Studio Cgil: per 3 italiani su dieci la situzione economica è peggiorata

Inps

BONUS ASILO NIDO: ISTRUZIONI OPERATIVE

L’Inps ha comunicato che dalle ore 10 del 17 luglio scorso è possibile inoltrare la domanda per ottenere le “Agevolazioni per la frequenza di asili nido pubblici e privati”, il cd. Bonus asilo nido, di cui all’articolo 1, comma 355 della Legge di bilancio 2017.
La richiesta, quindi, può essere presentata dal 17 luglio 2017 fino al 31 dicembre 2017, mediante una delle seguenti modalità:
WEB – Servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino attraverso il portale dell’Istituto, tramite PIN dispositivo, Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID) o Carta Nazionale dei Servizi (CNS);
Contact Center Integrato – numero verde 803.164 (numero gratuito da rete fissa) o numero 06164.164 (numero da rete mobile con tariffazione a carico dell’utenza chiamante);

Enti di Patronato, attraverso i servizi offerti dagli stessi.
Il beneficio – viene opportunamente ricordato nella nota dell’Istituto – spetta ai genitori di minori nati o adottati dal 1 gennaio 2016, residenti in Italia, cittadini italiani o comunitari, o in possesso del permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo ovvero di una delle carte di soggiorno per familiari extracomunitari di cittadini dell’Unione Europea previste dagli artt. 10 e 17 del D.lgs. n. 30/2007. Ai cittadini italiani, per tale beneficio, sono equiparati i cittadini stranieri aventi lo status di rifugiato politico o lo status di protezione sussidiaria. Il richiedente dovrà essere colui che ha affrontato l’onere della spesa per quanto concerne l’asilo nido e dovrà essere anche convivente in caso di agevolazione per supporto domiciliare.

Il premio, consistente in un contributo di 1000 euro per pagamento di rette relative alla frequenza di asili nido pubblici e privati ovvero per l’introduzione di forme di supporto presso la propria abitazione a favore dei bambini al di sotto dei tre anni affetti da gravi patologie croniche, verrà erogato dall’Istituto dietro presentazione di idonea documentazione.

L’erogazione del bonus avverrà con cadenza mensile e sarà parametrato in 11 mensilità per quanto concerne la frequenza dell’asilo nido e in unica soluzione per il supporto domiciliare.
Le istruzioni operative contenute nella circolare Inps n.88 del 22 maggio 2017 consentono di gestire la fase transitoria dal 1 gennaio 2017 alla data di rilascio dell’applicativo, 17 luglio 2017, senza alcun pregiudizio per gli aventi diritto dalla data di entrata in vigore della norma.

Trattandosi di norma di prima applicazione, il primo pagamento comprenderà l’importo delle mensilità documentate sino a quel momento maturate. A partire dal mese successivo a quello di rilascio della procedura, il pagamento avrà cadenza mensile.
I benefici per l’anno 2017 sono riconosciuti nel limite complessivo di 144 milioni di euro con oneri a carico del Bilancio dello Stato.

Ape sociale e lavoratori precoci

OLTRE 66MILA LE DOMANDE PRESENTATE

Sono state 66.409 le domande di certificazione delle condizioni di accesso all’APE sociale e al pensionamento anticipato per i lavoratori precoci presentate entro la scadenza del 15 luglio, prevista per coloro che maturano i requisiti entro il 31 dicembre 2017.
Le domande sono così distribuite:
39.777 domande di certificazione delle condizioni di accesso all’APE sociale;
26.632 domande di certificazione delle condizioni di accesso al pensionamento anticipato per lavoratori precoci.
Il maggior numero di domande è stato presentato in Lombardia (11.048), seguita dal Veneto (6.701), dalla Sicilia (5.608), dal Piemonte (5.568), dall’Emilia Romagna (4.865), dal Lazio (4.594) e dalla Toscana (4.566).
La tipologia di aventi diritto più rappresentata è quella dei lavoratori disoccupati con 34.530 domande, seguiti  dagli addetti alle mansioni difficoltose (15.030).
Per quanto riguarda la distribuzione per genere, le donne che hanno presentato la domanda per la certificazione per l’APE sociale sono state 11.668, contro le 28.109 degli uomini. Le domande per la certificazione per lavoro precoce, invece, sono state presentate da 22.900 uomini e da 3.732 donne.
Si allega un file con le tabelle relative alla distribuzione su base regionale, alla suddivisione per tipologia e per genere ed età del richiedente.

Pensioni

BOERI, LO STOP A 67 ANNI COSTA 141 MLD

Bloccare gli adeguamenti dei requisiti di pensionamento all’aspettativa di vita è sbagliato, o per lo meno costerebbe molto alla spesa pubblica. A chiarirlo in un’intervista a ‘Il Sole 24 Ore’ è il presidente dell’Inps Tito Boeri. Se venissero bloccati a 67 anni dal 2021 in avanti costerebbero “141 miliardi di spesa in più da qui al 2035, quasi interamente destinati a tradursi in aumento del debito pensionistico implicito, dato che l’uscita prima del previsto non verrebbe compensata, se non in minima parte, da riduzioni dell’importo delle pensioni”, avvisa Boeri.
Secondo il presidente dell’Inps infatti, “è pericolosissimo toccare ora questo meccanismo. Sia guardando in avanti, sia all’indietro” sottolinea. E guardando all’indietro evidenzia una disparità di trattamento che si verrebbe a creare. “Pensiamo alle generazioni che hanno già vissuto questi adeguamenti, -argomenta Boeri- per esempio con l’aumento di 4 mesi scattato nel 2016 o prima ancora di 3 mesi scattato nel 2013. C’è chi, per esempio, ha preso l’”opzione donna” con l’aspettativa che ci sarebbe stato l’aumento dei requisiti del 2019 e ha subito una penalizzazione. Ora tutti questi pensionati si troverebbero improvvisamente di fronte a una situazione che cambia”.
“Mi aspetto che si organizzino per reclamare – prosegue il presidente dell’Inps – e sappiamo già che troveranno un mercato politico pronto ad accogliere le loro proteste, un mercato su cui si muovono da anni gli stessi protagonisti che oggi chiedono il blocco degli adeguamenti automatici”.
Con lo stop sulla speranza di vita, tra l’altro, si bloccherebbe non solo il requisito di vecchiaia ma anche quello che fa salire gli anni contributivi per l’anticipo. “Con effetti importanti sulle platee coinvolte. Io penso che se accadesse si potrebbero avere circa 200mila pensioni in più all’anno” spiega Boeri.

