Merkel IV. La SPD dice sì alla Grosse Koalition

olaf scolzArriva il ‘sì’ dei socialdemocratici tedeschi che non era affatto scontato, soprattutto dopo i malumori in seno alla base del Partito. Il voto favorevole dell’Spd consente ad Angela Merkel di tornare sulla scena europea con un mandato forte, basato sul programma europeo scritto nel primo capitolo nell’accordo di Grande Coalizione. L’accordo di questa Grande Coalizione è il primo in Germania ad aver riconosciuto al futuro dell’Europa il primo punto del programma di governo.
“È stata fatta chiarezza: la Spd entrerà nel prossimo governo”, con queste parole il presidente a interim del partito socialdemocratico, Olaf Scholz, sgombera ogni dubbio sotto il cielo di Berlino per il rinnovo del Bundestag. Ben il 66%, la maggioranza degli iscritti e votanti al partito socialdemocratico Spd ha votato, per posta, a favore della cosiddetta “GroKo” e dunque per governare per la terza volta insieme ai partiti di centrodestra Cdu e Csu: 363 mila i voti validi su 463.723 tesserati.
L’annuncio è stato dato domenica mattina dalla Willy Brandt Haus, sede berlinese dello storico partito della sinistra tedesca.
Il via libera alla Grosse Koalition da parte della base Spd è, secondo il cancelliere tedesco, Angela Merkel, “una buona base per lavorare insieme”. Una grande fatica, ma finalmente “dopo sei mesi dal voto i cittadini aspirano a un esecutivo che prenda decisioni”. E la Cancelliera ha detto che “molti sono i compiti da affrontare”, sollecitando una formazione “veloce” del governo per “poter iniziare a lavorare”.
Nel nuovo Governo non ci sarà il Presidente Martin Schulz che, sceso in campo un anno fa per l’Spd, prima ha perso le elezioni, poi ha fatto sbandare il partito fra opposizione e governo, uscendo di scena definitivamente. Al nuovo presidente Olaf Scholz dovrebbe andare invece la guida delle Finanze per anni custodite dal falco dell’austerità targato Cdu, Wolfgang Schäuble.

Grosse Koalition, arriva il primo Sì, quello della CDU

merkelNel matrimonio di Governo tedesco arriva il primo passo avanti. I cristiano democratici (Cdu) tedeschi oggi hanno approvato l‘accordo di coalizione con i social democratici (Spd), portando la leader dei conservatori Angela Merkel a un passo più vicino al quarto mandato da cancelliere della più grossa economia europea. Un risultato a cui non poco ha contribuito la proposta della Merkel per la sua fedelissima Annegret Kramp-Karrenbauer per l’incarico di segretario generale della Cdu.
Karrenbauer sarà la prima donna ad assumere l’incarico di vice dopo sei uomini, in un Partito il cui Presidente è la Merkel da ben 18 anni. La Karrenbauer, governatrice del piccolo Land del Saarland sarà confermata dal congresso straordinario del 26 febbraio prendendo il posto di Peter Tauber.
Nel frattempo la Merkel porta acsa il suo risultato, sui 975 delegati presenti, soltanto 27 hanno votato contro l’intesa raggiunta con i socialdemocratici. Per un governo di Grosse Koalition è decisivo, adesso, il voto della base dell’Spd, che sta consultando con un voto per posta i suoi 463mila tesserati. Il risultato sarà noto domenica 4 marzo.
Adesso tocca all’Spd che si ritrova con sempre meno consensi e superata nei sondaggi anche dal partito di destra populista e xenofoba Alternative fuer Deutschland.

