Appello di Libera, Legambiente e sindacati per leggi contro le mafie

mafiaApprovare rapidamente leggi per rafforzare la prevenzione e il contrasto alle mafie e alla corruzione. Avviso Pubblico, Libera, Legambiente e i sindacati rivolgono un Appello al Governo e al Parlamento.
Approvare le misure riguardanti gli amministratori locali minacciati e intimiditi, le modifiche alla normativa in materia di beni e aziende confiscate alle mafie, la riforma della prescrizione dei processi, le misure di contrasto alla criminalità nel settore del gioco d’azzardo e quelle a favore dei testimoni di giustizia, e riconoscere ufficialmente il 21 marzo come Giornata nazionale della memoria in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.
Sono queste le richieste dell’Appello, sottoscritto dalle associazioni Avviso Pubblico, Libera, Legambiente e da tutti i sindacati (Cgil, Cisl e Uil), e inviato ai capigruppo di Camera e Senato delle varie forze politiche, ai Presidenti del Senato e della Camera, al Presidente della Repubblica e ai presidenti delle Commissioni Antimafia, Giustizia e Affari costituzionali.
Si tratta di progetti di legge per molti dei quali l’iter è già in uno stato avanzato di discussione e in attesa di approvazione.
Con l’approssimarsi della fine della legislatura, approvare questi provvedimenti sarebbe un modo concreto per rafforzare la prevenzione e il contrasto alle mafie e alla corruzione nonché una via per accrescere la credibilità delle istituzioni verso i cittadini.
Si eviterebbe di disperdere inoltre l’importante lavoro svolto durante questa legislatura dalle Camere e dal Senato, proprio mentre assistiamo ad un’aumentata e pericolosa pervasività e presenza dei mafiosi e dei corrotti nella vita politica ed economica del Paese, con danni ingenti per la democrazia e lo sviluppo dell’Italia.
Avviso Pubblico, Libera, Legambiente e i sindacati si rendono disponibili ad ogni forma di collaborazione possibile con altre associazioni e realtà, lasciando aperta la possibilità di sostenere e sottoscrivere l’Appello a tutti coloro che hanno a cuore il raggiungimento di questi obiettivi.
In questa legislatura il Parlamento ha approvato alcuni importanti provvedimenti di legge in materia di prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata e mafiosa e alla corruzione. Tra questi, ricordiamo quelli sullo scambio elettorale politico-mafioso, sulla corruzione e falso in bilancio, sui reati ambientali, sul caporalato e sul nuovo codice dei contratti e degli appalti, nonché alcuni decreti attuativi di atti normativi europei in materia. Tuttavia, non possiamo non evidenziare che alcune di queste riforme sono ancora incomplete. Inoltre, sono in attesa di approvazione altri importanti progetti di legge per molti dei quali l’iter è già in uno stato avanzato. Con la possibile fine anticipata della legislatura, vi è il rischio concreto che tutto questo importante lavoro possa essere disperso, mentre assistiamo ad un’aumentata e pericolosa pervasività e presenza dei mafiosi e dei corrotti nella vita politica ed economica del Paese, con danni ingenti per la democrazia e lo sviluppo dell’Italia.
Al fine di evitare questa situazione riteniamo importante che, prima dell’indizione delle prossime elezioni politiche, il Parlamento approvi in via definitiva alcuni importanti provvedimenti, tra i quali:

• le misure riguardanti gli amministratori locali minacciati ed intimiditi (AC 3891, Disposizioni in materia di contrasto al fenomeno delle intimidazioni ai danni degli amministratori locali);
• il riconoscimento ufficiale del 21 marzo come Giornata nazionale della memoria in ricordo delle vittime delle mafie (AC 3683, Istituzione della Giornata della memoria e dell’impegno per le vittime delle mafie);
• le modifiche alla normativa in materia di beni e aziende confiscate alle mafie, stralciando eventualmente questa parte dal complesso disegno di riforma del codice antimafia (AS 2134 e abbinati. Modifiche al codice antimafia, al codice penale e al codice di procedura penale. Delega al governo per la tutela del lavoro nelle aziende sequestrate e confiscate);
• la riforma della prescrizione dei processi (AS 2067, Modifiche al codice penale e al codice di procedura penale per il rafforzamento delle garanzie difensive e la durata ragionevole dei processi nonché all’ordinamento penitenziario per l’effettività rieducativa della pena);
• le misure di contrasto della criminalità nel settore del gioco d’azzardo, secondo le proposte elaborate dalla Commissione antimafia (Doc. XXIII, n. 18);
• le misure a favore dei testimoni di giustizia, secondo le proposte contenute nelle Disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia (AC 3500).

Confidiamo che questo appello venga accolto rapidamente da tutte le forze politiche presenti in Parlamento e nel Governo e sia così possibile approvare prima della fine della legislatura i provvedimenti sopra citati. Sarebbe questo un modo concreto per rafforzare la prevenzione e il contrasto alle mafie e alla corruzione nonché una via per accrescere la credibilità delle istituzioni verso i cittadini.
Le associazioni e le altre realtà proponenti e firmatarie di questo appello si rendono fin da ora disponibili ad ogni forma di collaborazione possibile, finalizzata al raggiungimento degli obiettivi sopra esposti.

Avviso Pubblico, Libera, Legambiente, Cgil, Cisl, Uil

IL GIUDIZIO

poletti-camusso-675-675x275Dopo una lunga attesa arriva finalmente il verdetto della Consulta sul referendum sull’articolo 18 voluto dal sindacato della Cgil. Il quesito referendario che avrebbe reintrodotto l’art.18 e smontato il Jobs act, è stato bocciato dalla Corte Costituzionale.
Nell’odierna camera di consiglio la Corte Costituzionale ha dichiarato: ammissibile la richiesta di referendum denominato “abrogazione disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti” (n. 170 Reg. Referendum); ammissibile la richiesta di referendum denominato “abrogazione disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)” (n. 171 Reg. Referendum); inammissibile la richiesta di referendum denominato “abrogazione delle disposizioni in materia di licenziamenti illegittimi ” (n. 169 Reg. Referendum).
Ma la Cgil non si arrende, Susanna Camusso dopo la sentenza ha annunciato: “Continueremo la nostra iniziativa contrattuale e valuteremo di ricorrere alla Corte Europea, perché siamo convinti di aver rispettato le regole”. Mentre da parte del Professor Vittorio Angiolini, legale che ha rappresentato le istanze della Cgil di fronte alla Corte Costituzionale sui referendum sul Jobs Act l’attenzione resta sui voucher: “Ora sui voucher è necessario che il Governo appronti modifiche sostanziali”. E aggiunge: “Prima del referendum, con la tracciabilità dei voucher – spiega l’avvocato – c’era già stato un intervento correttivo che però non è stato sufficiente. Anche una nuova normativa che venisse predisposta ora, deve soddisfare il quesito referendario. Lo strumento dei voucher, che è stato introdotto per le prestazioni occasionali e per rendere trasparente il lavoro nero, è stato usato in maniera scorretta e impropria. Serve una modifica che riformi la sostanza dell’istituto”.
“Da oggi inizia la campagna elettorale sui due sì al referendum sui voucher e sugli appalti, sarà una grande e impegnativa campagna elettorale, il tema è: ‘Libera il lavoro'”, ha detto Susanna Camusso. “Da oggi chiederemo tutti i giorni al governo la data in cui si voterà”. La richiesta del segretario Cgil sui voucher è: nessun correttivo ma il coraggio di azzerarli. “Abbiamo sentito il presidente del consiglio parlare di correttivi. I voucher sono uno strumento malato, bisogna avere il coraggio di azzerare una cosa che promette solo malattia”, ha affermato. Infine, per rispondere ad alcune critiche che erano piovute sul suo sindacato, Camusso ha detto che la Cgil utilizza in voucher l’equivalente di 3 persone e mezzo all’anno, secondo dati forniti dall’Inps.
La decisione come al solito ha diviso il mondo politico tra chi commenta positivamente il giudizio della Consulta e chi invece parla di una sentenza “politica”. La prima a sottolinearlo è stata proprio la Camusso: “Si è dato per scontato l’intervento del governo e dell’Avvocatura che invece non era dovuto ed è stata una scelta politica”.
“Prendiamo atto con rispetto e grande soddisfazione del pronunciamento della Corte Costituzionale sui quesiti referendari. Ciò consente di proseguire, senza cesure, il percorso di riforma del mercato del lavoro, per migliorarne le condizioni nei confronti dei lavoratori rendendolo, nel contempo, più efficiente”. Afferma Lorenzo Guerini, vicesegretario del Partito Democratico.
Su Twitter Andrea Marcucci, senatore Pd, scrive: “Una decisione ineccepibile della Consulta sull’articolo 18. Jobs act è una buona legge, sui voucher sono necessarie modifiche”.


