Catalogna: indipendentisti senza maggioranza

catalogna-barcellonaTira aria di crisi, in Catalogna, tra i due principali partiti indipendentisti al governo, ERC (Esquerra Republicana de Catalunya, sinistra repubblicana) e JxCAT (Junts per Catalunya, centro-destra).

Il governo catalano, guidato Quim Torra, vive una fase molto difficile, non gode più della maggioranza nel Parlament: ha il sostegno di soli 61 deputati, a fronte dei 65 seggi dell’opposizione.

Lo scontro nella maggioranza, unito all’appoggio esterno garantito saltuariamente dal movimento indipendentista, di estrema sinistra, CUP porta la maggioranza separatista soltanto alla parità con il fronte unionista.
In questo caso le votazioni sono ripetute tre volte fino a bocciare le proposte in caso di continuo pareggio: il 9 ottobre scorso, durante il Debate de Política General, l’assemblea ha bocciato, con questa procedura, il riferimento al “diritto all’autodeterminazione” della Catalogna.

I partiti per l’indipendenza hanno perso il controllo dell’assemblea legislativa catalana martedì scorso, quando l’Ufficio di Presidenza del Parlamento, col sostegno di ERC e dei socialisti del PSC, ha negato a 4 deputati di JxCAT (tra cui l’ex presidente Puigdemont), la possibilità di continuare a delegare il proprio voto.

I deputati “da dimissionare” si trovano in carcere, o in “esilio”, a seguito della dichiarazione unilaterale d’indipendenza del 2017, successiva all’indizione del referendum che mirava alla disgregazione dell’unità spagnola.

 Una vicenda conclusasi con la repressione del movimento indipendentista, l’attivazione dell’art.155 della Costituzione e le nuove elezioni, che hanno confermato la maggioranza ai partiti indipendentisti.

Tuttavia si è aperto, dopo il voto, una lotta per la definizione della prospettiva, all’interno del variegato mondo del separatismo catalano: da una parte la coalizione guidata da Puigdemont, JxCAT, che ha adottato una linea intransigente, contraria alla possibilità di sostituire i “deputati prigionieri”, anche a costo di perdere la maggioranza nell’assemblea; dall’altra parte ERC e il presidente del Parlamento, Roger Torrent, che hanno respinto le pretese di Puigdemont, in modo da garantire il mantenimento della maggioranza, dando seguito, tra l’altro, ad una sentenza della magistratura spagnola.

Questa vicenda potrebbe rappresentare l’inizio di una guerra senza quartiere nel mondo indipendentista.

Secondo esponenti dell’ERC, si tratta di slealtà da parte di JxCAT: i repubblicani ricordano che il 2 ottobre, JxCAT e ERC hanno firmato un accordo per sostituire i loro deputati assenti in modo da non perdere la maggioranza assoluta.

Quando si arrivò al momento decisivo, ERC rispettò l’accordo, presentando le lettere di dimissioni dei suoi prigionieri, ma JxCAT si tirò indietro senza offrire alcuna spiegazione, anzi chiamando vigliacchi e traditori i membri del partito alleato.

Tutto sembra obbedire a una strategia machiavellica, voluta dall’ex presidente in esilio, Puigdemont, che vuole seminare il caos, lanciare un’offensiva a pieno titolo contro l’ERC: l’obiettivo è di mettere il partito repubblicano alle corde per convincerlo a confluire nella lista, Crida per la Republica, una piattaforma (in realtà un nuovo partito) trasversale, con volti nuovi, vocazione egemonica nel mondo indipendentista e una forte leaderizzazione.

Inoltre, da fonti di JxCAT, si sostiene che vi sia un patto segreto tra socialisti e repubblicani per “tradire” la causa indipendentista.

Allo scontro duro, avventurista e, in definitiva, perdente, l’ERC preferisce un dialogo con il governo nazionale per la ridefinizione del consenso costituzionale in materia territoriale, nel quadro della proposta di Sanchez, della “nazione di nazioni”, composta da Comunità autonome, con ampi poteri, e il governo centrale, in linea con lo spirito della Costituzione del 1979.

In questo senso vanno lette l’astensione dei deputati socialisti catalani alla mozione di sfiducia al governo firmata dal PP e da Ciudadanos, nonché il voto comune con ERC sulla destituzione dei parlamentari “per procura”.

Tuttavia, l’ex presidente Puigdemont, ha un altro fronte aperto, non con i repubblicani questa volta, ma con il proprio partito.

I quadri del PDeCAT (formazione principale di JxCAT) vivono uno stato d’insofferenza a causa dell’assenza di dibattito interno, lamentano la mancanza di una chiara direzione politica e l’eccessivo potere in capo a Puigdemont.

Tutto questo genera un malcontento difficile da gestire e pronto ad esplodere.

L’esecutivo di Quim Torra, prova a buttare acqua sul fuoco delle divisioni e delle polemiche dell’ex maggioranza. Ma, non troppo velatamente, ci si prepara al redde rationem: la situazione potrebbe diventare presto insostenibile, degenerare politicamente e il passo successivo sarebbe la convocazione di ennesime elezioni anticipate.

 Il movimento indipendentista è tutt’altro che un blocco omogeneo. Si vedrà, nei prossimi giorni, se emergerà la volontà di ricucire o invece si perseguirà nel disegno di far saltare il tavolo.

 In questo frangente, la Catalogna rischia di rimanere in bilico e in una perenne attesa, dalle fila dell’opposizione si parla già di “governo degli zombi”e questo non è un grande auspicio per il futuro.

Paolo D’Aleo

Catalogna: prove di dialogo con il Governo spagnolo

Pedro SanchezIl 9 luglio a Madrid, presso il Palazzo della Moncloa si è tenuto il primo incontro tra il premier socialista Pedro Sanchez e il governatore della Catalogna Quim Torra. Durante la riunione, durata oltre due ore, i leader hanno concordato di “ristabilire” le relazioni tra la regione autonoma e il governo centrale, totalmente interrotte con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola.

Questa norma costituzionale si può attivare quando una Comunità Autonoma non adempia agli obblighi costituzionali e legali, tra cui la garanzia di unità del Paese.

Come si può ben immaginare, trattandosi di uno strumento legislativo delicato e anche asimmetrico, la sua attuazione dovrebbe presupporre un’estrema prudenza politica e un’attenta analisi operativa, poichè lo Stato assume su di sé il massimo livello della forza coercitiva a discapito della Comunità Autonoma.