Cgil

PER 3 ITALIANI SU 10 SITUAZIONE ECONOMICA PEGGIORATA

Aumentano coloro che si sentono più vulnerabili, crescono le diseguaglianze e avere un lavoro non protegge più dal rischio povertà. Per 3 italiani su 10 la situazione economica personale è peggiorata rispetto a un anno fa. E’ lo scenario tratteggiato da un’analisi effettuata da Fondazione Di Vittorio della Cgil e Tecnè su “Fiducia economica, diseguaglianze e vulnerabilità sociale” aggiornata al 2° trimestre 2017. Un indice, quello della fiducia economica, che costituisce, sottolinea lo studio, un fondamentale indicatore dello stato di salute del Paese che aiuta a decifrare i problemi e più in generale della condizione delle persone.
Una fotografia, quella scattata dallo studio, che non sorprende visti i livelli ancora elevati di disoccupazione, il numero altissimo delle persone in povertà o che rinunciano a curarsi per mancanza di mezzi. Ma a tutto questo si aggiunge quell’area di “fragilità economica e sociale”, prevalentemente composta di persone che hanno un reddito appena sufficiente a tirare avanti e che rischiano di scivolare verso condizioni di povertà o semi-povertà di fronte a eventi improvvisi come una separazione o una grave malattia.
Il 32% degli italiani giudica, dunque, peggiorata la propria situazione economica e il 24% si sente più vulnerabile di un anno fa. La forbice economica si allarga e avere un lavoro non protegge più dai rischi di povertà. Nonostante il miglioramento di alcuni parametri macro economici, si legge nello studio, il 62% degli intervistati dichiara che la situazione economica personale non è cambiata rispetto ai 12 mesi precedenti. Il 32% dichiara, invece, un peggioramento a fronte del 6% che giudica migliorate le proprie condizioni.
E dopo un periodo così lungo di crisi, il permanere di condizioni difficili per una consistente quota di popolazione, non può che portare a un pessimismo sulle attese per i prossimi 12 mesi. Infatti, il 20% degli intervistati, infatti, teme un ulteriore peggioramento delle proprie condizioni economiche nel prossimo futuro, il 70% pensa che non cambierà nulla e solo il 10% si attende un miglioramento.

Secondo lo studio Fondazione Di Vittorio e Tecnè, la crisi economica non ha fatto soltanto crescere il numero delle famiglie povere, ma ha prodotto un crescente sentimento di vulnerabilità che il miglioramento dei parametri macro economici sembra attenuare solo in parte e soprattutto in quella quota di popolazione a più alto reddito. In questo quadro solo il 4% si sente economicamente e socialmente più sicuro rispetto a un anno fa, mentre il 24% si sente più vulnerabile e fragile e il rimanente 72% si sente come prima.
Nel complesso, sottolinea lo studio, solo il 22% vive una condizione di serenità economica e sociale, il 46% dichiara di trovarsi in una condizione di equilibrio instabile e il 32% vive costanti o gravi difficoltà economiche. Il lavoro svolge ancora un effetto positivo, ma in modo meno accentuato rispetto al passato. Se, infatti, fra i lavoratori dipendenti scende al 20% la quota di chi si ritiene con difficoltà economiche, sale invece al 58% la percentuale di coloro che dichiarano di sentirsi poco tranquilli o in equilibrio instabile.
Si tratta, evidenzia ancora il monitoraggio, di un fenomeno più volte denunciato ma che trova un’ennesima e palese conferma in questi dati di un lavoro che si impoverisce e si precarizza contribuendo, sulla base di questa condizione reale, a creare un generale effetto di scarsa fiducia fortemente basato anche sul crescere delle diseguaglianze.
Infine, rimarca il rapporto, “l’ascensore sociale rispetto al periodo pre-crisi si è bloccato per il 55% delle persone. Sale per un ristretto 7%, che dichiara di aver migliorato la propria condizione, ma scende per il 38% degli intervistati”.

Carlo Pareto

Poletti, novità sui pensionamenti e i giovani precari

Pensioni-PolettiDopo che sono stati superati i limiti previsti per accedere all’APE social ed al pensionamento anticipato per i lavoratori precoci si profilano delle novità sui pensionamenti e sulle indennità per i giovani precari. L’INPS ha comunicato i dati definitivi delle istanze presentate entro la scadenza del 15 luglio. Complessivamente sono state presentate 66.409 domande (39.777 per l’APE e 26.632 per i lavoratori precoci) superando il tetto previsto per 60.000 richiedenti. Nello specifico, la maggior parte delle richieste sono state presentate dagli uomini con 28.109 domande per APE social e 22.900 per i lavoratori precoci. Le richieste delle donne complessivamente sono state pari al 23,2% cioè 15.400 su 66.409. Per l’APE sociale le donne sono ammontate a 11.668, mentre per i lavoratori precoci sono state soltanto 3.732.

Per i giovani precari, il PD si sta preparando ad avanzare una proposta, ancora in fase di studio ed approfondimento, sulla pensione di garanzia per i giovani, con un reddito minimo, e per rivedere il meccanismo di adeguamento automatico dell’età pensionabile con soluzioni diverse tra chi si trova soltanto nel sistema contributivo e chi si trova in altre situazioni. Si terrebbe conto anche delle diverse aspettative di vita tenuto conto che non tutti i lavori sono uguali. Lo ha dichiarato il responsabile per il lavoro del PD, Tommaso Nannicini al seminario ‘Non è una pensione per giovani’. L’ipotesi avanzata consisterebbe in una pensione minima per i giovani con lavori discontinui di € 650,00 che può aumentare di trenta euro al mese per ogni anno in più fino ad un massimo di mille euro. Al seminario hanno partecipato i Segretari di Cgil, Cisl ed Uil ed il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti.

Il Ministro del Lavoro nel suo intervento ha detto: “ Stiamo valutando possibili interventi sul cuneo contributivo, per abbassarlo e il problema è farlo stabilmente nel tempo, rendendo la misura definitiva”.

Giuliano Poletti ha anche criticato la riforma Fornero, spiegando:  “Considero sbagliate le politiche di austerità che hanno innalzato seccamente, di 5 anni, l’età del pensionamento, ciò ha creato un ‘muro’ all’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Doveva essere fatta in maniera diversa, serviva gradualità. Quindi, bisogna intervenire in maniera tale che convenga assumere un giovane. E l’operazione non deve avere una validità di uno o due anni, ma dovrebbe essere resa permanente”. Continuando, Poletti aggiunge: “Insomma, il lavoro stabile deve costare meno di quello a tempo in via definitiva, capovolgendo la situazione che c’era prima dei nostri interventi”.

Su quante siano le risorse a disposizione nella prossima legge di Bilancio per il taglio del cuneo, il ministro non si è pronunciato.

Rispondendo alle sollecitazioni sui Neet, dopo i dati diffusi ieri, il Ministro invita a non parlare di ‘sdraiati’, ma di persone che stanno attivamente cercando lavoro. In proposito, Poletti ha detto: “Ma in Italia, rispetto agli altri Paesi Ue, ci vuole più tempo. Ed è questo il problema. La soluzione va anche cercata attraverso politiche di accompagnamento e provando a fare incontrare domanda ed offerta di lavoro”.

Salvatore Rondello

Garante, nel 2016 indetti 2.352 scioperi

Sciopero trasporti RomaIl diritto di sciopero è un diritto sacrosanto. E su questo non si discute. Ma lo sciopero viene sempre più visto un diritto di pochi. Di chi ha un lavoro e di chi ha un contratto e non soggetto a ricatti. Nel 2016 gli scioperi salgono del 4% sull’anno precedente ma scende il numero di giornate di protesta. Aumenta invece il numero degli scioperi generali che lo scorso anno sono stati 13, contro 1 del 2015. I dati emergono dalla relazione del presidente della Commissione Garanzia Sciopero, Giuseppe Santoro Passarelli.

