RANCORE E CATTIVERIA

Gente

L’Italia del rancore, della cattiveria e della paura. Un mix sociale che rischia di esplodere e che ha origini vengono da lontano ma che allo stesso tempo sono ben chiare. Nell’Italia del 2018 “la ripartenza non c’è stata” ma ciò nonostante la nostra società “in realtà, per quanto frammentata, poco incline a spingere in avanti il Paese nella sua interezza, ha trovato in sé l’energia sufficiente per adattarsi ai tempi e alle regole del progresso economico, ha creduto anche all’ultimo residuo di quella cultura progettuale e riformista che pure tanti danni ha fatto nella storia del nostro Paese ma che garantisce almeno linee d’intersezione attorno alle quali aggregare energie positive, sia economiche che sociali”.

È un messaggio in chiaroscuro quello che emerge dal 52esimo Rapporto Censis, che segnala come “nel sottofondo delle dinamiche collettive” si vede una “efficacia dei processi in atto” che “conferma l’antica verità che solo le risoluzioni delle crisi inducono uno sviluppo”.

Quella descritta nel ‘Rapporto 2018 sulla situazione sociale del Paese’ è una Italia – spiega il Censis – alle prese con “un rabbuiarsi dell’orizzonte di ottimismo” e nella quale si accentuano “lo squilibrio dei processi d’inclusione dovuto alla contraddittoria gestione dei flussi d’immigrazione”. L’insicurezza sembrerebbe la parola chiave per descrive la nostra società, dove l’assistenza viene “interamente scaricata sulle famiglie e sul volontariato”, dove le istituzioni formative sono alle prese con “un vistoso calo di reputazione”, dove si accentua “il cedimento rovinoso della macchina burocratica pubblica e della digitalizzazione dell’azione amministrativa”.

In questo scenario, insomma, secondo il Censis “verrebbe da pensare che tutto arretra” con gli italiani “incapsulati in un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro”. E invece, spiega l’istituto, magari lontane dalle luci della ribalta ci sono “lente e silenziose trasformazioni, movimenti obliqui” che “preparano il terreno di un nuovo modello di perseguimento del benessere e della qualità della vita”.

Gli italiani sono profondamente delusi, spiega il direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii: “Una prima forte delusione è quella di aver visto sfiorire la ripresa che l’anno scorso e fino all’inizio di quest’anno era stato vigorosa, e che è invece svanita sotto i nostri occhi, con un Pil negativo nel terzo trimestre di quest’anno dopo 14 mesi di crescita consecutiva. L’altra è che l’atteso cambiamento miracoloso promesso dalla politica non c’è stato, oltre la metà degli italiani afferma che non è vero che le cose siano cambiate sul serio. E adesso è scattata la caccia al capro espiatorio: dopo il rancore, è la cattiveria che diventa la leva cinica di un presunto riscatto”.

Il miracolo italiano è diventato un incubo. Non c’è più la speranza di migliorare, di crescere, e questo ha rotto il patto con la politica. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita, rileva il Censis. “È il rovescio del miracolo italiano, il sogno si è trasformato in incubo, è una cosa che scava nella storia”, afferma Valerii, ricordando come solo il 23% degli italiani affermi di aver migliorato la propria condizione socioeconomica rispetto ai genitori (la quota più bassa in tutta Europa) e il 63,6% sia convinto di essere solo, senza nessuno che ne difenda gli interessi.

Qualche cifra sulla paura degli immigrati: il 63% degli italiani vede in modo negativo l’immigrazione dai Paesi non comunitari, il 58% pensa che gli immigrati sottraggano posti di lavoro ai nostri connazionali, il 75% che l’immigrazione aumenti il rischio di criminalità. Il potere d’acquisto degli italiani è inferiore del 6,3% in termini reali rispetto a quello del 2008, ma soprattutto il problema è il timore di spendere anche quello che si ha, infatti la liquidità ferma cresce, nel 2017 superava del 12,5% quella del 2008. Ma a spendere meno sono gli operai e chi sta peggio, nelle famiglie di imprenditori la spesa per consumi tra il 2014 e il 2017 è aumentata del 6,6%.

L’Italia però registra “il consolidarsi di una positiva bilancia commerciale della tecnologia, il primato nell’economia circolare, l’affermarsi dei tanti soggetti dell’economia esplorativa, il prepotente e drammatico ritorno di attenzione sull’economia della manutenzione”. E a livello intermedio – aggiunge – “si rinnova anche il ruolo della rappresentanza” anche se, in questo ecosistema, “ciascuno afferma un proprio paniere di diritti e perde senso qualsiasi mobilitazione sociale”. Il vero nodo – sembra essere l’indicazione che emerge dal rapporto – è che in questo sistema sociale, “attraversato da tensione, paura, rancore” si “guarda al sovrano autoritario” mentre “il popolo si ricostituisce nell’idea di una nazione sovrana supponendo, con un’interpretazione arbitraria ed emozionale, che le cause dell’ingiustizia e della diseguaglianza sono tutte contenute nella non-sovranità nazionale”.

Il Censis punta il dito contro la “politica dell’annuncio” quando a quest’ultimo manca “la dimensione tecnico-economica necessaria a dare seguito al proprio progetto”. Ma se “ignorare il cambiamento sociale è stato l’errore più grave della nostra classe dirigente del trascorso decennio, l’errore attuale rischia di essere quello di dimenticare che lo sviluppo italiano continua ad essere diffuso, diseguale”.

Di qui, l’invito a “un dibattito serio sull’orientamento del nostro sviluppo e sulla capacità politica di definirne i nuovi traguardi”. Perché all’Italia di oggi, dice il Censis, “basterebbe una responsabilità politica che non abbia paura della complessità, ma si misuri con la sfida complessa di governare un complesso ecosistema di attori e processi”.

Inoltre, soltanto un italiano su cinque ha un atteggiamento positivo sul momento che vive; per il resto, prevalgono rabbia, disorientamento, pessimismo. Su 100 italiani, riferisce l’indagine del Censis, 30 si dicono “arrabbiati perché troppe cose non vanno bene e nessuno fa niente per cambiarle”; 28 “disorientati” in quanto ammettono di “non capire cosa stia accadendo”; 21 vedono “negativo: le cose andranno sempre peggio”; e soltanto altri 21 guardano invece alla realtà con uno stato d’animo “positivo” in quanto “viviamo un’epoca di grandi cambiamenti” e riferiscono di “avere fiducia nel futuro”.

Indiretta conferma arriva da un altro dato presente nel Rapporto Censis: due italiani su tre sono convinti che “non ci sia nessuno a difendere interessi e identità” e dunque sono costretti a farlo “da soli”. Se il 64% la pensa così, la percentuale si impenna a quota 72 fra coloro che hanno un basso titolo di studio, a 71 per chi ha redditi bassi, a 67 fra i residenti al Sud e nelle due Isole, a 65 fra le donne.

Per metà degli italiani i politici sono tutti uguali e per oltre la metà, in Italia niente cambia: è il ‘sentimento politico’ rilevato dal Censis. A esprimere quella che un tempo si sarebbe definita come una considerazione ‘qualunquista’ – ovvero che “i politici sono tutti uguali” – è il 49,5% degli italiani e la percentuale supera la metà di loro nel caso di persone con reddito basso (54,8%), donne (52,9%), giovani tra i 18 e i 34 anni (52,5%), chi ha un basso titolo di studio (52,2%) e i meridionali (50,6%).

Quanto ai pessimisti per i quali “le cose in Italia non stanno cambiando”, in media il 56,3% degli italiani, in testa risultano essere di gran lunga gli studenti (73,1%) seguiti a distanza dagli anziani ultra 65enni (62,2%), dai residenti nel Nord-Ovest (60,7%), dalle donne (60,2%), dai laureati (60,2%) e da coloro che percepiscono redditi medio-bassi (58,1%).

“Dopo il rancore, la cattiveria” titola il Censis il capitolo del suo Rapporto annuale dedicato alle radice del ‘sovranismo psichico’, sottolineando che “gli italiani sono diventati nel quotidiano intolleranti fino alla cattiveria” e quindi “la politica e le sue retoriche rincorrono, riflettono o semplicemente provano a compiacere un sovranismo che si è installato nella testa e nei comportamenti degli italiani”, che dimostrano una “consapevolezza lucida e disincantata che le cose non vanno e più ancora che non cambieranno”.