Da parte di Sinistra Italiana invece la decisione è inconcepibile. “Con tutto il dovuto rispetto per le sentenze della Corte Costituzionale, non condividiamo la decisione di dichiarare inammissibile il più importante e significativo tra i referendum sul lavoro, quello sull’art. 18”. Afferma la capogruppo di Sinistra italiana al Senato Loredana De Petris, presidente del Gruppo Misto. “Dal momento che in circostanze analoghe erano stati dichiarati ammissibili altri referendum, è difficile evitare il dubbio che abbiano prevalso considerazioni di natura politica più che costituzionale”. Dice ancora la capogruppo di Sinistra italiana che invita il Governo ad agire: “Ora è dovere del governo fissare subito la data dei due referendum approvati dalla Corte e non cercare di aggirarli con espedienti e trucchi. Ricordiamo che il quesito referendario propone l’abolizione dei voucher e non una loro semplice revisione: rimaneggiare i voucher per evitare il referendum significherebbe espropriare il popolo del suo diritto costituzionale a esprimersi col referendum”.
Fuori dal coro invece il giudizio di Cesare Damiano, Pd. “I problemi sollevati dai referendum sul lavoro – afferma Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro alla Camera – vanno comunque affrontati perché evidenziano alcune criticità: l’abuso dei voucher, la tutela dei lavoratori nella catena degli appalti e la crescita, dopo il Jobs Act, dei licenziamenti per motivi disciplinari. Tocca ora alla politica intervenire, indipendentemente dalla tenuta dei Referendum”.
Dalla Lega invece arriva invece l’invito alla Corte Costituzionale di affrettarsi sulla legge elettorale. “La Consulta ha lavorato bene, dimostrando piena autonomia, adesso ci aspettiamo che lavori altrettanto bene, e rapidamente, per arrivare subito ad una sentenza sulla legge elettorale, in modo da poter tornare al voto il prima possibile”. Lo afferma il senatore Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato e responsabile organizzazione e territorio della Lega Nord. “Comunque il dato che politicamente oggi emerge è che, a poco più di un mese dal referendum che lo ha spazzato via e dalle sue dimissioni, Renzi ormai non conta proprio più nulla”, conclude.
Non entra nel merito della sentenza, ma attacca il Governo il vicepresidente M5s della Camera, Luigi Di Maio: “Questa primavera saremo chiamati a votare per il referendum che elimina la schiavitù dei voucher. Sarà la spallata definitiva al Pd, a quel partito che ha massacrato i lavoratori più di qualunque altro e mentre lo faceva osava anche definirsi di sinistra!”

Corte Costituzionale, come funziona, cosa decide

Consulta-BesostriNei prossimi giorni sono attese sentenze su due materie di grande importanza per l’agenda politica, il jobs act e l’italicum. Visto il notevole impatto di alcuni recenti pronunciamenti, già da diversi mesi la consulta e le sue decisioni sono al centro dell’attenzione.

Funzioni e attività della corte costituzionale

L’articolo 134 della costituzione italiana prevede che la corte costituzionale, oltre a giudicare la legittimità delle leggi, sia competente sui conflitti tra organi dello stato, sui conflitti tra stato e regioni, che giudichi sulle accuse al presidente della repubblica e stabilisca l’ammissibilità delle richieste di referendum abrogativi.

Il giudizio di legittimità costituzionale avviene di solito in via incidentale. Cioè se nel corso di un qualsiasi processo un giudice, di sua iniziativa o su richiesta di una delle parti, ritiene dubbia la costituzionalità di una norma può rinviarla al giudizio della corte costituzionale. Per esempio, nel caso dell’ultima sentenza che ha dichiarato incostituzionali alcune parti della legge 40, la questione è stata sollevata dal tribunale di Napoli nel corso di un processo penale in cui alcuni medici erano accusati di reati previsti da questa legge. Il giudice aveva dei dubbi sulla costituzionalità di queste norme ed avendone valutata la «rilevanza e la non manifesta infondatezza» ha deciso di porre alla corte la questione di legittimità costituzionale. In questo modo i giudici svolgono un ruolo di “portiere del giudizio di costituzionalità” evitando che la consulta venga investita da troppe richieste non rilevanti.

Il ricorso in via principale invece avviene per i conflitti di attribuzione tra stato e regione, o tra regioni. Questo succede quando una di queste istituzioni ritiene che un’altra abbia invaso, con un atto legislativo, la sua sfera di competenza. In questo caso può essere fatto ricorso presso la corte in via principale, senza quindi dover prima passare da un giudice ordinario. Quando il ricorso riguarda atti non legislativi è chiamato conflitto tra enti. Questo tipo di conflitti, un tempo abbastanza limitati, dopo la riforma costituzionale del 2001 sono molto aumentati, arrivando a pesare di più sul totale dei giudizi.

Per atti non legislativi, alla corte compete anche il giudizio sui conflitti tra poteri dello stato. È questo ad esempio il caso di conflitti tra un ministro e un pubblico ministero o tra un ministro e il capo dello stato.

La corte giudica inoltre sull’ammissibilità dei referendum abrogativi dopo che l’ufficio centrale della corte di cassazione ha ritenuto regolari le richieste. La consulta valuta innanzitutto che il quesito non tocchi materie che la costituzione esplicitamente esclude dal voto referendario: leggi tributarie, leggi di bilancio, leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, leggi di amnistia e di indulto. Inoltre la corte negli anni ha ritenuto di estendere il proprio giudizio anche a principi generali ricavabili dalla costituzione.

Infine la corte giudica sulle accuse al presidente della repubblica, che possono essere di alto tradimento o attentato alla costituzione. Affinché questo processo sia avviato il presidente della repubblica deve essere messo sotto stato di accusa dalla maggioranza assoluta del parlamento, in seguito il processo viene portato avanti dalla corte costituzionale con l’aggiunta di sedici giudici popolari (cittadini sopra i cinquant’anni estratti a sorte). Questo tipo di giudizio non ha per ora mai avuto luogo anche se per ben tre volte è stato proposto l’avvio della procedura. Tuttavia solo una volta, nel 1991, la messa in stato d’accusa è stata formalmente presentata in parlamento dal Pds nei confronti dell’allora presidente Cossiga.
La composizione della corte

Dato il suo ruolo di garanzia la corte deve esprimere il massimo dell’imparzialità e della competenza, per questo la costituzione ha previsto che i suoi componenti venissero scelti da diverse istituzioni con procedimenti complessi. Innanzitutto, per essere nominati, i membri della corte devono provenire o da supreme magistrature o essere professori ordinari di diritto, oppure avvocati con almeno venti anni di esperienza. Dei quindici membri che la compongono, un terzo viene eletto dalle supreme magistrature, un terzo dal parlamento in seduta comune e un terzo dal capo dello stato.

L’elezione di cinque giudici da parte delle supreme magistrature è a sua volta ripartita in modo che tre giudici siano eletti dalla corte di cassazione, uno dal consiglio di stato e uno dalla corte dei conti. L’elezione avviene in ogni caso a maggioranza assoluta, con eventuale ballottaggio.

L’elezione da parte del parlamento è quella più complessa. Infatti per evitare nomine di parte, è richiesta una maggioranza dei due terzi dei componenti per i primi due scrutini e di tre quinti in quelli successivi.

Infine il presidente della repubblica nomina gli altri cinque membri, considerando le scelte del parlamento in funzione di riequilibrio.

I giudici sono eletti per nove anni (originariamente dodici) – una durata maggiore di ogni altra carica dello stato – e la loro successione avviene in modo graduale. In questo modo si cerca di evitare che cambiando troppi giudici in breve tempo, si modifichi bruscamente l’orientamento della corte. Dal 1956 a oggi sono già stati centodieci i giudici designati alla consulta , di cui quaranta eletti presidenti della corte. Non è richiesta una soglia minima di età per accedere alla corte ma in base agli altri requisiti richiesti di solito i giudici entrano in carica in età avanzata.
La corte è un organo collegiale e prende le sue decisioni collettivamente. Dunque è importante che la corte sia quanto più possibile al completo, per non rallentarne i lavori e perché è necessaria la presenza di almeno undici giudici affinché possa deliberare. I giudici dovrebbero essere 15, tuttavia spesso accade che siano meno a causa di ritardi, da parte del parlamento, nella sostituzione di un membro uscente. Nella seconda metà del 2015 si è arrivati ad avere solo dodici giudici costituzionali, giusto uno in più rispetto al numero legale. Finalmente a dicembre, arrivato al trentaduesimo scrutinio, il parlamento è riuscito a eleggere i tre giudici necessari a ripristinare il plenum. Ad oggi ne sono 14 e la nomina del membro mancante spetta al parlamento.

Il presidente è considerato primus inter pares, dunque il suo voto vale come quello degli altri giudici, eccetto in casi di parità. È eletto a maggioranza assoluta, con eventuale ballottaggio, per tre anni. Il mandato sarebbe rinnovabile, tuttavia accade spesso che un presidente non termini neanche il primo mandato, visto che solitamente la scelta ricade tra uno dei membri più anziani. Al presidente spetta di definire il calendario dei lavori e assegnare a ciascun giudice il compito di relatore per le cause. Di solito queste funzioni non sollevano problemi, ma per il giudizio di costituzionalità sull’italicum ha suscitato diverse polemiche la decisione di spostare l’udienza a dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre e poi al al 24 gennaio 2017.