Tuttavia, le vicende degli scorsi mesi hanno ampiamente superato il livello di allerta: l’indizione e lo svolgimento del referendum indipendentista in Catalogna, il primo ottobre 2017, hanno comportato un grave cortocircuito istituzionale e uno scontro tra i poteri dello Stato; la successiva violenta repressione delle forze dell’ordine nella giornata elettorale; la messa in stato d’accusa dei rappresentanti istituzionali catalani; il mandato di arresto europeo per l’allora presidente della Generalitat Puigdemont; le recenti elezioni in Catalogna e la nuova vittoria del fronte indipendentista.

Anche il governo centrale ha vissuto un rivolgimento, con l’approvazione della mozione di sfiducia al governo Rajoy, da parte del Congresso dei deputati e, come previsto dalla Carta costituzionale iberica, l’elezione di Pedro Sanchez, leader del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) a nuovo Capo del Governo.

Pedro Sanchez, osteggiato dal gruppo dirigente storico (come la governatrice dell’Andalusia, Susana Diaz, sua sfidante alle ultime primarie del dicembre 2016), è tornato a guidare il Partito con il consenso della base socialista che gli ha riconosciuto coerenza nel contrastare il governo del Partido Popular e la scelta operata dal partito socialista di concedere “un’astensione benevola” al governo Rajoy, atto a cui rispose dimettendosi da segretario nazionale.

Tornando all’oggi, il nuovo esecutivo è un monocolore socialista, un governo di minoranza retto in Parlamento dall’appoggio esterno di Podemos e degli indipendentisti e nazionalisti catalani e baschi.

Pedro Sánchez è consapevole che la questione catalana sia la sfida più grande del suo mandato e un tema sensibile che può portare alla fine anticipata della legislatura. Per affrontare il problema, il Presidente del Governo è fiducioso che la nuova strategia del dialogo e della distensione possano portare al “disarmo” politico dei separatisti radicali che puntano ad una nuova escalation di tensione.

Il governo socialista confida nel fatto che non prevarrà nel movimento indipendentista la linea dura del secessionismo, rappresentata dal “fuggitivo” Carles Puigdemont e dal nuovo presidente della Generalitat, Quim Torra (“il circolo di Berlino”).

Tuttavia, durante l’incontro di ieri, Sánchez e Torra hanno condiviso la necessità di riattivare la Commissione bilaterale Stato-Generalitat, prevista dallo statuto della Catalogna ma non più convocata dal luglio del 2011.

Hanno concordato, inoltre, l’urgenza di ripristinare canali di dialogo tra i due soggetti istituzionali, fissando un nuovo incontro a Barcellona che probabilmente si terrà in autunno.

La mossa compiuta dall’esecutivo socialista può aprire una nuova stagione nei rapporti tra il governo centrale e le diverse autonomie di cui si compone lo Stato Spagnolo.

Sembrano superate le rigidità del governo conservatore di Rajoy che in nome dell’unità nazionale ha preferito utilizzare la ragione della forza rispetto al dialogo. In questa maniera ha ottenuto l’effetto contrario, rafforzando il consenso dei settori più radicali dell’indipendentismo catalano.

All’opposto, il tentativo di Sanchez si poggia sulla necessità di dialogare con le forze più moderate, in modo da raggiungere un accordo che dia maggiore autonomia alla Catalogna ma all’interno di un quadro di rinnovata unità nazionale.

In altre parole, la soluzione che Sanchez propone, con l’intento di scoraggiare la rivendicazione all’indipendenza della Catalogna è una riforma della Costituzione in senso plurinazionale.

La Spagna è una “nazione di nazioni” composta da Comunità autonome e governo centrale, in linea con lo spirito della Costituzione del 1979 con la quale si è inteso disegnare un ordinamento di tipo regionale, tendente al federalismo, in opposizione al centralismo che aveva caratterizzato il periodo della dittatura franchista.

Come Zapatero, anche il PSOE di Sánchez vede nella ridefinizione del consenso costituzionale in materia territoriale, l’opzione politica più efficace per costruire una nuova egemonia socialista insieme ad alcuni partiti della sinistra radicale, come Podemos, e con l’apporto dei nazionalisti.

Il nuovo stile del PSOE dà ossigeno alla direzione di CER o PDeCAT, indipendentisti catalani pragmatici, che vogliono riprendere il dialogo con il Governo per chiudere le ferite politiche e riparare le fratture sociali.

Da questi settori si fa notare come nonostante “i gesti e le minacce” di Torra, che come detto rappresenta l’ala più radicale, nessuno dei leader separatisti abbia infranto la legge. Anzi, il presidente del Parlamento catalano, Roger Torrent, ha messo in chiaro che non violeranno nuovamente la legge. Sperano, inoltre, che l’attivazione delle commissioni bilaterali tra lo Stato e il Governo consentano una normalizzazione delle relazioni. Tutto questo avviene mentre proseguono i processi alle massime cariche catalane responsabili dei passaggi che hanno comportato l’attivazione dell’art.155 Cost.

Di contro, dal governo spagnolo spiegano che il Presidente manterrà un atteggiamento di ascolto e dialogo, senza offrire al momento netti cambi di rotta sostanziali. Questo atteggiamento prudente si spiega con la necessità di verificare le reali intenzioni del governo catalano: non è chiaro se le sfide quotidiane lanciate da Torra siano una strategia di comunicazione per il proprio elettorato o nascondano la volontà di proseguire sulla strada dell’indipendenza.

Di fatto, Pedro Sánchez tiene aperti tutti gli scenari prima di una possibile evoluzione negativa del processo. Fonti del governo assicurano che se la Generalitat dovesse andare alla prova di forza, allora ci si richiamerà allo stato di diritto, come avvenuto nel 2017. È evidente come tale scenario sia il peggiore anche perché potrebbe determinare la caduta dell’esecutivo.

Per questo motivi continuerà il dialogo e si proporrà un rafforzamento delle Comunità Autonome. In questo senso, vanno lette le recenti nomine della catalana Meritxell Batet come ministro della Politica Territoriale e Funzione Pubblica e della basca, Isabel Celaá come portavoce del Consiglio dei ministri e Ministro dell’Istruzione.

