Ricordo di Mario Didò
a 10 anni dalla scomparsa

mario didò“Immigrazioni, diritto d’asilo, protezione dei rifugiati, integrazione degli immigrati sono tutti problemi destinati a divenire sempre più drammatici. Non solo per motivi economici e sociali, ma anche per il dilagare di conflitti locali per motivi politici, etnici, religiosi”. Mario Didò, segretario nazionale della Cgil negli anni sessanta ed europarlamentare socialista dal 1979 al 1994, scrisse queste righe nel settembre del 1998, diciannove anni fa, sull’”Avanti! della domenica”. E due mesi dopo ad un convegno aggiunse: “Nessun Paese da solo è in grado di affrontare e risolvere in modo adeguato questi problemi. Dovrebbe essere l’Unione Europea a dotarsi di una politica comune in questo campo”.

A dieci anni dalla sua scomparsa, la Cgil nazionale e la famiglia hanno ricordato Mario Didò, sindacalista ed europarlamentare, socialista ed europeista, attraverso due iniziative: un convegno e la pubblicazione, edita da Lithos, del volume ‘Il viaggio di Mario Didò verso la costruzione di un’Europa sociale. Una strada sindacale e politica, dalla banlieue di Parigi al Parlamento europeo’.
Mario Didò nasce nella periferia di Parigi il 16 novembre 1926, essendo il padre, figlio di una famiglia contadina, emigrato giovanissimo prima in Germania e poi in Francia. La famiglia rimpatria in Italia nel 1941, dopo l’invasione tedesca della Francia e la costituzione del regime di Vichy. Nel 1942, a soli 15 anni, Mario viene assunto come operaio metalmeccanico (titolo che orgogliosamente manterrà sempre, anche nei curricula parlamentari), in un’azienda collegata alla Siai-Marchetti.

didòNel 1959 è nominato segretario generale della Camera del lavoro di Varese e provincia, incarico che lascerà tre anni più tardi per trasferirsi, da vicesegretario nazionale della Cgil, a Roma. Eletto segretario nazionale della confederazione al congresso di Livorno nel 1969, lascerà la Cgil dieci anni più tardi, per candidarsi (era il giugno 1979) alle elezioni per il Parlamento europeo.
Nella biografia di Mario Didò l’elezione all’Europarlamento (con111.555 preferenze) costituisce di fatto l’approdo naturale di un percorso intellettuale, politico e sindacale sempre attento alle trasformazioni del mondo del lavoro e alla dimensione sovranazionale dei processi politici, economici e sociali.
“Didò è senza alcun dubbio da annoverare tra le figure che diedero forma alla Cgil – dice di lui Susanna Camusso -. Sebbene, nei primi anni del dopoguerra non in un ruolo di primo piano, seppe dare, una volta entrato a far parte degli organismi dirigenti nazionali, un’impronta indelebile, in particolare alla politica estera della confederazione, alla costruzione di un sindacalismo europeo e di un’Europa politica e sociale”.

“Mario Didò apparteneva a una specie preziosa, che purtroppo è ormai quasi interamente estinta – è l’opinione di Giuliano Amato -. Era la specie di coloro che si venivano preparando e poi specializzando nella cura degli interessi collettivi attraverso una sequenza di esperienze, che cominciavano negli anni giovanili sulluogo di lavoro, poi proseguivano nel sindacato o nel partito, quindi nelle cariche elettive, prima a livello locale, poi in sede nazionale e, quando arrivò l’Europa, anche europea”.
“Appassionato combattente per la causa dell’Europa unita e del socialismo europeo”, lo ha definito nel 2007 in occasione della sua scomparsa – restituendo alla sua immagine quattro parole di sintesi perfetta – Giorgio Napolitano, che aveva conosciuto Didò da vicino nell’Assemblea di Strasburgo.

Per Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera, “Mario Didò fu la bussola nel partito per noi più giovani di lui e che con passione ci occupavamo di temi europei. Mario concluse il suo mandato di parlamentare europeo nel 1994, io gli succedetti dieci anni dopo e potei verificare quanto continuasse ad essere riconosciuto a distanza di anni come figura qualificata del socialismo italiano in Europa”.

“Il convegno a lui dedicato – spiega la figlia Monica – non rappresenta una semplice occasione commemorativa e nasce con l’obiettivo di verificare se le istituzioni europee possano proporre una politica sociale valida o se altrimenti risulti indispensabile rivedere tali strutture, le stesse nelle quali mio padre ha militato, migliorandone l’efficienza, la cooperazione e le politiche”.

(Fonte AGI)

Pensioni, la mobilitazione della Cgil divide la sinistra

cgil camussoOggi, 2  dicembre  2017,  è il giorno della mobilitazione nazionale della Cgil. Lo  storico sindacato  dei  lavoratori   è  sceso  in  campo  con  lo  slogan  ‘Pensioni, i conti  non tornano!’.  Sono state  cinque (a  Roma,  Torino,  Bari, Palermo  e  Cagliari) le manifestazioni organizzate dalla confederazione dopo l’esito del confronto con il Governo sulla previdenza, considerato  insufficiente  solo  dalla   CGIL.  Nella  capitale, capeggia  il  corteo  la segretaria  generale  Susanna  Camusso.  A  Roma  il  corteo  è  partito  da piazza della Repubblica, diretto  a  piazza  del  Popolo,  dove  è  allestito  il palco per l’intervento conclusivo della Camusso, che  chiuderà  l’iniziativa in collegamento video con le altre città. A Torino,   secondo  il  programma  della  Cgil,  il corteo è  sfilato  da Porta Susa a piazza  San  Carlo.  A  Bari,  i  circa  30mila partecipanti   si  sono  mossi  da piazza Massari   fino  a  piazza  Prefettura.  A  Palermo la  manifestazione  si  è  svolta   da piazza  Croci  a  piazza  G. Verdi.  Infine,  a Cagliari,  la  mobilitazione  è  andata  da  viale  Regina Elena  a piazza Garibaldi.

Tra  le  rivendicazioni al centro della mobilitazione, si  è  chiesto  di bloccare l’innalzamento  illimitato  dei  requisiti  per  andare  in  pensione,  garantire  un  lavoro  dignitoso  e  un  futuro  previdenziale ai giovani, riconoscere  il  ‘lavoro di cura’. Oltre  alle  motivazioni  sulla  previdenza,  il  sindacato  di  Corso d’Italia chiede anche di cambiare la legge di bilancio per sostenere lo sviluppo e l’occupazione, estendere gli ammortizzatori sociali, garantire a tutti il diritto alla salute,  rinnovare  i  contratti pubblici.

Dopo   aver  rotto  l’unità  sindacale  con Cisl e Uil sulla vertenza pensioni,   il  segretario  generale  della  Cgil, Susanna   Camusso,   parlando  dal  corteo  della mobilitazione  nazionale  organizzata  dal suo sindacato,   ha  tuonato:  “Bisognerà  ricostruire  i   fili   dell’unità  sindacale.   Il  premier  Gentiloni  e  il ministro Padoan hanno parlato del pacchetto pensioni come  di  un pacchetto importante, che tiene conto anche delle esigenze di bilancio ma le esigenze di bilancio non sono un termine astratto se si continuano a fare  condoni  e  non  si  contrasta  l’evasione.  Così  è certo che le risorse  non  bastano  mai. Queste  sono  scelte  politiche,  non è una condizione  inevitabile.

Oggi  è  la  prima  mobilitazione,  non ci fermiamo. Continueremo nei prossimi giorni, anche in parlamento presidieremo la discussione sulla legge di bilancio. Continueremo  ad  organizzare  assemblee e scioperi nei luoghi di lavoro per sostenere  le  nostre  vertenze.   Continuiamo  a lavorare per programmare la prossima mobilitazione generale, che, ve lo posso assicurare, non è lontana nel tempo”.

Al  fianco  della  CGIL,  sulle   pensioni  è  scesa  in  piazza   la sinistra  con la  presenza  di  esponenti  di  Mdp,  tra  i quali  Roberto Speranza, Enrico Rossi e l’ex leader Cgil Guglielmo Epifani; di Sinistra italiana con Nicola Fratoianni e di Possibile  con  Pippo  Civati;  di  Rifondazione  comunista  e anche una delegazione di Campo progressista.

“La  mobilitazione  nasce  su  rivendicazioni  che riteniamo sacrosante”, ha  affermato  il capogruppo alla Camera di Articolo 1-Mdp, Francesco Laforgia.

Alla  vigilia  della   manifestazione,  Susanna  Camusso   ha   lanciato  un  appello:  “Al centro  le  pensioni,  ma  anche  il  lavoro.  Torniamo  nelle  piazze  per quella che  è  una  prima  giornata di mobilitazione: cominciamo di nuovo una lunga lotta per  avere  una  risposta  sul  terreno previdenziale, del lavoro, dei rinnovi dei contratti pubblici e privati. Il Governo aveva preso degli impegni e non li ha mantenuti.  Se  gli  impegni  non  vengono  rispettati si reagisce, non si può far finta di niente.  Non  ci si può  contentare  di piccole deroghe , ma  che si deve  costruire un sistema di regole certe”.