Per uscire da questa situazione, “gli italiani sono ormai pronti a un funambolico camminare sul ciglio di un fossato che mai prima d’ora si era visto” e allora mostrano una “disponibilità pressoché incondizionata: non importa se il salto è molto rischioso e dall’esito incerto, non importa se l’altrove è un territorio indefinito e inesplorato, non importa se per arrivarci si rende necessario forzare, fino a romperli, gli schemi canonici politico-istituzionali e di gestione delle finanze pubbliche”.

Dei 28 Paesi dell’Unione europea, l’Italia è quello meno convinto che l’appartenenza all’Ue abbia portato benefici. Un dato inferiore anche a quello della Gran Bretagna prossimo alla Brexit. Soltanto il 42% degli italiani ritiene che far parte dell’Unione europea sia “una buona cosa”, rispetto alla media del 62% degli altri membri, si riporta nel rapporto, che ha elaborato dati dell’Eurobarometro.

Per un’importante fetta di italiani – il 37% – far parte dell’Unione europea “è una cosa né buona né cattiva” (25% media Ue) mentre per il 18% “non è una buona cosa” (11% media Ue). Il 3% non sa (2% media europea).

Censis, a causa della crisi gli italiani sono più infelici

Polo unico di tutela della malattia

PUBBLICATI I DATI DEL II TRIMESTRE 2018

È stato recentemente pubblicato l’osservatorio Inps sul polo unico di tutela della malattia contenente i dati relativi al II trimestre 2018.

In questo trimestre si registra un incremento del numero dei certificati in confronto all’analogo lasso di tempo dell’anno precedente per il settore privato (+3,9%) mentre si rileva una diminuzione per il settore pubblico (-2,2%). All’ascesa del numero dei certificati nel settore privato corrisponde un rialzo meno che proporzionale del numero dei giorni di malattia (+1,1%) mentre nel comparto pubblico alla diminuzione del numero dei certificati si osserva un decremento più che proporzionale dei giorni di malattia (-4,8%).

Nel secondo trimestre del 2018, per le visite mediche d’ufficio del settore privato, si osserva, rispetto al trimestre precedente, una drastica contrazione del tasso di idoneità, vale a dire il rapporto tra il numero di visite con esito di idoneità al lavoro e il numero di visite effettuate. Questo indicatore si riduce da 40 a 15 ogni cento visite. Anche il tasso di riduzione prognosi si abbassa in modo marcato passando da 6,3 a 4,2.

Questi risultati sono da imputare, in buona parte, alla sospensione, a partire dal marzo 2018, dell’utilizzo del modello statistico di data mining “Savio” che consentiva all’Inps di concentrare le visite mediche di controllo sui casi in cui è più ragionevole ipotizzare che il certificato medico del lavoratore riporti una prognosi non coerente con lo stato di salute.

A tale riguardo, si ricorda che la sospensione del modello “Savio” è stata decisa a seguito dell’intervento del Garante della privacy il quale ha avviato un procedimento sanzionatorio nei confronti dell’Istituto per la violazione di più norme vigenti a tutela della riservatezza dei dati personali.

A questo proposito, è bene chiarire che, tra le variabili considerate nel modello Savio, non vi sono assolutamente i dati nosologici relativi alla malattia da cui è affetto il lavoratore, dato particolarmente sensibile e quindi soggetto a specifiche restrizioni di trattamento da parte della legislazione sulla privacy.

L’Istituto confida, in ogni caso, nella collaborazione con il Garante della Privacy sotto gli auspici della Commissione Lavoro del Senato (presso la quale sia l’Inps che il Garante sono stati auditi sull’argomento) al fine di trovare una soluzione al problema che da un lato, permetta di tutelare la privacy dei lavoratori e, dall’altro di evitare un ulteriore spreco di risorse pubbliche, consentendo all’Inps di svolgere in maniera efficiente ed efficace le visite mediche di controllo per la malattia.

Assistenza fiscale: nuovo servizio Inps
I contribuenti che hanno presentato il modello 730, indicando l’Inps quale sostituto d’imposta per l’effettuazione dei conguagli fiscali, possono verificare tramite il servizio “Assistenza fiscale (730/4): servizi al cittadino”, presente sul sito istituzionale, le risultanze contabili inviate all’Inps dall’Agenzia dell’Entrate, da caf o associazioni o professionisti abilitati.

Oltre alla funzione di consultazione delle risultanze contabili e delle eventuali trattenute o rimborsi effettuati mensilmente sulle prestazioni erogate in applicazione di tali risultanze, il servizio consentiva inoltre di effettuare on line, entro lo scorso 30 settembre, la richiesta di annullamento e di variazione della seconda rata d’acconto Irpef o della cedolare secca .

Addio carta o mail

ORA IL PERSONALE SI SCEGLIE CON LA VIDEOINTERVISTA

Addio vecchio pezzo di carta e addio anche alla formale, ma impersonale mail. La nuova frontiera del recruitment, ossia del reperimento delle persone da assumere, è video, anzi è un’intervista video. Ad indicare la direzione da intraprendere anche alle piccole e media aziende per ora sono più di 300 grandi aziende presenti in Francia, Europa e Asia che usano piattaforme dedicate come parte integrante del processo di selezione dei futuri impiegati; tra queste imprese ci sono Ing Direct, Burger King, Blablacar, Leroy Merlin, Lvmh, Crédit Agricole, Sephora, Deloitte, Swatch, Cartier, Gazprom.

Principale operatore del mercato per le soluzioni di video recruitment è Visiotalent, una start-up in rapida ascesa fondata nel 2014 dagli imprenditori francesi Gonzague Lefebvre e Louis Coulon. Con sede principale a Lille, Visiotalent ha attualmente di una rete di uffici dislocati nelle città francesi di Parigi, Lione e Nantes, oltre alle nuove aperture di Milano, Madrid e Bruxelles. La piattaforma consente, infatti, ai professionisti delle risorse umane di invitare i candidati a registrare una video intervista online a supporto della propria candidatura, con benefici per le aziende in termini di tempo, costi ed efficacia del processo di selezione. Fin dal suo lancio, Visiotalent è stato utilizzato da centinaia di migliaia di candidati in più di 75 paesi.

I video colloqui sono una pratica sempre più diffusa all’interno del processo di pre-selezione dei candidati. Durante questa prima fase, al candidato viene richiesto di rispondere ad alcune domande predefinite dal selezionatore e di registrare un video tramite webcam o smartphone. Per i recruiter questo sistema è un modo per rendere più efficiente, veloce e meno dispendioso il processo di pre-selezione. Il video colloquio è anche un’occasione unica per i candidati in quanto dà loro la possibilità di esprimersi al di là del proprio cv e mostrare la propria personalità. Il video consente, infatti, di far emergere le ‘soft skills’, oggi importanti quanto le ‘hard skills’, ma impossibili da individuare sulla base di un semplice curriculum.

La nuova frontiera del recruitment in azienda è dunque la videointervista. Ma come affrontare al meglio un video colloquio? Labitalia lo ha recentemente chiesto ad Andrea Pedrini, Country Manager Italia di Visiotalent, azienda leader nel campo del video recruitment. “Innanzitutto, occorre scegliere – ha spiegato Pedrini – l’ambiente adatto. La scelta del luogo in cui registrare il video è molto importante: l’ambiente deve essere confortevole e tranquillo in modo da permettere una registrazione ottimale di suoni e immagini. È consigliabile impostare il telefono in modalità silenziosa, spegnere il televisore e limitare tutti quei rumori di sottofondo che potrebbero creare interruzioni o interferire con la registrazione”. Anche la luce fa la sua parte. “E’ preferibile evitare ambienti bui o eccessivamente illuminati -prosegue- e attenzione anche a non posizionarsi controluce. Lo sfondo deve essere il più neutro e professionale possibile: per esempio, è meglio effettuare la registrazione dal soggiorno, piuttosto che dalla cucina o dal bagno”, ha ricordato Pedrini. Il dispositivo utilizzato – computer o smartphone – deve essere posizionato su una superficie piana e stabile. Non bisogna, infine, scordarsi di verificare che microfono, webcam e connessione Internet funzionino correttamente.