Germania, dopo Spd anche giovani CDU contro GOKO

merkelI giovani si riprendono la politica… in Germania. Le due formazioni storiche SPD e CDU uscite ammaccate dalle ultime elezioni vengono scosse dai giovani dei rispettivi partiti. Dopo i socialdemocratici tedeschi che hanno messo in forse un nuovo governo di Grosse Koalition a guida Merkel, adesso a seminare dubbi e malumori è lo stesso partito della cancelliera.
La Merkel ha l’opportunità di “creare nuovi volti” nella formazione del gabinetto. Da parte sua Jens Spahn, giovane e nuova stella della CDU, nonché vice ministro dell’Economia uscente nella Grosse Koalition di Angela Merkel, in un’intervista rilasciata al quotidiano austriaco “Die Presse am Sonntag” ha detto di vedere il suo partito preparato per il dopo Merkel. Secondo Spahn, infatti, la Cdu ha brave persone ovunque, in particolare il primo ministro sassone Michael Kretschmer, e il leader del partito della Turingia Mike Mohring, oltre al vicepresidente della formazione politica Julia Kloeckner, Paul Ziemiak e Carsten Linnemann. In una conversazione con la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, l’ex primo ministro della Cdu dell’Assia Roland Koch ha anche chiesto alla Merkel che la loro successione fosse regolata. “La leadership del partito, e anche la leader Angela Merkel, devono agli elettori una risposta alla necessità che per la prossima generazione, la responsabilità prenda il sopravvento”, ha dichiarato Koch. Il politico della Cdu pensa che non abbia senso aspettare fino alle prossime elezioni per un cambiamento nella direzione del partito. Critiche da Spahn anche circa la perdita del ministero delle Finanze, che sarà nelle mani dell’Spd, e di quello dell’Interno, che andrà alla Csu. Non sono mancate le polemiche, inoltre, per il fatto che nessun ministro appartiene all’ex Germania dell’Est. Il primo ministro della Sassonia-Anhalt, Reiner Haseloff, ha dichiarato al “Bayerischer Rundfunk”: “La Baviera ha dodici milioni di abitanti e tre ministri. I nuovi stati federali, che sono stati aggiunti nel 1990, hanno 15 milioni di abitanti e non hanno ministri”.
Ma la Merkel non sembra intenzionata a cedere il passo e fa sapere che governerà per l’intera legislatura. La Cencelliera difende l’accordo con la Spd per la formazione di un nuovo governo di larga coalizione in Germania. “Desidero che la Spd dica di si all’accordo – ha detto – durante i negoziati abbiamo gettato le basi perché questo accada, e perché sia la Spd sia l’Unione Europea siano orgogliosi di questo risultato”.
Ma non dimentica di sottolineare durante un’intervista in tv che i Cristiano Democratici abbiano pagato, dice, un prezzo molto alto sull’altare del compromesso. “La Cdu ha pagato un alto prezzo per garantire la stabilità del governo – ha dichiarato Merkel – A valutare la situazione dal punto di vista delle parti in causa, la CSU ha ottenuto grandi vantaggi e quindi posso dire che la sicurezza interna resta una nostra competenza, l’integrazione pure, siamo tornati a far girare l’econmia: costruire, vivere, affittare…si è trattato di una decisione consapevole perché effettivamente praticabile, nonostante sia anche stato in una certa misura doloroso”. “Abbiamo concordato anche le politiche. Non si può lasciar fare a un ministro delle finanze quello che vorrebbe. Abbiamo in programma il pareggio di bilancio. E le politiche europee le faremo insieme”, ha spiegato la cancelliera in un’intervista alla Zdf.