La necessità di mantenere il carattere d’indipendenza e imparzialità della corte non ha impedito di designare giudici costituzionali che, negli anni, hanno avuto anche ruoli politici. Alcuni giudici costituzionali sono stati scelti tra ex parlamentari, membri dell’assemblea costituente, ministri e addirittura presidenti del consiglio, come nel caso di Giuliano Amato. Altre volte invece è successo che i giudici abbiano ricoperto ruoli di rilievo politico dopo aver concluso il loro mandato presso la corte, magari in virtù delle loro competenze. Questo è accaduto spesso durante governi cosiddetti “tecnici”, come nel caso del governo Ciampi o di quello Monti. Talvolta inoltre è capitato che alcuni giudici abbiano ricoperto ruoli politici sia prima che dopo il loro incarico alla consulta. È questo il caso dell’attuale presidente della repubblica che, prima di essere eletto alla corte costituzionale, è stato molti anni parlamentare, nonché ministro della difesa. Un altro caso eccellente è quello di De Nicola che dopo essere stato il primo presidente della repubblica e il primo presidente della corte costituzionale si è dimesso da questo ruolo ed è stato eletto al senato.
Per quanto riguarda la rappresentanza di genere, la corte costituzionale è stato un organo a composizione esclusivamente maschile fino al 1996 , quando l’avvocata Fernanda Contri è stata nominata giudice dal presidente Scalfaro. Dal 1956 a oggi sono state cinque le giudici della corte costituzionale rispetto a centocinque uomini (4,5%) . Attualmente sono tre le giudici in carica (20%). Dunque, anche se ancora in netta minoranza, si può vedere un progressivo riequilibrio di genere. È anche interessante notare che tranne l’ultima designazione femminile in ordine di tempo, quella di Silvana Sciarra, tutte le altre giudici sono state nominate da presidenti della repubblica.

Le principali sentenze di incostituzionalità degli ultimi anni

Nell’ultimo decennio alcune sentenze della corte hanno influito in maniera rilevante su temi di primo piano del dibattito politico nazionale. Tre in particolare hanno suscitato un certo scalpore: le sentenze sulla legge 40, sulla Fini-Giovanardi e sul porcellum.

La legge 40 sulla procreazione assistita è stata oggetto di ben quattro sentenze di illegittimità da parte della corte . Sentenze che hanno stabilito l’incostituzionalità di articoli molto importanti per l’impianto della legge, come il divieto per le coppie fertili, Il divieto di fecondazione eterologa, l’obbligo di impiantare al massimo tre embrioni tutti insieme e il divieto di selezione gli embrioni in caso di patologie genetiche (qui si può leggere la sentenza più recente).

Sulla Fini-Giovanardi – la legge che disciplinava l’uso delle sostanze stupefacenti – la corte costituzionale è intervenuta nel 2014. Con questa sentenza la consulta non è entrata nel merito del decreto ma sulla modalità della sua approvazione. Secondo la corte infatti la materia trattata era estranea all’oggetto del decreto e per questo incostituzionale. In questo modo la corte ha abrogato la Fini-Giovanardi ripristinando la disciplina precedente, ovvero la legge Iervolino-Vassalli.

Infine la sentenza che ha dichiarato incostituzionali alcuni aspetti del porcellum è stata importante per due ragioni. Prima di tutto per i suoi effetti politici, con il parlamento che ha dovuto formulare un’altra legge elettorale. La corte ha infatti dichiarato incostituzionale sia il premio di maggioranza senza soglia, che potrebbe portare a eccessive distorsioni nella rappresentanza, sia le liste bloccate troppo ampie, che non consentono all’elettore di capire chi sta effettivamente eleggendo. In secondo luogo la sentenza è importante da un punto di vista giuridico perché è una novità nell’azione di controllo della corte. Infatti non era mai successo prima che la consulta si pronunciasse su una legge elettorale. Questo perché la possibilità che durante un processo venga sollevata, in via incidentale, una questione di costituzionalità sulla legge elettorale è a dir poco remota. Tant’è che da più parti negli anni era stata sostenuta la necessità di una riforma che colmasse questa lacuna. Con questa decisione la corte ha sostanzialmente compiuto questa riforma tramite una sentenza, motivandola con la necessità di non avere zone franche rispetto al giudizio di costituzionalità.

La questione ha comunque sollevato un ampio dibattito e molti dubbi tra i costituzionalisti. Il punto sta nel fatto che l’oggetto dei due giudizi (quello davanti al giudice ordinario e quello costituzionale) dovrebbe essere diverso, o almeno così si è fin ora ritenuto in dottrina. In questo caso invece il ricorrente ha fatto causa alla presidenza del consiglio sostenendo che la legge elettorale (il porcellum) avesse leso il suo diritto di voto, violando quindi la costituzione. La questione posta al giudice ordinario e al giudice costituzionale era dunque la stessa. Così facendo si corre però il rischio svuotare il senso del giudizio per via incidentale, permettendo a chiunque di porre una questione di rilevanza costituzionale direttamente di fronte a un giudice.

Gennaio 2016: due sentenze decisive

Nei prossimi giorni la consulta dovrà decidere su due materie di primo piano nell’agenda politica nazionale . L’11 gennaio la corte dovrà rispondere sull’ammissibilità costituzionale del referendum abrogativo sul Jobs Act, mentre il 24 sarà la volta del giudizio di costituzionalità sull’Italicum.

Non è un caso che la corte si trovi a decidere sull’ammissibilità del referendum sul jobs act in questi giorni. Secondo la legge che disciplina la presentazione dei referendum, la corte ogni gennaio dedica al tema una speciale seduta, in cui racchiude tutti i giudizi di questo tipo per l’anno corrente. In questo modo la data in cui tenere i referendum abrogativi può essere stabilità tra il 15 aprile e il 15 giugno.

I quesiti referendari proposti dalla Cgil sono tre: il ripristino del reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa; l’eliminazione dei voucher; la responsabilità e il controllo sugli appalti. Il primo è quello su cui c’è maggiore incertezza sulla sua ammissibilità. Infatti il quesito non si limita a ripristinare l’articolo 18 per come era prima della riforma, ma prevede il reintegro anche per le imprese sopra i 5 dipendenti. Dunque, secondo alcuni commentatori, visto che si tratta di un referendum abrogativo, questa formulazione rischia di essere ritenuta inammissibile, in quanto non si limiterebbe ad abrogare una norma ma ne creerebbe una nuova.
Il secondo giudizio atteso a gennaio è sull’italicum. Tra le questioni ammesse dalla corte le più discusse riguardano il premio di maggioranza e i capolista bloccati. Rispetto al premio di maggioranza, in fase di approvazione dell’italicum, erano state considerate le motivazioni della corte fatte nella sentenza sul porcellum. Ed era stata inserita la soglia del 40% per accedere al premio di maggioranza, e il ballottaggio nel caso in cui nessuno raggiungesse quella quota. Adesso viene però contestata l’assenza di un quorum minimo di votanti, senza il quale, secondo i ricorrenti, può capitare che una minoranza molto ristretta di elettori garantisca a una lista una maggioranza di seggi troppo sproporzionata rispetto ai voti ricevuti. Rispetto al sistema dei capolista bloccati invece i ricorrenti contestano che «la grande maggioranza dei deputati […] verrà automaticamente eletta senza essere passata attraverso il vaglio preferenziale degli elettori».

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Nel 2017 arrivano i bonus della Legge di bilancio
per le future mamme

Inps

BONUS 2017 PER LE FUTURE MAMME

Nel testo della Legge di Bilancio 2017 ci sono diversi contributi e bonus per le famiglie. Tra questi c’è il nuovo bonus nascite chiamato da molti “bonus mamme domani”, o anche “bonus mamme future”. Si chiama così perché a differenza del bonus bebè, questo viene erogato prima della nascita del bambino. Dopo il Bonus Bebè quindi arriva un nuovo aiuto economico per le famiglie, il bonus mamme domani. Vediamo, in breve, chi può richiedere il nuovo bonus mamme e come funziona il beneficio per le future mamme. Con la Legge di Bilancio 2017, come detto, sono stati confermati diversi interventi a sostegno dei nuclei familiari e ne sono stati introdotti anche di nuovi, come appunto il bonus mamme domani per le donne incinte. Si tratta di un contributo differente dal bonus bebè, poiché riguarda le donne in gravidanza. Oltre al bonus mamme domani, nella Legge di Stabilità è anche previsto tra l’altro il voucher da 1.000€ destinato alle famiglie per sostenere le spese d’iscrizione degli asili nido pubblici e privati. Ed è stato confermato inoltre il bonus bebè per 3 anni, mentre il Sia, la social card per il sostegno all’inclusione attiva, è stato esteso su tutto il territorio nazionale. Per tutti questi interventi a sostegno delle famiglie, compresa l’introduzione del nuovo bonus mamme, sono stati stanziati 600 milioni di euro. Ecco, in estrema sintesi, tutto quello che c’è da sapere sul bonus mamme domani 2017. Come fare domanda? Quali sono i requisiti?

Bonus mamme 2017: come funziona?

Cos’è il nuovo bonus mamme domani 2017? Se siete in dolce attesa sarete sicuramente interessate al nuovo bonus da 800€ per le donne incinte. Si tratta di una misura prefigurata dalla Legge di Bilancio 2017 il cui obiettivo è sostenere il reddito delle donne in gravidanza che soddisfano determinati requisiti. Infatti, come è risaputo, tra ecografie, visite specialistiche e farmaci, durante la gravidanza vengono spesi molti soldi. Senza dimenticare quelli che vanno sborsati per l’acquisto dei prodotti per la prima infanzia. Per questo motivo il Governo ha scelto di corrispondere un bonus di 800€ per le future mamme. Questo non è l’unico intervento della Legge di Stabilità a sostegno delle famiglie, poiché come già citato c’è stata la riconferma del bonus bebè, un contributo di 960€ per i primi tre anni di vita del bambino, e del bonus baby sitter, pari a 600€ per tutte le famiglie che rinunciano al congedo facoltativo. Il bonus 800€ per il premio alla nascita verrà pagato in unica soluzione dall’Inps e non concorre alla formazione del reddito complessivo. Ma, per richiedere il bonus mamme domani è indispensabile avere un Isee necessariamente non elevato? Vediamo.

