Inps. Cassa integrazione in calo

Inps

CASSA INTEGRAZIONE I DATI DI GIUGNO

Nel mese di giugno, rileva l’Inps (l’Istituto nazionale di previdenza sociale), il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 19,5 milioni, in diminuzione del 27,6% rispetto allo stesso mese del 2017 (27,0 milioni). L’Inps, nell’occasione, precisa che in data 2 giugno è stata effettuata la rilettura degli archivi, pertanto i dati pubblicati prima di tale data potrebbero aver subìto variazioni.

In particolare, comunica l’Inps, le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate a giugno 2018 sono state 9,8 milioni. Un anno prima, nel mese di giugno 2017, erano state 10,2 milioni: di conseguenza, la variazione tendenziale è pari a -3,5%. La variazione tendenziale è stata pari a -3,4% nel settore Industria e -3,7% nel settore Edilizia. La variazione congiunturale mostra nel mese di giugno 2018 in confronto al mese precedente un decremento pari al 9,4%.

Quanto al numero di ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate a giugno 2018 è stato pari a 9,6 milioni, di cui 5,1 milioni per solidarietà, registrando una flessione pari al 29,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che faceva rilevare 13,6 milioni di ore autorizzate. Nel mese di giugno 2018 in confronto al mese precedente si registra una variazione congiunturale pari al -25,0%.

Infine gli interventi in deroga sono stati pari a 0,1 milioni di ore autorizzate a giugno 2018 facendo evidenziare un decremento del 96,4% se raffrontati con giugno 2017, mese nel quale erano state autorizzate 3,2 milioni di ore. La variazione congiunturale fa affiorare nel mese di giugno 2018 rispetto al mese precedente un decremento pari al 47,5%.

A maggio 2018, rileva inoltre l’Inps, sono state presentate 100.075 richieste di NASpI e 1.150 di DisColl. Nello stesso mese sono state inoltrate 1.049 domande di ASpI, mini ASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 102.274 istanze, il +4,0% in confronto al mese di maggio 2017 (98.353 domande).

 

Danno salute

RESPONSABILITA’ DATORE ESCLUSA DA CONDOTTA DIPENDENTE

La responsabilità del datore di lavoro è esclusa nel caso in cui il danno alla salute, subito dal dipendente, sia provocato da una condotta del tutto atipica ed eccezionale rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive impartite. A dirlo, in una nota giurisprudenziale, la Fondazione Studi dei consulenti del lavoro commentando l’ordinanza numero 16026 del 18 giugno scorso della Corte di Cassazione.

Nella nota, i consulenti ricordano che “in caso di infortunio sul lavoro la responsabilità del datore di lavoro è esclusa ove si tratti di dolo del lavoratore o di rischio elettivo di quest’ultimo ovvero di un rischio generato da un’attività che non abbia rapporto con lo svolgimento della prestazione lavorativa o che esorbiti in modo irrazionale dai limiti di essa”. “Tuttavia, il datore di lavoro è tenuto a prevenire anche le condizioni di rischio insite nella possibile negligenza, imprudenza o imperizia degli stessi lavoratori destinatari della tutela”, precisano.

“La Suprema Corte -spiegano- ha stabilito che il datore di lavoro è tenuto a prevenire anche le condizioni di rischio insite nella possibile negligenza, imprudenza o imperizia degli stessi lavoratori quali destinatari della tutela, dimostrando, secondo l’assetto giuridico posto dall’articolo 2087 del Codice Civile, di aver messo in atto ogni mezzo preventivo idoneo a scongiurare che, alla base di eventi infortunistici, possano esservi comportamenti colposi dei lavoratori. Ne deriva che non possono essere ricomprese nel concetto di rischio elettivo la semplice negligenza, imprudenza o imperizia, in presenza delle quali rimane, comunque, la responsabilità del datore di lavoro”.

 

Pensionati e dipendenti pubblici i più finanziabili

PRESTITI PERSONALI: IN CRESCITA L’IMPORTO MEDIO

Dati in leggera crescita quelli relativi al settore dei prestiti personali. Secondo quanto diffuso dal portale Prestitisbp, infatti, l’importo medio dei prestiti personali erogati nella prima metà del 2018 si attesta intorno agli 11.500 euro contro gli 11.380 euro del secondo semestre 2017.

Il piano di ammortamento preferito dagli italiani è quello 6 anni, mentre quello che ha fatto registrare il tasso di crescita maggiore è quello che va dagli 8 ai 10 anni. Tra i motivi principali per cui gli italiani richiedono un finanziamento spiccano la ristrutturazione della casa e l’acquisto dell’auto. Una dimostrazione che le famiglie siano disposte ad indebitarsi per il medio e lungo periodo ma solo per spese “importanti” e necessarie come quelle, appunto, relative all’ammodernamento della propria casa.

In forte aumento le richieste da parte dei liberi professionisti e, più in generale, dai lavoratori autonomi. Tuttavia le figure professionali che riescono ad ottenere l’accesso al credito con maggiore facilità sono i dipendenti pubblici, i pensionati e i dipendenti delle grandi aziende private perché, come vedremo più avanti, sono i profili che banche e finanziarie tendono a finanziare con maggiore semplicità in quanto ritenuto più solidi da un punto di vista reddituale.

Prestiti Inps ed ex Inpdap

Non a caso tra i finanziamenti con il miglior tasso di interesse troviamo proprio i prestiti per i pensionati inps e i prestiti ex inpdap, ossia quelli che vengono erogati ai dipendenti del comparto pubblico. In fortissimo calo, invece, i prestiti erogati ai “senza busta paga”, colpa anche dell’attuale evoluzione dei tassi di interesse che vede i margini delle banche estremamente ridotti.

Secondo Marco Gaudio, responsabile editoriale di Prestitisbp, “gli attuali tassi di interesse fanno si che le banche non trovino appetibile correre un rischio erogando un prestito personale a chi non è in grado di fornire delle solidissime garanzie reddituali. Proprio per questo motivo è sempre più difficile, per chi non ha una busta paga a tempo indeterminato, riuscire ad accedere al credito”.

Nel complesso il settore dei finanziamenti sta vivendo un periodo di crescita nonostante i consumi degli italiani siano ancora contratti.

Stop ai prestiti senza busta paga e senza garanzie

Si registra una forte battuta d’arresto delle erogazioni di tutti quei finanziamenti erogati a chi non dispone di solide garanzie reddituali. Come detto, infatti, banche e finanziarie non hanno alcun interesse a correre  rischi vista la bassa marginalità dovuta ai tassi di interesse particolarmente bassi.

Pertanto si registra un vero e proprio blocco delle erogazioni di finanziamenti a tutti quei soggetti considerati “finanziariamente a rischio”, ossia che non dispongono di una busta paga a tempo indeterminato, di una pensione di anzianità o di un reddito da lavoro dipendente sufficiente a garantire il pagamento della rata mensile.

Le spese più finanziate con i prestiti

Continuando ad analizzare i dati scopriamo che una buona parte dei finanziamenti erogati alle famiglie italiane vengono utilizzati per l’acquisto di beni e servizi di lunga durata, come l’auto o la ristrutturazione di un immobile.

Molto significativi anche i dati relativi all’erogazione di prestiti personali per finanziare le vacanze. Si calcola che siano quasi 30 mila gli italiani che potranno andare in vacanza proprio grazie all’erogazione di un finanziamento (un aumento del 16% su base annua) per un valore complessivo di oltre 120 milioni di euro.

Molto interessante notare come sia in aumento il numero di under 30 che facciano richiesta di questi

prodotti, segno che, specialmente tra i più giovani, la vacanza viene considerata come un bene di primissima necessità, al punto tale da dover ricorrere ad un prestito personale pur di non dovervi

rinunciare. Se poi consideriamo che, proprio per questa voce di spesa, mediamente, vengono richiesti piccoli prestiti da 4 mila euro con un piano di rimborso che dura circa 3 annualità, diventa ancor più chiaro come siano cambiate le esigenze nel corso degli anni e siano in molti ad essere pronti ad indebitarsi per più anni pur di potersi godere qualche giorno di relax.

 

Carlo Pareto

Lavoro, rispuntano i voucher

Inps

CENSIMENTO 2017 LAVORATORI DOMESTICI

Nel 2017 i lavoratori domestici contribuenti all’Inps sono stati 864.526, con un decremento del’1% rispetto al 2016. Una più ampia diminuzione, spiega una nota dell’Ente, si è rilevata nel 2014 (-5,2%) e nel 2013 rispetto al 2012 (-5,1%), anno in cui si è registrato un forte aumento del numero di lavoratori per effetto della sanatoria riguardante i lavoratori extracomunitari irregolari.

Guardando all’identikit del lavoratore domestico in Italia, continua la nota dell’Inps, si nota una prevalenza di femmine, in crescita, che ha raggiunto nel 2017 il valore massimo degli ultimi sei anni, pari all’88,3 per cento. Tuttavia il fenomeno della regolarizzazione (anno 2012) interessa maggiormente i lavoratori di sesso maschile. I lavoratori sono per la maggior parte stranieri (il 73,1% del totale). Ma mentre per i lavoratori italiani si riscontra un andamento crescente, pari a +6,9% nel 2017, i lavoratori stranieri sono calati del 3,6% in confronto al 2016. L’Europa dell’Est è la zona geografica da cui proviene quasi la metà dei lavoratori stranieri, pari al 43,8 per cento. Guardando alla distribuzione del totale dei lavoratori nelle varie aree geografiche, nel 2017 il Nord-Ovest fa la parte del leone con il 29,7%; fanalino di coda sono le Isole col 9,3 per cento. La regione che svetta per maggior numero di lavoratori domestici è la Lombardia, con 156.092 lavoratori pari al 18,1%, seguita da Lazio (14,9%), Emilia Romagna (8,8%) e Toscana (8,6%). In queste quattro regioni si concentra più della metà dei lavoratori domestici in Italia.

Inps

A MAGGIO CASSA INTEGRAZIONE IN CALO

maggio il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 23,9 milioni, in calo del 39% rispetto allo stesso mese del 2017 (39,1 milioni). Lo rende noto l’Inps in un comunicato.

Le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate a maggio 2018 sono state 10,83 milioni: un anno prima, nel mese di maggio 2017, erano state 10,78 mln : di conseguenza, la variazione tendenziale è pari a +0,5%. In particolare, la variazione tendenziale è stata pari a -11,2% nel settore Industria e +28,4% nel settore Edilizia.