Il segretario confederale nazionale Cgil, Maurizio Landini, ha  parlato dal palco  allestito  a  piazza  Verdi  a  Palermo:   “Quando nel 2011 l’allora governo Monti decise di intervenire drasticamente sulle pensioni si è aperta una ferita. Allora il sindacato  unitariamente  si  è  limitato a tre  ore di sciopero. Oggi bisogna riconoscere  che  abbiamo  commesso  un  errore  a  non contrapporci a quella riforma sbagliata.  Ci hanno detto  che era necessario intervenire sulle pensioni, cancellare  l’articolo 18,  abolire  le province e avremmo risolto tutti i nostri problemi. Tutte  queste  cose  sono  state  fatte  ma la situazione continua a non girare, anzi disoccupazione e precarietà sono aumentate, a livelli insopportabili soprattutto al Sud: i conti non tornano e le diseguaglianze sono cresciute”.

In  piazza  anche  il  Silp  Cgil,  il sindacato di polizia, con delegazioni di quadri, iscritti  e  simpatizzanti.  Il  segretario  generale  del  Silp,  Daniele  Tissone,  ha  affermato:   “I  poliziotti  sono  in piazza con la Cgil  perché  un Paese senza lavoro non  ha  futuro.  Le  lavoratrici  e i lavoratori in divisa manifestano anche per chiedere al governo di riavviare subito la trattativa per il rinnovo del contratto di lavoro, fermo da 9 anni”.

Dal fronte sindacale, Cisl e Uil sottolineano, al contrario, i risultati ottenuti dal confronto  con  il  Governo, da cui poi è nato l’emendamento alla legge di bilancio per  il  blocco  di  ‘quota  67’  a 15  categorie  di  lavori gravosi e per un nuovo sistema  di calcolo della speranza di vita. In attesa dell’altro emendamento del governo  sull’allargamento dell’Ape sociale   (l’anticipo pensionistico a carico dello Stato)  per  il  2018.  Sul  tema  pensioni,  intanto,  è  stata  depositata  la sentenza con cui  la  Corte   Costituzionale  ha  dichiarato legittimo il cosiddetto ‘bonus Poletti’ sulla perequazione (arrivato dopo la sentenza della Consulta del 2015 che aveva bocciato il blocco della rivalutazione legata al costo della vita, per il 2012-13, alle pensioni oltre tre volte il minimo). E’ legittimo perché con quel bonus, afferma la sentenza  (il  cui  dispositivo  era già stato reso noto il 25 ottobre scorso), il legislatore  ha  realizzato  un bilanciamento non irragionevole degli interessi coinvolti:  quello dei pensionati a preservare il potere d’acquisto delle proprie pensioni e le esigenze finanziarie e di equilibrio di bilancio dello Stato. L’Inps, invece, aggiorna i dati su Ape social e precoci: ha accolto, al termine del primo monitoraggio delle domande di certificazione per l’accesso all’Ape social ed al pensionamento  anticipato  per  i  lavoratori  precoci,  presentate  entro il 15 luglio 2017,  15.493  domande  di  certificazione  (comprensive  dei  riesami)  per l’Ape, pari al 39% del totale, e 9.031 relative ai precoci, pari al 34% del totale. Nel complesso  sono  state  accolte,  quindi, 24.524 domande sulle oltre 66.000 presentate.

Con  la   manifestazione  della  Cgil  di  oggi,  la  lacerazione  a  sinistra  e  tra  i  sindacati  si  è  ulteriormente  accentuata.  Purtroppo,  ormai  è  chiara  la  mancanza  di  una  visione  politica  comune  tra  le  diverse  realtà  politiche  della  sinistra.  Dunque,  è   auspicabile  che  possa   iniziare  al  più  presto  possibile  un  confronto  politico  per  elaborare   una  strategia  comune   della  sinistra,  altrimenti   sarà  sempre  più  difficile  difendere  i   sacrosanti  diritti  dei  lavoratori  e  delle  fasce  sociali  più  deboli.  Solo  ragionando  sulle  cose  da  fare  si  potrà  superare  la  crisi  e  ritrovare  il  percorso  virtuoso  che   conduce  alla  giustizia  sociale.

Salvatore  Rondello

ACCORDO CONGELATO

emiliano ilvaAncora grane dall’Ilva, ma stavolta a mettere i paletti è il Ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, duro contro l’iniziativa del Governatore della Puglia, Michele Emiliano, che ha deciso con il Comune di Taranto, di impugnare davanti al Tar la legge firmata da Paolo Gentiloni lo scorso 29 settembre. Michele Emiliano, e il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, hanno infatti annunciato ricorso al Tar del Lazio contro il decreto del presidente del Consiglio relativo al nuovo piano ambientale dell’Ilva proposto da Am Investco con un investimento di 1,1 miliardi di euro e interventi sino ad agosto 2023. Calenda ha fatto sapere che ha deciso di congelare il negoziato sull’Ilva aspettando la decisione del Tar e commenta preoccupato la decisione dei due enti locali: “Mentre Governo, parti sociali e molti enti locali coinvolti stanno costruttivamente lavorando per assicurare all’Ilva, ai lavoratori e a Taranto investimenti industriali per 1,2 mld, ambientali per 2,3 miliardi e la tutela di circa 20.000 posti di lavoro tra diretti e indiretti, il comune di Taranto e la Regione Puglia decidono di impugnare il DPCM ambientale mettendo a rischio l’intera operazione di cessione e gli interventi a favore dell’ambiente”. Il Ministro poi precisa: “Nonostante la presentazione dettagliata di piano ambientale e industriale fatta al tavolo istituzionale del Ministero, peraltro disertato all’ultimo minuto dal Sindaco di Taranto, l’impegno preso a convocare un tavolo dedicato a Taranto e l’anticipo dei lavori di copertura dei parchi confermato oggi dai commissari, continua la sistematica e irresponsabile opera di ostruzionismo delle istituzioni locali pugliesi” Infine Calenda conclude amareggiato: “Si tratta credo del primo caso al mondo in cui un investimento di riqualificazione industriale di queste dimensioni viene osteggiato dai rappresentati del territorio che più ne beneficerà. Spero vivamente che Regione e Comune abbiano ben ponderato le possibili conseguenze delle loro iniziative e le responsabilità connesse”.
Calenda poi non ha dimenticato di puntare il dito direttamente contro Michele Emiliano: “Ha detto che i bambini di Taranto gli chiedono di impugnare il decreto, invece io penso che i bambini di Taranto ci chiedono di coprire i parchi, di fare gli investimenti. Qui c’è una campagna elettorale sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini”.
Ieri è arrivata la notizia dell’iniziativa della Regione Puglia comunicata direttamente dal presidente Michele Emiliano, che ha definito il decreto “illegittimo” perché “concede di fatto una ulteriore inaccettabile proroga al termine di realizzazione degli interventi ambientali, di cui alle prescrizioni Aia, già da tempo scadute e sinora rimaste inottemperate”.
Sul piano ambientale è intervenuto stupito anche il Ministro dell’Ambiente che ha difeso il decreto. “Noi – dice Gian Luca Galletti – abbiamo presentato un Piano ambientale che supporta un Piano industriale dove si spendono oltre due miliardi per l’ambientalizzazione; ci sono novità anche rispetto alla precedente Aia (Autorizzazione integrata ambientale): non c’è la copertura del solo parco minerario principale ma anche quella di alcuni parchi minori”. “Oltretutto c’è una clausola di salvaguardia fortissima – conclude – cioè fino alla fine dell’ambientalizzazione, finché non sarà completato l’ultimo degli interventi previsti dall’Aia, la produzione avrà un tetto a 6 milioni di tonnellate l’anno, che è esattamente quello che Ilva produce oggi”.
“Ci auguriamo che le conseguenze dell’impugnazione non penalizzino ulteriormente un territorio e una popolazione che stavano trovando una soluzione equilibrata a problemi di anni”, ha commentato preoccupato il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. Preoccupati e contrariati anche i sindacati, il segretario generale della Fim Cisl, Marco Bentivogli è duro contro l’iniziativa della Puglia: “Affidare al TAR il proprio disappunto per essere in un tavolo parallelo a quello col sindacato è un atteggiamento infantile e grave. Non si può trascinare una vicenda in cui è in ballo il risanamento ambientale e la difesa di migliaia di posti di lavoro a capricci per la propria visibilità politica. La Regione Puglia ha tante possibilità e responsabilità da esercitare per dare il proprio contributo positivo. Oggi ha deciso di buttare la palla in tribuna a danno di ambiente, occupazione e sviluppo. Prenda esempio dalle altre quattro regioni coinvolte che hanno ben accolto la loro partecipazione al tavolo istituzionale”. Preoccupata la Uil, per la quale potrebbero venire fuori scenari drammatici soprattutto sul fronte occupazionale qualora il Tar dovesse accogliere il ricorso.
Mentre per il segretario confederale della Cgil Maurizio Landini, quella di Emiliano “è una scelta sbagliata”. “Questo non è il momento dei tribunali, c’è una trattativa in corso, è il momento della responsabilità”. “Oggi – ha proseguito Landini – è opportuno far ripartire gli investimenti e la copertura dei parchi minerari. È importante – ha proseguito – portare ArcelorMittal a utilizzare tutte le tecnologie migliori e le soluzioni possibili” per ambientalizzare l’Ilva.
Nel frattempo però arrivano notizie anche dall’Europa. Il commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager, durante la conferenza stampa che ha seguito l‘inaugurazione dell‘anno accademico dell‘università Bocconi, ha fatto sapere che l’Antitrust europea vuole arrivare a chiudere l‘esame relativo all‘acquisizione di Ilva da parte della cordata formata da Arcelor Mittal e Gruppo Marcegaglia prima della scadenza legale, a fine marzo. “Abbiamo aperto un‘indagine dettagliata che porteremo avanti ma vogliamo arrivare in anticipo rispetto alla scadenza legale” ha affermato Vestager, spiegando che l‘analisi dell‘Ue riguarda “alcune tematiche legate alla concorrenza”, in particolare “se nelle procedure ci sono degli aspetti che danneggiano gli attuali clienti che acquistano materiale e acciaio in Europa”.
“Dobbiamo essere veloci e se troveremo eventuali problematiche di concorrenza sarà l‘acquirente che dovrà occuparsene, quindi risolverle e fare chiarezza” ha concluso.
Da questo punto di vista il gruppo Marcegaglia ha già fatto sapere di essere pronto, nel caso in cui l’Antitrust imponesse il ritiro, a dare via libera a CDP e Intesa. “In caso di uscita del gruppo Marcegaglia da Am InvestCo siamo aperti sia a un incremento dell’attuale quota di Banca Intesa, sia all’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti. Per ArcelorMittal le due opzioni sono equivalenti”, ha dichiarato Aditya Mittal, ad di ArcelorMittal Europa e direttore finanziario del gruppo, a margine dell’ArcelorMittal Day di Parigi.