Bonus mamme domani 2017, requisiti: chi può richiederlo?

I primi mesi di gravidanza, dal punto di vista medico, sono i più a “rischio”. Per questo motivo per richiedere il bonus mamme occorrerà aver superato il 7° mese di gravidanza. Inizialmente si pensava che per richiedere il bonus per le donne incinte bisognasse avere un reddito Isee non superiore ai 25mila euro. Tuttavia, l’emendamento che proponeva la soglia Isee di 25mila euro per fruire del bonus mamme domani e del bonus asilo nido non è stato approvato alla Camera dei Deputati. Quindi, questo bonus nascite sarà destinato a tutte le future mamme.

Bonus mamme domani 2017: perché dopo il 7° mese?

Probabilmente in tanti si sono chiesti perché il bonus nascite verrà erogato solamente dopo il settimo mese di gravidanza. La risposta è semplice, anzi ci sono due motivazioni differenti, una economica e l’altra medica. Il primo motivo attiene l’aumento delle spese che solitamente c’è dopo il settimo mese, quando bisogna cominciare ad acquistare tutto il materiale che servirà per i primi mesi del nascituro. Il secondo è un motivo esclusivamente medico. Difatti, dopo il settimo mese gli episodi di interruzione involontaria della gravidanza sono più rari.

Bonus mamme domani 2017: come fare domanda?

Per fare richiesta di accesso al beneficio previdenziale occorrerà attendere il nuovo anno. Infatti, il bonus mamme entrerà in vigore solamente nel 2017 quando verrà emanato un decreto attuativo e una circolare Inps in cui verranno chiarite tutte le condizioni per richiedere il beneficio. Trattandosi di un bonus Inps, però, la procedura per l’invio dell’istanza dovrebbe essere la stessa di quella del bonus bebè e del voucher baby sitter. Quindi, la domanda andrà trasmessa all’Istituto per via telematica. E cioè: direttamente online se si possiede il Pin dispositivo Inps. Anche in questo caso, però, bisognerà aspettare che l’Ente di previdenza emani una circolare con tutte le informazioni; oppure telefonando al numero verde Inps; o, infine, chiedendo informazione a Caf e Patronati o a qualsiasi ente intermediario abilitato ad autorizzare l’invio telematico delle domande Inps.

Inps a porte aperte

IL PATRIMONIO IMMOBILIARE DA REDDITO DELL’INPS

Prosegue l’operazione trasparenza “Inps a porte aperte”.

La sezione è dedicata a migliorare il rapporto informativo tra Ente e cittadini, al di là degli obblighi prescritti dalla legge. L’obiettivo è quello di rendere più chiare le regole previste per la composizione e l’effettivo funzionamento dei maggiori fondi speciali gestiti dall’Istituto e di quelle categorie di lavoratori che usufruiscono di particolari regole contributive e previdenziali e nel contempo di rendere noti i principali meccanismi di funzionamento dall’Istituto. L’iniziativa fa parte di quell’operazione trasparenza annunciata dal presidente Inps, Tito Boeri, all’atto del suo insediamento. E’ stata recentemente pubblicata una scheda informativa sul patrimonio immobiliare da reddito dell’Inps. Il patrimonio immobiliare dell’Inps è classificabile in 3 categorie:

  • sedi strutturali dell’Istituto;
  • strutture sociali;
  • patrimonio a reddito.

La scheda appena pubblicata dall’Ente di previdenza si occupa della terza categoria composta di circa 30.000 unità immobiliari, suddivise fra unità residue delle operazioni di cartolarizzazione, SCIP1 e SCIP2, (25.000 unità restituite all’Inps dopo la chiusura delle 2 operazioni) e unità immobiliari non cartolarizzate (5.000 unità), per un valore complessivo di circa 2,5 miliardi di euro. Il patrimonio da reddito risulta prevalentemente riconducibile ai soppressi enti previdenziali Inpdap e Inpdai (89% circa delle unità immobiliari di proprietà e del relativo valore). Quasi il 50% delle unità immobiliari dell’Istituto ha un valore di bilancio inferiore a 20.000 euro. In termini di destinazioni funzionali, il patrimonio da reddito si compone per:

  • circa il 36% di unità immobiliari a destinazione abitativa, che rappresentano il 52% del valore;
  • circa il 16% di unità con destinazioni uffici, commerciale e logistica, che rappresentano il 34% del valore totale;
  • circa il 44% da unità secondarie e/o minori (box/posti auto, cantine, ecc.), che rappresentano il 9% del valore totale.

L’Inps procede alla messa a reddito delle unità immobiliari non soggette a vincoli di legge attraverso avvisi pubblici a cura delle Direzioni Regionali ovvero del Gestore affidatario. Nella scheda resa accessibile sul sito sono riportati dati e approfondimenti

Csc

TRA 2013 E 2018 905MILA POSTI DI LAVORO IN PIU’

In cinque anni, tra il 2013 ed il 2018, l’occupazione potrebbe registrare un aumento di 905mila posti di lavoro. A stimare il dato atteso nel prossimo biennio è il Csc nella sue previsioni invernali calcolando però come il recupero dell’occupazione resti comunque ancora inferiore per oltre 1 milione di unità rispetto ai livelli pre crisi del 2008. Nello specifico per il prossimo triennio Confindustria stima un incremento dell’occupazione stimata in Ula del +1,1% quest’anno, +0,6% nel 2017 e +0,7% nel 2018 tornando così alla fine del periodo previsivo a 24,1 milioni di unità, appunto 905mila sopra al minimo di fine 2013. In “graduale calo” per il Csc anche la disoccupazione che dall’11,4% del 2016 scende all’11,% nel 2017 per toccare il 10,5% nel 2018. Un tasso che fletterà, si legge ancora nel Report, “anche a causa dello stallo del processo di revisione delle politiche attive” e a fronte di “tassi di crescita della forza lavoro più contenuti”.

Lavoro e Jobs Act

CONSULTA, L’11 GENNAIO ESAME DEI 3 REFERENDUM ABROGATIVI

L’11 gennaio 2017 la Corte Costituzionale esaminerà l’ammissibilità delle richieste relative a tre referendum popolari abrogativi in materia di lavoro e Jobs act, richieste dichiarate conformi lo scorso 9 dicembre dall’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione. I tre quesiti sono relativi a: “Abrogazione disposizioni in materia di licenziamenti illegittimi”, “Abrogazione disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti” e “Abrogazione disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)”.

Per il leader di Confindustria, Vincenzo Boccia, il referendum della Cgil per l’abolizione di alcune norme del Jobs act aggiunge “nuova incertezza e aggrava l’ansia del Paese”. “Se il referendum arriva cosa accade? Io imprenditore attendo e non assumo. E questo – ha osservato – è il capolavoro italiano dell’ansietà, di far vivere il Paese in un clima perenne di incertezza totale”.

Agenzie Entrate

IN 2017 CACCIA AI GRANDI EVASORI

Lotta senza quartiere all’evasione e alle frodi Iva e controlli che si concentreranno sui contribuenti più a rischio, sui grandi evasori. Sono le linee guida dettate dall’Agenzia delle entrate ai suoi uffici con gli obiettivi 2017, per superare i target di recupero degli ultimi due anni (circa 15 miliardi). Nella lettera di budget si chiede anche di agire ”con rapidità” sul fronte della voluntary bis e di proseguire, intensificandola, con l’azione volta all’adempimento spontaneo, dopo l’invio già nel 2016 di circa 700mila lettere di avviso bonario.

Carlo Pareto

Referendum Jobs Act, torna la partita dei diritti

camusso-poletti-420x235-480882Per non lasciare l’Italia in astinenza di tormentoni ecco rispuntare con prepotenza l’articolo 18 soppresso di fatto dal Jobs act e che è oggetto del referendum della Cgil assieme ad altre mine vaganti come quella, ormai di massa, dei voucher.

Di quel referendum si era persa memoria, ma oggi l’appuntamento rimbalza agli onori della cronaca invadendo i media soprattutto in virtù del potenziale che porta con sè: dare la spallata finale a Renzi che del Jobs act ha fatto una bandiera. Incautamente il Ministro Poletti ha messo subito le mani avanti: si vada alle elezioni così si scongiurerà l’eventuale referendum che attende però ancora il via libera. L’uscita dell’impolitico Poletti (complimento involontario?) ha scatenato un putiferio di reazioni che appare come una… ristampa degli schieramenti del 4 dicembre, ma che non fa i conti con il Paese reale il cui sentiment è sempre più difficile da decifrare, anche se la componente protestataria è forte e rischia di diventarlo ancor di più se l’economia virerà verso fasi di stagnazione.

La storia dell’art. 18 è nota: un padre dello Statuto come Gino Giugni lo aveva previsto in una delle ultime stesure solo per tentare di ampliare il consenso parlamentare che vedeva il Pci arroccato su una posizione ideologica che negava diritto di cittadinanza a scelte sul lavoro che non lo vedessero protagonista diretto, malgrado quelle norme fossero il frutto di lotte unitarie di lavoratori e sindacati (in particolare dell’industria). Tanto che i comunisti non andarono oltre l’astensione nella votazione sullo Statuto. Successivamente quella norma si rivelò essere certamente un elemento di rigidità eccessivo che malgrado tutto fu assorbito nel tempo, malgrado ricorrenti mal di pancia industriali.