Terza Grosse-Koalition, ultimo scoglio i giovani SPD

schulz-620x372“Una buona notizia per l’Europa”, così il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, plaude alla notizia dell’accordo Cdu-Csu e Spd per un nuovo governo entro Pasqua. Si tratta della terza grande colazione tedesca a guida della Cancelliera che ha affermato di aver “lavorato in uno spirito di fiducia per poter dare al Paese un governo stabile”, ha detto Angela Merkel, aggiungendo: “Dobbiamo essere più veloci nelle decisioni”. Nelle trattative si è giunti all’accordo per quanto riguarda tasse e migranti, ma anche sull’assicurazione sanitaria. Un accordo così dettagliato da sembrare un vero e proprio programma di Goveno, ma il testo dell’accordo è deludente e molto generico proprio per quanto riguarda l’Europa, anche se le cancellerie del Vecchio Continente sembrano tutte entusiaste per la coalizione. Nel testo infatti sottolinea l’importanza dell’Europa per la Germania, dell’asse franco tedesco, del rafforzamento della democrazia parlamentare nelle istituzioni dell’Unione Europa e della solidarietà tra gli stati membri.
Tuttavia il vero problema adesso si presenta per il leader dei socialdemocratici tedeschi che ha di fronte l’ultimo ostacolo da superare: il voto della base dell’SPD il prossimo 21 gennaio.
“Abbiamo raggiunto un risultato eccezionale”, ha detto Martin Schulz, mettendo l’accento sui risultati raggiunti “per un contratto di governo” sullo stato sociale, con l’aumento degli aiuti alle famiglie, gli investimenti nel sistema della formazione.
Ma la base non sembra molto d’accordo per un’intesa che premia soprattutto la leadership della Merkel e ancora peggio per Schulz è che sono proprio i Giovani della Spd quelli più agguerriti, tanto che hanno annunciato battaglia al congresso.

Germania, prove di grande coalizione

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Si riaffaccia in Germania l’ipotesi di una grande coalizione. La Cdu è pronta a “negoziare seriamente” su una coalizione con l’Spd, “senza precondizioni”. Lo ha detto il segretario esecutivo del partito della cancelliera Angela Merkel, Klaus Schueler, dopo la riunione di ieri tra Merkel, il bavarese Horst Seehofer e il leader socialdemocratico Martin Schulz, su invito del presidente Frank Walter Steinmeier. L’esponente del partito di Angela Merkel ha aggiunto che l’Unione non pone ostacoli alle consultazioni per una Grosse Koalition.

La sua dichiarazione segue le affermazioni di Schulz, che ha negato ci sia stato un preaccordo a favore di negoziati per una Grosse Koalition, come ha affermato Bild. Schueler ha fatto riferimento anche alle previste consultazioni ai vertici del partito e al congresso dello stesso, che si aprirà giovedì 7 dicembre.

Schulz dovrà sottoporsi alla rielezione come capo del partito, assieme al resto dei vertici, ed è previsto un acceso dibattito a proposito della Grosse Koalition. I giovani socialdemocratici si oppongono alla sua riedizione, che definiscono un “affronto” agli elettori perché in campagna Schulz aveva negato categoricamente l’eventualità di entrare di nuovo in un governo Merkel. Schulz ha tuttavia aggiunto che “nessuna opzione è esclusa”, pur ribadendo che non vuole pressioni sulla tempistica.

Le elezioni federali tedesche si sono tenute il 24 settembre e sono state vinte dalla Cdu di Angela Merkel, che tuttavia non ha i numeri per governare da sola. I negoziati a tre con Liberali e Verdi per dar vita a una coalizione «Giamaica» sono falliti per l’incompatibilità tra i partner in materia di politiche ambientali e fisco. Di fronte alla prospettiva di un voto anticipato, la cancelliera ha tentato di riallacciare le trattative con i Socialdemocratici per una riedizione della Grosse Koalition che ha guidato il Paese negli ultimi 4 anni.