Altra cosa è l’uso distorto dello sciopero contro il quale, dice Santoro Passarelli, servono “regole certe” in materia di rappresentatività. Molto spesso infatti non c’è proporzionalità tra il disagio causato agli utenti e lo stop proclamato senza un diffuso consenso sindacale sottolinea ancora il presidente della Commissione Garanzia Sciopero. “L’eccessivo ricorso allo sciopero – spiega il Garante – seppur nel rispetto della normativa di riferimento, pone l’esigenza di una riflessione, nel momento in cui in alcuni servizi essenziali esso (più che sanzione dell’ordinamento intersindacale, come lo definiva Gino Giugni) viene riproposto con una scadenza periodica, specie da alcune organizzazioni sindacali dall’incerta rappresentatività che vi ricorrono per avere auto-legittimazione e visibilità piuttosto che in reale funzione di autotutela degli interessi collettivi. Può così accadere che, oltre ad esservi un utilizzo “distorto” del diritto di sciopero, non vi sia proporzionalità fra il disagio causato agli utenti e lo sciopero proclamato senza un diffuso consenso sindacale”.

Per Santoro Passarelli “una possibile soluzione consiste nell’affrontare il problema della verifica della rappresentatività sindacale: problema fondamentale sia per il nostro sistema di relazioni industriali sia per il governo del conflitto collettivo. Non vi è dubbio, infatti, che, indipendentemente da come si voglia configurare la titolarità del diritto di sciopero (individuale o collettiva), le organizzazioni sindacali assumano, nella prassi, l’iniziativa e il governo del conflitto collettivo nei servizi pubblici essenziali, essendo rimessa a loro la proclamazione dello sciopero”. “Senza voler pregiudicare, dunque, il diritto costituzionale di tutti i sindacati a poter proclamare lo sciopero, – aggiunge ancora – appaiono ormai maturi i tempi per una seria riflessione, anche in sede legislativa, sull’opportunità di trovare dei sistemi di governo del conflitto che siano mutuati dai principi della democrazia rappresentativa e collegare, quindi, il potere di proclamazione dello sciopero, nel settore dei servizi pubblici essenziali, al raggiungimento di parametri di rappresentatività”.

“Nel settore dei servizi pubblici essenziali – afferma ancora Passarelli – lo sciopero si mantiene a livelli piuttosto elevati e, nell’anno in esame, si registra un trend complessivo in lieve crescita rispetto a quello precedente: il dato complessivo di tutte le proclamazioni di sciopero (nazionali, locali, settoriali, delle prestazioni straordinarie, etc.), si attesta sulle 2.352, rispetto alle 2.261 del 2015”.

E sullo sciopero di marzo dei Tassisti (di nuovo sul piede di guerra e che ci minacciano nuove mobilitazioni) aggiunge: “È avvenuta in dispregio di tutte le regole previste dalla legge”. “Tali azioni collettive – spiega – spesso collegate ad istanze sociali di vario tipo, più che sciopero in senso proprio, rappresentano l’espressione del potere di coalizione di gruppi professionali organizzati, oltre a quelle più squisitamente politiche, attese le conseguenze della globalizzazione dell’economia sulle dimensioni stesse del conflitto”.

La soluzione? La offre lo stesso Garante: rinnovare contratti. Bisogna trovare le risorse per il rinnovo dei contratti per ridurre i conflitti. Santoro Passarelli Sottolinea anche “che con la liberalizzazione dei servizi pubblici essenziali molto spesso ci sono state razionalizzazioni aziendali ed esternalizzazioni che hanno comportato forme di precarizzazione e dequalificazione. E ancora la riduzione dei finanziamenti pubblici ha portato in alcuni casi alla mancata erogazione degli stipendi”.

“Quando ho incontrato il nuovo garante – afferma il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo – gli ho spiegato qual è il nostro modo di pensare anche in merito allo sciopero virtuale, con sanzioni a carico delle aziende: per ogni giornata persa da un lavoratore tre giornate perse dall’azienda”. Poi commentando i dati sugli scioperi Barbagallo ha affermato che “ci sta bene che il garante dica di rinnovare i contratti se serve a diminuire il conflitto, ci sta bene che dica di attuare le regole della rappresentanza sia per i lavoratori sia per i datori di lavoro” perché è necessario “regolare il conflitto”. “Se pensiamo che la maggior parte degli scioperi viene fatta nelle aziende delle autonomie locali è la dimostrazione che anni e anni senza contratti creano disagi” per questo “bisogna mettere delle regole e noi stiamo affrontando seriamente questo discorso”.

“Lo sciopero – ha sottolineato – è un diritto costituzionale individuale che viene utilizzato collettivamente ed è sul ruolo collettivo che bisogna incidere con regole valide per tutti altrimenti rischiamo di avere norme che sono in costituzionali. Noi siamo per discutere seriamente”.

Contraria a riformare la legge sugli scioperi, e favorevole ad adottare una legge sulla rappresentanza è la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso. Rispondendo alle domande dei giornalisti Camusso ha sostenuto che non bisogna “assolutamente” intervenire sul diritto di sciopero. Secondo Camusso, il Garante ha “giustamente posto il problema di una sanzione alle imprese e articolato le ragioni degli scioperi, a partire da quelli dei trasporti, tanti dei quali derivano dalla mancata retribuzione dei lavoratori e dal mancato rinnovo del contratto”. E ha proseguito: “Mi paiono

tutte ragioni rispetto alle quali non c’è alcuna motivazione che possa far intervenire sul diritto di sciopero. Diversamente, e lo abbiamo già detto in tante occasioni, ritengo che bisogna accelerare e trasformare in legge la rappresentanza”.