Paolo D’Aleo

PES. A Rota Giovani attivisti socialisti per le europee del 2019

fgs spagnaQuasi un migliaio di giovani attivisti progressisti si stanno radunando in Spagna per il loro campo estivo annuale dei giovani socialisti europei in vista della campagna elettorale europea del 2019.

Delegazioni di oltre 40 organizzazioni giovanili socialiste e socialdemocratiche di tutta Europa si incontreranno per una settimana di formazione elettorale, raduni ed eventi sociali.

Il campo è ospitato da Juventudes Socialistas de España (Giovani socialisti spagnoli) nella città costiera di Rota, sostenuta dai giovani socialisti della Catalogna.

L’obiettivo principale dell’evento è preparare la campagna elettorale europea fornendo un programma di formazione completo progettato per mobilitare gli attivisti, stimolare i sostenitori e diffondere le migliori pratiche in tutta la famiglia politica progressista.

Le sessioni di formazione della campagna durante il campo estivo comprendono una serie di seminari ospitati dal Partito dei socialisti europei, tra cui:

Combattere l’estremismo di destra
Scrivere il Manifesto della Gioventù PES
Social media e strategie di campagna, guidati da esperti del lavoro del Regno Unito
Mobilitare gli elettori e realizzare il potenziale di voto, guidato dal professor Andre Krouwel dell’Università di Amsterdam
Combattere il sessismo in politica, guidato da PES Women
Dozzine di seminari politici organizzati per tutta la settimana comprendono dibattiti sulla democratizzazione dell’economia, le conseguenze economiche della disuguaglianza di genere (ospitata da PES Women), la politica di immigrazione, disabilità e design universale, salute mentale, lotta alla discriminazione e molti altri.

Il presidente del PSE Sergei Stanishev, il presidente del gruppo S & D Udo Bullmann e il presidente della FEPS Maria João Rodrigues parleranno tutti alla cerimonia di apertura del campo. Altri ospiti per tutta la settimana includono leader politici, eurodeputati, giovani attivisti ed esperti accademici.

Stanishev ha infatti affermato:

“È completamente giusto che il campo estivo SES del 2018 – che giunge in un momento cruciale alla vigilia delle elezioni del 2019 – dovrà svolgersi in Spagna, dove la nuova squadra socialista di Pedro Sánchez sta già cambiando le cose in meglio dopo anni di governo di destra guidato da austerità.
Il compagno Sánchez e il suo collega primo ministro socialista, António Costa, stanno dimostrando dove le autentiche politiche progressiste possono arrivare. Ecco perché le centinaia di giovani riuniti qui sono così determinati a vincere le elezioni europee l’anno prossimo: perché sanno che questo è l’unico modo di cambiare l’Europa a vantaggio dei suoi cittadini.

Considero il duro lavoro di YES e dei suoi partner in tutta Europa, nella preparazione di questo spettacolare evento – il primo di molti importanti eventi della campagna tra oggi e le elezioni del prossimo giugno!”

