Padoan-Camusso, è scontro sulla manovra

camusso padoan

Ieri il Consiglio dei Ministri ha approvato la manovra per il 2018 e subito sono iniziate le polemiche. Il Segretario generale della CGIL, Susanna Camusso, in un’intervista fatta al Circo Massimo per Radio Capital, ha affermato: “La  manovra approvata ieri, è una manovra che favorisce le rendite e che mantiene lo status quo. Si è fatta una scelta politica: si poteva intervenire sulla finanza, sul patrimonio e facilitare chi lavora e chi produce e invece si è scelto di usare questo slogan sulle tasse, facendo credere che è una risposta a tutti e invece è una risposta solo ad alcuni, mantenendo la pressione fiscale alta”.

Il segretario generale della Cgil ha spiegato anche che dopo la scelta annunciata dal governo di non voler intervenire sull’età pensionabile, il sindacato valuterà congiuntamente come reagire dicendo: “Abbiamo oggi un appuntamento con Cisl e Uil per valutare perché la chiusura non è arrivata al tavolo con il ministro Poletti ma dopo da Gentiloni in conferenza stampa. Faremo una valutazione comune. La politica pensa di essere autosufficiente e per questo le serve dire che la rappresentanza è inutile. C’è un atteggiamento ostile non solo nei confronti dei sindacati per questa idea di autosufficienza che però non mi sembra dia grandi risultati.  Il Governo aveva firmato con Cgil, Cisl e Uil un accordo sull’aspettativa di vita e sulle pensioni anche per i giovani che è stato disatteso. Dell’eventuale reazione discuteremo adesso con le lavoratrici e i lavoratori Cgil, Cisl, Uil”.

Immediata la risposta del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan: “Mi chiedo Susanna Camusso che legge di bilancio abbia visto, non corrisponde a questa descrizione. Abbiamo messo risorse per gli investimenti pubblici, per gli investimenti privati, risorse per l’occupazione giovanile Stiamo dando una scossa alla crescita.  Intervenire sull’Irpef in questa legge di bilancio non è stato possibile per la scarsità di risorse, mi auguro che si possa fare immediatamente nella prossima legislatura. Non è vero che non siamo intervenuti sulle pensioni perché ci sono misure come l’ape sociale e l’ape donna che introducono elementi per le persone che ne hanno più bisogno.  C’è una legge concordata in sede Ue che tiene conto dell’allungamento delle aspettative di età, ma ci sono anche molti meccanismi introdotti per affrontare la questione, come per i lavoratori usuranti che hanno diritto ad andare in pensione prima”.

Il Governo ha chiuso ogni spiraglio su possibili interventi in materia previdenziale a partire dalla richiesta dei sindacati di uno stop all’aumento dell’età di vecchiaia collegato all’aspettativa di vita previsto per il 2019.

Il premier, Paolo Gentiloni, al termine del Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alla manovra, ha detto: “ C’è una legge in vigore e la rispetteremo”.

In pratica, quindi, si attenderanno i dati Istat previsti per questo mese sull’andamento dell’aspettativa di vita tra il 2013 e il 2016 e si procederà all’aumento dell’età di vecchiaia sulla base di questo andamento. Al momento la previsione è di un aumento nel 2019 di 5 mesi (arrivando a 67 anni). Pertanto, i sindacati hanno manifestato la loro preoccupazione.

In mattinata, ieri, i leader di Cgil Cisl e Uil, prima del Cdm, hanno incontrato il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, esprimendo preoccupazione per l’assenza di misure significative sulla previdenza, anche per quanto riguarda gli impegni assunti dal Governo l’anno scorso sulla fase due e augurandosi aperture dal Cdm. Le misure in legge di Bilancio sulla materia saranno invece marginali, come quella che agevola le lavoratrici madri (con uno ‘sconto’ contributivo di sei mesi per un massimo di due anni) nell’ accesso all’Ape sociale, che la leader della Cisl, Annamaria Furlan, ha giudicato insufficiente.

Nessuna indicazione sembra in arrivo sulla pensione di garanzia per i giovani né condizioni più favorevoli per il pensionamento delle donne nel complesso che hanno avuto figli così come chiesto dai sindacati (un anno di anticipo per ogni figlio con un limite di tre anni). Il numero uno della Cgil, Susanna Camusso, ha detto: “Voglio esprimere la preoccupazione per la mancanza di risposte sulla previdenza. Serve un atto normativo che sospenda l’aumento dell’aspettativa di vita”. Il leader della UIL, Carmelo Barbagallo, ha detto: “Non c’è bisogno di risposte significative sulla fase due della previdenza”. Furlan per la CISL ha commentato: “Se sul lavoro, con gli sgravi per le assunzioni stabili dei giovani al 50% ( 100% al Sud) e sul rinnovo dei contratti pubblici ci sono segnali positivi, sul capitolo pensioni non è così. Spero che Gentiloni ci convochi”. Il segretario generale dello SPI-CGIL, Ivan Pedretti, ha attaccato sostenendo: “Con arroganza il governo non risponde ai problemi di milioni di persone e disattende gli impegni che si era preso per la seconda fase di confronto con i sindacati sulle pensioni. A questo punto non è più rinviabile una grande mobilitazione”.

Nel frattempo, oggi è arrivata anche la valutazione di Moody’s che mantiene un outlook negativo sul sistema bancario italiano che riflette la continua pressione sui nostri istituti affinché riducano i loro grandi stock di crediti problematici in un contesto in cui ci sono limitate opportunità di raccogliere capitali, una redditività che continua ad essere debole e una significativa esposizione di credito verso il governo italiano. Nella nota, si legge: “Una fragilità solo parzialmente mitigata da una leggera ripresa economica e da flussi più bassi di Npl”.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, replicando prontamente, ha spiegato: “La questione degli npl sta subendo un’accelerazione positiva. Lo stock delle sofferenze è diminuito del 25% da inizio anno. Ci sono giudizi molto più positivi da altri investitori istituzionali. Si tratta, ha spiegato, di un’immagine che non rispecchia la realtà”. La crescita dell’1,3% del Pil attesa da Moody’s nel 2018 viene definita ‘un miglioramento marginale’ che supporterà i volumi di attività e quindi i ricavi ma che è improbabile possa condurre a una significativa riduzione dei crediti problematici, che dunque continueranno a scendere gradualmente ma a restare alti mentre le banche stanno affrontando continue pressioni per alzare i livelli di accantonamenti su questi crediti. Moody’s ricorda che alla fine dello scorso anno i nostri istituti avevano in bilancio 349 miliardi di crediti deteriorati, lo stock più alto in Europa, che rappresentava il 17,3% dei loro prestiti lordi, più di tre volte la media dell’Unione Europea (5,1%). Anche se gli accantonamenti sono migliorati salendo adesso al 51% si tratta comunque di una soglia appena sopra il 50% del livello pre-crisi del 2007 e comunque generalmente inferiore al livello che sarebbe richiesto per vendere questi asset sul mercato. Per Moody’ è invece positiva la riduzione dei flussi di nuovi Npl attesa nel 2018 in quanto ridurrà gli accantonamenti e sosterrà la redditività. Tuttavia la capacità di generare utili resterà debole nel 2018 sulla scorta di una serie di fattori che pesano sui ricavi come, per esempio, i bassi tassi di interesse e la limitata crescita dei prestiti. Dal punto di vista della raccolta, il sistema italiano resta solido grazie all’alto peso dei depositi che riduce l’esigenza di rifinanziarsi all’ingrosso. Tuttavia, la prevista riduzione dei bond utilizzabili nel bail in mano al pubblico retail, ridurrà la protezione per i bond senior e per i depositanti in caso di risoluzione.
Oltre al noto contesto finanziario, il varo della manovra avviene in un periodo in cui continua e si rafforza la fuga degli italiani all’estero. Nel 2016, sono state 124.076 le persone espatriate, con un aumento del 15,4% rispetto al 2015. L’aumento è caratterizzato soprattutto dai giovani: oltre il 39% di chi ha lasciato l’Italia nell’ultimo anno ha tra i 18 e i 34 anni (+23,3%). Il 9,7% ha tra 50 e 64 anni: sono i disoccupati senza speranza rimasti senza lavoro. Dal 2006, la mobilità italiana è aumentata del 60,1%. Questi dati emergono dal Rapporto Italiani nel Mondo 2017 di Migrantes presentato oggi a Roma. Nel Rapporto si legge anche: “Le partenze non sono individuali ma di famiglia, intendendo sia il nucleo familiare più ‘ristretto’, ovvero quello che comprende i minori (oltre il 20%, di cui il 12,9% ha meno di 10 anni) sia la famiglia ‘allargata’, quella cioè in cui i genitori (ormai oltre la soglia dei 65 anni) diventano ‘accompagnatori e sostenitori’ del progetto migratorio dei figli (il 5,2% del totale). Le donne sono meno numerose in tutte le classi di età ad esclusione di quella degli over 85 anni (358 donne rispetto a 222 uomini): si tratta soprattutto di vedove che rispondono alla speranza di vita più lunga delle donne in generale rispetto agli uomini. Il continente prioritariamente scelto da chi ha spostato la sua residenza fuori dell’Italia nel corso del 2016 è stato quello europeo, seguito dall’America Settentrionale. Rispetto allo scorso anno, quando la Germania era stata la meta preferita, quest’anno il Regno Unito registra un primato assoluto tra tutte le destinazioni, seguito da Germania, Svizzera, Francia, Brasile e Usa. La Lombardia, con quasi 23 mila partenze, si conferma la prima regione per partenze, seguita dal Veneto (11.611), dalla Sicilia (11.501), dal Lazio (11.114) e dal Piemonte (9.022). C’è però una regione che presenta un dato negativo, ed è il Friuli Venezia Giulia, da cui nell’ultimo anno sono partite 300 persone in meno (-7,3%)”.

