Inps, novità su disoccupazione agricola, Naspi e Permessi retribuiti. Concorsi pubblici, nuove regole

Inps
DISOCCUPAZIONE AGRICOLA: ULTIME NOVITÀ

Chi ha fatto domanda dell’indennità di disoccupazione agricola all’Inps, ma in realtà ha diritto all’indennità di disoccupazione non agricola (Naspi), può chiedere all’Inps di trasformare la prima istanza in richiesta di Naspi. La possibilità di trasformazione è possibile soltanto se la relativa richiesta: è fatta dal lavoratore interessato; è presentata nei termini previsti per la Naspi, ossia entro 68 giorni dalla fine del rapporto di lavoro. Lo stesso vale anche al contrario, cioè per la trasformazione dell’eventuale domanda di Naspi in istanza per la disoccupazione agricola.
A precisarlo è l’Inps nel messaggio n. 3058/2018. La questione riguarda, evidentemente, le ipotesi di domande di disoccupazione agricola che siano state respinte per prevalenza di attività in settori non agricoli; in tal caso, spiega l’Inps, si può trasformare la richiesta in domanda di Naspi, ma esclusivamente su richiesta specifica dell’interessato e qualora ci si trovi ancora nei termini previsti per la presentazione della domanda di Naspi (entro 68 giorni dalla cessazione involontaria dell’attività lavorativa). In tal caso, inoltre, l’interessato è tenuto a integrare la domanda di disoccupazione agricola, di cui si chiede la trasformazione, con l’eventuale documentazione necessaria alla definizione dell’istanza di Naspi.
Sempre a richiesta dell’interessato è poi possibile anche trasformare la richiesta di Naspi, che sia stata respinta per prevalenza di attività nel settore agricolo, in domanda di disoccupazione agricola, qualora l’istanza sia stata inoltrata nei termini previsti per la disoccupazione agricola (cioè dal 1° gennaio al 31 marzo dell’anno successivo a quello di riferimento). Anche in tale ipotesi, l’interessato è tenuto a integrare la domanda Naspi, di cui viene chiesta la trasformazione, con l’eventuale documentazione necessaria alla definizione dell’istanza di disoccupazione agricola.
L’opportunità di “trasformazione” di una domanda in un’altra, chiarisce infine l’Inps, vale anche per le pratiche ancora in trattazione che saranno definite in autotutela (cioè direttamente per iniziativa degli uffici dell’Inps, sempre a richiesta da parte degli interessati). Così pure le richieste di riesame e i ricorsi amministrativi riferibili a domande per le quali non sia, nel frattempo, intervenuta la decadenza dal diritto.

Permessi retribuiti
TUTTO QUELLO CHE C’È DA SAPERE

Come è noto il dipendente in alcune giornate può astenersi dall’attività lavorativa, presentando una motivazione valida. Può assentarsi, ad esempio, nel caso in cui sia affetto da una malattia, percependo quindi l’indennità economica riconosciuta dall’Inps oppure in seguito a un lutto. Tuttavia può non andare al lavoro anche per semplici motivi personali e senza perdere lo stipendio: ci sono dei permessi, infatti, che consentono al dipendente di non prestare l’attività giornaliera, mantenendo comunque la retribuzione.
Tra i permessi per motivi personali retribuiti ci sono i Rol, permessi riconosciuti per la riduzione dell’orario di lavoro, di cui il dipendente matura in base alle mansioni svolte un certo numero di giorni ogni anno. Non esiste, però, un monte Rol minimo prefigurato dalla legge. Si tratta, difatti, di un istituto di fonte contrattuale, poiché sono i singoli Ccnl a determinare il monte permessi complessivo oltre alle modalità di utilizzo da parte del dipendente.
La regola generale però vuole che i Rol siano riconosciuti solamente nel caso di impiego full-time. È sempre la contrattazione collettiva a stabilire le tempistiche entro le quali questi devono essere goduti e i termini per la monetizzazione nell’ipotesi in cui non lo fossero. A differenza delle ferie, infatti, il lavoratore può rinunciare a usufruire dei Rol maturati decidendo di monetizzarli allo scadere di un anno (o due a seconda del Ccnl di riferimento) dalla loro maturazione.
Quindi se si vuole sapere quanti Rol si riescono a perfezionare ogni anno per il proprio impiego bisogna fare riferimento al Ccnl del settore di appartenenza. In alternativa si può consultare il monte permessi retribuiti a propria disposizione semplicemente leggendo la busta paga dell’ultima mensilità, dove i Rol residui sono indicati nella parte bassa, vicino allo spazio dedicato alle ex festività.

