“L’altra metà del cinema” III edizione Arena Forlanini dedicata a donne

arena forlanini“L’altra metà del cinema” racconta, in sette week end e quattordici film dedicati alle donne, la parità di genere e i temi del femminile attraverso film di grandi autori, anche internazionali, ospitati alla Festa del Cinema di Roma e in altri importanti festival di tutto il mondo. Da sabato prossimo, 14 luglio, al 26 agosto, al via la terza edizione dell’Arena Forlanini (Piazza Carlo Forlanini 1, Roma): lo annunciano Laura Delli Colli, alla guida della Fondazione Cinema per Roma, e il Direttore Generale, Francesca Via. La manifestazione rientra nel programma di CityFest, si svolge in collaborazione con Alice nella città ed è realizzata grazie alla Regione Lazio con l’obiettivo di sfruttare l’area dell’ex ospedale per il miglioramento della qualità della vita nel quartiere.

Le proiezioni, a ingresso gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili, saranno accompagnate da incontri aperti al pubblico con autori e attori. I quattordici titoli in programma vanno dalle opere del cineasta spagnolo Pedro Almodóvar (Julieta) e del francese Martin Provost (Quello che so di lei) a quelle degli italiani Paolo Virzì (La pazza gioia), Edoardo De Angelis (Indivisibili), Sergio Castellitto (Fortunata) e Matteo Rovere (Veloce come il vento). Ci sarà spazio per la commedia e per il dramma in tutte le sue declinazioni (da La notte che mia madre ammazzò mio padre di Inés París a Sicilian Ghost Story di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia), per i temi dell’adolescenza e del rapporto genitori-figli (Piuma di Roan Johnson, Il cratere di Silvia Luzi e Luca Bellino) per giungere fino ai riadattamenti teatrali (Lady Macbeth di William Oldroyd). Infine, non mancherà un focus su alcune indimenticabili figure femminili, rese straordinarie da grandi interpretazioni attoriali (Jackie di Pablo Larraín, Florence di Stephen Frears, Gloria di Sebastian Lelio).

Per ricordare il regista Carlo Vanzina, prima di ogni proiezione verranno proposte alcune sequenze tratte dai film del regista romano.

Si ringrazia: 01 Distribution, BIM, Exit media, Fandango, La Sarraz, Lucky Red, Medusa, Rai Cinema, Teodora Film, Universal Pictures, Warner Bros.


L’ALTRA METÀ DEL CINEMA

“L’altra metà del cinema” si aprirà sabato 14 luglio alle ore 21 con Fortunata di Sergio Castellitto. Il film sarà introdotto da Edoardo Pesce, uno dei protagonisti. La pellicola, con la sceneggiatura di Margaret Mazzantini, è stata presentata al Festival di Cannes 2017 nella sezione “Un Certain Regard” ed è valsa a Jasmine Trinca il David di Donatello e il Nastro d’Argento per la Migliore attrice protagonista. Così il regista, sceneggiatore e attore romano racconta il suo film: “Fortunata è un aggettivo qualificativo femminile singolare. Ma è anche il nome di una donna. E soprattutto un destino. E non è detto che quel destino uno se lo meriti. Ci sono uomini in questa storia che non sono d’accordo sulla felicità di Fortunata”.

Domenica 15, il pubblico potrà assistere a La notte che mia madre ammazzò mio padre di Inés París: la regista e sceneggiatrice madrilena, affiancata da un cast di stelle, realizza una black comedy campione di incassi, con un esilarante intreccio che mescola le atmosfere di Agatha Christie con il più brillante humor spagnolo.

Il programma della manifestazione proseguirà il weekend successivo (sabato 21 luglio ore 21) con Gloria di Sebastian Lelio, film che esplora in profondità sentimenti e passioni di una donna divorziata prendendo spunto da storie realmente accadute nella città di Santiago. La stessa capitale cilena, insieme alla musica (compresa “Gloria” di Umberto Tozzi), può essere considerata come un ulteriore personaggio del film. La protagonista Paulina Garcia si è aggiudicata l’Orso d’Argento per la migliore attrice al Festival di Berlino.

Il giorno dopo, sempre alle ore 21, sarà la volta di Piuma di Roan Johnson, presentato in concorso alla 73esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. La pellicola affronta il tema della gravidanza nella società contemporanea: protagonisti del film una coppia di diciottenni, in un viaggio inatteso verso la maturità e le responsabilità, proposto attraverso uno sguardo leggero e ironico ma mai superficiale.