Lotta alla povertà. Platea di beneficiari a 2,5mln

Povertà-Italia-ISTATIl Reddito di Inclusione (Rei) la nuova misura di contrasto alla povertà legata alla condizione economica sarà attiva dal primo gennaio e si “stima” che i potenziali utilizzatori – non si può calcolare quante saranno effettivamente le domande – “saranno 1,8milioni di persone con i parametri di oggi, cioè 500 mila nuclei familiari. A luglio prevediamo che si incrementi la platea di 200mila nuclei familiari per arrivare a 2,5 milioni di persone”. A fornire i numeri del bacino potenziale che usufruirà del Rei è il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, durante la presentazione a Milano. E a proposito del capoluogo lombardo l’assessore alle politiche sociali Pierfrancesco Majorino ha aggiunto che saranno 5mila i nuclei familiari che potrebbero beneficiare del Rei.

“È un passo importante su una strada ancora lunga e che potrà realizzarsi solo grazie a una larga collaborazione con tutti i soggetti – ha osservato Poletti – . È un tema che ha bisogno di una grandissima capacità di collaborazione. E, essendo la prima esperienza che realizziamo abbiamo bisogno di fare un report trimestrale, in modo che tutta la comunità sappia ciò che sta accadendo”. Come ricorda il ministro, insieme al presidente dell’Inps Tito Boeri, dal primo dicembre sarà possibile presentare le domande se si è in possesso dei requisiti familiari (come la presenza di un minorenne o di una persona con disabilità) ma già a partire dal primo gennaio 2018 verranno introdotte alcune modifiche di tipo estensivo previste dalla legge di bilancio. La modifica più importante decorrerà dal primo luglio 2018, quando verranno meno tutti i requisiti familiari: la misura si baserà esclusivamente sul reddito diventando universale.

Il Rei è finanziato con le risorse del fondo povertà: 1,845 miliardi di euro in parte destinati a rafforzare i servizi. Il punto di partenza erano stati i 50 milioni di euro una tantum del 2012. La svolta è avvenuta nel 2017 con il nuovo Sia, il sostegno per l’inclusione attiva, che il governo ha inserito come misura ponte fino all’introduzione del Rei. Ma la legge di bilancio in discussione in Parlamento già rilancia: 300 milioni di euro in più nel 2018, 700 nel 2019, 900 dal 2020. Tenuto conto del Pon inclusione (1,2 miliardi per sette anni. Il piano è settennale, e riguarda gli anni dal 2014-2020. Ma i suoi fondi saranno spesi tra il 2017 e 2023), il Rei sostituirà il Sia, e sarà erogato già a partire da gennaio 2018. “Il fatto di aver messo nella legge il fondo alla povertà – ha osservato il ministro Poletti – è la prima garanzia che queste cose le potremo fare. Sappiamo che nei prossimi anni avremo le risorse. Sta a noi adesso”.

Il Presidente Inps Tito Boeri approfitta della presentazione a Milano del reddito di inclusione per lanciare una frecciata a “certi” partiti e sindacati che sono concentrati solo sulle pensioni e non su altre misure, come per esempio quelle sul contrasto alla povertà. “ll reddito di inclusione è una svolta epocale, ma è solo un primo passo. Bisognerà impegnarsi in Italia, in futuro, per aumentare la dotazione delle misure di contrasto alla povertà. Credo che questo debba essere anche un monito ad alcuni partiti politici e forze sindacali – sottolinea Boeri – che chiedono ancora più risorse per le pensioni quando già nella legislazione vigente siamo destinati a superare il 18 per cento di spesa pensionistica sul Pil. E invece non sembrano preoccuparsi di potenziare le misure di contrasto alla povertà”. A stretto giro la risposta della Cgil: “Forse il presidente dell’Inps dimentica che il Reddito di inclusione nasce da una proposta costruita e avanzata dall’Alleanza contro la Povertà in Italia, di cui Cgil, Cisl e Uil sono soggetti promotori”. “Come sindacato – continua la nota della Cgil nazionale – ci battiamo quotidianamente contro la Povertà anche sul versante del diritto al lavoro, principale strumento di contrasto all’esclusione sociale”. Inoltre, sottolinea la nota, “ricordiamo a Boeri che lo scorso 2 ottobre i segretari generali Camusso, Furlan e Barbagallo hanno rivolto un appello a Governo e Parlamento per chiedere l’incremento delle risorse per il Fondo per la lotta alla Povertà in legge di bilancio e la definizione del Piano pluriennale”.

Manovra, l’Italia sotto la lente della Commissione Ue

commissione-europea

Dopo gli incontri sulle pensioni con i sindacati, arriva l’opinione dell’UE sulla legge di Bilancio per il 2018. Il vicepresidente della Commissione UE, Valdis Dombrovskis, ha anticipato: “Dopo aver preso in considerazione i fattori rilevanti come l’incertezza sulla stima dell’output gap, il bisogno di bilanciare l’aggiustamento con il sostegno alla crescita, siamo dell’opinione che serve un aggiustamento fiscale di almeno 0,3 punti l’anno prossimo. E’ lo stesso pianificato dall’Italia, ma attualmente non lo vediamo ancora interamente presente. C’è un rischio di non rispetto del Patto, e quindi la Commissione invita le autorità italiane a prendere le misure necessarie nell’ambito del processo di bilancio per assicurare che sia in linea con il Patto. Il Governo deve usare le entrate impreviste per ridurre il debito. L’economia italiana crescerà quest’anno e il prossimo, ma resta ancora sotto la media Ue, la disoccupazione scende ma resta sopra la media Ue, il debito resta fonte di vulnerabilità che toglie al Paese nel 2017, solo per il suo servizio, il 3,8% del Pil. La situazione economica sta lentamente migliorando ma è importante mettere il debito pubblico su un sentiero discendente. Il debito italiano è un grande costo per l’economia. Al momento viviamo in un ambiente di tassi bassi, ma se c’è un cambio nella politica monetaria, se l’inflazione risale, questo si somma ai costi e può essere fonte di instabilità. Perciò è importante usare questa congiuntura economica per far scendere il debito. La bassa crescita e la scarsa produttività sono un problema strutturale che l’Italia sta affrontando con le riforme. Eppure, se paragoniamo esperienze di altri Paesi fortemente colpiti dalla crisi come Irlanda, Spagna, Paesi Baltici, pure impegnati in un’agenda ambiziosa di riforme, al momento essi sono tra le economie che crescono più rapidamente, a differenza dell’Italia che resta sotto la media Ue”.

Il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ed il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici hanno avvisato che la Commissione intende riesaminare il rispetto dell’Italia dell’obiettivo di riduzione del debito nella primavera del 2018. Lo ha reso noto la Commissione europea, nell’ambito del pacchetto di autunno del semestre europeo, approvato oggi dal collegio dei commissari.

Dombrovskis e Moscovici hanno chiesto al governo di spiegare alcuni aspetti delle misure di bilancio adottate per il 2017 e per il 2018. Secondo i commenti di fonti del Mef, il governo è fiducioso che attraverso il dialogo costruttivo con la Commissione potranno essere chiariti i diversi punti di vista, senza la necessità di ricorrere ad ulteriori interventi. Le stesse fonti hanno aggiunto: “La Commissione europea apprezza i risultati del processo di consolidamento dei conti pubblici messo in atto dal governo negli ultimi anni e per il 2018 riconosce la misura dello 0,3% per l’aggiustamento strutturale del bilancio”.