Giornali Macchiati

Leggo e rileggo incredulo la prima pagina del ‘Corriere della Sera’, de ‘la Repubblica’ e de ‘La Stampa’. Non trovo alcun titolo sulla manifestazione della Cgil di sabato 17 giugno a Roma, contro i nuovi voucher decisi dal governo Gentiloni. Allora riprendo in mano con maggiore attenzione le prime pagine dei primi tre quotidiani italiani e ripasso ogni titolo, sicuro di essere stato distratto, di trovare un articolo sulle critiche di Susanna Camusso e sulle repliche di Paolo Gentiloni.
Invece niente. Purtroppo non mi sono sbagliato. Sulle tre prime pagine di domenica 18 giugno c’è di tutto. ‘Repubblica’ ha anche un titolo su «Sindaci, l’ultima sfida: stop ai risciò in centro», ma non c’è una riga sulle decine di migliaia di lavoratori che hanno manifestato nella capitale sotto le bandiere rosse della Cgil.
Solo nelle pagine interne si trova qualche notizia. Un pezzo di ‘Repubblica’ su una sola colonna a pagina 9 è titolato: «La Cgil: ‘Contro i nuovi voucher già 150 mila firme’». Il ‘Corriere della Sera’, invece, a pagina 11 dà più evidenza alla protesta del più grande sindacato italiano con un articolo pubblicato su sei colonne: «Cgil contro i ‘nuovi voucher’: appello al Colle». Invece ‘La Stampa’ confina la manifestazione della Cgil all’interno di un pezzo sulle contorsioni della sinistra politica, dal titolo: «I giovani massimalisti contro Pisapia. Il listone di sinistra a rischio big bang».
In sintesi, come ha scritto ieri Sfoglia Roma www.sfogliaroma.it, i fatti sono questi: la Cgil ha raccolto le firme per realizzare i referendum e abolire i voucher, ma le urne non si sono mai aperte perché il governo ha prima cancellato i buoni per i lavori occasionali con un decreto legge e poi ha varato una nuova versione dello strumento nell’ambito della manovrina economica, approvata dal Parlamento con il voto di fiducia.
Per Susanna Camusso anche i nuovi voucher, come quelli precedenti, sono causa di precarietà del lavoro; si è appellata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e sta preparando un ricorso alla Corte costituzionale, contro il governo che ha impedito la consultazione referendaria. Per Paolo Gentiloni, invece, le critiche sono infondate: i voucher nuova versione servono per regolare un segmento del mercato del lavoro e fa notare che la Cgil si trova da sola in questa battaglia, senza il supporto né della Cisl né della Uil.
Questi sono i fatti, poi ognuno ha il diritto di commentarli come vuole, secondo le proprie valutazioni e convinzioni. Ma i fatti, appunto, vanno esposti, raccontati dai giornali ai lettori. È questo il loro dovere, la loro missione. Invece in questo caso non è andata esattamente così. Non una riga in prima pagina, solo stringati articoli in pagina interna. Più o meno nello stesso modo è andata per gli altri quotidiani italiani e per il telegiornali.
Eppure il tema è importante: è lo scontro frontale sul lavoro tra la Cgil e il governo. È l’ultima battaglia campale tra la Cgil e un governo a guida Pd, «il più grande partito progressista europeo» come lo ha definito Matteo Renzi. Lo scontro tra la Cgil, il sindacato storicamente vicino alla sinistra e un esecutivo espressione del Pd, di per sé è una notizia a 18 carati.
Anni fa sui quotidiani ci sarebbe stato un titolo evidente in prima pagina. Poi sarebbero seguite paginate di approfondimento: cronache della protesta di piazza, schede su cosa sono i voucher, interviste alla Camusso, ai manifestanti e a Gentiloni. Invece ieri non è andata così. Qualcosa non ha funzionato. Anzi, qualcosa non funziona da molti anni. Non a caso l’informazione italiana è piombata in una crisi strutturale. Molti giornali e settimanali negli ultimi anni hanno chiuso i battenti, i quotidiani rimasti in piedi negli ultimi dieci anni hanno più che dimezzato le vendite, la pubblicità è evaporata e gli organici dei giornalisti sono stati decimati. I quotidiani online, emanazione della carta stampata, vanno abbastanza bene ma non sono riusciti a compensare il tracollo e, comunque, non riescono a camminare da soli sulle proprie gambe. Su internet c’è un’informazione fai da te, ma in genere è farlocca e priva di credibilità.
Gli editori e i direttori dei giornali nei convegni dedicati alla crisi della stampa sono fortissimi nella retorica dei sacri principi: l’informazione deve essere completa, libera ed autonoma; niente censure né omissioni nel riportare le notizie; la qualità professionale dei giornalisti e gli approfondimenti degli avvenimenti sono gli strumenti del rilancio. Certo. Perfetto. Peccato che anche questa volta, sulla manifestazione della Cgil, non sia andata così. È una brutta macchia sulla camicia non propria bianca dell’informazione italiana.

Rodolfo Ruocco
Sfoglia Roma

La Cgil in piazza sfiducia
il governo

Susanna Camusso-tredicesimaPer Paolo Gentiloni tira un bruta aria fin dal mattino. La Cgil alle 8 di sabato 17 giugno twitta: «La manovra con cui il governo ha cancellato i referendum è uno schiaffo alle regole democratiche». Un gruppo di lavoratori della Federazione lavoratori della conoscenza (Flc) si fa fotografare a piazza della Repubblica a Roma, da dove parte uno dei cortei della Cgil contro i nuovi voucher. Il messaggio lanciato con un tweet è #NonFateiBuoni. Un altro gruppo di lavoratori della Cgil dell’Emilia Romagna espone uno striscione umano, una lettera ad altezza uomo per ogni militante: «Rispetto! Per il lavoro, i diritti, la Costituzione».i partono i due cortei, da piazza della Repubblica e da piazzale Ostiense. Decine di migliaia di magliette e cappellini rossi, sotto un sole infuocato e in un caldo torrido, percorrono le strade di Roma per andare ad ascoltare il comizio finale di Susanna Camusso a piazza San Giovanni.

La battaglia della Cgil contro i nuovi voucher varati dal governo è senza frontiere. Il maggiore sindacato italiano aveva raccolto le firme per realizzare i referendum ed abolire i buoni con i quali pagare il lavoro occasionale (in molti casi era uno strumento utilizzato in modo anomalo al posto di un normale contratto di lavoro). I referendum, secondo la Cgil, si sarebbero dovuti votare lo scorso 28 maggio. Ma le urne non si sono mai aperte. L’esecutivo con un decreto legge prima ha cancellato i voucher, quindi ha approvato una nuova formulazione dei buoni lavoro nell’ambito della manovrina economica, passata in Parlamento con il voto di fiducia.

Susanna Camusso non perdona la mossa a Gentiloni. La segretaria della Cgil tuona nel comizio di piazza San Giovanni: «Il governo ha avuto paura di condurre una battaglia a viso aperto». Praticamente sfiducia il presidente del Consiglio: «Non si possono derubare i cittadini del voto» e «questo schiaffo alla democrazia non può passare inosservato».

Si appella al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e annuncia un ricorso alla Corte costituzionale contro la decisione del governo: «Continueremo a vigilare sulle regole democratiche». Il problema centrale è ancora una volta la precarietà del lavoro: «Con i voucher si reintroduce l’ennesima forma di precarietà, raccontando che è un contratto mentre invece è una pura transazione economica, che non prevede alcun diritto per i lavoratori».

Paolo Gentiloni rispetta la manifestazione della Cgil, ma la critica nel metodo e nel merito. Nel metodo perché la protesta non è dei sindacati «ma di uno, anche se il più importante dal punto di vista numerico». Il presidente del Consiglio poi boccia anche “il bersaglio sbagliato” della Cgil: «C’è veramente qualcuno che pensa che questi lavoratori non avevano bisogno di regole?».

Sale la tensione sul governo, già indebolito da una scissione a sinistra. Il Movimento democratico e progressista, i bersaniani che a febbraio hanno lasciato il Pd, è schierato tutto con la Cgil contro Gentiloni, il successore di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Gli scissionisti anti renziani non hanno partecipato in Parlamento al voto di fiducia sulla manovrina e ora alzano il tiro. Il coordinatore del Mdp Roberto Speranza avverte: «Diciamo al governo che se non c’è una inversione di tendenza sul lavoro, non ci siamo. Bisogna cambiare rotta sul lavoro».