La seconda raccomandazione è di impostare correttamente tutti i dispositivi per far sì che siano “attivi e funzionanti”. “Informazioni sui requisiti tecnici – browser, velocità di connessione Internet, gestione delle impostazioni sono solitamente fornite dal selezionatore o direttamente dal tool di video colloquio. È, comunque, sempre consigliabile fare un test dei dispositivi prima dell’inizio del colloquio”, ha consigliato Pedrini.

Terza cosa importante: “Essere ben preparati e avere fiducia in se stessi e nelle proprie capacità comunicative è la chiave per un colloquio di successo. La maggior parte delle piattaforme di video colloquio permette ai partecipanti di testare in anticipo il tool. Visiotalent, ad esempio, accompagna i candidati, passo dopo passo, durante tutta la fase di preparazione, fornendo loro tutorial specifici, programmi di coaching e un modulo di training che simula l’intervista vera e propria, ma con domande fittizie”.

Quarto suggerimento da esperto: “Essere sintetici – ha detto Pedrini – e andare al ‘dunque’. Il tempo mediamente concesso per rispondere a ciascuna domanda varia tra i trenta secondi e i due minuti. Può sembrare breve, ma è solitamente sufficiente per permettere al candidato di articolare una risposta esaustiva. L’importante è parlare in modo chiaro ed esprimersi correttamente, senza fretta. La risposta deve adattarsi al tempo a disposizione: occorre essere sintetici e utilizzare frasi brevi, motivando le proprie affermazioni (da evitare ‘humm’ e altri tic linguistici). È meglio parlare di tre elementi in dettaglio, piuttosto che di una dozzina senza avere modo di svilupparli”.

Infine, va considerato che “il video colloquio è un’opportunità per distinguersi”, ha osservato Pedrini. “Allo stesso tempo, l’utilizzo di questo tipo di tecnologia – ha proseguito – consente ai selezionatori d’individuare più rapidamente e con maggiore accuratezza il potenziale dei candidati. Non bisogna, inoltre, dimenticarsi che la prima impressione è importante. Un abbigliamento appropriato darà al selezionatore la sensazione che il candidato stia prendendo seriamente la propria candidatura. Il dress code dipende dal settore aziendale: è quindi opportuno informarsi in anticipo sul tipo di abbigliamento richiesto e scegliere un vestiario consono”.

Crisi

CENSIS, ORA ITALIANI PIÙ INFELICI

Aspettative in calo, diseguaglianze sociali, rancore, chiusura e repressione, sullo sfondo di una società che ha rinunciato a consumi e investimenti. Sono queste le caratteristiche dell’eredità lasciata all’Italia dalla crisi del 2008 secondo la ricerca ‘Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo’ condotta dal Censis in collaborazione con Conad.

L’analisi sull’Italia, presentata di recente a Roma, mostra un Paese che nutre un forte disagio per il presente, ha una grande nostalgia del passato (7 italiani su 10 sostengono che si stava meglio prima) ed è incapace di investire nel proprio futuro. Le ragioni sono tante: dalla bassa natalità (dal 1951 a oggi si sono persi 5,7 milioni di giovani), alla progressiva scarsità di reddito (rispetto alla media della popolazione, le famiglie giovani, con meno di 35 anni, hanno un reddito più basso del 15% e una ricchezza inferiore del 41%), dalla crisi sociale allo smarrimento della cultura del rischio personale.

Carlo Pareto

Il mito della decrescita felice immobilizza il Paese

La crisi che blocca l’Italia è economica ma anche sociale e il progetto Censis-Conad si pone l’obiettivo di stimolare l’avvio di una riflessione comune tra tutti gli attori della società civile per dare visibilità e forza a idee e esperienze concrete.

rancorePesante eredità quella della crisi economica del 2008 che sta consegnando l’Italia ad un futuro di paure e rancore, impoverita di quelle fughe in avanti servite nei decenni passati a dare corpo al miracolo economico e ad una potenza economica a livello mondiale. Aspettative decrescenti, diseguaglianze sociali, paura di scendere nella scala sociale hanno generato la società del rancore, una società frammentata, debole, chiusa, regressiva. Che ha rinunciato a consumi e investimenti, motore insostituibile di sviluppo.

È a partire da tale scenario che Censis e Conad uniscono competenze e forze per dare vita ad un progetto di ricerca, comunicazione e confronto aperto a tutti gli attori del vivere sociale – cittadini, politica, istituzioni e imprese – per favorire l’avvio di una riflessione comune che si trasformi in una nuova spinta propulsiva a costruire il futuro di ciascuno e del Paese.
Il progetto è stato presentato stamattina a Palazzo Giustiniani dal responsabile aree politiche sociali del Censis Francesco Maietta. Alla presentazione è seguita la tavola rotonda Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo con il giornalista Luca De Biase, il filosofo Maurizio Ferraris, il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii e l’amministratore delegato di Conad Francesco Pugliese, moderata dalla giornalista Maria Latella.Screenshot 2018-09-26 13.46.53

La crisi che blocca l’Italia è economica ma anche sociale e il progetto Censis-Conad si pone proprio l’obiettivo di stimolare l’avvio di una riflessione comune, portando in evidenza i costi che il Paese pagherà nel caso la società restasse intrappolata nella propria paura, nella nostalgia del passato, nel rancore. Una riflessione che dovrà dare visibilità e forza a idee e esperienze concrete.
Le attività prevedono la valorizzazione delle conoscenze attuali, continuando al contempo a individuare ulteriori fonti specifiche per il progetto; la loro divulgazione, portando la riflessione sui contenuti nei luoghi più significativi del Paese sia per il progetto sia per Conad; un’intensa campagna di comunicazione dando visibilità a tre roadshow territoriali (uno al Nord, uno al Centro e uno al Sud) con il coinvolgimento di stakeholder, testimonial, esperti, referenti istituzionali, politici… e alimentando Osserva Italia di Repubblica.it – l’osservatorio quotidiano sugli stili di vita degli italiani e sulle loro aspettative per il futuro – con notizie, dati e commenti.
A chiusura del progetto, Censis e Conad daranno vita ad un evento di alto profilo culturale e sociale che ruota attorno alla presentazione dell’immaginario collettivo contemporaneo degli italiani, all’incontro con grandi personalità sui temi affrontati, alla consegna del premio Top Imaginary Contest al personaggio pubblico che più ha fatto presa sullo stato d’animo degli italiani e a una lectio magistralis di un personaggio pubblico che incarna al meglio il nuovo immaginario collettivo rivolta agli studenti delle scuole medie superiori e universitari.Screenshot 2018-09-26 13.47.07

«Malanimo, fastidio per gli altri, soprattutto se diversi, e tante paure: ecco l’immaginario collettivo degli italiani oggi, in cui ogni sfida è percepita come una minaccia, mai come una opportunità. L’opposto dei miti, dei sogni e dei desideri dell’Italia dello sviluppo, della ricostruzione e del miracolo economico: un progresso sociale interrotto dalla grande crisi del 2008», afferma il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii. «Un tempo erano tv, cinema e carta stampata a diffondere miti positivi, obiettivi da raggiungere e riti collettivi, mentre oggi domina l’autoreferenzialità di internet e social network. Vincono immaginari personalizzati e reversibili, uniti da risentimento e paura».

«Abbiamo sviluppato questo progetto con il Censis perché siamo interessati ad approfondire la relazione che si instaura tra le persone, tra loro e le comunità di cui sono parte integrante, e che inevitabilmente hanno un impatto sui consumi», sottolinea l’amministratore delegato di Conad Francesco Pugliese. «Serve con urgenza un pensiero di comunità e questo è ciò che ogni cittadino si attende dalla politica e dalle istituzioni. La vera sfida è conoscere a fondo territori e comunità; è saper costruire una relazione a misura dei bisogni della persona, abbandonando la cultura del rancore e la paura che ostacolano la ripresa del Paese per passare a una società con rinnovate aspirazioni e capacità di crescere».

