I sognatori si stanno svegliando e crescono

spazioRinascimento Spaziale (Space Renaissance) è il nome di un’associazione che pochi anni fa era annoverata fra i sognatori. Ma, come spesso accade in particolari momenti della storia umana, questi sognatori oggi si stanno svegliando e crescono in fretta, assieme alla fattibilità di quello che un tempo era solo un sogno. Il sogno, quando si sposta dalla fantasia alla fattibilità, in breve diventa politica, economia e impresa. Quel sogno parve spegnersi, quasi due anni fa,  dopo il rombo e la fiammata dei motori, sopra Cape Canaveral, in Florida,  dove tutto finì in una nuvola bianca.

Domenica 28 Giugno 2015 un Falcon 9 di SpaceX, che trasportava una navicella dragon coi rifornimenti alla Stazione Spaziale internazionale ISS, esplose a 45 chilometri d’altezza, 2 minuti e 19 secondi dopo il lancio. Nessun danno alle persone. Fu il primo insuccesso nella marcia verso la conquista del primato nell’esplorazione spaziale di Elon Musk, il giovane imprenditore statunitense, fondatore di PayPal, Proprietario di Tesla (leader mondiale delle auto elettriche), fondatore, CEO e progettista di SpaceX  che quel primato oggi sembra proprio averlo conquistato sul campo. Nei quasi due anni che ci separano da quell’incidente, SpaceX ha dimostrato una capacità di reazione unica. Ha analizzato con cura le cause, corretto il difetto in un componente responsabile del disastro, ha ripreso i lanci fino al traguardo, raggiunto il 21 Dicembre dello stesso anno, con il rientro del primo stadio del lanciatore vicino alla rampa di lancio a Cape Canaveral  dopo il lancio e dispiegamento dei satelliti ORBCOMM-2. Una pietra miliare, capace di ridurre cento, mille volte il costo dell’esplorazione spaziale. L’anno scorso, il 2016, è stato cruciale e drammatico al tempo stesso: 8 lanci coronati da successo, 5 rientri del primo stadio riusciti (di cui 4 su piattaforma marina). Poi, l’1 Settembre, durante il rifornimento di carburante, il Falcon 9 è esploso a terra mentre si preparava al lancio di un satellite delle telecomunicazioni, (Amos 6) dell’israeliana Spacecom. Fortunatamente, anche questa volta, nessuna vittima, solo ingenti danni materiali. Un nuovo blocco dei lanci e un’indagine meticolosa per capire le cause dell’incidente. Isolato il problema, corretto l’errore, dal 14 Gennaio 2017 al primo Maggio, 5 nuovi lanci, 4 rientri del lanciatore riusciti, di cui uno già utilizzato in una precedente missione.  Cento per cento di successi , un programma da capogiro di qui a fine anno e progetti mirabolanti per gli anni a venire.

Parliamoci chiaro: se non ci fosse stato un imprenditore privato, con miliardi e miliardi di dollari d’investimento e parecchie decine di commesse per il lancio di satelliti, in lista d’attesa, un trend di questo tipo sarebbe stato impensabile. Invece è successo e oggi guardiamo il rientro verticale del lanciatore, a terra o in una piattaforma oceanica, come se si trattasse della routine di un volo di linea.

Elon Musk ha scatenato anche l’emulazione di altri imprenditori. Vendere un miliardo di azioni Amazon, ogni anno, per finanziare l’azienda spaziale Blue Origin con l’obiettivo di trasportare le persone nello spazio per un bel viaggio intorno alla terra, è quello che ha intenzione di fare Jeff Bezos, fondatore del famoso marketplace e secondo uomo più ricco al mondo, con un patrimonio netto stimato in più di 78 miliardi di dollari. Mentre Mark Zuckerberg, fondatore e CEO di Facebook, ha annunciato un progetto per spedire satelliti esplorativi oltre il Sistema Solare: col fisico Stephen Hawking, l’investitore e filantropo russo Yuri Milner e altri scienziati e ingegneri, hanno in mente una nanosonda sospinta da una vela, che attraverso la spinta congiunta di raggi laser possa viaggiare al 20% della velocità della luce, catturando le immagini di tutto ciò che incontra durante il percorso.