Se non è una dichiarazione di sfiducia come quella della Camusso, un annuncio di crisi di governo da parte del gruppo Bersani, D’Alema, Speranza, Rossi, poco ci manca. È comunque un serio avvertimento. Ma la cosa non sembra spaventare Renzi. Anzi. Il segretario del Pd sembrerebbe felice se ci fosse una crisi di governo e ci fossero le elezioni politiche anticipate a ottobre o novembre. In questo modo eviterebbe il voto nella primavera del 2018, con alle spalle una difficile legge di Bilancio dalle scelte non certo popolari.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Ilva. La cordata Am Investco si aggiudica la gara

ancelor mittalPer l’acquisizione di Ilva la cordata Am Investco Italy ha offerto 1,8 miliardi di euro e la vince.
La cordata formata da ArcelorMittal, Marcegaglia e Intesa Sanpaolo, nella “classifica aggiudicataria” che sarà ufficializzata nel pomeriggio da Ilva, precede la concorrente AcciaItalia, guidata dagli indiani di Jindal e di cui fanno parte Cdp, Arvedi e Del Vecchio.
La decisione dei commissari straordinari di Ilva (Enrico Laghi, Piero Gnudi e Corrado Carrubba) deve essere ancora comunicata al ministero dello Sviluppo Economico: sarà il ministero a dover emettere un decreto ufficiale per sancire la scelta.
La graduatoria è stata identificata analizzando il prezzo offerto, il piano industriale, quindi le garanzie occupazionali, e il piano di investimenti ambientali, ma a definire la graduatoria è stato in particolar modo il prezzo, dal momento che per gli altri parametri le due offerte sono risultate di fatto in linea.
Sembra tutto pronto ormai, infatti il ministro Carlo Calenda ha già convocato per il 30 maggio i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm, Ugl Metalmeccanici, Cgil, Cisl e Uil per “comunicare lo stato di attuazione della procedura relativa alla cessione degli impianti”. Successivamente scatterà un periodo di 30 giorni per verificare la rispondenza del piano ambientale presentato dall’azienda assegnataria alle indicazioni del ministero dell’Ambiente, che entro l’autunno emetterà un proprio decreto.
Tuttavia l’ultimo scoglio riguarda l’Europa e l’ok dall’Antitrust UE: ArcelorMittal in Europa è infatti tra le aziende leader e rischierebbe di sforare il 40% delle quote di mercato.

Cicchitto: lavoro a intesa
fra area di centro e Psi

fabrizio cicchitto

Intervista a Fabrizio Cicchitto,  Presidente della III Commissione (Affari Esteri e Comunitari) della Camera dei deputati e capogruppo di ALTERNATIVA POPOLARE-CENTRISTI PER L’EUROPA-NCD. 

Onorevole Cicchitto, il suo intervento è stato molto applaudito al congresso del PSI. Non pensa di poter ritornare con loro ora che il centro sembra tramontato?

La mia cultura politica è laica, riformista, liberal-socialista. Poi dopo la distruzione del PSI per via mediatico-giudiziaria ho ritenuto che l’impegno politico più efficace per bloccare il giustizialismo del PDS fosse Forza Italia. La mia attuale collocazione politica in Alternativa Popolare discende da quella scelta. Adesso sto lavorando perché si possa stabilire un’intesa federativa fra l’area di centro e il PSI guidato da Nencini.

Lei pensa che il governo Gentiloni avrà una navigazione tranquilla? Oppure deve temere anche i risultati delle primarie del pd?

Mi auguro che nessuno sia così irresponsabile da mettere in crisi il governo Gentiloni. A fronte della pericolosa iniziativa di stampo populista e protestatario del M5S, alla deriva lepenista del centro-destra, alle contraddizioni esplose nel PD, l’Italia può basarsi su due punti di riferimento: il presidente della Repubblica Mattarella e il governo Gentiloni. Ci auguriamo che nessuno del PD pensi di giocare carte destabilizzanti per arrivare a elezioni anticipate come una sorta di rivincita nei confronti dei risultati del referendum, anche perché sarebbe probabile una riperdita. I riflessi di questa azione sull’economia e sull’equilibrio finanziario del paese potrebbero essere devastanti. Inoltre al M5S e al lepenismo della Lega si può rispondere solo con l’azione del governo per la crescita.

L’ex premier Letta ha dichiarato che voterà alle primarie del Pd e voterà Orlando. Secondo lei tornerà alla politica attiva? E Orlando potrebbe essere l’uomo della pacificazione a sinistra?

Rispetto al congresso del PD ho una posizione di attesa. Il punto fondamentale è capire qual è la linea reale di Renzi sul piano politico (quali alleanze e quale rapporto col governo) e sul piano programmatico (impegno per la crescita, taglio per la spesa pubblica per favorire la riduzione della pressione fiscale, le privatizzazioni in funzione degli investimenti e del debito, resistere o meno alla linea conservatrice della CGIL).

Secondo lei l’Italia come ha usato la flessibilità concessa dall’Europa? Ci sono delle responsabilità perché le cose non sono andate nella direzione auspicata?

Il governo Renzi ha fatto una serie di cose giuste, dal Jobs Act, ad una parziale riduzione della pressione fiscale sulle imprese, ad una serie di altri provvedimenti. Il limite è stato costituito dalla scarsa incisività nella spending review e nel fatto che alcune risorse sono state disperse in bonus di stampo elettorale. Ma si è trattato a mio avviso di peccati veniali. Adesso però il governo Gentiloni è di fronte a compiti assai impegnativi e non si può negargli la mano dicendo no a tutto, no alle tasse, no ad ogni privatizzazione.

Proporzionale o no, sulla legge elettorale sembra che i partiti prendano solo tempo. Crede che davvero si riuscirà a trovare un’intesa su un sistema che renda omogenei sistemi di Camera e Senato?

Mi auguro che si trovi una larga intesa. Si può lavorare con un proporzionale accompagnato da un “premietto di maggioranza”, ma ciò si intreccia con le scelte di linea politica del PD: è un po’ poco fare il congresso solo su Renzi si, Renzi no, come di fatto sta avvenendo.

Testamento biologico, lei ha dichiarato che voterà in dissenso dal suo gruppo. Quanto pesano i temi etici sulle scelte dei politici?

Per me molto, ma in senso personale e individuale. Sui temi della bioetica non c’è disciplina di partito che tenga, né in un senso, né in un altro. Ma anche i laici in quanto tali o gli stessi cattolici possono dividersi a seconda delle sensibilità personali. Io, per esempio, condivido in materia di eutanasia e di suicidio assistito quello che ha scritto Umberto Veronesi. Nel contempo, però, ho il massimo rispetto per chi fa una scelta di segno opposto. Penso a quello che ha scritto Socci su sé stesso e sua figlia o ad altre esperienze. La legge non può imporre scelte né in un senso né nell’altro. Bisogna offrire una strada sia a chi voglia resistere in condizioni di estrema menomazione sia a chi arrivato ad un certo punto ritenga che la vita non valga più la pena di esser vissuta. Affrontiamo di petto il problema: è più umano e civile dare la possibilità di scegliere la via della sedazione a chi reputa di non poter più andare avanti o girare ipocritamente la testa dall’altra parte quando una persona si toglie la vita in modo traumatico buttandosi da una finestra o sparandosi un colpo di pistola? A mio avviso bisogna offrire una strada sia a chi vuole resistere ad ogni costo, sia a chi vuole abbandonare una vita ritenuta improponibile. Al fondo di queste valutazioni c’è anche una scelta culturale di stampo liberale-illuminista. Alla Camera ho ricordato l’art. 4 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo della Rivoluzione francese del 1789: “La libertà consiste nel potere fare tutto ciò che non nuoce ad altri”.

Ida Peritore

La foresta pietrificata
delle pensioni

Pensioni-InpsPensioni? Gli aspiranti pensionati si aggirano invano in una “foresta pietrificata”: tutto è bloccato, tutto è rinviato. Sono andate deluse soprattutto le attese dei giovani (ansiosi di trovare un lavoro lasciato libero dagli anziani) e delle donne (interessate a lasciare in anticipo fabbriche e uffici). Sono fermi i decreti attuativi dei pensionamenti anticipati previsti dalla legge di Bilancio 2017, la cosiddetta “Fase uno” della riforma delle pensioni decisa dal governo guidato da Matteo Renzi.

