Cgia: il lavoro occasionale non decolla. Aumentano le Cooperative sociali in difficoltà

Piano di comunicazione 2018

L’INPS VICINO AI CITTADINI

Il Piano di comunicazione 2018 persegue l’obiettivo fondamentale dell’Istituto: sostenere le persone nel corso della loro vita, in un contesto socio-economico sempre più variabile e complesso e al contempo ricostruire un rapporto fiduciario con cittadini e dipendenti.

Dovrà pertanto – prosegue l’Istituto in una nota – prevalere un modello di comunicazione in cui emerga il concetto di “Inps verso i cittadini”, al fine di costruire e mantenere la fiducia dei nostri clienti. L’obiettivo generale trova conferma nella Relazione annuale del Presidente, recentemente presentata, che sottolinea l’importanza di far sapere ai cittadini che sono clienti dell’Inps, punto di riferimento di ogni persona per tutto l’arco della vita.

Per conseguire questo fine l’Inps deve necessariamente comunicare con il cittadino attraverso il criterio della multicanalità, utilizzando tutti i mezzi a disposizione per raggiungerlo ed essere raggiunto. La presenza capillare dell’Istituto sul territorio risulta di fondamentale importanza per comprendere meglio e con maggiore immediatezza le istanze dell’utente e il relativo feedback. A tale proposito il nuovo Piano pone le basi per l’avvio di un processo di misurazione del livello di efficienza ed efficacia delle attività di comunicazione attraverso la predisposizione di specifici indicatori.

Il Piano inoltre presta un’attenzione speciale alla comunicazione interna, prevedendo azioni volte a rispondere al particolare sentiment, interessi e motivazioni del personale: i primi ambasciatori di Inps  sono proprio i suoi dipendenti, che incarnano i valori e i messaggi che l’Ente di previdenza vuole promuovere verso l’esterno. E’ fondamentale pianificare le attività di comunicazione partendo da questo target strategico.

In tale contesto generale il nuovo Piano prefigura una ridefinizione delle modalità di comunicazione per sensibilizzare, coinvolgere, educare ed informare attraverso un linguaggio immediato e coinvolgente.

Nell’anno in cui l’Inps celebra i 120 anni dalla fondazione, il nuovo Piano di Comunicazione rappresenta non a caso lo strumento attraverso cui rinsaldare l’identità dell’Istituto, quale pilastro del sistema nazionale del welfare.

Cgia Mestre

LAVORO OCCASIONALE NON DECOLLA

Nonostante le polemiche e il dibattito in corso sono ancora poco meno di 600mila gli addetti che nel 2017 hanno svolto un’attività lavorativa nel nostro Paese per meno di 10 ore alla settimana. Per l’esattezza, 592mila, secondo i calcoli dell’Ufficio Studi della Cgia, ovvero il 2,6% del totale (poco più di 23 milioni di occupati): di questi, 389mila hanno prestato servizio come dipendenti e gli altri 203mila come lavoratori autonomi.

Peraltro – aggiunge l’associazione – se rispetto al 2007, il numero complessivo dei lavoratori saltuari è aumentato del 20,3 per cento dal 2014 – con un picco di 631mila unità – il numero di questi lavoratori è leggermente in calo sia a seguito della ripresa occupazionale sia della riforma dei voucher avvenuta l’anno scorso che ha “aumentato” il ricorso al lavoro irregolare. Due su tre addetti della cosiddetta ‘gig economy’ sono donne occupate, principalmente, nei servizi alla persona, come domestiche, baby-sitter, badanti, o al servizio di attività legate alla cura della persona (parrucchiere, estetiste, centri benessere, etc.). Un altro comparto dove si concentra un’incidenza molto elevata di occupati saltuari è l’alberghiero-ristorazione e i servizi alle imprese.

Gli over 65 sono i più numerosi: l’incidenza degli occupati con meno di 10 ore alla settimana sul totale dei lavoratori della stessa fascia demografica è pari al 6,9 per cento; seguono i giovani tra i 15 e i 24 anni (4,7 per cento). In valore assoluto il segmento che raggruppa il maggior numero di occupati della ‘gig economy’ è quello tra i 45-54 anni (156 mila su una popolazione lavorativa di quasi 7 milioni di persone).

L’area territoriale dove queste prestazioni occasionali sono più diffuse è il Centro: se a livello nazionale l’incidenza dei lavoratori saltuari sul totale degli occupati presenti in Italia è pari al 2,6 per cento, nel Centro la quota sale al 3 per cento. In termini assoluti, invece, è il Mezzogiorno la ripartizione geografica che presenta il numero più elevato: degli 592 mila, 171 mila lavora al Sud, 148 mila sia al Centro sia a Nordovest e 125 mila a Nordest.

“Questi dati – ha segnalato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – evidenziano che la cosiddetta gig economy, sebbene in forte espansione, alimenta un’occupazione on demand ancora molto contenuta. Le opportunità offerte dai siti, dalle applicazioni e dalle piattaforme web, ad esempio, stanno riempendo le nostre strade di ciclo corrieri, ma i cosiddetti piccoli lavoretti sono ancora ad appannaggio di settori tradizionali, come i servizi alla persona, e in quelli dove è molto elevata la stagionalità. Ambiti, tra l’altro, dove la presenza degli stranieri è preponderante”.

“Ovviamente – ha concluso il segretario della Cgia, Renato Mason – questi 592mila lavoratori occasionali sono sottostimati. Sappiamo benissimo che questo settore presenta delle zone d’ombra molto estese, dove il sommerso la fa da padrone. Tuttavia, è interessante notare che queste occupazioni regolari sono ad appannaggio soprattutto di donne e pensionati e servono ad arrotondare le magre entrate familiari, soprattutto al Sud”.

Isnet

AUMENTANO IMPRESE SOCIALI IN DIFFICOLTÀ

Dopo un lungo periodo durato 5 anni in cui il numero delle cooperative sociali in difficoltà è diminuito costantemente, passando da un 39,3% a un 15%, nell’ultimo anno si registra una inversione di tendenza, con un +4,5% di cooperative sociali in difficoltà (19,5%) e una flessione, seppur lieve, delle imprese con un andamento in crescita (dal 42% al 40% ) e stabile (dal 43% al 40,5%). E’ quanto emerge dai dati dell’osservatorio Isnet sull’Impresa sociale di recente resi noti.

Diminuiscono dell’8% anche le imprese sociali che prevedono incrementi del personale (31% del campione a fronte del 39% del 2017), anche se la maggior parte delle organizzazioni garantisce livelli di stabilità (+11,5% rispetto allo scorso anno). A conferma del valore sociale di queste imprese ad alta intensità relazionale, è significativo evidenziare che tra quelle con andamento economico stabile permane un atteggiamento fiducioso: il 78,2% delle organizzazioni prevede che l’organico resterà invariato. L’incertezza economica va di pari passo con la consapevolezza dell’importanza di avviare investimenti in innovazione. Crescono, si legge ancora nell’indagine, tutti gli indicatori legati a questo ambito (+13,7% di imprese che hanno sviluppato nuovi prodotti e servizi pari al 52,2% di segnalazioni; +8,3% che hanno identificato nuove aree geografiche in cui operare pari al 32,3% segnalazioni).

Contemporaneamente, il 94% del panel dichiara che gli obiettivi di innovazione non sono stati completamente raggiunti, e che “si sarebbe potuto fare di più”. I principali ostacoli riguardano una scarsa risposta del mercato sia pubblico che privato (43,6%, +10% rispetto lo scorso anno) e la presenza di resistenze interne al cambiamento (34%, +12,6% rispetto al 2017). Un trend che rivela un certo dinamismo dell’impresa sociale, che, tuttavia, non sempre si accompagna a una piena capacità di cogliere le opportunità.

Su questo aspetto l’Osservatorio Isnet ha realizzato, in partnership con Banca Etica, per il secondo anno consecutivo, l’approfondimento ‘Strumenti per lo sviluppo delle imprese sociali’ con un focus su impresa sociale 4.0, per conoscere l’impatto delle nuove tecnologie sulle imprese sociali. I dati – i primi in Italia – evidenziano l’importanza di accompagnare le imprese sociali su questi temi. Dei 10 aspetti considerati (robotica avanzata, nuovi materiali, sensoristica, intelligenza artificiale, stampa 3D, blockchain e moneta virtuale, veicoli che si guidano da soli, genetica e bioprinting, sharing economy, digitalizzazione dei processi), ad esclusione della ‘digitalizzazione dei processi’ e considerando solo le imprese sociali che hanno indicato “non so rispondere” o “impatto né positivo né negativo”, sono complessivamente ben il 37% gli intervistati con scarsa consapevolezza.

I valori di conoscenza e impatto positivo aumentano nel caso di organizzazioni con maggior propensione all’innovazione o per i settori di attività con ricadute elevate (ad esempio l’assistenza sociale per la robotica). Secondo Laura Bongiovanni, presidente di Associazione Isnet e responsabile dell’Osservatorio, “l’esigenza di cambiamento per l’impresa sociale suona oggi come una sorta di ‘mantra’: da più parti si invoca la necessità di diversificare sul versante profit, fare rete, innovare, cogliere le opportunità della rivoluzione 4.0; ma per cambiare non ci sono ricette precofenzionate e tantomeno, calate dall’alto”.

“Occorre partire dai ‘dati di realtà’, capire a che punto – ha continuato – sono le imprese, quali siano i tentativi intrapresi e le difficoltà incontrate. E’ partendo da questa consapevolezza che vanno avviati percorsi di accompagnamento e orientamento per ciascuno dei 10 aspetti considerati, affinché l’impresa sociale governi fin da subito le novità e le trasformazioni che verranno introdotte. Non per stravolgere ma per rimodulare il modello dell’impresa sociale in Italia, che tanti risultati positivi ha prodotto in questo trentennio, con una capacità di risposta e aderenza alle comunità e ai loro bisogni, di assoluta attualità”.

In apertura dei lavori il senatore Edoardo Patriarca ha dichiarato: “Abbiamo fatto una riforma che avrà ricadute sul Paese e auspico che tutta la parte che deve essere fatta venga attuata in tempi brevi per dare gambe e motore alla riforma. Sull’impresa sociale mi sento di affermare che rispetto alla crisi ormai decennale e devastante essa rappresenti un elemento di grande valore e contaminazione. L’Osservatorio Isnet è prezioso per monitorarla costantemente”.

Simone Siliani, direttore della Fondazione Finanza Etica, ha evidenziato che “è un segnale da osservare con forte attenzione che il 67% degli intervistati abbia dichiarato di non avere interesse nei confronti delle nuove forme di capitalizzazione delle imprese sociali previste dalla recente riforma del terzo settore (crowdfunding, social lending ecc.)”. “Come rete di Banca Etica – ha aggiunto – pensiamo ci sia da fare un importante lavoro di formazione e accompagnamento alle imprese sociali che possono oggi cogliere nuove importanti opportunità. Abbiamo una quota di questo mercato ben superiore al nostro peso relativo nel sistema bancario nazionale, la sfida è quella di continuare ad essere al fianco di questa particolare tipologia di impresa per sostenere l’innovazione sociale”.

Giuseppe Guerini, presidente Cecop-Cicopa Europa, nel sottolineare l’importanza della rivoluzione 4.0, ha posto una questione cruciale: “La sharing economy è stata sviluppata nella Silicon Valley; e dove era il sistema mutualistico che sta alla base di questa filosofia? Perché il terzo settore ora sembra esserne così lontano? Ci vuole maggiore attenzione da parte del terzo settore e più slancio per agire in funzione dell’innovazione. Dobbiamo superare l’atteggiamento diffuso del ‘ma noi abbiamo sempre fatto così’. Si può anche fare in altro modo”.