Questi effetti sono stati alimentati dalla NASA, che ha reagito alla restrizione di fondi delle amministrazioni Bush e Obama ripiegando sui privati, con il risultato di rendere il volo spaziale più economico. C’è stato l’effetto congiunto della crescita esponenziale della potenza di calcolo, della riduzione drastica delle dimensioni della micro-elettronica, lo sviluppo delle tecniche di intelligenza artificiale, la stampa 3D per rendere possibili cantieri robotizzati in orbita fuori dall’atmosfera. In pochi anni i progetti più arditi sono diventati possibili come il rientro verticale di un lanciatore, a terra o su una piattaforma marina. Così come è possibile spedire robot con una sufficiente autonomia operativa in corpi celesti lontani decine di minuti od ore luce, che dopo aver eseguito in modo completamente automatico complesse operazioni, ci trasmettono immagini spettacolari ed enormi quantità di dati su scenari che nessuno, prima, aveva immaginato. E’ il caso di della coppia Plutone Caronte, svelata dalla sonda New Horizons, che ora si trova oltre Plutone e sta accelerando in direzione di un altro corpo del Sistema Solare esterno, chiamato 2014 MU69: l’appuntamento è per il 2019, per nuove e sorprendenti scoperte. Lo staff che segue la missione sta pensando ad un nuovo appuntamento, questa volta con un orbiter e un lander. E ipotizza rivoluzionarie tecniche di propulsione. E cosa dire dello spettacolo che ci ha offerto la sonda Cassini negli ultimi 12 anni attorno al pianeta Saturno e che ci regala  proprio in questi mesi, alla fine della sua vita operativa?

Oggi, come mai in passato, l’esplorazione spaziale è un grande spettacolo e una grande scuola a disposizione di tutti. Insegna ai nostri ragazzi a ragionare in modo pianificato, ad aspettare anche anni il risultato prima che la sonda che raggiunga il suo traguardo. Ci insegna a programmare con tecniche a prova d’errore e  a far tesoro degli insegnamenti derivati dagli errori che, nonostante la grande cura nella progettazione e nell’esecuzione, purtroppo inevitabilmente si verificano.

Gli imprenditori, Elon Musk in primo luogo, hanno creato attorno alle loro imprese ondate di passione e d’entusiasmo alimentate soprattutto dalle migliaia di tecnici operativi nelle varie branche dell’attività. In California, in Florida, si respira il rinascimento spaziale. Si respira in Cina, in Giappone, in Europa e in Italia dove la nostra Agenzia Spaziale (ASI) è fra i fondatori e i maggiori contribuenti dell’ESA (European Space Agency). Il suo Presidente, Roberto Battiston, non perde occasione per ricordare che quasi 50% dei moduli abitabili della stazione spaziale internazionale, tra cui la famosa cupola da dove si scattano quelle splendide foto del nostro pianeta, è stata realizzata a Torino da Thales Alenia Space Italia, joint venture tra Leonardo Finmeccanica e i francesi di Thales. Un grande orgoglio, ma anche posti di lavoro e capacità tecnologiche.

A proposito di Rinascimento Spaziale, ci sarebbe tantissimo da raccontare e da scrivere. Almeno una cosa la vorrei dire prendendola in prestito da Adriano Autino, Presidente di Space Renaissance International. Noi viviamo in fondo a un pozzo gravitazionale e facciamo una fatica terribile a uscire. Ma fuori dall’atmosfera, senza le intemperie che corrodono tutto e senza la gravità che spinge in basso, sono possibili costruzioni grandiose, libere dalla ruggine e dall’usura del tempo. Fra cento, mille anni quali meraviglie saremo in grado di edificare vicino al nostro Sole e più lontano, nel nostro braccio di Galassia? Una cosa è certa: potremo farlo solo liberi da dogmi e da fondamentalismi. Diversamente saremo costretti a rimanere quaggiù, logorati dalla crescita demografica, dai conflitti fra i popoli e le religioni e condannati al declino, graduale o violento di chi non ha saputo andare oltre.