La variazione congiunturale registra a maggio rispetto al mese precedente un incremento pari al 19,4%. A maggio il numero di ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate è stato pari a 12,8 mln, di cui 7,7 mln per solidarietà, registrando un calo del 52,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 26,9 milioni di ore autorizzate. A maggio rispetto al mese precedente si registra una variazione congiunturale pari al +27,7%.

Gli interventi in deroga sono stati pari a 0,2 mln di ore autorizzate a maggio, in flessione dell’84,2% se raffrontati con maggio 2017, mese nel quale erano state autorizzate 1,4 milioni di ore. La variazione congiunturale registra a maggio rispetto al mese precedente un decremento pari al 29,3%.

Quanto alle domande di disoccupazione, ad aprile 2018 sono state presentate 118.361 richieste di NASpI e 1.150 di DisColl. Nello stesso mese sono state inoltrate 1.876 domande di ASpI, miniASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 121.387 istanze, il 14,9% in più rispetto al mese di aprile 2017 (105.631domande).

Dati lavoro occasionale – Nei primi quattro mesi del 2018 la consistenza dei lavoratori impiegati con Contratti di Prestazione Occasionale (CPO), si è attestata tra le 15.000 e le 19.000 unità con un importo mensile lordo medio pari a circa 253 euro. E’ quanto emerge dai dati dell’Osservatorio sul precariato diffuso recentemente dall’Inps sottolineando che “il fenomeno risulta, come del resto implicito nella normativa, di dimensioni modeste”. Per quanto invece attiene ai lavoratori pagati con i titoli del Libretto Famiglia (LF), ad aprile 2018 si sono superati i 6.000 lavoratori impiegati con un importo mensile lordo medio pari a 325 euro.

Lavoro

RISPUNTANO I VOUCHER

“I voucher sono stati ipocritamente cancellati per una scelta politica, ma in alcuni settori sono fondamentali e vanno reintrodotti”. Non ha dubbi il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che parlando recentemente al Festival del Lavoro a Milano, ha fatto rispuntare l’ipotesi di un ritorno ai buoni lavoro. Parole che hanno trovato il plauso del ministro delle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio, il quale si è detto pronto a reintrodurre i voucher in agricoltura, come peraltro previsto nel contratto di governo.

A commentare positivamente la proposta è stata anche la Coldiretti secondo la quale con i voucher “circa 50mila posti di lavoro occasionali possono essere recuperati con trasparenza nelle attività stagionali in campagna dove con l’estate sono iniziate le attività di raccolta e presto ci sarà la vendemmia”. Secondo il presidente della Coldiretti, Roberto Monclavo si tratta infatti di una decisione importante, “fortemente sostenuta dalla Coldiretti dopo che la riforma ha di fatto praticamente azzerato questa opportunità in agricoltura per integrare il reddito delle categorie più deboli ma anche per avvicinare al mondo dell’agricoltura giovani studenti o mantenere attivi anziani pensionati”.

Il voucher – o buono lavoro – , come strumento di retribuzione del lavoro occasionale è stato introdotto nel 2003 dal secondo governo Berlusconi. Ogni voucher aveva un valore di 10, 20 e 50 euro. Tramite la procedura telematica sul sito dell’Inps, il committente poteva acquistare i buoni lavoro in diverse modalità: pagamento online, modello F24 Elide o bollettino postale. Per il lavoratore il tetto dell’importo era di 7mila euro.

I ‘vecchi’ voucher sono stati aboliti lo scorso anno dal governo Gentiloni e poi riformulati con il decreto legge 50, convertito dalla legge 96/2017 che distingue tra utilizzo non professionale (libretto famiglia, da usare ad esempio per colf e badanti) e utilizzo professionale (tramite il contratto di prestazione occasionale). Inoltre è stato introdotto un tetto unico ai compensi da 5 mila euro, ma il lavoratore non può ricevere più di 2.500 euro l’anno dal medesimo datore di lavoro.

Inail

NEL 2017 MENO MORTI MA NEL 2018 +3,7% NEI PRIMI 5 MESI

E’ stata recentemente presentata la relazione annuale dell’Inail: nel 2017 nuovo minimo morti sul lavoro: 617, il 58% dei quali ‘in itinere’ ovvero nei percorsi casa-lavoro. Nei primi cinque mesi del 2018, invece, secondo gli ‘open data’ dell’Istituto, sono arrivate all’Inail 389 denunce di infortunio mortale con un aumento del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2017 (14 casi in più).

Inail: 617 morti accertate sul lavoro nel 2017, nuovo minimo

Nel 2017 sono state accertate al momento 617 morti sul lavoro (il 58% fuori dall’azienda) a fronte delle 1.112 denunce arrivate. Se anche i 34 casi ancora in istruttoria risultassero tutti riconosciuti sul lavoro si arriverebbe a 651 morti con un calo del 2,8% (rispetto ai 670 del 2016) al minimo storico dal 1951. Lo si legge nella Relazione annuale dell’Inail. Le denunce di infortunio sono state 641.000 in linea con il 2016 e ne sono state riconosciute sul lavoro 417.000 di cui il 19% fuori dall’azienda. Gli infortuni sul lavoro hanno causato circa 11 milioni di giornate di inabilità con costo a carico dell’Inail: in media 85 giorni per infortuni che hanno provocato menomazione e circa 21 giorni in assenza di menomazione. Le denunce di malattie professionali nell’anno sono state 58.000, circa 2.200 in meno rispetto al 2016 ma in aumento del 25% rispetto al 2012. Il 65% delle denunce riguarda patologie del sistema osteomuscolare. A fine anno erano in essere 726.000 rendite per inabilità permanente e ai superstiti (-2,56% sul 2016).

La maggioranza degli incidenti mortali sul lavoro è sulla strada. Su 617 incidenti mortali accertati 450 sono stati “in occasione di lavoro” e 167 in itinere, ma tra quelli riconosciuti in occasione di lavoro (e quindi durante le ore di lavoro e non nel tragitto per arrivare o tornare dall’ufficio o dalla fabbrica) 193 sono stati “con mezzo di trasporto” e 257 senza mezzo di trasporto. Per i morti in occasione di lavoro ma senza mezzo di trasporto si è registrato un calo del 16,5% sul 2016 e del 27,8% sul 2015. Questi dati – ha spiegato il presidente dell’Inail – Massimo De Felice sono importanti perché “intervenire sulle fonti di rischio esterno è diverso da farlo su quelle di rischio interno. I meccanismo di sicurezza non sono un costo e non devono essere considerati dai lavoratori evitabili sulla base dell’esperienza”. Per l’industria e i servizi gli infortuni mortali sono stati 532 (152 dei quali in itinere) mentre nell’agricoltura sono stati 74 (8 in itinere) e 11 per conto dello Stato (7 in itinere). La grande maggioranza dei morti accertati sul lavoro erano italiani (514) mentre 33 provenivano da altri paesi dell’Unione e 70 erano extracomunitari. Quasi la metà degli infortuni mortali accertati (287, il 46,5%) ha riguardato persone con più di 50 anni. Tra questi 55 morti hanno riguardato persone con più di 65 anni.

Inail: 389 denunce infortuni mortali primi 5 mesi (+3,7%)

Nei primi cinque mesi del 2018 sono arrivate all’Inail 389 denunce di infortunio mortale con un aumento del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2017 (14 casi in più). E’ stato reso noto alla Relazione annuale dall’Inail che sottolinea come l’aumento riguardi solo i casi avvenuti in itinere, ovvero nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro (passati da 104 a 118), mentre per quelli occorsi “in occasione di lavoro” le denunce sono state 271 in entrambi i periodi.

Inail: auspicio per ‘rating sicurezza’, algoritmo per imprese

Occorre “poter definire uno standard pubblico (un algoritmo) per assegnare alle imprese (che vogliano) un ‘rating in sicurezza’. Ci sono esperienze in proposito, da prendere a esempio e sviluppare”. E’ questo “l’auspicio” espresso dal presidente dell’Inail, Massimo De Felice, in occasione della relazione annuale 2017. Oggi, ha poi aggiunto De Felice, “la prevenzione contro i rischi, già impegnativi nei processi di lavoro tradizionali, diventa problema più arduo nel controllo delle nuove ‘forme di lavoro’ (il ‘crowd working, il ‘lavoro su piattaforma’, lo ‘smart working’)”. E’ quindi “viva l’esigenza di regolamenti per ben definire la tutela assicurativa: dovendo individuare, in particolare, il confine tra lavoro subordinato, collaborazione continuata e continuativa etero-organizzata, lavoro autonomo”. Il presidente dell’Inail ha poi constatato come comunque continui “l’impegno delle imprese nell’attività di mitigazione dei rischi negli ambienti di lavoro”, tanto che nel 2017 “si sono avute circa 27 mila istanze di riduzione del tasso di tariffa per meriti di prevenzione (documentate con interventi effettuati nel 2016), con una riduzione di premi versati di circa 198 milioni di euro”. Sempre in tema di prevenzione, oltre alla vigilanza esterna, svolta dagli ispettori, resta, ha sottolineato De Felice, “essenziale” promuovere anche quella ‘interna’, ovvero quella “svolta da lavoratori, datori di lavoro e parti sociali”.