Lavoro
È CACCIA A IDRAULICI ED ELETTRICISTI

Oggi in Italia mancano gli artigiani. In particolare elettricisti, idraulici, cablatori, manutentori e periti elettronici ed elettrotecnici. E’ difficile coprire un posto su quattro nonostante la facilità nel trovare un’occupazione e retribuzioni variabili da 25mila a 40mila euro lordi annui. E’ quello che emerge dall’osservatorio di e-work, Agenzia per il Lavoro leader in Italia e presente sul territorio nazionale con 34 filiali.
“Chiudo per pensione ma nessuno vuole fare il calzolaio”
“Per molti giovani i mestieri artigiani non sono professioni ambite perché c’è un atteggiamento culturale radicato, e sbagliato, che collega i lavori ad alta manualità a un disvalore”, ha affermato Paolo Ferrario, Presidente e Amministratore Delegato di e-work. “Queste professioni – ha continuato -. sono invece in grado di garantire ai ragazzi sicuri sbocchi lavorativi e un altro grado di imprenditorialità. Noi siamo sempre alla ricerca di profili specializzati per inserimenti con contratti di somministrazione o per assunzione diretta da parte delle azienda ma anche di ragazzi che abbiano voglia di imparare una nuova professione attraverso i nostri corsi di formazione gratuiti”.
La difficoltà delle imprese a reperire personale riguarda anche i falegnami, gli installatori di infissi, i panettieri, i pasticceri, i sarti, i parrucchieri e i cuochi. “La grande tradizione artigianale italiana non è affatto destinata a scomparire, anzi, ha proseguito Ferrario.
“I lavori basati – ha spiegato – sul saper fare con le mani saranno tra le professioni più ricercate del prossimo decennio al pari delle professionalità legate allo sviluppo delle nuove tecnologie, agli informatici e agli ingegneri. Specializzazione e capacità tecnologiche saranno quello si cui dovranno puntare gli artigiani 4.0 di domani”.
E-work in questo momento ricerca su tutto il territorio nazionale 225 artigiani e più precisamente: 65 periti elettronici ed elettrotecnici, 50 elettricisti, 45 idraulici, 30 manutentori di impianti di condizionamento, 20 manutentori idraulici impiantisti e 15 cablatori quadri elettrici .

Concorsi pubblici
ECCO LE NUOVE REGOLE
Requisiti e modalità, cambiano i concorsi pubblici. La riforma Madia ha modificato le procedure di reclutamento per il personale statale, introducendo nuove regole. Ai fini dell’ammissione al concorso potranno essere richiesti requisiti diversi sulla base della finalità della procedura di reclutamento, del ruolo che i candidati andranno a ricoprire e delle competenze richieste. Tra le novità, contenute nella riforma dei concorsi pubblici, è previsto per ciascuna delle amministrazioni, inserire tra i requisiti di partecipazione alle selezioni anche il possesso del titolo di dottore di ricerca o del certificato di inglese B2.
Non solo requisiti: le novità prefigurate dalla riforma Madia (decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 75) cambiano anche le modalità di svolgimento delle prove dei concorsi pubblici. Nel caso di elevato numero di candidati potrà essere prevista una prova preselettiva, che dovrà essere basata non sulla conoscenza mnemonica ma sulla capacità del candidato di svolgere ragionamenti di tipo logico, deduttivo o numerico. La riforma Madia manda definitivamente in soffitta le prove eccessivamente scolastiche e nozionistiche per valutare la preparazione complessiva dei candidati che vogliono diventare dipendenti dello Stato. Dall’ormai indispensabile conoscenza della lingua inglese fino a quella dell’informatica, l’obiettivo delle nuove regole è rendere sempre più efficiente la complessa e articolata macchina della PA.

Rimborso canone Rai
OCCHIO ALLA TRUFFA
Attenzione alle e-mail inviate in nome dell’Agenzia delle Entrate che, dietro la comunicazione di un rimborso del canone Tv, nascondono un tentativo di truffa a danno dei cittadini. Negli ultimi giorni, comunica l’amministrazione, sono state segnalate delle false e-mail, apparentemente provenienti dall’assistenza servizi telematici dell’Agenzia, ma in realtà inviate da un indirizzo contraffatto non riconducibile alle Entrate.
L’oggetto della mail è ‘Re: Rimborso Rai – A8005W’ mentre nel testo del messaggio di posta elettronica si comunica il riconoscimento di un parziale rimborso del canone Rai per un importo di 14,90 euro, per ottenere il quale si rimanda alla sottomissione di una richiesta sull’indirizzo web del sito dell’Agenzia che in realtà nasconde un link ad un sito fraudolento (www.area-agenzia-en.info). ”Oggetto della e-mail e importo del fantomatico rimborso possono variare, ma in ogni caso, le e-mail in questione non provengono da un indirizzo direttamente collegato all’Agenzia e nascondono un evidente tentativo di truffa”, si spiega.
L’Agenzia raccomanda, pertanto, di cestinare immediatamente questi messaggi, di non cliccare sui collegamenti presenti e, soprattutto, di non fornire i propri dati anagrafici e gli estremi della propria carta di credito nella pagina web indicata nella mail. L’Agenzia ricorda, infine, che non invia comunicazioni via e-mail relative ai rimborsi.

Carlo Pareto

Voucher, maxisanzione dall’Ispettorato. Come funziona il Ccnl. Fisco: Boom incassi per rottamazione cartelle