Identità e istituzioni in Sardegna… e in Scozia

bandiera-sardaPer i tipi di Maggioli Editore, è stato di recente pubblicato il volume “Identità e autonomia in Sardegna e Scozia”, curato da Gianmario Demuro, Francesco Mola e Ilenia Ruggiu. Il volume contiene i risultati di un progetto di ricerca finanziato dalla Regione autonoma della Sardegna, recante il titolo “Specialità e differenziazione in Sardegna. Uno studio interdisciplinare e comparato su identità, istituzioni e diritti”.
La ricerca ha avuto lo scopo di accertare l’opinione dei sardi “su quali modifiche di carattere strutturale e contenutistico fossero necessarie alla Sardegna per uscire dalla fase di transizione istituzionale in cui essa si trova ormai dal 1999”; anno, questo, in cui è stata approvata la legge costituzionale n. 1/1999, con la quale è stata introdotta l’elezione diretta dei Presidenti delle Regioni ed è iniziato l’iter della riforma del Titolo V della Costituzione repubblicana.
Tale riforma, com’è noto, ha implicato lo “smarrimento” della “specialità” dell’autonomia della Regione sarda, sia per l’aumento delle prerogative delle Regioni ordinarie, sia per gli effetti seguiti all’istituzione del federalismo fiscale, secondo quanto previsto dall’articolo n. 119, in virtù del quale i Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno acquisito autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci. La crisi del concetto di specialità ha comportato, nell’opinione dei sardi, il radicarsi della necessità di una riforma dello Statuto vigente, basata sul modello catalano di autonomia (ma col pensiero rivolto anche al modello scozzese), al fine di assicurare alla Sardegna “la possibilità di attivare politiche differenziate”.
Con la pubblicazione dei risultati della ricerca, i curatori del volume, partendo dalla situazione descritta e dalla constatazione che la modifica dello Statuto sta vivendo un momento di stallo, hanno inteso contribuire a rilanciare il dibattito sulla riforma, andando a verificare, secondo loro in modo insolito rispetto alla “metodologia giuridica”, cosa pensino i sardi della propria autonomia, dando ad essi la parola “per capire su quale tipo di percezioni e di esigenze debba fondarsi una riforma dello Statuto”. Da qui la decisione di svolgere un’indagine statistica, sui cui risultati sono state fondate le riflessioni “giuridiche politologiche e sociologiche” contenute nei testi dei diversi autori inseriti nel volume, considerate utili ai fini del rilancio del dibattito sulla riforma statutaria.
Secondo i curatori, i risultati emersi dalla ricerca sono interessanti e degni di considerazione “da parte di qualsiasi orientamento politico che vorrà avanzare proposte di riforma dello Statuto”; ciò perché dall’indagine emergerebbero “dati molto netti e sorprendenti che andrebbero presi in considerazione anche per staccarsi da visioni piuttosto conservative e forse datate di identità”; ugualmente forte e netto sarebbe “il dato che emerge rispetto al senso di autonomia come vissuto dai sardi, che è forte e reclama istituzioni con più poteri e nel contempo considera la politica incapace di rappresentare adeguatamente la specialità”. I curatori concludono l’Introduzione al volume, affermando che “oggi le ‘ragioni della specialità’ appaiono quanto mai vive. Spetta a questo punto alla politica saperle cogliere e valorizzare per immettere nuova linfa al concetto di specialità”.
La ricerca e le finalità dalle quali è stata ispirata sono senz’altro da apprezzare, pur mostrando qualche “forzatura”, compiuta per dare maggior forza al valore dell’identità assunta a presidio della specialità, con l’assegnazione di un identico significato a risposte non necessariamente sovrapponibili (sul piano delle motivazioni, quanti sono favorevoli ad essere indipendenti dall’Italia, ma parte dell’Unione Europea, non sono certo omogenei a coloro che aspirano ad essere indipendenti sia dall’Italia che dall’Unione Europea); la ricerca presenta inoltre la “grave” lacuna di non aver accertato la volontà dei sardi riguardo al modo in cui il maggior potere decisionale, acquisibile attraverso il ricupero potenziato della originaria specialità, dovrebbe essere distribuito a livello subregionale. Per rendersi conto della lacuna è importante descrivere, sia pure sommariamente, la struttura del questionario utilizzato, idoneo ad accertare cosa pensino i sardi della loro autonomia, ma non anche a verificare come essi desidererebbero che l’autonomia fosse presidiata, fattualmente e giuridicamente, da un’articolazione delle istituzioni a livello subregionale.
La composizione del questionario, decisa col contributo di un gruppo di lavoro multidisciplinare, si articola in tre sezioni, la prima delle quali è stata destinata a rilevare i dati strutturali dei soggetti intervistati, compresi in un campione della “popolazione residente in Sardegna con età non inferiore ai quindici anni”. Un’altra sezione è stata suddivisa in tre “macro categorie” di argomenti (la prima, volta ad accertare i sentimenti identitari degli intervistati; la seconda, recante le domande indirizzate ad accertare l’opinione circa le “istituzioni, i partiti politici, la rappresentanza e la visione futura della Sardegna come Regione parte dell’Italia”. La terza macro categoria, infine, è stata orientata ad appurare lo stato dell’opinione pubblica regionale riguardo ai rapporti Stato-Regione dal punto di vista economico). L’ultima sezione del questionario, secondo il gruppo di lavoro “meramente tecnica”, è stata utilizzata per esporre sinteticamente ciò che, a parere del “gruppo”, è possibile dedurre dalle risposte degli intervistati: ovvero, che i sardi, fortemente interessati ai “temi legati all’identità”, hanno manifestato un altrettanto forte interesse “nei confronti di aspetti istituzionali spesso lasciati ai decisori politici”. Ciò ha spinto il gruppo di lavoro multidisciplinare, cui si deve la costruzione del questionario e la sua somministrazione al campione della popolazione sarda, ad affermare che dai risultati complessivi della ricerca emergerebbe “uno scenario meritevole di attenzione da parte delle istituzioni”, validamente utilizzabile per risolvere i problemi che maggiormente interessano i sardi, con riferimento, sia alla Sardegna di oggi, che a quella di domani.
Per esprimere una valutazione su questa conclusione, occorre considerare i risultati che sono emersi dalle risposte degli intervistati alle domande che compongono la seconda sezione del questionario, in particolare a quelle comprese nella seconda “macro categoria” di argomenti (concernenti l’opinione dei sardi sulle istituzioni, i partiti politici, la rappresentanza e la visione futura della Sardegna come Regione parte dell’Italia).
Tenuto conto del fatto positivo che può essere tratto dai risultati delle risposte riguardanti la prima sezione del questionario (quella volta ad accertare il sentimento identitario dei sardi), da cui è emerso che, per la maggior parte dei sardi, “un’identità non esclude l’altra”, nel senso che. per sorreggere la specialità regionale sancita nello Statuto, non occorre necessariamente essere nato in Sardegna, in quanto i sardi si sentono portatori di una identità plurale, integrata nelle istituzioni in cui è “incarnata” l’autonomia: oltre che sardi, quindi, italiani, europei e cittadini del mondo, con buona pace per tutti coloro che sono sempre impegnati ad invocare per il popolo sardo un modello identitario, quale può essere quello catalano o quello scozzese, non fondato sulla natura e qualità delle istituzioni). Tenuto conto di tutto ciò, viene però da chiedersi quale opinione hanno espresso i sardi in merito alle istituzioni, alla distribuzione dei poteri tra di esse e alla visione futura della loro terra come Regione parte dell’Italia?
Secondo il gruppo di lavoro interdisciplinare che ha condotto la ricerca, sembrerebbe che, relativamente alle questioni più importanti per l’Isola (ristrette dal questionario unicamente alle materie di fisco, sanità, istruzione e affari europei, i sardi siano favorevoli all’attribuzione del potere decisionale al Consiglio regionale per quanto riguarda fisco, sanità, e istruzione, lasciando all’Unione Europea la competenza per gli affari europei.
Inoltre, riguardo al coinvolgimento delle istituzioni locali nell’esercizio del potere decisionale del Consiglio Regionale sulle materie oggetto dell’indagine, il gruppo di lavoro si limita a riferire che le risposte alle domande del questionario esprimerebbero che, per i sardi, i Consigli comunali e provinciali debbano essere coinvolti prevalentemente nelle questioni fiscali e in misura minore in quelle sanitarie. Sulla fiducia nella rappresentanza politica, infine, i sardi, com’era da aspettarsi, si sono espressi quasi all’unanimità in modo negativo, denunciando una profonda percezione delle difficoltà dei politici sardi, e con essi delle istituzioni regionali, a gestire l’autonomia.
Secondo Gianmario Demuro, autore di uno dei testi che accompagnano il commento dei risultati della ricerca, l’interpretazione che di essi, da un punto di vista giuridico (e si potrebbe aggiungere anche politico) può essere data, è che in Sardegna “vi sia una forte rivendicazione di maggiore rappresentanza politica, da sempre il principale veicolo dell’identità e della specialità”, percepite e interiorizzate dai sardi in funzione della crescita economica e dello sviluppo qualitativo dell’Isola.
Il fatto che la ricerca non abbia appurato le ragioni della bassa fiducia dei sardi sui propri rappresentanti politici e sulle istituzioni regionali costituisce la “grave” lacuna, della quale si è detto, dell’intera ricerca; lacuna che limita fortemente lo scopo dell’indagine, ovvero la conoscenza dell’opinione dei sardi riguardo al come essi vorrebbero che l’eventuale riforma dello Statuto vigente avvenisse, per il ricupero potenziato della autonomia speciale della loro Regione; ciò a supporto di una maggior tutela della propria identità, fondata sulla qualità di una crescita e di uno sviluppo che la distribuzione del potere decisionale fra le varie istituzioni nelle quali si è sinora sostanziata l’autonomia non ha saputo assicurare.
Cosa avrebbe dovuto investigare la ricerca, riguardo al problema dell’identità e dell’autonomia in Sardegna, per accertare l’opinione dei sardi circa il modo migliore per supportare la prima (l’identità) e utilizzare il potenziamento della seconda (l’autonomia), con l’obiettivo di perseguire la realizzazione di una crescita stabile dell’area regionale ed uno sviluppo più equo e diffuso a livello territoriale? Sicuramente, parte fondamentale nell’oggetto dell’indagine avrebbe dovuto essere il modo in cui affrontare l’ideazione di una riforma dello Statuto in grado di coinvolgere nei processi decisionali le comunità locali, attraverso una più appropriata organizzazione dell’Istituto regionale, sottraendo l’intera società sarda alla “confusione” venutasi a creare dopo la bocciatura del referendum sulla riforma costituzionale, quindi con l’adozione, da parte della Regione, di un ordinamento degli enti locali diverso da quello adottato.
Per uscire dalla confusione e dall’incertezza, una possibile organizzazione istituzionale, per una regione come la Sardegna (quindi, per la generalità delle regioni meridionali) non può che essere finalizzata alla rimozione dei due grandi limiti che hanno bloccato la crescita e lo sviluppo: l’inefficienza delle istituzioni locali, da un lato, e la mancanza di un adeguato supporto sociale da parte delle comunità locali a un’azione politica autonoma degli enti territoriali, orientata al superamento dell’arretratezza, dall’altro lato. Ma come rimuovere questi limiti?
La risposta non può prescindere dalla considerazione che, fino all’abolizione dell’intervento straordinario, tutto ciò che è stato pensato e realizzato, per la rimozione dello stato di arretratezza delle regioni meridionali, è stato “calato dall’alto”; ciò ha contribuito a creare una “contraddizione” che ha negato ogni validità operativa alle politiche di crescita e sviluppo poste in essere.
Allo stato attuale, perciò, la discontinuità, rispetto al passato, dell’organizzazione istituzionale della Sardegna dovrebbe essere orientata a garantire la partecipazione delle società civili locali alla formulazione delle scelte per la promozione della crescita e dello sviluppo, intendendo tale partecipazione come momento centrale di auto-formazione ed auto-realizzazione dell’intera popolazione sarda.
Tutto ciò nella prospettiva di poter rafforzare la capacità di auto-organizzarsi, per accrescere la volontà di cambiare la situazione attuale; in ultima istanza, la riforma dello Statuto vigente dovrebbe prefigurare un approccio alla crescita ed allo sviluppo dell’Isola, attraverso una distribuzione territoriale dei poteri istituzionali idonea a consentire la realizzazione di ciò che da sempre è mancato: la formazione di autonome soggettività locali. Ciò però implica il superamento del centralismo decisionale, sinora privilegiato a livello regionale; motivo, questo, che è alla base della percezione, da parte della popolazione sarda, dei limiti con cui i politici e le istituzioni regionali hanno fino ad ora gestito l’autonomia istituzionale.