Carlo Pareto

Tim, impennata dell’utile a +25% e dipendenti in CIG

timScatta la Cassa integrazione per i dipendenti di Telecom Italia Mobile. Gli esuberi individuati potrebbero essere circa 4.500 che l’azienda intenderebbe comunque gestire, almeno in parte, con “strumenti non traumatici” (per esempio uscite incentivate ed ex art.4 della legge Fornero), mentre il totale registrato è di circa 29mila dei dipendenti Tim coinvolti dalla cigs. Con un confronto iniziato a gennaio scorso il gruppo aveva proposto ai sindacati un piano di uscite volontarie pari 6.500 unità nel triennio 2018-2020. Di pari passo Tim aveva proposto di ricorrere a un programma di solidarietà espansiva, strumento al suo debutto e che avrebbe comportato assunzioni per circa 2.000 unità. Tim aveva accantonato in bilancio circa 700 milioni per incentivare gli esodi. Ma la trattativa non aveva avuto seguito poiché dopo oltre un mese il piano non aveva ricevuto il via libera dei sindacati per i quali il principale scoglio era quello della solidarietà espansiva con cui contribuire al finanziamento delle nuove assunzioni e, a marzo, la concomitanza con il voto alle politiche che avrebbe reso difficile un ruolo di ‘garanzia’ da parte del governo.
La Compagnia spiega in una nota: “Malgrado le numerose occasioni di approfondimento congiunto e le disponibilità manifestate dall’azienda ad un costruttivo e risolutivo confronto, non è stato possibile raggiungere una soluzione condivisa e adeguata alle sfide di trasformazione dell’azienda; sfide imprescindibili per rispondere efficacemente ai cambiamenti tecnologici e produttivi imposti dal mercato La necessità di salvaguardare gli obiettivi industriali, unitamente alle esigenze di sostenibilità economica ed organizzativa dei livelli occupazionali, rendono quindi inevitabile da parte di Tim la presentazione al Ministero del Lavoro e alle rappresentanze Sindacali di un progetto di Cassa Integrazione Straordinaria per Riorganizzazione aziendale. Tale progetto verrà analizzato e discusso con le Organizzazioni Sindacali nell’auspicabile prospettiva di pervenire ad un accordo in tempi rapidi”.
Tuttavia sotto i riflettori in queste ore la notizia dei succosi ricavi per la Compagnia di Telecomunicazioni che ha registrato una crescita il primo trimestre 2018 di 4,7 miliardi di euro, pari a una crescita del 2,7%, Ebitda a 2 miliardi in aumento dell’1,8% e utile a 250 milioni, con un’impennata del 25%. Il segmento mobile domestico ha continuato il trend positivo con una crescita del 4,7% dei ricavi totali a 1,27 miliardi di euro, oltre le attese del consenso (-0,3%/+1%) supportata in particolare dall’aumento della penetrazione BB e UBB (rispettivamente +158mila clienti e +354mila clienti), per una base clienti attiva totale di 27,4 milioni di clienti (+1,4%). In forte incremento anche i ricavi da servizi: +3,7% a 1,12 miliardi (consenso a 1,09 miliardi).

Consumatori, fiducia stabile in Europa

consumatori

L’indice di fiducia dei consumatori, rilevato da GfK nei 28 stati dell’Unione Europea, è rimasto relativamente stabile nei primi mesi del 2018. L’indice è calato leggermente a marzo, assestandosi a 20,6 punti. In Italia, invece, diminuiscono ancora le aspettative economiche, mentre migliorano quelle relative al reddito. Per il 2018, GfK prevede un aumento della spesa delle famiglie europee compreso tra 1,5 e 2 punti percentuali in termini reali. In Italia, sempre secondo Gfk, l’incertezza politica indebolisce le aspettative economiche che i risultati elettorali non hanno contribuito a migliorare. Nel frattempo, a marzo 2018 c’è stata una diminuzione della Cassa integrazione. Le ore autorizzate sono state 21,94 milioni con un calo del 5,3% rispetto a febbraio e del 40,9% su marzo 2017. Lo ha comunicato oggi l’Inps nell’Osservatorio sulla cassa integrazione spiegando che nei primi tre mesi dell’anno sono stati autorizzati nel complesso 62,39 milioni di ore con un calo del 38,68% sui primi tre mesi del 2017. Nel mese di febbraio sono arrivate all’Inps complessivamente 108.405 domande di disoccupazione, con un calo del 38,1% rispetto alle 175.210 arrivate a gennaio 2018. Però, le domande di disoccupazione sono cresciute del 2,3% rispetto a febbraio 2017.  Nei primi due mesi del 2018, sono arrivate all’Istituto 283.615 domande di sussidio con un aumento del 4,5% rispetto allo stesso periodo del 2017.

Per GfK, nel primo trimestre del 2018 i consumatori europei si sono dimostrati molto meno ottimisti, rispetto alla fine dello scorso anno. Tutti i Paesi che avevano visto un forte incremento dell’indice di fiducia nel corso del 2017, hanno registrato una flessione nei primi mesi dell’anno.

In media, le aspettative economiche dei Paesi dell’Unione Europea si sono assestate a 15 punti a marzo 2018, due punti in meno rispetto a dicembre 2017. In Francia e in Austria il clima positivo sembra essersi temporaneamente affievolito dopo le elezioni. Al contrario, i consumatori della Repubblica Ceca e del Belgio sembrano essere molto più ottimisti rispetto all’economia dei propri Paesi.

Le aspettative di reddito continuano invece a crescere in tutta Europa. Nei primi tre mesi dell’anno, questo indicatore è salito di 1,3 punti, raggiungendo quota 16,3 punti a marzo. Particolarmente ottimisti sono i consumatori di Gran Bretagna e Bulgaria, che hanno fatto registrare una crescita a due cifre dell’indicatore sulle aspettative di reddito. Trend negativo invece in Francia e Spagna.

Nel primo trimestre del 2018, l’indice che misura la propensione all’acquisto dei cittadini europei ha registrato, in media, un calo di 1,3 punti, stabilizzandosi a 19,7 punti a fine marzo. In controtendenza il dato della Repubblica Ceca, che continua a crescere e evidenzia l’umore generalmente positivo dei consumatori cechi.

Sul versante dell’Italia nel primo trimestre del 2018, i consumatori italiani hanno vissuto un periodo di incertezza e i risultati delle elezioni non sono riusciti a risollevare l’umore della popolazione.

Le aspettative economiche degli italiani continuano a scendere anche in questo trimestre, seppure in maniera meno drastica rispetto allo spesso periodo del 2017. A fine marzo, l’indicatore che misura le aspettative economiche si è assestato a -28,1 punti, 4,3 punti in meno di quelli registrati alla fine del 2017.

Per contro, le aspettative di reddito mostrano un andamento positivo e a marzo 2018 l’indicatore ha raggiunto i 4,4 punti, con una crescita di 5,5 punti. Si tratta di un valore in crescita sia rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (quando era arrivato a -8,9 punti) sia rispetto a dicembre 2017.

Peggiora invece la propensione all’acquisto dei consumatori italiani nel primo trimestre del 2018. Rispetto agli alti livelli raggiunti a dicembre 2017, l’indicatore ha registrato un calo di 5,4 punti e a marzo 2018 stabilizzandosi a 15,7 punti.

Dall’indagine di GfK è emersa un’Europa a più velocità tendenzialmente stabile nella media. L’Italia, tra luci ed ombre, a seguito dei recenti risultati elettorali, resta in un clima di incertezze con valutazioni negative fatte dai consumatori.

Salvatore Rondello

DALLA PARTE DEGLI OPERAI

Carlo-CalendaMentre la campagna elettorale infervora contro l’immigrazione, a difendere i lavoratori ci pensa l’attuale ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda. L’ex direttore degli Affari internazionali in Confindustria prende le redini in mano di situazioni finite ormai nel dimenticatoio delle agende politiche di sinistra, il rischio licenziamento degli operai e strappa una prima vittoria su questo punto. “È stato firmato l’accordo tra le società Ideal Standard e Saxa Gres per rilevare l’impianto di Roccasecca, nel Frusinate, in continuità aziendale, quindi con tutti i lavoratori e con un piano di investimenti supportato da governo e regioni per 30 milioni di euro”. Annuncia il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, al termine del tavolo sulla vertenza. Il sito, che impiega circa 300 persone, passerà a produrre Sampietrini.
Il 12 gennaio l’azienda, che produce rubinetteria, sanitari e lavabi e ha sede in Belgio, aveva ribadito che non intendeva ritirare la procedura di licenziamento, come chiedevano invece i sindacati Filctem Cgil, Fema Cisl, Uiltec Uil. Il governo si era quindi impegnato a trovare un investitore interessato al sito, che era stato individuato in Saxa Gres, che produce un sampietrino in “gres porcellanato”, impiegando un impasto ceramico contenente scarti all’insegna dell’economia circolare e della sostenibilità ambientale. Il prodotto ha le caratteristiche estetiche del sampietrino di basalto, ma con una resistenza e un vantaggio di costo diversi.
“I lavoratori non saranno neppure riassunti ma passeranno direttamente alla nuova proprietà”, ha affermato Calenda che ha evidenziato: “Tutto è stato fatto a tempo di record – ha detto ancora il ministro – onde evitare che la procedura di mobilità che stanno revocando sindacato e azienda possa avere corso. È l’inizio di una bella storia di un bell’esempio di gestione di transizione industriale. È stato un lavoro articolato e complesso e possiamo essere soddisfatti”.
Ma nello stesso tempo il numero uno del Mise non dimentica i 497 operai licenziati in tronco dalla Whirlpool, senza nemmeno la Cassa integrazione. La Embraco, con sede a Torino, ha annunciato la chiusura dello stabilimento e il licenziamento di circa cinquecento persone, a causa della delocalizzazione degli impianti di produzione in Brasile, Cina e Slovacchia dove ottiene profitti maggiori. Per quei lavoratori “c’è speranza ma non faccio mai pronostici e, soprattutto, non li porto in campagna elettorali come invece fanno Salvini e Di Battista”. Ad affermarlo il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, parlando – nel corso di un’intervista alla trasmissione «Agorà» su Rai 3 – dei possibili sviluppi della vertenza Embraco. “Ho chiarito – dice Calenda – che l’azienda deve ritirare i licenziamenti e fare la cassa integrazione. Se non li ritira – avverte – vanno incontro a dichiarazione di guerra del Governo italiano: deve finire il gigantesco dumping dei paesi dell’Europa dell’Est, non possiamo più subirlo”. Inoltre il Ministro ha chiesto all’azienda che i licenziamenti siano trasformati in cassa integrazione, inoltre ha annunciato “che se non ritirano i licenziamenti di 497 persone andrò a Bruxelles a verificare se hanno già un accordo con la Slovacchia, un accordo fiscale che configura un aiuto di Stato”. Infine Calenda ha fatto sapere che incontrerà di nuovo gli operai il 26 febbraio e di essersi accordato con la Farnesina. “Il ministro degli esteri Alfano, su mia richiesta, chiederà spiegazioni al governo slovacco, perché questo fatto che i paesi dell’Est che beneficiano peraltro di fondi europei, facciamo dumping per attirare produzioni dal resto dell’Europa è una cosa che deve finire, non è più tollerabile. Abbiamo sbagliato, con l’allargamento, ma non vuol dire che dobbiamo subire questo”.