Voucher
RISCHIO MAXISANZIONE

Dare indicazioni al personale ispettivo in modo da applicare correttamente le conseguenze sanzionatorie a chi viola le regole previste dai nuovi voucher. È questo l’obiettivo della circolare n.5/2017 dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che è intervenuto sul regime che regola il lavoro occasionale. Il superamento da parte di un utilizzatore per ogni singolo prestatore del limite economico di 2.500 euro – ricorda l’Inl – o comunque del limite di durata della prestazione pari a 280 ore nell’arco di un anno civile, comporta la trasformazione del relativo rapporto nella tipologia di lavoro a tempo pieno e indeterminato a far data dal giorno in cui si realizza il predetto superamento, con applicazione delle connesse sanzioni civili ed amministrative.
Tali regole, precisa l’Ispettorato, valgono anche per il settore agricolo, ma non operano nel caso in cui l’utilizzatore sia la pubblica amministrazione. Aver acquisito invece “prestazioni di lavoro occasionali da soggetti con i quali l’utilizzatore abbia in corso o abbia cessato da meno di sei mesi un rapporto di lavoro subordinato o di collaborazione coordinata e continuativa” integra, secondo l’Inl, un difetto ‘genetico’ afferente alla costituzione del rapporto. Ciò comporta quindi, in applicazione dei principi civilistici, la conversione dello stesso rapporto nella tipologia ordinaria del lavoro a tempo pieno e indeterminato, con applicazione delle relative sanzioni civili e amministrative, se accertata la natura subordinata dello stesso. Le sanzioni non sono applicabili se il rapporto precedente era regolato con un contratto di somministrazione.
L’Ispettorato nazionale del lavoro fornisce inoltre dei chiarimenti in merito alla sanzione prevista in caso di violazione dell’obbligo di comunicazione della prestazione occasionale e la cosiddetta ‘maxisanzione’ per il lavoro ‘nero’. L’Inl evidenzia che nelle ipotesi di mancata trasmissione della comunicazione preventiva, ovvero di revoca della stessa a fronte di una prestazione di lavoro giornaliera effettivamente svolta, la mera registrazione del lavoratore sulla piattaforma predisposta dall’Inps non costituisce di per sé elemento sufficiente ad escludere che si tratti di un rapporto di lavoro sconosciuto alla pubblica amministrazione con la conseguente possibilità di contestare l’mpiego di lavoratori ‘in nero’ (stesso principio espresso dalla Cassazione nella sentenza n. 16340/2013).
Ciò premesso – rimarca l’Inl – occorre individuare dei criteri utili a differenziare le ipotesi in cui la prestazione di lavoro effettivamente resa possa considerarsi quale prestazione occasionale non comunicata ovvero come un ‘normale’ rapporto di lavoro ‘in nero’, e come tale sanzionabile esclusivamente con la cosiddetta maxisanzione. In tal senso, L’Ispettorato ritiene necessaria una attenta valutazione della singola fattispecie rispetto alla quale si applicherà esclusivamente la sanzione ogniqualvolta ricorrano congiuntamente i seguenti requisiti: quando la prestazione è comunque possibile perché non si sono superati i limiti economici e temporali (280 ore); e se la prestazione può effettivamente considerarsi occasionale in ragione della presenza di precedenti analoghe prestazioni lavorative correttamente gestite.
Agli utilizzatori che violano gli obblighi di comunicazione preventiva (esclusi i libretti famiglia e la pubblica amministrazione) e a chi utilizza il contratto di prestazione occasionale nonostante i divieti del comma 14 (ad esempio gli utilizzatori che hanno alle proprie dipendenze più di cinque lavoratori subordinati a tempo indeterminato) viene applicata una sanzione amministrativa da 500 a 2.500 euro. Laddove venga riscontrata invece la violazione degli obblighi in relazione a più lavoratori, la sanzione corrisponderà al prodotto tra 833,33 euro e la somma delle giornate lavorative non regolarmente comunicate. Stesso discorso per chi viola le regole relative a riposo giornaliero, pause e riposi settimanali. Il mancato rispetto, precisa l’Inl, comporta l’applicazione delle specifiche sanzioni previste.

Diritto
IL CONTRATTO COLLETTIVO NAZIONALE DI LAVORO

Il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (Ccnl) è il contratto stipulato a livello nazionale tra le organizzazioni rappresentative dei lavoratori (sindacati) e le associazioni dei datori di lavoro (associazioni di categoria), con lo scopo di:
determinare il contenuto essenziale dei contratti individuali di lavoro in un certo settore (commercio, industria metalmeccanica, industria chimica, ecc.), sia sotto l’aspetto economico (retribuzione, trattamenti di anzianità), che sotto quello normativo (disciplina dell’orario, qualifiche e mansioni, stabilità del rapporto, ecc.);
disciplinare i rapporti tra i soggetti collettivi, ad esempio tra le rappresentanze sindacali e quelle dei datori di lavoro (“relazioni industriali”).
Nel settore del pubblico impiego, il contratto collettivo è stipulato tra le rappresentanze sindacali dei lavoratori e l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (Aran), che rappresenta per legge l’Amministrazione Pubblica nella contrattazione collettiva.
Il motivo principale per cui si tende a stipulare contratti nazionali, anziché a livello di singola azienda, è di preservare, nell’ambito di ciascuna categoria, una concorrenza corretta, basata su regole comuni di trattamento dei lavoratori. In altre parole, lo scopo è di impedire che le aziende si facciano concorrenza abbassando i costi, tramite il peggioramento delle condizioni dei lavoratori stessi.
Esempi di contratti collettivi possono essere facilmente consultati nell’Archivio nazionale gestito dal Cnel, che li contiene tutti.
Una tendenza diversa, rispetto ai suddetti principi, è stata adottata con la Legge n. 106 del 2011 (Manovra correttiva), la quale ha previsto incentivi per i contratti territoriali o aziendali, tramite un regime fiscale e contributivo agevolato, anche se limitatamente al 2012.
Rapporti tra contratti collettivi e altre fonti
Il rapporto di lavoro è disciplinato, oltre che dal contratto collettivo, anche dalle leggi in materia e dal contratto individuale. Queste tre fonti sono tra loro “gerarchicamente sovraordinate”: prima viene la legge, poi il contratto collettivo, poi quello individuale.
Ma nel caso in cui ci siano discordanze, tra tali fonti, la regola generale da applicare è che la fonte inferiore (il contratto individuale rispetto al CCNL, il CCNL rispetto alla legge) possa prevalere, rispetto a quella superiore, derogandone le norme, se le norme che contiene sono più favorevoli al lavoratore. Se sono ad esso più sfavorevoli, prevale la fonte superiore. Dunque il contratto individuale del lavoratore vale di più, rispetto a quello collettivo, solo in senso migliorativo, per il lavoratore stesso.
Quando invece si tratta di fonti di pari gerarchia (ad es. tra diversi contratti nazionali), la regola da applicare è che prevale la fonte più recente: un contratto collettivo nazionale di lavoro può liberamente modificare il precedente, sia in modo peggiorativo, sia migliorativo.
Come va interpretato il contratto
L’interpretazione delle norme contenute nel contratto va fatta in base al Codice civile (articoli 1362-1371, si veda il file allegato). Il codice civile dice che, nell’interpretare il contratto, si deve indagare quale sia stata la comune intenzione delle parti e non limitarsi al senso letterale delle parole. Per determinare la comune intenzione delle parti, si deve valutare il loro comportamento complessivo, anche posteriore alla conclusione del contratto.
Inoltre, non se ne deve allargare il campo di applicazione: per quanto generali siano le espressioni usate nel contratto, quest’ultimo comprende unicamente gli oggetti sui quali le parti si sono proposte di contrattare.

