partito guidato da Renzi ha subito un crollo. Ora i sondaggi elettorali gli assegnano circa il 25% dei voti, con gli alleati di centro-sinistra (Psi di Nencini, Verdi di Bonelli, prodiani, radicali di Emma Bonino, centristi di Casini e di Lorenzin) arriverebbe al 30%. Il primo partito, invece, sarebbe il M5S con qualche frazione di punto in più sul Pd mentre la coalizione di centro-destra di Berlusconi viaggerebbe attorno al 35%-38%.

Vincere le elezioni è una ardua scommessa. La sfida elettorale potrebbe concludersi senza un vincitore: centro-sinistra a guida Renzi, sinistra di Grasso, centro-destra di Berlusconi e cinquestelle di Di Maio potrebbero essere quattro sconfitti. Di qui l’ipotesi Gentiloni bis. In molti guardano proprio al presidente del Consiglio per dirigere un possibile governo di “grande” o “piccola” coalizione perché amico ma autonomo da Renzi. Sia Berlusconi, sia di Di Maio, sia Grasso sarebbero pronti ad una intesa post elettorale con il Pd ma senza Renzi.

Il tema è bollente. Gentiloni ha dribblato le domande dei giornalisti su un secondo incarico di governo dopo le elezioni, ma ha aggiunto: “Non tireremo i remi in barca” e “siamo in grado di gestire la situazione dopo il voto”. Ha parlato anche dei temi della prossima legislatura: dovrà “proseguire questa crescita economica e in più lavorare sulla ricucitura delle relazioni sociali, sulla creazione di nuovi posti di lavoro, sulla riduzione delle disuguaglianze”. Ha tratteggiato quasi il programma del prossimo governo, un Gentiloni bis.

Renzi non ha mai nascosto l’obiettivo di tornare a Palazzo Chigi, ma adesso sembra dare il disco verde. L’ex presidente del Consiglio è fortemente indebolito dalle scissioni, dalla disfatta al referendum costituzionale dell’anno scorso e dalle sconfitte nelle elezioni amministrative degli ultimi tre anni. Sotto assedio, anche se con poco entusiasmo, sembra dare il disco verde a un possibile nuovo mandato da presidente del Consiglio a Gentiloni, suo amico e suo ex ministro degli Esteri. Il via libera all’ipotesi sembra arrivare da Renzi con una intervista a ‘La Stampa’: “Spero in un governo guidato da un premier Pd”. Sul rebus presidente del Consiglio in precedenza aveva sempre risposto in maniera diplomatica con un “lo decidono gli elettori”.

Certo bisognerà vedere i risultati elettorali, che potrebbero essere ben diversi dagli attuali sondaggi. Poi la decisione passerà nella mani di Sergio Mattarella. Se nel nuovo Parlamento ci sarà una maggioranza politica omogenea, la soluzione sarà abbastanza facile. Ma se dalle urne emergerà l’ingovernabilità, sarà cruciale il ruolo del presidente della Repubblica. Si potrebbe tornare a votare oppure un secondo mandato di governo a Gentiloni potrebbe trovare una maggioranza in Parlamento. Un fatto è sicuro: Renzi non si opporrebbe a quella che all’inizio appariva come una manovra dei suoi avversari. Un Gentiloni bis sarebbe una soluzione anti Renzi con l’appoggio di Renzi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Verdini e Zanetti
fanno gruppo unico

verdini-zanettiScelta Civica, il partito fondato da Mario Monti mentre era a Palazzo Chigi fresco di nomina a Senatore a vita, cambia ancora veste. La formazione dell’ex premier, passata ora nelle mani del viceministro dell’Economia Enrico Zanetti uscito che è uscito dal partito portandosi dietro nome e simbolo, si ‘fonde’ alla Camera con i verdiniani dando vita a un gruppo unico sul quale arriva il via libera di Montecitorio. Un ‘placet’ giunto con colpo di scena finale: una lettera inviata all’Ufficio di Presidenza della Camera da Monti in cui il Professore rivendica il diritto esclusivo su nome e simbolo del partito provando a bloccare l’operazione. Ma, alla fine, la spuntano Zanetti e, indirettamente, Denis Verdini. Tra le ire di Monti, che attacca la Camera che ha preso – dice – una “decisione politica su pressione del Pd”.