Carlo Pareto

Istat e Fmi vedono l’economia in rallentamento

istat pil mezzogiornoL’Istat ha diffuso oggi i dati sull’inflazione. A giugno l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente e dell’1,3% su base annua (in crescita dal +1,0% registrato a maggio). La stima preliminare era +1,4%. L’accelerazione dell’inflazione si deve prevalentemente ai prezzi dei beni energetici non regolamentati (da +5,3% di maggio a +9,4%) ed è sostenuta anche da quelli dei Beni alimentari non lavorati (da +2,4% a +3,4%) e dei servizi relativi ai trasporti (da +1,7% a +2,9%).

Pertanto l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è pari a +0,8% (stabile rispetto a maggio) e quella al netto dei soli beni energetici è in accelerazione da +0,8% registrato nel mese precedente a +1,0%. L’aumento congiunturale dell’indice generale dei prezzi al consumo è dovuto principalmente ai rialzi dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (+2,3%) e dei Servizi relativi ai trasporti (+2,2%), i cui effetti sono solo in parte mitigati dai cali congiunturali di quelli dei beni alimentari non lavorati (-0,9%) e dei Servizi relativi alle comunicazioni (-1,4%).

L’inflazione accelera sia per i beni (da +1,0% registrato nel mese precedente a +1,5%) sia, in misura lieve, per i servizi (da +0,9% a +1,0%); il differenziale inflazionistico tra servizi e beni rimane negativo ma di ampiezza più marcata rispetto a maggio (da -0,1 punti percentuali a -0,5 punti percentuali). L’inflazione acquisita per il 2018 è +1,0% per l’indice generale e +0,7% per la componente di fondo.

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona registrano un calo dello 0,2% su base mensile e un aumento del 2,2% su base annua (da +1,7% registrato a maggio). I prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto salgono dello 0,2% in termini congiunturali e del 2,7% in termini tendenziali (da +2,0% del mese precedente).

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) aumenta dello 0,2% in termini congiunturali e dell’1,4% in termini tendenziali (da +1,0 di maggio). La stima preliminare era +1,5%. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (Foi), al netto dei tabacchi, aumenta dello 0,2% su base mensile e dell’1,2% rispetto a giugno 2017. Secondo l’Istat, l’inflazione a giugno continua a crescere nelle componenti legate maggiormente agli acquisti quotidiani delle famiglie. Infatti l’accelerazione della crescita dei prezzi al consumo è di nuovo trainata dai prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (in particolare carburanti insieme con frutta fresca e vegetali freschi), che registrano un aumento su base annua più che doppio di quello generale. Un contributo inflazionistico deriva anche dai prezzi dei trasporti, che da inizio anno mostrano tensioni crescenti.

Per il Fondo Monetario Internazionale, nel 2018 l’economia italiana crescerà solo dell’1,2% con un ulteriore rallentamento a +1,0% il prossimo anno. Le nuove stime del Fmi fornite nell’aggiornamento del World Economic Outlook sono state riviste al ribasso: rispetto alle valutazioni dello scorso aprile, la crescita italiana è stata tagliata di 0,3 punti quest’anno e di 0,1 punti nel 2019. A spingere il Fondo al ribasso è il peso sulla domanda interna legato all’aumento dello spread sui titoli di Stato e alle più rigide condizioni finanziarie, provocate dalla recente incertezza politica.

Il Fondo Monetario Internazionale ha abbassato le stime non solo dell’Italia ma anche delle maggiori economie mondiali. Per Germania, Francia e come abbiamo visto l’Italia il Fondo ha rivisto al ribasso di 0,3 punti la stima di crescita Pil del 2018 mentre per Regno Unito e Giappone il taglio è di 0,2 punti. In particolare, ha segnalato un aumento dei rischi al ribasso anche nel breve termine, con una espansione economica, che sebbene confermata a livello globale al 3,9% sia quest’anno che nel 2019, sta diventando meno omogenea. In dettaglio, la crescita delle economie avanzate dovrebbe confermarsi quest’anno al +2,4%, stesso livello del 2017, per poi scendere a +2,2% il prossimo anno. Il dato relativo al 2018 è stato pertanto rivisto al ribasso di 0,1 punti rispetto alle previsioni dello scorso aprile. Per gli Usa il Fondo conferma un Pil a +2,9% nel 2018 e a +2,7% il prossimo anno mentre l’eurozona dovrebbe registrare una crescita del 2,4% quest’anno e del 2,2% il prossimo con una revisione al ribasso rispettivamente di 0,2 e 0,1 punti.

Anche l’Ufficio parlamentare di bilancio, nella nota sulla congiuntura a luglio, ha confermato il cambio di marcia del Paese, in linea con l’andamento delle maggiori economie avanzate (?). Nella nota dell’Upb si legge: “La ripresa economica in Italia ha parzialmente perso slancio e rischia di avere un effetto trascinamento anche sul 2019. Le stime dei modelli di breve periodo dell’Upb segnalano un rallentamento dell’attività economica, che si potrebbe protrarre nel corso dell’estate, determinando un lieve peggioramento delle previsioni di crescita per l’anno in corso e influenzando, in considerazione del minor effetto di trascinamento, anche i risultati del 2019”.

Nella media del 2018, l’espansione del Pil si attesterebbe all’1,3%, lievemente al di sotto della previsione Upb dello scorso maggio (1,4%). Per effetto della minore crescita acquisita anche l’incremento previsto per il 2019 registrerebbe una correzione al ribasso con una crescita del Pil di poco superiore all’1%.

Secondo quanto ha osservato l’Upb: “Nei primi mesi dell’anno, a un buon andamento dei consumi ha fatto riscontro quello negativo di investimenti ed esportazioni. Nonostante un leggero calo del potere di acquisto delle famiglie (0,2 per cento nel primo trimestre) la dinamica dei consumi ha registrato un recupero nel primo trimestre dell’anno (0,4 per cento in termini congiunturali). Questo andamento ha beneficiato del clima di fiducia delle famiglie e delle dinamiche occupazionali, che consolidandosi potrebbero continuare a sostenere nel breve termine i piani di spesa delle famiglie. Nei primi tre mesi dell’anno, inoltre, la dinamica congiunturale dell’accumulazione del capitale ha subito una battuta d’arresto (dell’1,4 per cento), riassorbendo parte de i progressi conseguiti nel 2017. A pesare sulle decisioni di investimento, ha verosimilmente influito l’incertezza relativa al prolungamento per quest’anno delle agevolazioni fiscali per l’acquisto di impianti e macchinari, in contrazione del 2,4 per cento nei primi tre mesi del 2018. È risultato negativo anche l’apporto all’attività economica da parte degli scambi con l’estero. Nel primo trimestre il volume delle esportazioni, in crescita dalla metà del 2016, ha scontato un calo del 2,1 per cento. Le prospettive di breve termine, secondo le più recenti indagini sugli ordini dall’estero, restano deboli”.

L’esame fatto dall’Ufficio parlamentare di bilancio conferma le valutazioni di rallentamento dell’economia elaborate anche da Istat e dal Fondo Monetario Internazionale.

A quanto già indicato, si aggiungono i deboli segnali di crescita su base mensile del fatturato e ordini dell’industria a maggio scorso, confermando la tendenza di rallentamento su base annua. Secondo i dati dell’Istat, il fatturato ha registrato un aumento per il terzo mese consecutivo, pari all’1,7% rispetto ad aprile mentre nella media degli ultimi tre mesi, l’indice complessivo cresce dello 0,4% sui tre mesi precedenti. Anche gli ordinativi registrano una variazione congiunturale positiva (+3,6% di cui un più 5,5% per l’estero), che segue la flessione del mese precedente (-0,6%). Nella media degli ultimi tre mesi sui tre mesi precedenti si registra, tuttavia, una riduzione pari all’1,1%. Fa eccezione il fatturato dell’industria automobilistica diminuito rispetto al 2017 (-6,1%).

Nella nota dell’Istat si legge: “Gli indici destagionalizzati del fatturato e degli ordinativi raggiungono a maggio i livelli più alti da inizio anno sia per il fatturato interno sia per quello estero. L’incremento congiunturale del fatturato coinvolge tutti i principali settori, con una spinta ulteriore proveniente dalla vivace dinamica dei prodotti energetici. In volume, il comparto manifatturiero registra un incremento congiunturale dell’1,5%, rimanendo sostanzialmente stabile nella media degli ultimi tre mesi”.

Preoccupazioni arrivano anche dalla CNA sulla pressione fiscale. Analogamente all’allarme recentemente lanciato dalla Cgia di Mestre, nel rapporto 2018 dell’Osservatorio Cna sulla tassazione delle piccole imprese in Italia, giunto alla quinta edizione, dal titolo ‘Comune che vai, fisco che trovi’ in cui si analizza il peso del fisco sul reddito delle piccole imprese in 137 comuni tra cui tutti i capoluogo di provincia, è stata elaborata la seguente proiezione: “La pressione fiscale media sulle piccole imprese, se non interverranno correttivi, quest’anno tornerà a salire. Lievemente, lontana dal picco del 2012, ma con un segno “più” che non può certo rallegrare l’ossatura portante del sistema produttivo italiano. Il dato di sintesi, inoltre, non fotografa le profonde differenze nella tassazione locale. La realtà italiana è molto complessa. Tanto da far emergere non una pressione fiscale, ma numerose pressioni fiscali”.

L’Osservatorio ha calcolato il Total tax rate (Ttr), vale a dire l’ammontare di tutte le imposte e di tutti i contributi sociali obbligatori che gravano sulle imprese espresso in percentuale sui redditi. Individua, inoltre, il Tax free day (Tfd), cioè il giorno della liberazione dalle tasse, la data fino alla quale l’imprenditore deve lavorare per l’ingombrante ‘socio’ pubblico. A differenza di altri organismi, anche internazionali, l’Osservatorio CNA ha basato la sua analisi sull’impresa tipo italiana , con un laboratorio e un negozio, ricavi per 431mila euro, un impiegato e quattro operai di personale, 50mila euro di reddito.

La pressione fiscale media sulla piccola impresa tipo italiana, salita nel 2017 dello 0,3% al 61,2%, nel 2018 è destinata a crescere ancora, portandosi al 61,4%. Un incremento compiutamente ascrivibile all’aumento programmato della contribuzione previdenziale dell’imprenditore. Di conseguenza, il giorno della liberazione fiscale media si allungherà di altre ventiquattr’ore, per arrivare all’11 agosto, contro il 10 agosto del 2017 e il 9 agosto del 2016. Intanto si va ampliando il divario tra la pressione fiscale che grava sulle piccole imprese e quella media nazionale. Nel 2017 è andata dal 61,2% sulle piccole imprese al 42,4% sulla totalità dei contribuenti: un’ingiustizia, per CNA, che vale 18,8 punti percentuali.

Oltre alle problematiche economiche endogene evidenziate, bisogna tenere conto anche della componente esogena dettata dall’espansione del protezionismo.

In tal senso, in merito alle tensioni commerciali, nella conferenza stampa congiunta con il premier cinese Li Keqiang ed il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha lanciato un appello affermando: “E’ comune dovere di Ue, Cina, Usa e Russia non iniziare guerre commerciali. C’è ancora tempo per prevenire il conflitto e il caos”.

La Cina ha deciso di ricorrere al Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, contro la minaccia di dazi aggiuntivi al 10% annunciati dagli Usa sull’import ‘made in China’ per 200 miliardi di dollari ex art.301 dello Us Trade Act. La mossa, annunciata con un post sul sito del ministero del Commercio, cade nel giorno in cui Cina e Ue, nel loro 20/mo summit annuale, hanno ribadito l’impegno congiunto per il multilateralismo e il libero scambio.

Gli Stati Uniti fanno ricorso alla Wto contro cinque dei suoi membri per ‘dazi illegali’. Gli Usa puntano il dito contro Cina, Unione Europea, Canada, Messico e Turchia per le misure ritorsive decise dopo i dazi all’alluminio e l’acciaio imposti dagli Usa. In un comunicato del rappresentante per il Commercio degli Usa, si legge: “I dazi sull’acciaio e l’alluminio imposti dal presidente Trump sono giustificati sulla base degli accordi internazionali approvati fra gli Usa e i suoi partner”.