Sono quasi 5 milioni, al primo gennaio 2017, gli italiani che vivono all’estero secondo i dati delle iscrizioni all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero). Per la precisione, sono 4.973.942, che costituiscono l’8,2% degli oltre 60,5 milioni di residenti in Italia alla stessa data. Un numero che è costantemente aumentato negli anni (nel 2006 erano poco più di 3 milioni, +60,1%).  Oltre la metà risiede in un Paese europeo, ma le comunità italiane più numerose sono in Argentina (804mila), Germania (724mila) e Svizzera (606mila). E’ il Regno Unito, comunque, il Paese che ha visto aumentare le iscrizioni all’Aire (+27.602 nell’ultimo anno). Più della metà degli italiani residenti all’estero provengono da regioni del Sud. Aumentano i single, scendono i coniugati. In crescita anche gli italiani nati all’estero: dai circa 1,7 milioni del 2014 ai quasi 2 milioni del 2017.

La manovra non è certamente la panacea per tutti i mali del Paese ed è limitata dalle insufficienti risorse disponibili. L’assunzione di circa 1.500 nuovi ricercatori è sicuramente un segnale positivo ma ancora insufficiente. Tuttavia, un impegno importante il Governo potrebbe assumerlo: far emergere l’economia sommersa combattendo l’evasione e l’elusione sia fiscale che contributiva.

Salvatore Rondello

Inps, novità in materia Isee. Boeri, no a ricalcolo pensione mamme. Lavoro, la flessibilità non aiuta i giovani

Inps
NOVITÀ IN MATERIA ISEE

L’Isee è l’indicatore che serve per valutare e confrontare la situazione economica dei nuclei familiari che intendono richiedere una prestazione sociale agevolata. L’accesso a queste prestazioni, infatti, come ai servizi di pubblica utilità a condizioni agevolate (telefono fisso, luce, gas, ecc.) è legato al possesso di determinati requisiti soggettivi e alla situazione economica della famiglia.

Dall’1 gennaio 2015 l’Isee è stato profondamente rinnovato sia dal punto di vista delle regole di calcolo sia nelle procedure. Il nuovo Isee, per essere ancora più equo nel distribuire il costo delle prestazioni sociali e sociosanitarie tra i cittadini italiani, introduce migliori criteri di valutazione del reddito e del patrimonio, insieme a controlli più attenti.

Per ottenere la propria certificazione Isee è necessario compilare la Dichiarazione Sostitutiva Unica (Dsu), un documento che contiene le informazioni di carattere anagrafico, reddituale e patrimoniale necessarie a descrivere la situazione economica del nucleo familiare.

La normativa in materia di Isee prevede che la Dichiarazione sostitutiva unica (Dsu) possa essere presentata all’ente erogatore, ai Comuni o direttamente all’Inps in via telematica.

In prevalenza le Dichiarazioni sostitutive uniche sono compilate tramite i Caf, con i quali sono stati sottoscritti dall’Inps appositi accordi. L’ultima Convenzione, tenuto conto della disponibilità di bilancio, garantisce la copertura del servizio fino ad un limite, che si prevede possa essere raggiunto nella seconda metà di ottobre.

Successivamente le Dsu dovranno essere acquisite, su richiesta dell’utente, o presso le Strutture territoriali dell’Istituto, dagli operatori individuati a seguito della campagna formativa che l’Ente ha messo in atto, o acquisite direttamente dall’utente con il proprio Pin presso le postazioni self service disponibili nelle Agenzie periferiche.

Il messaggio dell’Ente di previdenza n. 3825/2017 al riguardo fornisce agli uffici decentrati dell’Inps opportune istruzioni tecniche e indicazioni amministrative per la gestione delle attività in materia. In particolare raccomanda agli addetti all’uopo preposti un approccio consulenziale personalizzato, integrato e proattivo, in conformità al nuovo modello di servizio.

Pensioni
APE SOCIAL E QUOTA 41, LE RISPOSTE NEGATIVE DELL’INPS

Si avvicina il 15 ottobre, data entro cui l’Inps dovrà dare le risposte alle domande per l’accesso all’Ape social presentate anche dai lavoratori precoci con i requisiti richiesti. Domande che erano state più numerose di quelle per cui erano state stanziate le risorse dal Governo con la scorsa Legge di bilancio. Alcune risposte sono arrivate e stanno continuando ad arrivare in questi giorni, ma come si può leggere dai post pubblicati sulla pagina Facebook Lavoratori precoci uniti a tutela dei propri diritti c’è chi si è visto respingere la richiesta di accesso all’Anticipo pensionistico agevolato e non riesce a capire perché. Qualcuno spiega di aver presentato in un secondo momento parte della documentazione richiesta, come peraltro era stato riconosciuto possibile fare. Tuttavia non mancano casi in cui nemmeno il patronato di riferimento sa fornire una risposta sulla causa reale del non accoglimento della domanda. Una motivazione come “no diritto” non sembra infatti poter essere accettabile per chi è certo di avere tutti i requisiti richiesti.

Boeri
NO AL TAGLIO DEI REQUISITI PER LA PENSIONE DELLE MAMME

No al taglio dei requisiti per il pensionamento anticipato delle mamme lavoratrici. A bocciare la richiesta che Cgil, Cisl e Uil hanno portato al confronto con il governo e che rinnoveranno ancora prossimamente, nel nuovo round previsto con il ministro del lavoro Poletti, è stato anche il presidente dell’Inps, Tito Boeri. ”Bisogna evitare scorciatoie perché il problema delle donne è quello di una forte discontinuità del lavoro. Quindi semmai dovrebbero, potendo, lavorare più a lungo, mentre così andrebbero in pensione con assegni più bassi”, ha spiegato Boeri sollevando l’irritazione di Cgil, Cisl e Uil che invece puntano a riconoscere il ruolo della maternità nel lavoro della donna ipotizzando uno sconto dei requisiti anagrafici con cui tutte le lavoratrici madri potrebbero lasciare l’occupazione con un anticipo massimo di 3 anni. Ma per Boeri invece un ipotetico sconto esteso a tutte le donne le esporrebbe anche al rischio di un pensionamento ‘involontario’. ”La scelta di andare in pensione non è sempre volontaria, ma viene presa anche dal datore di lavoro che potrebbe sfruttare così la possibilità di fare uscire anticipatamente le donne con figli licenziandola per ridurre la forza lavoro e obbligandole a prendere pensioni inferiori per il resto della vita”, ha precisato ancora ribadendo la sua idea di sempre: “Bisogna intervenire per agevolare l’accesso sul mercato del lavoro delle donne non il loro pensionamento” .Sì dunque a politiche che ne incentivino l’ingresso, no a interventi ad hoc e parziali”. Senza contare, ha detto ancora, della discriminazione che si produrrebbe nel mercato del lavoro. “Si potrebbe profilare una discriminazione tra le donne che lavorano e hanno figli e quelle invece che hanno privilegiato la carriera lavorativa. Se dunque l’obiettivo è quello di aiutare le donne nel lavoro questa proposta andrebbe nel senso esattamente contrario” ha aggiunto segnalando peraltro un possibile “effetto spiazzamento” che si potrebbe produrre rispetto a quelle lavoratrici-madri che hanno scelto di pensionarsi accedendo ad opzione donna che prevede il ricalcolo dell’assegno di chi è in un sistema misto secondo un sistema totalmente contributivo.