Indirettamente il senatore Verdini, ex forzista e ex consigliere privilegiato di Silvio Berlusconi, entra in pianta stabile con la maggioranza. Un avvicinamento lento ma constante con il quale ha portato un appoggio, a volte determinante, al governo la cui maggioranza al Senato è stata qualche volte in affanno.

Per ora, tuttavia, la Presidenza di Montecitorio risolve il groviglio giuridico-politico creatosi con l’ultima faida interna ai civici concedendo una deroga a tempo indeterminato al gruppo “Scelta Civica-Verso i Cittadini per l’Italia-Maie” formato da 16 deputati: verdiniani, ‘zanettiani’, l’ex tosiano Marcolin e un membro del Maie. Ai 15 deputati che non hanno seguito Zanetti, restando nel gruppo fino a oggi chiamato Scelta Civica, viene dato “un tempo congruo” affinché si arrivi alle 20 unità necessarie per formare il gruppo. E il nome? Resta in capo a Zanetti mentre gli ormai ex Sc optano per cambiare denominazione: si chiameranno ‘Civici e innovatori’.

Sembra chiudersi, così, una querelle parlamentare che andava avanti da tre mesi. Querelle nella quale, dopo settimane di silenzio, oggi interviene anche Monti tentando di stoppare l’uso del nome del partito da lui fondato per un’operazione “contraria ai valori” di Scelta Civica, attacca l’ex premier. “Mi chiedo se il Mario Monti che oggi bacchetta Sc per l’alleanza con Ala è lo stesso che nel 2013 impose l’alleanza con Fini e Casini”, replica Zanetti pungolando il suo ex alleato. “La sua lettera è stato un incredibile colpo di scena per uno che da tre anni ha abbandonato il partito. E non credo che il suo nome porti un plus di voti oggi”, sottolinea il viceministro spiegando come la sua volontà fosse di tenere solo la denominazione ‘Scelta Civica’ e non ‘Scelta Civica con Monti per l’Italia’.

L’ok della Camera arriva proprio mentre i parlamentari del nuovo gruppo, Verdini compreso, sono riuniti con Marcello Pera per fare il punto sulla campagna referendaria. Sabato i Comitati Liberi Sì terranno una nuova convention a Bologna. È al 4 dicembre, infatti, che guardano Zanetti e Verdini. E ad una proposta politica di stampo liberale che, a dispetto del progetto di Stefano Parisi, ha in Matteo Renzi l’interlocutore principe.

Ma Ala-Sc farà valere il suo peso anche con una proposta elettorale per eliminare il premio alla lista. Un peso che, al Senato, intanto, i verdiniani non faranno mancare in Aula: “Per noi non vale la disciplina di governo”, è il loro ragionamento. Ragionamento curioso visto che il leader del movimento, Zanetti, è viceministro. Ma ognuno si crea le regole che preferisce. O che gli fanno più comodo.  Insomma mani libere. E, con l’ok ufficiale al nuovo gruppo, altri arrivi potrebbero registrarsi. Benché Monti sembri ancora lontano dall’arrendersi alla perdita del suo marchio.

Ginevra Matiz

Berlusconi scarica Bertolaso e ripiega su Marchini

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Era nell’aria. Era solo questione di tempo. Berlusconi ha scaricato Bertolaso sempre più in basso nei sondaggi per abbracciare la candidatura di Alfio Marchini. Una mossa che ha sparigliato le carte e certificato la fine definitiva del centrodestra così come si era costituito con l’arrivo di Berlusconi in politica. Dopo un tira e molla durato almeno un mese, la ‘telenovela’ di Fi sul caso Bertolaso si conclude con un sacrificio e un ritorno. A immolarsi l’ex capo della Protezione civile, costretto a fare un passo indietro in extremis dopo le polemiche suscitate da alcune esternazioni considerate vere e proprie gaffe autolesionistiche. L’ultima ha del clamoroso: ”Farei l’assessore di Raggi o Giachetti”. Il ‘ritorno’ è quello di Alfio Marchini, visto che l’imprenditore capitolino era la prima scelta di Fi, caduta sotto i colpi di Fratelli d’Italia, considerato un candidato civico, autonomo dai partiti.