Il lettore dovrà comunque ricordarsi che per il 2018, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, l’incremento del Pil viaggia per l’Italia all’1,2%, mentre per gli Stati Uniti d’America la proiezione è al 2,9%.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, recentemente ha manifestato preoccupazione per il propagarsi del protezionismo nel mondo. Sullo stesso argomento, ancora non sappiamo quale posizione intenderà assumere il Governo Conte.

S. R.

Inps. Arriva un concorso pubblico per quasi mille posti di lavoro

Inps

A MARZO CIG IN CALO

A marzo il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 21,9 milioni, in diminuzione del 40,9% rispetto allo stesso mese del 2017. Lo rende noto l’Inps. Le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate sono state 9,8 milioni, in calo del 7,5% in confronto a marzo 2017.

In particolare, la variazione tendenziale è stata pari a ‐21,3% nel se ore Industria e +29,2% nel se ore Edilizia. Rispetto al mese precedente le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate sono aumentate dell’1,4%. Per quanto riguarda la cassa integrazione straordinaria, sono state autorizzate a marzo 11,8 milioni di ore, di cui 5,9 milioni per solidarietà, con una diminuzione del 41,7% rispetto a marzo 2017 e del 7,8% in confronto al mese di febbraio. Infine, le ore autorizzate per interventi in deroga sono state 0,4 milioni, in calo del 94% rispetto a marzo 2017 e del 48,4% in confronto al mese precedente.

A febbraio sono state presentate 107.967 domande di Naspi e 438 domande di Aspi, mini Aspi, disoccupazione e mobilità, per un totale di 108.405 domande, in aumento del 2,3% rispetto a febbraio 2017.

Inps

ARRETRATI APE VOLONTARIA

E’ da poco terminata la prima fase dell’Ape volontaria, il prestito pensionistico che consente di ritirarsi in anticipo dal lavoro al raggiungimento di 63 anni di età ﴾63 anni e 5 mesi dal 2019﴿ con venti anni di contributi previdenziali versati a un’unica gestione. Infatti, i pensionandi che volevano ricevere le rate del prestito maturate da maggio 2017 ﴾la misura era contenuta nella legge di Bilancio dell’anno scorso﴿ avevano tempo fino al mese scorso per presentare la domanda.

A questo proposito occorre ricordare che potevano essere trasmesse online ﴾attraverso il portale www.inps.it tramite Spid, il servizio pubblico di identità digitale﴿ o per mezzo di intermediari abilitati come i Caf e i patronati.

Al 17 aprile risultano essere state presentate 1.242 richieste di arretrati su un totale di 1.736. Considerato il poco tempo a disposizione, dai sindacati ﴾soprattutto dalla Cgil e dalla Cisl﴿ sono fioccate le proteste. In primo luogo, perché la tempistica molto stretta ha costretto i consulenti a un superlavoro in quanto non sempre il richiedente poteva essere a conoscenza dell’ammontare dell’assegno futuro. In secondo luogo, perché il sindacato avrebbe voluto spuntare condizioni ancor più favorevoli per coloro che intendono ritirarsi anticipatamente dal lavoro.

Grazie all’adesione di Intesa Sanpaolo ﴾per la parte assicurativa relativa alla premorienza di colui che riceve il prestito sono in campo UnipolSai e Allianz﴿, l’Inps ha finalmente potuto dare il via alle procedure di inoltro delle istanze. L’istituto finanziatore eroga un reddito ponte da restituire al momento tramite 240 rate per 20 anni. Ad esempio se si considera il caso di un lavoratore dipendente residente a Milano nato a maggio del 1955, egli può richiedere l’Ape dal prossimo ottobre e riceverlo da novembre. Sui 2mila lordi di pensione attesa, il prestito copre fino a un massimo di 1.163,20 euro. Se volesse ottenere 1.100 euro mensili da novembre, il costo complessivo fino a maggio 2022 ﴾quando compirà 67 anni e potrà accedere alla pensione Inps﴿ sarà di poco superiore a 68.100 euro. La quota di rimborso mensile sarà di 286,65 euro ﴾371,94 euro di costo del finanziamento meno 85,29 euro di credito d’imposta﴿.

Un lavoratore autonomo iscritto alla gestione separata Inps nato a settembre del 1952 e residente a Roma che attende una pensione di 1.500 euro può chiedere 900 euro al mese inclusi gli arretrati per 29 mensilità. Il costo complessivo sarebbe di 36.048,23 con una rata mensile da restituire di 154,80 euro. Il prestito potrà essere chiesto fino alla fine del 2019, ma alcune forze politiche già spingono per una sua stabilizzazione. Secondo le stime presentante di recente dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, la platea potenziale si attesterebbe a circa 300mila persone per il 2018.

Lavoro

CONCORSO PER MILLE POSTI ALLINPS

Un concorso pubblico per quasi mille posti di lavoro all’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale. E’ stato infatti pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 27 aprile 2018 n° 34, il bando di concorso pubblico, per titoli ed esami, a 967 posti di consulente protezione sociale nei ruoli del personale dell’INPS, area C, posizione economica C1.

Per poter poter partecipare al concorso è necessaria, fra gli altri requisiti, una laurea magistrale o del ‘vecchio ordinamento’. La domanda, debitamente compilata, deve essere presentata utilizzando il servizio online entro e non oltre le ore 16 del 28 maggio 2018.

Sicurezza sul lavoro

IN ARRIVO 150 ISPETTORI

Si rafforza l’impegno sulla sicurezza del lavoro per cercare di ridurre al minimo gli incidenti, aumentando la prevenzione e i controlli in azienda.

A breve – ha spiegato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti che oggi ha incontrato i rappresentanti di imprese e sindacati oltre al presidente dell’Inail, Massimo De Felice – partiranno i concorsi pubblici per l’assunzione di 150 nuovi ispettori che si aggiungeranno agli oltre 4mila (compresi quelli Inps e Inail) già attivi. Il decreto che dà il via libera alla predisposizione dei bandi infatti è arrivato alla fase finale ma è probabile che ci vorranno diversi mesi perché i nuovi assunti entrino in servizio.

L’Ispettorato sul lavoro si aspetta la candidatura di decine di migliaia di giovani. Al momento sono concentrati sulla sicurezza nell’edilizia 280 ispettori “tecnici” con lauree in Ingegneria e Architettura.

«Per affermare una cultura della sicurezza e rafforzare la prevenzione – ha sottolineato Poletti – dobbiamo partire da un lavoro ancora più approfondito di analisi dei fenomeni, anche rafforzando lo scambio e l’utilizzo condiviso dei dati e delle informazioni di cui dispongono i diversi soggetti preposti all’attività di controllo. Bisogna anche puntare ad assicurare una maggiore coerenza tra rispetto delle norme ed azioni concrete, per esempio verificando che la formazione si traduca in effettivo apprendimento per chi la riceve. Senza trascurare la necessità di favorire lo sviluppo e la diffusione di tecnologie innovative che possono determinare una maggiore sicurezza nelle condizioni di lavoro».

La sicurezza nei luoghi di lavoro – ha detto la segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan ricordando l’ultimo caso di incidente mortale sul lavoro – «è un’emergenza nazionale. Saremo in piazza il Primo maggio per dire: ora basta». Anche la Uil chiede «maggiore impegno sul tema della sicurezza evitando “l’assuefazione” agli incidenti. Ci sono ancora troppi morti sul lavoro – ha detto il leader del sindacato, Carmelo Barbagallo – anche se la ripresa è ancora debole». La Cgil chiede un aumento dei controlli con «una strategia nazionale e interdisciplinare contro gli infortuni».

Economia

LAVORO OCCASIONALE NON DECOLLA

Nonostante le polemiche e il dibattito in corso sono ancora poco meno di 600mila gli addetti che nel 2017 hanno svolto un’attività lavorativa nel nostro Paese per meno di 10 ore alla settimana. Per l’esattezza, 592mila, secondo i calcoli dell’Ufficio Studi della Cgia, ovvero il 2,6% del totale (poco più di 23 milioni di occupati): di questi, 389mila hanno prestato servizio come dipendenti e gli altri 203mila come lavoratori autonomi.

Peraltro – aggiunge l’associazione – se rispetto al 2007, il numero complessivo dei lavoratori saltuari è aumentato del 20,3 per cento dal 2014 – con un picco di 631mila unità – il numero di questi lavoratori è leggermente in calo sia a seguito della ripresa occupazionale sia della riforma dei voucher avvenuta l’anno scorso che ha “aumentato” il ricorso al lavoro irregolare. Due su tre addetti della cosiddetta ‘gig economy’ sono donne occupate, principalmente, nei servizi alla persona, come domestiche, baby-sitter, badanti, o al servizio di attività legate alla cura della persona (parrucchiere, estetiste, centri benessere, etc.). Un altro comparto dove si concentra un’incidenza molto elevata di occupati saltuari è l’alberghiero-ristorazione e i servizi alle imprese.

Gli over 65 sono i più numerosi: l’incidenza degli occupati con meno di 10 ore alla settimana sul totale dei lavoratori della stessa fascia demografica è pari al 6,9 per cento; seguono i giovani tra i 15 e i 24 anni (4,7 per cento). In valore assoluto il segmento che raggruppa il maggior numero di occupati della ‘gig economy’ è quello tra i 45-54 anni (156 mila su una popolazione lavorativa di quasi 7 milioni di persone).

L’area territoriale dove queste prestazioni occasionali sono più diffuse è il Centro: se a livello nazionale l’incidenza dei lavoratori saltuari sul totale degli occupati presenti in Italia è pari al 2,6 per cento, nel Centro la quota sale al 3 per cento. In termini assoluti, invece, è il Mezzogiorno la ripartizione geografica che presenta il numero più elevato: degli 592 mila, 171 mila lavora al Sud, 148 mila sia al Centro sia a Nordovest e 125 mila a Nordest.

“Questi dati – ha segnalato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – evidenziano che la cosiddetta gig economy, sebbene in forte espansione, alimenta un’occupazione on demand ancora molto contenuta. Le opportunità offerte dai siti, dalle applicazioni e dalle piattaforme web, ad esempio, stanno riempendo le nostre strade di ciclo corrieri, ma i cosiddetti piccoli lavoretti sono ancora ad appannaggio di settori tradizionali, come i servizi alla persona, e in quelli dove è molto elevata la stagionalità. Ambiti, tra l’altro, dove la presenza degli stranieri è preponderante”.

“Ovviamente – ha concluso il segretario della Cgia, Renato Mason – questi 592mila lavoratori occasionali sono sottostimati. Sappiamo benissimo che questo settore presenta delle zone d’ombra molto estese, dove il sommerso la fa da padrone. Tuttavia, è interessante notare che queste occupazioni regolari sono ad appannaggio soprattutto di donne e pensionati e servono ad arrotondare le magre entrate familiari, soprattutto al Sud”.

Carlo Pareto

Italia sempre più povera. A rischio tre italiani su dieci

povertà

C’è poco da stare allegri e molto da riflettere sull’Italia sempre più povera. La classe politica dirigente del Paese è tra i principali imputati. Lo sanno bene gli italiani che hanno preferito votare il M5S che si è presentato all’elettorato con l’immagine di candidati ‘puri e senza macchia’.

Il quadro preoccupante della ‘Povera Italia’ emerge da una analisi realizzata dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre.

Con tasse record in Ue e con una spesa sociale tra le più basse d’Europa, il rischio di povertà o di esclusione sociale tra il 2006 e il 2016 è aumentato di quasi 4 punti percentuali, raggiungendo il 30% della popolazione.  Le persone in difficoltà e deprivazione sono passate da 15 a 18,1 milioni. Il livello medio europeo è invece salito solo di un punto, attestandosi al 23,1 per cento: 6,9 punti in meno rispetto alla nostra media. In Francia e in Germania, invece, in questi 10 anni il rischio povertà è addirittura diminuito e attualmente presenta un livello di oltre 10 punti in meno al dato medio Italia.