“L’altra metà del cinema” tornerà sabato 28 luglio alle ore 21 con Il cratere di Silvia Luzi e Luca Bellino, introdotti da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli di Alice nella città, al loro primo lungometraggio dopo il successo dei documentari La minaccia e Dell’arte della guerra. Il film, presentato alla Settimana Internazionale della Critica, descrive l’ossessione di un padre verso le qualità canore della figlia, la ricerca del successo e della felicità a partire da un contesto di emarginazione, il desiderio viscerale di una rivincita personale e sociale da sempre agognata.

Il sogno di diventare una cantante torna in Florence di Stephen Frears (domenica 29 ore 21): tratto da una storia vera, il film è una commedia agrodolce che tratta temi come l’amore, la musica (la colonna sonora è firmata da Alexandre Desplat) e la realizzazione, a ogni costo, delle proprie aspirazioni. Il film è interpretato magistralmente da tutto il cast, Meryl Streep in primis, che è venuta a presentarlo alla Festa del Cinema di Roma nel 2016.

La programmazione della settimana successiva si aprirà, sabato 4 agosto alle ore 21, con Julieta di Pedro Almodóvar, il regista più popolare e amato del cinema spagnolo, Oscar® per il Miglior film straniero con Tutto su mia madre e per la Miglior sceneggiatura originale di Parla con lei. Con Julieta – che si ispira a tre racconti di Alice Munro, Premio Nobel per la letteratura – il cineasta torna a esplorare i temi a lui più cari, quelli legati all’universo femminile.

Domenica 5 agosto alle ore 21 sarà proiettato Sicilian Ghost Story di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, favola oscura e romantica che porta sul grande schermo una storia d’amore impossibile tra due adolescenti. Nel 2017, il film ha aperto la Semaine de la Critique di Cannes.

Sabato 11 agosto (ore 21), “L’altra metà del cinema” proporrà Quello che so di lei di Martin Provost. Il film, un vero inno alla vita, ha al suo centro una storia di trasformazione: le due donne protagoniste della pellicola infatti colmano insieme il vuoto delle loro esistenze imparando a lasciarsi il passato alle spalle.

Il giorno dopo sarà la volta di Veloce come il vento di Matteo Rovere: il pluripremiato film, venduto nel mondo in più quaranta Paesi, vede protagonista una giovane pilota che, non ancora maggiorenne, gareggia nel campionato italiano GT. La trama sviluppa contemporaneamente numerosi temi forti, dalla disgregazione della famiglia agli affetti perduti, dalle subculture all’emarginazione, dal talento dissipato al desiderio del riscatto.

Il primo film in programma nel successivo fine settimana sarà Indivisibili di Edoardo De Angelis (sabato 18 agosto ore 21). Presentato alle Giornate degli Autori, il film ha vinto sei David di Donatello e cinque Nastri d’argento. Protagoniste della pellicola, due gemelle identiche con sogni e aspirazioni molto diversi, indivisibili in una società che porta a spettacolarizzare anche la loro diversità. Domenica 19 alle ore 21, il programma ospiterà Jackie di Pablo Larraín: il regista e sceneggiatore cileno dirige un film di grande impatto in cui emerge con forza la straordinaria prova attoriale di Natalie Portman, magistrale nel rendere la glaciale determinazione e la sofferta bellezza della protagonista nel momento più duro della sua vita.

Il weekend conclusivo della rassegna si aprirà sabato 25 agosto con Lady Macbeth di William Oldroyd. Al suo esordio cinematografico, il regista teatrale inglese firma un dramma in costume vittoriano, adattando liberamente il romanzo breve di Nikolaj Leskov “Lady Macbeth nel distretto di Mcensk”, e mescolando con sapienza William Shakespeare e Henry James, Michael Haneke e Alfred Hitchcock. L’ultimo appuntamento sarà con La pazza gioia, uno dei film più amati di Paolo Virzì, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes. La storia è quella di due donne simili e distanti allo stesso tempo, fragili e complesse, legate da una medesima condizione e da un intenso desiderio di ribellione, protagoniste di una fuga, ironica e toccante, lungo le strade della Toscana.

IL PROGRAMMA DAL 14 LUGLIO AL 26 AGOSTO

Ingresso gratuito fino a esaurimento posti disponibili.

Sabato 14 luglio, ore 21

FORTUNATA

di Sergio Castellitto, Italia 2017, 103’ [Universal Pictures]

Cast: Jasmine Trinca, Alessandro Borghi, Edoardo Pesce, Stefano Accorsi.

Fortunata è una giovane madre con un matrimonio fallito alle spalle e una bambina di otto anni. Ha una vita affannata, fa la parrucchiera a domicilio mentre sogna di aprire un negozio di parrucchiera tutto suo.