La strada da seguire, dunque, per Boeri, sta tutta negli incentivi all’occupazione femminile compresi il rafforzamento del congedo di paternità, ”obbligatorio ma preso solo da un terzo dei padri lavoratori”, e i vecchi voucher baby sitter o asili nido ancora largamente sottoutilizzati, ”ad utilizzarli solo in 7 mila persone”. Insorgono i sindacati impegnati in una partita con il governo lunga e delicata. La proposta di sconti nei requisiti delle lavoratrici madri offerti dal Welfare limitatamente alle donne in Ape social, infatti è considerata da tutti ”minimale” e insufficiente e Cgil, Cisl e Uil si apprestano a rilanciare le loro proposte. “Dichiarazioni decisamente fantasiose e singolari”, afferma la Cgil secondo la quale, come ha evidenziato il segretario confederale, Roberto Ghiselli ”l’anticipo pensionistico non sarebbe un obbligo, ma una facoltà da garantire alle donne e a chi svolge lavori di cura, e non sarebbe certo causa di licenziamento per le imprese”.

Parole bocciate anche dall’Ugl: ”Le sue apparenti preoccupazioni non trovano forza nella realtà, perché se le donne madri abbandonano prima il lavoro per una meritata pensione potrebbero favorire il ricambio con occupazione giovanile, cosa che è venuta meno con la riforma Fornero”, commenta il sindacato. Ma la partita si va surriscaldando soprattutto sul versante dell’aumento dell’età pensionabile di cui Cgil Cisl e Uil ancora una volta chiederanno il congelamento dello ‘scalone’ a 67 anni previsto nel 2019. Una ”questione dirimente”, come ha ripetuto ancora il leader Carmelo Barbgallo . I sindacati d’altra parte attendono una risposta definitiva e sono già in una situazione di pre-allerta. Nei giorni scorsi in una lettera inviata a tutte le strutture regionali hanno intanto dato il verde ad iniziative di mobilitazione, assemblee e attivi sindacali che prelude ad altre iniziative. ”Non resteremo con le mani in mano”, aveva già avvertito sempre Barbagallo in precedenza.

Lavoro
LA FLESSIBILITÀ NON AIUTA I GIOVANI

Cesare Damiano, i sindacati e altri sostenitori della flessibilità pensionistica, come pure Giuliano Poletti, hanno in diverse occasioni dichiarato che mandare in pensione prima gli italiani aiuterebbe a creare posti di lavoro per i giovani. Alessandra Del Boca e Antonietta Mundo, in un recente articolo pubblicato sul Corriere della Sera, ritengono però che le cose non funzionino in questo modo. “Nei paesi Ocse dove l’occupazione anziana è più alta, c’è la più alta occupazione giovanile, Banca d’Italia ci conferma che questo vale anche per il nostro Paese”. Le due autrici aggiungono che far uscire un lavoratore anziano con qualche anno di anticipo, “non aiuta il giovane perché il posto lasciato è diverso dal posto creato e le imprese non trovano le qualifiche che servono”. Dunque, dal loro punto di vista occorre aiutare i giovani investendo nella formazione, di modo che arrivino sul mercato del lavoro con le competenze richieste, magari aiutati anche da centri per l’impiego efficaci come in Germania.

Del Boca e Mundo scrivono anche che bloccare l’aumento dell’età pensionabile a partire dal 2019 sarebbe “un’ennesima cripto-salvaguardia destinata questa volta alle generazioni dei nati dopo il 1953, che lascerebbe a generazioni più giovani l’onere di pareggiare i conti”. Tuttavia, riconoscono che si potrebbe intervenire “sui lavori usuranti che riducono la speranza di vita del lavoratore, con criteri scientifici e per professione. L’Ape sociale è stata introdotta proprio per questo, no?”.

Carlo Pareto

Pensioni: da Cgil Cisl e Uil una proposta unitaria al governo

Al via la sperimentazione fra l’Istituto, Bambino Gesù, Gaslini e Meyer

L’INPS MIGLIORA LA TUTELA DELLA DISABILITÀ DEI MINORI

A partire dal 14 settembre 2017, ha preso il via ufficialmente il protocollo sperimentale, che coinvolge l’Inps, l’Ospedale Bambino Gesù di Roma, l’Istituto G. Gaslini di Genova e l’Azienda ospedaliero-universitaria Meyer di Firenze, volto a facilitare l’iter sanitario per il riconoscimento delle prestazioni assistenziali di invalidità alle quali hanno diritto i minori disabili.

Dalla predetta data i medici abilitati dall’Inps appartenenti ai tre ospedali pediatrici, possono compilare online il certificato specialistico pediatrico. Nelle settimane precedenti, infatti, l’Istituto di previdenza ha tenuto incontri con il personale delle strutture ospedaliere per presentare gli aspetti operativi del protocollo sperimentale e per illustrare le modalità di trasmissione online del certificato pediatrico telematico.

Il Protocollo sperimentale, di durata 18 mesi, era stato sottoscritto nella passata primavera dall’Ente assicuratore e dai tre ospedali pediatrici. Il protocollo permette in pratica ai medici di queste istituzioni sanitarie di utilizzare il certificato specialistico pediatrico, grazie al quale è possibile raccogliere fin da subito – durante il ricovero presso le stesse strutture – tutti gli elementi necessari alla valutazione medico legale.

Il referto specialistico pediatrico, predisposto dall’Inps e dalla Società Italiana di Pediatria, contiene difatti tutti gli elementi utili all’accertamento della specifica patologia. Questa attestazione sanitaria consente quindi di evitare ulteriori valutazioni specialistiche che, nei casi di particolare complessità delle patologie, sono spesso necessarie in aggiunta al certificato medico redatto da pediatri e medici di base del Servizio Sanitario Nazionale, ed evita così di dover sottoporre il minore a più visite.

Pensioni

DA CGIL CISL E UIL PROPOSTA UNITARIA A GOVERNO SU TEMI FASE 2

Blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita, previsto per il prossimo 2019, e un tavolo di studio per individuare un nuovo criterio che rispetti le diversità e le peculiarità di tutti i lavori. Sono alcune delle proposte unitarie che Cgil, Cisl e Uil hanno presentato alla presidenza del Consiglio dei ministri e al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, sui temi al centro del confronto della fase due sulla previdenza. “Le proposte – si legge nella nota congiunta – intendono superare le attuali rigidità e favorire il turn over generazionale per rendere più equo l’attuale sistema previdenziale”.

Per sostenere le future pensioni dei giovani, i sindacati propongono l’utilizzo di uno strumento che, valorizzando la storia contributiva dei lavoratori, ne sostenga il futuro reddito previdenziale e, contemporaneamente, che si superino gli attuali criteri previsti nel sistema contributivo, una vera e propria penalizzazione per i lavoratori con redditi più bassi.

E’ necessario, propongono ancora i sindacati, “porre fine alle disparità di genere che ancora penalizzano le donne nel nostro Paese. Un intervento sul solo meccanismo dell’Ape sociale è riduttivo, occorre una misura più ampia con il riconoscimento di un anno di anticipo per ogni figlio, fino a un massimo di tre, e il riconoscimento di un bonus contributivo per i lavori di cura, al fine di migliorare le pensioni delle donne. E’ inoltre fondamentale il rilancio delle adesioni della previdenza complementare estendendo la fiscalità incentivante, prevista per i lavoratori privati, anche a quelli del settore pubblico”. Occorre operare, finalmente, una separazione contabile della spesa previdenziale da quella assistenziale al fine di dimostrare che la spesa per pensioni, in Italia, è sotto la media europea. Bisogna, poi, varare subito una riforma della governance dell’Inps e dell’Inail per realizzare un sistema efficiente, trasparente e partecipato. Cgil, Cisl e Uil chiedono, infine, “il ripristino della piena indicizzazione delle pensioni introducendo un nuovo paniere e recuperando quanto perso in questi anni”.