A livello regionale la situazione al Sud è pesantissima (dove ci sono stati i maggiori successi del M5S). Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2016 segnalano che il rischio povertà o di esclusione sociale sul totale della popolazione ha raggiunto il 55,6% in Sicilia, il 49,9% in Campania e il 46,7% in Calabria.

In Italia la pressione tributaria (vale a dire il peso solo di imposte, tasse e tributi sul Pil) si attesta al 29,6% (anno 2016). Tra i nostri principali paesi competitori presenti in Ue nessun altro ha registrato una quota così elevata. La Francia, ad esempio, ha un peso del 29,1%, l’Austria del 27,4%, il Regno Unito del 27,2%, i Paesi Bassi del 23,6%, la Germania del 23,4% e la Spagna del 22,1%.

Al netto della spesa pensionistica, il costo della spesa sociale sul Pil (disoccupazione, invalidità, casa, maternità, sanità, assistenza, etc.) si è attestata all’11,9%. Tra i principali paesi Ue presi in esame in questa analisi, solo la Spagna ha registrato una quota inferiore alla nostra (11,3% del Pil), anche se la pressione tributaria nel paese iberico è 7,5 punti inferiore alla nostra.

Tutti gli altri, invece, presentano una spesa nettamente superiore alla nostra. In buona sostanza siamo i più tartassati d’Europa e con un welfare “striminzito” il disagio sociale e le difficoltà economiche sono aumentate a dismisura.

Il coordinatore dell’Ufficio Studi della Cgia, Paolo Zabeo, ha commentato: “Da un punto di vista sociale il risultato ottenuto è stato drammatico: in Italia, ad esempio, la disoccupazione continua a rimanere sopra l’11 per cento, mentre prima delle crisi era al 6 per cento. Gli investimenti, inoltre, sono scesi di oltre 20 punti percentuali e il rischio povertà ed esclusione sociale ha toccato livelli allarmanti. In Sicilia, Campania e Calabria praticamente un cittadino su 2 si trova in una condizione di grave deprivazione. E nonostante i sacrifici richiesti alle famiglie e alle imprese, il nostro rapporto debito/Pil è aumentato di oltre 30 punti, attestandosi l’anno scorso al 131,6 per cento”.

In questi ultimi anni la crisi ha colpito indistintamente tutti i ceti sociali, anche se le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva ha registrato, statisticamente, i risultati più preoccupanti. Il ceto medio produttivo, insomma, ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa.

Renato Mason, Segretario della Cgia di Mestre, fa notare: “A differenza dei lavoratori dipendenti quando un autonomo chiude l’attività non beneficia di alcun ammortizzatore sociale. Perso il lavoro ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di una nuova occupazione. In questi ultimi anni, purtroppo, non è stato facile trovarne un altro: spesso l’età non più giovanissima e le difficoltà del momento hanno costituito una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso impieghi completamente in nero”.

L’amara realtà descritta dalla CGIA si presenta a chi dovrà governare il Paese nel prossimo futuro. Il governo Gentiloni ha intrapreso, con il consenso della UE, tra diverse difficoltà, un percorso finalizzato ad un graduale superamento dei disagi sociali esistenti, ma agli elettori non è bastato. Adesso, quali scelte farà il nuovo governo rispetto al reddito di cittadinanza o alla riforma pensionistica ? Quale sarà il nuovo programma di governo e come si concilierà con le proposte elettorali ? Lo scenario è ancora aperto a molte possibilità, anche se, dopo l’insediamento del nuovo Parlamento, sembra molto probabile la formazione di un governo tra Centro Destra e M5S.

Salvatore Rondello

Made in Italy, non si ferma la fuga delle imprese

Inps

IN CALO GIORNI DI MALATTIA

Nell’ultimo quadrimestre 2017 sono calati del 13% i certificati di malattia nel pubblico impiego e del 10,6% i giorni passati a casa dai dipendenti pubblici rispetto allo stesso periodo del 2016. Sono questi alcuni dei dati registrati dal Polo unico dell’Inps per le visite fiscali dei lavoratori pubblici e privati tra settembre e dicembre scorso. Complessivamente nella Pubblica amministrazione le visite effettuate dal Polo sono ammontate a 144mila. Per quel che riguarda il settore privato, invece, i certificati medici hanno registrato un calo del 2% e i giorni di malattia del 3,3%. A presentare i dati è stato direttamente il presidente Inps, Tito Boeri, nel corso di una recente conferenza stampa.

Il Polo unico per le visite fiscali “ha scoraggiato atteggiamenti opportunistici da parte dei lavoratori” ha detto il presidente Inps, Tito Boeri, rivendicando così la funzione anti-furbetti della nuova attività dell’Istituto nazionale della previdenza sociale, estesa dal maggio scorso ai lavoratori pubblici.

“Si sono fortemente ridotte le certificazioni presentate in vista del fine settimana”, ha spiegato Boeri, ribadendo come nell’ultimo quadrimestre del 2017 i dati registrati siano stati “molto incoraggianti”. “C’è ovviamente ancora molto da imparare – ha precisato – Ci stiamo muovendo su un terreno per la maggior parte inesplorato, ma i dati indicano che l’impegno ha avuto già effetti importanti”.

A livello territoriale il numero dei certificati presentati dai lavoratori pubblici è sceso del 10% al Nord e del 14% al Centro. Il calo maggiore è avvenuto al Sud con il 16% rispetto al -4,6% del privato. Il deciso calo dei giorni di malattia del 10,6% invece è da imputare a una diminuzione dei certificati di breve durata. In termini relativi, infatti, la percentuale di lavoratori con almeno un giorno di malattia sul totale dei lavoratori passa, nel settore pubblico, dal 33% del 2016 al 29% del 2017 con una flessione di 4 punti percentuali mentre il numero dei lavoratori con almeno un giorno di malattia scende nel 2017 dell’11% nel pubblico e del 2% nel privato.

Per quello che concerne il tasso di idoneità il Polo unico dell’Inps ha registrato come ogni 100 visite effettuate nel pubblico il 38% risulti con esito di idoneità contro il 34% nel privato. Quanto al tasso di riduzione della prognosi il monitoraggio Inps certifica un livello basso sia per i lavoratori pubblici (2%) che per quelli privati (4%).

Tornando alla flessione nel numero medio dei certificati dei lavoratori pubblici l’Inps ha registrato come da 7 certificati ogni 10 lavoratori nell’ultimo quadrimestre del 2016 si sia passati a 6 certificati ogni 10 nel 2017 mentre i privati hanno confermato il dato di 4 certificati ogni 10 lavoratori. Le giornate media di malattie infine sono rimaste inalterate nel pubblico, circa 10 giorni di media, con poca differenza dal privato.

Nel settore pubblico la maggior parte delle visite, infine, sono effettuate su richiesta dei datori di lavoro, solo il 10% sono disposte d’ufficio e il tasso di idoneità è molto diverso: 40 ogni 100 visite richieste dal datore di lavoro contro 17 ogni 100 disposte d’ufficio. Un fenomeno, annota ancora l’Inps, che non si verifica per il settore privato per il quale il tasso di idoneità è molto simile nei due casi (35 quelle d’ufficio e 32 per quelle datoriali).

Agenzia delle Entrate

ARRIVANO I CHIARIMENTI SUI PIR

Arrivano i chiarimenti delle Entrate sui piani individuali di risparmio (Pir), dopo le linee guida sul regime di non imponibilità introdotto dalla legge di bilancio 2017 pubblicate ad ottobre scorso dal Mef.

L’Agenzia ricorda innanzitutto che i redditi generati dagli investimenti nei Pir non sono soggetti a imposizione, pertanto non sono tassati come redditi di capitale e diversi di natura finanziaria e non sono soggetti all’imposta di successione. La non imponibilità riguarda le persone fiscalmente residenti in Italia che conseguono redditi di natura finanziaria al di fuori dell’esercizio di un’attività di impresa. Dal punto di vista oggettivo, invece, a essere coinvolti sono i redditi di capitale e i redditi diversi di natura finanziaria. E’ vietato essere titolari di più di un Pir e il limite massimo dell’importo investito non può superare complessivamente il valore di 150mila euro, con un limite annuo di 30mila euro. Inoltre, per poter fruire del regime di non imponibilità, bisogna detenere gli investimenti per almeno 5 anni. Nel documento di prassi, l’Agenzia chiarisce innanzitutto che i derivati sono ammessi nell’ambito del Pir solo a determinate condizioni. Altra precisazione riguarda la possibilità di utilizzare il criterio del costo medio ponderato complessivo in caso di dismissione degli investimenti in alternativa al costo medio annuo previsto dalla normativa specifica.

In caso di dismissione prima del quinquennio o di mancato rispetto delle condizioni previste dalla legge, i redditi percepiti sono soggetti a tassazione secondo le regole ordinarie e senza applicazione delle sanzioni. Se l’attività viene ceduta o rimborsata, è possibile restare nel regime agevolato previsto dal Pir se entro 90 giorni viene effettuato il reinvestimento in altri strumenti finanziari, nel rispetto dei vincoli di investimento previsti dal regime. In caso di mancato reinvestimento, invece, il versamento delle imposte e degli interessi va effettuato entro il giorno 16 del mese successivo a quello in cui cade il termine ultimo per il reinvestimento.

Made in Italy

LA FUGA DELLE IMPRESE

Non si ferma l’ondata di delocalizzazioni da parte di aziende italiane. Fenomeno che ha visto – fra 2009 e 2015 – un aumento del numero delle partecipazioni all’estero delle imprese italiane pari al 12,7%, passando dalle 31.672 unità verso la fine del decennio scorso a quota 35.684.

E’ quanto emerge da un’elaborazione effettuata recentemente dall’Ufficio studi della Cgia su Banca dati Reprint del Politecnico di Milano e dell’Ice, che mostra anche come nel periodo preso in esame il numero di occupati all’estero alle dipendenze di imprese a partecipazione italiana è tuttavia diminuito del 2,9% (una contrazione di poco più di 50.000 unità).

Gli aumenti – Il fatturato, invece, è aumentato dell’8,3% facendo registrare un incremento in termini assoluti del giro di affari di oltre 40 miliardi di euro, toccando nel 2015 i 520,8 miliardi di ricavi per le imprese straniere controllate da aziende italiane.

Dei 35.684 casi registrati nel 2015, oltre 14.400 (pari al 40,5% del totale) sono riconducibili ad aziende del settore del commercio, per lo più costituite da filiali e joint venture commerciali di imprese manifatturiere. L’altro settore più interessato alle partecipazioni all’estero è quello manifatturiero che ha coinvolto oltre 8.200 attività (pari al 23,1% del totale): in particolar modo quelle produttrici di macchinari, apparecchiature meccaniche, metallurgiche e prodotti in metallo.

Stati Uniti – Il principale Paese di destinazione di questi investimenti sono gli Stati Uniti: nel 2015 le partecipazioni italiane nelle aziende statunitensi sono state superiori a 3.300. Di seguito scorgiamo la Francia (2.551 casi), la Romania (2.353), la Spagna (2.251) la Germania (2.228), il Regno Unito (1.991) e la Cina (1.698) .

“Chi pensava che la meta preferita dei nostri investimenti all’estero fosse l’Europa dell’Est – segnala il segretario della Cgia Renato Mason – rimarrà sorpreso. A eccezione della Romania, nelle primissime posizioni scorgiamo i Paesi con i quali i rapporti commerciali sono da sempre fortissimi e con economie tra le più avanzate al mondo”.