Domenica 15 luglio, ore 21

LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZÒ MIO PADRE

di Inés París, Spagna 2016, 94’ [Exit Media]

Cast: Belén Rueda, Eduard Fernández.

Isabel si propone di organizzare la cena di lavoro che suo marito Angel e la sua ex moglie Susana hanno in agenda con un famoso attore argentino: lo vogliono convincere a essere il protagonista del loro prossimo film.

Sabato 21 luglio, ore 21

GLORIA

di Sebastian Lelio, Cile 2013, 105’ [Lucky Red]

Cast: Paulina García, Sergio Hernández

Divorziata da anni con due figli ormai adulti, Gloria cerca un nuovo equilibrio in feste, eventi serali e discoteche nelle quali poter incontrare qualcuno della propria età, un nuovo fidanzato. Quando però sembra averlo trovato questi si rivela inaffidabile e misterioso.

Domenica 22 luglio, ore 21

PIUMA

di Roan Johnson, Italia, 98’ [Lucky Red]

Cast: Luigi Fedele, Blu Yoshimi, Michela Cescon.

Ferro e Cate sono due diciottenni che condividono un’attesa che è però un problema: lei è incinta. C’è anche l’esame di maturità che incombe e un viaggio in Spagna e Marocco da fare con gli amici. Di fatto non sembrano esserci le condizioni minime per portare avanti la gravidanza.


Sabato 28 luglio, ore 21

IL CRATERE

di Silvia Luzi, Luca Bellino, Italia, 2017, 93’ [La Serraz]

Cast: Rosario Caroccia, Sharon Caroccia.

Il cratere è terra di vinti, spazio indistinto, rumore costante. Rosario è un ambulante, un gitano delle feste di piazza che regala peluches a chi pesca un numero vincente. La guerra che ha dichiarato al futuro e alla sua sorte ha il corpo acerbo e l’indolenza dei tredici anni. Sharon è bella e sa cantare, e in questo focolaio di espedienti e vita infame lei è l’arma per provare a sopravvivere. Ma il successo si fa ossessione, il talento condanna.

Domenica 29 luglio, ore 21

FLORENCE

di Stephen Frears, Usa/Gb 2016, 110’ [Lucky Red]

Cast: Meryl Streep, Hugh Grant, Simon Helberg.

L’ereditiera newyorkese Florence Foster Jenkins sogna di diventare una cantante lirica, nonostante le limitatissime doti canore. Il suo sogno diventerà realtà grazie all’attore teatrale St. Clair Bayfield, suo marito e manager, che riuscirà ad organizzare un concerto per lei alla Carnegie Hall, nel 1944.

Sabato 4 agosto, ore 21

JULIETA

di Pedro Almodóvar, Spagna 2016, 96’ [Warner Bros]

Cast: Emma Suarèz, Adriana Ugarte, Daniel Grao, Imma Cuesta.

Il film racconta il rapporto conflittuale tra una madre, Julieta, e sua figlia, Antía, vissuto fra sensi di colpa e sofferenze. Julieta non è mai riuscita ad essere la madre di cui Antía avrebbe avuto bisogno, nessuna delle due è riuscita a superare il dolore per la perdita di Xoan, padre di Antía e marito di Julieta. A volte però il dolore, anziché avvicinare le persone, le allontana: così, quando compie diciotto anni, Antía abbandona la madre senza alcuna spiegazione. Julieta la ricerca in ogni modo possibile e scopre quanto poco conosca la figlia.

Domenica 5 agosto, ore 21

SICILIAN GHOST STORY

di Antonio Piazza, Fabio Grassadonia, Italia/Francia 2017, 120’ [Bim Distribuzione]

Cast: Julia Jedikowska, Gaetano Fernandez, Croinne Musallari, Andrea Falzone, Federico Finocchiaro.

Luna è una ragazzina siciliana che frequenta un compagno di classe, Giuseppe, contro il volere della madre perché il padre di lui è coinvolto con la malavita. Giuseppe un giorno scompare misteriosamente, al termine di un pomeriggio passato insieme a Luna. Lei non si dà pace e decide di cercarlo da sola.

Sabato 11 agosto, ore 21

QUELLO CHE SO DI LEI

di Martin Provost, Francia 2017, 116’ [BIM]

Cast: Catherine Frot, Catherine Deneuve.

Claire è un’ostetrica che nel corso della sua vita professionale ha fatto nascere innumerevoli bambini amando la propria professione. Proprio in un momento difficile per il suo lavoro ricompare dal passato una donna che l’aveva fatta soffrire quando era giovane. Si tratta di Béatrice, colei per cui suo padre aveva lasciato la famiglia.