Edoardo Gianelli

I socialisti tedeschi sono l’ultima chance per la Merkel

merkelSmentite le voci sulle dimissioni di Martin Schulz, finito sotto pressione per la velocità con cui aveva escluso di sedersi al tavolo con Angela Merkel dopo il fallimento della trattativa con i liberali e i verdi, arriva la dichiarazione dell’ex Presidente del Parlamento europeo che rimette voce alla base della SPD per l’entrata al Governo. “Non c’è alcun automatismo in nessuna direzione, solo una cosa è chiara: se i colloqui portassero alla circostanza che noi partecipiamo in qualche forma o costellazione a un governo, i membri del partito dovranno votare”. Lo ha detto il capo della Spd Martin Schulz in uno statement alla Willya Brandt Haus.
Dopo il fallimento dei negoziati per un governo CDU, liberali e verdi la cosiddetta coalizione Giamaica è arrivata nella notte l’apertura dei socialdemocratici tedeschi ai colloqui per il governo. Il segretario Spd, Hubertus Heil, ieri sera dopo il dibattito dei socialdemocratici sulla questione se accettare una nuova Grande coalizione con Angela Merkel, ha confermato: “La Spd è fermamente convinta che il dialogo sia importante. La Spd non chiude al negoziato”.
Se all’inizio Schulz ha risposto ‘picche’ alle richieste della CDU tenendo fede agli animi dei socialdemocratici che vedono nell’alleanza con la Merkel la causa dell’eclissi del Partito, ora però si ritrova a dover fare i conti con una realtà. Per l’Spd infatti nuove elezioni potrebbero portare a un nuovo crollo del partito che due mesi fa ha incassato meno del 20%, il peggior risultato per i socialisti dal dopoguerra. La partita per il quarto Governo della cancelliera Merkel è ancora aperta e il futuro politico della Germania potrebbe non essere diverso dal recente passato, ossia dalla Grosse Koalition.

Germania: niente accordo, spettro di nuove elezioni

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Lo spetto di un ritorno alle urne si aggira per la Germania. Dopo il fallimento nella notte delle trattative per la formazione della coalizione Giamaica tra i centristi della Cdu di Angela Merkel, i Verdi e i Liberali, Berlino rischia di ripetere il modello Madrid: tornare al voto anticipato per l’impossibilità di formare un nuovo governo. I socialdemocratici di Martin Schulz non arretrano di un passo e ribadiscono di non voler ripetere l’esperienza della Grande coalizione che ha governato il paese nelle ultime due legislature: al termine di una riunione del direttivo del partito, il leader della Spd ha chiuso la porta alla cancelliera Angela Merkel e ha aggiunto che i socialdemocratici “non hanno paura” di tornare al voto.

Il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, prova ad allontanare il rischio di un ritorno alle urne e chiede ai partiti di fare ancora un altro tentativo. “Costruire un governo è sempre stato un processo difficile di dare e avere, ma il mandato di formarne uno è forse il più alto compito dato dagli elettori a un partito in una democrazia. E questo mandato rimane”, ha sottolineato Steinmeier. “Questo è il momento in cui tutti partecipanti hanno bisogno di riconsiderare il loro atteggiamento”, ha aggiunto, ricordando che “tutti i partiti politici eletti in Parlamento hanno un obbligo verso il comune interesse di servire il Paese”. Per questo, “mi aspetto da tutti una disponibilità a parlare per rendere possibile un accordo per un governo nel prossimo futuro”. Il pressing di Steinmeier ricomincerà domani, quando il presidente della Repubblica incontrerà personalmente le delegazioni di Cdu, Liberali e Verdi nella sua residenza berlinese di Bellevue tentando una ulteriore moral suasion per vagliare tutte le vie d’uscita possibili.

Ma a spingere per nuove elezioni non è solo la Spd: a chiedere che i tedeschi ritornino al voto anche la sinistra della Linke, ma soprattutto la destra nazional-populista della AfD, che ha già ottenuto un risultato clamoroso alle elezioni di fine settembre e pensa di approfittare ancora della situazione di stallo del Paese. “I vecchi partiti dell’establishment e delle lobby sono falliti miseramente”, ha detto la leader di Alternative fur Deutschland, Alice Weidel.

Escluso un ritorno alle urne, l’ipotesi in campo se la Cdu della Cancelliera non dovesse trovare un accordo con ecologisti e liberali, resterebbe solo quella di un governo di minoranza. Opzione quest’ultima che l’Europa guarda con preoccupazione. La Commissione europea fa sapere che “la stabilità e la continuità saranno assicurate” in Germania, malgrado il fallimento dei negoziati. Ma è evidente che una Germania debole in questa fase della politica europea potrebbe causare non pochi problemi. E la stessa Merkel si troverebbe fortemente indebolita.