Inps, aumento pensioni. Crollano assunzioni stabili. Novità Contributi soggiorni studio

Pensioni Inps

70 EURO IN UN ANNO

Aumentato del 6,2% il numero di pensioni liquidate nel 2017, passando dalle 486.076 del 2016 alle 516.706 dell’anno passato. Su del 7,1% anche gli importi medi erogati: gli assegni sono passati dai 970 euro del 2016 ai 1.039 del 2017. E’ quanto si legge nell’aggiornamento dell’Osservatorio sul monitoraggio dei flussi di pensionamento dell’Inps.

In aumento quelle di vecchiaia, pari a 155.592 rispetto alle 125.436 del 2016 (+24% ) mentre quelle anzianità/anticipate sono ammontate a 140.193 rispetto alle 120.371 dell’anno precedente (+16,4%).

In calo invece le pensioni di invalidità – che passano dalle 51.424 del 2016 alle 41.432 del 2017 – e quelle ai superstiti, pari a 179.489 rispetto alle 188.848 dell’anno precedente.

Pensioni d’oro – Sono poi aumentate nel 2017 le liquidazioni di pensioni sopra i 3mila euro, passate dalle 16.015 del 2016 alle 20.041 certificate al 2 gennaio 2018. Quattromila assegni d’oro in più registrati dall’Osservatorio sui flussi di pensionamento dell’Inps.

In calo invece le pensioni sotto i 500 euro, pari nel 2017 a 40.505 contro le 47.268 registrate nell’anno precedente; mentre salgono a 46.309 rispetto alle 43.701 registrate nel 2016 le pensioni tra i 1.000 e i 1.500 euro, così come aumentano a 34mila (rispetto alle 29.700 dell’anno precedente) quelle da 1.500 a 2.000 euro e le pensioni fino a 2.999 euro pari a 32.958, rispetto alle 28.910 del 2016.

Inps

MENO CIG NEL 2017

A dicembre sono state autorizzate dall’Inps 19,8 milioni di ore di cassa integrazione alle aziende con un calo del 30,1% su novembre e del 47,6% rispetto a dicembre 2016. Lo si legge sugli Osservatori statistici dell’Inps. Nell’intero 2017 le ore di cassa integrazione chieste sono state 351 milioni con un calo del 39,3% sul 2016 (le ore erano oltre 579 milioni), il dato minimo dal 2008, anno di inizio della crisi economica.

Tra gennaio e ottobre il “tiraggio”, ovvero l’utilizzo effettivo delle ore di cassa integrazione è sceso al 33,6%. Su 302,7 milioni di ore autorizzate ne sono state effettivamente usate solo 101,7 milioni.

A novembre sono arrivate all’Inps 209.325 domande di disoccupazione con un calo del 26,39% rispetto a ottobre e un aumento del 3,63% rispetto a dicembre 2016. Tra gennaio e novembre sono state presentate nel complesso 1.293.073 domande di disoccupazione (tra Naspi, Aspi, miniAspi e mobilità) con un aumento del 3,3% rispetto allo stesso periodo del 2016.

Le pensioni liquidate dall’Inps con decorrenza 2017, cioè le nuove pensioni, sono state 516.706 con un aumento del 6,3% sul 2016. Lo si legge nel Monitoraggio sui flussi di pensionamento dell’Inps nel quale si spiega che nel 2017 i requisiti per l’accesso alle pensioni sono “rimasti immutati” sul 2016, anno che invece aveva visto l’aumento di 4 mesi per l’aspettativa di vita oltre a quello per le donne. Le pensioni di vecchiaia sono state 155.592 (+24% sul 2016) mentre quelle anticipate sono state 140.193 (+16,4%). Sono diminuite le pensioni di invalidità e ai superstiti liquidate nell’anno.

Crescita sostenuta per gli assegni sociali, la prestazione erogata dall’Inps alle persone con più di 65 anni e sette mesi in stato di bisogno economico. Nel 2017 – rileva l’Inps nel Monitoraggio sui flussi di pensionamento – i nuovi assegni liquidati sono stati 43.249 con una crescita del 17,7% rispetti ai 36.740 erogati nel 2016. L’assegno può essere richiesto da cittadini italiani o stranieri con permesso di lungo soggiorno residenti del nostro Paese senza reddito o con un reddito annuale inferiore a 5.824,91 euro.

Nei primi undici mesi del 2017 sono stati attivati, comprese le trasformazioni, 1,43 milioni di contratti a tempo indeterminato con un calo del 4,48% sullo stesso periodo del 2016. Lo rileva l’Inps nell’Osservatorio sul precariato: le cessazioni di contratti stabili nello stesso periodo (1.456.843) sono state superiori alle assunzioni. Grazie al boom dei contratti a termine nel complesso i nuovi rapporti di lavoro (fissi e a termine) nel periodo sono stati 6.403.694 con un saldo tra assunzioni e cessazioni (5.602.914) pari a +800.780 contratti.

Crollano le assunzioni stabili a novembre: i nuovi contratti a tempo indeterminato (comprese le trasformazioni) stipulati nel mese – si legge nelle tabelle dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps – sono stati 88.815 con un calo del 30,3% rispetto allo stesso mese del 2016 (127.565). Nel 2016 erano in vigore incentivi contributivi alle assunzioni stabili ma ridotti rispetto al 2015 quando, anche grazie allo sgravio contributivo triennale totale per i contributi previdenziali, furono stipulati 200.536 contratti a tempo indeterminato.

I contratti di lavoro a chiamata nei primi 11 mesi del 2017 hanno registrato, grazie soprattutto all’addio ai voucher, un vero e proprio boom: tra gennaio e novembre – si legge sull’Osservatorio sul precariato dell’Inps – i contratti a chiamata sono passati dai 179.000 del 2016 a 392.000 nel 2017 con un aumento del 119,2%). L’Inps segnala con l’aumento dei contratti a termine (+26%) e dell’apprendistato (+13,9%) anche l’incremento dei contratti di somministrazione (+20,3%). Questi aumenti possono essere posti in relazione alla necessità per le imprese di ricorrere a strumenti contrattuali sostitutivi dei voucher, cancellati dal legislatore a partire dalla metà dello scorso mese di marzo e sostituiti, da luglio e solo per le imprese con meno di 6 dipendenti, dai nuovi contratti di prestazione occasionale.

Inps

ESTATE INPSINSIEME 2018

Pubblicati sul portale istituzionale il bando di concorso “Estate INPSieme 2018” e il bando Contributo per la frequenza di corsi di lingua all’estero. La prestazione è destinata ai figli o orfani ed equiparati: dipendenti e pensionati della pubblica amministrazione iscritti alla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie e sociali; pensionati utenti della Gestione Dipendenti Pubblici iscritti alla Gestione Fondo Ipost.

Le domande devono  essere trasmesse online, attraverso il relativo servizio, dalle ore 12 del 1° febbraio alle ore 12 del prossimo 2 marzo.

Contributi soggiorni studio in Italia

Il bando di concorso è finalizzato ad offrire a studenti della scuola primaria e secondaria di primo grado, nonché secondaria di secondo grado se studenti disabili, la possibilità di fruire di soggiorni in Italia, durante la stagione estiva 2018 nei mesi di giugno, luglio ed agosto. In particolare l’Inps, riconosce un contributo a totale o parziale copertura del costo di un soggiorno estivo in Italia, finalizzato all’acquisizione di abilità sportive, artistiche, linguistiche, scientifico-tecnologiche e ambientaliste mediante la partecipazione a percorsi formativi adatti all’età degli studenti.

Il bando prevede, complessivamente, 12.820 contributi economici per altrettanti soggiorni riservati agli studenti che siano figli o orfani ed equiparati di: dipendenti e pensionati della pubblica amministrazione iscritti alla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie e sociali; pensionati utenti della Gestione Dipendenti Pubblici iscritti alla Gestione Fondo Ipost.

Novità: quest’anno l’Isee fa punteggio e per il bando Estero sono previste solo due settimane e non più quattro.

Contributi corsi di lingua all’estero

L’Inps offre un contributo a parziale copertura delle spese, per fruire all’estero di un corso della lingua ufficiale del Paese ospitante, finalizzato a ottenere la certificazione del livello di conoscenza della lingua B2, C1, C2 secondo il Quadro Comune Europeo di riferimento – QCER (Common European Framework of Reference for languages – CEFR), rilasciato dai competenti Enti certificatori.

Il corso deve avere durata minima di 3 settimane e massima di 5.

L’accesso al bando è riservato a studenti che hanno almeno 16 anni e frequentano nell’anno scolastico 2017/2018 la classe seconda, terza, quarta o quinta di una scuola secondaria di secondo grado.

Novità: il soggiorno è previsto in Paesi europei ed extra europei, presso college e campus stranieri o presso famiglie ospitanti, ed è finalizzato allo studio della lingua ufficiale del paese di destinazione del viaggio).

Iva, 730 e certificazione unica

TUTTE NOVITA’ 2018

I modelli 2018 delle dichiarazioni 730, certificazione unica, Iva, 770, Iva 74-bis e CUPE, con le relative istruzioni sono disponibili sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Tra le principali modifiche, l’ingresso nei modelli 730 e CU di cedolare secca per le locazioni brevi e dei premi di risultato e del welfare aziendale. E’ quanto comunica l’Agenzia delle Entrate.

Nel modello Iva, invece, trovano spazio le ultime novità in materia di Iva di gruppo e split payment. Le versioni definitive dei modelli 2018 tengono conto delle osservazioni e dei suggerimenti forniti degli operatori del settore che il direttore dell’Agenzia Ernesto Maria Ruffini ha voluto ringraziare per la disponibilità e il contributo di professionalità, nel percorso di condivisione e collaborazione costruttiva che ha tra i principali obiettivi migliorare gli strumenti del fisco.

Modello 730/2018: Aggiornate le istruzioni del modello 730/2018 con il nuovo termine del 23 luglio per l’invio della dichiarazione. La nuova scadenza è valida sia per chi invia la precompilata in autonomia che per chi si avvale dell’assistenza fiscale tramite Caf o professionisti. Tra i vari aggiornamenti del nuovo modello rientrano anche le percentuali di detrazione più ampie per le spese sostenute per gli interventi antisismici effettuati su parti comuni di edifici condominiali e per gli interventi che comportano una riduzione della classe di rischio sismico e per alcune spese per interventi di riqualificazione energetica di parti comuni degli edifici condominiali. Aumentato il limite per le spese d’istruzione per la frequenza di scuole dell’infanzia, del primo ciclo di istruzione e della scuola secondaria di secondo grado del sistema nazionale d’istruzione (passato da 564 a 717 euro).