Tesoretto per la manovra
FISCO: BOOM INCASSI ROTTAMAZIONE

Boom per la rottamazione delle cartelle esattoriali che, secondo quanto ha appreso l’Ansa, dovrebbero portare in dote al governo per la prossima legge di Bilancio un extragettito di almeno 1,5-2 miliardi. Stando alle prime proiezioni dei dati alla prima scadenza di luglio, le adesioni alla definizione agevolata dei crediti col fisco – se i pagamenti delle altre rate continueranno regolarmente – consentiranno di superare ampiamente il target di 7,2 miliardi fissato dal decreto fiscale collegato alla scorsa manovra.

Carlo Pareto

Licenziamenti per giusta causa. Per la Cassazione legittimo controllo giudici

Le novità  del 2017

MALATTIA  E VISITE FISCALI

Con l’anno nuovo cambiano le regole sulla visita fiscale per i lavoratori che si mettono in malattia. Tra le novità introdotte per il 2017, i controlli che scattano il primo giorno di assenza anche per i lavoratori privati e il medico fiscale inviato d’ufficio. Per evitare sanzioni anche molto severe, ricorda il portale ‘laleggepertutti.it’, la prima cosa da fare quando ci si ammala è avvisare il datore di lavoro. Il tempo per farlo è regolato in base al contratto collettivo di lavoro applicato dall’azienda per la quale si lavora.

Normalmente si deve avvertire prima dell’inizio del turno di lavoro per le aziende che applicano i seguenti contratti collettivi: telecomunicazioni, terziario e commercio, turismo, gomma/plastica, carta, tessile/abbigliamento/confezioni, grafica /editoria, alimentare; entro 2 ore dall’inizio del turno lavorativo per le aziende che applicano il Ccnl Autotrasporto; entro 4 ore dall’inizio del turno lavorativo per le aziende di autotrasporto (relativamente al personale viaggiante e soggetto a turni continui avvicendati), legno/arredamento, chimica, calzature e infine, entro il primo giorno di assenza per le aziende che applicano il Ccnl Metalmeccanica.

Nei casi di giustificato e comprovato impedimento non vige l’obbligo di avvisare. Se l’inadempimento non viene giustificato, il datore di lavoro può sanzionare il dipendente, anche se il referto sanitario è inviato nei termini. Per ottenere il certificato medico, è indispensabile recarsi tempestivamente dal proprio medico curante, entro 48 ore (2 giorni) dal verificarsi della patologia. Il medico trasmetterà il referto di malattia, con la diagnosi, la prognosi e l’indirizzo nel quale il dipendente è reperibile, in via telematica all’Inps e rilascerà una ricevuta col numero di protocollo. Se il contratto collettivo o gli accordi con il datore di lavoro lo prevedono, si dovrà inviare il numero di protocollo al datore di lavoro.

Se il proprio medico curante è assente, è possibile recarsi da un altro dottore convenzionato col servizio sanitario nazionale (Ssn) o dalla guardia medica. In caso di ricovero, è l’ospedale a dover inoltrare il certificato medico. Se invece la trasmissione on line risulta impossibile, è necessario spedire con raccomandata il certificato, entro lo stesso termine di 2 giorni previsto per l’invio telematico.

Avvertito il datore di lavoro e trasmesso il referto sanitario, occorre rendersi reperibile per la visita fiscale. Si tratta di un controllo da parte di un medico fiscale dell’Inps, volto a verificare lo stato di malattia. Le fasce di reperibilità alle quali bisogna attenersi sono: dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19, se si è dipendenti del settore privato; dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18, se si è dipendente pubblico.

In determinati casi non si è obbligati a essere reperibili nelle fasce orarie per la visita fiscale. Le ipotesi di esonero, in particolare, riguardano il ricovero presso una struttura sanitaria (chi è ricoverato in ospedale non può assolutamente ricevere la visita fiscale, né in loco, né, ovviamente, presso la propria abitazione); l’esistenza di una patologia grave che richiede cure salvavita (l’ipotesi riguarda, ad esempio, chi ha gravi patologie cardiache, pazienti con patologie oncologiche, dializzati); l’infortunio sul lavoro e la malattia professionale; una malattia correlata a un’eventuale invalidità o menomazione del dipendente (sono i casi, in pratica, in cui il malato possiede una percentuale d’invalidità o un handicap, anche non grave).

Il proprio medico curante, poi, può disporre che il dipendente sia esonerato dalla visita fiscale per particolari motivazioni (ad esempio, nel caso di depressione o cefalea, perché la permanenza in un luogo chiuso ostacola la guarigione), contrassegnando il certificato medico col codice E. Se la visita fiscale è stata già effettuata durante il periodo di prognosi della stessa malattia, non può essere effettuato un nuovo controllo medico da parte dell’Inps; in caso di ricaduta, invece, o nel caso in cui il proprio medico prolunghi la prognosi, si può ricevere una nuova visita.