Domenica 12 agosto, ore 21

VELOCE COME IL VENTO

di Matteo Rovere, Italia 2016, 119’ [Fandango]

Cast: Stefano Accorsi, Matilda De Angelis, Paolo Graziosi

Giulia è una pilota che a soli diciassette anni partecipa al prestigioso campionato italiano GT. Durante una delle prime gare del campionato, il padre ha un infarto e muore. Al funerale si presenta Loris, fratello maggiore Giulia, ora tossicodipendente ma un tempo pilota di talento, che pretende di tornare nella sua vecchia casa.

Sabato 18 agosto, ore 21

INDIVISIBILI

di Edoardo De Angelis, Italia 2016, 100’ [Medusa]

Cast: Marianna Fontana, Angela Fontana, Antonia Truppo.

Viola e Dasy sono due gemelle siamesi che cantano ai matrimoni e alle feste e, grazie alle loro esibizioni, danno da vivere a tutta la famiglia. Le cose vanno bene fino a quando non scoprono di potersi dividere.

Domenica 19 agosto, ore 21

JACKIE

di Pablo Larraín, Usa/Cile 2016, 100’ [Lucky Red]

Cast: Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig.

Sono passati cinque giorni dalla morte di John Kennedy e la stampa bussa alla porta di Jackie per chiedere il resoconto. Una relazione particolareggiata dei fatti di Dallas. Jackie ristabilirà la verità e stabilirà la sua storia attraverso le domande di Theodore H. White, giornalista politico di “Life”.

Sabato 25 agosto, ore 21

LADY MACBETH

di William Oldroyd, UK 2016, 88’ [Teodora]

Cast: Florence Pugh, Cosmo Jarvis, Paul Hilton.

La giovane Katherine vive reclusa in campagna, inchiodata da un matrimonio di convenienza, evitata dal marito, disinteressato a lei, e tormentata dal suocero che vuole un erede. La noia estrema e la solitudine spingono Katherine, durante una lunga assenza del marito, ad avventurarsi tra i lavoratori al loro servizio e ad avviare una relazione appassionata con uno stalliere.

Domenica 26 agosto, ore 21

LA PAZZA GIOIA

di Paolo Virzì, Italia/Francia 2016, 116’ [01 Distribution]

Cast: Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti, Valentina Carnelutti

Donatella e Beatrice sono ospiti di una comunità per donne affette da disturbi mentali in Toscana. Impegnate in alcuni lavori di riabilitazione, le due colgono al volo l’occasione di scappare via e cominciare un viaggio avventuroso che cambierà le loro vite.

Mezzi che non giustificano il fine. Inchiesta su #MeToo

metoo 2È possibile condannare la violenza di genere senza se e senza ma, senza ambiguità o fingimenti, e allo stesso tempo prendere le distanze dal movimento #MeToo? È possibile avversare con forza ogni forma di molestia, di abuso, di umiliazione della donna e biasimare con altrettanta convinzione la demagogia di Time’s Up? Ed è possibile fare tutto questo “da sinistra”, rifiutando ogni ammiccamento al maschilismo dei Trump e dei Berlusconi, dei Vittorio Feltri e dei Camillo Langone? Non soltanto è possibile, ma sarebbe la strada più ovvia per chiunque volesse cambiare davvero le cose.

Mezzi e fini

Lo aveva capito Margaret Atwood, femminista al di sopra di ogni sospetto, che in un articolo sul “Globe and Mail” aveva affermato che “per ottenere i diritti umani e civili delle donne devono esserci diritti umani e civili e basta, incluso quello a una giustizia fondamentale”. L’obiezione della Atwood potrebbe sembrare un dettaglio, un sofisma privo di importanza; ma la questione è terribilmente seria. A seguito delle rivelazioni a mezzo stampa ispirate dal #MeToo, sono morte finora sette persone: Carl Sargeant, politico gallese, suicidatosi il 7 novembre 2017; un funzionario del Partito Laburista inglese, rimasto anonimo, morto, per probabile suicidio, nello stesso mese; Dan Johnson, politico statunitense, suicidatosi il 13 dicembre 2017; Jill Messick, già manager di Rose McGowan, suicidatasi il 7 febbraio 2018; Jo Min-Ki, attore sudcoreano, suicidatosi il 9 marzo 2018; un professore della Hankuk University di Seoul, rimasto anch’egli anonimo, suicidatosi il 17 marzo 2018; Benny Fredriksson, attore svedese, suicidatosi il 17 marzo 2018.
Questa impressionante scia di sangue chiarisce una questione che investe alle radici la natura stessa del #MeToo. Anche una battaglia importante, come quella per i diritti delle donne, può infatti trasformarsi in un’iniziativa mortifera se i mezzi con cui viene condotta ne contraddicono il fine. Quando un grande ideale è contraddetto dalla sua prassi, una rivoluzione si trasforma in controrivoluzione. Dai rivoluzionari francesi a Stalin, da Mao alla Corea del Nord: chi pretende di togliere alla rivoluzione la sua intrinseca componente dialettica, la sua immanente tensione anti-autoritaria, tradisce e perverte la stessa rivoluzione.
Quando le 120 firmatarie della lettera-manifesto “Dissenso comune” affermavano che “noi non puntiamo il dito contro un singolo ‘molestatore’, noi contestiamo l’intero sistema”, probabilmente intendevano proprio questo: nessuna rivoluzione si crea sbattendo il mostro in prima pagina. I linciaggi pubblici, a prescindere dalla colpevolezza o dall’innocenza dei linciati, sono sempre stati appannaggio delle società arretrate, barbariche, e nulla di buono o di costruttivo hanno mai portato. Pensare di condurre una lotta femminista attraverso epurazioni e scandali mediatici significa ignorare l’essenza stessa del femminismo, confondere emancipazione e odio di genere. E l’odio di genere, da qualunque parte provenga, altro non è che una forma di sessismo.