Daniele Leoni

Mediaset-Vivendi: scontro a colpi di querela

vincent-bolloré-161214130934_mediumInizia oggi la causa civile che vede contrapposti Mediaset e Vivendi per il mancato rispetto del contratto di cessione di Premium: il gruppo francese ha chiesto i danni per diffamazione, controquerela del Biscione.
Stamani davanti al giudice della sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale di Milano, Vincenzo Perozziello, c’è stata la prima udienza della causa civile, intentata da Mediaset e da Fininvest con due distinti esposti. Vivendi ha depositato in tribunale una domanda riconvenzionale di risarcimento danni in merito alla campagna mediatica in corso nell’ambito del contenzioso in atto fra i francesi e Mediaset dopo lo stop all’acquisizione di Premium.
L’estate scorsa, Mediaset aveva avviato un’azione civile contro Vivendi, chiedendo l’esecuzione del contratto firmato l’8 aprile 2016, che prevedeva la vendita di Premium e uno scambio azionario tra Mediaset e Vivendi, e un risarcimento di 50 milioni di euro per ogni mese di ritardo nell’esecuzione. A sua volta Fininvest aveva avviato un’azione legale quantificando in 570 milioni i danni da immagine e da caduta del titolo Mediaset in Borsa. Il giudice civile Vincenzo Perrozziello ha deciso di unificare i due procedimenti.
Nei mesi scorsi, Vivendi, tramite un portavoce, aveva fatto sapere di non “accettare di essere accusata di non onorare i contratti, riservandosi ogni azione per tutelare la sua onorabilità”, compresa una causa per diffamazione. Così è stato ma oggi Mediaset non è stata a guardare ed è subito passata al contrattacco, ha infatti presentato una querela per diffamazione contro Vivendi a seguito di alcune interviste del ceo, Arnauld de Puyfontaine, sulla ricostruzione dei fatti. Solo ieri in un’intervista al Financial Times, il top manager ha definito “ingannevoli” alcune informazioni fornite da Mediaset sulla pay tv prima dell’accordo.
Anche Fininvest ha reagito, accusando Vivendi nella sua scalata fino a quasi il 30% del capitale di Mediaset di aver rotto il patto parasociale che le impediva di salire oltre il 3,5% del capitale del gruppo di Cologno Monzese. Perciò i legali del Biscione hanno chiesto ai francesi un risarcimento danni per violazione del patto parasociale che, stando a quanto si è appreso, faceva parte dell’accordo sulla cessione di Premium. I danni non sono ancora stati quantificati né da Mediaset né da Fininvest.

Deutsche Bank chiude in rosso e perde 1,4 miliardi

deutsche bank 3La Deutsche Bank chiude nuovamente in rosso il bilancio del 2016 con una perdita di 1,4 miliardi di euro. Nel 2015 la perdita in bilancio ammontava complessivamente a 6,8 miliardi di euro. A determinare il risultato di bilancio per il 2016 ha contribuito principalmente il quarto trimestre che da solo ha registrato una perdita di 1,9 miliardi dovuta alle partite straordinarie per 2,9 miliardi tra i quali le rettifiche di valore sugli avviamenti ed i contenziosi per 1,6 miliardi di euro. Sull’impatto hanno pesato anche le condizioni di mercato ed i tassi bassi sui ricavi annuali scesi del 10% totalizzando 30 miliardi di euro. Secondo le dichiarazioni del Ceo, John Cryan hanno pesato “le azioni intraprese per modernizzare la banca così come le turbolenze di mercato”.

A fine del 2016, il gruppo ha completato la cessione delle attività non strategiche ed ha aumentato gli indici patrimoniali. Il Core capital ratio (Common Equity Tier 1) a fine anno era dell’11,9% contro il 11,1% a fine del terzo trimestre 2016. Le riserve di liquidità a fine anno ammontavano a 218 miliardi contro i 200 miliardi a fine del terzo trimestre.
Le previsioni per il 2017 dovrebbero essere quelle di un ritorno all’utile come ha dichiarato il ceo John Cryan :”le nostre aspettative sono di essere redditizi quest’anno, visto che ci siamo lasciati alle spalle un sacco di terribili difficoltà e abbiamo fatto molti buoni progressi. In alcuni settori, come capital market, va molto meglio di prima”.