Inps

SIA ANCHE SENZA PROGETTO

In caso di mancata sottoscrizione del progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa i beneficiari del Sostegno per l’inclusione attiva (Sia) non perdono il diritto al beneficio.

Sì al sostegno di inclusione attiva anche senza sottoscrizione del progetto

Lo stabilisce l’Inps con messaggio 3613/2017 (sotto allegato), che recepisce le modifiche apportate dal decreto 26 luglio 2017 e fornisce indicazioni operative sulla disciplina della sottoscrizione del progetto personalizzato di presa in carico ai fini della concessione del beneficio del Sia ordinario, nonché della condizionalità, così come previste dall’articolo 6 del richiamato decreto.

Questo vale per i residenti dei comuni interessati dagli eventi sismici del 2016 e 2017, a partire dallo scorso 17 agosto. Il decreto introduce, infatti, una deroga al principio della condizionalità, dunque dal 17 agosto 2017, la mancata sottoscrizione del progetto comunicata in un secondo momento rispetto alla stessa data da parte dei componenti del nucleo familiare beneficiario del SIA in via ordinaria, ed anche la violazione degli obblighi derivanti dallo stesso progetto, non comportano l’esclusione dal beneficio.

Cambia la disciplina del SIA ordinario in materia di condizionalità

Non solo. Secondo il decreto, i comuni dell’intero territorio nazionale possono derogare ai tempi per la predisposizione dei progetti personalizzati di presa in carico. Ciò comporta che il beneficio economico del Sia non si perderà anche in tal caso.

In pratica, tutte le domande già sospese a causa del mancato invio della notizia della sottoscrizione del progetto personalizzato sono state rimesse in pagamento dall’Istituto di previdenza sociale.

Inps

FONDO DI INTEGRAZIONE SALARIALE

Con la circolare Inps n. 176 del 2016 è stata illustrata la disciplina del Fondo di integrazione salariale (FIS) che, a decorrere dal 1° gennaio dello stesso anno, assicura una tutela ai lavoratori di datori di lavoro che occupano mediamente più di cinque dipendenti, appartenenti a settori non rientranti nell’ambito di applicazione della cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria e che non hanno costituito Fondi di solidarietà bilaterali o Fondi di solidarietà bilaterali alternativi. Il FIS assicura la tutela in costanza di rapporto di lavoro attraverso l’erogazione di due prestazioni: l’assegno di solidarietà e l’assegno ordinario.

L’assegno ordinario è una prestazione ulteriore che il FIS garantisce, in aggiunta all’assegno di solidarietà, in favore dei lavoratori dipendenti di datori di lavoro che occupano mediamente più di 15 dipendenti, compresi gli apprendisti, nel semestre precedente la data di inizio delle sospensioni o riduzioni dell’orario di lavoro. L’assegno è garantito in relazione alle causali previste dalla normativa in materia di integrazione salariale ordinaria (ad esclusione delle intemperie stagionali) e straordinaria, limitatamente alle causali della riorganizzazione aziendale e della crisi aziendale, con esclusione della cessazione di attività. La circolare dell’Istituto n. 130 illustra i criteri da rispettare per l’approvazione dei programmi di riorganizzazione aziendale e i casi di crisi aziendale con continuazione dell’attività lavorativa e per evento improvviso e imprevisto.

L’assegno di solidarietà invece, a differenza di quanto previsto per l’assegno ordinario, non è concesso al ricorrere di determinate causali, ma sulla base di un accordo collettivo, la cui finalità è evitare, in tutto o in parte, la riduzione o la dichiarazione di esubero del personale. La stessa circolare n. 130 descrive quali sono le caratteristiche che devono avere i contratti collettivi aziendali ai fini dell’erogazione dell’assegno stesso.

Inps

AD AGOSTO ORE CIG AUTORIZZATE IN CALO

Ad agosto il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 19,6 milioni, in calo del 36,6% rispetto allo stesso mese del 2016 (30,9 milioni). Lo rende noto l’Inps che oggi ha diffuso l’aggiornamento al mese di agosto 2017 dell’Osservatorio sulle ore di cig. Le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate ad agosto 2017 sono state 6,2 milioni, in calo del 19,4% rispetto ad agosto 2016 (7,7 mln). In particolare, la variazione tendenziale è stata pari a -12,4% nel settore Industriale; -35,3% nel settore edilizia. La variazione congiunturale registra nel mese di agosto 2017 rispetto al mese precedente un decremento pari al 6,6%.

Per quanto riguarda la cigs, le ore autorizzate ad agosto sono state pari a 11,7 milioni, di cui 5,4 mln per solidarietà, registrando una diminuzione pari al 37,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 18,6 milioni di ore autorizzate. Ad agosto 2017 rispetto al mese precedente si registra una variazione congiunturale pari al -54,5%.

Gli interventi in deroga sono stati pari a 1,7 mln di ore autorizzate ad agosto 2017 registrando un decremento del 63% se raffrontati con agosto 2016, mese nel quale erano state autorizzate 4,6 milioni di ore. La variazione congiunturale registra nel mese di agosto 2017 rispetto al mese precedente un decremento pari al 35,5%.

Carlo Pareto

Lavoro, sgravi contributivi in arrivo. Assegno sociale, requisiti e come fare domanda

Lavoro

SGRAVI CONTRIBUTIVI IN ARRIVO

Sgravi contributivi in arrivo, con la legge di stabilità in via di approntamento, per favorire nuove assunzioni. Gli sgravi saranno riservati all’assunzione di giovani fino a 29 anni e la decontribuzione a favore dell’azienda dovrebbe arrivare a coprire fino al 50% dei contributi previdenziali, con un tetto massimo di 3.250 euro per 2 o 3 anni.

Gli sgravi saranno concessi solo a chi non ha licenziato nei 6 mesi precedenti l’assunzione e non procederà a licenziamenti nei 6 mesi successivi, così da evitare che le nuove assunzioni diventino un modo per rottamare altri lavoratori già in forza all’azienda.

Il governo sta valutando se limitare il divieto di licenziamento per 6 mesi più 6 pena la perdita di incentivo a lavoratori con la stessa mansione di quello assunto con gli sgravi o prevederlo per la totalità del personale dell’azienda che accede al beneficio.

Gli sgravi dovrebbero essere concessi anche se non aumentano gli occupati complessivi dell’azienda, purché venga rispettato il divieto di sostituire lavoratori già contrattualizzati con persone che costano di meno.

Nel 2017 scadono le agevolazioni per assunzioni al Sud e tra i 16-29enni previste dal programma Garanzia giovani. Per questi ultimi, come documentato dal rapporto sul precariato dell’Inps, le assunzioni sono state appena 21.800, 7mila delle quali a tempo determinato.
Nell’intero 2016, quando l’agevolazione contributiva era al 50% per tutte le assunzioni a tempo indeterminato, i giovani fino a 29 anni interessati dal fenomeno sono stati 129mila.

Previdenza giovani e assegno sociale

COSA CAMBIA

Dopo il recente incontro svoltosi tra governo e sindacati al ministero del Lavoro, in tema di trattamento pensionistico per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995, l’ipotesi di lavoro ultima messa sul tavolo riguarda una pensione base di circa 500 euro. Cifra che potrà essere ottenuta a 66 anni e 7 mesi (riferimento attuale di chi va in pensione) se la persona avrà maturato 20 anni di contributi e un importo pensionistico pari ad almeno 1,2 volte l’assegno sociale (dunque, circa 540 euro).

Ma cos’è l’assegno sociale a cui invece si sta facendo riferimento in queste ore – e probabilmente anche tra pochi giorni, durante i prossimi appuntamenti tra sigle confederali ed esecutivo (previsti anche per il mese di ottobre) – nelle trattative? E che differenze ci sono tra questo strumento (che ha sostituito la ‘pensione sociale’) e un classico trattamento pensionistico?