Statistiche – “Purtroppo – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia, Paolo Zabeo – non ci sono statistiche complete in grado di fotografare con precisione il fenomeno della delocalizzazione produttiva. Infatti, non conosciamo, ad esempio, il numero di imprese che ha chiuso l’attività in Italia per trasferirsi all’estero. Tuttavia, siamo in grado di misurare con gradualità diverse gli investimenti delle aziende italiane nel capitale di imprese straniere ubicate all’estero. Un risultato, come dimostrano i dati riportati in seguito, che non sempre dà luogo ad effetti negativi per la nostra economia”.

Le regioni italiane più interessate agli investimenti all’estero sono la Lombardia (11.637 partecipazioni), il Veneto (5.070), l’Emilia Romagna (4.989) e il Piemonte (3.244). Quasi il 78% del totale delle partecipazioni sono riconducibili a imprese italiane ubicate nelle regioni del Nord Italia che, comunque, ricorda Zabeo, “presentano livelli di disoccupazione quasi fisiologici e sono considerate, a tutti gli effetti, aree con livelli di industrializzazione tra i più elevati d’Europa”.

La fuga – “Infatti – spiega – quando la fuga non è dettata da mere speculazioni di natura opportunistica, queste operazioni di internazionalizzazione rafforzano e rendono più competitive le nostre aziende con ricadute positive anche nei territori di provenienza di queste ultime”.

La Cgia comunque sottolinea come, negli ultimi anni, anche a seguito degli effetti della crisi economica, non sono poche le imprese che hanno ripreso la via di casa. Ovvero, si sono ri-localizzate in Italia. In Veneto ed in Emilia, ad esempio, vanno ricordati i casi Benetton, Bottega Veneta, Fitwell, Geox, Safilo, Piquadro, Wayel, Beghelli, Giesse e Argotractors.

Carlo Pareto

Tredicesime, in arrivo 36 miliardi di euro

Previdenza

RIVALUTAZIONI PENSIONI INPS 2018

Rivalutazione delle pensioni dell’1,1% nel 2018; è stato recentemente pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del ministero dell’Economia che rende ufficiale il tasso di rivalutazione e conferma come i trattamenti previdenziali siano tornati a salire dopo un biennio di sosta in cui erano rimasti fermi per effetto dell’inflazione stagnante. Per ogni tipologia di assegno bisogna poi fare i calcoli a seconda delle rispettive, specifiche regole.

Pensioni ordinarie – Per quanto attiene le pensioni ordinarie, la perequazione è completa soltanto per le prestazioni di quiescenza fino a tre volte il minimo. Per le altre fasce di importo è necessario fare il calcolo in base agli indici previsti dalla legge 147/2013:

Pensioni fino a tre volte il minimo: rivalutazione al 100% e aumento dell’1,1%;

Pensioni fra tre e quattro volte il minimo: si aggiornano al 95%, quindi nel 2018 cresceranno dell’1,045%;

Pensioni fra quattro e cinque volte il minimo: adeguamento al 75%, quindi incremento dello 0,825%;

Pensioni fra cinque e sei volte il minimo: indicizzazione al 50%, quindi aumento dello 0,55%;

Pensioni sopra sei volte il minimo: indicizzazione al 45%, quindi adeguamento dello 0,495%.

Trattamenti minimi 2018

Le pensioni minime salgono a 507,41 euro al mese (da 501,89);

l’assegno sociale si posiziona a 453 euro al mese (da 448,07);

la pensione sociale arriva a 373 euro al mese.

Conguagli – Gli incrementi attribuiti saranno poi successivamente conguagliati nel 2019, in base all’inflazione reale, che determinerà la conseguente variazione del calcolo della perequazione delle pensioni.

Al riguardo, si ricorda che nel corso del 2018 bisognerà ad esempio rimborsare uno 0,1% di indicizzazione in più riconosciuta nel 2014, per effetto della differenza rilevata fra l’indice di rivalutazione provvisorio e quello definitivo. In genere, questo scarto differenziale si recupera l’anno seguente, ma essendo l’inflazione rimasta in pratica vicino allo zero, il recupero è stato via via differito per evitare di far flettere le pensioni. Le modalità con cui verrà effettuato il recupero dovranno comunque essere stabilite dall’Inps.

Inps

IL RISCATTO DEI LAVORI SOCIALMENTE UTILE (LSU)

Gli Lsu, ossia i lavori socialmente utili possono essere riscattati al fine di aumentare l’assegno di pensione. I costi variano a seconda del periodo in cui è stata svolta l’attività di Lsu e riguardano tutti quelli effettuati dal 1° agosto 1995. Oggi per tali attività è prevista una contribuzione figurativa utile grazie all’articolo 8 del decreto legislativo 468/1997.

Secondo la legge per le attività Lsu (lavori socialmente utili o di pubblica utilità) per cui è stato corrisposto l’assegno fino al 31 luglio del 1995 il lavoratore non dovrà farsi carico di nessun onere per poter avvalersi dell’attività ai fini pensionistici Al contrario, per far sì che l’accredito effettuato a partire dal 1° agosto 1995 sia utile per aumentare l’assegno pensionistico, è indispensabile riscattare tali periodi. In questo caso l’attività rientrerà nel sistema di calcolo contributivo o retributivo in base alla durata dei periodi assicurativi, ma anche alla loro collocazione temporale.

Il calcolo retributivo di solito si applica:

fino al 31 dicembre 2011, se si possono vantare 18 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995;

fino al 31 dicembre 1995, se si possiedono meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995.

Il calcolo contributivo solitamente si applica:

prendendo come riferimento la retribuzione pensionabile negli ultimi 12 mesi;

moltiplicando la retribuzione per gli anni da ricongiungere e  l’aliquota contributiva (32,95% per l’ex Inpdap, 33% per l’Inps Fondo pensioni lavoratori dipendenti).

Il conteggio retributivo viceversa dipende da variabili differenti come l’età, il sesso e l’anzianità assicurativa.

Sempre riguardo i lavori socialmente utili, il decreto legislativo n. 150/2015 attuativo del Jobs Act, all’articolo n. 26, prevede che i lavoratori che percepiscono dei sostegni al reddito e quelli sottoposti a delle procedure di mobilità, potranno svolgere delle attività di pubblica utilità (Lpu) nel territorio del Comune in cui risiedono in base a delle specifiche convenzioni stipulate stabilite sulla base della convenzione quadro predisposta dall’Anpal. Per queste attività è prefigurata, allo stesso modo, una contribuzione figurativa che sarà utile ai fini della misura della pensione. Resta la possibilità per il lavoratore, anche in questa ipotesi, di chiederne riscatto all’Inps.

Cgia

36 MILIARDI DI TREDICESIME

Sono in arrivo 36 mld di euro per la 13/a mensilità e secondo la stima fatta dalla Cgia di Mestre anche l’erario farà festa perché incasserà 10,4 mld di Irpef.

Da il primo dicembre e le prossime 2 settimane oltre 33 milioni di italiani riceveranno la tredicesima mensilità. Al netto delle ritenute Irpef, l’importo complessivo che pensionati e lavoratori dipendenti incasseranno sfiorerà i 36 mld di euro. A livello territoriale la Regione che presenta il più alto numero di beneficiari è la Lombardia: le persone interessate dalla gratifica natalizia saranno poco più di 6 milioni. Seguono 3.197.000 residenti nel Lazio e 2.869.000 abitanti nel Veneto.

Insieme per legalità e trasparenza

ACCORDO POSTE ITALAINE – GUARDIA DI FINANZA

Contrasto all’evasione, all’elusione e alle frodi fiscali, contrasto agli illeciti in materia di spesa pubblica; contrasto alla criminalità economica e finanziaria, al riciclaggio, alla falsificazione e alle frodi concernenti i sistemi di pagamento attraverso la condivisione del patrimonio informatico di Poste Italiane. Questi sono i principi cardine del Protocollo di intesa che Matteo Del Fante, Amministratore Delegato di Poste Italiane, e Giorgio Toschi, Comandante Generale della Guardia di Finanza, hanno recentemente sottoscritto.

“La grande sinergia, che dura da oltre un secolo, con la Guardia di Finanza – ha dichiarato l’Amministratore Delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante – rappresenta un motivo di orgoglio, siamo sempre più determinati nella lotta alla illegalità e continuiamo a lavorare per garantire la qualità e la trasparenza del lavoro del nostro Gruppo e dare ancora una volta un contributo concreto allo sviluppo del Paese. Sono giornate molto importanti per la nostra Azienda, solo pochi giorni fa abbiamo siglato con tutte le Organizzazioni sindacali il rinnovo del contratto collettivo di lavoro, un traguardo importante per la difesa dei diritti dei lavoratori, apprezzato dalle sigle sindacali. Questo accordo ci permette anche di proseguire nel consolidamento della leadership nella logistica grazie alla crescita dell’e-commerce.”

“Questa giornata è molto importante per il Gruppo Poste Italiane – ha affermato Giuseppe Lasco, Direttore della divisione Corporate Affairs di Poste – perché queste iniziative, il Protocollo con la Guardia di Finanza ed il lancio del portale ”Contratti Aperti e Trasparenti”, contribuiscono ad accrescere in tutta la filiera economica del nostro Gruppo, la cultura della legalità”.

Il Generale Giorgio Toschi ha espresso la sua soddisfazione: “L’intesa odierna certamente favorirà una più efficiente acquisizione di informazioni da parte della Guardia di Finanza da Poste Italiane SpA, per prevenire e reprimere al meglio le frodi e gli illeciti che minano il tessuto economico del Paese”.

Grazie a questo accordo Poste Italiane metterà a disposizione della Guardia di Finanza il proprio patrimonio informatico anche per l’accertamento e la tutela dell’identità digitale del cittadino costituendo una task force per lo studio dei nuovi scenari criminali. Altra iniziativa è l’accesso via web all’ “Identity Check” per la segnalazione di informazioni rilevanti per prevenire e reprimere le frodi e ogni altro illecito di natura economico-finanziaria.

Poste Italiane per l’occasione mette in campo il nuovo portale “Contratti Aperti e Trasparenti”, nell’ottica di una chiarezza sempre maggiore verso i cittadini, per rendere pubbliche e accessibili tutte le informazioni sulla gestione degli appalti e subappalti affidati dall’azienda.

Navigando in “Contratti Aperti e Trasparenti” sarà possibile conoscere il numero e il dettaglio dei contratti sottoscritti da Poste Italiane con i suoi fornitori: costo, durata, ambito merceologico, procedura di affidamento, nome, posizione geografica dell’aggiudicatario e dei subappaltatori.

Poste Italiane si appresta a chiudere il 2017 anche con un altro importante risultato: 50 milioni di pacchi consegnati nelle case degli italiani che hanno acquistato on line.

Con i suoi 34 milioni di clienti, 12.822 uffici postali, 6,4 milioni di conti correnti, 26 milioni tra carte prepagate e carte di debito e 505 miliardi di euro di risparmio gestito, Poste Italiane, la prima azienda in Italia a pubblicare tutti i dati dei suoi contratti, conferma la sua grande attenzione e sensibilità per la cultura della legalità e della trasparenza, principi fondamentali per lo sviluppo del Paese.

Carlo Pareto

Cga, in Italia i lavoratori più vecchi d’Europa. FIS, come fare domanda

Inps

FONDO DI SOLIDARIETA’ (FIS)

I fondi di solidarietà, disciplinati dagli articoli 26 e seguenti del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 148 forniscono strumenti di sostegno al reddito in caso di sospensione o cessazione dell’attività lavorativa dei lavoratori dipendenti di aziende appartenenti a settori non coperti dalla normativa in materia d’integrazione salariale. Alcuni fondi, inoltre, corrispondono prestazioni integrative rispetto a quelle pubbliche in caso di cessazione del rapporto di lavoro (prestazioni emergenziali), nonché, in presenza di determinati requisiti, assegni straordinari a favore di lavoratori coinvolti in processi di agevolazione all’esodo fino alla maturazione del diritto alla pensione.