Dombrovskis ha affermato: “Oggi forniamo le opinioni sui documenti programmatici di bilancio ed esortiamo gli Stati membri che rischiano di non rispettare il patto di stabilità a prendere le misure necessarie a correggere il loro percorso di bilancio”. Pierre Moscovici ha aggiunto: “Abbiamo appena inviato una lettera al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, in cui sottolineiamo che l’adozione delle sue misure chiave senza alcun annacquamento è cruciale. Manovra che deve essere attuata rigidamente, per realizzare uno sforzo strutturale pari almeno allo 0,3% del Pil. La Commissione europea non è mai qui per porre dei problemi o per additare dei colpevoli, ma per trovare soluzioni nel dialogo. E un buon dialogo si fonda sui fatti”.

Moscovici e Dombrovskis hanno anche detto: “Il debito pubblico italiano nel 2016, era al 132% del Pil, confermando quindi che sono stati fatti progressi insufficienti verso il rispetto del criterio del debito in quell’anno. Guardando avanti, prevediamo che il rapporto debito/Pil dell’Italia si stabilizzi nel 2017 e cali leggermente, al 130,8% nel 2018. Ci sono rischi inerenti alle previsioni per il 2018, connessi a prospettive di crescita nominale peggiori del previsto, ricavi più bassi dalle privatizzazioni e la prevista registrazione statistica delle operazioni di sostegno al settore bancario, come pure un grande stock rimanente di debiti commerciali arretrati della Pubblica amministrazione. Complessivamente, le sfide sulla sostenibilità per l’Italia restano alte nel medio termine. Malgrado il fatto che l’Italia non ha rispettato il criterio del debito nel 2015, la Commissione ha concluso, dopo aver esaminato tutti i fattori rilevanti, che una procedura per deficit eccessivo fondata sul debito non dovesse essere aperta, a patto che l’Italia assicurasse un complessivo rispetto dei requisiti del braccio preventivo (del patto di stabilità, ndr) nel 2016”.

Si tratterebbe di tenere i riflettori puntati, con rinvio ad altra data, quasi certamente a dopo le elezioni, per eventuali decisioni. Invece, è stata scongiurata l’ipotesi più grave, circolata nei giorni scorsi, specialmente dopo le parole non concilianti di un altro vicepresidente della Commissione UE, il finlandese Jyrki Katainen, di un avvio formale di procedura europea per deficit eccessivo che si sarebbe trascinata in piena campagna elettorale. Questo procedimento al momento riguarda solo Francia e Spagna (che hanno già votato).

Anche alla luce di questo scenario molto realistico prospettato dalla Commissione UE, appare sempre più inopportuno lo sciopero deciso dalla CGIL per il 2 dicembre prossimo. Uno sciopero con mere finalità di propaganda elettorale i cui effetti non saranno certamente costruttivi per l’arco politico della sinistra.

Salvatore Rondello

LO STRAPPO

sindacati

Oggi, al tavolo negoziale con il Governo, i sindacati non sono più uniti sulle pensioni. In merito al documento conclusivo con cui il governo ha chiuso la partita su sistema pensionistico e blocco dell’età pensionabile, la posizione più dura è quella della Cgil.

Il leader della CGIL, Susanna Camusso, durante la conferenza stampa al termine dell’incontro con l’esecutivo, ha affermato: “E’ stata un’occasione persa dal governo. La vertenza previdenziale per noi resta aperta e gli interventi fatti non chiudono il capitolo previdenziale. Per sostenere questo giudizio il prossimo 2 dicembre avremo una mobilitazione generale”.

Di segno decisamente opposto la posizione della Cisl. Annamaria Furlan ha commentato: “Diamo un giudizio positivo del percorso e del lavoro fatto e lo inseriamo in un altrettanto giudizio positivo sulla legge di bilancio”. Per la Uil, infine, sotto il profilo delle risorse, il lavoro fatto è stato il massimo. Il leader, Carmelo Barbagallo, ha detto: “Abbiamo aperto una breccia nella rigidità della riforma Fornero. Abbiamo messo a punto tutti i capitoli per intervenire. Evitiamo il gioco al massacro di chi fa di più e meglio. Siamo passati da 7 a 12 punti e se ci fossimo fermati prima non avremmo ottenuto quanto fatto. Il Parlamento è sovrano e se riusciranno a migliorare i capitoli mi fa piacere. Vigileremo che non li peggiorino”.

All’incontro con i sindacati, il governo ha messo sul tavolo delle pensioni un documento con delle nuove proposte, ma per la Cgil non è sufficiente. L’incontro si è concluso, quindi, senza una condivisione unitaria dei sindacati. Al tavolo delle trattative, per il governo oltre al premier Paolo Gentiloni, c’erano anche i ministri Madia, Padoan e Poletti, mentre per i sindacati c’erano i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Camusso, Furlan e Barbagallo.

Durante l’incontro, il premier Gentiloni ha detto: “Siamo convinti che nell’ambito di una Legge di Bilancio che già, pur con risorse limitate, viene incontro a numerose esigenze sociali e espresse dal mondo del lavoro, abbiamo messo insieme in queste tre settimane un pacchetto di misure molto rilevante e sostenibile. Dal nostro punto di vista è un buon risultato. Un risultato di cui la condivisione del mondo sindacale è requisito importante. Parliamo spesso dell’importanza del dialogo con le parti sociali, un dialogo che è forte quando produce risultati. Più sostegno il pacchetto avrà dalle forze sindacali, più sarà forte nel trovare spazio compiuto nella Legge di Bilancio. Il documento di sintesi del governo che vi abbiamo consegnato oggi contiene i contenuti che abbiamo illustrato nelle riunioni precedenti, con l’inserimento di alcuni elementi emersi nella discussione con i sindacati. Il dialogo sociale è forte nella misura in cui produce risultati. Riteniamo che la vostra adesione sarebbe un contributo molto positivo.  Sappiamo che ci sono posizioni e valutazioni differenziate tra di voi, di cui prenderemo atto. Il mio auspicio è che queste posizioni differenti rimangano in una dialettica non conflittuale. Ognuno è naturalmente padrone delle proprie scelte e decisioni. Per quanto riguarda questo pacchetto il governo si impegna a tradurlo in un emendamento alla legge di bilancio. Più forte sarà il sostegno delle organizzazioni sindacali, più forte sarà questo pacchetto di misure, e come si dice in gergo, più blindato sarà in Parlamento”.

Cgil, Cisl e Uil alla fine non hanno quindi firmato il documento formalizzato dall’esecutivo al termine di mesi di confronti, tavoli tecnici e vertici politici. Una soluzione voluta dal governo stesso che ha evitato così di sancire la spaccatura avvenuta sul documento tra i sindacati stessi. Invece la Camusso usa parole aspre: “Il documento sintetizza una posizione del governo e se la sottoscrive il governo stesso”. Diversamente la pensa la Furlan spiegando: “Il governo ha chiesto quale fosse la posizione dei sindacati sul suo documento finale e noi gliela abbiamo rappresentata”. A rappresentare la situazione, con la consueta ironia, è stato Carmelo Barbagallo: “Che avremmo dovuto fare? Uno firmava, uno ci metteva una mezza firma e un altro ancora non firmava?”.

Al termine dell’incontro, la  Cgil ha quindi chiesto un incontro urgente ai presidenti di tutti i gruppi parlamentari. Nella lettera inviata, si legge: “In vista del prossimo avvio dei lavori parlamentari sulla Legge di Bilancio siamo a richiedere un incontro urgente per poter esporre le nostre considerazioni e le nostre proposte in particolare sulle norme che riguardano il lavoro e la previdenza”.

Nella nuova proposta dell’esecutivo, sono stati inclusi anche i siderurgici di seconda fusione ed i lavoratori del vetro tra i lavori gravosi ed esclusi dall’aumento dell’età pensionabile a 67 anni dal 2019. I requisiti per accedere al beneficio che resta confermato per le 15 categorie già individuate nei giorni scorsi restano di aver svolto un lavoro gravoso di almeno 7 anni negli ultimi 10 ed avere 30 anni di contributi.

Il governo ha offerto, inoltre, a Cgil Cisl e Uil, la prosecuzione prioritaria di un dialogo su come assicurare una pensione adeguata ai giovani. Nella nota dell’Esecutivo, si legge: “Il governo concorda sulla necessità di dare priorità alla discussione sui temi della sostenibilità sociale dei trattamenti pensionistici destinati ai giovani al fine di assicurare l’adeguatezza delle pensioni medio-basse nel regime contributivo , con riferimento sia alla pensione anticipata che a quella di vecchiaia”. Così l’esecutivo ha confermato, in sostanza, il percorso tracciato con i sindacati nel 2016 sulla necessità di proseguire un dialogo nel rispetto dei vincoli di bilancio e della sostenibilità di medio e lungo periodo della spesa pensionistica e del debito.

