In arrivo in cdm il ‘decretone’ per Genova

genova ponte

Venerdì prossimo arriverà nel Consiglio dei ministri il ‘decretone’ per Genova. Il ministro delle infrastrutture e trasporti Danilo Toninelli, in audizione alla commissione Ambiente della Camera, ha annunciato che venerdì prossimo arriverà al Consiglio dei Ministri il ‘decretone’ per Genova precisando che si tratta di un decreto ‘molto importante’ che conterrà ‘un aiuto alle famiglie in tema di mutui e un aiuto alle imprese con agevolazioni fiscali’. Un aiuto alle famiglie offerto dalla società Autostrade, pari a mezzo miliardo di euro, è stato rifiutato dal Governo ed il vicepremier Di Maio disse che ‘non si potevano accettare elemosine’ (l’elemosina corrispondeva a circa 800 mila euro pro capite per i genovesi sfrattati).

Il ministro Toninelli ha spiegato: “Nel decreto non ci sarà solo la parte su Genova, ma anche interventi sulla manutenzione e una parte relativa ai sensori.

Nel decreto per Genova, la ricostruzione del Ponte sarà il primo obiettivo. Partendo dalle regole attuali del Codice degli Appalti, sulla base dell’eccezionalità, potremo affidare direttamente a una società pubblica, pensiamo a Fincantieri, l’appalto per la ricostruzione del Ponte. Sulle concessioni autostradali, intendo dare un segnale di svolta ben preciso:  d’ora in avanti tutti i concessionari saranno vincolati a reinvestire buona parte degli utili nell’ammodernamento delle infrastrutture  che hanno ricevuto in concessione, dovranno rispettare in modo più stringente gli obblighi di manutenzione a loro carico e, più in generale, dovranno comprendere che l’infrastruttura non è una rendita finanziaria, ma un bene pubblico che il Paese. Sul Mose oggi si assiste ad una sorta di paralisi da parte del soggetto tecnico operativo incaricato di realizzare l’opera per conto dello Stato (concessionario Consorzio Venezia Nuova). Inadempienza ingiustificata e pericolosa rispetto ad un’opera marittima, che rischia di aggravare le condizioni di manutenzione”.

Il ministo Toninelli ha anche aggiunto: “Siamo al lavoro, abbiamo lavorato anche stanotte al decreto, che ho definito ‘decretone’, molto importante per far ripartire immediatamente Genova  oltre all’attività per la messa in sicurezza delle opere infrastrutturali. I lavori di ricostruzione del ponte non possono essere affidati ed eseguiti da chi giuridicamente aveva la responsabilità a non farlo crollare. Consentire ad Autostrade per l’Italia di ricostruire il ponte  sarebbe una follia  e sarebbe irrispettoso nei confronti dei familiari delle vittime del crollo del Morandi”. Poi il ministro ha evidenziato: “Su questo il governo è compatto. Inoltre, sulla ricostruzione del ponte deve esserci il progetto, il sigillo dello Stato. E la ricostruzione va affidata a un soggetto a prevalente o totale partecipazione pubblica dotato di adeguate capacità tecniche”. Toninelli ha anche annunciato: “ Nei prossimi giorni convocherò tutti i concessionari delle infrastrutture chiedendo un programma dettagliato degli interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione, con specifica quantificazione delle risorse destinate a realizzare un programma di riammodernamento delle infrastrutture. E’ indifferibile l’esigenza di intervenire su un sistema malato che non ha giustificazione né corrispondenza negli altri Paesi europei. In un’ottica di revisione degli schemi di convenzione risulta altrettanto necessario ristabilire un rapporto fisiologico tra concedente e concessionario anche attraverso l’adozione di misure punitive nei confronti delle società nel caso di ricorsi manifestamente strumentali”.

In realtà, il giorno precedente, il governatore della Liguria, ospite del forum Ambrosetti a Cernobbio, ha lanciato un messaggio imperativo: “Chiediamo al governo di varare subito il decreto per ricostruire il ponte per consentirci di metterci subito al lavoro non appena arriva il dissequestro della Procura”. Un provvedimento che per il governatore deve limitarsi a prevedere la deroga al Codice degli appalti per consentire immediatamente a Fincantieri e all’architetto Renzo Piano di approntare la fase operativa nella quale, ovviamente, saranno coinvolte altre eccellenze italiane. Ma la strategia del Governo non sembrava che andasse nella stessa direzione. Pur confermando a breve l’iniziativa del governo, il vicepremier e leader del M5S, Luigi Di Maio ha confermato la volontà di escludere Autostrade dalla partita.