Il Fondo d’Integrazione Salariale (FIS), disciplinato dal decreto interministeriale 3 febbraio 2016, n. 94343 nasce dall’adeguamento, a decorrere dal 1° gennaio 2016, del fondo di solidarietà residuale alle disposizioni del d.lgs. 148/2015, non ha personalità giuridica, costituisce una gestione dell’Inps e gode di gestione finanziaria e patrimoniale autonoma.

Il Fondo comprende tutti i datori di lavoro, anche non organizzati in forma d’impresa, che occupano mediamente più di cinque dipendenti, che non rientrano nel campo di applicazione della cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria e che appartengono a settori nell’ambito dei quali non sono stati stipulati accordi per l’attivazione di un Fondo di solidarietà bilaterale o di un Fondo di solidarietà bilaterale alternativo.

Il FIS mette a disposizione interventi a sostegno del reddito nei confronti dei lavoratori la cui attività lavorativa è sospesa o ridotta in relazione alle causali previste in materia di cassa integrazione guadagni ordinaria (a eccezione delle intemperie stagionali) o straordinaria (a eccezione del contratto di solidarietà) ovvero ridotta al fine di evitare o ridurre le eccedenze di personale. In particolare il Fondo eroga l’assegno di solidarietà, in favore dei lavoratori dipendenti di datori di lavoro che occupano mediamente più di cinque dipendenti, inclusi gli apprendisti, nel semestre precedente la data di inizio delle sospensioni o delle riduzioni di orario di lavoro e l’assegno ordinario, in aggiunta all’assegno di solidarietà, in favore dei lavoratori dipendenti di datori di lavoro che occupano mediamente più di quindici dipendenti, compresi gli apprendisti, nel semestre precedente la data di inizio delle sospensioni o delle riduzioni di orario di lavoro.

Le prestazioni del FIS spettano ai lavoratori con contratto di lavoro subordinato, inclusi gli apprendisti con contratto di lavoro professionalizzante e con esclusione dei dirigenti e dei lavoratori a domicilio. Non competono invece ai lavoratori con contratto di apprendistato per la qualifica e il diploma professionale, il diploma d’istruzione secondaria superiore e il certificato di specializzazione tecnica superiore e i lavoratori con contratto di apprendistato di alta formazione e ricerca. L’assegno di solidarietà è garantito ai lavoratori di datori di lavoro che, al fine di evitare o ridurre le eccedenze di personale nel corso della procedura di licenziamento collettivo, di cui all’articolo 24, legge 23 luglio 1991, n. 223 o al fine di evitare licenziamenti plurimi individuali per giustificato motivo oggettivo, stipulano accordi collettivi aziendali che stabiliscono una riduzione di orario con le organizzazioni sindacali più rappresentative. Agli assegni ordinari, invece, possono accedere tutti i lavoratori interessati da riduzione dell’orario di lavoro o sospensione dell’attività lavorativa per cause previste dalla normativa in materia d’integrazione salariale ordinaria o straordinaria, con le eccezioni sopra indicate e, dunque, per cause non dipendenti dalla volontà del lavoratore o del datore di lavoro. L’integrazione salariale deve essere attribuita per il tempo necessario alla ripresa dell’attività produttiva interrotta.

L’assegno di solidarietà può essere accordato per un periodo massimo di 12 mesi in un biennio mobile mentre l’assegno ordinario può essere concesso, sia per le causali della Cigo che della Cigs, fino a un periodo massimo di 26 settimane in un biennio mobile. Per ciascuna unità produttiva i trattamenti di assegno ordinario e di assegno di solidarietà non possono superare la soglia massima complessiva di 24 mesi in un quinquennio mobile. Tuttavia, ai fini del predetto limite massimo complessivo, la durata dell’assegno di solidarietà, entro il limite di 24 mesi nel biennio mobile, viene computato nella misura della metà. Oltre tale tetto la durata dei trattamenti viene computata per intero. Pertanto, è possibile, nel rispetto del biennio mobile riferito alle singole causali, a seconda della combinazione delle causali invocate, avere le seguenti durate massime: 36 mesi di assegno di solidarietà; 24 mesi di assegno di solidarietà + sei mesi di assegno ordinario + altri sei mesi di assegno ordinario; 24 mesi di assegno di solidarietà + sei mesi di assegno ordinario + sei mesi di assegno di solidarietà.

La misura della prestazione, sia per l’assegno di solidarietà che per l’assegno ordinario, è fissata nell’80% della retribuzione globale che sarebbe stata attribuita al lavoratore per le ore di lavoro non prestate, comprese tra le ore zero e il limite dell’orario contrattuale.

Per l’anno 2017 la misura massima mensile lorda della prestazione, erogabile al netto della riduzione del 5,84% che rimane nella disponibilità del Fondo, è pari a 914,96 euro per retribuzioni uguali o inferiori a 2.102,24 euro e a 1.099,70 euro per retribuzioni superiori a 2.102,24 euro.

Inps

FIS: Quando fare domanda

Per l’ammissione all’assegno di solidarietà i datori di lavoro devono presentare apposita istanza entro sette giorni dalla data dell’accordo sindacale e la riduzione dell’attività lavorativa deve avere inizio entro il trentesimo giorno successivo alla data di presentazione della domanda. La domanda non può comunque essere inviata prima di 30 giorni dall’inizio della sospensione.

La richiesta di accesso all’assegno ordinario, a prescindere dalla causale invocata, deve essere presentata non prima di 30 giorni e non oltre il termine di 15 giorni dall’inizio della sospensione o riduzione dell’attività lavorativa. Il mancato rispetto di tali termini non determina la perdita del diritto alla prestazione, ma, nel caso di presentazione prima dei 30 giorni, l’irricevibilità della stessa e, nel caso di presentazione oltre i 15 giorni, uno slittamento del termine di decorrenza della prestazione. In caso di presentazione tardiva l’eventuale trattamento di integrazione salariale non potrà aver luogo per periodi anteriori di una settimana rispetto alla data di presentazione (ovvero dal lunedì della settimana precedente).

Come fare domanda

Le domande di accesso alle prestazioni devono essere inoltrate dal datore di lavoro online all’Inps attraverso il servizio dedicato.

Avverso i provvedimenti adottati è possibile proporre ricorso, entro 90 giorni ed esclusivamente tramite il servizio online RiOL (Ricorsi on line), al comitato amministratore del FIS, presso la Direzione Generale dell’INPS. Il comitato amministratore decide in unica istanza sui ricorsi in materia di contributi e prestazioni.

Cgia di Mestre

IN ITALIA I LAVORATORI PIU’ VECCHI D’EUROPA

Un popolo di lavoratori anziani. In Italia, secondo le rilevazioni dell’Ufficio studi della Cgia, opera infatti la popolazione lavorativa più vecchia d’Europa. Nel 2016 l’età media degli occupati in Italia era di 44 anni, contro una media di 42 registrata nei principali paesi Ue. Negli ultimi 20 anni, inoltre, l’età media dei lavoratori italiani è salita di 5 anni, un incremento che in nessun altro paese è stato così rilevante.

A seguito del calo demografico, dell’allungamento dell’età media e di quella lavorativa, in Italia vi sono nei luoghi di lavoro pochissimi giovani e molti over 50. Se, infatti, nel nostro paese l’incidenza dei giovani (15-29 anni) sul totale degli occupati è pari al 12 per cento, in Spagna è al 13,2, in Francia al 18,6, in Germania al 19,5 e nel Regno Unito al 23,7 per cento.

Per contro, nel nostro Paese l’incidenza degli ultra 50enni sul totale degli occupati è del 34,1%. Solo la Germania registra un dato superiore al nostro e precisamente del 35,9 per cento, mentre in Spagna è del 28,8, in Francia del 30 e nel Regno Unito del 30,9 per cento.

La diminuzione della presenza degli under 30 nei luoghi di lavoro è un fenomeno che è in atto da parecchi anni. Tra il 1996 e il 2016, sebbene lo stock complessivo dei lavoratori occupati in Italia sia aumentato, i giovani presenti negli uffici o in fabbrica sono diminuiti di quasi 1.860.000: in termini percentuali nella fascia di età 15-29 anni la variazione è stata pari al -40,5 per cento, contro una media dei principali Paesi Ue del -9,3 per cento.

Sempre in questo arco temporale, tra gli over 50 gli occupati sono aumentati di oltre 3.600.000 unità, facendo incrementare questa coorte dell’89,8 per cento. Un boom che, comunque, ha interessato tutti i principali paesi dell’Ue presi in esame in questa analisi, con punte che in Spagna hanno toccato il +103,8 per cento e in Francia il +105,1 per cento.

“Con pochi giovani e tante persone di una certa età ancora presenti nei luoghi di lavoro – ha segnalato il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – le nostre maestranze possono contare su una grande esperienza ed un’elevata professionalità, tuttavia stanno riemergendo una serie di problemi che credevamo aver definitivamente superato”.

“In primo luogo, sono tornati a crescere, soprattutto nei mestieri più pesanti e pericolosi, gli incidenti e la diffusione delle malattie professionali” ha rilevato Zabeo.

“In secondo luogo, il numero di attività caratterizzato da mansioni di routine è molto superiore al dato medio europeo. Con l’avvento dei nuovi processi di automazione e di robotica industriale rischiamo una riduzione di un’ampia fetta di lavoratori di una certa età con un livello di scolarizzazione medio-basso che, successivamente, sarà difficile reinserire nel mercato del lavoro” ha concluso.

Carlo Pareto

Allarme per le partite Iva. Una su 4 sotto la soglia di povertà

Inps

RISCATTO LAUREA

Il riscatto della laurea ai fini pensionistici può essere richiesto da tutti i lavoratori iscritti alle gestioni Inps che abbiano già conseguito il titolo di studio, e non siano già coperti da contribuzione nel periodo di frequentazione dell’università. E’ consentito riscattare solo gli anni previsti dalla durata ordinaria del corso di laurea, se lo studente è andato fuori corso non avrà la possibilità di riscattare gli anni in più che ci ha impiegato per laurearsi.

Tutti i dettagli sul riscatto della laurea presso le gestione Inps sono contenuti in un approfondimento della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro del 19 settembre 2017, ripresi dal sito delle piccole-media imprese pmi.it. I riferimenti normativi fondamentali per il riscatto della laurea sono il decreto legislativo 184/1997 e la legge 247/2007.

Possono dunque riscattare la laurea gli iscritti a tutte le gestioni Inps, purché il periodo di studi sia precedente a quello in cui è stata istituita la gestione previdenziale. Nel caso, ad esempio, della gestione separata, la frequentazione dell’università deve essere successiva al 31 marzo 1996. Il riscatto della laurea può essere chiesto anche da chi è già titolare di trattamento pensionistico. Naturalmente, se lo si chiede per anticipare la pensione di vecchiaia, l’operazione andrà fatta prima dell’età pensionabile perché gli anni siano poi conteggiabili ai fini della maturazione della pensione. Possono chiedere il riscatto dalla laurea anche i soggetti inoccupati.

Come già riferito, una regola fondamentale consiste nel fatto che i periodi di cui si chiede il riscatto non devono essere coperti da contribuzione. Nell’ipotesi in cui, durante il corso di studi, ci sia stato un periodo limitato di lavoro durante il corso, ad esempio un impiego part-time, potrà essere chiesto il riscatto della laurea al netto dei periodi per i quali già risulta accreditata una contribuzione. Sono ammessi al riscatto tutti i titoli di laurea (vecchio ordinamento, laurea triennale, laurea magistrale, diplomi di specializzazione post-laurea, Accademia delle Arti e Conservatorio, dottorati di ricerca. Non sono inclusi, invece, i master universitari.

L’ammissione all’operazione è a titolo oneroso, ed il cui costo dipende da diversi fattori: collocazione cronologica del periodo di studio (prima o dopo il 1995, e prima e dopo il 2011), e modalità di calcolo della pensione (contributivo o retributivo).