<> the 2017 Frankfurt Book Fair (Frankfurter Buchmesse) on October 14, 2017 in Frankfurt am Main, Germany. The 2017 fair, which is among the world's largest book fairs, will be open to the public from October 11-15.

È per questo che i processi non possono avvenire sui social media, né sui giornali. Spetta alla giustizia penale perseguire i colpevoli con fermezza e senza clamore: una giustizia certa, efficiente, che protegga e tuteli le vittime senza consegnarsi al sensazionalismo e alla spettacolarizzazione.

La strada per la parità

Ma qual è allora la strada da seguire per mettere fine alle discriminazioni, per perseguire una vera parità di genere? Probabilmente quella indicata da Emma Bonino in un’intervista a Repubblica dell’ottobre dell’anno scorso. “Io non ho mai creduto alla solidarietà tra donne” aveva affermato la storica leader radicale. “Le donne non sono una categoria, non sono un sindacato. Sono persone, e come tali hanno opinioni diverse.” Con toni simili si era espressa la Atwood nel suo articolo sul “Globe and Mail”: “La mia posizione fondamentale è che le donne sono esseri umani, con tutta la vasta gamma di comportamenti angelici e demoniaci che ciò porta con sé”. Per combattere il sessismo, suggeriscono la Bonino e la Atwood, occorre dunque rifiutare di connotare i generi in un senso stereotipo e unilaterale, come se appartenere ad un genere bastasse a condividere la stessa visione del mondo, le stesse idee politiche, le stesse proposte. Se è vero che il razzismo (o il sessismo, che di esso è un’espressione) significa considerare delle caratteristiche fisiche o delle appartenenze geografiche (l’etnia, il genere, l’orientamento sessuale, ma anche l’età) come vincolanti e significative in qualunque altro senso, allora essere antirazzisti vuol dire rifiutare il mito reazionario della lotta tra i sessi, della contrapposizione stereotipa di donne e uomini. Immaginare un partito delle donne o un movimento degli uomini è un po’ come teorizzare un partito degli individui biondi e uno di quelli castani; un partito degli italiani o uno degli arabi; uno degli studenti universitari e uno dei quarantenni.
Ecco perché, come notava la Bonino, esistono tanti tipi di femminismo, basti guardare alle tante femministe che hanno condannato o criticato #MeToo: dalla Atwood a Germaine Greer, da Natalia Aspesi ad Anna Bravo. Anche quello di Catherine Deneuve e delle 100 donne francesi è un manifesto femminista: all’insegna di un femminismo libertario, fondato sull’autodeterminazione delle donne e sul rifiuto della loro infantilizzazione. E gli insulti violentemente misogini che queste ultime hanno ricevuto testimonia di un clima culturale malsano, intollerante e sotterraneamente sessista.
In un suo recente articolo su “Linkiesta”, Alessio Postiglione faceva notare il pericolo delle cosiddette “discriminazioni positive”, ovvero di quelle discriminazioni che, “per indennizzare un gruppo svantaggiato, invece di creare una cornice concorrenziale che premi i migliori” creano “un mercato ‘protezionistico’ dove alcuni gruppi sono rappresentati pro quota.” Postiglione osservava che dietro alla filosofia delle “quote rosa”, quella che vorrebbe ridurre le donne a numero, a categoria protetta, si nasconde il pericolo di riprodurre quella patriarchia che si vorrebbe eliminare: se è vero che nella società alcune categorie – dalle donne al mondo LGBTQ – sono oggettivamente discriminate e poco rappresentate, altrettanto vero è che non è possibile porre fine a queste discriminazioni con uno strumento intrinsecamente discriminatorio.
Gli strumenti che al legislatore converrebbe adottare – perché è del parlamento il compito di recepire queste istanze – dovrebbero invece fare appello a meccanismi ben più complessi. In una società che voglia davvero definirsi egualitaria, ad esempio, non dovrebbe accadere che a una donna tornata dalla maternità non venga rinnovato il contratto di lavoro (in questo ambito le tutele esistono, ma andrebbero estese e perfezionate); né che a parità di mansioni esistano forme di disparità salariale. Una cultura televisiva che preferisce veline, letterine e showgirl a donne colte e competenti, che dà della donna un’immagine frivola e acefala, contribuisce a sua volta ad alimentare il sessismo, a promuovere le discriminazioni. E non è presentando quelle stesse showgirl e quelle stesse veline in una veste autoritaria o aggressiva che si incoraggia una vera emancipazione: perché la libertà non si esprime con l’autoritarismo, non si esprime con la violenza.
A quei festival cinematografici che tante parole spendono sulla “diversity” (ma diversity da cosa? Da chi?), che misurano in punti percentuali la quantità di film diretti da donne, converrebbe cambiare diametralmente approccio: si esaminino i film guardando finalmente alla qualità artistica, ignorando completamente il genere di chi li ha diretti; si abbandonino i calcoli commerciali e i condizionamenti che da sempre, in barba a qualsiasi meritocrazia, caratterizzano queste kermesse. Alle chiacchiere sulla “diversity” si passi ad una “equality” di fatto.
È su questi fronti, dunque, che si dovrebbe puntare per giungere a un radicale cambiamento della società nel senso della più completa eguaglianza. Con lo spirito non di una battaglia “di” genere, ma di una battaglia “per” l’uguaglianza.