Di Maio, parlando con i giornalisti alla Fiera del Levante, ha detto: “Io non faccio ricostruire il ponte a chi lo ha fatto crollare. Autostrade avrà nei prossimi giorni un’altra brutta sorpresa. Per quanto ci riguarda, il ponte Morandi lo deve ricostruire un’azienda di Stato come Fincantieri, perché dobbiamo monitorare cosa si farà”.

La differenza dunque è nel ruolo di Autostrade e nella revoca della concessione che prevede che spetti al concessionario il ripristino dell’opera.

Ma per Toti passare per la revoca della concessione rischia di allungare pericolosamente i tempi per la ricostruzione. Così il governatore della Liguria ha lanciato un messaggio anche a Salvini: “Non è il momento delle parole ma dei fatti. Teniamo separate le responsabilità dalla ricostruzione: Autostrade, come impone la concessione, ci mette i soldi ma non si oppone che la ricostruzione del ponte sia affidata a Fincantieri sul progetto di Piano”.

Con riferimento alla Commissione del Mit e al ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli che lo attacca per non aver ancora soddisfatto le richieste delle famiglie costrette a lasciare le proprie abitazioni ha replicato: “Duecento famiglie sono già state sistemate in alloggi e il completamento avverrà nei prossimi giorni. Il ministro credo abbia ben altro di cui occuparsi….”. La conclusione brusca di Toti allude  alle dimissioni dell’ingegner Bruno Santoro, annunciate dal ministero delle Infrastrutture, dalla Commissione ispettiva del Mit che opera per individuare le cause del crollo del Ponte Morandi. Santoro, indagato nell’ambito dell’inchiesta sui fatti del “Morandi”, è stato il terzo componente che lascia la commissione ispettiva aggiungendosi alle dimissioni di fine agosto di altri due indagati: il professore Antonio Brencich e il presidente Roberto Ferrazza, provveditore alle opere pubbliche per il Piemonte, Liguria e Val d’Aosta, tutte persone nominate dall’attuale governo Conte.

Salvatore Rondello

Cernobbio, Grillo tace su Luigi Di Maio

grillo e di maioIl M5S si interroga e si divide sulla svolta di Cernobbio. Davide Casaleggio approva e Beppe Grillo tace. Alla vigilia delle primarie online per scegliere il candidato premier per le elezioni politiche, le discussioni ufficiali e ufficiose sono accese. Cernobbio sì, Cernobbio no, Cernobbio non pervenuto. La svolta governativa di Luigi Di Maio a Cernobbio è piaciuta soprattutto a Casaleggio junior.
C’è grande sintonia tra i due. Casaleggio, in una intervista al ‘Corriere della Sera’, ha promosso a pieni voti la sortita del giovane vice presidente della Camera nel pensatoio lacustre dei grandi imprenditori italiani ed europei con l’obiettivo di Palazzo Chigi: il M5S “oggi è la prima forza politica italiana e ha tutte le carte in regola per andare al governo del Paese”.
Basta, dunque, con la linea dell’opposizione ad oltranza e totale. Il giovane imprenditore specialista di internet, il secondo uomo forte dei cinquestelle dopo Grillo, non vede dissensi interni sull’abbandono della tradizionale impostazione dell’opposizione populista e anti-sistema: “Ho letto molte ricostruzioni fatte sui giornali, basate sul nulla”. Il presidente della Casaleggio Associati approva anche il dialogo con i banchieri e i grandi imprenditori italiani e stranieri incontrati al seminario di Cernobbio da Di Maio; un tempo visti invece come i grandi nemici, gli oligarchi capitalisti sfruttatori di lavoratori e proletari. Dà una spiegazione interclassista: “Le persone oneste e di buona volontà che vogliono cambiare il Paese si trovano in tutti gli strati sociali e in tutte le categorie”.
E’ un chiaro segnale: il figlio di Gianroberto, cofondatore del M5S con Grillo, appoggerà Di Maio nelle elezioni primarie online (il risultato sarà annunciato nella manifestazione del 22-24 settembre a Rimini). Probabilmente Di Maio sarà incoronato candidato dei cinquestelle a presidente del Consiglio. Per ora in pista c’è solo lui. Roberto Fico e Nicola Morra, esponenti dell’ala ortodossa contraria alla svolta di Cernobbio: finora non hanno deciso di gareggiare e non è detto che lo facciano per i rapporti di forza sfavorevoli. Alessandro Di Battista, invece, non ha escluso di candidarsi, ma è un amico di Di Maio e vicino alla sua linea dialogante con i grandi imprenditori, sull’Unione europea e sull’euro. Si profila il possibile rischio di una corsa in solitaria per l’uomo della svolta di Cernobbio.
Il vice presidente della Camera ha capovolto la tradizionale linea populista e anti-sistema di Grillo, inaugurata trionfalmente giusto dieci anni fa con il primo Vaffa…Day a Bologna. Di Maio a Cernobbio ha assicurato: “Non vogliamo un’Italia populista, estremista e anti-europeista. Il nostro obiettivo è creare e non distruggere”. L’obiettivo è uguale a quello di Davide Casaleggio: “Vogliamo governare questo Paese”.
Grillo, al contrario di Casaleggio, è sibillino. Il garante del M5S, ricordando sul suo blog la protesta del 2007 a Bologna, dieci anni di difficoltà e di successi travolgenti, di fatto ha dato il disco verde alla svolta governativa: “Siamo ancora qua, più forti di prima e forse a un passo da un altro traguardo storico”. Tuttavia il comico genovese non ha mai pronunciato la parola Cernobbio, il simbolo dei detestati “poteri forti” italiani ed europei, né ha rinnegato le sue accuse ai grandi gruppi industriali e finanziari. Non ha rettificato i suoi attacchi alla Ue, né la richiesta di un referendum per far uscire l’Italia dall’euro, né ha messo in soffitta le sue fiere rivendicazioni di essere “un populista”.
Una dimenticanza? Forse. Ma sarebbe una dimenticanza che il capo carismatico dei cinquestelle potrebbe recuperare velocemente mentre si avvicinano due appuntamenti importanti: il 5 novembre ci saranno le elezioni regionali siciliane e in primavera è previsto il voto per le politiche. Se la scelta moderata, quella di non mettere paura all’elettorato dovesse fallire, allora riprenderebbe vigore la linea di sfondamento a colpi di “Vaffa…”, quella degli sberleffi e delle invettive di “tutti a casa! Arrendetevi!”. In più c’è l’incognita delle tante città amministrate dal M5S. Molti sindaci grillini, anche in città importanti come Roma e Torino, non stanno mietendo grandi successi e i consensi calano.
Ma situazione si è complicata anche in Sicilia. Una ordinanza del tribunale di Palermo ha sospeso le “Regionarie” del M5S, dopo le contestazioni di Mauro Giulini, l’ex attivista escluso dal voto online sulle candidature siciliane dei pentastellati. Il vertice del M5S si è detto sicuro di partecipare “al voto come previsto” seguendo le decisioni dei magistrati. Certo è politicamente insostenibile escludere dalle elezioni regionali siciliane una forza importante come i cinquestelle, tuttavia quando si intromettono le carte bollate ogni sorpresa è possibile. Nelle elezioni comunali di Genova dello scorso giugno scoppiò un caso analogo e alla fine fu eletto sindaco un uomo del centro-destra.