Il fallimento dei negoziati per formare un nuovo governo a Berlino “sta causando una situazione molto difficile non solo in Germania, ma anche a livello europeo”, ha detto il ministro delle Finanze austriaco, Hans Joerg Schelling, che partecipa a una riunione del Consiglio Affari generali. “La Germania è sempre stata un grande traino dell’idea europea”, ha ricordato Schelling: “Siamo in un momento in cui cerchiamo di capire come approfondire il progetto europeo e in questo senso la Germania è un partner della massima importanza”.

Secondo il ministro delle Finanze di Vienna, “le elezioni non sarebbero un evento desiderabile”, ma un governo di minoranza rischierebbe comunque di portare la Germania al voto. “Dobbiamo rispettare il fatto che se non c’è consenso per costruire una coalizione, allora la sola opzione sarebbe un governo di minoranza che generalmente porta a nuove elezioni”, ha detto Schelling, auspicando “decisioni rapide”.

D’Alema, riemerge la gerontocrazia

Renzi-DAlemaGiuliano Pisapia ha detto che D’Alema “è uno che divide” e lo ha invitato a farsi da parte. La risposta del “leader Massimo” è stata la scissione del partitino nato dalla rottura con il Pd renziano. Achille Occhetto, dando voce a un antico rancore lo ha definito «un serial killer… che le ha sbagliate tutte». Ma il diretto interessato, sempre a proprio agio nella polemica, sembra deciso ad andare avanti per la nuova strada senza voltarsi indietro.
Smessi i panni del viticoltore, si è rituffato nella mischia prendendo la guida di Mdp, nella speranza (ma per D’Alema ci sono sempre e solo certezze) di tornare in auge come leader della sinistra e ritrovare quel posto in Parlamento dal quale lo aveva sfrattato Matteo Renzi ai tempi della “rottamazione”.
Con buona pace della volontà, più volte espressa, di non voler far parte di una minoranza irrilevante, l’ex segretario del Pds, per dirla con Pisapia, si è messo alla guida d’un “partitino del 3 per cento”. Lo ha fatto appena sei mesi dopo (31 marzo 2017) aver ribadito con il solito tono solenne: «Noi abbiamo una vocazione maggioritaria. L’obiettivo è di fare in modo che ci sia un grande partito del centrosinistra».
Ma chi conosce D’Alema, sa bene che la coerenza non è fra le sue doti migliori. Nel 1996 impallinò l’Ulivo di Prodi, che aveva appena vinto le elezioni e conquistato Palazzo Chigi. Meno di tre anni dopo, organizzava a Firenze la grande riunione dell’“Ulivo mondiale”, ospitando Clinton, Blair, Schröder e i leader di quella “Terza via” che allora andava tanto di moda.
Da presidente del Consiglio, nel 1999 autorizzò l’intervento dei militari italiani nella guerra in Kosovo senza chiedere il voto del Parlamento previsto dalla nostra Costituzione. Gli ci sarebbero voluti dieci anni per ammettere che “fu un errore”.
Sfrattato Romano Prodi da Palazzo Chigi, ne prese il posto grazie al sostegno di Cossiga, che insieme ai suoi fedelissimi (“gli straccioni di Valmy”) aveva formato l’Upr, un partitino “fuori dai poli” dove avevano trovato asilo la Cdu di Buttiglione e la neonata Cdr di Clemente Mastella.
Comunque sia, oggi il vero problema del “compagno Max” messosi al timone di Mdp, non è la coerenza, cosa sempre difficile da chiedere a un uomo politico, il suo grande limite è il bagaglio politico che si porta dietro. Dentro ci sono gli schemi da vecchia scuola di partito (il Pci delle Frattocchie), le antiche ricette che non servono più a nessuno, l’incapacità di trovare risposte adeguate ai bisogni di una società dove tecnologia e globalizzazione hanno cambiato tutto.
Non è un problema solo italiano. La sinistra è in crisi in tutti i paesi industrializzati, proprio perché si dimostra impotente di fronte allo tsunami che, dopo aver spazzato via ogni cosa, ha accresciuto le disuguaglianze tra ricchi e poveri e cambiato radicalmente la vita di milioni di persone.