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L’analisi Censis sull’Italia restituisce l’immagine di un Paese che nutre un forte disagio per il presente, ha una grande nostalgia del passato (7 italiani su 10 sostengono che “si stava meglio prima”) ed è incapace di investire nel proprio futuro. Le ragioni sono tante: dalla bassa natalità (dal 1951 a oggi si sono “persi” 5,7 milioni di giovani) alla progressiva scarsità di reddito (rispetto alla media della popolazione le famiglie giovani, con meno di 35 anni di età, hanno un reddito più basso del 15% e una ricchezza inferiore del 41%), dalla crisi sociale allo smarrimento della cultura del rischio personale, indispensabile per rimettere in moto la crescita e i meccanismi di ascesa della scala sociale.
Crescono, alimentati dal rancore, i pregiudizi verso ciò che è “diverso”: 7 italiani su 10 sono contrari al matrimonio con una persona più vecchia di almeno vent’anni o dello stesso sesso, oltre che a quello con persone di differente religione, in particolare islamica. 4 su 10, poi, non vedono di buon occhio l’unione con immigrati, asiatici o africani.
Il 95% degli italiani è convinto che per fare strada nella vita occorra conoscere le persone giuste, oppure provenire da una famiglia agiata (88%, diversamente da tedeschi, 61%; inglesi, 54%; francesi, 44%; svedesi, 38%) o avere fortuna (93% rispetto all’89% dei tedeschi, 77% dei francesi, 69% degli svedesi e 62% degli inglesi).
Eppure nell’ultima fase della recessione e nella timida ripresa congiunturale gli italiani dispongono di una liquidità totale di 911 miliardi di euro (cresciuta di 110 miliardi tra il 2015 e il 2017), pari al valore di un’economia che, nella graduatoria del Pil dei Paesi europei post Brexit, si colloca dopo Germania, Francia e Spagna, ma prima dei Paesi Bassi e della Svezia. Insomma, l’Italia ha smarrito la capacità di guardare avanti e si limita a utilizzare le risorse di cui dispone senza tuttavia seguire un preciso programma. Lo dimostra anche l’incidenza degli investimenti sul Pil scesa al 17,2% e che colloca l’Italia a distanza dalla media europea (20,5% escluso il Regno Unito, 21,1% con il Regno Unito), da Francia (23,5%), Germania (20,1%) e Spagna (21,1%).

Sanità. Un aiuto per i “forzati del low cost”

dentista

Sono, purtroppo, aumentati gli italiani che, in difficoltà per i costi delle prestazioni sanitarie, rimandano – a volte, addirittura “sine die” – visite specialistiche, prelievi, analisi. Quadro, quest’ultimo, confermato indirettamente dai dati – diffusi proprio oggi – dell’ indagine nazionale ISTAT sulla povertà: da cui emerge che, in Italia, ci sono oltre 5 milioni di poveri assoluti (quasi il 10% della popolazione), che non riescono ad acquistare mensilmente quei beni, e servizi, essenziali per un livello di vita accettabile (quasi 1 milione e 800.000, le famiglie in tale condizione: non solo al Sud,. ma anche nei centri e periferie delle aree metropolitane del nord).

Sulla spesa degli italiani per la salute, una delle indagini specifiche più aggiornate è il Rapporto CENSIS- Rbm Assicurazione Salute 2018, presentato recentemente a Roma al “Welfare Day” : da cui emerge che, intanto, la complessiva spesa sanitaria privata degli italiani arriverà, a fine anno, a ben 40 miliardi di euro (era 37,3 miliardi nel 2017), e, nel periodo 2013-2017, è aumentata del 9,6% rispetto al quadriennio precedente. Pur con forti difficoltà, e a volte procrastinandole, l’ italiano medio, insomma, fa di tutto per affrontare le spese per la salute. Nell’ ultimo anno sono stati 44 milioni i cittadini che han speso soldi di tasca propria (quasi 1000 euro a testa annui) per pagare prestazioni sanitarie, per intero o in parte con il ticket: e 4 cittadini su 10 hanno speso 8 miliardi per prestazioni odontoiatriche (in gran parte, com’è noto, non assicurate dal SSN).

Per quanto riguarda quest’ ultime, un’ altra ricerca sempre del CENSIS, realizzata insieme all’ANDI, Associazione Nazionale Dentisti Italiani, e presentata a maggio scorso a Cernobbio, attesta che la spesa odontoiatrica degli italiani, pur con forti sacrifici, in complesso è anzi ripresa a crescere, dopo gli anni più bui seguiti alla crisi mondiale del 2008-‘ 09: ma pesano fortemente le disuguaglianze. Ben 17 milioni di italiani, quasi un terzo della popolazione, non fanno visite di controllo (addirittura il 70% dei bambini di 6-14 anni). E sono 3,7 milioni i “forzati del low cost”, che scelgono lo specialista solo per il costo basso, senza badare a qualità e sicurezza. Proprio la consapevolezza di tutto questo spinse, nel 2008, l’allora segretario socialista Boselli a includere, nel programma della sinistra riformista per le elezioni politiche, il progetto d’allargare il più possibile le prestazioni odontoiatriche pubbliche. Ma il 26 febbraio scorso, Raffaele Iandolo, da gennaio nuovo presidente della Commissione Albo Odontoiatri della FNOMCEO, interveniva sul tema individuando negli alti costi delle prestazioni odontoiatriche, nella scarsità di fondi pubblici (tranne che in poche Regioni più virtuose) e nelle difficoltà, per il settore pubblico, di tener sotto controllo i costi, i principali fattori che in Italia rendono effettivamente difficile estendere anche all’odontoiatria la copertura del SSN.

Un’alternativa apprezzabile a questa situazione oggi viene da realtà come le imprese con finalità sociali: che negli ultimi anni hanno iniziato a diffondersi anche in Paesi ai primi posti per benessere sociale (la Francia, ad esempio), e in Italia stanno sviluppandosi specialmente proprio nel settore odontoiatrico. A Roma, ad esempio, sono attive cooperative sociali come “Odontocoop”: che da anni realizza iniziative sociali, mediche e formative insieme alle istituzioni locali.. Due dei 4 Centri OIS realizzati da Odontocoop (a Centocelle e al quartiere San Paolo) son stati da tempo riconosciuti dalla Regione Lazio come ambulatori odontoiatrici a tutti gli effetti, e negli ultimi anni hanno attuato progetti di assistenza odontoiatrica domiciliare in alcuni Municipi, e ( con la Regione) di case famiglia per ragazzi con problemi dentali, e incontri sulla prevenzione delle malattie dentali in centri anziani, scuole, asili.

Ma di particolare significato pubblico è la convenzione stipulata recentemente tra i Centri OIS e l’ Ente Nazionale Sordi, basata sull’impiego dell’ innovativo servizio “E- Lisir” (“Evoluzione Lingua Italiana dei Segni con Interprete in Rete). E-lisir è nato, pochi anni fa, sostanzialmente come un App volta a promuovere l’autonomia delle persone con deficit uditivo in tutte le sfere della quotidianità, senza dover sempre ricorrere a interpreti o accompagnatori (oggi la Capitale è la prima città italiana a offrire il servizio E-lisir : in dieci PIT , Punti d’ Informazione Turistica, nonchè in vari uffici comunali, nel I Municipio, alla Casa della Salute, all’ Università Tor Vergata,ecc…).

Con questa convenzione, i pazienti sordi che si recano in uno dei centri OIS possono utilizzare un apposito servizio di videocomunicazione, che permette di collegare il Centro con un Videocentro E-Lisir dotato di interpreti LIS qualificati. Il compito di questi ultimi è rendere più facile la comunicazione tra il paziente e l’operatore sanitario di OIS (dentista, igienista dentale, ecc…), traducendo le istanze del paziente dalla Lingua dei Segni in lingua verbale e, viceversa, traducendo in LIS le indicazioni dell’operatore. Il l paziente trova ad OIS un tablet, che sarà collegato attraverso un App all’interprete LIS, che lo accompagnerà per tutta la durata della visita.In questo modo il paziente sordo otterrà informazioni chiare, dettagliate e aggiornate, in tempo reale, anche in assenza di accompagnatori che svolgano la funzione di interprete.

Si tratta, come si vede, d’ un ‘iniziativa di speciale rilievo sociale, che può migliorare molto il livello di vita delle persone non udenti (anche per le possibili connessioni tra benessere comunicativo e miglioramento della salute anche dentale).