Se il periodo di riscatto è valutato con metodo retributivo, il computo si effettua in base al principio della riserva matematica. Molto in sintesi, si conteggiano due diverse pensioni: quella senza riscatto, e quella che ingloba anche gli anni del corso di studi. La nuova pensione tiene conto di un beneficio corrispondente all’aumento delle settimane in quota A (media rivalutata degli ultimi 5 anni di contribuzione prima del pensionamento). Lo schema di calcolo: Pensione annua con riscatto – Pensione annua senza riscatto = Incremento pensionistico generato dal riscatto (Beneficio). Il beneficio pensionistico va a questo punto moltiplicato per un coefficiente attuariale legato a età, sesso e stato lavorativo del richiedente. Esempio: beneficio (calcolato in base allo schema sopra indicato) pari a 15mila 600 lordi annui. Coefficiente di un lavoratore di 63 anni pensionato pari a 16,68. Onere spettante: 260mila 200 euro.

Se invece il periodo di riscatto è valutato con il contributivo, il computo si effettua con il sistema a percentuale, che consiste nell’applicazione dell’aliquota contributiva in vigore al momento della domanda sull’imponibile previdenziale dello ultime 52 settimane. In pratica, si conteggiano gli ultimi 12 mesi di contribuzione obbligatoria precedenti alla richiesta di riscatto, si applica l’aliquota vigente (ad esempio, il 33% per l’Assicurazione generale obbligatoria), si calcola l’adeguamento per il periodo oggetto di riscatto. Esempio: retribuzione imponibile ultimi 12 mesi 40mila euro. Aliquota Ago 33%. Costo onere annuale 13mila 200 euro, per quattro anni di studi 52mila 800 euro.

Esiste poi uno specifico metodo di calcolo per gli inoccupati, che è simile a quello che si effettua per chi ha la pensione contributiva (quindi, su base percentuale) prendendo come riferimento il minimale reddituale della Gestione Commercianti per l’anno della domanda di riscatto. Per esempio, il minimale 2017 è pari a 15.548, quindi l’onere di riscatto è di 5mila 130,84 euro per ogni anno.

Giova infine ricordare che è possibile pagare l’onere di riscatto in 120 rate spalmate in dieci anni, senza interessi.

Inps

ESONERO VISITA FISCALE E LEGGE 104

In caso di possibile visita fiscale, l’esonero è prefigurato in determinati casi. Queste casistiche comprendono, ad esempio, malattie a rischio di vita, gravidanze complicate, infortuni sul luogo di lavoro. Anche per tutti coloro che beneficiano della cosiddetta Legge 104 è previsto l’esonero dalla visita fiscale. E’ bene ricordare che questa può essere effettuata in qualsiasi giorno della settimana, anche nei festivi, e già a partire dal primo giorno di malattia. Le fasce orarie in cui il lavoratore deve essere reperibile variano, però, in base al comparto in cui si lavora.

Per chi ha la Legge 104, per la visita fiscale l’esonero è prefigurato solamente in un caso, ovvero quando la patologia per la quale il lavoratore si assenta dal lavoro sia collegata ai motivi di invalidità che hanno dato diritto a beneficiare della predetta legge. Vediamo di chiarire meglio il concetto con due esempi. Un lavoratore con la Legge 104 legata a motivi cardiaci si assenta dal luogo di lavoro per riscontrate problematiche al cuore. Questo lavoratore è completamente esonerato dall’obbligo di reperibilità per la visita fiscale.

Se, invece, lo stesso lavoratore (beneficiario, quindi, della Legge 104 per problemi di cuore) si assenta dal lavoro per un’altra malattia (come può essere, ad esempio, un’influenza) egli non è esonerato e potrà, quindi, essere suscettibile di controllo medico fiscale. E’ molto importante che questa regola sia rispettata e conosciuta, in quanto sono molti i lavoratori che credono di essere esonerati semplicemente perché in possesso della Legge 104 per sé stessi o per un familiare vicino. Laddove l’esonero non sussista, la sanzione può essere molto pesante per il lavoratore che potrebbe perdere l’indennità per i giorni di malattia.

Se si guarda più da vicino la normativa si osserva che la Legge 104/92 è fatta a piena difesa dei diversamente abili, uomini e donne che presentano delle menomazioni a livello fisico o psichico tali da rendere il soggetto svantaggiato all’interno della società e anche dell’ambiente lavorativo. Chi beneficia della Legge 104 ha diritto a tre giorni di permesso ogni mese per le cure relative alla propria persona o a quelle di familiari. In questa ultima ipotesi la legge è applicabile per parenti o affini fino al terzo grado di parentela. Tutte le documentazioni vanno presentate all’Inps di competenza che, previo prima visita medica pluridisciplinare effettuata dall’Asl, valuterà caso per caso.

Partite Iva

I NUOVI POVERI

Partite Iva, i nuovi poveri. La crisi economica ha infatti colpito più duramente loro che i lavoratori dipendenti e i pensionati: una partita Iva su 4 infatti è finita sotto la soglia di povertà. L’allarme arriva dalla Cgia che in uno studio annota come le famiglie che vivono grazie ad un reddito da lavoro autonomo siano quelle più a rischio: nel 2015, infatti, il 25,8% dei nuclei familiari di questa categoria è riuscita a vivere stentatamente al di sotto della soglia povertà calcolata dall’Istat.

Un rischio povertà dunque maggiore di quello a cui può esporti un pensionato o un lavoratore dipendente: per quei nuclei in cui il capo famiglia ha come reddito principale la pensione, invece, il rischio, calcola la Cgia, si è attestato al 21%, mentre per quelle che vivono con uno stipendio/salario da lavoro dipendente il tasso si è fermato al 15,5%. Questo per dire che la crisi per la Cgia ha colpito soprattutto le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva: ovvero dei piccoli imprenditori, degli artigiani, dei commercianti, dei liberi professionisti e dei soci di cooperative. Il ceto medio produttivo, insomma, denuncia ancora, ” ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa”.

Dal 2008 ai primi 6 mesi di quest’anno, infatti, lo stock di lavoratori autonomi (ovvero, i piccoli imprenditori, gli artigiani, i commercianti, i liberi professionisti, i coadiuvanti familiari, etc.) è diminuito di 297.500 unità (-5,5%). Sempre nello stesso arco temporale, la platea dei lavoratori dipendenti presenti in Italia è invece aumentata di quasi 303.000 unità (+1,8%).

Sempre tra il 2008 e i primi mesi di quest’anno, a livello territoriale il popolo delle partite Iva ha segnato la contrazione più marcata in Emilia Romagna (-12,7 per cento), in Calabria (-12 per cento), in Liguria e in Abruzzo (entrambi i casi con una riduzione del 10,4 per cento). La ripartizione geografica più colpita da questa moria, invece, è stata il Mezzogiorno (-7 per cento).

Infine, il reddito delle famiglie con fonte principale da lavoro autonomo ha subito in questi ultimi anni (2008-2014) una “sforbiciata” di oltre 6.500 euro (-15,4 per cento), mentre quello dei dipendenti è rimasto quasi lo stesso (-0,3 per cento). In aumento, invece, il dato medio dei pensionati e di quelle famiglie che hanno potuto avvalersi dei sussidi (di disoccupazione, di invalidità e di istruzione) che sono stati erogati ai nuclei più in difficoltà (+8,7 per cento pari a +1.941 euro)

“A differenza dei lavoratori subordinati – ha fatto notare il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – quando un autonomo chiude definitivamente l’attività non dispone di alcuna misura di sostegno al reddito. Perso il lavoro ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di una nuova occupazione. In questi ultimi anni, purtroppo, non è stato facile trovarne un altro: spesso l’età non più giovanissima e le difficoltà del momento hanno costituito una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso forme di lavoro completamente in nero”.

Carlo Pareto

L’Austria torna a minacciare di chiudere il Brennero

ABD0023_20160512 - WIEN - …STERREICH: Innenminister Wolfgang Sobotka (…VP) am Donnerstag, 12. Mai 2016, im Rahmen der Pressekonferenz "Aktionsplan Sicheres …sterreich" - Ma§nahmen zum Schutz der inneren Sicherheit im Bundesministerium fŸr Inneres (BMI) in Wien. - FOTO: APA/HERBERT NEUBAUER

Wolfgang Sobotka – FOTO: APA/HERBERT NEUBAUER

Torna l’incubo italiano dello sbarramento al confine austriaco. Da Vienna il ministro degli Interni Wolfgang Sobotka ha nuovamente minacciato la chiusura della frontiera del Brennero con l’Italia: “Chiuderemo il Brennero se il numero dei migranti illegali verso l’Austria aumenterà”, ha detto il ministro conservatore in un’intervista rilasciata al tabloid tedesco Bild. “Nel giro di 24 ore possiamo sbarrare i confini e approntare controlli rigorosi con la polizia e con i doganieri (…) i preparativi per un simile passo sono già stati effettuati”. Non solo. Il ministro vuole pene severe per i “sedicenti soccorritori dei mari”. Nell’intervista Sobotka accusa esplicitamente alcune ong di cooperare direttamente con i trafficanti sulle coste libiche. “È prevedibile – ha detto Sobotka – che la situazione si aggravi, che peggiori”. Già adesso, ha voluto precisare, circa “un terzo dei migranti ripresi in Austria non sono stati registrati in altri Paesi Ue (…) questo significa che sono stati introdotti per vie illegali da bande criminali”. Inoltre il Ministro austriaco afferma: “La cooperazione fra sedicenti soccorritori e la mafia dei trafficanti deve finire”. Wolfgang Sobotka aggiunge: “Dobbiamo impedire che sedicenti soccorritori entrino nelle acque territoriali della Libia e prendano i profughi direttamente dai trafficanti”. L’obiettivo di Sobotka è “chiudere la rotta del Mediterraneo e porre una fine al traffico con le barche dal Nordafrica, già nelle acque territoriali della Libia”.
Immediata la replica di Roma che ha richiamato l’attenzione sull’Ue il vice ministro degli Esteri Mario Giro a nome del Governo blocca l’Austria: “Non c’è nessuna intenzione di compiere mosse unilaterali” sulla crisi dei migranti ma “Vienna deve abbassare i toni perché non si possono mettere a rischio i rapporti tra gli Stati a causa di polemiche pre-elettorali”.
Giro definisce inoltre “surreali” le minacce sul Brennero: “Non c’è nessun aumento del numero dei migranti, come loro stessi hanno dichiarato più volte”.
“Rispettiamo l’Austria e non abbiamo nessuna intenzione di compiere mosse unilaterali: se avessimo voluto, l’avremmo già fatto. Gli austriaci quindi stiano tranquilli”, conclude Giro.
Sulla stessa linea la Presidente della Camera, Laura Boldrini che ha affermato: “Ho già sentito la minaccia e non è successo nulla. La politica non si porta avanti con le minacce, che non risolvono i problemi, nè con le chiusure o con i militari. È deprimente”.
Il governatore altoatesino Arno Kompatscher in riferimento alle ultime affermazioni di Vienna ha affermato: “Va messo in chiaro che il problema non è il Brennero ma il Mediterraneo. Vanno impediti gli sbarchi e le morti in mare”. Il governatore ha poi aggiunto: “Come confermato dal ministro Sobotka ieri al Brennero, la situazione al valico è sotto controllo e la collaborazione tra le autorità italiane e austriache funziona”. “Non va comunque negato – ha aggiunto – che il tema migrazione è molto sentito dalla popolazione non solo in Italia, ma anche in Austria, ed è uno dei temi centrali della campagna elettorale austriaca”. Kompatscher ha annunciato che il tema sarà toccato anche domani durante un incontro con il ministro degli esteri Angelino Alfano, che interverrà a Bolzano per presentare il progetto “Sistema Paese”.
Nel frattempo la Cgia ha calcolato che se l’Austria chiuderà il Brennero e riattiverà i controlli, a farne le spese sarà anche il settore dei trasporti. In linea di massima saranno interessati circa 42 milioni di tonnellate di merci che ogni anno transitano su questo confine. Di questi, più di 2/3 circa sono su gomma e l’altro 1/3 su rotaia. La Cgia ricorda poi che un terzo delle merci che entrano ed escono su gomma dal nostro paese attraverso le Alpi “interessano” il Brennero. Dei 92 milioni di tonnellate di merci che complessivamente transitano ogni anno lungo i nostri confini alpini su Tir, infatti, 30 sono “assorbiti” da questo valico. Se poi aggiungiamo anche gli 11,7 mln di ton. di merci che viaggiano su ferrovia, la dimensione complessiva delle merci in transito sul Brennero supera i 42 milioni di tonnellate all’anno. I dati sono tratti dalla fonte Alpinfo-Ufficio federale trasporti svizzero riferito al 2014 (ultimo anno disponibile).