Entra nel 730/2018 anche la nuova disciplina fiscale per i contratti di locazione di immobili ad uso abitativo, situati in Italia, la cui durata non supera i 30 giorni e stipulati da persone fisiche al di fuori dell’esercizio di attività d’impresa. In questo caso, il reddito derivante da queste locazioni costituisce reddito fondiario per il proprietario dell’immobile (o per il titolare di altro diritto reale) e va indicato nel quadro B.

Modello Iva/2018: Novità in arrivo inoltre per i premi di risultato e welfare aziendale: è aumentato l’importo delle somme per premi di risultato erogate nel settore privato ai lavoratori dipendenti (passato da 2.000 a 3.000 euro). Nuova veste per il quadro VH che da quest’anno dovrà essere compilato esclusivamente qualora si intenda inviare, integrare o correggere i dati omessi, incompleti o errati nelle comunicazioni delle liquidazioni periodiche Iva.

Certificazione Unica 2018: spazio a locazioni brevi e premi di risultato – Per gestire il nuovo regime fiscale delle locazioni brevi è stata prevista una nuova certificazione. La recente normativa ha, infatti, stabilito che i soggetti residenti in Italia che esercitano attività di intermediazione immobiliare, nonché quelli che gestiscono portali telematici, qualora incassino i canoni o i corrispettivi relativi a questi contratti o qualora intervengano nel pagamento dei canoni o corrispettivi, operano, in qualità di sostituti d’imposta, una ritenuta del 21% sull’ammontare dei canoni e corrispettivi all’atto del pagamento al beneficiario e provvedono al relativo versamento e al rilascio della relativa certificazione.

Carlo Pareto

Istat. Diminuiscono i pensionati ma aumenta il reddito

Addio all’Asdi

AMMORTIZZATORI SOCIALI INPS 2018: COSA CAMBIA

Dall’addio definitivo all’Asdi alle nuove regole della cassa integrazione. Dall’1 gennaio 2018 sono scattate diverse novità sul fronte degli ammortizzatori sociali, alcune delle quali introdotte con la legge di Bilancio. Altre erano già in programma, dato che il sistema è ancora oggetto di una significativa trasformazione per effetto di norme approvate negli ultimi anni. Le principali novità riguardano soprattutto la cassa integrazione guadagni straordinaria per le imprese di rilevanza economica e strategica con più di 100 dipendenti e per quelle delle 12 aree di crisi complessa. Significativo, al riguardo, il dato contenuto nel recente rapporto della Uil: da gennaio a ottobre 2017 sono state autorizzate oltre 302 milioni di ore di cassa integrazione (in flessione del 39,9% rispetto allo stesso periodo del 2016), di cui la gestione straordinaria ha assorbito il 62,4% del montante complessivo (189 milioni di ore). Ma se nei primi 10 mesi di quest’anno sono diminuite le ore di cassa integrazione straordinaria, rispetto al 2007 – l’inizio della crisi – sono quasi triplicate. Erano 71 milioni dieci anni fa a fronte delle 189 milioni del 2017. Più lieve l’aumento dell’ordinaria (da 59 milioni di ore del 2007 rispetto agli 87 milioni di ore del 2017).

L’assegno di ricollocazione – Un prolungamento di 12 mesi per Cassa integrazione straordinaria e mobilità è prospettato per le imprese delle 12 aree di crisi complessa, per le quali si utilizzeranno le risorse non spese. Nel 2016 sono stati stanziati 216 milioni di euro per l’anno di riferimento (con richieste per 167 milioni) e 117 milioni di euro per il 2017. Un’altra novità, introdotta con l’obiettivo di evitare i licenziamenti collettivi, riguarda sia le aziende strategiche sia quelle nelle aree di crisi complessa. Sarà possibile per il personale in Cigs accedere all’assegno di ricollocazione prima del licenziamento (prima bisognava essere disoccupati da almeno 4 mesi) per poi iniziare un percorso che porti a un nuovo lavoro entro 12 mesi. L’assegno va dai 250 euro (al Sud, sotto i tre mesi di assunzione) ai 5mila euro (per un contratto di almeno un anno) e viene pagato al centro per l’impiego o all’agenzia privata accreditata a ricollocazione effettuata. Lo strumento della conciliazione protegge l’impresa da possibili contenzioni, mentre l’indennità è defiscalizzata per i primi nove mesi. Il lavoratore, invece, intasca la Cigs e partecipa attivamente alla ricerca del nuovo posto di lavoro. Una volta trovato, oltre al nuovo stipendio, potrà intascare il 50% della Cigs residua. Per questa operazione sono disponibili 200 milioni per il 2018.

Naspi anche a chi lascia l’Italia – Una recente novità riguarda la nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego (Naspi) che ha preso il posto di Aspi e mini-Aspi dal 1° maggio 2015. L’indennità  di disoccupazione è rivolta a tutti i lavoratori dipendenti che hanno perso involontariamente il lavoro, a cui vanno aggiunti gli apprendisti, i soci di cooperative che hanno stipulato un rapporto di lavoro in forma subordinata e il personale artistico inquadrato con rapporto di lavoro subordinato. Sono escluse dalla tutela le risoluzioni consensuali e le dimissioni, fatta eccezione per quelle per giusta causa e quelle rassegnate durante il periodo di tutela della maternità. Il lavoratore disoccupato viene convocato dal centro per l’impiego, entro 2 mesi dalla data di licenziamento, per effettuare il primo colloquio conoscitivo e viene iscritto all’Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro). Il lavoratore stipula un patto di servizio che prevede la disponibilità a incontri di orientamento e formazione e l’accettazione di congrue proposte di lavoro. In seguito al parere fornito dal Ministero del lavoro, l’Inps ha modificato parzialmente il suo orientamento in caso di espatrio del lavoratore: la Naspi potrà essere percepita per tre mesi anche dai disoccupati che escono dall’Italia per soggiornare all’estero con momentanea sospensione degli obblighi previsti dalla legge. Invariati i requisiti: nei 4 anni precedenti alla disoccupazione involontaria bisogna aver maturato almeno 13 settimane di contribuzione e negli ultimi 12 mesi almeno 30 giornate di lavoro effettivo, con alcune eccezioni. La durata della Naspi 2018, varia a seconda di quanti contributi si sono stati versati negli ultimi 4 anni prima del licenziamento involontario, ma la durata massima è di 24 mesi. Diverse le polemiche su quest’indennità, soprattutto su durata e modalità di calcolo che, secondo i sindacati, penalizzano alcune categorie di lavoratori, tra cui gli stagionali.

Fine dell’Asdi – Tra le altre novità che attendono i lavoratori nel 2018 c’è l’addio all’Asdi, l’assegno sociale di disoccupazione che aveva preso il via a gennaio 2016 ed era destinato ai soggetti che avevano fruito già della Naspi per la durata massima. Prorogata per tutto il 2017, dal 1° gennaio 2018 non è più in vigore e le risorse che prima erano destinate a questo assegno ora andranno a finanziare il Reddito di inclusione (Rei). Resta invariata anche l’indennità di disoccupazione agricola, che spetta ai lavoratori agricoli, con almeno due anni almeno 2 anni di contributo Naspi versato e che abbiano almeno 102 contributi giornalieri versati nei 24 mesi precedenti la domanda. Nessuna novità anche per la Dis-coll, la disoccupazione per i collaboratori coordinati e continuativi (con o senza progetto) rimasti senza lavoro. Per ottenerla bisogna essere disoccupati, iscritti in via esclusiva alla Gestione separata Inps, non avere partita Iva e avere versato almeno tre mensilità di contribuzione dal 1 gennaio dell’anno precedente.

Istat

MENO PENSIONATI MA AUMENTA REDDITO

Nel 2016 i pensionati sono circa 16,1 milioni e percepiscono in media 17.580 euro lordi, 257 euro in più rispetto all’anno precedente. Lo rileva l’Istat specificando che tra il 2015 e il 2016 il numero di pensionati scende di 115mila unità e che per 3,2 milioni di famiglie la pensione é l’unica fonte monetaria di reddito. Le donne sono il 52,7% dei pensionati e ricevono in media importi annuali di circa 6mila euro inferiori a quelli degli uomini.

Le diminuzioni più rilevanti si riscontrano tra i pensionati di vecchiaia (quasi 94mila in meno), tra quelli di invalidità previdenziale (circa 57mila in meno) e tra i superstiti (quasi 29mila in meno). Sono invece in aumento i pensionati sociali (+5mila circa) e quelli d’invalidità civile (+52mila). Il reddito pensionistico sembra proteggere da situazioni di forte disagio economico. Nel 2015 l’incidenza delle famiglie a rischio di povertà tra quelle con pensionati (16,5%) è sensibilmente inferiore a quello delle altre famiglie (24,2%).

Professionisti

CONSULENTI DEL LAVORO ATTESTANO STATO DI DISOCCUPAZIONE

Stop alle incertezze sullo stato di disoccupazione dei lavoratori assunti tramite i Consulenti del lavoro. Lo prevede la Legge Finanziaria 2018 che assegna alla Fondazione Consulenti per il Lavoro la possibilità di ricevere dall’Anpal i dati relativi ai soggetti in stato di disoccupazione o a rischio di disoccupazione. Ciò permetterà alle agenzie per il lavoro, nonché agli iscritti all’albo nazionale dei soggetti accreditati ai servizi per il lavoro (ex art. 12 Dlgs. 150/2015, fra cui la Fondazione Consulenti per il Lavoro) di avere precisa contezza sullo stato dei lavoratori e sui loro precedenti occupazionali. I consulenti del lavoro, tramite della Fondazione Consulenti per il Lavoro, potranno dunque accedere legittimamente alla banca dati informativa dell’Anpal per confermare lo status occupazionale dei lavoratori in via di assunzione e la presenza di eventuali precedenti contratti a tempo indeterminato nella pregressa carriera degli stessi.