Sanchez, i progressisti europei nel Mediterraneo

Pedro Sanchez

“Un Governo socialista, paritario, europeista, garante della stabilità economica, che sia rispettoso dei propri doveri europei”. Questi in sintesi gli obiettivi di Pedro Sanchez che con una manovra parlamentare ha rovesciato l’incerta e fragile maggioranza di Mariano Rajoy e realizza 24 mesi quello che non gli riuscì all’inizio della legislatura.

Nel mezzo la Spagna ha vissuto una stagione turbolenta che ha consentito tuttavia ai popolari di Rajoy di portare il paese gradualmente fuori dal rischio di una grave crisi economica, di padroneggiare con veemenza la frattura territoriale catalana ma non ha saputo però tenere a freno né l’avanzata alla sua destra di una formazione nazionalista ed europeista come Ciudadanos né di affrontare gli scandali che hanno afflitto e colpito il cuore del Partito Popolare.

Pedro Sanchez dopo esser tornato in sella del PSOE dopo esserne stato disarcionato ha atteso il momento propizio per pugnalare Mariano Rajoy di tale gesto Egli stesso se ne è in fondo risentito avendo offerto l’onore delle armi all’avversario politico sconfitto con il quale ha dovuto condividere momenti di responsabilità comune, in occasione degli attentati a Barcellona ma soprattutto in occasione del Commissariamento della Catalogna tramite l’articolo 155 della Costituzione che i  Socialisti hanno sostenuto assieme a Rajoy.

Ma affinché la crisi del PP non trascinasse definitivamente anche i Socialisti che sostenevano il Governo con un voto tecnico di astensione Sanchez ha giocato la carta parlamentare della mozione di sfiducia. Mentre all’epoca Podemos rifiutò di sostenerla assieme ai Socialisti, oggi con un indebolito Pablo Iglesias vittima anch’egli di un’ondata moralizzatrice il sostegno non poteva che apparire naturale.

Si sono aggregate tutte le forze autonomiste della Spagna, i Baschi in testa una volta che hanno ottenuto assicurazione che i vantaggiosi accordi economici pattuiti fossero mantenuti in vita e così i Catalani.

Il cambio di Governo a Madrid obbliga il blocco indipendentista catalano al realismo che per anni è mancato. I Socialisti intendiamoci non hanno nessuna intenzione di fratturare la Spagna ma al tempo stesso hanno interesse a recuperare la convivenza civile in Catalogna , a temperare l’ondata nazionalista reazionaria in tutto il paese e ad avviare la politicizzazione dello scontro territoriale sottraendone la gestione alla sola autorità giudiziaria.

Quest’ultima non ha mancato di farsi sentire proprio nella giornata della decapitazione di Rajoy : infatti i giudici tedeschi hanno dichiarato la disponibilità a concedere l’estradizione del Presidente Catalano Puigdemont che dovrebbe essere restituito alla Spagna e consegnato alle prigioni madrilene.

Naturalmente questo complicherebbe un quadro che è già sufficientemente ingarbugliato, ma la volontà di Pedro Sanchez è quella di poter recuperare il tempo perduto dall’immobilismo politico del PP per generare nell’imminenza delle Elezioni Generali la fiducia che i problemi territoriali possano essere superati.