Al di fuori delle ipotesi di esonero dal controllo medico fiscale, in alcuni casi si può essere comunque giustificato, anche se si risulta assente agli accertamenti domiciliari. I casi di assenza giustificata alla visita fiscale riguardano l’effettuazione di una visita medica o la sottoposizione a un accertamento sanitario durante le fasce di reperibilità; la sottoposizione a cure mediche durante le fasce di reperibilità (in queste ipotesi, si deve avvertire in anticipo l’amministrazione o il datore di lavoro ed esibire, successivamente, un’attestazione in merito); l’assenza per cause di forza maggiore, o per evitare gravi conseguenze per sé o per i propri familiari; la visita al di fuori delle fasce di reperibilità.

A volte possono manifestarsi delle sfortunate coincidenze, come un malfunzionamento del campanello, che fanno risultare assente il dipendente alla visita anche se è rimasto tutto il giorno in casa: la giurisprudenza, però, ritiene la maggior parte di queste situazioni insufficienti a giustificare l’assenza al controllo medico.

Tra le scuse non valide rientrano: il malfunzionamento del campanello o del citofono, non aver sentito suonare o bussare, la mancanza del cognome del lavoratore nel citofono, la variazione di domicilio non comunicata, non potersi alzare dal letto, essere usciti per commissioni urgenti. Nonostante tali scusanti siano serie, prevale il principio per cui il dipendente sia tenuto ad adottare tutti gli accorgimenti possibili per accogliere il medico nelle fasce di reperibilità.

Si hanno 15 giorni di tempo per giustificare la propria assenza alla visita fiscale: in caso di assenza ingiustificata al controllo domiciliare, la sanzione comporta la perdita del 100% della retribuzione per i primi 10 giorni di malattia, a meno che il lavoratore non sia convocato prima a una seconda visita, che solitamente avviene nell’ambulatorio Asl. In questo caso, se effettivamente il medico verifica il proprio stato di malattia, si può recuperare la retribuzione dal giorno del secondo controllo. In caso di assenza alla seconda convocazione (visita ambulatoriale), invece, si perde il 50% della retribuzione dei giorni restanti; alla terza assenza, si perde tutto.

Sentenza della Cassazione

LEGITTIMO CONTROLLO GIUDICI SU LICENZIAMENTI PER GIUSTA CAUSA

E’ legittimo il controllo da parte dei giudici sull’effettività del motivo che ha determinato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Con la sentenza n. 24803 del 5 dicembre 2016, infatti, la Corte di Cassazione si è pronunciata su questo tipo di licenziamento ribadendo il controllo del giudice in ordine all’effettiva sussistenza delle ragioni addotte dal datore di lavoro. La nota giurisprudenziale della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro analizza la motivazione annessa alla sentenza della Cassazione. “Per i giudici di legittimità -afferma la Fondazione Studi- il licenziamento per giustificato motivo oggettivo deve fondarsi su ragioni effettive, serie e coerenti con il provvedimento preso e che, al tempo stesso, devono essere comprovate o comprovabili”. “I fatti -spiega- riguardavano un dipendente licenziato in considerazione sia della sfavorevole situazione del servizio sanitario che aveva portato alla chiusura del reparto di fisiokinesiterapia; sia per la notevole riduzione dei ricavi aziendali e per la conseguente necessità di espletare un nuovo assetto organizzativo per una più economica gestione dell’impresa”. “A seguito dell’impugnazione del licenziamento -fa notare la Fondazione Studi- la Corte d’appello, confermando la sentenza di primo grado, evidenziava in particolare come le testimonianze e le altre prove utilizzate dal datore di lavoro a sostegno del provvedimento espulsivo fossero in realtà insufficienti, dal momento che la chiusura del reparto a seguito di sospensione delle prestazioni a carico del Servizio sanitario nazionale era stata in realtà soltanto temporanea (e poi revocata)”. Inoltre, “il datore di lavoro non aveva fornito adeguata prova delle lamentate difficoltà economiche, non essendo emerso che il budget dell’anno in corso fosse inferiore a quello degli anni precedenti. Impugnata tale sentenza, anche la Cassazione ha respinto le doglianze di parte datoriale ritenendole pretestuose, sempre sul presupposto della temporanea e non stabile soppressione del reparto cui era addetto il lavoratore licenziato, oltre alla mancanza di prove circa la situazione di crisi economica dedotta come ragione del recesso”. “Da tale pronuncia -conferma la Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro- trovano conferma i principi secondo cui il licenziamento per giustificato motivo oggettivo deve fondarsi su ragioni effettive e serie, coerenti con il provvedimento preso, e che le stesse debbano essere comprovate o comprovabili dovendo i giudici accertarne l’effettività”.