Tale informazione si rivelerà fondamentale per confermare definitivamente la legittimità della fruizione del nuovo incentivo occupazionale triennale per i giovani, varato nella stessa legge di stabilità 2018. “Scelta del legislatore assolutamente coerente e in linea con quanto deciso negli anni scorsi in materia di mercato del lavoro – ha commentato Marina Calderone, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro – scelte che confermano la centralità dei consulenti del lavoro rispetto alla gestione del rapporto di lavoro, anche per il ruolo di grande impulso dato alle politiche attive con la gestione di 8milioni di lavoratori”.

“Così – ha sottolineato – i datori di lavoro avranno la possibilità di avere la certezza dei presupposti dei rapporti di lavoro da instaurare e quindi la garanzia della legittimità della decontribuzione applicata in base alle nuove assunzioni agevolate, previste dalla Finanziaria 2018”.

Lavoro

GLI AUMENTI DEGLI STATALI

Un aumento lineare, che fa crescere di circa il 4,5% lo stipendio fisso (il «tabellare») e offre aumenti effettivi fra i 45 e i 60 euro netti al mese, a seconda della posizione economica di ogni dipendente, attestandosi intorno ai 50 euro per i livelli di inquadramento dove si concentra la maggioranza del personale; un bonus temporaneo da 21-25 euro per dieci mesi, pensato con l’obiettivo di sterilizzare l’effetto degli aumenti sul bonus da 80 euro (che da 26.600 euro lordi in su scende al crescere del reddito); e un ricco elenco di materie lasciate alla contrattazione integrativa, a cui dovrebbe toccare il solito compito di differenziare gli stipendi singoli in base alla “produttività” dopo che dal testo dell’intesa nazionale sono usciti anche i meccanismi che avrebbero dovuto azzerare i premi individuali negli uffici in cui le valutazioni sono prodighe con tutti.

Aumenti lineari

Sono questi i tre risultati pratici dell’accordo sul contratto nazionale per le oltre 240mila persone che lavorano in ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici «non economici» come l’Enac, l’Inps o il Cnel. L’intesa, siglata nella notte dell’antivigilia di Natale, fissa la linea che sarà seguita anche per gli altri comparti, dalla sanità alla scuola passando per gli enti territoriali. E mostra il compito principale dei nuovi contratti: recuperare almeno in parte il tempo perduto negli otto anni di blocco, rimandando al futuro le sfide più complicate come l’allineamento degli stipendi fra i vecchi comparti ora confluiti sotto un’unica etichetta. O, appunto, la questione eterna delle buste paga differenziate in base alle solite parole d’ordine del «merito» e della «produttività».

L’effetto netto

Meglio, allora, partire dal pratico. L’aumento del 4,5%, con qualche piccolo aggiustamento fra categoria e categoria, non si spiega con l’inflazione del periodo contrattuale. Nel 2016-2018, infatti, l’indice cumulato dei prezzi al consumo (Ipca, al netto dei beni energetici importati) che dovrebbe guidare i ritocchi degli stipendi pubblici si ferma al 2,5%. Il rinnovo, allora, guarda più indietro, e punta nei fatti a sanare almeno un pezzo del passato, anche prima che dal 30 luglio 2015 la sentenza 178 della Consulta imponesse di scongelare la macchina dei contratti. Calcolatrice alla mano, con i soldi messi a disposizione dalla manovra, e necessari a tradurre in pratica gli 85 euro medi di aumento previsti come «prezzo politico» dall’intesa del 30 novembre 2016, il recupero si spinge indietro fino al 2013.

Gli arretrati

Questo slancio determina anche la misura degli arretrati, l’una tantum che arriverà nella prima busta paga utile dopo che il pre-accordo appena raggiunto avrà passato l’esame del ministero dell’Economia e della Corte dei conti e otterrà quindi la firma definitiva. L’una tantum recupera gli effetti del rinnovo solo sul 2016 e 2017, ma le cifre dipendono dallo stanziamento complessivo. Se lo stipendio interessato, come probabile, sarà quello di marzo 2018, per un ministeriale medio (area seconda, posizione economica F4) l’una tantum sarà di 570 euro lordi. Per calcolarla, bisogna considerare l’andamento progressivo degli aumenti, che nel caso degli statali valgono 300 milioni per il 2016, 900 milioni per il 2017 prima di raggiungere il livello a regime da 2,85 miliardi dal 2018. La stessa dinamica si incontra nei tabellari di ogni categoria, che rispetto ai livelli di partenza crescono dello 0,46% nel 2016 e dell’1,4% nel 2017 prima di arrivare al +4,5% del prossimo anno. L’una tantum di ognuno, quindi, sarà la somma degli aumenti relativi alle 13 mensilità del 2016, alle altrettante di quest’anno e ai primi due mesi del prossimo, nel caso di avvio effettivo dei nuovi contratti a marzo. Da aprile, poi, sarà incorporata nel tabellare anche l’indennità di vacanza contrattuale (154 euro lordi per il ministeriale citato poche righe sopra).

La questione 80 euro

A completare i calcoli c’è infine il “bonus” per le fasce più basse, che oscilla dai 21,10 ai 25,80 euro lordi al mese a seconda della posizione economica ed è previsto solo per dieci mesi: da marzo, quando gli aumenti contrattuali dovrebbero appunto arrivare nei cedolini, a dicembre, quando scadrà il triennio. La sua funzione è quella di evitare che gli aumenti contrattuali facciano perdere ai diretti interessati una parte del bonus Renzi, completando il lavoro della manovra che ha modificato le soglie di reddito di riferimento del bonus: dal 2018 gli 80 euro cominceranno ad alleggerirsi dai 24.600 euro di reddito lordo in su (e non più da 24mila), e spariranno a partire da 26.600 euro lordi (e non più da 26mila). L’effetto reale sulle singole buste paga, però, dipende da un incrocio di variabili, perché il bonus Renzi si calcola sul reddito complessivo (non solo quello da lavoro). E soprattutto il puntello è temporaneo: e la prossima manovra dovrà riaffrontare il problema.

Carlo Pareto

In calo Cassa integrazione, ma anche i contratti stabili

cassa-integrazioneL’Inps ha presentato oggi i rapporti elaborati dall’Osservatorio Cassa Integrazione Guadagni e dall’Osservatorio sul precariato.
L’Osservatorio Cassa Integrazione Guadagni ha elaborato i dati fino a settembre 2017. Dal rapporto risulta che il  numero di ore di cassa integrazione ha registrato una diminuzione del 49,8% rispetto alle ore autorizzare a settembre 2016 (40,6 milioni).
Dettagliatamente, le ore autorizzate per gli interventi di Cassa Integrazione Guadagni  Ordinaria (CIGO) sono stati pari a 7,4 milioni, con una diminuzione del 20,8% rispetto a settembre 2016 (9,4 milioni); mentre, per la Cassa Integrazione Guadagni  Straordinaria (CIGS) sono stati pari a 11,9 milioni, in diminuzione del 53,7% rispetto a settembre 2016 (25,8 milioni); e, per la Cassa Integrazione Guadagni in Deroga  (CIGD) sono stati pari soltanto ad un milione, in diminuzione dell’ 81,0% rispetto a settembre 2016 (5,5 milioni).
Le domande per eventi di disoccupazione e mobilità presentate  ad agosto 2017  sono state pari a 103.798, registrando un aumento del 2,1% rispetto ad agosto 2016 (101.674 domande).
Entrando nel dettaglio, sono risultate 103.504 domande di  NASpI; 29 domande di mobilità; 255 domande di disoccupazione; 8 domande di ASpl; 2 domande di mini ASpl.
I dati dell’Osservatorio sul precariato  esaminati fino ad agosto 2017 registrano, nel settore privato, nei primi otto mesi del 2017, un saldo tra assunzioni e cessazioni pari a +944mila, superiore a quello dei corrispondenti periodi del 2016 (+704mila) e del 2015 (+805mila).
Su base annua, il saldo consente di misurare la variazione tendenziale delle posizioni di lavoro. Il saldo annualizzato (vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi 12 mesi) ad agosto 2017, risulta positivo e pari a +565mila, in leggera contrazione rispetto a quello rilevato a luglio (+586.000).
Tale risultato cumula la crescita tendenziale dei  contratti a tempo indeterminato (+17mila), dei contratti di apprendistato (+53mila) e, soprattutto, dei contratti a tempo determinato  (+539mila, inclusi i contratti stagionali). Queste tendenze, in linea con le dinamiche osservate nei mesi precedenti, attestano il proseguimento della fase di ripresa occupazionale.
Complessivamente le assunzioni, riferite ai soli datori di lavoro privati, nei mesi gennaio-agosto 2017 sono risultate 4.598.000, in aumento del 19,2% rispetto a gennaio-agosto 2016. Il maggior contributo è dato dalle assunzioni a tempo determinato (+26,3%) e dall’apprendistato (+25,9%) mentre sono diminuite quelle a tempo indeterminato (-3,5%, calo rispetto al 2016 interamente imputabile alle assunzioni a part time). Crescono anche le cessazioni (+15,9% rispetto all’anno precedente) ma meno delle assunzioni.
In base alla retribuzione mensile, si registra, per le assunzioni a tempo indeterminato intervenute a gennaio-agosto 2017, una  riduzione della quota di retribuzioni inferiori a 1.750 euro (55,1% contro 58% di gennaio-agosto 2016).
Nel periodo gennaio-agosto 2017 sono stati incentivati 36.236 rapporti di lavoro nell’ambito del programma “Garanzia Giovani” e 75.957 rapporti di lavoro (60.129 assunzioni e 15.828 trasformazioni) nell’ambito della misura “Occupazione Sud”.
Dunque, l’occupazione cresce in funzione della precarietà dominante.

Novità per il congedo papà. Meno Cig e sempre più italiani a lavoro di domenica

Congedo papà
STOP AI DUE GIORNI FACOLTATIVI NEL 2017

Stop almeno per quest’anno al congedo facoltativo per i padri. La misura, che prevedeva la possibilità per i papà di usufruire di ulteriori due giorni in aggiunta ai due obbligatori, non è stata prorogata per il 2017. Il congedo facoltativo potrà dunque essere fruito, come si legge sul sito dell’Inps, esclusivamente per nascite, adozioni o affidamenti avvenuti fino al 31 dicembre 2016.
I due giorni di congedo facoltativo, da prendere entro i cinque mesi dalla nascita del figlio, erano subordinati alla scelta della madre lavoratrice di rinunciare ad altrettanti giorni determinando così l’anticipo del termine del congedo di maternità. Una possibilità tramontata per l’anno in corso, ma nel 2018 il numero dei giorni a disposizione dei padri potrebbe cambiare di nuovo.