Novità per il congedo papà. Meno Cig e sempre più italiani a lavoro di domenica

Congedo papà
STOP AI DUE GIORNI FACOLTATIVI NEL 2017

Stop almeno per quest’anno al congedo facoltativo per i padri. La misura, che prevedeva la possibilità per i papà di usufruire di ulteriori due giorni in aggiunta ai due obbligatori, non è stata prorogata per il 2017. Il congedo facoltativo potrà dunque essere fruito, come si legge sul sito dell’Inps, esclusivamente per nascite, adozioni o affidamenti avvenuti fino al 31 dicembre 2016.
I due giorni di congedo facoltativo, da prendere entro i cinque mesi dalla nascita del figlio, erano subordinati alla scelta della madre lavoratrice di rinunciare ad altrettanti giorni determinando così l’anticipo del termine del congedo di maternità. Una possibilità tramontata per l’anno in corso, ma nel 2018 il numero dei giorni a disposizione dei padri potrebbe cambiare di nuovo.

Inps
A MARZO 39,1 MLN ORE DI CIG (-25,6%)

A marzo 2017 il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 39,1 milioni, in diminuzione del 25,6% rispetto allo stesso mese del 2016 (52,6 milioni). Lo comunica l’Inps. In dettaglio le ore di cig ordinaria autorizzate sono state 10,6 milioni contro i 17,4 milioni del 2016, con un calo quindi del 39,2%. In particolare, segnala l’Inps, la variazione tendenziale è stata pari a -46,5% nel settore Industria e -4,2% nel settore Edilizia. Quanto alla cassa straordinaria (cigs) le ore autorizzate a marzo 2017 sono state pari a 22,1 milioni, registrando una diminuzione pari al 28,0% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 30,8 milioni di ore autorizzate. Rispetto a febbraio invece si registra una variazione congiunturale pari al +2,7%. Infine per gli interventi in deroga sono stati pari a 6,3 milioni di ore autorizzate con un incremento del 44,8% se raffrontati con marzo 2016, mese nel quale erano state autorizzate 4,4 milioni di ore. Si tratta quindi di un incremento del 72,7%.

Consulenti del lavoro
SOMMINISTRAZIONE ILLECITA E CAPORALATO DA CONDANNARE

Necessario ricondurre la somministrazione illecita nell’alveo del diritto penale, coinvolgendo nell’illecito anche le aziende che ricevono i lavoratori in somministrazione, e includere l’ipotesi del reato di caporalato nelle situazioni più gravi. È questo il monito lanciato dal Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, che su questo tema organizza, in collaborazione con la Fondazione studi consulenti del lavoro, ha recentemente organizzato, presso la sala dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati, un convegno intitolato: ‘Caporalato, appalti e somministrazione’. Per i consulenti del lavoro, questi interventi normativi sono indispensabili per contrastare i fenomeni illeciti e per restituire alla gestione dei rapporti di lavoro quella dignità fin troppo palesemente violata. “Gli appalti illeciti, gestiti da realtà – hanno spiegato i professionisti – che propongono forti sconti sul costo del lavoro, sono diventati un fenomeno dilagante secondo la categoria, che sempre più spesso si ritrova a dover mettere in guardia i datori di lavoro dal cadere nella trappola della responsabilità solidale assieme a chi viola la normativa vigente in materia retributiva e contributiva, oltre al rischio di dover pagare pesanti sanzioni”. “Sottrarre i fenomeni di illecita somministrazione alla disciplina penale – ha dichiarato la presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine, Marina Calderone – ha determinato la nascita di spregiudicate strutture, appositamente strutturate per somministrare lavoratori pagati con retribuzioni bassissime. Un vero e proprio sfruttamento di manodopera che è necessario condannare”. Il Consiglio nazionale ha, infatti, già segnalato al ministero del Lavoro tutte quelle realtà che propongono agli imprenditori di risparmiare sul costo del lavoro attraverso il ricorso alla fornitura di manodopera mediante appalto. In diversi casi, infatti, viene suggerito alle imprese di procedere alla risoluzione dei rapporti di lavoro con i dipendenti in forza, che sono assunti dalla cooperativa per poi essere utilizzati dal medesimo ex datore di lavoro. “Situazioni come queste si configurano come reati sociali – ha commentato il presidente di Fondazione Studi, Rosario De Luca – perché coinvolgono i lavoratori, che non ricevono una retribuzione adeguata alla prestazione svolta, gli imprenditori, che possono essere coinvolti negli illeciti in virtù del principio della responsabilità solidale, e lo stesso Stato tramite il mancato pagamento dei contributi dei lavoratori”. I consulenti del lavoro hanno affrontato la questione con il direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, Paolo Pennesi, il direttore generale delle attività ispettive del ministero del Lavoro, Danilo Papa; il direttore generale dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, Salvatore Pirrone, e con il segretario nazionale Uila-Uil, Giorgio Carra. Sono pervenuti anche gli interventi dei presidenti delle commissioni Lavoro di Camera e Senato, Cesare Damiano e Maurizio Sacconi e del presidente della cooperativa M&G Holding Srl, Luca Gallo.

Lavoro
WELFARE AZIENDALE IN CRESCITA

Politiche di welfare aziendale in lieve salita, ma ancora limitate al 3,5% delle imprese: solo l’1,7% delle aziende al Sud adotta schemi di welfare e, sul territorio nazionale, solo lo 0,7% prevede misure destinate ad asili nido all’interno delle strutture. A evidenziarlo è l’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, in occasione del primo appuntamento di InAgenda, ciclo di incontri che ha aperto con l’imprenditore Brunello Cucinelli, in dialogo con il presidente Inapp, Stefano Sacchi, sui temi legati al mondo dell’impresa. Analizzando la propensione delle imprese a erogare o finanziare servizi di welfare (formazione, spese sanitarie, sostegno alle famiglie, piani pensionistici, asili nido e maternità) ai propri dipendenti nel contesto del sistema produttivo italiano, su un campione di 30mila aziende (l’89% delle quali a conduzione familiare), la rilevazione evidenzia che l’adozione di schemi di welfare sale al 24% quando si parla delle realtà produttive di grandi dimensioni, con più di 250 dipendenti. Nel dettaglio, le linee del welfare aziendale si concentrano per il 26,5% su misure a sostegno delle famiglie, per il 19% su asili nido, per il 10,4% riguardano piani pensionistici, per il 7,5% spese sanitarie e il 36,7% altri servizi. Dallo studio, inoltre, emerge che nelle imprese più attente ad interventi di welfare aziendale i lavoratori sono più istruiti, ricevono più formazione e l’occupazione è più stabile; investendo di più nei propri dipendenti aumenta la competitività e il fatturato sui mercati esteri. Anche sul fronte della contrattazione integrativa, gli interventi di welfare sono relativamente marginali e riguardano circa il 6% delle imprese, soprattutto di grandi dimensioni (il 58,4% si riferisce a imprese con più di 250 dipendenti). Per quanto riguarda le aziende che fanno contrattazione di secondo livello, il salario accessorio fa la parte del leone per il 75%; il 5,8% va ad interventi per gli asili nido e altri interventi di welfare. Anche in questo tipo di contrattazione il Nord è avanti rispetto al Sud. “Questi dati dimostrano – ha affermato Stefano Sacchi, presidente dell’Inapp – che in Italia si investe ancora troppo poco in quelle politiche per il welfare che generano crescita, sostenendo le famiglie e in particolare le donne, favorendone l’occupazione. Sebbene ci siano elementi di innovazione, sia dal punto di vista della contrattazione integrativa che nel welfare aziendale, l’Italia si mostra in ritardo sul fronte degli investimenti sociali, indispensabili per un futuro in cui sia possibile conciliare le esigenze familiari con quelle del lavoro”.

Lavoro
SONO 5 MILIONI GLI ITALIANI CHE LAVORANO LA DOMENICA

Sono 4,7 milioni gli italiani che lavorano la domenica. Una buona parte di questi è stata in negozio, in fabbrica o in ufficio anche il giorno di Pasqua. Tra questi quasi 5 milioni, 3,4 sono lavoratori dipendenti e gli altri 1,3 sono autonomi (artigiani, commercianti, esercenti, ambulanti, agricoltori, etc.). Se un lavoratore dipendente su cinque è impiegato la domenica, i lavoratori autonomi, invece, registrano una frequenza maggiore: quasi 1 su 4. È quanto emerge da una recente analisi realizzata dall’Ufficio studi della Cgia, che si basa sull’andamento dello scorso anno. Il settore dove la presenza al lavoro di domenica è più elevata è quello degli alberghi e dei ristoranti: i 688.300 lavoratori dipendenti coinvolti incidono sul totale degli occupati dipendenti del settore per il 68,3%. Seguono il commercio (579.000 occupati pari al 29,6%), la Pubblica amministrazione (329.100 dipendenti pari al 25,9%), la sanità (686.300 pari al 23%) e i trasporti (215.600 pari al 22,7%). Le realtà territoriali dove il lavoro domenicale è più diffuso sono quelle dove la vocazione turistica/commerciale è prevalente: Valle d’Aosta (29,5% di occupati alla domenica sul totale dipendenti presenti in regione), Sardegna (24,5%), Puglia (24%), Sicilia (23,7%) e Molise (23,6%) guidano questa particolare graduatoria. In coda alla classifica, invece, si posizionano l’Emilia Romagna (17,9%), le Marche (17,4%) e la Lombardia (16,9%). La media nazionale si attesta al 19,8%. Rispetto agli altri Paesi europei, comunque, l’Italia si posiziona negli ultimi posti della classifica tra chi lavora di domenica. Se nel 2015, in riferimento ai lavoratori dipendenti, la media dei 28 Paesi Ue era del 23,2%, con punte del 33,9% in Danimarca, del 33,4% in Slovacchia e del 33,2% nei Paesi Bassi, da noi la percentuale era del 19,5%. Solo Austria (19,4%), Francia (19,3%), Belgio (19,2%) e Lituania (18%) presentavano una quota inferiore alla nostra. “Negli ultimi anni il trend degli occupati di domenica è aumentato costantemente sia tra i dipendenti che tra gli autonomi. Nel settore commerciale, grazie alla liberalizzazione degli orari introdotta dal governo Monti, una risposta alla crisi è stata quella di aumentare i giorni di apertura dei negozi”, ha commentato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo. “Con la grande distribuzione e gli outlet che durante tutto l’anno faticano a chiudere solo il giorno di Natale e quello di Pasqua, anche le piccolissime attività, nella stragrande maggioranza dei casi a conduzione familiare, sono state costrette a tenere aperto anche nei giorni festivi per non perdere una parte di clientela”, ha continuato Zabeo. Secondo il segretario dell’associazione Renato Mason, “la maggiore disponibilità di alcuni territori a lavorare nei weekend va in gran parte ricondotta al fatto che buona parte del Paese ha un’elevata vocazione turistica che coinvolge le località montane e quelle balneari, le grandi città, ma anche i piccoli borghi. E quando le attività turistico-ricettive sono aperte anche la domenica, i settori economici collegati, come l’agroalimentare, la ristorazione, i trasporti pubblici e privati, i servizi alla persona, le attività manutentive, sono incentivate a fare altrettanto”, ha concluso Mason.

Carlo Pareto