Il “compagno Max” che oggi riappare sulla scena politica nazionale per rivendicare un ruolo a sinistra del Pd renziano entra quindi a pieno titolo nella “gerontocrazia politica” della sinistra. Come rivelano, prima ancora delle proposte, lo stile e il linguaggio datati. Le parole con cui sferza gli avversari ricordano le invettive di Rodrigo di Castiglia nei corsivi pubblicati sulla ‘Rinascita’ negli anni Cinquanta. Quando ‘Rinascita’ era la rivista ideologica del Partito comunista italiano e Rodrigo di Castiglia era lo pseudonimo scelto dall’inflessibile segretario del Pci Palmiro Togliatti.
Certo, oggi D’Alema non definirebbe André Gide “un pervertito” o Ignazio Silone “un rinnegato”, come faceva “il Migliore”, ma il modo per sminuire e delegittimare chi gli si mette di traverso è lo stesso. Quello che 18 anni fa lo spingeva a parlare dell’allora segretario della Cgil come del “dottor Cofferati” e oggi lo porta a etichettare come “l’avvocato Pisapia” l’uomo politico che vuole dialogare con Renzi.
Ma l’apice D’Alema lo ha raggiunto con il ministro dell’Interno Marco Minniti definito “un tecnico della sicurezza”, un modo per ridicolizzare il ruolo politico di quello che fu il suo braccio destro a Palazzo Chigi. Sessant’anni fa per dileggiare un ministro dell’Interno democristiano, Rodrigo-Togliatti avrebbe potuto usare le stesse parole.

Felice Saulino
Sfoglia Roma

Germania raffreddata, 
Italia a rischio polmonite

Angela Merkel_Martin Schulz

L’avvio dell’autunno non promette niente di buono per l’Unione europea. Quando la Germania ha un raffreddore, i paesi deboli dell’Europa, in testa l’Italia, rischiano di prendersi una bronchite e perfino una polmonite. E ora la Repubblica federale tedesca si è presa un brutto raffreddore nelle elezioni politiche di domenica 24 settembre.

I cristiano democratici-cristiano sociali di Angela Merkel hanno vinto a caro prezzo: hanno ottenuto il 32,9% dei voti, perdendo oltre l’8% rispetto alle elezioni del 2013. Per i socialdemocratici della Spd è stato un disastro: appena il 20,5%, meno 4% rispetto a quattro anni fa, il peggiore risultato di sempre. Martin Schulz ha preso atto della sonora sconfitta ed ha annunciato il passaggio all’opposizione dei socialdemocratici. Non è andata meglio alla sinistra radicale che era all’opposizione: Die Linke ha raccolto appena il 9,1% dei consensi.

Una parte degli elettori tedeschi ha bocciato il governo di grande coalizione tra la Cdu-Csu della Merkel e la Spd di Schulz. È stata premiata la Afd, Alternative fur Deutschland, un partito di estrema destra populista anti islamico, anti euro e favorevole al ritorno del marco. Per la prima volta nella storia nella Repubblica federale tedesca entra nel Bundestag (la Camera dei deputati di Berlino) con il 12,6% dei voti, una forza con elementi razzisti e neo nazisti. La paura dell’immigrazione islamica e della riconversione produttiva tedesca ha fatto presa sull’elettorato più conservatore di Angela Merkel, ed ora i democristiani per la prima volta nella loro storia, devono fare i conti con un forte partito alla loro destra.