Arte e censura

Tra i tanti sbandamenti del #MeToo, c’è anche la questione dell’arte. Sin dall’inizio dell’affaire Weinstein, è (ri)nato un surreale dibattito sulla funzione educativa dell’arte, sulla necessità di connotarla in un senso edificante. E puntuali sono arrivate le censure: a dicembre l’azienda dei trasporti di Londra ha rifiutato di apporre sui propri mezzi pubblici dei manifesti pubblicitari per una mostra di Egon Schiele; questi stessi manifesti sono stati apposti sui muri di Berlino, ma soltanto in una versione censurata, con i genitali coperti. Sempre a Berlino, lo scorso gennaio, l’Università Alice-Salomon Hochschule ha cancellato dalla propria facciata una poesia in otto versi del grande poeta svizzero Eugen Gomringer (“Viali / viali e fiori / / fiori / fiori e donne / / viali / viali e donne / / viali e fiori e donne e / un ammiratore”) perché considerata “sessista”. Ancora a gennaio, la Manchester Art Gallery, tra le più note gallerie britanniche, ha rimosso dalle proprie pareti il dipinto preraffaellita “Ila e le ninfe” di John William Waterhouse. L’accusa? Sessismo. E si potrebbe andare avanti con molti altri esempi.
È inutile dire che queste censure sono pura follia. Ma l’ondata moralizzatrice si sta insinuando sin nei meandri più nascosti del dibattito culturale ed estetico. Qualcuno ha cominciato a stroncare “Lolita” di Nabokov, qualcun altro ha definito “inaccettabile” “Blow up” di Antonioni. Dell’ultimo film di Lars Von Trier, visto al 71. Festival di Cannes, si è detto che non c’era abbastanza empatia verso le vittime del personaggio protagonista (un serial killer torturatore di donne). Altri ancora, come Ryan Gilbey in un delirante articolo sul “Guardian”, hanno affermato che la politica dell’autore va buttata alle ortiche perché “è molto (…) difficile sostenere che degli errori di valutazione extra-curriculari – e addirittura dei reati – possano affrancarsi da quanto appare sullo schermo” e che Michael Haneke avrebbe un “lato oscuro” (sic) perché ha criticato con fermezza il #MeToo.
Dal furore di questa isteria puritana traggono linfa film terribili come “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh, un elogio della vendetta piccolo-borghese con venature fasciste e populiste, scambiato dai critici gonzi per una celebrazione del femminismo; o parabole morali midcult su molestie e discriminazioni.
E allora diciamolo una volta per tutte: attribuire all’arte una funzione educativa è il peggior servizio che si può rendere alla battaglia contro il sessismo. La ricerca dell’imparzialità nell’atto creativo è un’impresa assurda, violenta, intimamente fascista. L’atto creativo è per sua natura parziale, soggettivo: ogni affermazione, nel momento in cui viene formulata, è già – anche inconsciamente – l’espressione di un punto di vista. Così “L’uomo che amava le donne” di Truffaut non è un inno al maschilismo, ma una visione maschile delle dinamiche del desiderio, proprio come “Sex and the city” è una visione femminile delle stesse dinamiche.