Fabrizio Federici

Cresce la Sanità privata. Record e debiti per curarsi

sanita_privata_Il rapporto Censis-Rbm Assicurazione Salute presentato oggi al “Welfare Day 2018” stima che nell’ultimo anno 44 milioni di italiani hanno speso soldi di tasca propria per pagare prestazioni sanitarie. Nel periodo 2013-2017 è aumentata del 9,6% in termini reali, molto più dei consumi complessivi (+5,3%). La spesa sanitaria privata pesa di più sui budget delle famiglie più deboli: nel periodo 2014-2016 i consumi delle famiglie operaie sono rimasti fermi (+0,1%), ma le spese sanitarie private sono aumentate del 6,4% (in media 86 euro in più nell’ultimo anno per famiglia).
Nell’ultimo anno, per pagare le spese per la salute 7 milioni di italiani si sono indebitati e 2,8 milioni hanno dovuto usare il ricavato della vendita di una casa o svincolare risparmi. Solo il 41% degli italiani copre le spese sanitarie esclusivamente con il proprio reddito: il 23,3% deve integrarlo attingendo ai risparmi, mentre il 35,6% deve usare i risparmi o fare debiti (in questo caso la percentuale sale al 41% tra le famiglie a basso reddito). Il 47% degli italiani taglia le altre spese per pagarsi la sanità (e la quota sale al 51% tra le famiglie meno abbienti). In sintesi: meno guadagni, più devi trovare soldi aggiuntivi al reddito per pagare la sanità di cui hai bisogno.
Secondo il rapporto, 12 milioni di italiani hanno saltato le lunghe liste d’attesa nel pubblico grazie a conoscenze e raccomandazioni. E proprio a causa delle lunghe attese, oltre che per i casi di malasanità, monta il rancore verso il Servizio sanitario. A provare sentimenti di rabbia è il 38% degli italiani, quasi 4 su 10. Sono soprattutto pazienti con redditi bassi (43,3%) e residenti al Sud (45,5%). Il 54,7% degli italiani – stimando il campione – è convinto che le opportunità di diagnosi e cura non siano uguali per tutti. La sanità – emerge sempre dall’analisi del Censis – ha giocato molto nel risultato elettorale (per l’81% dei cittadini è una questione decisiva nella scelta del partito per cui votare), e sarà il cantiere in cui gli italiani metteranno alla prova “il governo del cambiamento”. I più rancorosi verso il Servizio sanitario sono proprio gli elettori del Movimento 5 Stelle (41,1%) e della Lega (39,2%), meno quelli di Forza Italia (32,9%) e Pd (30%). Ma gli elettori di 5 Stelle e Lega sono anche i più fiduciosi nella politica del cambiamento.
Per 7 famiglie a basso reddito su 10 la spesa privata per la salute incide pesantemente sulle risorse familiari. Per gli operai l’intera tredicesima se ne va per pagare cure sanitarie familiari: quasi 1.100 euro all’anno.

Disagio sociale in aumento. Gli Italiani sono più poveri

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Dall’Outlook Italia 2018 a cura di Confcommercio e Censis emerge il quadro dove gli italiani sono più poveri. Dall’indagine fatta, in dieci anni sono andati in fumo 20mila euro di ricchezza pro capite. Tra il 2007 e il 2018 i consumi si sono ridotti di mille euro a testa, mentre il reddito disponibile si è ridotto di quasi duemila euro e la ricchezza finanziaria di 9mila euro. La ricchezza immobiliare è diminuita di più di 11mila euro a persona.

La fiducia delle famiglie, negli ultimi due anni, è risultata stazionaria o in moderato calo, e questo non è un buon viatico per il consolidamento della ripresa che mostra segnali di debolezza, come ha spiegato il responsabile dell’Ufficio Studi di Confcommercio, Mariano Bella.

Dal 2013 al marzo del 2018 è aumentata la quota delle famiglie che ha visto diminuire la propria capacità di spesa soprattutto a causa dell’incidenza delle spese obbligate (affitti, bollette etc.) e dell’incertezza sul futuro che ha indotto molti a mettere da parte i soldi per eventuali imprevisti.

Tra i più gravi problemi del Paese, quasi 3 italiani su 10 (il 29,1%) indicano la mancanza di lavoro, seguita dall’evasione fiscale (16,2%) e dall’eccessivo prelievo fiscale (13,3%). Povertà e immigrazione si collocano, invece, in fondo alla lista delle criticità.

Quanto al carico fiscale, la metà degli italiani ritiene più urgente evitare l’aumento dell’Iva (55,7% donne e 48,2% uomini), e poi ridurre l’Irpef e le tasse sulla casa.

Le maggiori ingiustizie sociali si verificano, per il 37% degli italiani, nell’accesso ad un buon lavoro garantito oggi solo a chi è in possesso delle ‘conoscenze giuste’. Il 24,8% indica, invece, l’accesso ai servizi pubblici, dalla sanità all’istruzione, che sono di buona qualità in alcune aree del Paese e pessime in altre. Il 16,1%, infine, punta il dito contro l’accesso al reddito giudicandolo molto alto per pochi privilegiati e sotto il livello di sopravvivenza per troppe persone.

Appare chiaro dall’indagine di Confcommercio e Censis che gli italiani vorrebbero una maggiore giustizia sociale ed una maggiore distribuzione della ricchezza.

Salvatore Rondello

Pensioni basse, giovani rischiano futuro da fame

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L’occupazione è in aumento, anche tra gli under 35, ma i giovani che stanno entrando in questi anni nel mondo del lavoro rischiano di andare in povertà quando andranno in pensione. Secondo un focus Censis Confcooperative sono 5,7 milioni i lavoratori che potrebbero alimentare le fila dei poveri in Italia entro il 2050, se la tendenza del mercato del lavoro non sarà invertita. In gioco il futuro dei giovani: “Una bomba sociale da disinnescare, rischiamo di perdere un’intera generazione”, sottolinea Maurizio Gardini, presidente Confcooperative. Lo studio mette in luce la discriminazione esistente tra generazioni: già oggi, il confronto fra la pensione di un padre e quella prevedibile del proprio figlio segnala una divaricazione del 14,6%.

Il sistema previdenziale obbligatorio attuale garantisce a un ex dipendente con carriera continuativa, 38 anni di contributi versati e uscita dal lavoro nel 2010 a 65 anni, una pensione pari all’84,3% dell’ultima retribuzione. A un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2012 a 29 anni, per il quale si prefigura una carriera continuativa come dipendente, 38 anni di contribuzione e uscita dal lavoro nel 2050 a 67 anni, il rapporto fra pensione futura e ultima retribuzione si dovrebbe fermare al 69,7%, quasi quindici punti percentuali in meno.

Questo nella migliore delle ipotesi: secondo la ricerca rischia di andare molto peggio a 5,7 milioni di persone, calcolando che sono oltre 3 milioni i Neet (18-35 anni) che hanno rinunciato a ogni tipo di prospettiva a causa della mancanza di lavoro, a cui si aggiungono 2,7 milioni di lavoratori, tra ‘working poor’ e occupati impegnati in “lavori gabbia” confinati in attività non qualificate dalle quali, una volta entrati, è difficile uscirne e che obbligano a una bassa intensità lavorativa pregiudicando le loro aspettative di reddito e di crescita professionale. E il reddito d’inclusione, aggiunge Gardini, “con un primo stanziamento di 2,1 mld che arriverà a 2,7 nel 2020 fornirà delle prime risposte”, ma non basta.

I dati diffusi oggi dall’Istat sul mercato del lavoro sono a luci e ombre: nel 2017 l’occupazione cresce per il quarto anno consecutivo (+1,2%, 265.000 unità) e il tasso di occupazione sale al 58,0% (+0,7 punti), al top dal 2009, ma resta al di sotto del picco pre-crisi. Trainano i lavoratori a tempo determinato (+298.000 in confronto a +73.000 permanenti). Nella media del 2017 continua la riduzione del numero dei disoccupati (-105.000, -3,5%), più intensa rispetto al 2016, dovuta agli ultimi tre trimestri dell’anno. Cala il tasso di disoccupazione di 0,5 punti (dall’11,7% del 2016 all’11,2 del 2017), ai minimi dal 2013. Il tasso di disoccupazione si riduce in tutte le aree territoriali del Paese ma i divari rimangono accentuati: nel Mezzogiorno (19,4%) è quasi tre volte quello del Nord (6,9%) e circa il doppio di quello del Centro (10,0%)”.