Nella nota si legge anche: “Allargamento dei requisiti di accesso alla prestazione per le lavoratrici con figli al fine di avviare il processo di superamento delle disparità di genere e dare un primo riconoscimento al valore sociale del lavoro di cura e maternità svolto dalle donne”. Questo è stato l’impegno per il 2018 che il governo avrebbe formalizzato relativamente all’Ape social nel documento presentato a Cgil Cisl e Uil unitamente alla garanzia che sempre per il prossimo anno avrebbe ampliato la platea alle nuove categorie di attività gravose. Il documento, inoltre, conferma , con l’obiettivo di consentire in prospettiva la messa a regime dell’Ape social al termine della sperimentazione, l’accantonamento in un apposito fondo dei risparmi di spesa, come eventualmente accertato nel 2019 attraverso la rideterminazione delle previsioni di spesa nell’ambito dei limiti di spesa programmati.

Anche i sindacati siederanno nella Commissione che studierà, ai fini dei una rilevazione scientifica anche in relazione all’anzianità anagrafica dei lavoratori, la gravosità delle attività lavorative e che dovrà concludere i lavori entro il 30 settembre 2018. La Commissione tecnica sarà presieduta dall’Istat e sarà composta da rappresentanti del Ministero dell’Economia, del Lavoro, della Salute, di Inps, di Inail con la partecipazione di esperti indicati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative dei datori di lavoro e dei sindacati.

Dunque, come si legge nel documento dell’esecutivo, il Governo ha accolto quasi tutte le osservazioni fatte dalla CGIL nell’incontro di sabato scorso, ma la Camusso continua a dire di no. In realtà, è stato il Governo ad offrire delle opportunità ai sindacati, ma che la CGIL non ha saputo o voluto cogliere.

Salvatore Rondello

Pensioni, Cgil Cisl e Uil su posizioni diverse

sindacati

Cgil Cisl e Uil si trovano su posizioni diverse dopo la nuova proposta del Governo  sul pacchetto di misure previdenziali. Sabato il Governo ha esteso l’esclusione dall’innalzamento dell’età pensionabile, a 67 anni dal 2019, a 15 categorie di lavori gravosi. All’inizio del confronto, le categorie di lavori gravosi da escludere erano quattordici. Il confronto viene aggiornato a domani, ma l’ipotesi di un accordo con tutte e tre le sigle sindacali resta lontana. Non sono bastate infatti le due carte che l’esecutivo ha messo sul tavolo, lo stop all’innalzamento dell’età per le 15 categorie individuate anche per il criterio dell’anzianità e la costituzione di un fondo per rendere strutturale l’ape sociale, a piegare le resistenze della Cgil e a sciogliere i dubbi della Uil. Decisamente più propensa al via libera la Cisl, che ritiene comunque necessari alcuni chiarimenti.

Proprio Cisl e Uil, secondo quanto riferito da fonti di governo, avrebbero avanzato la richiesta di tempi supplementari per poter continuare a lavorare per l’accordo. Richiesta accolta dal Governo, che ritiene comunque di aver fatto tutto il possibile, nel quadro delle poche risorse disponibili. La sintesi l’ha fatta il ministro dell’Economia  Pier Carlo Padoan. “Il governo ritiene di aver fatto importanti sforzi e accoglie con rammarico il fatto che i sindacati abbiano opinioni diverse sulla bontà del pacchetto : la Cisl ha espresso una posizione di condivisione importante, la Cgil una posizione di segno opposto e una posizione intermedia è arrivata dalla Uil”.

Il premier Paolo Gentiloni, in apertura di confronto, ha già chiarito il perimetro della discussione: “Vi chiediamo di sostenere questo pacchetto, perché noi lo difenderemo nella misura in cui voi lo sosterrete. Il governo non si limita a recepire le indicazioni sull’aspettativa di vita ma prende atto dell’utilità di alcuni interventi mirati. Noi abbiamo fatto un investimento su questo tavolo, attribuendogli un ruolo importante”.

La nuova proposta del Governo prevede l’estensione delle esenzioni delle categorie definite gravose anche alle pensioni di anzianità (e non solo alle pensioni di vecchiaia) e l’istituzione di un fondo per i potenziali risparmi di spesa con l’obiettivo di consentire la proroga e la messa a regime dell’APE sociale. Il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, ha spiegato: “In campo c’è un impegno molto significativo da parte del governo che si inserisce nel percorso iniziato con il verbale sulla previdenza sottoscritto con i sindacati. Il Governo ha implementato le proposte coerentemente con quell’impegno”.

Diversa la valutazione del leader della Cgil, Susanna Camusso, che ha dichiarato: “Dal punto di vista degli impegni assunti dal governo nel settembre 2016 rispetto alla fase due, le distanze mi paiono evidenti. Il governo non dimostra nessuna disponibilità su quello che avevamo chiesto. In particolare, sui giovani e sulle donne. C’è un quadro di grande distanza rispetto agli impegni presi. Quindi, la nostra valutazione di grande insufficienza viene confermata, siamo davanti a un quadro che non risponde alle nostre richieste”. Al contrario, il segretario generale Cisl Anna Maria Furlan, ha sostenuto: “I due nuovi aspetti aggiunti oggi dal presidente Gentiloni sono assolutamente importanti e di non poco conto, coerenti con l’impostazione ed il metodo che ci eravamo dati nella prima parte dell’accordo sulla previdenza. E, anche se servono chiarimenti e correzioni, al termine della legislatura, è assolutamente importante portare a compimento l’intesa sulla previdenza che avevamo condiviso”.

Intermedia la posizione della Uil. Il segretario, Carmelo Barbagallo, ha sostenuto: “Nella proposta del governo ci sono delle incongruenze ma ci sono anche delle luci: dobbiamo sfruttare fino all’ultimo momento per ottenere di più dalla trattativa”.

La CGIL ha rincarato la dose. Susanna Camusso ha scandito: “Trovare la quadra non è scontato, e in ogni caso non sarà affatto semplice. Senza correzioni su giovani e donne la Cgil non firmerà l’accordo con il governo sulle pensioni. Il sindacato mantiene il punto perché le proposte fatte finora dall’esecutivo mettono una pietra tombale sull’idea di cambiare un sistema che non è equo. Comunque non è certo da questo che dipende il futuro della sinistra”. E mentre la leader Cisl Annamaria Furlan parla di risultati importanti e giudica sbagliato l’atteggiamento della Cgil, la Uil continua nel suo ruolo di ‘pontiere’ auspicando da un lato, come ha detto Carmelo Barbagallo, più attenzione a donne e giovani e dall’altro manifestando la necessità di mantenere l’unità sindacale. La partita pensioni, insomma, è complessa più che mai, anche perché si gioca su più fronti, indissolubilmente legati tra loro. C’è il tema squisitamente tecnico, legato alle (poche) risorse che il governo può mettere sul piatto e che difficilmente supereranno i 300 milioni a regime promessi finora. Ma c’è anche il fronte politico, con i partiti già in campagna elettorale e ormai chiaramente schierati. Il Mdp che mantiene i suoi distinguo e boccia come insufficiente la proposta del governo, Salvini pronto a portare la Lega in piazza con la Cgil, Berlusconi che promette l’aumento delle pensioni minime e un ministero ad hoc per la terza età. Inoltre c’è il rischio di un assalto alla manovra. Al Senato i numeri, specie in commissione Bilancio, restano risicati. Sullo sfondo c’è il terzo fronte, quello con l’Unione europea, che guarda con la massima attenzione, ed apprensione, a ogni minimo movimento attorno al sistema previdenziale e che già ha il suo da fare a definire la posizione da prendere nei confronti dell’Italia. Il programma di bilancio di Roma, nelle valutazioni di Bruxelles, si scosterebbe dai parametri concordati e potrebbe comportare intanto un giudizio ‘sospeso’ seguito, nella peggiore delle ipotesi, dalla richiesta di misure aggiuntive. La prossima settimana sarà quella clou. Le pagelle della Commissione arriveranno mercoledì. Nel frattempo martedì, nel nuovo round con i sindacati, il governo cercherà di portare a casa l’accordo almeno con Cisl e Uil, anche se ancora non è persa la speranza di fare rientrare anche la Cgil. Molto difficile che si possa accogliere la richiesta di prendere un impegno concreto sulle future pensioni dei giovani perché, si ragiona in ambienti di governo, in questo momento non ci sono né le risorse né la forza politica necessarie per andare a Bruxelles a spiegare che si sta riformando il sistema contributivo. Anche se i costi non sono tema di oggi, come ripete Susanna Camusso, ma scattano tra 15 anni, la tenuta del sistema pensionistico viene invece valutata nel medio-lungo periodo e quindi anche la minima modifica deve avere il benestare dei cerberi dei conti europei. Se saltasse l’accordo non è nemmeno detto che il governo darebbe seguito a tutte le proposte presentate ai sindacati. Senza intesa, peraltro, sarebbe anche più complicato contenere le pressioni parlamentari, con l’esame della legge di Bilancio che entrerà nel vivo sempre da martedì. Gli emendamenti sulle pensioni sono numerosi, e vanno dalla richiesta di rinvio tout court del decreto direttoriale che sancirà l’aumento di 5 mesi dell’età dal 2019 riproposto da Mdp, alla tutela per i caregiver, che sta raccogliendo consenso bipartisan, alla proroga dell’Ape social suggerita dal Pd, che ha presentato una proposta che vale 70 milioni per questo capitolo, ma si allarga anche a correggere i requisiti per l’acceso dei disoccupati e di chi è stato impegnato in lavori gravosi, andando quindi oltre quanto prospettato dal governo ai sindacati.