Nonostante le dichiarazioni confortanti del Ceo della Deutsche Bank, i risultati di bilancio non hanno convinto il mercato. Alla borsa di Francoforte il titolo perde il 5%.

L’Istituto di credito tedesco dovrà affrontare un altro problema a seguito dell’impegno preso alla Conferenza del clima di Parigi. Gradualmente ridurrà l’esposizione per i finanziamenti accordati all’industria del carbone di cui è il principale finanziatore. Con un comunicato, la Banca tedesca ha dichiarato: “ Deutsche Bank e le sue controllate non concederanno nuovi finanziamenti per l’attività di estrazione del carbone termico greenfield o per la costruzione di nuove centrali a carbone”.

Per lo scandalo dei mutui sub-prime, la Deutsche Bank ha pagato nel 2016 agli USA una multa di sette miliardi di dollari.
I risultati di bilancio del 2016 sono stati inferiori alle aspettative. Il mercato avrebbe buoni motivi per dubitare sul conseguimento di un utile di bilancio a fine 2017.

Salvatore Rondello

Dieselgate Volkswagen: sotto accusa l’intero CdA

VW-DieselgateA nove mesi dal suo inizio, si comincia a delineare il quadro giudiziario collegato al “Dieselgate”, lo scandalo sull’alterazione dei dati riguardanti le emissioni inquinanti che ha colpito la Volkswagen nel settembre 2015. Secondo quanto riportato dal settimanale Der Spiegel, il tribunale amministrativo della Bassa Sassonia, dove il gruppo ha la sede, ha iscritto sul registro degli indagati sia Martin Winterkorn,  ex-CEO del gruppo Volkswagen, che Herbert Diess, l’attuale presidente della casa automobilistica.

Per entrambi l’accusa è di aver manipolato il mercato azionario a favore del gruppo Volkswagen in merito agli eventi del 22 settembre del 2015. Quel giorno, mentre cominciava a delineare l’entità dello scandalo, un comunicato ufficiale del CdA Volkswagen annunciava che per fronteggiare il “Dieselgate” sarebbero serviti 6,5 miliardi di Euro, cifra poi rilevatasi essere di 16,5 miliardi. Secondo il rapporto compilato dal BaFin, l’equivalente tedesco della Consob riportato dall’agenzia Reuters, il gruppo avrebbe presentato consapevolmente una cifra più bassa del reale allo scopo di contenere i danni finanziari e manipolando di fatto il corso azionario del titolo.

Gli inquirenti non escludono che il numero degli indagati aumenti arrivando ad includere, qualora fosse seguito il rapporto del BaFin, tutti i dieci attuali membri del CdA della casa automobilistica di Wolfsburg. Si colpirebbero così gli attuali vertici del gruppo, ovvero il CEO Matthias Müller e l’attuale presidente del consiglio di vigilanza Dieter Pötsch, ai tempi direttore finanziario del gruppo e firmatario del comunicato del 22 Settembre.

Una probabile condanna degli amministratori del gruppo, primo fra tutti Winterkorn, aprirebbe la strada a richieste di risarcimento da parte degli investitori istituzionali del gruppo, mettendo a rischio i futuri investimenti della società e la competitività internazionale dell’azienda. Con un fatturato di oltre 200 miliardi di Euro l’anno, Volkswagen è la principale azienda tedesca ed il il terzo costruttore del mondo ed il primo d’Europa, di cui copre il 25% del mercato. Quasi 600.000 sono i dipendenti dell’azienda, senza tener conto dell’enorme indotto non solo nazionale, ma internazionale: un’ulteriore crisi mettere fortemente a rischio, quindi, migliaia di posti di lavoro e avere enormi conseguenze sull’intero impianto produttivo e finanziario europeo.

I tedeschi usano dire che “se la Volkswagen starnutisce, la Bassa Sassonia prende l’influenza e tutta la Germania deve mettersi al riparo”. Visto l’entità dello scandalo e l’importanza del gruppo anche l’Europa dovrebbe cominciare a preoccuparsi.

Simone Bonzano