Inps
A MARZO 39,1 MLN ORE DI CIG (-25,6%)

A marzo 2017 il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 39,1 milioni, in diminuzione del 25,6% rispetto allo stesso mese del 2016 (52,6 milioni). Lo comunica l’Inps. In dettaglio le ore di cig ordinaria autorizzate sono state 10,6 milioni contro i 17,4 milioni del 2016, con un calo quindi del 39,2%. In particolare, segnala l’Inps, la variazione tendenziale è stata pari a -46,5% nel settore Industria e -4,2% nel settore Edilizia. Quanto alla cassa straordinaria (cigs) le ore autorizzate a marzo 2017 sono state pari a 22,1 milioni, registrando una diminuzione pari al 28,0% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 30,8 milioni di ore autorizzate. Rispetto a febbraio invece si registra una variazione congiunturale pari al +2,7%. Infine per gli interventi in deroga sono stati pari a 6,3 milioni di ore autorizzate con un incremento del 44,8% se raffrontati con marzo 2016, mese nel quale erano state autorizzate 4,4 milioni di ore. Si tratta quindi di un incremento del 72,7%.

Consulenti del lavoro
SOMMINISTRAZIONE ILLECITA E CAPORALATO DA CONDANNARE

Necessario ricondurre la somministrazione illecita nell’alveo del diritto penale, coinvolgendo nell’illecito anche le aziende che ricevono i lavoratori in somministrazione, e includere l’ipotesi del reato di caporalato nelle situazioni più gravi. È questo il monito lanciato dal Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, che su questo tema organizza, in collaborazione con la Fondazione studi consulenti del lavoro, ha recentemente organizzato, presso la sala dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati, un convegno intitolato: ‘Caporalato, appalti e somministrazione’. Per i consulenti del lavoro, questi interventi normativi sono indispensabili per contrastare i fenomeni illeciti e per restituire alla gestione dei rapporti di lavoro quella dignità fin troppo palesemente violata. “Gli appalti illeciti, gestiti da realtà – hanno spiegato i professionisti – che propongono forti sconti sul costo del lavoro, sono diventati un fenomeno dilagante secondo la categoria, che sempre più spesso si ritrova a dover mettere in guardia i datori di lavoro dal cadere nella trappola della responsabilità solidale assieme a chi viola la normativa vigente in materia retributiva e contributiva, oltre al rischio di dover pagare pesanti sanzioni”. “Sottrarre i fenomeni di illecita somministrazione alla disciplina penale – ha dichiarato la presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine, Marina Calderone – ha determinato la nascita di spregiudicate strutture, appositamente strutturate per somministrare lavoratori pagati con retribuzioni bassissime. Un vero e proprio sfruttamento di manodopera che è necessario condannare”. Il Consiglio nazionale ha, infatti, già segnalato al ministero del Lavoro tutte quelle realtà che propongono agli imprenditori di risparmiare sul costo del lavoro attraverso il ricorso alla fornitura di manodopera mediante appalto. In diversi casi, infatti, viene suggerito alle imprese di procedere alla risoluzione dei rapporti di lavoro con i dipendenti in forza, che sono assunti dalla cooperativa per poi essere utilizzati dal medesimo ex datore di lavoro. “Situazioni come queste si configurano come reati sociali – ha commentato il presidente di Fondazione Studi, Rosario De Luca – perché coinvolgono i lavoratori, che non ricevono una retribuzione adeguata alla prestazione svolta, gli imprenditori, che possono essere coinvolti negli illeciti in virtù del principio della responsabilità solidale, e lo stesso Stato tramite il mancato pagamento dei contributi dei lavoratori”. I consulenti del lavoro hanno affrontato la questione con il direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, Paolo Pennesi, il direttore generale delle attività ispettive del ministero del Lavoro, Danilo Papa; il direttore generale dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, Salvatore Pirrone, e con il segretario nazionale Uila-Uil, Giorgio Carra. Sono pervenuti anche gli interventi dei presidenti delle commissioni Lavoro di Camera e Senato, Cesare Damiano e Maurizio Sacconi e del presidente della cooperativa M&G Holding Srl, Luca Gallo.

Lavoro
WELFARE AZIENDALE IN CRESCITA

Politiche di welfare aziendale in lieve salita, ma ancora limitate al 3,5% delle imprese: solo l’1,7% delle aziende al Sud adotta schemi di welfare e, sul territorio nazionale, solo lo 0,7% prevede misure destinate ad asili nido all’interno delle strutture. A evidenziarlo è l’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, in occasione del primo appuntamento di InAgenda, ciclo di incontri che ha aperto con l’imprenditore Brunello Cucinelli, in dialogo con il presidente Inapp, Stefano Sacchi, sui temi legati al mondo dell’impresa. Analizzando la propensione delle imprese a erogare o finanziare servizi di welfare (formazione, spese sanitarie, sostegno alle famiglie, piani pensionistici, asili nido e maternità) ai propri dipendenti nel contesto del sistema produttivo italiano, su un campione di 30mila aziende (l’89% delle quali a conduzione familiare), la rilevazione evidenzia che l’adozione di schemi di welfare sale al 24% quando si parla delle realtà produttive di grandi dimensioni, con più di 250 dipendenti. Nel dettaglio, le linee del welfare aziendale si concentrano per il 26,5% su misure a sostegno delle famiglie, per il 19% su asili nido, per il 10,4% riguardano piani pensionistici, per il 7,5% spese sanitarie e il 36,7% altri servizi. Dallo studio, inoltre, emerge che nelle imprese più attente ad interventi di welfare aziendale i lavoratori sono più istruiti, ricevono più formazione e l’occupazione è più stabile; investendo di più nei propri dipendenti aumenta la competitività e il fatturato sui mercati esteri. Anche sul fronte della contrattazione integrativa, gli interventi di welfare sono relativamente marginali e riguardano circa il 6% delle imprese, soprattutto di grandi dimensioni (il 58,4% si riferisce a imprese con più di 250 dipendenti). Per quanto riguarda le aziende che fanno contrattazione di secondo livello, il salario accessorio fa la parte del leone per il 75%; il 5,8% va ad interventi per gli asili nido e altri interventi di welfare. Anche in questo tipo di contrattazione il Nord è avanti rispetto al Sud. “Questi dati dimostrano – ha affermato Stefano Sacchi, presidente dell’Inapp – che in Italia si investe ancora troppo poco in quelle politiche per il welfare che generano crescita, sostenendo le famiglie e in particolare le donne, favorendone l’occupazione. Sebbene ci siano elementi di innovazione, sia dal punto di vista della contrattazione integrativa che nel welfare aziendale, l’Italia si mostra in ritardo sul fronte degli investimenti sociali, indispensabili per un futuro in cui sia possibile conciliare le esigenze familiari con quelle del lavoro”.

Lavoro
SONO 5 MILIONI GLI ITALIANI CHE LAVORANO LA DOMENICA

Sono 4,7 milioni gli italiani che lavorano la domenica. Una buona parte di questi è stata in negozio, in fabbrica o in ufficio anche il giorno di Pasqua. Tra questi quasi 5 milioni, 3,4 sono lavoratori dipendenti e gli altri 1,3 sono autonomi (artigiani, commercianti, esercenti, ambulanti, agricoltori, etc.). Se un lavoratore dipendente su cinque è impiegato la domenica, i lavoratori autonomi, invece, registrano una frequenza maggiore: quasi 1 su 4. È quanto emerge da una recente analisi realizzata dall’Ufficio studi della Cgia, che si basa sull’andamento dello scorso anno. Il settore dove la presenza al lavoro di domenica è più elevata è quello degli alberghi e dei ristoranti: i 688.300 lavoratori dipendenti coinvolti incidono sul totale degli occupati dipendenti del settore per il 68,3%. Seguono il commercio (579.000 occupati pari al 29,6%), la Pubblica amministrazione (329.100 dipendenti pari al 25,9%), la sanità (686.300 pari al 23%) e i trasporti (215.600 pari al 22,7%). Le realtà territoriali dove il lavoro domenicale è più diffuso sono quelle dove la vocazione turistica/commerciale è prevalente: Valle d’Aosta (29,5% di occupati alla domenica sul totale dipendenti presenti in regione), Sardegna (24,5%), Puglia (24%), Sicilia (23,7%) e Molise (23,6%) guidano questa particolare graduatoria. In coda alla classifica, invece, si posizionano l’Emilia Romagna (17,9%), le Marche (17,4%) e la Lombardia (16,9%). La media nazionale si attesta al 19,8%. Rispetto agli altri Paesi europei, comunque, l’Italia si posiziona negli ultimi posti della classifica tra chi lavora di domenica. Se nel 2015, in riferimento ai lavoratori dipendenti, la media dei 28 Paesi Ue era del 23,2%, con punte del 33,9% in Danimarca, del 33,4% in Slovacchia e del 33,2% nei Paesi Bassi, da noi la percentuale era del 19,5%. Solo Austria (19,4%), Francia (19,3%), Belgio (19,2%) e Lituania (18%) presentavano una quota inferiore alla nostra. “Negli ultimi anni il trend degli occupati di domenica è aumentato costantemente sia tra i dipendenti che tra gli autonomi. Nel settore commerciale, grazie alla liberalizzazione degli orari introdotta dal governo Monti, una risposta alla crisi è stata quella di aumentare i giorni di apertura dei negozi”, ha commentato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo. “Con la grande distribuzione e gli outlet che durante tutto l’anno faticano a chiudere solo il giorno di Natale e quello di Pasqua, anche le piccolissime attività, nella stragrande maggioranza dei casi a conduzione familiare, sono state costrette a tenere aperto anche nei giorni festivi per non perdere una parte di clientela”, ha continuato Zabeo. Secondo il segretario dell’associazione Renato Mason, “la maggiore disponibilità di alcuni territori a lavorare nei weekend va in gran parte ricondotta al fatto che buona parte del Paese ha un’elevata vocazione turistica che coinvolge le località montane e quelle balneari, le grandi città, ma anche i piccoli borghi. E quando le attività turistico-ricettive sono aperte anche la domenica, i settori economici collegati, come l’agroalimentare, la ristorazione, i trasporti pubblici e privati, i servizi alla persona, le attività manutentive, sono incentivate a fare altrettanto”, ha concluso Mason.