La decisione di ritirare la candidatura di ‘Mr emergenze’, che spariglia le carte e mette nell’angolo gli alleati, è stata annunciata con un lungo comunicato al termine di un vertice a palazzo Grazioli tra Silvio Berlusconi e lo stato maggiore azzurro, preceduto da un lungo colloquio notturno chiarificatore tra il Cav e Bertolaso. La virata su Marchini, però, non scioglie i nodi sul tavolo del centrodestra, che resta spaccato con Giorgia Meloni ufficialmente in corsa per il Campidoglio, sostenuta dal Carroccio. L’altro candidato della destra, Francesco Storace, è ancora in campo, ma ha lasciato intendere che potrebbe ritirasi.

Da qui l’ultimo appello lanciato da Fi per conto di Berlusconi: ”Vincere il ballottaggio è l’unico obbiettivo che ci sta davvero a cuore, non affermare la superiorità di un partito sull’altro. Per questo, ci auguriamo che tutto il centro-destra, tutti coloro che non vogliono consegnare Roma ai Grillini o alla sinistra, possano riprendere un cammino comune”. Meloni ha ironizzato:  “Siamo contenti della semplificazione del quadro politico a Roma. Ora ci aspettiamo un’ulteriore semplificazione con la diretta e aperta convergenza di Alfio Marchini e di Forza Italia sul candidato del Pd e di Renzi, Roberto Giachetti”. Duro Salvini: “Renzi e Casini chiamano, Berlusconi risponde. Continua l’incredibile balletto di Forza Italia che anche oggi cambia candidato. Ma per quanto riguarda la Lega ora è tutto più chiaro e semplice: a Roma l’unica candidatura di centrodestra e contro ogni inciucio si chiama Giorgia Meloni sostenuta dalla Lega”.

Ci si trova dunque davanti a un quadro che rappresenta, se possibile, un centro-destra ancora più diviso. Il frastagliamento del campo moderato ha avuto un unico effetto: la fuga da Forza Italia. Anche il Cavaliere ne era consapevole e nonostante avesse difeso l’amico Guido fino alla fine, non poteva permettersi uno schiaffo così eclatante. “Non siamo capaci nemmeno di presentare le liste”, avrebbe confidato Berlusconi ai suoi.

Una mossa che riaccende voci rimaste sopite. Come quella dei centristi Casini e Quagliariello. “La scelta di Berlusconi su Roma è epocale – ha detto il primo – riapre una stagione di possibile convergenza tra i moderati italiani”. Per il senatore Quagliariello, presidente del movimento ‘Idea’ si tratta di “una scelta intelligente, lungimirante e, al di là delle apparenze, funzionale all’unità futura del centrodestra e alla costruzione di un’alternativa a Renzi ampia e potenzialmente vincente”. Ad andare oltre è Fabrizio Cicchito, esponente di punta di Ncd, per il quale la formula del centrodestra è superata. “Il problema non è quello di rafforzare il debolissimo centro berlusconiano perché possa meglio contrattare con Salvini e la Meloni, perché si tratta di un’operazione comunque impossibile per diverse ragioni da entrambi i lati. Il problema è quello di costruire un centro autonomo, fiducioso in sé stesso che sostiene il governo Renzi facendo valere le proprie ragioni che spesso sono differenti da quelle di una parte significativa del Pd. Invece un centro diviso continuamente oscillante, incerto e contraddittorio su tutto non andrà da nessuna parte”.

Ginevra Matiz

Una crociata senza crociati

Qualche settimana fa, il presidente Obama ha annunciato “urbi et orbi” la nascita di una coalizione mondiale contro l’Isis. Nome d’arte, “determinazione assoluta”.
Oggi, il settimanale patinato del Califfato già parla di “crociata fallita”. Peccando per eccesso, ma, più probabilmente, per difetto. In parole povere “determinazione assoluta” non è fallita; ma perché non è ancora iniziata. Per mancanza di determinazione, e, contestualmente, per mancanza di adesioni. A partire dallo stesso Occidente.