Rodolfo Ruocco
Sfoglia Roma

Luigi Di Maio capovolge
la linea di Grillo

grillo-dimaioPacato, dialogante, pragmatico. Luigi Di Maio, 31 anni, vice presidente della Camera, accelera nel tessere la sua “tela governativa”. Indica la strada del M5S “partito di governo” e non più di “opposizione anti-sistema”.

Il candidato in pectore cinquestelle a presidente del Consiglio capovolge la vecchia impostazione dei cinquestelle: “Non vogliamo un’Italia populista, estremista o anti-europeista. Il nostro obiettivo è creare e non distruggere”. Addirittura si ispira al premier conservatore della destra europeista spagnola Mariano Rajoy: “Il mio modello è il governo Rajoy”. Questa volta, per perseguire il suo progetto, è andato anche nella “tana del lupo” per illustrare la svolta, domenica 3 settembre è intervenuto al Forum Ambrosetti di Cernobbio sul lago di Como, il tradizionale appuntamento annuale delle classi dirigenti italiane, europee ed americane. Ha corteggiato i ‘poteri forti’: “Noi vogliamo una Italia smart nation, che investa nelle nuove tecnologie sia nel pubblico sia nel privato e quindi che cominci a creare lavoro e valore in questo settore”.

Addio agli attacchi agli oligopoli capitalisti, all’Europa e alla moneta unica. Di Maio, anzi, si mette tra i sostenitori dell’Unione europea e precisa: il referendum per abolire l’euro è solo una “extrema ratio” perché “noi non vogliamo distruggere, ma cambiare” la valuta unica europea.

E’ un preciso messaggio lanciato ai banchieri e ai grandi imprenditori italiani ed esteri, di casa nei seminari tenuti a Cernobbio, e visti dall’ala oltranzista del M5S come “i grandi nemici” del popolo sfruttato e impoverito dalla Grande crisi economica internazionale del 2008.

Di Maio ha operato lo “strappo” nonostante le tante critiche e i molteplici altolà dell’ala intransigente dei cinquestelle. Solo pochi giorni fa Ferdinando Imposimato, ex magistrato, uno dei candidati dal M5S a presidente della Repubblica, aveva condannato la scelta del vice presidente della Camera: “Che tristezza che il candidato premier M5S Luigi Di Maio si sieda a Cernobbio con un esponente della Trilatarale, che voleva la riforma della Costituzione. Il dialogo con i nemici della democrazia non è tollerabile. E’ la fine dell’alternanza”.