Sono ancora confinate in un cantiere tutto da inventare, invece, le misure della cosiddetta “Fase due” della riforma delle pensioni, quella indicata dall’esecutivo di Paolo Gentiloni, il presidente del Consiglio che lo scorso dicembre ha preso il posto di Renzi a Palazzo Chigi.

L’incontro tra il governo e Cgil-Cisl-Uil è stato un colpo a vuoto. Giuliano Poletti non ha avuto nulla da dire a Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo. L’unica certezza è la data del nuovo match: il 4 maggio “in sede tecnica”. Dalla riunione del 6 aprile è arrivata una decisa “frenata” alla possibilità di modificare o di ammorbidire la legge Fornero, il provvedimento stabilito 5 anni fa dal governo Monti sotto l’emergenza di tagliare la spesa pubblica per ridurre il deficit dello Stato. La ministra del Lavoro Elsa Fornero nel 2012 alzò improvvisamente e consistentemente gli anni di contributi e dell’età anagrafica necessari per lasciare il lavoro.

Si potrà cambiare la legge Fornero? Poletti sembra molto scettico. Il ministro del Lavoro, dopo l’incontro con i sindacati del 6 aprile, è stato molto prudente: «Abbiamo l’esigenza di valutare come affrontare questo tema». Ha molto circoscritto il senso del confronto: «È stata una riunione utile per definire il perimetro della discussione». Niente altro.

Nessuna novità nemmeno sui decreti attuativi delle misure approvate con la legge di Bilancio, ancora all’esame del Consiglio di Stato.  Nessuna novità sull’anticipo della pensione (Ape sociale e volontaria) e sulla cosiddetta “quota 41” per i lavoratori precoci (riguarda quelli disoccupati, inabili o che assistono familiari non più autonomi). Nessuna novità sulla possibilità di prorogare Opzione donna, le misure che permettono al gentil sesso di lasciare prima il lavoro al prezzo di una penalizzazione economica.

Nessuna novità sull’esigenza, di carattere generale, di rivedere la legge Fornero. Negli ultimi anni e anche nei mesi scorsi si sono susseguite le dichiarazioni di principio sulla necessità di modificare la rigida normativa varata nel 2012, ma i diversi esecutivi alla fine hanno sempre ripiegato inseguendo l’emergenza. Così si sono succedute ben 8 “tutele” per gli esodati. In sintesi: per circa 100 mila persone, rimaste senza lavoro e senza pensione, sono state applicate le regole previdenziali precedenti alla riforma voluta dal governo presieduto dal tecnico Mario Monti.

Un modifica generale della legge Fornero, però, non c’è stata. È tutto rinviato, bloccato, pietrificato. Le pensioni ricordano un po’ Medusa: questo orribile mostro della mitologia greca aveva il potere di pietrificare per la paura chiunque osasse guardarla.

Rodolfo Ruocco
(sfogliaroma.it)

Approvati gli ultimi decreti della buona scuola

Scuola-InsegnantiIl consiglio dei ministri ha approvato gli ultimi decreti attuativi delle riforma dell’istruzione. Si tratta delle nuove regole per la maturità (dal 2019) e quelle per diventare insegnanti. Con gli otto decreti attuativi approvati la riforma può dirsi conclusa, almeno dal punto di vista normativo. Un passo avanti che il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni rappresenta “una notevole iniezione di qualità nella nostra scuola”. “Con questo atto e con il lavoro fatto in questi mesi dalla ministra Fedeli insieme alla presidenza e ad altre strutture del governo, si completa e si vara definitivamente la riforma della scuola”.

A sottolineare che “con l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri dei decreti legislativi che completano la riforma della Buona Scuola, le conoscenze storico-critiche delle arti e la creatività tornano al centro della formazione degli studenti italiani di ogni ordine e grado” è il ministro di Beni culturali e Turismo, Dario Franceschini, per il quale “l’esperienza diretta e lo studio del patrimonio e delle produzioni culturali e il sostegno alla creatività sono i pilastri di uno dei provvedimenti approvati oggi in attuazione della legge 107 del 2015, che coinvolgono Mibact e Miur, insieme ai propri istituti e realtà scolastiche, nell’elaborazione di un sistema coordinato per la promozione e il potenziamento della cultura umanistica, della conoscenza e della pratica delle arti nella Scuola. Il ‘Piano delle Arti’, che riguarderà la creatività italiana nel suo complesso – conclude il ministro Franceschini – sarà lo strumento attraverso il quale la conoscenza della storia dell’arte e del patrimonio culturale entrerà a far parte del curriculum di ogni studente”.

Di parere diverso la Cgil per la quale l’approvazione dei decreti legislativi previsti dalla legge 107 “avviene dopo un percorso di confronto insufficiente, che ha impedito l’introduzione di numerose proposte migliorative avanzate dalle organizzazioni sindacali e dal mondo della scuola”.

Critica anche la Gilda che parla di 1 passo avanti e 2 indietro. “Rispetto alle stesure originarie di alcune deleghe della legge 107 i decreti attuativi che questa mattina hanno ottenuto il via libera del Cdm risultano più confusi e in talune parti peggiorati”. E’ un giudizio in chiaroscuro quello espresso da Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda sul pacchetto Scuola. “Ovviamente ci riserviamo un’analisi più approfondita dopo l’esame dettagliato dei testi dei decreti – precisa Di Meglio – ma da quanto si evince finora restiamo perplessi riguardo alcune scelte adottate dal Governo. Anche sul fronte delle risorse stanziate, è evidente che sono del tutto insufficienti per realizzare gli interventi promessi nei decreti. Per quanto riguarda il nuovo sistema di reclutamento – afferma il coordinatore nazionale – riteniamo grave che l’abilitazione all’insegnamento sia stata sostituita da una semplice specializzazione: si tratta di una modifica per legge dello status giuridico dei docenti che vengono così dequalificati a laureati specializzati, in contrasto con l’attuale modello di riconoscimento delle abilitazioni adottato negli altri Paesi dell’Unione Europea”.

Mentre per l’Anci il giudizio è diverso. Anzi opposto: “Non possiamo che dirci soddisfatti, perché oggi giunge a termine un percorso caratterizzato da grande impegno e partecipazione da parte dell’Anci. In questo senso, dobbiamo di certo fare un plauso anche all’atteggiamento del governo, che ha recepito molte delle istanze avanzate dai Comuni e ha consentito che fosse ascoltato l’interesse dei cittadini. I provvedimenti varati oggi erano molto attesi, perché andranno a incidere su compiti e funzioni di diretta competenza degli enti locali”, afferma la presidente della commissione istruzione dell’Anci Cristina Giachi.

I punti principali della riforma

DA 2019 NUOVA MATURITÀ – Si viene ammessi con tutti sei, fatta salva la possibilità per il Consiglio di classe di ammettere, con adeguata motivazione, chi ha un voto inferiore a sei in una disciplina. Chi ha l’insufficienza in condotta non viene ammesso. I candidati dovranno affrontare due prove scritte e un colloquio orale. Lo svolgimento delle attività di alternanza Scuola-Lavoro diventa requisito di ammissione, insieme allo svolgimento della Prova nazionale Invalsi. Quanto al primo ciclo restano i voti, ma saranno affiancati da una specifica certificazione delle competenze. Alla primaria la non ammissione è prevista solo in casi eccezionali e con decisione unanime dei docenti della classe.