Carlo Pareto

Lavoro. Senza rinnovo
del contratto 12 milioni
di lavoratori

Lavoratori autonomi
NUOVA INDENNITÀ DI PATERNITÀ

Con la modifica degli articoli 28 e 66 e 67 del T.U. maternità/paternità, a decorrere dal 25 giugno 2015, il padre lavoratore autonomo può fruire dell’indennità di paternità a condizione che la madre sia lavoratrice dipendente oppure lavoratrice autonoma (artigiana, commerciante, coltivatrice diretta, colona, mezzadra, imprenditrice agricola a titolo principale, pescatrice autonoma della piccola pesca), e si verifica quando il padre rimane l’unico genitore nel caso dei seguenti eventi:
morte o grave infermità della madre; abbandono del figlio da parte della madre; affidamento esclusivo del figlio al padre. Per padre lavoratore autonomo si intende il lavoratore appartenente ad una delle categorie: artigiano; commerciante; coltivatore diretto, colono, mezzadro, imprenditore agricolo a titolo principale; pescatore autonomo della piccola pesca marittima e delle acque interne.
Al riguardo, con la Circolare n. 128 del 11 luglio scorso si forniscono le istruzioni relative alla nuova indennità di paternità, quelle relative ai nuovi periodi di maternità riconosciuti alle lavoratrici autonome in caso di adozione e affidamento, in analogia a quelli prefigurati per le lavoratrici dipendenti. La circolare, inoltre, richiama le indicazioni sul congedo di paternità nell’ipotesi di padre dipendente e madre lavoratrice autonoma e riepiloga infine, la documentazione occorrente per l’erogazione dell’indennità.

Inps
A GIUGNO AUTORIZZATE OLTRE 56MLN ORE CIG

Nel mese di giugno sono state autorizzate complessivamente oltre 56. 235.093 di ore di Cig di cui 37.867.542 sono state le ore utilizzate per mettere in cassa gli operai e 18.367.551 quelle per gli impiegati. Lo rileva l’Inps nella sua nota mensile. Nel particolare la cigo ha totalizzato 15.603.705 di ore richieste di cui oltre 11 milioni per il settore industria e 3,8 milioni nell’edilizia. La cassa integrazione straordinaria, invece, ha registrato una richiesta, sempre a giugno, di 37,8 milioni di ore di cui 22.786.404 richieste per operai e 15.019.583 ore per impiegati mentre la quota di cig in deroga richiesta è ammontata a 2.825.401 di ore ci cui di cui 2.239.869 per gli operai e 585.532 per impiegati. “Fermo restando che nel mese di giugno 2016 si registra una diminuzione delle ore autorizzate di cigo rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, è rilevabile una progressiva ripresa delle attività amministrative di concessione dopo gli atti di indirizzo adottati dall’Istituto, il cui quadro regolamentare si è completato con la recente pubblicazione del decreto ministeriale relativo ai nuovi criteri di concessione della cigo”, si legge nella nota Inps.

Lavoro
CONTRATTI: SENZA RINNOVO 12MLN DI LAVORATORI

I contratti di lavoro vanno rinnovati, sono oltre 12 milioni i lavoratori pubblici e privati in attesa di una risposta oltre che di tutele e nuovo salario. Per questo Cgil Cisl e Uil non abbassano la guardia, lanciano un appello a governo e imprese e annunciano il proseguito della mobilitazione fino a settembre quando un nuovo attivo farà il punto dei tavoli aperti, chiusi e di quelli conclusi. E se il bilancio sarà ancora una volta negativo e la legge di stabilità lontana dalle necessità’ dei lavoratori, nuovi scioperi unitari saranno sul tavolo. E’ questa la road map tratteggiata di recente dall’Assemblea dei delegati di Cgil Cisl e Uil. L’elenco delle partite aperte e di quelle neppure cominciate, d’altra parte, è lungo: dal pubblico impiego che aspetta un contratto nuovo da 7 anni per finire ai metalmeccanici che da 8 mesi non riescono a venire fuori da un confronto con cui le imprese vorrebbero riscrivere il modello contrattuale. “Si devono rinnovare i contratti che sono gli unici strumenti con cui garantire la crescita dei consumi e attraverso questi il rilancio dell’economia e del Paese. Ma c e’ troppa poca attenzione da imprese e governo,”il peggior datore di lavoro che ancora non ci ha convocato”, ha ammonito il leader Cisl, Anna Maria Furlan ribadendo la centralità del contratto nazionale cui spetta il recupero del potere d’acquisto dei salari e richiamando ” il governo al proprio dovere e alle proprie responsabilità le imprese”. Un messaggio condiviso dalla Cgil di Susanna Camusso: “continueremo la mobilitazione per avere i rinnovi contrattuali perché nel Paese ci sono diseguaglianze che bisogna ridurre, non fare crescere”, ha detto dal palco della manifestazione. E alla mobilitazione guarda anche la Uil seppur come arma estrema per riaffermare “l’autorità salariale” dei contratti: “il nostro obiettivo è fare contratti ma senza risposte chiare e nette uno sciopero generale, a partire da Federmeccanica, se lo beccano”, ha affermato il leader Carmelo Barbagallo dando appuntamento agli attivi di settembre.” Decideremo unitariamente quando faremo il punto in vista della legge di stabilità, ha concluso. Ma sull’eventualità di uno sciopero, e a settembre, si sa, le sensibilità sindacali differiscono. E così la Cisl, al momento, frena. Basta un appello come quello in corso sui rinnovi o state pensando ad altro?, hanno chiesto i giornalisti a Furlan: “basta assolutamente perché abbiamo già visto tante azioni di sciopero in questi mesi”, ha puntualizzato elencando i motivi che rendono indispensabili i rinnovi: “il contratto serve a far funzionare il Paese; serve a far funzionare il mercato del lavoro e a produrre; serve ai diritti e alle tutele salariali; serve ad affermare un welfare complementare, serve alla formazione; sopratutto serve alla produttività”, ha chiosato. Produttività, appunto, da stimolare con la contrattazione aziendale “su cui però le aziende parlano tanto e la applicano poco” attaccando invece la contrattazione nazionale “che resta invece, la fonte primaria per far aumentare le retribuzioni, altro che salario minimo”, ha ribadito ulteriormente. “Senza contratti il Paese non va da nessuna parte perché sono questi i veri presupporti della crescita delle aziende con cui si tutela l’occupazione”, ha aggiunto ancora. E se la posizione di Federmeccanica che blocca da 8 mesi la vertenza dei metalmeccanici resta “intransigente, inammissibile, oltranzista”, con Confindustria “almeno nei toni” è possibile intravedere “la possibilità di dialogo anche se da verificare nel merito” per ridisegnare un sistema di relazioni industriali”. Lo diranno comunque i prossimi incontri. Avanti con la mobilitazione unitaria e appuntamento a settembre, dunque, per fare il punto della situazione e misurare la distanza dalla legge di Stabilità perché, come ha evidenziato Camusso, “il filo conduttore dei rinnovi è affidato alle confederazioni che non lasceranno sole le categorie in questa battaglia”.

Conta solo l’età
FLOP PAGELLE DIRIGENTI

Un sostanziale appiattimento dei premi erogati, il cui ammontare risulta influenzato solamente dall’età”. A fare luce sulle cosiddette ‘pagelle’ dei dirigenti pubblici, e relative conseguenze in busta paga, è uno studio condotto di recente da due economiste della Banca d’Italia, Roberta Occhilupo e Lucia Rizzica. Le conclusioni della ricerca portano a parlare di “inefficacia dell’attuale sistema di valutazione”, additando tra le cause dell’insuccesso “regole rigide e farraginose che si applicano in modo indifferenziato” indipendentemente dal tipo di amministrazione, “una carente programmazione degli obiettivi strategici” e “l’insufficiente autonomia gestionale e organizzativa riconosciuta ai dirigenti”. L’occasionalpaper di via Nazionale, intitolato ‘Incentivi e valutazione dei dirigenti pubblici in Italia’, ripercorre gli ultimi venti anni di interventi, dalle riforme degli anni Novanta ad oggi, attraverso un’analisi delle retribuzioni di risultato relative al 2012. L’indagine, riportata nelle pubblicazioni d’inizio anno (febbraio), scatta così una fotografia sulla dirigenza pubblica alla vigilia di un nuovo intervento, il decreto attuativo della delega Madia, il cui primo approdo in Consiglio dei ministri dovrebbe avvenire già entro questo mese. Sull’attuale piano del Governo lo studio aspetta a dare un giudizio “esaustivo” ma, allo stesso tempo, riscontra elementi che “potrebbero assicurare un percorso di carriera più ancorato alla competenza tecnica e al merito piuttosto che all’anzianità di servizio e alla vicinanza ai rappresentanti politici”. Il rapporto prende a campione 2.159 dirigenti ministeriali, osservando che “in media la retribuzione di risultato è pari a circa il 9% della retribuzione totale per i dirigenti di prima fascia e al 12% per quelli di seconda”. Nel dettaglio, per la dirigenza top, di prima fascia, la ricerca riscontra “un sostanziale appiattimento delle retribuzioni di risultato”. “La poca variabilità osservata è poi frutto – aggiunge – di differenze tra le singole amministrazioni piuttosto che al loro interno”, dove la differenziazione “è pressoché nulla”. Passando alla ricognizione condotta sulla dirigenza regionale, l’analisi econometrica mostra “che l’età del dirigente è la principale determinante della sua retribuzione di risultato: ogni anno di età in più determina un aumento della retribuzione di risultato del 6%”. E ancora, “il possesso di un titolo di studio post-laurea, la conoscenza delle lingue straniere, le esperienze lavorative pregresse, invece, non incidono sulla retribuzione di risultato. Neanche le competenze tecniche del dirigente sembrano avere un peso: i dirigenti che ricoprono cariche nei settori affini a quello di laurea ricevono una retribuzione di risultato pari a quella degli altri”. Ecco che, si legge nelle pagine finali, dall’analisi “empirica” emerge che “l’esperienza della valutazione della performance della dirigenza si è rivelata deludente”. Oltre ai fattori strutturali, tra le ragioni del flop viene indicate anche “la possibilità di revoca anticipata degli incarichi dirigenziali indipendentemente dagli esiti della valutazione, per motivi attinenti alla riorganizzazione interna”.

Carlo Pareto