Salvatore Rondello

IL CONFRONTO

confronto pensioni sindacati

Nessun ripensamento del Governo sul principio dell’adeguamento dell’età pensionabile alle aspettative di vita. Tuttavia è stato aperto un tavolo per esentare dall’automatismo le categorie con lavori più gravosi. Il Confronto partirà martedì prossimo e dovrebbe concludersi il 13 novembre con un nuovo round politico tra governo e sindacati sui temi previdenziali per stabilire dettagliatamente la platea dei soggetti che potranno beneficiare di una deroga al principio generale della pensione a 67 anni con decorrenza dal 2019.

L’intenzione è quella di introdurre correttivi e metodi di calcolo alternativi delle pensioni per quei lavoratori che svolgono le attività più usuranti. In particolare, si vorrebbero esentare dall’aumento dell’età pensionabile a 67 anni previsto dalla riforma Fornero  le 11 categorie di lavoratori già ammesse all’Ape social: insegnanti di asilo nido e scuola materna; infermieri e ostetriche con lavoro organizzato in turni; macchinisti, conduttori di gru, camion e mezzi pesanti; operai dell’industria estrattiva, dell’edilizia e della manutenzione degli edifici; facchini; badanti che assistono persone non autosufficienti; addetti alle pulizie; operatori ecologici e conciatori di pelli. Per questi lavoratori, a cui potrebbero aggiungersi i siderurgici, i marittimi e gli agricoli, non scatterebbe l’adeguamento di 5 mesi dal 2019, ma potrebbe essere concessa un’uscita anticipata dal lavoro. Il nuovo sistema con tutte le categorie incluse potrebbe essere contenuto in un emendamento alla Legge di Bilancio 2018.

Quindi, non un rinvio ma un confronto in tempi stretti sul nodo pensioni. Le aperture del governo si limitano alla possibilità di correggere il meccanismo di calcolo che porta ad adeguare l’età di uscita all’aspettativa di vita, escludendo dallo scatto a quota 67 anni nel 2019 le categorie di lavoratori impegnati nelle mansioni più gravose e rischiose. Il principio dell’automatismo però non si tocca. Questo l’esito dell’incontro a Palazzo Chigi tra il premier Paolo Gentiloni, i ministri del Lavoro e delle Politiche sociali Giuliano Poletti, dell’Economia Pier Carlo Padoan, della Pubblica amministrazione Marianna Madia ed i sindacati.

Cgil Cisl e Uil dicono sì al confronto ma esigendo risposte concrete, forti dell’appoggio del Parlamento. Già al Senato sono stati presentati emendamenti al decreto fiscale da molti partiti, compreso il Pd, per rinviare la decisione sullo scatto. Il presidente del Consiglio ora si fa carico direttamente della questione, si ragiona in ambienti della maggioranza, avviando una delicata mediazione con i sindacati. Non recede dall’obiettivo primario, volendo evitare il rinvio dell’innalzamento dell’età pensionabile, ma apre al confronto per cercare una sintesi mediana che non arrechi danno ai conti del Paese. Una operazione che porterebbe l’Esecutivo a recuperare la relazione con il sindacato dopo lo stallo avvenuto negli ultimi tempi. Un rilancio politico i cui effetti saranno tutti da valutare ma che ha comunque consentito l’apertura del dialogo a tutto tondo con un settore importante del Paese. Entro fine anno è atteso il decreto direttoriale (Lavoro-Mef) che certifica l’innalzamento di cinque mesi dell’età pensionabile da 66 anni e 7 mesi a 67 anni nel 2019 per tutti. Il Presidente del Consiglio, Gentiloni ha detto ai sindacati: “Il rinvio non credo sia la strada. Ci può costare in Ue. I principi generali della norma restano validi. Il Parlamento è sovrano, ma non escludiamo si possa correggere qualcosa al tavolo con le parti sociali. Possiamo discutere subito di categorie specifiche, individuando i lavori più gravosi, e ragionare anche sui metodi di calcolo dell’aspettativa, fatto salvo la sostenibilità finanziaria”.

Anche il ministro Padoan ha evidenziato la necessità della tenuta dei conti e del sistema previdenziale. Al termine della riunione, spiegando la posizione del governo, ha detto: “Abbiamo concordato che al tavolo tecnico si consideri la possibilità di modificare e migliorare i meccanismi che attualmente determinano la cadenza di adeguamento dell’età pensionabile, sotto il vincolo che eventuali modifiche non intacchino la sostenibilità del sistema previdenziale, che è un pilastro fondamentale della sostenibilità finanziaria del Paese. Al tavolo si esaminerà la possibilità di estendere le categorie assoggettate ai lavori gravosi per vedere di staccarle dal meccanismo di aumento automatico, che come principio resta confermato”.

Se il confronto con le parti sociali darà i suoi frutti, le modifiche saranno inserite nella legge di bilancio, ultimo atto prima della fine della legislatura. Cgil, Cisl e Uil sono pronti al confronto, che si snoderà in tempi ragionevolmente stretti, ma mantengono il punto e non abbassano la guardia.

Il segretario generale della CGIL, Susanna Camusso, ha avvertito: “Il 13 novembre verificheremo se davvero c’è la disponibilità a cambiare i meccanismi dell’età pensionabile e a differenziare i lavori, oppure se non c’è, altrimenti bisognerà scegliere altre strade”.

Il numero uno della CISL, Annamaria Furlan ha detto: “Bene il confronto, vedremo tra una decina di giorni se c’è volontà di condividere l’obiettivo”. Carmelo Barbagallo, leader della UIL, ha dichiarato: “E’ positivo il fatto che continui la discussione. Padoan ha messo dei paletti che per noi sono tutti da verificare e che non esauriremo la nostra pressione sia sul Parlamento sia con i lavoratori e pensionati proseguendo la mobilitazione”. I sindacati aspettano di tirare le fila anche su altri temi della previdenza, dal lavoro di cura alle pensioni dignitose per i giovani.

Inoltre, bisognerà quantificare le persone delle categorie usuranti che non andranno in pensione a 67 anni nel 2019. L’accordo con i sindacati per non penalizzare i lavoratori ‘usurati’ potrebbe aprire alcuni problemi sulla quadratura dei conti. Andrebbe quantificato l’onere che però non influirebbe sulla finanziaria del 2018 ma a partire da quella del 2019. Insomma, nel corso del 2018, una maggiore crescita dovrebbe determinare maggiori entrate e si potrebbe calibrare meglio la manovra per il 2019.

Tra dieci giorni, la cartina tornasole sarà rivelatrice degli effetti derivanti in merito al confronto tra Governo e Sindacati.

Salvatore Rondello

Padoan-Camusso, è scontro sulla manovra

camusso padoan

Ieri il Consiglio dei Ministri ha approvato la manovra per il 2018 e subito sono iniziate le polemiche. Il Segretario generale della CGIL, Susanna Camusso, in un’intervista fatta al Circo Massimo per Radio Capital, ha affermato: “La  manovra approvata ieri, è una manovra che favorisce le rendite e che mantiene lo status quo. Si è fatta una scelta politica: si poteva intervenire sulla finanza, sul patrimonio e facilitare chi lavora e chi produce e invece si è scelto di usare questo slogan sulle tasse, facendo credere che è una risposta a tutti e invece è una risposta solo ad alcuni, mantenendo la pressione fiscale alta”.

Il segretario generale della Cgil ha spiegato anche che dopo la scelta annunciata dal governo di non voler intervenire sull’età pensionabile, il sindacato valuterà congiuntamente come reagire dicendo: “Abbiamo oggi un appuntamento con Cisl e Uil per valutare perché la chiusura non è arrivata al tavolo con il ministro Poletti ma dopo da Gentiloni in conferenza stampa. Faremo una valutazione comune. La politica pensa di essere autosufficiente e per questo le serve dire che la rappresentanza è inutile. C’è un atteggiamento ostile non solo nei confronti dei sindacati per questa idea di autosufficienza che però non mi sembra dia grandi risultati.  Il Governo aveva firmato con Cgil, Cisl e Uil un accordo sull’aspettativa di vita e sulle pensioni anche per i giovani che è stato disatteso. Dell’eventuale reazione discuteremo adesso con le lavoratrici e i lavoratori Cgil, Cisl, Uil”.

Immediata la risposta del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan: “Mi chiedo Susanna Camusso che legge di bilancio abbia visto, non corrisponde a questa descrizione. Abbiamo messo risorse per gli investimenti pubblici, per gli investimenti privati, risorse per l’occupazione giovanile Stiamo dando una scossa alla crescita.  Intervenire sull’Irpef in questa legge di bilancio non è stato possibile per la scarsità di risorse, mi auguro che si possa fare immediatamente nella prossima legislatura. Non è vero che non siamo intervenuti sulle pensioni perché ci sono misure come l’ape sociale e l’ape donna che introducono elementi per le persone che ne hanno più bisogno.  C’è una legge concordata in sede Ue che tiene conto dell’allungamento delle aspettative di età, ma ci sono anche molti meccanismi introdotti per affrontare la questione, come per i lavoratori usuranti che hanno diritto ad andare in pensione prima”.