NUOVE REGOLE PER DIVENTARE PROF – Tutti i laureati potranno partecipare ai concorsi, a patto che abbiano conseguito 24 crediti universitari. I concorsi avranno cadenza biennale, il primo sarà nel 2018. Chi lo passa entra in un percorso triennale di formazione, inserimento e tirocinio, con una retribuzione crescente che parte fin dal periodo della formazione. Alla fine del triennio, se la valutazione è positiva, vengono immessi in ruolo. E’ prevista una fase transitoria durante la quale saranno esaurite innanzitutto le Graduatorie a esaurimento e quelle dell’ultimo concorso del 2016. Previste procedure concorsuali specifiche per chi sta già insegnando come supplente da tempo.

PER ALUNNI DISABILI PROF MEGLIO FORMATI – Viene rivista la formazione iniziale dei docenti di sostegno dell’infanzia e della primaria, attraverso l’istituzione di un Corso di specializzazione ad hoc. Specifica formazione anche per il personale Ata. Le commissioni mediche per l’accertamento della disabilità si arricchiscono di nuove professionalità. Per la prima volta i supplenti potranno avere contratti pluriennali.

RESTYLING ISTRUZIONE PROFESSIONALE – I percorsi durano 5 anni: biennio più triennio. Gli indirizzi, a partire dall’anno scolastico 2018-2019, passano da 6 a 11. Ogni Scuola potrà declinare questi indirizzi in base alle peculiarità del territorio. Rafforzati i laboratori. Il sistema sarà in vigore dall’anno scolastico 2018-2019. Vengono stanziati oltre 48 milioni a regime per incrementare il personale necessario all’attuazione delle novità previste. Sarà stabilizzato lo stanziamento di 25 milioni all’anno per l’apprendistato formativo.

PERCORSO 0-6 ANNI – Progressivamente si amplieranno e qualificheranno i servizi educativi per l’infanzia e della Scuola dell’infanzia su tutto il territorio nazionale. Per finanziare il nuovo Sistema viene creato un Fondo specifico (239 milioni all’anno a regime) per l’attribuzione di risorse agli Enti locali. Prevista la qualifica universitaria come titolo di accesso per il personale, anche per i servizi da 0 a 3 anni, e per la prima volta sarà istituita una soglia massima per la contribuzione da parte delle famiglie.

TRIPLICATE RISORSE PER DIRITTO ALLO STUDIO – Potenziamento della carta dello studente IoStudio. Sono previsti specifici finanziamenti per sostenere il welfare studentesco: 30 milioni vengono destinati per il 2017 alla copertura di borse di studio grazie alle quali gli studenti delle Superiori potranno avere supporto per l’acquisto di materiale didattico, per trasporti, per accedere a beni di natura culturale. Altri 10 milioni (all’anno, fino al 2019-2020) vengono stanziati per l’acquisto di sussidi didattici nelle scuole che accolgono alunni con disabilità. Ancora altri 10 milioni vengono investiti, dal 2019, per l’acquisto da parte delle scuole di libri di testo e di altri contenuti didattici, anche digitali. E’ previsto l’esonero totale dal pagamento delle tasse scolastiche, in base all’Isee, per gli studenti delle quarte e delle quinte Superiori (dal 2018-2019).

PROMOZIONE DEL MADE IN ITALY – arriva il Piano delle Arti, un programma di interventi con validità triennale che il Miur metterà in campo di concerto con il Mibact e che conterrà una serie di misure per agevolare lo sviluppo dei temi della creatività nelle scuole. Il Piano viene finanziato con 2 milioni all’anno a partire dal 2017 e per la prima volta il 5% dei posti di potenziamento dell’offerta formativa sarà dedicato allo sviluppo dei temi della creatività. L’alternanza Scuola-Lavoro potrà essere svolta presso soggetti pubblici e privati che si occupano della conservazione e produzione artistica.

SCUOLE ITALIANE ALL’ESTERO – Organico del potenziamento anche all’estero: 50 ulteriori insegnanti (si passa da 624 a 674). Queste figure professionali verranno selezionate per la prima volta dal Miur sulla base di requisiti predisposti insieme al Ministero degli Affari Esteri. I tempi di permanenza fuori dall’Italia passano dai 9 anni attuali a due periodi di 6 anni scolastici che dovranno pero’ essere intervallati da un periodo di 6 anni nelle scuole italiane del Paese.

Mamma domani, un bonus di 800 euro per le donne
in dolce attesa

Inps

BONUS MAMME FUTURE ANCHE AI PREMATURI

Grazie all’ultima legge di Bilancio le donne in dolce attesa hanno diritto a un contributo di 800 euro, chiamato “Mamma domani”. Un bonus, spiegava il ministro per la Famiglia, Enrico Costa, per le “prime spese” legate al lieto evento: gli esami pre parto, i farmaci, il passeggino, la culla, i vestitini. Tutto a partire dal 1° gennaio 2017. Solo che ad oggi, del modulo per fare domanda, non c’è ancora neanche l’ombra.

Sebbene importanti novità sono recentemente intervenute sulla nuova misura assistenziale. Hanno infatti diritto al bonus mamma domani 2017 tutte le donne che partoriscono un figlio, Anche se la nascita avviene prima dell’ingresso nell’ottavo mese di gravidanza. È quanto ha comunicato l’Inps nella circolare n. 61 del 16 marzo. La precisazione si è resa necessaria per colmare un vuoto normativo. Tanto la legge di bilancio 2017 quanto i successivi documenti dell’Inps dicevano semplicemente che le future madri avrebbero potuto richiedere il nuovo bonus mamma domani una volta concluso il settimo mese di gravidanza oppure al momento dell’adozione del figlio.

Nessuno, a quanto pare, aveva pensato ai cosiddetti “settimini”, cioè i bambini venuti al mondo prima del “compimento del settimo mese di gestazione” prescritto dalla legge. Questa opportuna integrazione pone pertanto rimedio alla improvvida dimenticanza, garantendo anche alle madri di figli prematuri il beneficio numerario alla nascita di 800 euro.

Requisiti generali

Il premio alla natalità è riconosciuto alle donne gestanti o alle madri che siano  in possesso dei seguenti requisiti attualmente presi in considerazione per l’assegno di natalità di cui alla legge di stabilità n. 190/2014 (art. 1, comma 125): residenza in Italia; cittadinanza italiana o comunitaria; le cittadine non comunitarie in possesso dello status di rifugiato politico e protezione sussidiaria sono equiparate alle cittadine italiane per effetto dell’ art. 27 del Decreto Legislativo n. 251/2007; per le cittadine non comunitarie,  possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo di cui all’articolo 9 del Decreto Legislativo n. 286/1998 oppure di una delle carte di soggiorno per familiari di cittadini UE previste dagli artt. 10 e 17 del Decreto Legislativo n. 30/2007, come da indicazioni ministeriali relative all’estensione della disciplina prevista in materia di assegno di natalità alla misura in argomento (cfr. circolare INPS 214 del 2016).