Welfare

RICERCA, PMI SEMPRE PIU’ COINVOLTE

Il welfare aziendale non è più appannaggio esclusivo delle grandi aziende sopra i 250 dipendenti, ma coinvolge sempre di più la piccola e media impresa italiana. Cresce la consapevolezza dell’utilità del welfare aziendale anche nelle pmi, che rappresentano la componente produttiva più diffusa nel nostro Paese. Il 78%, infatti, lo considera un’opportunità, il 15% non si esprime e solo il 7% non lo reputa utile. E’ questo il quadro che emerge dalla ricerca Doxa-Edenred 2016 sullo stato del welfare aziendale in Italia. Permangono, tuttavia, una serie di difficoltà allo sviluppo concreto dei piani di ‘flexible benefits’ nelle piccole imprese. Per il 42% l’ostacolo principale risiede nella prassi consolidata da parte delle pmi di ricorrere a iniziative di welfare di natura informale piuttosto che contrattualizzata. Aspetto sottolineato soprattutto dalle aziende al di sotto dei 15 dipendenti. Il 33% ha indicato nella limitata conoscenza degli aspetti fiscali e normativi una difficoltà rilevante. Il 32% ha sottolineato come le pmi non facciano ‘rete’ per riprodurre gli stessi vantaggi delle grandi aziende. Infine, il 19% è convinto che i vantaggi dei piani di welfare abbiano un impatto più forte nelle aziende con un numero elevato di dipendenti. “Uno dei meriti del nuovo contesto normativo del 2016 è il coinvolgimento delle pmi nella sfera del welfare aziendale”, ha spiegato Andrea Keller, ad Edenred Italia. “I due elementi critici per la diffusione nella piccola e media impresa –ha continuato Keller- erano la complessità fiscale e la carenza informativa. Le piccole imprese non erano al corrente delle possibilità offerte dal welfare aziendale, mentre oggi lo sono di più. Il quadro normativo, tuttavia, può migliorare ancora per favorire il pieno coinvolgimento delle pmi”. “Come noto, è difficile erogare welfare alle aziende sotto i 15 dipendenti anche perché raramente hanno una contrattazione di secondo livello. Perché dunque – ha precisato Keller – non pensare alla possibilità per le piccolissime imprese di accedere alle agevolazioni fiscali previste nel corso del 2017 anche nel caso di scelta unilaterale dell’azienda?”. Per facilitare l’accesso delle pmi al welfare aziendale molte associazioni di imprese hanno avviato delle iniziative specifiche. Dalle consulenze fiscali e legali, alle modalità di predisposizione di un piano di welfare fino alla facilitazione di accesso a proprie piattaforme online di ‘flexible benefits’ condivise. Rispetto a tali attività, la ricerca Doxa-Edenred 2016 – per la prima volta – ha rilevato se le pmi vi hanno aderito e con quali benefici. Il 10% ha aderito alle iniziative di welfare promosse dalle associazioni di imprese mentre il 41% ha dichiarato di volerlo fare a breve. Il 49%, invece, ha affermato che non lo farà. Tra le aziende che hanno aderito, questi gli ambiti di supporto: consulenza sugli aspetti fiscali e legislativi, 47%; accesso ad un paniere di servizi welfare tramite rete di fornitori convenzionati, 33%; accesso alla piattaforma di gestione del conto welfare dei dipendenti, 27%; stesura dei regolamenti e accordi aziendali, 23%; assistenza nelle relazioni e trattative sindacali, 20%.

Carlo Pareto

 

Fiat. La proposta di Marchionne che divide il sindacato

Marchionne-Chrysler-FiatNel continuo braccio di ferro tra il segretario della Fiom e l’Ad di Fca, per Maurizio Landini stavolta arriva il colpo “con grazia” di Sergio Marchionne che annuncia “vantaggi economici di assoluto rilievo”, per i dipendenti italiani dell’azienda. In una conferenza stampa in cui hanno preso parte le Organizzazioni Sindacali l’Amministratore Delegato di Fiat Chrysler Automobiles, Sergio Marchionne, e il responsabile della regione EMEA, Alfredo Altavilla è stata annunciata la nuova politica retributiva di FCA in Italia che ha l’obiettivo di far partecipare direttamente tutte le persone ai risultati di produttività, qualità e redditività nell’ambito del piano industriale 2015-2018.

“Questo nuovo sistema – dice l’Ad di Fca – rappresenta un significativo passo in avanti nel coinvolgimento delle persone per raggiungere i risultati del piano industriale”. Ma soprattutto rappresenta la fine di un’era, dice Marchionne: “Negli scorsi anni FCA ha dovuto fare i conti con un sistema di relazioni industriali stagnante basato su sterili contrapposizioni tra capitale e lavoro. Quei giorni sono finalmente finiti”.

Leggendo tra le righe, il riferimento è proprio al sindacalista Landini, da sempre sul piede di guerra contro Marchionne. Il segretario non incassa il colpo e risponde a muso duro, l’iniziativa dell’azienda “cancella il ruolo del sindacato riducendolo a spettatore notarile” e “finge una partecipazione dei lavoratori ai destini aziendali su cui invece non hanno alcuna possibilità di parola”. A fargli eco subito il segretario della Cgil, Susanna Camusso che parla di “notizia costruita sul nulla”.
Intanto il primo effetto dell’iniziativa annunciata da Marchionne è quella di aver portato alla tensione, già aperta, tra il sindacato dei metalmeccanici presieduto da Landini e le altre sigle sindacali della categoria.

Per Gianluca Ficco, Uilm, l’annuncio di Fca rappresenta “un riconoscimento economico importante per i lavoratori, che confidiamo possa essere la base di un sistema di relazioni in azienda realmente partecipativo”, spiegando che “il sistema premiale si articolerà in due voci. La prima voce prevede, al raggiungimento degli obiettivi di efficienza negli stabilimenti, un premio annuo pari al 5% del salario di base, vale a dire a circa 1.200-1.300 annuali, che però può variare sia in meglio sia in peggio”. “La seconda voce – continua Ficco – è legata al risultato operativo di FCA nella regione EMEA (Europa allargata) e a fine 2018 porterà all’erogazione di un ammontare variabile, da un minimo garantito del 6% del salario base, che sarà difatti anticipato trimestralmente sin da quest’anno, al 12% in caso di raggiungimento degli obiettivi e addirittura al 20% in caso di loro superamento; in caso di raggiungimento degli obiettivi, quindi, questo secondo premio ammonterà complessivamente a circa 2.650 euro di cui metà anticipata trimestralmente e metà saldata a fine periodo”.