Negli anni ’90 la questione tornò in auge e vide ad esempio contrapporsi sul tema di una maggiore flessibilità del lavoro D’Alema ed il leader della Cgil Cofferati. In D’Alema la concessione alla revisione non fu altro che il tentativo di allearsi con quei grandi gruppi imprenditoriali e di potere finanziario, orfani della prima Repubblica, per rafforzare il potere post comunista. Per Cofferati fu invece una tappa necessaria per la conquista di una leadership a sinistra, ma anche un modo necessario per non spaccare la Cgil proprio quando balenava l’idea di semplificare il panorama sindacale, isolando il maggiore dei sindacati. Il merito come al solito cedette il passo alle strategie politiche.

A posteriori va detto però che negli anni ’90 aver aperto il rubinetto dei licenziamenti poteva solo aggravare e non di poco una situazione occupazionale sull’orlo del collasso. Oggi però, a parere di chi scrive, tornare totalmente indietro sarebbe anacronistico. Il mercato del lavoro è cambiato profondamente, la difficile priorità sembra essere quella di crearlo il lavoro. Il governo Renzi con furbizia ha accompagnato il varo del Jobs act ad incentivi che per mesi hanno favorito le assunzioni. Peccato che il loro ridimensionamento ha impietosamente messo in luce la modestia del tentativo riformatore. Il perdurare delle incertezze sul futuro, l’assenza di politiche economiche espansive, la carenza di investimenti privati ha fatto il resto. E sono ripresi i licenziamenti. A questo punto andrebbe fatta una riflessione sul comportamento degli imprenditori che molto hanno preso, poco hanno dato in termini di rischio e soprattutto in termini di propensione ad investire.

Il loro debito nei confronti della società italiana sta crescendo senza che da parte loro venga un mutamento reale di rotta. Inoltre il mercato del lavoro presenta le stesse lacune di prima della recessione: un mercato della domanda e dell’offerta del lavoro al limite del ridicolo (o del passa parola come negli anni ’50 e ’60), una precarietà esorbitante, la frattura territoriale nord-sud e, per finire, un ritardo esiziale sul piano della innovazione che però comporterà nuovi affanni sul piano occupazionale.

Con un piede nel passato ed uno in un futuro assai poco tranquillizzante il nodo del lavoro resta un nervo scoperto del nostro assetto economico e sociale. Il Governo Renzi voleva cambiare le regole. In realtà non ha capito che in questo Paese è già un miracolo se si…rispettano le regole. È il caso del secondo punto del referendum: l’abolizione dei voucher. Che sono una riedizione del proliferare delle partite Iva ovviamente molto più…in grande. Un espediente delle imprese, alla faccia del lavoro stabile, per aggirare la scelta di assumere. Con il Jobs act impotente in questo caso ad arginare il fenomeno. Abolire del tutto i voucher forse non sarebbe positivo: troppe piccole imprese finirebbero in difficoltà. Riscoprire la vera natura di compenso occasionale e solo occasionale sarebbe più opportuno. Ma anche in questo caso si sfiorerebbe solo il vero problema: come ridurre la precarietà e le troppe porte di ingresso al lavoro, spesso pertugi furbi ma solo in grado di aumentare diseguaglianze e disaffezione verso il valore lavoro. In questo senso va osservato che la proposta Cgil, criticabile quanto di vuole, va oltre i quesiti referendari e pone all’attenzione, finora disattenzione, generale la questione dei diritti del lavoro. Forse questo tema sarebbe un buon banco di prova per tutti. Rimetterebbe in pista l’intero movimento sindacale e porrebbe la politica di fronte ad una problematica che va oltre i giochi, perdenti, di potere. Ma l’orizzonte nel quale ci si muove appare purtroppo troppo angusto e dominato dalle tattiche, speriamo non autodistruttive, del mondo politico.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

Inps, in crescita il numero dei cittadini extra Ue conosciuti in Italia

Inps
IN SALITA I PENSIONATI EXTRA UE

In crescita il numero dei cittadini extra Ue conosciuti all’Inps: il totale è pari a 2.143.337 nel 2015, dei quali 1.948.260 lavoratori, il 90,9%, in rialzo rispetto ai 1.918.594 del 2014; 81.619 pensionati, 3,8%, in salita dai 74.429 nell’anno precedente e 113.458 percettori di prestazioni a sostegno del reddito, il 5,3%, stabile rispetto ai 113.368 del 2014. E’ quanto emerge dai nuovi dati dell’Osservatorio sui cittadini extracomunitari pubblicati di recente dall’Inps. Nel 2014 il totale era 2.106.391, Tra questi il numero di coloro i quali svolgono un lavoro dipendente è pari a 1.611.059, con una retribuzione media annua di 12.068,60 euro; mentre i pensionati sono pari a 81.619 con un importo medio annuo delle prestazioni pari a 6.995,79 euro. Per lo più uomini, under 40, prediligono il Nord Italia, gli stranieri registrati all’Inps provengono in particolare da Albania (273.201), da Marocco (251.729), Cina (204.560), Ucraina (167.012), Filippine (113.565) e Moldavia (103.920). Nel complesso queste sei nazioni, totalizzano più della metà del totale degli extracomunitari conosciuti all’Inps nel 2015. Analizzando la serie storica dal 2007 al 2015, si rileva, nel complesso, una crescita degli extracomunitari fino al 2009 (+8,1% nel 2008 e +16,5% nel 2009), un arresto nel 2010 (+0,3%), una crescita più attenuata fino al 2012 (+2,5% nel 2011 e +4,6% nel 2012), una lieve flessione fino al 2014 (-1,7% nel 2013 e -0,8% nel 2014) e una lieve crescita nel 2015 (+1,8%). Se si analizzano le singole tipologie, i lavoratori presentano un andamento altalenante con variazioni negative in particolare negli anni 2013 (-3,1%) e 2014 (-1,5%), mentre i pensionati e i percettori di prestazioni a sostegno del reddito crescono in maniera sostanziale per tutto il periodo. Nell’anno 2015, si riscontra una lieve ripresa dei lavoratori (+1,5%), un incremento dei pensionati (+9,7%) e una stabilizzazione dei percettori di prestazioni a sostegno del reddito. Analizzando nel dettaglio la distribuzione degli extracomunitari per Paese di cittadinanza e tipologia di prestazione, si vede che la popolazione in cui predominano i lavoratori è la Cina, per la quale su 204.560 soggetti, il 98,9% di essi è lavoratore lo 0,7% è pensionato e lo 0,4% percepisce una prestazione a sostegno del reddito; seguono il Bangladesh (95,3% lavoratori, 0,9% pensionati, 3,7% percettori di prestazioni a sostegno del reddito) e l’India (94,8% lavoratori, 1,8% pensionati, 3,4% percettori di prestazioni a sostegno del reddito). La percentuale più alta di percettori di prestazioni a sostegno del reddito è invece totalizzata dall’Ucraina per la quale, su 167.012 soggetti, 17.475 sono percettori di prestazioni a sostegno del reddito (10,5% ), l’86,6% sono lavoratori e il 2,9% sono pensionati. Il Paese in cui sono presenti il maggior numero di pensionati, sia in termini assoluti che relativi è l’Albania, che totalizza 18.482 pensionati su un totale di 273.201 soggetti (6,8%). Analizzando il tasso di mascolinità si deduce che gli extracomunitari sono a prevalenza maschile (59,3), con differenze notevoli all’interno dei singoli Paesi di origine. Il tasso più alto è detenuto da Pakistan ed Egitto (rispettivamente 95,2 e 95,1), seguiti da Bangladesh (94,7), Senegal (88,5) e Tunisia (86,1). Al contrario Ucraina, Moldavia, Perù, Ecuador e Filippine sono Paesi in cui prevale il sesso femminile con un tasso di mascolinità rispettivamente pari a 16, a 29,4, a 38,1 , a 39,6 e a 40,1. La maggior parte degli extracomunitari si concentra tra i 30 e i 39 anni di età (31,0%), il 28,5% di essi ha un’età compresa tra i 40 e i 49 anni e il 17,9% ha meno di 30 anni. Solo il 6,3% dei soggetti ha dai 60 anni in su. Se si analizza la distribuzione territoriale, risulta che il 63,4% degli extracomunitari risiede o ha una sede di lavoro in Italia settentrionale, mentre il 23,5% si trova in Italia centrale e solo il 13,1% è nell’Italia meridionale e isole.

Istat
22.388 IMPRESE ITALIANE ALL’ESTERO

“Prosegue l’espansione all’estero delle multinazionali italiane”, secondo l’Istat, che censisce 22.388 imprese estere a controllo italiano nel 2014, 384 in più rispetto al 2013. Nel biennio 2015-2016, inoltre, il 62,4% delle principali multinazionali industriali italiane realizza o programma nuovi investimenti di controllo estero. In termini di addetti, i paesi dove è in maggiore crescita la presenza di multinazionali italiane sono Brasile (+17 mila unità in un anno), Stati Uniti (+14 mila) e Cina (+9 mila), nonostante l’aumento del costo del lavoro nel colosso asiatico di 600 euro fino a 8.500 euro l’anno. La principale motivazione per i nuovi investimenti indicata dall’82% dei gruppi italiani è la possibilità di accedere a nuovi mercati. Inoltre, vengono considerati “determinanti” altri due fattori: l’aumento della qualità o lo sviluppo di nuovi prodotti e l’accesso a nuove conoscenze o competenze tecniche specializzate.