Il governo di grande coalizione tra democristiani e socialdemocratici, che pure ha garantito alla Germania un lungo periodo di pace e di benessere, è andato definitivamente in tilt. Centristi democristiani e sinistra socialdemocratica devono interrogarsi sui motivi del peggiore risultato elettorale dello loro storia post Seconda guerra mondiale. La Merkel cercherà di recuperare dal governo, Schulz dall’opposizione.

Angela Merkel ha già fatto capire quale sarà la strategia del suo quarto mandato di cancelliera. Ha annunciato l’intenzione di affrontare “le paure” e “le preoccupazioni” degli elettori che le hanno voltato le spalle votando per l’estrema destra: «Vogliamo riguadagnarci gli elettori che hanno votato Afd». Probabilmente darà vita a un esecutivo di coalizione con l’Fdp (i liberali hanno incassato il 10,8% dei voti) e con i Grunen (i Verdi hanno avuto l’8,9%).

A Berlino si profila un esecutivo della Merkel più debole dei precedenti tre per due motivi: 1) la ristretta maggioranza parlamentare; 2) la diversità dei programmi dei tre possibili alleati. Il governo cosiddetto “giamaica” (dai colori dei democristiani, liberali e verdi) dovrà affrontare notevoli difficoltà per far andare d’accordo i tre partiti con scelte, impostazioni e valori differenti.

I contraccolpi, in particolare, arriveranno sulla Ue e sui paesi europei più deboli che già in passato hanno contestato la politica teutonica di rigore finanziario. Si prevedono scintille, in particolare, tra il futuro governo tedesco e Mario Draghi. Il presidente della Bce (Banca centrale europea) già negli ultimi sette anni ha faticato non poco per salvare l’euro dal naufragio. La politica delle misure “non convenzionali” adottata da Draghi, con tassi d’interesse europei zero e con l’acquisto di titoli del debito pubblico dei diversi paesi, ha permesso di sconfiggere la Grande crisi economica internazionale e di far partire la ripresa, ma è stata pesantemente criticata dalla destra politica e finanziaria tedesca.

Il presidente della Bce è stato accusato da vari esponenti conservatori tedeschi di favorire i paesi più deboli della Ue, quelli con un maggiore debito pubblico come l’Italia, e di danneggiare la Germania. Tuttavia Draghi è andato avanti con la sua politica finanziaria espansiva grazie all’aiuto discreto ma decisivo della Merkel. A fine anno terminerà il programma, ora già ridotto, di acquisti di titoli e potrebbero cominciare seri problemi per nazioni come l’Italia. Se le banche e i grandi gruppi finanziari internazionali cominciassero a vendere in massa Bot e titoli poliennali del Tesoro (lo abbiano visto già nel 2010-2012) potrebbe essere l’inizio del crack per l’Italia, senza un intervento anti speculativo della Bce. Potrebbero aumentare a dismisura i tassi d’interesse pagati dal Tesoro con conseguenze imprevedibili sulla stabilità finanziaria del Belpaese. Angela Merkel, indebolita dal voto di domenica scorsa, avrebbe meno forza per sostenere la politica espansiva di Draghi che pure tanto bene ha fatto anche all’economia tedesca.

A quel punto l’Italia rischierebbe una polmonite politica, oltre che economica. I partiti attratti da tempo dal progetto di uscire dall’euro, come il M5S e la Lega Nord, acquisterebbero nuovo slancio. I cinquestelle e i leghisti, che negli ultimi mesi hanno messo la sordina alla battaglia anti moneta unica europea, potrebbero rialzare la bandiera di uscita dall’euro già nelle elezioni politiche all’inizio del 2018.

Rodolfo Ruocco

SINISTRA SENZA POPOLO

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Angela Merkel conquista il suo quarto mandato da cancelliera ma la sua vittoria coincide con il trionfale ingresso in Parlamento della destra populista di Alternative fuer Deutschland (AfD). Una vittoria amara anche per il peggior risultato del suo partito dal 1949. Ancora peggio ha fatto l’Spd di Martin Schulz, che fa il suo peggior risultato di sempre. Delle elezioni tedesche ne parliamo con il segretario del Psi Riccardo Nencini.