Di cosa si tratta

– Intanto è una prestazione economica erogata a domanda e dedicata ai cittadini italiani e stranieri in condizioni economiche disagiate, con redditi inferiori alle soglie previste annualmente dalla legge. Dal 1° gennaio 1996, si legge sul sito dell’Inps, l’assegno sociale ha sostituito la pensione sociale.

Soggetti beneficiari

– È rivolto a cittadini italiani, agli stranieri comunitari iscritti all’anagrafe del comune di residenza e ai cittadini extracomunitari/rifugiati/titolari di protezione sussidiaria con permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo. I beneficiari devono percepire un reddito al di sotto delle soglie stabilite annualmente dalla legge.

Come si realizza

– Il pagamento dell’assegno inizia dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda. Inoltre, ricorda l’istituto di previdenza, il beneficio ha carattere provvisorio e la verifica del possesso dei requisiti reddituali e di effettiva residenza avviene annualmente.

Quanto viene corrisposto

– L’importo dell’assegno è pari a 448,07 euro per tredici mensilità. Per il 2017 il limite di reddito è pari a 5.824,91 euro all’anno e 11.649,82 euro se il soggetto è coniugato. Hanno titolo a ricevere l’assegno in misura intera i soggetti non coniugati che non possiedono alcun reddito e i soggetti coniugati che hanno un reddito familiare inferiore al totale annuo dell’assegno.

Soglia reddituale

– Hanno diritto all’assegno in misura ridotta, viceversa, i soggetti non coniugati che hanno un reddito inferiore all’importo annuo dell’assegno e i soggetti coniugati che hanno un reddito familiare compreso tra l’ammontare annuo dell’assegno e il doppio dell’importo annuo dell’assegno. L’assegno non è soggetto alle trattenute Irpef (Imposta sul reddito delle persone fisiche).

Decadenza

– L’assegno viene sospeso se il titolare soggiorna all’estero per più di 30 giorni. Dopo un anno dalla sospensione, la prestazione è revocata. Non è reversibile ai familiari superstiti ed è inesportabile, quindi non può essere erogato all’estero.

Requisiti

– Per ottenere l’assegno, tutti i cittadini italiani e stranieri devono soddisfare i seguenti requisiti:

– 65 anni e 7 mesi di età;

– stato di bisogno economico;

– cittadinanza italiana;

– residenza effettiva, stabile e continuativa per almeno 10 anni in Italia.

Come fare domanda

– Va presentata online all’Inps attraverso il servizio dedicato (dove è possibile scaricare il manuale con le istruzioni per la compilazione). In alternativa, si può fare tramite: Contact Center al numero 803.164 (gratuito da rete fissa) oppure 06.164.164 da rete mobile; infine, anche da enti di patronato e intermediari dell’Istituto, attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi.

Assegno minimo da 650 euro

PENSIONI, IL PIANO GIOVANI

Pensioni, governo e sindacati al lavoro. Sul tavolo c’è l’ipotesi di una riduzione della soglia del trattamento pensionistico minimo maturato per i giovani. È quanto è emerso dall’ultimo incontro avuto sul tema, durato circa 3 ore al ministero del Lavoro. Ovvero, si sta pensando di garantire un assegno di circa 650 euro nel caso in cui i contributi versati non abbiano raggiunto un livello tale da garantire la cifra. E questo attraverso un meccanismo di garanzia che consenta la percezione di un trattamento minimo, ottenuto sommando alla pensione contributiva una quota dell’assegno sociale.

“Abbiamo registrato una disponibilità del governo ad affrontare le questioni legate alla prospettiva previdenziale per i giovani e alla previdenza complementare”, ha sottolineato il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. In particolare è stato evidenziato come “la base di una pensione adeguata non possa essere 1,5 volte l’assegno sociale (pari a 448,07 euro per tredici mensilità), ma che appunto la soglia vada rivista al ribasso”, soprattutto per chi ha una carriera discontinua o carente a livello delle retribuzioni. Si parla di 1,2 volte l’assegno sociale; quindi, circa 540 euro.

Meccanismo di garanzia

– E dal governo, ha rilevato anche il segretario confederale della Cisl, Maurizio Petriccioli, “ci è stato prospettato un intervento volto ad aumentare le possibilità di pensionamento dei lavoratori più giovani con pensioni esclusivamente contributive riducendo la soglia del trattamento pensionistico minimo maturato (da 1,5 a 1,2 volte l’assegno sociale) necessario per l’accesso alla pensione con 66 anni e 7 mesi e proponendo anche un meccanismo di garanzia che consenta la percezione di un trattamento minimo ottenuto sommando alla pensione contributiva una quota dell’assegno sociale”.

Aspettativa di vita

– È però necessario, ha sostenuto ancora il sindacalista, “rimuovere anche il vincolo che lega la possibilità di pensionamento nel contributivo a 63 anni e 7 mesi al raggiungimento di una soglia di importo minimo della pensione pari a 2,8 volte il valore del l’assegno sociale ed eliminare l’aggancio dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita, perché nel sistema contributivo i lavoratori vengono doppiamente penalizzati dato che l’aspettativa di vita incide sia sull’aumento dei requisiti pensionistici, sia sul calcolo della pensione attraverso la riduzione periodica dei coefficienti di trasformazione”.

Assegno sociale

– “Siamo parzialmente soddisfatti” dall’incontro con il Governo, ha dichiarato anche il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo. “C’è stato questo sforzo da parte del ministero di individuare la possibilità di un nuovo meccanismo che riguarda i coefficienti portandolo da 1,5 a 1,2 volte il valore dell’assegno sociale e eventualmente anche quello del 2,8 ma riteniamo che sia necessario arrivare ad una soluzione entro il mese di settembre anche perché ad ottobre sarà presentata la finanziaria al Parlamento”, ha aggiunto Barbagallo.

Metodo contributivo

– Oggi, ha rimarcato ancora Petriccioli, “sono arrivate alcune ipotesi di soluzione da parte del Governo per migliorare l’accesso alla pensione dei giovani che avranno pensioni interamente calcolate col metodo contributivo ed alcune aperture per il rilancio della adesioni alla previdenza complementare e per la parificazione della tassazione delle prestazioni dei lavoratori pubblici al livello di quella dei privati. Sono ipotesi positive ma ancora non sufficienti per tenere insieme, secondo lo spirito dell’intesa del 28 settembre 2016, il necessario ripristino delle condizioni di flessibilità nell’accesso al pensionamento con il tema dell’adeguatezza dei trattamenti pensionistici”.

Poletti

– L’incontro al ministero si è svolto “in un clima positivo. È stato un lavoro utile e c’è un impegno a continuare il confronto” ha affermato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, evidenziando come gli incontri continueranno la settimana prossima. Sono già in agenda incontri il 5 sulle tematiche del lavoro, il 7 e il 13 settembre prossimo sui temi pensionistici.

Altri incontri

– La discussione odierna, rileva Poletti, “si è sviluppata sui temi previsti dalla fase 2 del confronto tra governo e sindacati. Sono state affrontate le problematiche legate ai giovani e in particolare alle carriere discontinue e al tema della previdenza complementare. È stata sviluppata una proposta e la discussione continuerà nei prossimi giorni”.

Carriere discontinue

– Una proposta, spiega, “che punta ad arrivare a costruire un percorso per i giovani che hanno carriere discontinue. Ci sono alcune opzioni in campo del tipo assistenziale e previdenziale per far fronte a questa situazione. Il tema è ancora aperto a discussione”. I sindacati, rileva Poletti, “hanno sottolineato la volontà di affrontare la questione dell’aspettativa di vita e noi abbiamo confermato la posizione del Governo su questo tema: il tema potrà essere discusso dal momento in cui l’Istat darà il quadro della situazione”.

Carlo Pareto

PROPOSTA PENSIONI

PENSIONI

67 anni sono troppi, “si avvii un tavolo di studio per individuare un nuovo criterio che rispetti le diversità e le peculiarità di tutti i lavori”. Partendo da queste posizioni Cgil, Cisl e Uil hanno inviato al Governo una proposta unitaria per intervenire sulla previdenza per “superare le attuali rigidità e favorire il turn over generazionale per rendere più equo l’attuale sistema previdenziale”.