Sul piano politico generale l’affacciarsi sullo scenario europeo nuovamente di una forza socialdemocratica, ancorché assai indebolita in termini elettorali, promuove l’idea che sia possibile contenere le spinte populiste ed anti-sistema comprendendole in un disegno di responsabilità. Il PSOE non intende formare un Governo di coalizione ma confida nella prospettiva di evoluzione e cambiamento della formazione dei Podemos in senso riformistico.

La simmetria con il caso Italiano è impressionante : mentre a Roma si formava il Governo più anti-sistema e più anti-europeo del Continente a Madrid , proprio sulla scorta del contagio tricolore , si issavano nuovamente le bandiere del progresso e della giustizia sociale, delle libertà civili e democratiche, del pluralismo territoriale dell’europeismo inteso come grande patto fra la produzione ed il lavoro.

Se reggerà questo tentativo lo diranno i fatti, quello che è certo è che siamo di fronte ad un cambio di fase politica che va in controtendenza e che apre una strada ai progressisti europei nel Mediterraneo: Lisbona, Atene ed ora Madrid; E’ l’Europa che ha subito di più il morso della crisi e che però ha scelto di non dare una inutile ed isolante risposta sovranista ma ha rilanciato lo spirito dell’Europa dei Popoli. Bisognerebbe prenderne esempio.

Bobo Craxi

TUTTO È POSSIBILE

salvini berlusconi dimaioI presidenti delle Camere sono stati eletti con una prima convergenza che ha unito il centro destra ai 5 Stelle. Ora l’intesa sembra continuare. Bisogna aspettare che le consultazioni entreranno nel vivo per capire su quale strada continuerà la partita per il governo. Dopo l’intervista al Corriere nella quale Silvio Berlusconi apre a un governo Salvini escludendo l’ipotesi di una alleanza solo Lega-M5s, a parlare è il leader del Carroccio che come suo solito si scaglia contro i soliti bersagli: Europa e legge Fornero la cui demonizzazione ha fatto le fortune della sua campagna elettorale. Lo spunto questa volta viene dalla Catalogna: “I problemi fra Madrid e Barcellona – ha detto a Telelombardia – si risolvono dialogando, non con le manette”. “L’Unione Europea – ha aggiunto – ha dimostrato il suo nulla”. Dimenticando, o facendo finta di dimenticare visto che fino a ieri era parlamentare europeo, che l’Europa non può intervenire nelle vicende interne a un paese.

“Non è o Salvini o la morte” ha detto inoltre parlando della possibilità che invece di premier lui diventi ‘solo’ ministro. “A me – ha spiegato – interessa che l’Italia cambi. Sono pronto a metterci la faccia in prima persona e lavorare 24 ore su 24. Ma siccome voglio il cambiamento non è o Salvini o la morte”. “La coalizione che ha vinto è quella di centrodestra. Anche se non ha i numeri sufficienti per governare da sola ha vinto, quindi si parte dal programma di centrodestra”, ha sottolineato Salvini. E all’interno del centrodestra, ha ricordato, l’accordo era che chi prendeva un voto in più esprimeva il premier. “Sono pronto ma – ha aggiunto – non voglio fare il presidente del Consiglio a tutti i costi, con tutti perché altrimenti mi ammalo. Lo faccio se c’è la possibilità di approvare le leggi per cui gli italiani mi hanno dato il voto. Altrimenti se mi dicono va a fare il presidente di un governo dove ci son dentro tutti quanti e poi vediamo che cosa si riesce a fare in un anno no”.

“Per ora i 5 Stelle si sono dimostrati affidabili”, ha detto ancora. “Io le persone le giudico dai fatti, non dalle parole. Poi nei fatti, nei numeri uno si dimostra affidabile o non affidabile” ha spiegato aggiungendo che “quello che hanno detto, hanno fatto. Come Di Maio e Grillo hanno detto Salvini ha dato una parola e l’ha mantenuta, io apprezzo la gente che dice una cosa e poi la fa” e questo “vale anche per Berlusconi: alla fine abbiamo chiuso con il centrodestra compatto”. Sembrano passati anni luce, eppure era solo ieri, quando Salvini assicurava che con i 5 Stelle non avrebbe mai fatto nessuna alleanza. Comunque mettere insieme un governo non sarà facile, né, allo stato attuale, si intravede ancora la figura idonea a incarnare un patto che in teoria smentisce le solenni promesse politiche fatte agli elettori (gli uni hanno giurato mai con i cinquestelle, gli atri mai con Berlusconi).

Salvini ha detto, incassando un indubbio successo tattico, che adesso dovrà nascere un governo che dia agli italiani meno tasse e più pensioni. Fico vuole tagli ai costi della politica e reddito di cittadinanza, insomma i cavalli di battaglia grillini. Secondo i calcoli di Tito Boeri, il reddito di cittadinanza dovrebbe costare 30 miliardi di euro, mentre “stracciare” la riforma Fornero, come ha platealmente detto Salvini in campagna elettorale, costerebbe almeno 90 miliardi. Intanto, il conto della spesa parte già da 30 miliardi che bisogna trovare quest’anno: 12,4 per impedire che scatti l’aumento dell’Iva previsto dalla clausola di salvaguardia, 12 per rispettare gli impegni presi con la Ue facendo scendere il deficit pubblico allo 0,9%, il resto per i contratti del pubblico impiego e le spese incomprimibili. A qualcosa bisognerà rinunciare.

Catalogna, 13 rinvii a giudizio per ribellione

catalognaSono tredici i leader nazionalisti catalani rinviati a giudizio per ribellione – reato che prevede fino a 30 anni di carcere. Tanti sono infatti il leader nazionalistici rinviati a giudizio da Pablo Llarena, giudice del Tribunale supremo spagnolo. A finire sul banco degli imputati ci sono il leader Carles Puigdemont, l’attuale candidato alla presidenza della Generalitat Jordi Turull, Oriol Junqueras, e, tra gli altri, Marta Rovira, segretaria generale dell’Erc, che oggi non si e’ presentata in aula e ha dichiarato di “scegliere la dura strada dell’esilio”.

La segretaria generale del partito indipendentista Sinistra Repubblicana di Catalogna (Erc), Marta Rovira, ha deciso di non presentarsi davanti al giudice della Corte suprema di Madrid e di andare quindi in “esilio”. Lo ha annunciato con una lettera alla radio Rac1. Rovira e’ attualmente indagata per i reati di ribellione e atti sovversivi per il referendum del primo di ottobre 2017, dal giudice Pablo Llarena del Tribunal Supremo. Il 19 febbraio 2018, dopo essere stata interrogata per due ore, le e’ stata accordata la liberta’ su cauzione.