Di Maio, giacca, cravatta, cortese, niente insulti, sta perseguendo con tenacia, tra non pochi attacchi dall’interno del movimento pentastellato, il suo disegno di lasciare l’opposizione totale anti-sistema per approdare al governo nazionale dopo aver conquistato i sindaci di tante e importanti città italiane.

Negli ultimi due anni ha incontrato in Italia e nei suoi viaggi negli Usa e nella capitali europee diplomatici, politici, imprenditori, finanzieri di tutte le più importanti nazioni. La sua popolarità sta aumentando sempre di più. Gli ultimi sondaggi lo danno testa a testa con Matteo Renzi nelle preferenze degli italiani,per Palazzo Chigi. E precede Paolo Gentiloni, Silvio Berlusconi ed Angelino Alfano.

Tuttavia da qui alle elezioni politiche all’inizio dell’anno prossimo, la strada è ancora lunga. Può succedere di tutto. L’ala dei cinquestelle dei “puri e duri”, fedele al partito anti-sistema e anti-casta portato a uno strepitoso successo da Beppe Grillo, è mobilitata contro di Maio. Le insidie, poi, potrebbero arrivare anche da più vicino. Alessandro Di Battista non dà per scontata la candidatura di Di Maio alla presidenza del Consiglio. Il giovane deputato cinquestelle ha avvertito alla Festa del Fatto Quotidiano a Marina di Pietrasanta: “Io non credo che ci sarà un solo candidato”. E non è escluso che un altro candidato possa essere proprio Di Battista.

Poi sono sempre in agguato possibili “scivoloni”, tipo quello su Raffaele Marra nominato capo del personale del comune di Roma e poi finito in manette per gravi reati. Oppure ci sono gaffe come quella nella quale paragonò Matteo Renzi a “Pinochet in Venezuela”, mentre il generale golpista realizzò una sanguinosa dittatura nel Cile, un altro paese del Sud America. Di Maio fece immediatamente una rettifica per correggere l’errore, ma la caduta fece epoca.

Grillo finora l’ha sostenuto, anche se si infuriò per i suoi errori. Il garante del M5S per un periodo mise da parte Di Maio, poi gli confermò la sua fiducia. Ora il capo carismatico dei cinquestelle si dovrà pronunciare sulla svolta che capovolge la sua classica linea politica: l’attacco ai partiti tradizionali tradizionali, alla classe dirigente e ai grandi imprenditori italiani colpevoli del “fallimento” dell’Italia. Le accuse di “colpo di Stato”, di “golpettino furbo” e la rivendicazione del populismo (“Sono fiero di essere populista”) si sono sprecate per anni.

Si sono sprecate, ma da un po’ di tempo le urla anti-casta e anti-sistema non si sentono più. Né si sentono più gli insulti, le roboanti manifestazioni di piazza a colpi di “vaffa…”. Né, tantomeno, si ode più la minaccia di promuovere un referendum per far uscire l’Italia dall’euro. Forse in Grillo sta prevalendo la linea meno dura, quella di vincere “senza mettere paura” all’elettorato moderato. Comunque, adesso il vice presidente della Camera sta navigando con il vento a poppa.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Meeting di Cernobbio: tra scenari, sfide e timori

Monti a CernobbioL’anno scorso aveva preferito l’inaugurazione della rubinetteria della periferia di Brescia al convegno di Cernobbio, cinguettando di andare «dove si creano i posti di lavoro». Quest’anno, invece, il presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi è atteso domani, sabato, al convegno di Cernobbio, l’annuale appuntamento del gotha dell’economia, della politica e dell’imprenditoria internazionali che si apre oggi e che si svolge a Cernobbio ogni primo fine settimana di settembre. E in molti si attendono che Renzi rivendichi i posti di lavori creati con il Jobs Act, considerati i recenti dati diffusi dall’Istat. Nel frattempo oltreoceano l’economia statunitense ha creato posti di lavoro -173mila – ma meno del previsto. Continua a leggere

Il professor Monti lascia i politici ad interrogarsi: ma quando finirà la lezione?

E’ sibillino il premier Mario Monti. In stile non proprio bocconiano, il Presidente del consiglio schiva la domanda su una sua possibile candidatura alla guida del Paese anche dopo la fine del mandato con una risposta ambigua: «Il Paese saprà darsi un leader in grado di guidarlo». L’ipotesi del Monti-bis accende il dibattito politico lasciando in molti ad interrogarsi sul suo futuro. E così, ancora una volta, la giornata di ieri è stata scandita da dichiarazione dei partiti sul “tormentone” che in qualche modo sancisce l’apertura della campagna elettorale. Continua a leggere