Italia: siamo fermi all’armamento dei curdi: merci disponibile in magazzino sulla cui consegna non si hanno più notizie. Germania: anche qui “armi per i curdi”. Il ministro della difesa, la determinata (e anche telegenica) Ursula von der Weiden si era precipitata per presenziare alla loro consegna “in loco”, ma l’aereo che le trasportava è stato bloccato da imprecisate avarie mandando a monte la cerimonia. Gran Bretagna: per ora qualche dozzina di consiglieri militari; proprio in questo periodo le residue forze inglesi stanno lasciando l’Afghanistan per non più ritornarvi dopo una spesa di 65 miliardi di dollari, quasi 500 morti e un numero di gran lunga maggiore di feriti e di invalidi. Di ricominciare altrove non c’è la minima voglia. Così come, in linea generale, non c’è la minima intenzione di dar corso all’impegno, pur solennemente assunto di recente in sede Nato, di portare le la spesa per la difesa al 2% del Pil; la stessa Germania l’ha, per inciso, ulteriormente ridotta all’1.3%.

Rimangono gli americani e i loro bombardamenti. Il cui effetto sul terreno è però modesto; se non complessivamente negativo. Modesto a Kabane; dove servirà, “rebus sic stantibus”a bloccare l’avanzata del nemico. Complessivamente negativo in Siria, dove le bombe colpiscono in modo indiscriminato jihadisti e oppositori di Assad, così da spingere i secondi nelle braccia dei primi.
In quanto alle adesioni “in loco”c’è poco da stare allegri. A combattere contro l’Isis, curdi a parte, non ci sono eserciti; ma solo milizie. Mancano i turchi, che vedono di fronte a sé molti nemici (Assad? L’Isis? I curdi?) e non hanno ancora deciso quale sia il principale; anche perché nessuno li sta aiutando a decidere. Mancano gli iraniani, per tanti motivi, il principale tra i quali è il diritto di veto di Israele sulla politica americana in Medio oriente. Ma mancano anche gli stati sunniti, troppo occupati a reprimere, anche con i mezzi più brutali, il fondamentalismo in casa propria per andarlo a combattere altrove. E mancano, sorprendentemente, ma non troppo, anche gli iracheni. Se il Califfato è, come ci si dice (ma tutte le informazioni sono, non a caso, contraddittorie e inaffidabili), alle porte di Baghdad , è perché non deve misurarsi con l’esercito iracheno – travolto dalle lacerazioni settarie – ma con le milizie sciite: quelle stesse impegnate nei massacri reciproci in corso nel resto del paese.

Attenzione: il ricorso alle milizie è diventato un fenomeno generalizzato: dalla Siria, dove Assad fa sempre più ricorso non all’esercito regolare ma a vari gruppi di “autodifesa locale” sino alla Libia, dove il quadro complessivo è privo di qualsiasi punto di riferimento e di qualsiasi razionalità. Nell’insieme, siamo in un contesto dove i conflitti sono oramai fuori controllo. E, allora, prima di decidere, occorre cercare di capire. E qui Obama farebbe bene a tenere presente il “caveat” da lui posto, qualche tempo fa, di fronte a nuove avventure militari: “evitare quelle operazioni che comportino il sorgere di nuovi nemici più numerosi di quelli che siamo in grado di eliminare”.
Un’avvertenza che si addice perfettamente alla condizione presente. Dove intervenire militarmente senza una strategia politica equivale a dare un calcio in un termitaio i cui inquilini siano in grado di far danno. In questa stessa situazione, prima di allineare, accanto ai curdi, nuovi alleati altrettanto determinati (gli sciiti iracheni?) converrebbe fermarsi un attimo; preoccupandosi soprattutto di non crearsi nuovi nemici.

Una prospettiva in cui la recente proposta di Cicchitto e Casini (nelle loro vesti di presidenti delle Commissioni esteri) – quella di fare appello all’Onu – appare molto sensata. Un appello, beninteso, che non ha come obbiettivo la creazione, qui e oggi ,dell’ennesima “forza di pace”; ma piuttosto quello di utilizzare il parlamento del mondo come cornice formale per una discussione a tutto campo, sulle possibili caratteristiche di un Medio oriente ragionevolmente pacificato. E sulle responsabilità che ne derivano.
Ora, una discussione del genere senza la presenza della Russia e dell’Iran non avrebbe proprio senso. Ma questa presenza, oggi e per il prossimo futuro, è resa impossibile per il veto pregiudiziale del Congresso Usa. E, allora, molto probabilmente assisteremo nei prossimi mesi ad un nostro crescente coinvolgimento nel vortice conflittuale mediorientale. Forse, l’obbiettivo che si prefiggeva lo stesso Isis, con l’esecuzione coram populo degli ostaggi occidentali.