Aumenta il lavoro anche tra i giovani: prosegue per il secondo anno l’incremento del numero degli occupati di 15-34 anni (45.000, +0,9%) a cui si associa la crescita del tasso di occupazione a un ritmo analogo a quello dell’anno precedente (+0,7 punti). Per i 35-49enni alla riduzione del numero di occupati si accompagna l’aumento del tasso di occupazione (+0,6 punti). Persiste la crescita dell’occupazione e del relativo tasso per gli ultracinquantenni. La riduzione della disoccupazione è più forte per i più giovani in confronto ai 35-49enni mentre per gli ultra 50enni aumenta sia il numero di disoccupati sia il tasso di disoccupazione.

Stretta sui furbetti, 45 licenziati nella pubblica amministrazione

Inps

PARTONO PAGAMENTI REDDITO D’INCLUSIONE

I primi pagamenti per il reddito di inclusione, la misura introdotta per il contrasto alla povertà, sono cominciati a partire dal 27 gennaio scorso. Lo ha fatto sapere l’Inps annunciando a breve un report sui numeri delle persone che lo hanno chiesto e sulle domande accolte. Il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, ribadendo l’innesto di seicento persone nei centri per l’impiego per occuparsi delle famiglie che avranno il Rei e che dovranno essere inserite in un progetto di occupabilità, ha confermato che già “dalla fine di gennaio le persone che hanno avuto certificato il diritto ad avere il Rei lo hanno iniziato a ricevere”.

Cos’è il Rei

La circolare 172 illustra le disposizioni previste dal Decreto legislativo 147 del 2017, per l’introduzione a decorrere dal 1° gennaio 2018 della nuova misura di contrasto alla povertà denominata Reddito di inclusione (Rei).

Quest’ultima viene concessa ai nuclei familiari in condizioni economiche fortemente disagiate ed è composta da un beneficio economico e da una componente di servizi alla persona; quest’ultima si concretizza nel cosiddetto “progetto personalizzato”, realizzato a seguito di una valutazione del bisogno del nucleo familiare. Il progetto è definito attraverso la partecipazione del nucleo familiare, che deve essere coinvolto anche nel monitoraggio e nella valutazione del progetto stesso. Il progetto prevede l’individuazione, sulla base della natura del bisogno prevalente emergente, di una figura di riferimento, che ha il compito di curarne la realizzazione e il monitoraggio.

Il beneficio viene erogato dall’Inps mediante l’utilizzo di una carta di pagamento elettronica, denominata “Carta Rei”, previa presentazione di apposita domanda e della dichiarazione Dsu dalla quale sia rilevabile la situazione economica di bisogno.

La domanda di Rei deve essere presentata presso i comuni o altri punti di accesso, sulla base dell’apposito modello di domanda predisposto dall’Inps. I comuni comunicano all’Istituto, entro quindici giorni lavorativi dalla data della richiesta del Rei, le informazioni contenute nel modulo di domanda. L’Inps, a sua volta, verifica, il possesso dei requisiti per l’accesso al Rei, sulla base delle informazioni disponibili nei propri archivi e in quelli delle amministrazioni collegate.

In caso di esito positivo delle verifiche di competenza dei comuni e degli ambiti territoriali, nonché delle verifiche effettuate dall’Istituto, il Rei è riconosciuto dall’Inps condizionatamente alla sottoscrizione del progetto personalizzato.

Per l’attuazione, il monitoraggio e la valutazione del Rei è responsabile il Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Per agevolarne l’attuazione, il decreto 147 istituisce anche un Comitato per la lotta alla povertà, che riunisce i diversi livelli di governo e un Osservatorio sulle povertà, che, oltre alle istituzioni competenti, riunisce rappresentanti delle parti sociali, degli enti del Terzo settore ed esperti.

Il decreto 147 ha inoltre riordinato le altre prestazioni assistenziali finalizzate al contrasto alla povertà (Sia, Asdi e carta acquisti).

La Circolare descrive nel dettaglio i destinatari, i requisiti, le modalità e i termini per la presentazione delle domande.

Il messaggio 4636 fornisce agli enti preposti le specifiche tecniche per l’inoltro delle domande all’Istituto con apposito servizio telematico, che verrà a breve rilasciato sul portale istituzionale.

Gianni Geroldi

LEGGE FORNERO: SI ALLA FLESSIBILITA’ NO ALL’ABOLIZIONE

“Impossibile abolire la legge Fornero perché bisognerebbe trovare una copertura finanziaria di dimensioni insostenibili”. Così Gianni Geroldi, economista esperto di materia previdenziale (è stato consigliere economico di diversi ministri del Lavoro e componente del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale, ora chiuso, che aveva il compito proprio di monitorare la spesa pensionistica), ha commentato con Labitalia quello che sta diventando uno dei temi portanti della campagna elettorale: l’abolizione della legge Fornero.

“Quando si parla di pensioni – ha spiegato Geroldi – il costo da calcolare di un’eventuale revisione o abolizione del sistema in vigore, non è mai solo quello dell’anno corrente, ma quello dato dalla sommatoria di anni. C’è poi la questione fondamentale: ossia che le persone in pensione sono sostenute da quelle che lavorano. Le misure statistiche si riferiscono convenzionalmente a una popolazione in età da lavoro tra i 15 e i 64 anni. Ma questi confini nella realtà sono stati modificati: si può fissare una prima data di entrata nel lavoro convenzionalmente a 20 anni così come si è spostata la data di uscita”.

La critica che fanno alcuni ai calcoli sui fabbisogni economici per la spesa previdenziale è che le stime sono fatte sulla situazione attuale e senza considerare l’aumento (prevedibile e auspicabile) del tasso di occupazione.

“Guadagnare punti in tasso di occupazione – ha replicato Geroldi – dà certamente vantaggi alla previdenza e anche e soprattutto al sistema di protezione sociale, di cui si parla poco, ma che ha costi notevoli. Tuttavia, la ‘compensazione’ tra ingresso di nuovi occupati e anticipo di età pensionistica è molto lontana. Così come, per reperire risorse, non si può certo aumentare l’aliquota contributiva previdenziale, già molto alta nel nostro Paese”.

“Ma se continua l’aumento di occupati che abbiamo cominciato a registrare nel nostro paese –ha proseguito Geroldi – si può ipotizzare un alleggerimento del carico contributivo sul lavoro, riducendo il cosiddetto cuneo fiscale”.

Geroldi ha inoltre ricordato che “la legge Fornero è stata varata in un momento di emergenza e sotto la spinta di pressioni internazionali, per questo è una misura rigida che però ha già cominciato a essere resa più flessibile, come dimostra l’accordo siglato dal governo Gentiloni coi sindacati sulle categorie che non saranno soggetto all’adeguamento automatico dell’età di pensione all’aspettativa di vita”.

“E mi pare che su questa strada, di rendere meno rigide le regole di uscita, si stiano avviando anche Pier Carlo Padoan e alcune dichiarazioni della stessa Fornero”, ha detto Geroldi che ha rammentato: “Quando nel 1995 abbiamo cominciato a mettere mano al sistema previdenziale con la riforma Dini, la media dell’età di uscita dal lavoro era di 51 anni. Ci ponemmo l’obiettivo (che allora sembrò ambiziosissimo) di portarla a 60, stabilendo un range di uscita nella fascia di età 57-65 anni”.

“Ragionavamo, insomma, su una fascia di età 50-60 anni e portare la gente ad andare in pensione a 60 anni era sì un obiettivo ambizioso, ma ragionevole. Oggi, invece, si ragione sul decennio 60-70 anni, in cui oggettivamente la quota di coloro che hanno difficoltà a continuare il loro lavoro aumenta”, ha osservato Geroldi.

Per questo, ha riaffermato, “occorre più flessibilità in uscita, anche perché oramai chi ha il vecchio sistema retributivo è una quota in via di estinzione, chi ha un sistema misto pian piano vedrà adeguarsi la prestazione al contributivo e quindi quando tutti saranno con il contributivo, che è concepito come una sorta di conto individuale con cui ognuno si paga la pensione, l’età anagrafica avrà importanza solo ai fini dell’adeguatezza dell’assegno pensionistico”. Occorre, dunque, andare avanti nella strada di individuare categorie cui dare l’opportunità di essere ‘flessibili’, ha rimarcato il professore.