Statali
CONTRATTO: ACCORDO QUADRO PER IL PUBBLICO IMPIEGO

E’ stato recentemente raggiunto l’accordo quadro per sbloccare la contrattazione nel pubblico impiego. Cgil, Cisl e Uil, hanno infatti firmato l’intesa con il governo. Il rinnovo contrattuale dei lavoratori statali era bloccato da sette anni. L’intesa che sblocca la contrattazione nel pubblico impiego prevede un incremento contrattuale “non inferiore a 85 euro mensili medi. Secondo quanto si legge nella bozza dell’accordo quadro appena firmato da sindacati e Governo. E’ restata quindi confermata la formula che già compariva nelle bozze precedenti. Anche il ministro Madia ha insistito su questo aspetto: “L’aumento è di 85 euro medi, abbiamo insistito sul fatto che siano medi” anche per dare “una maggiore attenzione e un maggiore sostegno ai redditi bassi, a chi ha sofferto di più la crisi e il blocco contrattuale”. Madia ha definito l’accordo “innovativo” sottolineando come si sia “ridato spazio alla contrattazione”. L’impegno finanziario per rinnovare i contratti in tutta la Pubblica Amministrazione sarà pari a 5 miliardi nel triennio 2016-18, hanno aggiunto i sindacati al termine dell’incontro. Per l’anno prossimo la cifra prevista è di 850 milioni. Del resto lo stesso premier dimissionario, Matteo Renzi, aveva annunciato che il governo era pronto a chiudere. “Chiedendo 85 euro i sindacati – ha spiegato l’ex presidente del Consiglio – hanno voluto dire che il loro aumento è più alto di quello dato dal governo Renzi e io ho detto ‘bravi'”. Poi, dopo la firma, ha postato su twitter la propria soddisfazione: “Dopo sette anni #lavoltabuona per i dipendenti pubblici. Riconoscere il merito, scommettere sulla qualità dei servizi #passodopopasso”.

Camusso: ‘Buon lavoro, aperta strada ai rinnovi’ – “Abbiamo fatto un buon lavoro, che rende possibile riaprire la stagione per i rinnovi contrattuali nel pubblico impiego”. E’ quanto ha affermato il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, commentando l’accordo appena conseguito con il governo. “l’esecutivo si è impegnato a modificare la legge Brunetta e la buona scuola” ridando spazio alla contrattazione. Inoltre, ha proseguito Camusso, “il governo si è impegnato a prorogare i contratti in scadenzi per i precari della PA”.

Barbagallo: ‘Solo un anno fa l’intesa era impensabile’ – “Un accordo così un anno fa ce lo potevamo sognare”, ha rimarcato il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, esprimendo soddisfazione per l’intesa raggiunta con l’esecutivo sul pubblico impiego. “Per il bonus 80 euro si è trovato un salvagente – ha sottolineato – nella contrattazione sarà la scala parametrale, che sarà rivista, ad assicurarlo”.

Furlan: ‘Soddisfazione per l’intesa, aumento dignitoso’ – “Siamo soddisfatti e contenti” per l’accordo sancito sullo sblocco della contrattazione sul pubblico impiego. Lo ha dichiarato la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan. L’aumento di 85 euro rappresenta una cifra “dignitosa” e “abbiamo stabilito che il contratto prevale sulla legge, la legge Brunetta è stata così superata”. Quindi, ha sintetizzato Furlan, “buste paga più pesanti e più qualità per il lavoro e i servizi pubblici.

Intesa statali
IL PATTO IN QUATTRO PUNTI E UNA PREMESSA

La premessa: i lavoratori sono il motore della P:A., serve un’intesa con le Regioni – I dipendenti sono “il motore del buon funzionamento” della P.A, questo l’incipit dell’intesa. E ancora, “il settore pubblico ha bisogno di una profonda innovazione”. Per cui è necessario un percorso che segni “una discontinuità con il passato”. Il governo si impegna anche “a raggiungere l’intesa con le regioni” per le modifiche normative da inserire nel Testo Unico del lavoro pubblico, uno dei decreti Madia, il cui arrivo, prima della crisi del governo, era previsto per febbraio, colpiti dalla recente sentenza della Consulta. 

– Relazioni sindacali, più potere al contratto per tutti – Il Governo si impegna a rivedere il rapporto tra legge e contrattazione, “privilegiando la fonte contrattuale” in “tutti i settori”. Non solo, l’esecutivo farà in modo che il ricorso all’atto unilaterale da parte della P.a sia limitato ai casi in cui ci sia stallo con conseguente “pregiudizio”.

– Parte normativa, spinta a produttività e welfare, premi sulle presenze – “Macro obiettivi” per migliorare i servizi. Il Governo promette di rimettere mano ai fondi per la contrattazione di secondo livello, il salario accessorio, e di promuovere anche nel pubblico “una fiscalità di vantaggio” per la produttività. Si apre anche al welfare integrativo, dai fondi pensione alla sanità. Soprattutto si parla di “misure contrattuali che incentivino più elevati tassi medi di presenza”. 

– Parte economica, 85 euro medi mensili, ridurre la forbice dei redditi – Le parti, nella contrattazione, valorizzeranno i “livelli retributivi che maggiormente hanno sofferto la crisi economica e il blocco della contrattazione”. La logica è quella della piramide rovesciata, per cui si favorisce chi ha di meno. Non a caso si parla di aumenti “non inferiori a 85 euro mensili medi” e di “riduzione della forbice” retributiva, senza “penalizzazioni indirette” per i beneficiari del bonus Irpef.

– Monitoraggio sulla riforma della P.A., osservatorio e garanzie per i precari –  Gli effetti delle novità saranno sottoposti alla vigilanza delle parti. Particolare attenzione sarà dedicata al reclutamento del personale, si punta ad eliminare il precariato. Intanto il governo “si impegna ad assicurare il rinnovo dei contratti” in scadenza.

Carlo Pareto

Statali. La maratona per ‘chiudere’ il contratto

Giornata di confronto a Palazzo Vidoni per il rinnovo del contratto del pubblico impiego, bloccato da sette anni. Al tavolo sono presenti il ministro della Funzione pubblica, Marianna Madia, i leader di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, e i rappresentanti delle categorie.
Le parti cercano di definire un accordo politico ed economico, che rappresenta la premessa per poter rinnovare i contratti. Si tratta sull’aumento: il governo ha offerto aumenti medi mensili lordi pari a 85 euro. Il governo insiste su questo punto, ma i sindacati chiedono modifiche al testo e cercano una formula diversa che ampli i margini dell’aumento. Madia ha spiegato che gli 85 euro di incremento salariale sono medi e non minimi, secondo quanto riferito dai partecipanti al tavolo.


Maratona contratto P.A: lo scoglio degli 80 euro

pensioni-ultime-notizie-riforma-governo-renzi-un-indizioLa maratona per chiudere il contratto del pubblico impiego continua. Al momento circola una bozza di intesa in cui si parla di premi legati alle presenze. Il documento spiegherebbe che le parti “si impegnano ad individuare, con cadenza annuale, criteri e indicatori al fine di misurare l’efficacia delle prestazioni delle amministrazioni e la loro produttività collettiva con misure contrattuali che incentivino più elevati tassi medi di presenza”. Il dato certo è rappresentato dal fatto che l’accordo varrà per tutti i comparti della pubblica amministrazione in risposta a una richiesta dei sindacati, che avevano insistito per specificare l’area di efficacia dell’accordo.

Nella riunione ristretta ancora in corso, i segretari generale di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo proveranno a sciogliere gli ultimi nodi insieme alla ministra Madia. Non sono nodi di poco conto. Infatti, la Madia ha confermato che l’aumento di ottantacinque euro è da considerarsi medio e non minimo, posizione non particolarmente gradita dai sindacati. Poi, come ha spiegato all’inizio del vertice la Camusso, va chiarita la questione dell’intreccio tra”gli 85 euro e il bonus 80 euro”. Il sindacato chiede, infatti, che gli incrementi contrattuali non annullino il beneficio del bunus che dovrebbe essere comunque confermato per gli stipendi più bassi. Si pone, dunque, un problema di carattere anche fiscale da risolvere.

Al rinnovo sarebbero destinati 850 milioni per l’anno prossimo. A queste risorse vanno aggiunte quelle per le forze dell’ordine, circa 900 milioni di euro per il solo 2017. Per quanto riguarda le altre voci si prevedono: 480 milioni alla proroga degli 80 euro, fino a 170 milioni alle assunzioni, 40 milioni alla forestale e 250 al riordino delle carriere.

Blog Fondazione Nenni

Statali. Tra ‘Riforma’ e attesa di un rinnovo contrattuale

Dopo la sentenza della consulta che ha bocciato parzialmente la riforma della pubblica amministrazione, ora si torna ancora a parlare di rinnovo di contratto per il pubblico impiego, dopo 8 anni di blocco ingiustificato e promesse.


madiaStatali: la Madia “allontana” il contratto

Mancano quarantotto ore alla giornata decisiva. Mercoledì il Ministro della Funzione Pubblica Marianna Madia ed i responsabili dei sindacati confederali di Cgil, Cisl e Uil rappresentati rispettivamente da Serena Sorrentino per la Cgil, Maurizio Bernava della Cisl ed Antonio Foccillo per la Uil si siederanno nuovamente attorno al tavolo per discutere del rinnovo del contratto del pubblico impiego. Sul tavolo l’aumento medio di 85 euro e le modalità di assegnazione. Aumento però che non spetterà a tutti, visto che i docenti rimangono fuori dalle trattative, già flagellati dalla “Buona scuola”. Altro aspetto di cui tenere conto che l’eventuale surplus di 85 euro lordi potrebbe permettere ad alcuni di oltrepassare il tetto dei 26.000 euro entro il quale rimanere per percepire il bonus di 80 euro. Quindi ne uscirebbero 80 per farne rientrare 85.