Prima di tutto, i tre sindacati sollecitano il blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita, previsto per il prossimo 2019, e puntano ad un tavolo di studio per individuare i nuovi criteri. Le altre proposte riguardano le donne (in particolare il riconoscimento di un anticipo per l’accesso alla vecchiaia per tutte le lavoratrici fino a tre anni), e il riconoscimento di un “bonus contributivo per sostenere il futuro reddito previdenziale delle future generazioni.

Nella nota delle associazioni si legge che “per sostenere le future pensioni dei giovani, i sindacati propongono l’utilizzo di uno strumento che, valorizzando la storia contributiva dei lavoratori, ne sostenga il futuro reddito previdenziale e, contemporaneamente, che si superino gli attuali criteri previsti nel sistema contributivo, una vera e propria penalizzazione per i lavoratori con redditi più bassi”.

Capitolo a parte per le donne: “È necessario porre fine alle disparità di genere che ancora le penalizzano nel nostro Paese. Un intervento sul solo meccanismo dell’Ape sociale è riduttivo, occorre una misura più ampia con il riconoscimento di un anno di anticipo per ogni figlio, fino a un massimo di tre, e il riconoscimento di un bonus contributivo per i lavori di cura, al fine di migliorare le pensioni delle donne”. Per quanto riguarda la previdenza complementare, i sindacati definiscono “fondamentale” il rilancio delle adesioni “estendendo la fiscalità incentivante, prevista per i lavoratori privati, anche a quelli del settore pubblico”. Per i sindacati, “occorre operare, finalmente, una separazione contabile della spesa previdenziale da quella assistenziale al fine di dimostrare che la spesa per pensioni, in Italia, è sotto la media europea”. “Bisogna, poi, varare subito una riforma della governance dell’Inps e dell’Inail per realizzare un sistema efficiente, trasparente e partecipato” si legge nel documento unitario. Cgil, Cisl e Uil chiedono, infine, il ripristino della piena indicizzazione delle pensioni introducendo un nuovo paniere e recuperando quanto perso in questi anni.

L’Italia però, nonostante la riforma delle pensioni con l’aumento dell’età di vecchiaia, resta il Paese con il numero medio di anni di lavoro attesi più basso in Europa: secondo una tabella Eurostat pubblicata oggi in Italia nel 2016 le persone attive dai 15 anni in poi lavoreranno in media 31,2 anni, oltre dieci anni in meno della media svedese pari a 41,3 anni. Colpa del ritardo con il quale si entra nel mercato del lavoro e dei periodi di mancata occupazione che penalizzano soprattutto le donne (26,3 anni la vita lavorativa media attesa delle donne nel nostro Paese).

La media degli anni di lavoro attesi è cresciuta negli ultimi 16 anni in tutta Europa (oltre tre anni nell’Ue a 19, meno di tre nell’Ue a 28) mentre l’Italia si allinea all’Ue a 28 (meno di tre anni). La vita lavorativa media attesa nel 2016 in Europa è di 35,6 anni, 0,2 anni più lunga del 2015 e 2,3 anni superiore rispetto al 2000. Tra uomini e donne la differenza media è di 4,9 anni (38 gli uomini, 33,1 le donne). Malta e l’Italia sono i Paesi nei quali il divario tra donne e uomini è più alto. Nel nostro Paese la vita lavorativa attesa per gli uomini è di oltre 35 anni.

Quello delle pensioni è un nodo cruciale. Che vi venga messo mano a breve e che vengano inserite misure sulle pensioni nella prossima non è facile. Lo dice il ministro per le Infrastrutture Graziano Delrio per il quale “i numeri che arrivano dall’Inps sono piuttosto severi e dicono che lo spazio per manovra sulle pensioni è molto molto ridotto”. Sindacati e governo sono su posizioni distanti, ma “il confronto in corso” con il governo sulla cosiddetta ‘fase due’ sulla previdenza, “pur avendo fatto registrare alcuni, parziali, elementi di avanzamento, al momento sta evidenziando significative distanze, anche su elementi particolarmente rilevanti. Distanze che il proseguimento del negoziato ci auguriamo possa far superare”. Si legge ancora del documento unitario di Cgil, Cisl e Uil. “L’obiettivo delle organizzazioni sindacali nella ‘fase due’ è quello di determinare risultati concreti sui punti fissati nel verbale di sintesi”, sottoscritto il 28 settembre 2016, “che vadano nella direzione indicata dalla piattaforma sindacale, che rimane il riferimento del sindacato per una riforma organica del sistema previdenziale nel nostro Paese”.

Altro elemento del documento riguarda l’Ape sociale e i lavori gravosi. Per accedere all’Ape sociale in caso di lavori gravosi secondo i sindacati bisognerebbe ridurre il requisito contributivo da 36 a 30 anni. I sindacati inoltre chiedono anche l’ampliamento delle categorie di lavoratori che svolgono attività gravose e la riduzione del requisito contributivo per l’accesso all’Ape sociale di un anno per ogni figlio fino a un massimo di tre anni per le lavoratrici madri.

Padoan: “Il Pil è migliorato ma pochissime le risorse”

padoan

Un interessante convegno dal titolo “Buona Finanza – oltre le crisi bancarie: crescita, uguaglianza, lavoro” si è svolto oggi a Roma presso la CGIL, nella sala Di Vittorio. Al convegno hanno partecipato Susanna Camusso, Agostino Megale, Nicola Cicala, il ministro Padoan e Patuelli, Presidente dell’Abi.

Durante la relazione, Nicola Cicala ha detto che il comparto bancario dal 2007 ad oggi ha perso 50 mila dipendenti concorrendo al superamento della crisi del settore. Inoltre ha detto che in Italia, dal 2008 ad oggi, il numero degli sportelli bancari è diminuito di seimila unità. Con la moderazione di Roberta Lisi, si è poi sviluppato un interessante dibattito tra gli addetti ai lavori. L’intervento più atteso è stato quello del ministro Padoan dal quale ci si aspettava qualche anticipazione sul DEF.

Parlando della legge di bilancio 2018, il ministro dell’Economia ha detto: “Le risorse sono pochissime, dati i vincoli di bilancio. Il Pil è migliorato ma non in modo tale da allentarli in modo significativo. Sicuramente l’occupazione giovanile è una delle pochissime voci che verrà aggredita nell’attuale quadro di risorse pubbliche. Se l’economia non crea lavoro, buon lavoro, la politica economica non funziona. Il lavoro è il metro definitivo nella valutazione della politica economica. Il problema è che non c’è la bacchetta magica, la pallottola d’argento per dirla con gli americani. Risultati concreti richiedono più fattori e più strategie sui punti: politiche industriali, tasse, incentivi”.

Intervenendo alla Cgil, il ministro dell’Economia ha quindi invitato a guardare i dati sul mercato del lavoro con attenzione, evidenziando che è migliorato anche se spesso domanda di lavoro ed offerta di lavoro non coincidono. In proposito ha aggiunto: “I singoli dati fotografano la situazione di un disagio ancora presente soprattutto tra i giovani, ma non forniscono l’idea di dove il mercato del lavoro sta andando”.

Poi ha proseguito: “Sugli investimenti pubblici faccio un mea culpa in quanto membro del governo. La P.A. non ce la fa ad implementarli. È necessaria una riforma della pubblica amministrazione che è destinata a gestire gli investimenti. Un  nuovo piano investimenti  e gli incentivi per l’occupazione giovanile sono le due gambe di un abbozzo della strategia per l’occupazione in vista della Legge di bilancio. Il governo sta valutando, sempre nell’ambito delle risorse strette, un nuovo piano investimenti. E questo perché finalmente la Pa inizia a produrre progetti realistici. Stiamo delineando il quadro del Def, non entro nel merito delle specifiche misure. Gli incentivi temporanei servono per dare una spinta, un calcetto iniziale. Quando questi incentivi si esauriscono magari la situazione è migliore di prima”.

Poi ha aggiunto: “Ci si può sbagliare, c’è un ampio dibattito all’interno del governo, di sicuro all’interno del mio ministero”.

Il ministro ha quindi spiegato che sarebbe molto meglio introdurre incentivi strutturali dicendo: “Ma per vincoli di finanza pubblica non ci sono le risorse. Bisognerebbe trovare risorse permanenti per incentivi permanenti”.