La moralità dell’arte

lolitaMa l’errore è ancora più a monte: pretendere di dare a un’opera d’arte una patente di moralità, un certificato di perbenismo. Sono i regimi totalitari, gli stessi che in vario modo perseguitano le minoranze, i soli che pretendono di condannare o di assolvere un’opera per la moralità del suo contenuto. Parafrasando Adorno, è soltanto la cattiva arte quella che “s’immagina che la dignità di un’opera e la gloria che le spetta dipendano dalla dignità degli oggetti, e che una rappresentazione della battaglia di Lipsia valga di più di una seggiola vista di sbieco.”
Il valore di un’opera dipende dal valore del suo testo, cioè dalla forma e dal contenuto intesi in un tutto inseparabile. È soltanto là la sua morale: nella pennellata, nel rapporto tra questa e l’insieme, nel rapporto tra questa e il contenuto. La sua morale è nella bellezza: la bellezza delle sculture michelangiolesche, dei quadri di Leonardo, ma anche di quelli di Egon Schiele e di Balthus, dei film di Woody Allen e di Roman Polanski, dei libri di Nabokov, dei poemi immorali di Lautréamont.
La bellezza, dialettica per eccellenza, si nutre e deve nutrirsi di rivolgimenti, di intersezioni, di tesi e di antitesi. Non può e non deve esserci un “messaggio” soverchiante, una eco moralistica che si spande sull’opera, come nei quadri affettati e ruffiani di Millet. Perché è proprio nel ricatto morale che si nasconde lo sguardo autoritario, è nel messaggio prefabbricato che si nasconde il disprezzo. Se seguiamo la saga del Padrino possiamo immedesimarci nel mafioso, con la sua violenza e il suo fascismo, con la sua spietatezza e la sua crudeltà. Se narriamo la storia di un terrorista, di un assassino o di uno stupratore possiamo (a volte dobbiamo) spingere il pubblico a immedesimarsi in lui, con tutto il disagio che questo comporta, e nessuna morale ci deve fermare. Il messaggio, quando di messaggio si può parlare, dovrebbe scaturire dalle maglie di un continuo processo dialettico immanente alla forma, al contenuto, e alla dialettica tra l’una e l’altro. Soltanto così l’opera sfugge alla pietrificazione, a quell’immobilità mortifera che è madre di tutti i kitsch e di tutte le arti di regime. O vogliamo tornare al Codice Hays, che imponeva una condanna severa e lampante per qualsiasi atto criminale mostrato sullo schermo?
Il sesso e la violenza (quelli rappresentati!) sono intrinseci alla natura della scrittura filmica e dell’arte in generale. Il perturbante contribuisce in modo decisivo a rendere l’arte dialettica, a strapparla dalle grinfie dell’estetica borghese, della fattualità sclerotizzata. Come ha scritto lucidamente Andrea Bocchiola in suo articolo su “Vogue”, “l’arte porta sempre con sé, a meno che sia semplice décor, un granello di inquietante estraneità, un elemento che ce la rende così profondamente intima e al contempo così drammaticamente intollerabile, eccessiva, disturbante.”
Anche per questo l’arte va tenuta separata dall’artista. Ne parlava già Proust cent’anni fa e con lui tanti altri, ma occorre ribadirlo in tempi di oscurantismo neopuritano. Un conto sono le vicende personali o criminali di un artista, un conto è la qualità della sua opera. I film di Polanski e di Woody Allen sono indipendenti da Polanski e da Woody Allen. Recano, sì, la traccia dei loro autori, ma la loro bellezza non è minimamente intaccata dalle vicende personali dei primi. Né la bravura di Kevin Spacey è intaccata dalla sua condotta privata o dai reati da lui commessi.
Se un artista commette un reato – sia anche un criminale o un assassino, com’era del resto Caravaggio – è sbagliato sia assolvere la sua condotta in virtù della sua arte, sia condannare la sua arte in virtù della sua condotta. Si condanni senza sconti la sua condotta, la giustizia penale (e non quella mediatica) faccia il suo corso. Ma non si confonda l’abiezione dei suoi atti con la grandezza delle sue opere. Di più, lo si condanni a produrre obbligatoriamente le sue creazioni, anche dal carcere. Sarà un modo intelligente per fargli scontare il suo reato: donando al mondo la bellezza della sua arte.