Nel frattempo il candidato separatista Jordi Turull non è riuscito a farsi eleggere alla guida della Catalogna: all’esponente di Junts per Catalaunya (JxCat) sono mancati i quattro voti del partito movimentista Cup, che si e’ astenuto. Al primo turno di votazione, ha ottenuto 64 voti su 135. Contro di lui si sono schierati Ciudadanos, socialisti e popolari. Alla seconda votazione, che si terrà sabato, a Turull basterebbe una maggioranza semplice per essere eletto, ma deve prima comparire davanti a un giudice che potrebbe rimandarlo in carcere.

Incertezza Catalogna. Salta l’elezione di Puigdemont

catalognaLa Generalitat catalana rimane senza il suo president. Non riuscendo a superare l’impasse, il presidente del Parlament catalano, l’indipendentista Roger Torrent, guadagna tempo e però non risolve l’impasse: ha rinviato ‘sine die’ la sessione inaugurale, prevista per il pomeriggio, in cui si doveva votare l’investitura di Carles Puigdemont. Una mossa che ha provocato polemiche e una frattura nel fronte indipendentista catalano. Nonostante il rinvio, Torrent ha però mantenuto la candidatura di Puigdemont, autoesiliatosi da tre mesi in Belgio perché in Spagna rischia l’arresto dopo la sfida autonomista a Madrid: Torrent non proporrà altri candidati.

“Né Soraya Sa’enz de Santamari’a, né la Corte Costituzionale decideranno chi dovrebbe essere il presidente della Generalitat. Mi impegno a garantire l’immunità di Puigdemont e andare fino alla fine”, ha promesso Torrent. In precedenza aveva detto alla Corte costituzionale che il deposto presidente della Catalogna ha “tutti i diritti” di essere un candidato della ricca regione spagnola e dei suoi 7,5 milioni di abitanti. Torrent non ha ceduto al pressing chi gli chiedeva di rinviare il plenum e trovare un nuovo candidato, né si è allineato a Junts per Catalunya e al CUP, che chiedevano comunque la sessione plenaria, anche se con un esito puramente simbolico e che sarebbe stato immediatamente sospeso dall’Alta Corte. E intanto guadagna tempo perché le tre forze indipendentiste trovino un accordo su investitura e programma di governo. Ma il gesto ha evidenziato la spaccatura interna agli indipendentisti.

Torrent ha fatto sapere che, prima di annunciare il rinvio, ha chiamato più volte Puigdemont, senza però ricevere nessuna risposta (l’ex presidente catalano voleva a tutti i costi che si tenesse la sessione). Torrent ha optato per una terza via che gli evita il reato di disobbedienza, ma gli risparmia anche l’accusa di essere ritenuto il responsabile dell’affossamento di Puigdemont. Sabato, la Corte costituzionale aveva infatti vietato la partecipazione di Puigdemont al voto e avvertito che un’eventuale elezione a distanza, non sarebbe stata valida. Puigdemont ha presentato un ricorso e la Corte oggi lo ha bocciato all’unanimità. Una decisione che si sicuramente attirerà sull’alto consesso, composto da giudici nominati principalmente dalla maggioranza conservatrice, nuove accuse di parzialità da parte dei separatisti, che contestano la Corte da quando ha annullato nel 2010 parte dello Statuto che accorda maggiore autonomia alla Catalogna, una delle radici del conflitto attuale.

E dunque tre mesi dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza votata in Parlamento il 27 ottobre, il braccio di ferro tra il governo e i separatisti non accenna ad allentarsi e non si intravede una strada verso il dialogo. Tutti si arroccano sulle loro posizioni. “Il Parlamento della Catalogna, come chiunque, deve rispettare ciò che decide la Corte Costituzionale”, aveva avvertito in mattinata il premier, Mariano Rajoy.

Il treno della Catalogna è tornato al punto di partenza

catalogna-barcellona

Ma, per farlo arrivare alla giusta destinazione occorrono nuovi macchinisti. E, tra questi, non ci potrà essere Rajoy e il Pp. L’attuale capo del governo suscita simpatia per la sua aria dimessa e il suo aspetto mite. E piace anche, e come, all’Europa per la sua determinazione nell’applicare le direttive di Bruxelles. E però il Pp ha il non trascurabile difetto di non avere mai ripudiato l’eredità franchista (su cui esprime un giudizio favorevole il 30% degli spagnoli); ad un punto tale che il suo portavoce in Parlamento ha recentemente dichiarato che “la responsabilità per la morte di centinaia di migliaia di persone durante la guerra civile ricade sui repubblicani”.

Ora, di questa eredità fa parte il centralismo; e con questa il ripudio totale dell’idea che l’unità della Spagna debba fondarsi sull’accordo tra le varie nazionalità. Idea che, invece, prima con Gonzales e poi con Zapatero, aveva portato ad un accordo di ferro tra Madrid e Barcellona; o, più specificamente, tra i socialisti, sapagnoli e catalani e gli autonomisti moderati catalani. Diciamo, l’applicazione del modello sudtirolese: “A voi i soldi e il potere di gestirli; a noi il vostro consenso indefettibile nelle Cortes”.

A rompere questa intesa Aznar e poi, in modo assai più sistematico, Rajoy. Da una parte limitando in sede costituzionale qualsiasi possibilità d’evoluzione del regime di autonomia verso forme più avanzate di tipo federale; dall’altra, beninteso in nome dei vincoli di Bruxelles, privando il governo di Barcellona dei fondi necessari per lo sviluppo delle infrastrutture e per i sevizi sociali.

Questo è uno dei fattori determinanti della crisi dell’autonomismo moderato. Crisi accelerata anche da fattori interni; primi tra tutti l’emergere di una estesa corruzione. E così, provocati dall’ostilità di Madrid e colpiti a sinistra dalla protesta sociale e indipendentista incarnata da una Esquerra republicana, erede diretta dei vinti del 1936 i vecchi “moderati” sono stati costretti ad inseguirla sul suo stesso terreno, sino a quel vero e proprio bluff della dichiarazione di indipendenza di ottobre.