Con riferimento alle banche, il ministro Padoan ha affermato: “Dobbiamo ridurre in maniera tangibile il problema delle sofferenze. Va fatto così come va ridotto lo stock del debito pubblico: va fatto nella velocità giusta”.

Concludendo Padoan ha precisato: “Siamo in una fase molto delicata, meno drammatica, ma molto delicata”.

Durante il convegno sono stati affrontati tematiche come la scarsa liquidità bancaria, le sofferenze bancarie migliorate, la tenuta del sistema creditizio italiano nonostante i noti casi di crisi di alcune banche tra cui il Mps, Altri temi affrontati sono stati quelli già noti della tutela dei risparmiatori, dei meccanismi di solidarietà e del fondo esuberi della categoria.

Il presidente dell’Abi Patuelli ha sottolineato la forte competitività e concorrenza delle banche e che il bassissimo costo del denaro attualmente non ha precedenti storici per incoraggiare gli investimenti.

La Camusso, segretaria della Cgil, ha insistito sulla necessità di ridurre le disuguaglianze, poiché, negli ultimi tempi, i salari reali dei dipendenti sono diminuiti mentre sono sproporzionatamente aumentati i redditi dei dirigenti e dei manager. Pertanto la CGIL auspica un correttivo attraverso un sistema fiscale più progressivo rispetto alle capacità contributive degli italiani.

Salvatore Rondello

Pensioni: Gentiloni firma l’Ape volontaria

gentiloni ape volotaria

Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ha firmato questa mattina il Dpcm sull’Ape volontaria. Lo rende noto un comunicato della presidenza del Consiglio, pubblicato su Twitter con foto della firma. Inizialmente l’Ape volontaria doveva debuttare nel mese di maggio ma il decreto attuativo ha subito molti slittamenti. L’ultimo dovuto allo stop del Consiglio di Stato che a luglio ha caldeggiato alcune limature al testo.

L’Ape volontaria (anticipo finanziario a garanzia pensionistica) si potrà avere a far data dal primo maggio scorso. È una delle novità previste dal Dpcm firmato dal presidente del Consiglio. Chi quindi aveva maturato i requisiti già quattro mesi fa, potrà presentare la domanda chiedendo le mensilità dei mesi pregressi, naturalmente con una rata commisurata. Da ambienti di palazzo Chigi riferiscono che entro un mese dall’entrata in vigore del Dpcm (dopo quindi la registrazione alla Corte dei Conti e la pubblicazione in Gazzetta ufficiale) dovranno essere stipulate le convenzioni con banche e assicurazioni.

Gli esperti spiegano inoltre che è lasciata libertà di scegliere subito se far durare il prestito fino al momento in cui è previsto attualmente il pensionamento o se comprendere anche l’eventuale aumento dell’età pensionabile che potrebbe scattare nel 2019 in base all’adeguamento delle speranze di vita; nella seconda ipotesi, la rata sarà di conseguenza più alta. L’importo minimo richiedibile sarà di 150 euro mensile mentre l’importo massimo è legato alla durata dell’Ape: se l’anticipo è superiore a 3 anni (fino a 3 anni e 7 mesi), si potrà chiedere fino al 75% della pensione; se è compreso tra 24 e 36 mesi l’80%, tra 12 e 24 mesi l’85% e se meno di 12 mesi si arriva al 90%. La pensione al netto della rata non potrà essere inferiore a 770 euro. Il Dpcm prevede poi che se il richiedente ha altri debiti in corso con le banche, l’esposizione comprensiva della rata dell’Ape non possa superare il 30% dell’assegno previdenziale.

Nel testo sono anche stati inseriti dei suggerimenti richiesti dal Consiglio di Stato per tutelare maggiormente i pensionandi rispetto alle richieste delle banche. Per conoscere il reale costo dell’Ape occorrerà attendere le convenzioni con Abi e Anie: è stato ipotizzato un tasso per il prestito del 2,8% ma i costi reali risulteranno inferiori considerando l’abbattimento fiscale del 50% tanto degli interessi quanto dei premi.

“Grazie all’Ape volontaria – scrive su Facebook, Maria Elena Boschi, sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio – molti italiani potranno andare in pensione prima. Ne potranno usufruire i lavoratori dipendenti pubblici e privati, i lavoratori autonomi e iscritti alla gestione Separata dell’INPS”.

In una nota Domenico Proietti, segretario confederale Uil afferma che “dopo il varo dall’Ape sociale e della pensione anticipata per i lavoratori precoci che hanno reintrodotto un principio di flessibilità nel nostro sistema previdenziale, fortemente voluto dal sindacato, oggi è stato firmato il decreto che renderà operative l’Ape Volontaria e la Rita, completando il pacchetto previdenza previsto nell’ultima legge di bilancio. Sono strumenti costosi per i lavoratori, ma sono solo su base esclusivamente volontaria e li sceglieranno i lavoratori che lo riterranno opportuno”. Il sindacato, continua, è impegnato “nella fase 2 di confronto con il Governo ad affrontare gli altri temi sui quali è urgente intervenire per migliorare il nostro sistema previdenziale. In particolare il congelamento dello scatto dell’adeguamento all’aspettativa di vita, le pensioni dei giovani, l’eliminazione delle disparità di genere che penalizzano le donne e il rilancio della previdenza complementare”.

Per il segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli, Cgil, “l’Ape volontaria non è un anticipo di pensione, contrariamente a quanto affermato dalla ministra Boschi, ed è tutt’altro che operativa”. Ghiselli specifica infatti che si tratta di “un prestito bancario oneroso per i lavoratori, che dovrà essere restituito per intero con tanto di costi per interessi e garanzie assicurative. E’ bene inoltre ricordare – aggiunge il dirigente sindacale – che l’Ape volontaria è tutt’altro che operativa, mancando ancora la registrazione della Corte dei Conti, la pubblicazione, la circolare Inps e, soprattutto, le convenzioni con il sistema bancario e assicurativo, con tutte le insidie che ciò può nascondere”.

Alitalia. Ryanair vuole lo spezzatino

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Ipotesi spezzatino per Alitalia? La Ryanair conferma il suo interesse per vettore italiano ed in particolare alla flotta. È quanto è emerso, secondo quanto riferisce Bloomberg, in una conferenza stampa dell’amministratore delegato della low cost irlandese Michel O’Leary. La Ryanair, secondo quanto riferisce la Reuters, proporrà l’acquisto e di 90 aerei sotto il marchio Alitalia e l’utilizzo di personale esistente nell’ambito della ristrutturazione della compagnia aerea italiana. La Ryanair ha fino al 2 ottobre di fare un’offerta vincolante per tutto o parte del vettore italiano, che è stato posto sotto amministrazione speciale per la seconda volta in meno di un decennio.

“Presenteremo un’offerta per 90 velivoli, con i loro piloti, equipaggio di cabina, rotte, ecc”, ha detto O’Leary ai giornalisti nel corso di un briefing a Londra. L’offerta è subordinata, ha confermato il manager, all’esito della ristrutturazione in corso soprattutto sul fronte dei costi sia del lavoro sia dei canoni di locazione degli aeromobili. “Penso che uno degli aspetti veramente interessanti dell’Alitalia – ha aggiunto il top manager – è la flotta di lunga percorrenza. C’è la capacità di crescere molto forte”.

Parole che lasciano perplessi. La posizione del governo infatti è fortemente contraria a questa ipotesi. “Leggo – afferma in un tweet il segretario del Psi e vice ministro delle infrastrutture e dei trasporti, Riccardo Nencini – di un potenziale ‘spezzatino’ di Alitalia. Non erano queste le previsioni, temo che non sia la strada maestra”. Per il Ministro della Cultura e del Turismo Dario Franceschini “lo spezzatino di Alitalia sarebbe un errore gravissimo”.

La Cgil, con il segretario nazionale della Filt Cgil, Nino Cortorillo, parla di fake news. “L’ipotesi di spezzatino è fuori da ogni prospettiva anche sindacale. La prendiamo come fake news. Il fatto che Ryanair sia interessata ad aerei e rotte e magari a una parte di personale più che uno spezzatino è macelleria. In realtà – conclude Cortorillo – è appunto una fake news o come diceva una canzone è fatta ‘per vedere l’effetto che fà”.