A rendere incerto il futuro dell’accordo, la Corte Costituzionale con una sentenza, che a una settimana dal referendum, sta facendo molto discutere. Molti decreti ora sono sul filo del rasoio. Dirigenti a tempo, con incarichi di quattro anni rinnovabili al massimo solo per altri due anni. E poi la possibilità di essere licenziati se si è rimossi a seguito di una valutazione negativa e dopo un anno in stand by non si ottiene un nuovo incarico.

Tra i decreti censurati c’è anche quello ribattezzato i furbetti del cartellino. Si tratta delle norme che permettono alle amministrazioni pubbliche di sospendere entro 48 ore i dipendenti colti in flagranza a timbrare e disertare il lavoro o a farsi timbrare da altri il badge. Il governo ha inoltre in cantiere un Testo Unico, che dovrebbe arrivare in Consiglio dei Ministri a febbraio.

Altro pilastro della riforma Madia è quello di ridurre le 8.000 società controllate dagli enti locali a 1.000. La legge è entrata in vigore e la pronuncia della Corte è arrivata, dopo il ricorso della regione Veneto, nell’ottobre dello scorso anno.

La riforma è incostituzionale perché il Governo si auto-attribuisce una potestà che spetta anche alle regioni. Come se avesse già legiferato a riforma costituzionale passata e a giochi fatti. Il contratto è bloccato da 7 anni ma la riforma del titolo V risale a 15 anni fa.

Per Matteo Renzi questo l’ennesimo simbolo di “un Paese bloccato” motivo per il quale domenica si andrà alle urne ed è sempre più necessario votare si “perché circondati da una burocrazia opprimente”. Fare campagna elettorale sulla pelle di più di tre milioni di persone in carne ed ossa è scandaloso. I contratti si sono rinnovati anche con questa costituzione, non è necessario cambiarla per firmare l’accordo.

Secondo la ministra Marianna Madia riguardo all’incontro di mercoledì “la situazione si è complicata perché la sentenza arriva nel mezzo di una trattativa con i sindacati”. Spiega che “è prevista una parte economica, gli aumenti medi di circa 85 euro, e una parte normativa per modificare alcuni istituti, come la valutazione o il salario accessorio ma dopo la sentenza, bisogna capire come posso impegnarmi sulla parte normativa, se prima non raggiungo l’intesa con tutte le Regioni. E verificare, come dire, se il governatore del Veneto Zaia è d’accordo. Perché se non lo fosse, si bloccherebbe tutto”.

Di stamattina le parole della segretaria generale della Cgil Susanna Camusso: “la sentenza della Consulta non interferisce assolutamente sui contratti se non nella volontà del governo di continuare a dimostrare che non si possono fare le cose perché si deve cambiare la Costituzione”. Lo ha detto a Bologna, confermando l’incontro di mercoledì.

Sembrerebbe quindi solamente un problema di volontà politica. “Abbiamo letto con attenzione la sentenza della Consulta ed è scritto in modo esplicito che il riferimento ai decreti legislativi che disciplinano i rapporti di lavoro riguarda il reclutamento del personale ed i concorsi pubblici. Non gli aspetti legati ai contratti di lavoro, alle retribuzioni ed alle relazioni sindacali. Sono questi i temi centrali dell’intesa che vogliamo fare con il Governo”. Queste le parole di Maurizio Bernava, segretario confederale della Cisl.

Per Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil è necessario “portare a termine l’enorme lavoro svolto in questi mesi dalla nostra Organizzazione, insieme a Cgil e Cisl. Noi abbiamo chiesto di affrontare e risolvere due ultimi nodi per spianare la strada, in poche ore, alla firma dell’accordo. Dopo oltre sette anni di attesa, non c’è più tempo: oltre 3 milioni di lavoratori hanno diritto ad ottenere il rinnovo del contratto. Constatiamo, però, che ci sono tentativi di ostacolare l’esito positivo di questa annosa vicenda. Se questi ostacoli persistessero la Presidenza del Consiglio dovrebbe assumersi direttamente la responsabilità di risolvere la vertenza, convocando le parti a Palazzo Chigi e chiudendo il confronto, nel corso di questa settimana, con la firma dell’accordo quadro».

Valentina Bombardieri

Blog Fondazione Nenni

Incontro Inps e sindacati: coordinare e informare sulle novità pensionistiche

Incontro Inps e sindacati

PER COORDINARE INFORMAZIONE SU NOVITA’ PENSIONI

Si è recentemente svolto un incontro fra Tito Boeri, presidente Inps, Susanna Camusso, segretario generale Cgil, Annamaria Furlan, segretario generale Cisl, e Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil, con l’obiettivo di coordinare le attività volte a informare i lavoratori sulle novità in tema pensionistico introdotte con la legge di bilancio. I tre segretari confederali e il presidente dell’Inps hanno convenuto circa la necessità di offrire al maggior numero di lavoratori possibile le informazioni di base che permettano di fare scelte consapevoli in tema di anticipo pensionistico o proseguimento dell’attività lavorativa. Si sono impegnati a lavorare assieme all’Inps nel prepararsi a meglio gestire la crescente domanda di informazioni e delucidazioni su norme che verranno varate. In particolare, per rispondere alle richieste di assistenza agli utenti si è deciso di istituire un tavolo tecnico per la stesura di un kit informativo da distribuire alle sedi territoriali dell’Istituto, dei sindacati e dei patronati. Questo materiale servirà a rispondere alle domande più frequenti poste dai lavoratori. Si è anche deciso di predisporre un piano di formazione che coinvolga non solo il personale dell’Inps, ma anche i patronati. Nell’incontro è stata più volte sottolineata la necessità di partire il prima possibile con questa campagna di informazione tenuto conto anche della presenza di tetti di spesa nell’accesso alle diverse forme di uscita anticipata. Per tale ragione si rende necessaria una capillare informazione per far cogliere a tutti i potenziali interessati le nuove opportunità di accesso alla pensione.

Per una piccola impresa su cinque

TREDICESIME A RISCHIO

Pagare le tredicesime resta un problema per molte piccole imprese italiane. E, anche quest’anno, una su cinque potrebbe essere costretta a non pagare o a rimandare il saldo. E’ quanto emerge da un’indagine dell’Adnkronos, condotta su un campione di oltre mille imprese distribuite in tutte le regioni italiane. Il dato, comunque, è più basso rispetto alla stessa rilevazione dell’anno scorso, evidenziando un trend in progressivo miglioramento: è pari al 21% la quota di imprenditori interpellati (erano il 24% l’anno scorso e il 27% nel 2014) che dichiara di non essere in grado di onorare il pagamento.Sale invece la quota di chi, tra le imprese in difficoltà, segnala che già l’anno scorso è stato costretto a non rispettare con puntualità l’appuntamento con la tredicesima: sono il 51% (erano il 35% nel 2015), a dimostrazione che c’è una fascia di imprese che, nonostante i timidi segnali di ripresa generale, non riesce a invertire la rotta.A pesare sulle imprese che dichiarano di non riuscire a pagare le tredicesime, restano soprattutto le tasse e le difficoltà di accesso al credito. Tra le ragioni indicate per ‘giustificare’ il mancato pagamento della tredicesima, infatti, prevale l’eccessiva concentrazione degli adempimenti fiscali in dicembre, indicata dal 73% delle imprese che sono costrette a non pagare (erano il 70% nel 2015); resta stabile rispetto allo scorso anno la quota di imprese, il 27%, che denuncia la mancata concessione da parte delle banche del prestito necessario a coprire l’esigenza di maggiore liquidità.

Piccinini (Inca Cgil)

TROPPE POCHE DENUNCE INFORTUNI NEI TRASPORTI

“Abbiamo realizzato questi questionari tra i lavoratori del settore ed emerge che tanti di loro, troppi, manifestano dei sintomi e dei disturbi che sono chiaramente collegati al lavoro che svolgono. Disturbi alla schiena e altro chiaramente collegati all’impiego che svolgono. E poi ci sono dei dati che dimostrano come bassa è la tutela di questi lavoratori perché sono poche le denunce presentate sia per quanto riguarda gli infortuni che le malattie professionali”. Così, intervistata recentemente da Labitalia, si è espressa la presidente dell’Inca Cgil, Morena Piccinini, che ha commentato i risultati dell’indagine ‘La Sicurezza non è una ruota di scorta’, realizzata dal Patronato con la Filt Cgil. “C’è infatti questo ‘delta’ – ha spiegato Piccinini – tra il disturbo manifestato, i sintomi che vengono presentati e che sono riconducibili al lavoro, e il poco riconoscimento ad oggi del fatto che questi disturbi derivano dall’attività lavorativa”. “Noi come patronato, con la categoria, intendiamo – ha continuato Piccinini- lavorare molto con i delegati delle azienda del settore e con i singoli lavoratori affinché si passi dalla singola analisi personale alla denuncia della malattia professionale, senza aver paura di correre dei rischi sul posto di lavoro per averlo fatto”. “Contemporaneamente, chiediamo all’Inail – ha precisato ancora la presidente dell’Inca Cgil – che sia un po’ più sensibile su questo tema perché se sono pochi i riconoscimenti di malattia professionale è anche perché c’è grande ristrettezza”. “Dall’altra parte – ha aggiunto – chiediamo al legislatore di portare avanti in modo rapido quanto contenuto nel disegno di legge di bilancio in cui si riconosce questo lavoro come in sé gravoso, soggetto a maggiore usura rispetto ad altre attività”. “E quindi la possibilità di collegare, da un lato, un maggiore riconoscimento della malattia professionale, dall’altro lato il riconoscimento che questi sono lavori in sé pesanti – ha concluso Piccinini – che meritano un pensionamento agevolato anticipato rispetto ai tempi della vecchiaia”.