In una nota congiunta invece Landini e Michele De Palma, coordinatore nazionale automotive fanno sapere che in questo modo “il salario sarà completamente variabile. A oggi i lavoratori Fca e Cnh – dicono i sindacalisti – hanno una paga base inferiore ai lavoratori cui si applica il contratto Federmeccanica: un operaio di terzo livello Fca-Cnh guadagna mediamente 750 euro lordi annui di meno di un suo pari livello di un’altra fabbrica metalmeccanica”. “La vera novità – secondo i sindacalisti – dell’annuncio di ieri è che questo divario non sarà più colmato e lo stipendio base fissato nel 2011 dal contratto specifico Fiat non sarà più aumentato”. Per la Fiom sono chiare le intenzioni dell’azienda ma “molto meno agli altri sindacati, vista la cancellazione di ogni ruolo contrattuale e la subordinazione alle decisioni unilaterali aziendali che un simile sistema comporta”. Al sindacalista della Fiom arriva diretta la replica del suo omologo della Uilm, Rocco Palombella, “Il sindacato c’è e ci sarà caratterizzandosi per partecipazione e contrattazione, ruoli che chi critica non svolge da tempo”.

Per Palombella “i metalmeccanici Cgil hanno irriso il nostro senso di responsabilità negli accordi con l’azienda guidata da Marchionne ed Elkann, sostenendo che non ci sarebbero stati investimenti e modelli, ripresa produttiva ed occupazionale. Oggi – continua Palombella – smentiti, non accettano la realtà e demonizzano le risorse disponibili rivolte a ripagare i sacrifici dei lavoratori. Landini deve farsene una ragione – conclude il sindacalista – e comprendere che oggi firmeremo il rinnovo contrattuale specifico con Fca e Cnh per quanto concerne la parte economica. Ma faremo di più: puntiamo a rinnovare, come ben sa, anche il Ccnl dei metalmeccanici. Altro che fine dei contratti”.

L’annuncio di Marchionne ha dato un colpo al cerchio e uno alla botte, è riuscito non solo a colpire Landini ma anche a emarginarlo rispetto alle altre sigle sindacali che hanno salutato tutte positivamente l’operazione della Fca. “È una cosa che noi come Uil chiediamo da moltissimi anni e quindi la decisione ci fa particolarmente contenti”, ha osservato Carmelo Barbagallo, leader Uil, ricordando “poi ci sono 15 miliardi di investimenti. Non ci sono esuberi da discutere e c’è un rilancio del gruppo significativo in Italia”. “Questo modello di nuove relazioni industriali che valorizza il protagonismo del lavoratore, retribuendolo bene in base agli obiettivi è positivo e speriamo che apra una nuova strada in Federmeccanica”, afferma Annamaria Furlan della Cisl.

Maria Teresa Olivieri 

Trionfo per il Teatro
Regio di Torino
in Usa e Canada

regio-anticoSi è appena conclusa la tournée del Teatro Regio di Torino per la prima volta negli Stati Uniti e in Canada con il Guglielmo Tell di Rossini diretto dal Maestro Gianandrea Noseda. Avanti! ha incontrato il Direttore Artistico del Teatro, Gastón Fournier Facio, già Coordinatore Artistico del Teatro alla Scala di Milano, che ha raccontato come è andata.

Maestro, dopo Tokyo, San Pietroburgo, Edimburgo e Parigi, il Teatro Regio di Torino è approdato per la prima volta anche negli USA e in Canada.

Abbiamo affrontato una tournée molto importante, ma anche molto difficile, il Teatro Regio di Torino, infatti, non era mai stato prima negli USA. Avevamo però qualche vantaggio. Il Direttore Musicale del Teatro Regio, il Maestro Gianandrea Noseda, è molto conosciuto sia negli Stati Uniti che in Canada, ha diretto le principali orchestre americane (Chicago, New York, Philadelphia), ha diretto molte volte al Metropolitan di New York e ha lavorato moltissimi anni con la Toronto Symphony Orchestra: il nome di Noseda era quindi non solo una garanzia di qualità ma anche di visibilità.

Un altro vantaggio è stato quello di aver presentato un’opera lirica completa. E’ consuetudine, nelle grandi tournées, portare un repertorio sinfonico, possibilmente anche internazionale. Noi invece abbiamo portato il Guglielmo Tell di Rossini, un’opera italiana completa, cantata tra l’altro in italiano e non nell’originale francese. Ciò ha contribuito ad attirare anzitutto la stampa americana perché il Guglielmo Tell è un’opera che si fa molto di rado negli Stati Uniti e mancava da tantissimi anni al Metropolitan.

Come hanno affrontato, orchestra e coro, l’idea di esibirsi nelle più importanti location artistiche del mondo tra cui la Carnegie Hall di New York ?

Le due grandi sfide, a parte Ann Arbor e Toronto, erano sicuramente Chicago e New York. Chicago perché è sede di una delle più importanti orchestre del mondo oggi diretta da Riccardo Muti – un punto di confronto quindi, molto alto anche per un direttore italiano – e poi la Carnegie Hall di New York perché è il tempio della musica sinfonica nel mondo, direi ancora più importante del Musikverein di Vienna o della Concertgebouw di Amsterdam. E’ vero che al Musikverein si esibiscono le migliori orchestre internazionali ma mai con la frequenza della Carnegie Hall dove ogni settimana c’è una grandissima orchestra che rende il pubblico assolutamente “viziato” e i termini di confronto sono davvero altissimi. Affrontare la Carnegie Hall era veramente una grandissima sfida ma per fortuna avevamo dei punti di forza: era il terzo concerto piuttosto che il debutto e inoltre, benché vi avessero già diretto altri grandissimi direttori italiani come Toscanini, Abbado, Muti e Chailly, nessuno di loro aveva mai diretto prima un’opera italiana. Un direttore italiano, un’orchestra italiana, un coro italiano, un’opera lirica italiana: tutto questo ha creato grande aspettativa e grande interesse.