Ci sono, però, settori di lavoratori penalizzati dalla riforma Fornero: le donne, i giovani a basso salario, chi ha una carriera lavorativa discontinua. “In questi casi – ha proposto Geroldi – piuttosto che pensare di dare a tutti un minimo di 1.000 euro come propone Berlusconi (cosa che creerebbe una discriminazione nei confronti di quei tanti pensionati che 1.000 euro li percepiscono dopo aver versato una vita di contributi), meglio fare quello che gli inglesi chiamano matching contribution”.

Si tratta, ha spiegato l’economista, di “un sostegno pubblico ai contributi individuali, dato durante la carriera”. “L’ampliamento dei contributi entra direttamente nel conto personale – ha sottolineato – ed è stabile, non soggetto a leggi o regole che possono cambiare. E’ una dote individuale che costituisce anche un forte incentivo all’emersione del lavoro nero”.

Uno dei vantaggi di questa misura, ha concluso Geroldi, “è che questi soldi escono realmente dalle casse dello Stato solo al momento in cui il lavoratore va in pensione”.

Stretta sui furbetti

45 LICENZIATI NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Quasi cinquanta ‘furbetti del cartellino’ sono stati espulsi da quando è entrato in vigore il decreto Madia, ovvero dal luglio del 2016. Dai dati raccolti dal ministero della Pubblica amministrazione, sulla base delle nuove regole 45 sono stati i licenziamenti e due sono i procedimenti in standby, aspettando la sentenza penale.

Lavoro

PER 6 SU 10 MEGLIO IL WELFARE DELL’AUMENTO DI STIPENDIO

Sei lavoratori su dieci preferiscono che l’azienda li ‘premi’ con servizi di welfare, come polizze sanitarie o convenzioni per gli asili nido, piuttosto che con aumenti ‘secchi’ di stipendio. A rilevarlo è un’ndagine condotta da Censis-Eudaimon. “Di fronte alla possibilità di trasformare quote premiali della retribuzione in prestazioni di welfare, il 58,7% dei lavoratori – oltre la metà – si dice favorevole, il 23,5% è contrario e il 17,8% non ha una opinione in merito”, si legge nella sintesi del rapporto, il primo in materia.

Tuttavia, denuncia lo studio, “solo il 17,9% dei lavoratori italiani ha una conoscenza precisa di cos’è”. Eppure, viene stimato, “a regime si può stimare in 21 miliardi di euro il valore potenziale complessivo delle prestazioni e dei servizi di welfare aziendale, se questi strumenti fossero garantiti a tutti i lavoratori del settore privato: un valore pari a quasi una mensilità di stipendio in più all’anno per lavoratore”.

Guardando nel dettaglio alle risposte degli intervistati, emerge che “ad essere più favorevoli sono i dirigenti e i quadri (73,6%), i lavoratori con figli piccoli, fino a tre anni (68,2%), i laureati (63,5%), i lavoratori con redditi medio-alti (62,2%). Meno favorevoli sono gli operai, i lavoratori esecutivi e quelli con redditi bassi”. Infatti, si legge, “tra gli operai (41,3%) e gli impiegati (36,5%) sono più elevate le quote di lavoratori che preferiscono avere più soldi in busta paga invece che soluzioni di welfare”. Cifre che secondo l’indagine parlano chiaro: “il welfare aziendale non può assumere la funzione di surrogato di aumenti salariali per gli occupati nelle fasce stipendiali più basse. Da questo punto di vista, bisogna considerare il boom di famiglie operaie in condizione di povertà assoluta, che sono aumentate del 178% tra il 2008 e il 2016, fino a diventare quasi 600.000”.

Carlo Pareto

Quotidiani a picco, la Rete un missile pericoloso

edicola

La Rete fa boom, i quotidiani flop. La mia edicola si è salvata, quella sul marciapiede di fronte no: ha chiuso i battenti per mancanza di clienti. Ha subito la sorte di tante altre edicole a Roma e in tutta Italia: i conti vanno in rosso e le serrande non si rialzano più. Anche via Gregorio VII, a cinquecento metri da San Pietro, non fa eccezione alla regola: si vendono sempre meno giornali, anche in zone come questa densa di centri universitari, scuole, attività commerciali e professionali.
Una crisi strutturale sta divorando i quotidiani e le riviste.
Il Censis (Centro studi investimento sociali), con il 51° “Rapporto sulla situazione sociale del Paese”, aiuta a capire meglio la malattia della carta stampata: gli italiani che leggono regolarmente i quotidiani per informarsi durante la settimana si sono ridotti nel 2017 ad appena il 14,2%. E sono solo il 5,6% tra i giovani. Un disastro.
Gli ultimi lustri sono stati una Caporetto. In 15 anni le copie vendute dei quotidiani si sono dimezzate: dai quasi 6 milioni al giorno del 2000 sono crollate a meno di 3 milioni nel 2016. I periodici, settimanali e mensili, hanno fatto registrare una piccola ripresa dopo essersi ridotti al lumicino.
Crollano le copie e sprofonda la pubblicità. Il fenomeno si è ripetuto negli ultimi mesi. Secondo l’Osservatorio Stampa Fcp (Federazione concessionarie pubblicità) il fatturato pubblicitario dei quotidiani è calato del 9,1% nel periodo gennaio-ottobre 2017 rispetto agli stessi mesi del 2016. I settimanali hanno accusato un colpo leggermente inferiore (meno 5,5%) come i mensili (meno 7,8%).
Sempre di più gli italiani preferiscono la televisione ed internet per informarsi. In particolare: la tv tradizionale regge negli ascolti (grazie soprattutto agli anziani) mentre il web è in fortissima espansione (è usatissimo dai giovani). Il Censis dà un’indicazione sulle scelte: la televisione conserva il primo posto nelle preferenze degli intervistati con il 28,5%, segue internet con il 26,6% e i social network con il 27,1%. Però sommando i due dati del web, la comunicazione online arriva alla maggioranza assoluta con il 53,7%. Il missile che va fortissimo è la Rete. Per gli altri media restano le briciole (il cinema si ferma al 2,1%).
Cos’è che non funziona? Perché la carta stampata sprofonda, la televisione regge e internet fa boom? Secondo il Censis i giornali su carta continuano a soffrire la mancata integrazione con il mondo della comunicazione digitale. Ma la malattia solo in parte si spiega con questa causa. I giornali tradizionali negli ultimi anni hanno conquistato importanti posizioni sulla Rete grazie alle rispettive versioni sul web (Corriere.it, Repubblica.it, La Stampa.it e via di seguito). I quotidiani su carta e su internet, fortemente integrati (gli stessi giornalisti confezionano gli articoli per le diverse versioni), danno un’informazione differenziata secondo le esigenze delle diverse piattaforme editoriali. Le differenti caratteristiche degli strumenti di comunicazione hanno tracciato i rispettivi spazi. L’informazione su internet è immediata, a ciclo continuo e sintetica; quella sulla carta stampata cade ogni 24 ore, è approfondita e ricca di analisi.
L’integrazione funziona. La credibilità giornalistica dei quotidiani su carta ancora tiene: così marciano bene i giornali online espressione dei quotidiani tradizionali mentre praticamente hanno pochissimo spazio le testate pensate e presenti solo sul web. Tuttavia il buon andamento dei quotidiani online (in parte gratis e in parte in abbonamento) non riesce a compensare la crisi di quelli su carta (la pubblicità cresce per i primi e sprofonda per i secondi).
La Rete, poi, è piene di trappole. Agli italiani piace internet ma sono in allarme per le false notizie, le cosiddette fake news usando un termine inglese molto di moda. A più della metà degli utenti di internet è capitato di dare credito a notizie false circolate in Rete: la percentuale scende di poco per le persone più istruite (51,9%), ma sale fino al 58,8% tra i più giovani. Il Censis spiega: «Per il 77,8% degli italiani, inoltre, quello delle fake news è un fenomeno pericoloso. Soprattutto le persone più istruite ritengono che le bugie sul web vengono create ad arte per inquinare il dibattito pubblico (74,1%) e che favoriscono il populismo (69,4%)».
Internet corre come un missile, è in ottima salute, è una enorme galassia in continua espansione ma insidiata da micidiali trappole. Il suo futuro, e soprattutto quello del corretto funzionamento della democrazia è legato alla cura (ancora tutta da scoprire) su come estirpare le false notizie, le bufale che danno una informazione sbagliata della realtà politica, economica, sociale.
Strettamente connesso è il problema del Far west del web. La Rete è uno sconfinato impero globale che non conosce frontiere governato da poche, potentissime multinazionali come Facebook, Twitter, Google, YouTube. In mancanza di una regolamentazione nazionale e, soprattutto, internazionale i giganti statunitensi del web, nati a cavallo del 2000 dall’inventiva dei dinamici ex giovani imprenditori della Silicon Valley, fanno il bello e il cattivo tempo. Dettano le regole agli utenti-consumatori e agli stessi Stati eludendo ed evadendo le tasse. Per ora solo le nazioni a regime autoritario, quelle più potenti, sono riuscite a porre dei paletti. Ecco, anche in questo campo, le democrazie rischiano di restare indietro e devono recuperare il terreno perduto.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Primo articolo – Segue