Giulio Laroni

‘Dio esiste e vive
a Bruxelles’ al cinema
il film di Van Dormael

Deneuve gorillaUscito in Francia lo scorso 2 settembre, “Dio esiste e vive a Bruxelles”, titolo originale “Le tout nouveau testament”, del belga Jaco Van Dormael (“Toto le héros”,” L’ottavo giorno”, “Mr.Nobody”) ha già avuto un grande successo di pubblico, scalando poi le vette del box office anche negli altri Paesi in cui è già uscito, il Belgio e la Svizzera. Il film è inoltre uno dei 52 film in lizza per gli ‘European Film Award’ e rappresenterà il Belgio alla corsa degli Oscar per il ‘Miglior Film Straniero’. Nelle sale italiane da oggi, 26 novembre, vede la partecipazione dell’attore Benoît Poelvoorde (nel ruolo di Dio), della giovane Pili Groyne (Éa, la figlia di Dio), Yolande Moreau (la moglie di Dio), Catherine Deneuve (Martine) e tra i doppiatori italiani le voci di Frankie Hi-nrg alias Francesco Di Gesù (nel ruolo di JC, Gesù appunto) e Neri Marcorè (François, l’assassino).

Le religioni spesso sono scritte dagli uomini per gli uomini, questa è una storia un po’ surrealista dove anche le donne sono protagoniste. Bruxelles è in questi giorni al centro dell’attenzione internazionale e non solo dell’Europa per il sospetto di essere uno dei centri da cui provengono i terroristi islamici degli attentati di Parigi del 13 novembre e per questo vive uno stato di assedio. Nel film si legge “pour Dieu!” e “pour Allah!” a proposito delle guerre di religione anche se quello che sta succedendo in questi giorni nel mondo ha più a che fare con la follia umana e la stupidità, Van Dormael e l’altro autore Thomas Gunzig raccontano la cattiva abitudine che gli uomini hanno di addossare a Dio le loro responsabilità. I due partono dall’idea che Dio sia un padre di famiglia irascibile che vive a Bruxelles e si diverte a decidere sadicamente delle sorti degli uomini con il suo computer dallo studio di casa, provando piacere ad appiccare incendi, far cadere aerei e provocando terribili torture quotidiane, incitando le persone a uccidersi tra loro in guerre interminabili combattute nel suo nome. Fino a quando la figlia di 11 anni si impossessa del computer del padre, invia a tutti gli uomini le date della loro morte e scappa di casa per andare a scrivere il nuovo Nuovo Testamento insieme al barbone Victor, per fare questo ha bisogno di trovare altri 6 apostoli (che sommati ai 12 del fratello JC le permettono di arrivare a 18, il numero di giocatori delle squadre di baseball che è lo sport preferito della madre).

Ogni apostolo ha una musica interiore che la bambina è in grado di sentire: Schubert, Haendel, Purcell, Rameau (il richiamo degli uccelli), “La mer” di Trenet e la musica da circo, la musica viene utilizzata per far sentire quanto sia grande l’interiorità di questi personaggi, che il regista definisce “6 grandi ustionati dalla vita” o “6 magnifici perdenti”: l’avventuriero che fa un lavoro che odia, l’erotomane, l’assassino, la ragazza menomata e la donna abbandonata dal marito. La colonna sonora originale è stata composta da An Pierlé, compositrice e musicista fiamminga, che crea un contrasto con la musica barocca e i brani d’opera. Questo film fa riflettere sul fatto che al di là della durata della nostra vita è importante chiederci se si sta vivendo davvero, ricordarsi di essere mortali aiuta ad uscire da quella “sala d’attesa” che è la vita. Dal momento in cui gli uomini conoscono la propria data di morte cambiano improvvisamente abitudini e stili di vita, fanno cose che non avevano mai avuto il coraggio di fare prima, sfidano il pericolo e le convenzioni sociali, anche sessuali, come il bambino che vuole diventare una bambina. Ci sono dei riferimenti al cinema di Ferreri (“Ciao maschio”) e Oshima (“Max amore mio”) quando Catherine Deneuve si innamora di un gorilla, ma anche a Fellini e Tarkovsky. Nel finale Dio viene mandato al confine in Uzbekistan e il potere torna nelle mani delle donne (la moglie che prende il controllo del computer e salva l’umanità) e dei bambini, gli unici capaci di sovvertire davvero l’ordine mondiale creato dagli uomini a loro immagine e somiglianza.

Alessandro Sgritta