Maturazione del premio alla nascita o all’adozione

Il beneficio di 800 euro può essere concesso esclusivamente per uno dei seguenti eventi verificatisi dal 1° gennaio 2017: compimento del 7° mese di gravidanza; parto, anche se antecedente all’inizio dell’8° mese di gravidanza; adozione del minore, nazionale o internazionale, disposta con sentenza divenuta definitiva ai sensi della legge n. 184/1983; affidamento preadottivo nazionale disposto con ordinanza ai sensi   dell’art. 22, comma 6, della legge 184/1983 o affidamento preadottivo internazionale ai sensi dell’art. 34 della legge 184/1983.

L’agevolazione è concessa in un’unica soluzione, per evento (gravidanza o parto, adozione o affidamento), e in relazione ad ogni figlio nato o adottato/affidato.

L’inps applica la legge

PENSIONI, NESSUN CONGUAGLIO IMPAZZITO

Con riferimento alla segnalazione della Spi Cgil riguardo a “conguagli ‘impazziti’ e non meglio specificati sulle pensioni si fa presente che in merito ai conguagli fiscali l’Istituto non ha rilevato alcun malfunzionamento della piattaforma. L’Inps ha recentemente specificato le modalità di applicazione dei conguagli fiscali di fine anno 2016 da parte dell’Istituto nella qualità di sostituto d’imposta. Queste modalità, disciplinate per legge, prevedono che, nelle ipotesi di incapienza, possano derivare posizioni con pensioni azzerate. La legge infatti prevede una rateizzazione solo per titolari di pensione non superiore a 18.000 € lordi annui, per i quali viene effettuata d’ufficio una dilazione senza interessi per 11 rate di uguale importo.

Inps

CUMULO ASSICURATIVO

Con la circolare n. 60 del 16 marzo 2017 vengono fornite le prime istruzioni applicative sul cumulo dei periodi assicurativi non coincidenti da parte degli iscritti a due o più forme di assicurazione gestite dall’Inps (lavoratori dipendenti, autonomi, gestione separata e forme sostitutive ed esclusive), al fine del conseguimento di un’unica pensione, secondo quanto disposto dalla legge 232/2016, con la quale si è provveduto a modificare quanto già previsto in materia dalla legge 228/2012. Con una successiva circolare, a seguito delle istruzioni che saranno emanate dalle casse professionali coerentemente con gli indirizzi ministeriali, saranno fornite le istruzioni applicative per i casi di cumulo di periodi assicurativi non coincidenti anche presso le Casse professionali. Si riportano di seguito alcuni punti della circolare, rimandando alla stessa per ogni ulteriore approfondimento.

In base a quanto previsto dalla legge 232/2016, dal 1° gennaio 2017 la facoltà di cumulo può essere esercitata per conseguire la pensione di vecchiaia anche da coloro che sono già in possesso dei requisiti per il diritto autonomo al trattamento pensionistico in una delle gestioni interessate oppure per conseguire la pensione anticipata con i requisiti previsti dalle norme in vigore, compreso l’adeguamento agli incrementi della speranza di vita. La facoltà di cumulo può essere esercitata dai superstiti di un lavoratore per conseguire la pensione indiretta, anche nel caso in cui quest’ultimo abbia già maturato i requisiti per il diritto autonomo alla pensione in una delle gestioni di cui sopra. Anche la contribuzione estera sarà oggetto di valutazione, nei limiti delle norme previste dai regolamenti comunitari e dalle convenzioni bilaterali: il cumulo è possibile soltanto se risulta perfezionato in Italia il minimale di contribuzione richiesto per la totalizzazione internazionale. In caso di domande di pensione in totalizzazione presentate anteriormente al 1° gennaio 2017 ed il cui procedimento amministrativo non sia ancora concluso, è possibile rinunciare a tale domanda e accedere al trattamento pensionistico in cumulo. Tale rinuncia può essere effettuata anche dai superstiti di assicurato. Allo stesso modo, la rinuncia può essere utilizzata anche da coloro i quali, pur avendo in corso un provvedimento di ricongiunzione onerosa, non hanno ancora perfezionato il pagamento integrale dell’importo dovuto, sempre che abbiano già perfezionato un diritto a pensione in cumulo. I n tal caso, previa rinuncia alla domanda di ricongiunzione effettuata entro il 1° gennaio 2018, è prevista la restituzione delle quote versate in quattro rate annuali.

Pensioni

RICALCOLI PER I DIRITTI INESPRESSI

Diritti inespressi. Così li chiama l‘Inps. Cosa sono? Diritti e agevolazioni sugli assegni previdenziali che non scattano in automatico: bisogna richiederli. E chi non lo fa di fatto rinuncia ad una buona fetta dell’assegno pensionistico. A poterne godere sarebbero migliaia di pensionati che finora, ignari di questa procedura, non hanno fatto alcuna domanda all’Istituto di previdenza sociale. Come sottolinea LaVerità, in diversi casi basta fare una semplice domanda con un apposito modulo per ottenere un aumento dell’assegno di circa 300 euro.

E secondo alcune stime su 18 milioni di pensionati, ben 6 milioni avrebbero diritto ad un ricalcolo. Inoltre si estende fino a 5 anni il periodo della retroattività sugli arretrati. I “diritti inespressi” riguardano le pensioni che viaggiano sotto i 750 euro. E così una pensione su tre andrebbe ricalcolata. Per ottenere il ricalcolo bisogna andare sul sito Inps, www.inps.it e avviare la procedura collegandosi alla scheda personale “cedolino pensione e servizi collegati”.

Ritardi tecnici

NUOVO BONUS MAMME, CODE ALL’INPS

Bonus annunciato, ma non ancora attivato. A trovarsi in tale situazione è il rimborso da 800 euro per le mamme. Un provvedimento deliberato dal governo e finora fermo per la mancata messa a punto del programma di gestione della nuova misura. Già perché negli uffici Inps prosegue la coda di chi richiede il bonus e la risposta è sempre la stessa: “Non è ancora disponibile la procedura online per l’inoltro telematico della relativa domanda”. Come racconta Repubblica, la corsa al bonus è cominciata da tempo, ma le disposizioni varate dall’esecutivo per le famiglie stentano a mettersi in moto. A fine febbraio sul sito Inps una circolare definiva i primi parametri per far richiesta. “Cittadine italiane, comunitarie o extracomunitarie con permesso di soggiorno, residenti nel nostro Paese”, questi i requisiti. Nessun accenno alle fasce di reddito. E nessuna indicazione operativa sulle modalità da osservare per la presentazione delle richieste. Poi è arrivata una seconda circolare che ha posto nuovi paletti, omettendo di fornire l’iter da seguire per la trasmissione delle istanze. E adesso, come riporta Repubblica, arriva la risposta dell’Inps che parla di tempi tecnici per l’avvio delle procedure. Il lancio, per l’Istituto di previdenza sociale resta “imminente”, ma nessuno si sbilancia su una possibile data. I fondi stanziati nella legge di Bilancio per la misura sono abbastanza consistenti: 600 milioni di euro per il 2017, che dovrebbero garantire il bonus di 800 euro a 750 mila famiglie, senza che per loro sia richiesto un reddito sotto una certa soglia. Un dettaglio che di fatto darà un gran da fare agli operatori del servizio informazioni dell’Inps.

Carlo Pareto