Anche in Germania la diga antipopulista rischia di crollare…
Intanto una conferma che i grandi partiti tradizionali da soli non sono più una diga, perché la Spd e la Cdu prendono poco più del 50% dei voti. E questo è un fatto straordinario che in Germania non si era verificato. Sta diventando uguale al resto dell’Europa. Il che conferma due cose. La prima che quello che stiamo vivendo è un cambiamento che non ha confini. Secondo che è un cambiamento durevole. Può essere rintuzzato come è successo in Francia e in Olanda ma questa ondata nera non può essere cancellata. La nostra condizione, e parlo di quella del Socialismo europeo, è peggiore di quella della Merkel. Perché la sconfitta della Spd è in trend continuo dei vari partiti socialisti europei. Il che conferma la tesi di un formidabile ripensamento della idea tradizionale di destra e di sinistra. Perché per la prima volta nella storia moderna, dalla fine del ‘900 ad oggi, si assiste ad un fenomeno che è eccezionale. Quello di una sinistra senza popolo. Quindi la domanda che il socialismo europeo deve farsi, è come dobbiamo interpretare fenomeni che non sono contingenti ma sono durevoli.

Quali i temi a questo punto più urgenti sui cui lavorare?
La sicurezza, il nodo migranti, l’identità occidentale nella globalizzazione, nuove forme di stato sociale. Questi sono i quattro temi che vanno affrontati rapidamente.

Sono temi che necessitano tutti di una risposta europea…
Intano ci vuole una alleanza tra con il socialismo europeo, con le varie forze democratiche europee. Prima cosa da fare è creare un fronte europeista che tracci un confine netto tra il populismo da una parte e pratiche riformiste dall’altra. Questa è la posizione di cornice. Poi bisogna mettere i giusti ingredienti. Il primo, la valorizzazione dell’identità occidentale, non dico europea, ma occidentale. Che è fatta di difesa dei diritti fondamentali, di protezione dei più deboli ma quando parliamo di deboli bisogna allargare la platea rispetto al secolo passato. La più debole allora si riteneva fosse la classe operaia, oggi tra i più deboli vi sono studenti che hanno passato venti anni sui libri e ora non trovano lavoro, vi sono professionisti che non arrivano a fine mese, ci sono famiglie con figli piccoli, ci sono famiglie separate. È li che bisogna andare a costruire una proposta politica. Poi ci vuole un impegno risolutivo per costruire una Europa diversa.

E anche qui gli ingredienti vanno cercati.
Cito ad esempio la web tax. Che diventa un tema centrale. Lo abbiamo visto con Google qualche settimana fa. Potremo vederlo con Ryan Air tra poco. Le grandi imprese, le grandi piattaforme tecnologiche, le tasse le devono pagare nello stato in cui lavorano. Non possono esserci salvaguardie, protezioni che consentano loro di girovagare tra i 28 paesi europei come accade fino ad oggi.

Passiamo all’Italia…
La cosa ridicola è che in Italia si sita ripetendo il meccanismo tedesco dove la sinistra, Linke, ha scelto come obiettivo della campagna elettorale non la destra, mettere in campo politiche che mettessero in rilievo il pericolo di un’avanzata forte della destra, ma l’obiettivo principale è stata la Spd. È un rischio questo che viviamo anche qui in Italia. Ed un errore gravissimo a cominciare dalla Sicilia. Se non si capisce che c’è un pericolo di un potenziale governo grigioverde, che rischia di allontanarci dalle conquiste di questo ultimo mezzo secolo, e di fatto assume dei connotai di forte inciviltà, rischiamo di generare una sorta di effetto Bombacci. Nel senso che nel nome di una rivoluzione impossibile alla fine si favorisce la destra. E questo è il rischio che c’è anche in Italia.