Il Governo ha chiuso ogni spiraglio su possibili interventi in materia previdenziale a partire dalla richiesta dei sindacati di uno stop all’aumento dell’età di vecchiaia collegato all’aspettativa di vita previsto per il 2019.

Il premier, Paolo Gentiloni, al termine del Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alla manovra, ha detto: “ C’è una legge in vigore e la rispetteremo”.

In pratica, quindi, si attenderanno i dati Istat previsti per questo mese sull’andamento dell’aspettativa di vita tra il 2013 e il 2016 e si procederà all’aumento dell’età di vecchiaia sulla base di questo andamento. Al momento la previsione è di un aumento nel 2019 di 5 mesi (arrivando a 67 anni). Pertanto, i sindacati hanno manifestato la loro preoccupazione.

In mattinata, ieri, i leader di Cgil Cisl e Uil, prima del Cdm, hanno incontrato il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, esprimendo preoccupazione per l’assenza di misure significative sulla previdenza, anche per quanto riguarda gli impegni assunti dal Governo l’anno scorso sulla fase due e augurandosi aperture dal Cdm. Le misure in legge di Bilancio sulla materia saranno invece marginali, come quella che agevola le lavoratrici madri (con uno ‘sconto’ contributivo di sei mesi per un massimo di due anni) nell’ accesso all’Ape sociale, che la leader della Cisl, Annamaria Furlan, ha giudicato insufficiente.

Nessuna indicazione sembra in arrivo sulla pensione di garanzia per i giovani né condizioni più favorevoli per il pensionamento delle donne nel complesso che hanno avuto figli così come chiesto dai sindacati (un anno di anticipo per ogni figlio con un limite di tre anni). Il numero uno della Cgil, Susanna Camusso, ha detto: “Voglio esprimere la preoccupazione per la mancanza di risposte sulla previdenza. Serve un atto normativo che sospenda l’aumento dell’aspettativa di vita”. Il leader della UIL, Carmelo Barbagallo, ha detto: “Non c’è bisogno di risposte significative sulla fase due della previdenza”. Furlan per la CISL ha commentato: “Se sul lavoro, con gli sgravi per le assunzioni stabili dei giovani al 50% ( 100% al Sud) e sul rinnovo dei contratti pubblici ci sono segnali positivi, sul capitolo pensioni non è così. Spero che Gentiloni ci convochi”. Il segretario generale dello SPI-CGIL, Ivan Pedretti, ha attaccato sostenendo: “Con arroganza il governo non risponde ai problemi di milioni di persone e disattende gli impegni che si era preso per la seconda fase di confronto con i sindacati sulle pensioni. A questo punto non è più rinviabile una grande mobilitazione”.

Nel frattempo, oggi è arrivata anche la valutazione di Moody’s che mantiene un outlook negativo sul sistema bancario italiano che riflette la continua pressione sui nostri istituti affinché riducano i loro grandi stock di crediti problematici in un contesto in cui ci sono limitate opportunità di raccogliere capitali, una redditività che continua ad essere debole e una significativa esposizione di credito verso il governo italiano. Nella nota, si legge: “Una fragilità solo parzialmente mitigata da una leggera ripresa economica e da flussi più bassi di Npl”.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, replicando prontamente, ha spiegato: “La questione degli npl sta subendo un’accelerazione positiva. Lo stock delle sofferenze è diminuito del 25% da inizio anno. Ci sono giudizi molto più positivi da altri investitori istituzionali. Si tratta, ha spiegato, di un’immagine che non rispecchia la realtà”. La crescita dell’1,3% del Pil attesa da Moody’s nel 2018 viene definita ‘un miglioramento marginale’ che supporterà i volumi di attività e quindi i ricavi ma che è improbabile possa condurre a una significativa riduzione dei crediti problematici, che dunque continueranno a scendere gradualmente ma a restare alti mentre le banche stanno affrontando continue pressioni per alzare i livelli di accantonamenti su questi crediti. Moody’s ricorda che alla fine dello scorso anno i nostri istituti avevano in bilancio 349 miliardi di crediti deteriorati, lo stock più alto in Europa, che rappresentava il 17,3% dei loro prestiti lordi, più di tre volte la media dell’Unione Europea (5,1%). Anche se gli accantonamenti sono migliorati salendo adesso al 51% si tratta comunque di una soglia appena sopra il 50% del livello pre-crisi del 2007 e comunque generalmente inferiore al livello che sarebbe richiesto per vendere questi asset sul mercato. Per Moody’ è invece positiva la riduzione dei flussi di nuovi Npl attesa nel 2018 in quanto ridurrà gli accantonamenti e sosterrà la redditività. Tuttavia la capacità di generare utili resterà debole nel 2018 sulla scorta di una serie di fattori che pesano sui ricavi come, per esempio, i bassi tassi di interesse e la limitata crescita dei prestiti. Dal punto di vista della raccolta, il sistema italiano resta solido grazie all’alto peso dei depositi che riduce l’esigenza di rifinanziarsi all’ingrosso. Tuttavia, la prevista riduzione dei bond utilizzabili nel bail in mano al pubblico retail, ridurrà la protezione per i bond senior e per i depositanti in caso di risoluzione.
Oltre al noto contesto finanziario, il varo della manovra avviene in un periodo in cui continua e si rafforza la fuga degli italiani all’estero. Nel 2016, sono state 124.076 le persone espatriate, con un aumento del 15,4% rispetto al 2015. L’aumento è caratterizzato soprattutto dai giovani: oltre il 39% di chi ha lasciato l’Italia nell’ultimo anno ha tra i 18 e i 34 anni (+23,3%). Il 9,7% ha tra 50 e 64 anni: sono i disoccupati senza speranza rimasti senza lavoro. Dal 2006, la mobilità italiana è aumentata del 60,1%. Questi dati emergono dal Rapporto Italiani nel Mondo 2017 di Migrantes presentato oggi a Roma. Nel Rapporto si legge anche: “Le partenze non sono individuali ma di famiglia, intendendo sia il nucleo familiare più ‘ristretto’, ovvero quello che comprende i minori (oltre il 20%, di cui il 12,9% ha meno di 10 anni) sia la famiglia ‘allargata’, quella cioè in cui i genitori (ormai oltre la soglia dei 65 anni) diventano ‘accompagnatori e sostenitori’ del progetto migratorio dei figli (il 5,2% del totale). Le donne sono meno numerose in tutte le classi di età ad esclusione di quella degli over 85 anni (358 donne rispetto a 222 uomini): si tratta soprattutto di vedove che rispondono alla speranza di vita più lunga delle donne in generale rispetto agli uomini. Il continente prioritariamente scelto da chi ha spostato la sua residenza fuori dell’Italia nel corso del 2016 è stato quello europeo, seguito dall’America Settentrionale. Rispetto allo scorso anno, quando la Germania era stata la meta preferita, quest’anno il Regno Unito registra un primato assoluto tra tutte le destinazioni, seguito da Germania, Svizzera, Francia, Brasile e Usa. La Lombardia, con quasi 23 mila partenze, si conferma la prima regione per partenze, seguita dal Veneto (11.611), dalla Sicilia (11.501), dal Lazio (11.114) e dal Piemonte (9.022). C’è però una regione che presenta un dato negativo, ed è il Friuli Venezia Giulia, da cui nell’ultimo anno sono partite 300 persone in meno (-7,3%)”.

Sono quasi 5 milioni, al primo gennaio 2017, gli italiani che vivono all’estero secondo i dati delle iscrizioni all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero). Per la precisione, sono 4.973.942, che costituiscono l’8,2% degli oltre 60,5 milioni di residenti in Italia alla stessa data. Un numero che è costantemente aumentato negli anni (nel 2006 erano poco più di 3 milioni, +60,1%).  Oltre la metà risiede in un Paese europeo, ma le comunità italiane più numerose sono in Argentina (804mila), Germania (724mila) e Svizzera (606mila). E’ il Regno Unito, comunque, il Paese che ha visto aumentare le iscrizioni all’Aire (+27.602 nell’ultimo anno). Più della metà degli italiani residenti all’estero provengono da regioni del Sud. Aumentano i single, scendono i coniugati. In crescita anche gli italiani nati all’estero: dai circa 1,7 milioni del 2014 ai quasi 2 milioni del 2017.

La manovra non è certamente la panacea per tutti i mali del Paese ed è limitata dalle insufficienti risorse disponibili. L’assunzione di circa 1.500 nuovi ricercatori è sicuramente un segnale positivo ma ancora insufficiente. Tuttavia, un impegno importante il Governo potrebbe assumerlo: far emergere l’economia sommersa combattendo l’evasione e l’elusione sia fiscale che contributiva.

Salvatore Rondello

Inps, novità in materia Isee. Boeri, no a ricalcolo pensione mamme. Lavoro, la flessibilità non aiuta i giovani

Inps
NOVITÀ IN MATERIA ISEE

L’Isee è l’indicatore che serve per valutare e confrontare la situazione economica dei nuclei familiari che intendono richiedere una prestazione sociale agevolata. L’accesso a queste prestazioni, infatti, come ai servizi di pubblica utilità a condizioni agevolate (telefono fisso, luce, gas, ecc.) è legato al possesso di determinati requisiti soggettivi e alla situazione economica della famiglia.