Filt Cgil: fenomeno sottostimato“Da tempo sosteniamo che il fenomeno delle malattie professionali è notevolmente sottostimato anche in ambito trasportistico. Molte malattie professionali sono il risultato di una costante usura da lavoro, determinata soprattutto dalla fatica e dallo stress”. Così Alessandro Rocchi, segretario generale della Filt Cgil, ha commentato di recente i dati emersi dall’indagine ‘La sicurezza non è una ruota di scorta’, realizzata dal sindacato di categoria insieme al Patronato Inca, e centrata su infortuni e malattie professionali nel settore dei trasporti. In particolare, per Rocchi, “anche incrociando diverse fonti di dati, incerto è il numero degli occupati nella logistica delle merci e incerto è il numero degli incidenti sul lavoro che effettivamente accadono nelle attività di movimentazione delle merci e, conseguentemente, i relativi dati”. Per il leader della Filt Cgil, “i dati ci dicono che il fenomeno delle denunce di malattie professionali nei trasporti è in crescita ed è destinato a crescere ulteriormente, a fronte di un preoccupante e decrescente riconoscimento delle stesse da parte dell’Istituto assicuratore: la combinazione dei fattori come innovazione tecnologica, ritmi di lavoro, stress, ridistribuzione dei carichi non può che determinare nel prossimo futuro un andamento in questa direzione”. “Emblematico è in questo senso – ha puntualizzato ulteriormente Rocchi – l’esempio dei disturbi muscolo-scheletrici, determinati nell’autotrasporto da postura, vibrazioni, stress, fatica”. Alla presentazione dell’indagine, per l’Inail, ha preso parte Ester Rotoli, responsabile direzione centrale prevenzione dell’Istituto, che ha sottolineato come serva “un rilancio del Piano nazionale delle malattie professionali: c’è necessità di una ripresa, per individuare degli elementi di conoscenza e fornire strumenti operativi”. E anche sulla formazione, ha avvertito, è necessario “non limitarsi solo a un attestato ma fornire un vero addestramento”. E in conclusione per Fabio Pontrandolfi, sezione ‘Lavoro e welfare’ di Confindustria’, è indispensabile “agire nella piena legalità, è quello che facciamo con il sindacato, e per farlo è necessario fare formazione di qualità, che non si fermi solo alla quantità ma raggiunga qualcosa di sostanziale”.

Confcommercio

INDICE DISAGIO SOCIALE SETTEMBRE SALE A 18,9%

A settembre il Misery Index di Confcommercio, l’indice di disagio sociale, sale a 18,9 punti, due decimi di punto in più rispetto ad agosto. In linea con quanto accaduto nei mesi precedenti, osserva Confcommercio in una nota, il peggioramento rilevato nell’ultimo mese è imputabile principalmente alla componente relativa ai prezzi dei beni e servizi ad alta frequenza d’acquisto. Nel complesso del terzo trimestre l’indicatore registra, infatti, un aumento di quattro decimi di punto a cui ha contribuito in misura quasi esclusiva la componente relativa ai prezzi. Il permanere da mesi di questa tendenza all’ampliamento dell’area del disagio sociale continua a riflettersi sul clima di fiducia delle famiglie, che da gennaio segnala un progressivo deterioramento. Per il miglioramento di questa situazione è necessario che il processo di recupero dei livelli occupazionali assuma toni più favorevoli rispetto a quanto rilevato periodi più recenti, con una dinamica in grado di favorire un riassorbimento della disoccupazione, ufficiale e non, che non ha mostrato variazioni nell’ultimo trimestre. Quanto al tasso di disoccupazione, Confcommerio rileva che a settembre si è attestato all’11,7%, in aumento di due decimi di punto rispetto ad agosto e di tre decimi rispetto a settembre del 2015. Il numero di disoccupati è aumentato di 60mila unità su base mensile e di 98mila nel confronto annuo, sottintendendo una maggiore partecipazione al mercato del lavoro una parte degli scoraggiati. Il numero di occupati è aumentato di 45mila unità rispetto al mese precedente e di 265mila nei confronti dello stesso mese del 2015. A settembre le ore di Cig autorizzate hanno registrato un’ulteriore sensibile riduzione su base annua (-33,6%). La tendenza ha coinvolto tutte le tipologie. Sulla base di questa stima si è calcolato che le ore di Cig utilizzate – destagionalizzate e ricondotte a Ula – siano diminuite di poche unità su base mensile e di 57mila su base annua. Analoga tendenza ha interessato gli scoraggiati con una diminuzione di 78mila unità su base annua. Il combinarsi di queste dinamiche ha comportato un aumento di un decimo di punto del tasso di disoccupazione esteso. Nello stesso mese i prezzi dei beni e dei servizi ad alta frequenza d’acquisto sono aumentati dello 0,2%, per effetto della ripresa degli energetici.

Carlo Pareto

Sanità chiave della cooperazione con l’Africa

Medici-sanitàLa sanità si conferma sempre più come uno dei terreni fondamentali su cui sviluppare una costruttiva cooperazione col Terzo Mondo, abbattendo muri e barriere vari; e assorbendo buona parte dell’offerta di lavoro espressa dai nostri operatori sanitari. Poco dopo il sit-in di protesta organizzato il 17 novembre, a Montecitorio, dai medici dipendenti del Servizio sanitario pubblico e da giovani medici in genere, da settimane in stato di agitazione perché, secondo CIMO, ANAAO, CGIL e CISL medici, «maltrattati sul piano economico per le scarse risorse destinate ad assunzioni e rinnovo contrattuale», l’ AMSI, Associazione Medici d’ Origine Straniera in Italia, il movimento internazionale “Uniti per Unire” e l’UMEM, Unione Medica Euromediterranea, trasmettono, attraverso la voce del presidente, Foad Aodi, la richiesta di personale medico giunta ad AMSI dall’Arabia Saudita: “Divulghiamo la proposta avanzata dal delegato Amsi in Arabia Saudita,  in collaborazione col Ministero della Salute saudita; in questo Paese servono medici specialisti in cardiochirurgia e neurochirurgia con cittadinanza italiana, d’ origine italiana o straniera.

Ci rivolgiamo dunque a questi specialisti, italiani o d’origine straniera, provvisti di passaporto italiano, che parlino arabo o inglese, disposti a trasferirsi nella regione dell’Arabia Saudita ai confini con la Giordania, con un compenso pari circa a 12.000 Euro mensili, spese escluse”.  Tutti gli interessati potranno inviare il loro curriculum vitae all’ e-mail di riferimento del Movimento Uniti per Unire: unitiperunire@hotmail.com. Una commissione congiunta Amsi-Uniti per Unire coordinata da Aodi, in collaborazione coi rappresentanti del Ministero della Salute saudita, analizzerà le domande pervenute e svolgerà colloqui personali coi medici candidati.
Quanto alle proteste dei medici italiani (che minacciano , per il 28 novembre, una giornata nazionale di sciopero , a meno dell’ accoglimento, entro l’approvazione della legge di stabilità, prevista per il 24, delle richieste presentate al ministro della Salute, Lorenzin),  Amsi e Uniti per Unire si dimostrano solidali. Auspicando, come dichiara Aodi, “una tempestiva soluzione dei problemi legati anzitutto alla precarietà del lavoro di medici e operatori sanitari in Italia, al loro aggiornamento professionale col sistema dei crediti Ecm  e alla spinosa questione della medicina difensiva” (intendendo, con questo termine, il “campo minato” delle possibili azioni giudiziarie di pazienti e loro familiari contro medici ritenuti colpevoli di danni alla loro salute, e delle logiche forme di autotutela da parte dei dottori, N.d.R.). A tal proposito, l’Amsi lancia l’appello “#Uniticontroilprecariato” e “#Unitiperildirittoallasalute”, rivolto a tutti i professionisti  della salute: perché “Il SSN – dichiara Aodi – deve essere migliorato per il bene di tutti i cittadini del mondo, intensificando la collaborazione e lo scambio dei medici e degli operatori sanitari, chiave  della cooperazione internazionale  tra l’Italia e i Paesi Euromediterranei e Africani. Il gran numero dei professionisti della Sanità d’ origine straniera  arrivati in Italia  gli scorsi anni  è in diminuzione, negli ultimi 3 anni, ed è cambiata anche la loro tipologia: si tratta, infatti, nella maggioranza dei casi, dei  figli delle rivoluzioni post-primavere arabe, che sostituiscono i professionisti, provenienti dai Paesi dell’Est, della generazione prima, quella arrivata in Italia in seguito alla caduta del muro di Berlino”.