E però la reazione violenta e “spropositata”di Madrid non è valsa a mutare il corso delle cose; anzi, a guardare al di là delle apparenze, si è risolta in una sconfitta per Madrid. Tutti gli organi di stampa hanno giustamente commentato la non vittoria degli indipendentisti, rimasti sulle posizioni del 2015 e, questa volta, profondamente divisi sul “che fare”. Pochi hanno invece fatto presente un dato assai più rilevante: il fatto che i “non indipendentisti” non solo sono minoranza in Parlamento ma rappresentano, tra di loro, posizioni del tutto diverse.

Una di queste appare sin d’ora fuori gioco. Perché Rajoy a suo tempo salutato dalla stampa come grande vincitore della sfida all’ok corrral, esce distrutto dalle urne. Non aveva niente da dire ai catalani e i catalani – leggi gli abitanti della Catalogna – non avevano perciò nessun motivo per votarlo. Quattro seggi su 135; quanto basta a squalificarlo politicamente ma anche, in futuro elettoralmente, come campione dell’unità del paese.

Ciudadanos, non a caso nato in Catalogna come reazione al “catalanismo, propone un agenda per i non catalani. Rilancio dell’economia, degli investimenti e della spesa pubblica per tutti in cambio della rinuncia dei catalani non solo all’indipendenza ma anche ai suoi presupposti: bandiera, imposizione della lingua, spese per la valorizzazione della catalanità. Tutto ciò che piace agli allogeni (che l’hanno non a caso premiato nelle urne come primo partito); nulla che possa essere accettato dagli altri.

Podemos, dal canto suo, propone “cose belle ma impossibili”: un accordo nazionale, qui ed ora, che, in cambio della rinuncia definitiva all’indipendenza, offra ai catalani, autoctoni e allogeni, tutto il resto.

In quanto ai socialisti, che hanno tenuto a distinguersi, nel corso della campagna elettorale, sia dagli indipendentisti che dalla coppia Pp/Ciudadanos, questi sono gli unici in grado di formulare proposte di mediazione in grado di essere ascoltate, senza preclusioni, dalle due parti. E, già che ci siamo, di promuovere un esecutivo di minoranza, basato sul coinvolgimento delle due parti (anche in virtù di passati rapporti); nella attuale condizione l’unico possibile e auspicabile.

Staremo a vedere. Con tutto l’ottimismo della volontà; anche perché di pessimismo dell’intelligenza c’è n’è in giro fin troppo…

Alberto Benzoni

Catalogna al voto, protagoniste le donne

inesarrimadas-1È finalmente arrivato il giorno del voto in Catalogna, dopo i tumulti causati dal referendum e la dichiarazione unilaterale di indipendenza di Barcellona che hanno portato alla reazione decisa di Madrid che ha “decapitato” sul piano amministrativo e giudiziario il governo secessionista di Carles Puigdemont.
Proprio queste nuove consultazioni vedono in primo piano la figura di due donne: la giovanissima Laura Sancho che ha votato per conto di Puigdemont e Inés Arrimadas, deputata e candidata del partito Ciudadanos al Parlamento della Catalogna. Ma se per i media queste sono le due figure centrali nella campagna elettorale catalana, ne esiste una terza: Marta Rovira di Esquerra Republicana (Erc), storica formazione di sinistra (la fondazione risale al 1931) già partner di minoranza nella coalizione Junts pel Sì, che nel 2015 si impose con il 40% dei voti e portò Puigdemont alla guida della Generalitat.
Sempre per l’ex presidente autoesiliatosi in Belgio è il voto della giovane Sancho che ha fatto parlare i media di se dopo la sua decisione. Laura alcuni giorni fa ha visitato Puigdemont a Bruxelles, offrendosi di votare per sua delega: una decisione molto importante simbolicamente e che ridà slancio a un Presidente ‘in fuga’. Per la diciottenne di Barcellona è il giorno del suo primo voto e lei ha deciso di cederlo all’ex presidente candidato con la lista Junts per Catalunya, che prende il posto della vecchia sigla Convergència Democràtica de Catalunya.
Sul versante opposto Inés Arrimadas catalana doc che però non vuole l’indipendenza della regione. Crede in un progetto di unità nazionale ed europea e lo difende dall’opposizione nel Parlamento della Catalogna, bella da bucare il video, la 36enne ha però i modi rigidi e fermi nell’esporsi da Avvocato. Una candidata post ideologica, post femminista, post politica: un animale da dibattito, a suo agio negli interventi in Parlament come in tv.
Altrettanto battagliera è la Rovira, tanto che la chiamano la ‘pitbull dell’indipendentismo’: lei era tra quelli che premevano sulla linea dell’intransigenza in seguito all’esito del referendum. “È giunto il momento”, ha scritto, “che ci sia una donna in prima linea in questo Paese. Una donna che non si arrende mai, con una determinazione e una convinzione senza pari, sensata e audace allo stesso tempo, testarda e ostinata ma anche dialogante e capace di scendere a patti. Ognuno al suo fianco, non la lasceremo mai sola. La Repubblica ha un nome femminile”.
Intanto si vota nella Regione che ha provato a sfidare Madrid e a votare sembra che ci siano andati quasi tutti, viste le code ai seggi: i sondaggi prevedono una alta affluenza, che potrebbe toccare l’80%, per l’importanza cruciale del voto dopo mesi di duro conflitto con Madrid. Gli ultimi sondaggi sulle elezioni regionali anticipate in Catalogna, elaborati dal centro di statistica Gesop, con sede a Barcellona, indicano in testa la formazione di Oriol Junqueras, ex vice presidente della Regione autonoma, tuttora in arresto. Il suo partito della Sinistra Repubblicana Catalana (Erc) potrebbe ottenere fino a 37 seggi dei 135 in palio, un risultato migliore rispetto a quello indicato dalle rilevazioni precedenti.
Inés Arrimadas potrebbe ottenere fino a 32 seggi, e la piattaforma separatista Junts per Catalunya dell’ex presidente Carles Puigdemont, in leggero calo con un massimo previsto di 29 seggi. I socialisti unionisti del Psc di Miquel Iceta, una ventina circa di seggi, e la sinistra populista contraria all’indipendenza di Catalunya en Comù-Podem, che sostiene come candidato Xavier Domenech potrebbe aggiudicarsi 10 o 11 seggi. I moderati unionisti del Partito Popolare di Catalogna (Ppc), guidati da Albiol, sembrano in calo e si potrebbero aggiudicare 4 o 5 seggi.