Alberto Benzoni

UCCIDIAMOLI DA PICCOLI

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“La combriccola del Blasco era poco più di un pugno, ma se si stringeva colpiva molto duro”, cantava Vasco Rossi qualche anno fa. Ma, il giovane Renzi, nonostante il soprannome “Fonzie”, sembra non averle mai ascoltato le parole del famoso rocker, forse intento ad ascoltare il suo “We are young”. Non bastavano i dubbi che il progetto di legge firmato ‘BR’ aveva sollevato tra i costituzionalisti. Non bastava l’aver ridotto la rappresentatività e lasciato i partiti nelle mani dei segretari. Non bastava l’aver risollevato il Cavaliere disarcionato. Non bastava l’aver cercato di imporre per legge il bipolarismo/bipartitismo dopo non essere riusciti a conquistarlo per voto. Continua a leggere

Forza Alfano

È evidente che ormai Angelino Alfano non può più restare dov’è. Oggi si riunirà l’organismo del Pdl, ove la sua posizione è in netta minoranza. E Berlusconi annuncerà il passaggio a Forza Italia azzerando tutti gli incarichi tranne il suo. Perché, sia ben chiaro, si chiami Pdl o Forza Italia, il partito è e resterà sempre e solo lui. A questo punto Alfano e i filo governativi hanno una sola strada: la scissione. Cosa che, peraltro, uomini d’esperienza come Cicchitto e Formigoni avevano già anticipato con la proposta di costituire gruppi parlamentari autonomi, subito dopo la farsa sulla fiducia.

Il tentativo di mettere sotto il governo sulla riforma del 138 da parte dei cosiddetti lealisti è fallito solo perché la Lega ha votato a favore della riforma. È evidente che la maggioranza non ha futuro senza un chiarimento nel Pdl, anzi senza una netta separazione dei falchi e delle colombe. Queste ultime hanno oggi una grande chance. Quella di diventare il partito popolare europeo che in sintonia con i popolari europei e in particolare con la Merkel appoggia un governo di unità nazionale, e di progettare la formazione di un soggetto politico che potrebbe anche cambiare il quadro politico nostrano, imperniato su un falso bipolarismo.

Forza Alfano, un gesto e può cambiare l’Italia. La legge elettorale verrà dopo e potrebbe assecondare il progetto. Non s’è mai visto che una legge elettorale non sia coerente con un intento politico. Alfano non farà l’errore di Fini e Casini.

Berlusconi-Monti: dalla passione alle accuse. Vent’anni di amore e odio

Monti-BerlusconiÈ destino che i grandi amori di Berlusconi finiscano sempre con una volata di stracci. È accaduto nella vita privata, ma ancor di più in politica. Il Cavaliere ha coltivato grandi passioni, concluse quasi tutte con una separazione a colpi di accuse e insulti. In principio fu Casini, e in epoca più recente è successo con Fini e Tremonti. Nell’ultimo anno la storia si è ripetuta anche con Mario Monti, che oggi lo definisce un “cialtrone” dopo anni di stima, elogi e nomine. Continua a leggere

La Chiesa apre ai gay, ma Casini dice “no”

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A parlare è il neo presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, l’arcivescovo Vincenzo Paglia. La Chiesa cattolica, apostolica, romana rimane contraria alle «nozze gay», ma apre «al riconoscimento dei diritti per le coppie di fatto e omosessuali secondo il Codice civile e all’ammissione dei divorziati risposati alla Comunione». Un passo che potrebbe sembrare minimo, ma, considerata l’istituzione che lo intraprende, potrebbe essere l’inizio di una svolta epocale. Un’istituzione che, per sua stessa natura, si basa sul dogma e sulla fede, e che pure, di fronte ai mutamenti inevitabili della storia deve piegarsi. Continua a leggere

Monti e le mezze verità

Monti dice mezza verità quando afferma che distinguere tra destra e di sinistra ha avuto un significato nel passato, ma che oggi ne ha molto meno. E’ vero che la distinzione è tra chi vuole cambiare e chi invece si oppone al cambiamento. Ed è anche vero che sono uguali per tutti i problemi che richiedono una soluzione, a partire dal lavoro, per passare all’immigrazione fino ad arrivare alla gestione della cosa pubblica. Ma le soluzioni proposte da chi sostiene il cambiamento, a destra e a sinistra, restano ancora alquanto diverse. Continua a leggere