Dall’1 gennaio 2015 l’Isee è stato profondamente rinnovato sia dal punto di vista delle regole di calcolo sia nelle procedure. Il nuovo Isee, per essere ancora più equo nel distribuire il costo delle prestazioni sociali e sociosanitarie tra i cittadini italiani, introduce migliori criteri di valutazione del reddito e del patrimonio, insieme a controlli più attenti.

Per ottenere la propria certificazione Isee è necessario compilare la Dichiarazione Sostitutiva Unica (Dsu), un documento che contiene le informazioni di carattere anagrafico, reddituale e patrimoniale necessarie a descrivere la situazione economica del nucleo familiare.

La normativa in materia di Isee prevede che la Dichiarazione sostitutiva unica (Dsu) possa essere presentata all’ente erogatore, ai Comuni o direttamente all’Inps in via telematica.

In prevalenza le Dichiarazioni sostitutive uniche sono compilate tramite i Caf, con i quali sono stati sottoscritti dall’Inps appositi accordi. L’ultima Convenzione, tenuto conto della disponibilità di bilancio, garantisce la copertura del servizio fino ad un limite, che si prevede possa essere raggiunto nella seconda metà di ottobre.

Successivamente le Dsu dovranno essere acquisite, su richiesta dell’utente, o presso le Strutture territoriali dell’Istituto, dagli operatori individuati a seguito della campagna formativa che l’Ente ha messo in atto, o acquisite direttamente dall’utente con il proprio Pin presso le postazioni self service disponibili nelle Agenzie periferiche.

Il messaggio dell’Ente di previdenza n. 3825/2017 al riguardo fornisce agli uffici decentrati dell’Inps opportune istruzioni tecniche e indicazioni amministrative per la gestione delle attività in materia. In particolare raccomanda agli addetti all’uopo preposti un approccio consulenziale personalizzato, integrato e proattivo, in conformità al nuovo modello di servizio.

Pensioni
APE SOCIAL E QUOTA 41, LE RISPOSTE NEGATIVE DELL’INPS

Si avvicina il 15 ottobre, data entro cui l’Inps dovrà dare le risposte alle domande per l’accesso all’Ape social presentate anche dai lavoratori precoci con i requisiti richiesti. Domande che erano state più numerose di quelle per cui erano state stanziate le risorse dal Governo con la scorsa Legge di bilancio. Alcune risposte sono arrivate e stanno continuando ad arrivare in questi giorni, ma come si può leggere dai post pubblicati sulla pagina Facebook Lavoratori precoci uniti a tutela dei propri diritti c’è chi si è visto respingere la richiesta di accesso all’Anticipo pensionistico agevolato e non riesce a capire perché. Qualcuno spiega di aver presentato in un secondo momento parte della documentazione richiesta, come peraltro era stato riconosciuto possibile fare. Tuttavia non mancano casi in cui nemmeno il patronato di riferimento sa fornire una risposta sulla causa reale del non accoglimento della domanda. Una motivazione come “no diritto” non sembra infatti poter essere accettabile per chi è certo di avere tutti i requisiti richiesti.

Boeri
NO AL TAGLIO DEI REQUISITI PER LA PENSIONE DELLE MAMME

No al taglio dei requisiti per il pensionamento anticipato delle mamme lavoratrici. A bocciare la richiesta che Cgil, Cisl e Uil hanno portato al confronto con il governo e che rinnoveranno ancora prossimamente, nel nuovo round previsto con il ministro del lavoro Poletti, è stato anche il presidente dell’Inps, Tito Boeri. ”Bisogna evitare scorciatoie perché il problema delle donne è quello di una forte discontinuità del lavoro. Quindi semmai dovrebbero, potendo, lavorare più a lungo, mentre così andrebbero in pensione con assegni più bassi”, ha spiegato Boeri sollevando l’irritazione di Cgil, Cisl e Uil che invece puntano a riconoscere il ruolo della maternità nel lavoro della donna ipotizzando uno sconto dei requisiti anagrafici con cui tutte le lavoratrici madri potrebbero lasciare l’occupazione con un anticipo massimo di 3 anni. Ma per Boeri invece un ipotetico sconto esteso a tutte le donne le esporrebbe anche al rischio di un pensionamento ‘involontario’. ”La scelta di andare in pensione non è sempre volontaria, ma viene presa anche dal datore di lavoro che potrebbe sfruttare così la possibilità di fare uscire anticipatamente le donne con figli licenziandola per ridurre la forza lavoro e obbligandole a prendere pensioni inferiori per il resto della vita”, ha precisato ancora ribadendo la sua idea di sempre: “Bisogna intervenire per agevolare l’accesso sul mercato del lavoro delle donne non il loro pensionamento” .Sì dunque a politiche che ne incentivino l’ingresso, no a interventi ad hoc e parziali”. Senza contare, ha detto ancora, della discriminazione che si produrrebbe nel mercato del lavoro. “Si potrebbe profilare una discriminazione tra le donne che lavorano e hanno figli e quelle invece che hanno privilegiato la carriera lavorativa. Se dunque l’obiettivo è quello di aiutare le donne nel lavoro questa proposta andrebbe nel senso esattamente contrario” ha aggiunto segnalando peraltro un possibile “effetto spiazzamento” che si potrebbe produrre rispetto a quelle lavoratrici-madri che hanno scelto di pensionarsi accedendo ad opzione donna che prevede il ricalcolo dell’assegno di chi è in un sistema misto secondo un sistema totalmente contributivo.

La strada da seguire, dunque, per Boeri, sta tutta negli incentivi all’occupazione femminile compresi il rafforzamento del congedo di paternità, ”obbligatorio ma preso solo da un terzo dei padri lavoratori”, e i vecchi voucher baby sitter o asili nido ancora largamente sottoutilizzati, ”ad utilizzarli solo in 7 mila persone”. Insorgono i sindacati impegnati in una partita con il governo lunga e delicata. La proposta di sconti nei requisiti delle lavoratrici madri offerti dal Welfare limitatamente alle donne in Ape social, infatti è considerata da tutti ”minimale” e insufficiente e Cgil, Cisl e Uil si apprestano a rilanciare le loro proposte. “Dichiarazioni decisamente fantasiose e singolari”, afferma la Cgil secondo la quale, come ha evidenziato il segretario confederale, Roberto Ghiselli ”l’anticipo pensionistico non sarebbe un obbligo, ma una facoltà da garantire alle donne e a chi svolge lavori di cura, e non sarebbe certo causa di licenziamento per le imprese”.

Parole bocciate anche dall’Ugl: ”Le sue apparenti preoccupazioni non trovano forza nella realtà, perché se le donne madri abbandonano prima il lavoro per una meritata pensione potrebbero favorire il ricambio con occupazione giovanile, cosa che è venuta meno con la riforma Fornero”, commenta il sindacato. Ma la partita si va surriscaldando soprattutto sul versante dell’aumento dell’età pensionabile di cui Cgil Cisl e Uil ancora una volta chiederanno il congelamento dello ‘scalone’ a 67 anni previsto nel 2019. Una ”questione dirimente”, come ha ripetuto ancora il leader Carmelo Barbgallo . I sindacati d’altra parte attendono una risposta definitiva e sono già in una situazione di pre-allerta. Nei giorni scorsi in una lettera inviata a tutte le strutture regionali hanno intanto dato il verde ad iniziative di mobilitazione, assemblee e attivi sindacali che prelude ad altre iniziative. ”Non resteremo con le mani in mano”, aveva già avvertito sempre Barbagallo in precedenza.

Lavoro
LA FLESSIBILITÀ NON AIUTA I GIOVANI

Cesare Damiano, i sindacati e altri sostenitori della flessibilità pensionistica, come pure Giuliano Poletti, hanno in diverse occasioni dichiarato che mandare in pensione prima gli italiani aiuterebbe a creare posti di lavoro per i giovani. Alessandra Del Boca e Antonietta Mundo, in un recente articolo pubblicato sul Corriere della Sera, ritengono però che le cose non funzionino in questo modo. “Nei paesi Ocse dove l’occupazione anziana è più alta, c’è la più alta occupazione giovanile, Banca d’Italia ci conferma che questo vale anche per il nostro Paese”. Le due autrici aggiungono che far uscire un lavoratore anziano con qualche anno di anticipo, “non aiuta il giovane perché il posto lasciato è diverso dal posto creato e le imprese non trovano le qualifiche che servono”. Dunque, dal loro punto di vista occorre aiutare i giovani investendo nella formazione, di modo che arrivino sul mercato del lavoro con le competenze richieste, magari aiutati anche da centri per l’impiego efficaci come in Germania.

Del Boca e Mundo scrivono anche che bloccare l’aumento dell’età pensionabile a partire dal 2019 sarebbe “un’ennesima cripto-salvaguardia destinata questa volta alle generazioni dei nati dopo il 1953, che lascerebbe a generazioni più giovani l’onere di pareggiare i conti”. Tuttavia, riconoscono che si potrebbe intervenire “sui lavori usuranti che riducono la speranza di vita del lavoratore, con criteri scientifici e per professione. L’Ape sociale è stata introdotta proprio per questo, no?”.

Carlo Pareto