Gianandrea Noseda è stato nominato recentemente “Conductor of the Year” dal “Musical America”. Può dirci qualcosa riguardo la complicità, sigillata ormai dal 2007, tra il Maestro e l’orchestra del Teatro?

Il Maestro ha un rapporto molto intenso con l’orchestra, e questa lo vede come una garanzia di qualità. Da quando il Maestro è arrivato a Torino il livello artistico dell’orchestra è continuamente migliorato. Inoltre, è proprio Noseda ad aver portato l’orchestra, il coro e in generale il Teatro Regio nel mondo. Queste grandi tournées all’estero, non solo in Europa ma anche in Cina, in Giappone, adesso negli Stati Uniti e in Canada, sono esperienze che il Teatro Regio non aveva mai avuto prima.

La stampa americana parla di “Historical evening at Carnegie Hall”. Come è stata l’accoglienza oltreoceano?

In occasione di tutti e quattro i concerti sull’ultima nota di Rossini tutto il teatro era già in standing ovation. Non era mai successo né a Noseda, né all’orchestra. Sono stati davvero momenti entusiasmanti e molto emozionanti per tutto il gruppo di lavoro.

Un altro grandissimo protagonista, lo abbiamo già accennato, è stato indubbiamente Gioacchino Rossini. Come mai proprio il Guglielmo Tell e perché l’edizione italiana piuttosto che quella originale in francese?

Noseda ha molto insistito su questo argomento. Benché il Guglielmo Tell sia nato come Grand-Opéra per l’Opéra di Parigi e per un pubblico francese, il direttore ha pensato che fosse giusto presentare l’opera nella lingua originale del compositore. Questa scelta ha indubbiamente molto aiutato la presentazione all’estero di quest’opera: appariva chiaro che ci sarebbe stato un compositore italiano (tra l’altro universalmente conosciuto), un teatro italiano, un’orchestra italiana, un coro italiano, un direttore italiano. Così è stato prima ad Edimburgo ed adesso per quattro volte negli Stati Uniti.

Oltre alle sedi prestigiose in cui l’orchestra e il coro si sono esibiti, può raccontarci degli altri impegni affrontati? Si è parlato di una serata di beneficienza da Eataly sulla Fifth Avenue e di un’esibizione al Palazzo di Vetro dell’Onu per celebrare la fine del semestre italiano di Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea.

La performance alle Nazioni Unite è stato un evento molto particolare perché, a parte un concerto speciale con Lang Lang qualche tempo fa,  i concerti di musica classica al Palazzo di Vetro sono davvero una rarità. E la coincidenza della tournée del Teatro Regio in America durante il semestre italiano di Presidenza del Consiglio d’Europa ha reso l’esperienza ancora più interessante. Era presente anche il Sindaco di Torino Fassino che è intervenuto sull’argomento ed è stato molto ben accolto. Anche lì abbiamo avuto la sala piena.

Come è stato affrontato un impegno sicuramente così oneroso?  Se ci sono, quali sono stati gli sponsor o altre fonti di finanziamento?

Sarebbe stato impossibile intraprendere la tournée senza gli sponsor. Il Ministero degli Affari Esteri,  grazie anche all’impegno alle Nazioni Unite, ci ha aiutato con le spese di viaggio. Nel pool di sponsor italiani c’erano anche Eataly, Maserati, Lavazza ed Eni. Ovviamente il Sindaco Fassino, il Sovrintendente Vergnano, ma anche lo stesso Noseda si sono dati moltissimo da fare per reperire e motivare gli sponsor a partecipare a questo progetto.

L’iniziativa con Eataly è stata indubbiamente la più ammirevole ed originale. L’azienda sta promuovendo un locale sulla Fifth Avenue e ha organizzato un evento di beneficienza per la sera del 7 dicembre allestendo, nel salone centrale, uno spazio per l’orchestra. Gli artisti, pur lavorando secondo le regole ferree del CCNL e in un teatro fortemente sindacalizzato, per questa straordinaria occasione hanno fatto una cosa molto bella e positiva. Non solo hanno capito l’importanza di promuovere l’immagine del Teatro Regio di Torino a New York, ma hanno capito anche la necessità di essere flessibili e di venire incontro alle esigenze di visibilità e promozione degli sponsor. Il 7 dicembre, in coincidenza con la Prima alla Scala, i professori d’orchestra hanno compiuto una maratona lavorativa praticamente inconcepibile per un teatro italiano sindacalizzato. Alle 10.30 del mattino hanno iniziato una prova di due ore, fino alle 12.30, alla Carnegie Hall, alle 14.00 hanno eseguito l’opera (che dura 4 ore e un quarto con i due intervalli), la sera sono andati a Eataly per una prova acustica e alle 23 hanno cominciato ad eseguire musica e sinfonie d’opera di Rossini fino al collegamento diretto con la Rai, all’1 di notte. E non hanno preso un solo euro di straordinario. E’ stato davvero un gesto ammirevole!

Può raccontarci qualcosa di più personale? Come si trova a Torino dopo la lunga esperienza al Teatro alla Scala?

Mi trovo molto bene, la città, estremamente elegante, mi ha sedotto rapidamente. L’omogeneità architettonica settecentesca, il meraviglioso centro storico, la straordinaria quantità di piazze, la rendono veramente una città splendida agli occhi di chi ama le cose belle. Il Teatro funziona ed è gestito molto bene, c’è un clima di grandissima collaborazione e motivazione, si sente che stai lavorando in una grande famiglia in cui tutti sono concentrati sull’unico obiettivo di rendere grande il teatro. Dal punto di vista gastronomico poi, i vini delle Langhe sono tra i migliori del mondo e per me, che lo amo particolarmente, questa non è cosa da poco!

Karen Odrobna Gerardi