PAESE RANCOROSO

gente di spalleLa ripresa c’è, ma gli italiani non la vedono. Tutte le statistiche affermano che il Belpaese si risolleva (corre la produzione industriale con performance che superano anche quella tedesca), ma a non crederci è proprio la popolazione. Nell’ultimo rapporto stilato dal Censis infatti si delinea un Paese scettico e sempre più rancoroso che si trascina dietro pesanti scorie derivanti da una lunga stagnazione socio-economica. Scorie che originano in chi è rimasto ancora indietro e non coinvolto nella ripresa, specie nel ceto popolare, una sorta di rancore ed anche nostalgia della politica di un tempo, sfiduciando così tutti, istituzioni – dal governo centrale agli enti locali – comprese. Il pessimismo impera nel Paese orfano di un Welfare forte: quasi 9 italiani su dieci appartenenti al ceto popolare pensa che sia difficile salire nella scala sociale, così come l’83,5% del ceto medio e anche il 71,4% del ceto benestante. Il percorso contrario, invece è ritenuto possibile dal 71,5% del ceto popolare, il 65,4 per cento del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti. I dati sono simili tra i giovani: l’87,3 per cento dei Millenials ritiene infatti che sia “molto difficile” l’ascesa sociale, mentre lo scivolamento è uno scenario ritenuto probabile dal 69,3 per cento dei giovani. Proprio i giovani sono ancora al centro del rapporto. Il più forte squilibrio di questa ripresa ineguale, denuncia il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii, è il “degiovanimento” del Paese: “La riduzione del peso demografico dei giovani è una miccia accesa che sta per accendersi in futuro. Nel momento in cui si inverte quella che non ha più senso chiamare piramide demografica si crea un grave problema per il Paese. Oggi i Millennials tra i 18 e i 34 anni sono 11 milioni rispetto a 50 miloni di elettori, e quindi l’offerta politica non li guarda con sufficiente attenzione, si parla molto di più di pensioni che di disoccupazione giovanile. Il problema dei giovani in Italia è che non contano perché sono pochi”.
Gli ultimi anni, segnati da livelli di crescita misurata in pochi o nessun punto decimale del Pil, hanno cambiato il Paese. In risposta alla recessione, la società italiana si è mossa attraverso processi a bassa interferenza reciproca, con il risultato di disarticolare i punti di contatto – “le giunture” – delle varie componenti sociali. E anche qui il Censis va giù duro: abbiamo assistito a processi di progressiva disintermediazione, che hanno finito per sottrarre forza ai soggetti e agli strumenti della mediazione, lasciando spazio “all’affermazione di consumi mediatici e di palinsesti informativi tutti giocati sulla presenza e sulla rappresentazione individuali, con un linguaggio spesso involgarito; all’assestamento verso una sobrietà diffusa nei consumi, aprendo spazi all’economia low cost e alla condivisione di mezzi e patrimoni”. La contrazione dei consumi e degli investimenti ha portato le imprese a concentrarsi sulla ripresa di capacità competitiva. Così, tanti settori nell’anno hanno accelerato in fatturato e produttività: dall’agroalimentare all’automazione, dai macchinari alla nautica e all’automobile, dall’ingegneria al design e al lusso. Ben 28,5 milioni di italiani dichiarano di avere acquistato ‘in nero’ nell’ultimo anno almeno un servizio o un prodotto, senza scontrino o fattura. Il 35,6% ha acquistato in nero servizi da artigiani (idraulici, elettricisti, imbianchini, ecc.), il 22,1% da professionisti e strutture sanitarie (medici, dentisti, ecc.), il 20,3% ha consumato in nero in bar o pizzerie, il 19,1% presso ristoranti, trattorie o enoteche; il 14,7% ha fatto acquisti in nero presso negozi di alimentari, macellerie o salumerie, il 14,6% presso negozi non alimentari (dalle ferramenta alle tintorie). Il 13,2% ha acquistato in nero servizi di professionisti come avvocati, architetti, ingegneri, geometri.
È un Paese che non crede più, oltre all’individualismo cresce sempre di più la sfiducia verso una politica che ha smesso di rappresentare i cittadini, pur di fare propaganda. Il Censis non fa sconti a questa politica d’oggi, la definisce appunto in debito d’ossigeno, attenta ai ‘like’, a non andare in crisi d’astinenza di ‘like’, e quindi conta esserci sui media, e sempre più con titoli di taglio alto. Una politica fatta di decisori pubblici “rimasti intrappolati nel brevissimo periodo”. C’è disimpegno dal varo delle riforme sistemiche, dalla realizzazione delle grandi e minute infrastrutture, dalla politica industriale, dall’agenda digitale, dalla riduzione intelligente della spesa pubblica, dalla ricerca scientifica, dalla tutela della reputazione internazionale del Paese, dal dovere di una risposta alla domanda di inclusione sociale. Finendo con il produrre una società “che ha macinato sviluppo, ma che nel suo complesso è impreparata al futuro”. E se chi ha responsabilità di governo e di rappresentanza si limita a un gioco mediatico a bassa intensità di futuro, allora la sentenza non può che essere quella che “resteremo nella trappola del procedere a tentoni, senza metodo e obiettivi, senza ascoltare e prevedere il lento, silenzioso, progredire del corpo sociale”. Anche i sindacati nel mirino: tra il 2015 e il 2016 Cgil Cisl e Uil hanno subito una contrazione di 180 mila tessere. Su 11,8 milioni di iscritti alle tre sigle, 6,2 milioni sono costituiti da lavoratori attivi (+0,2%) e 5,2 milioni da pensionati (-3,9%). Secondo il Censis, si manifesta quindi “l’esigenza di una maggiore inclusione da parte dei soggetti di rappresentanza verso categorie e segmenti non tradizionalmente coperti dall’azione sindacale”.
Ma il Paese ha smesso anche di investire sull’istruzione e sulla formazione, nonché sulle figure qualificate.
Siamo penultimi in Europa per numero di laureati, con il 26,2% della popolazione di 30-34 anni, una situazione aggravata dalla forte spinta verso l’estero, che assorbe una buona quota di giovani qualificati. Infatti nel 2016 i trasferimenti dei cittadini italiani sono stati 114.512, triplicati rispetto al 2010. Quasi il 50% dei laureati italiani si dice pronto a trasferirsi all’estero anche perché, calcola il Censis, la retribuzione mensile netta di un laureato a un anno dalla laurea si aggira intorno a 1344 euro corrisposti per una assunzione nei confini nazionali ma arriva a 2.200 euro all’estero.
Giorgio De Rita, nuovo segretario generale del Censis, nel suo intervento ha sottolineato l’incapacità del Paese di “immaginare il futuro”, un rischio e un limite, che ci riporta a un futuro appiccicato al presente, in cui resistono pochi miti vecchi, tra i quali svetta quello del posto fisso, e svettano pochi miti nuovi, i social networ, che però non riescono a creare un nuovo progetto di società. Più che di fronte a un ciclo nuovo, dunque, siamo di fronte all’esaurirsi di un ciclo vecchio, in cui la rabbia sociale non si tramuta ancora in frattura che dà anche il via all’inizio di qualcosa di diverso.