A bloccare e negare la fondatezza di questa ipotesi, alcune fonti di Alitalia affermano che “il bando esclude chiaramente l’ipotesi del cosiddetto ‘spezzatino’, prevedendo due possibili soluzioni per l’amministrazione straordinaria: la vendita unitaria della compagnia o, in alternativa, la vendita dei due lotti, aviation e handling, a soggetti distinti”.

Inps, più assegni di anzianità. Novità su Ape sociale. Perché cresce l’occupazione femminile

Inps

PIU’ ASSEGNI DI ANZIANITA’

Nei primi sei mesi del 2017 sono state liquidate complessivamente 251.708 pensioni, per un importo medio pari a 1.035 euro. Lo rileva l’Inps che annota anche come relativamente al solo fondo pensioni dei lavoratori dipendenti si registri un aumento su base annua di circa il 9%.

Il numero degli assegni di vecchiaia e anzianità tra gennaio e giugno, si legge nell’introduzione del Report, è stato infatti di “entità superiore al corrispondente valore del 2016”. In particolare le pensioni di vecchiaia sono salite del 27,5% e quelle di anzianità del 54,9%.

Sostanzialmente stabili invece le liquidazioni per genere e per distribuzione territoriale per le quali “non si ravvisano differenze significative tra l’anno 2016 ed i primi sei mesi del 2017”. In calo invece i trattamenti di invalidità rispetto a quelli di vecchiaia “giustificato dai tempi più lunghi di liquidazione delle pensioni d’invalidità oltre che da un aumento delle pensioni di vecchiaia”.

Pensioni, Poletti: con sindacati lavoro utile e positivo – “È stato un lavoro positivo e utile. Abbiamo ripercorso tutti gli argomenti esaminati fino ad oggi sia sul lavoro che sulla previdenza e definito un primo calendario operativo. L’obiettivo è arrivare a un documento su cui ci sia la massima condivisione possibile. Lavoriamo in questo senso”. Così si è espresso il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, al termine dell’ultimo lungo incontro, prima della pausa estiva, avuto con i leader di Cgil, Cisl e Uil

 Fondazione studi Consulenti lavoro

TUTTO SU APE SOCIALE E PRECOCI

Quali sono i lavoratori precoci che possono accedere alla pensione anticipata? Chi è stato licenziato deve rinunciare alla NASpI per poter richiedere l’Ape Sociale? Per rispondere a questi e tanti altri quesiti la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ha elaborato un documento contenente 10 Faq sull’ Ape sociale ed i lavoratori precoci.

Riguardo all’Ape sociale, i consulenti, tra le altre cose, fanno presente che ci sono requisiti che possono essere maturati anche dopo l’invio di richiesta di certificazione all’Inps. Infatti “sono sempre valutati in via prospettica dall’Istituto (dunque maturabili anche dopo l’invio della richiesta di certificazione) il requisito anagrafico dei 63 anni di età; l’anzianità contributiva di 30 anni e dei 36 anni per lavoratori ‘usurati’; l’assenza di qualunque indennità connessa allo status di disoccupazione e la cessazione di qualsiasi attività lavorativa prima della decorrenza della indennità”.

“Per chi richiede la Pensione Anticipata ‘Precoce’, la Circolare Inps 99/2017 -spiegano ancora gli esperti della Fondazione Sudi Consulenti del Lavoro- ha chiarito i requisiti che possono essere maturati anche dopo la richiesta di certificazione: il requisito di 41 anni di contribuzione accantonata in Gestioni Inps, Casse Professionali o Forme di Sicurezza Sociale UE o di Stati Convenzionati; la cessazione dell’attività lavorativa. Per i lavoratori disoccupati i 3 mesi di inoccupazione successivi alla indennità di disoccupazione spettante. Per i lavoratori ‘usurati’ i 6 anni di svolgimento in via continuativa dell’attività difficoltosa negli ultimi sette prima della decorrenza della indennità o in alternativa i 7 anni negli ultimi 10 o la metà della propria vita lavorativa in una delle condizioni di lavoro richieste dall’art. 1 del D.lgs. 67/2011”.

Lavoro

PERCHE’ CRESCE L’OCCUPAZIONE FEMMINILE

Migliora il tasso di occupazione femminile, che a giugno ha raggiunto il 48,8%, il valore più alto dal 1977. Un dato che ha a che fare anche con il gap salariale rispetto agli uomini, secondo Simone Colombo, consulente del lavoro ed esperto di direzione del personale in outsourcing: “In primis le donne costano meno, dato rilevante ai fini di una valutazione oggettiva del livello di crescita globale del tasso di occupazione. La ripresa è comunque fisiologica, dal momento che all’inizio del 2016 le aziende hanno fatto tutti i licenziamenti strutturali, ergo la ripresa era prevedibile”.

“Lo stesso vale – ha spiegato – per le donne laureate, molto più ricercate perché, a parità di condizioni, avranno uno stipendio inferiore rispetto ai laureati di sesso maschile. Seconda ragione: le donne accettano favorevolmente un part time, tanto che, se le aziende hanno necessità di recuperare del personale a orario ridotto, è più semplice attingere da un bacino femminile”.

“Una ulteriore motivazione, che esula dalla selezione del personale – ha affermato – ma che ben si lega all’evoluzione naturale del percorso di vita al femminile, è che ora la donna, dopo la maternità, torna più volentieri ad affacciarsi sul mercato del lavoro, specie dopo che i figli sono cresciuti ed è possibile dedicarsi nuovamente alla carriera”.

“È quindi disposta – ha sottolineato Simone Colombo – ad avanzamenti di carriera più lenti, o a non avanzare proprio, pur di tornare attiva, a differenza degli uomini che non si assentano per la maternità e non devono quindi pagarne lo scotto rimanendo indietro rispetto alle colleghe”.

“Il quarto motivo – ha proseguito l’esperto – è dovuto alla possibilità di stipulare contratti di inserimento per le donne che lavorano in aree con un tasso di livello occupazione femminile inferiore al 20% rispetto a quello maschile. Si tratta di una delle pochissime agevolazioni all’assunzione rimaste e interessa tipicamente in aree in cui il divario dell’occupazione per genere è statisticamente maggiore: Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e alcuni comuni del Centro-Nord”.

“L’ultima motivazione – ha aggiunto – riguarda la tipologia di lavori richiesti, meno attinenti alle attività di ‘fatica’ e maggiormente rivolti al Terzo settore e ai servizi, attività in cui la differenza di genere è sempre più relativa e si tendono ad assumere più donne di una volta”.

“Tornando alle rilevazioni Istat, il picco riguarda naturalmente anche i contratti a termine: il punto è che la situazione lavorativa è cambiata perché, a seguito del Jobs Act, i contratti a tempo determinato oggi consentono alle aziende di fare una prova di 3 anni grazie a un sistema di proroghe di 6 mesi in 6 mesi o di anno in anno, avendo l’opportunità di licenziare con maggiore semplicità”, ha detto Colombo.

“Stesso discorso vale anche in parte per il tempo indeterminato, laddove è molto più semplice oggi licenziare, a vantaggio dell’azienda. Se quindi l’Istat ci fornisce qualche speranza da un lato, dall’altro è importante andare a scavare in fondo alla questione: dal confronto europeo usciamo sconfitti con due punti percentuali più alti sul tasso di disoccupazione rispetto alla media dell’Eurozona, in particolare rispetto alla Germania”, ha avvertito.

“L’aumento dei contratti a termine (+37mila), raggiungendo quota 2,69 milioni (il valore più alto dal 1992), evidenzia quale sia lo stato dell’arte, ossia che oggi il lavoro c’è ma è sempre più precario, mentre il lavoro autonomo di free lance e partite Iva è sceso ai minimi storici (5,3 milioni)”, ha concluso Colombo.

 Professionisti

PAGHE PIU’ POVERE PER DIRIGENTI NAPOLETANI E BARESI

Un dirigente napoletano o uno barese arrivano a guadagnare quasi 12 mila euro in meno all’anno di un collega lombardo. Stessa sorte per un dirigente siciliano. Va ancora peggio ai calabresi. Appena 86 mila euro lordi l’anno a fronte di quasi 105 mila del primo in classifica. E’ quanto emerge dalla Guida alla retribuzione dei dirigenti in Italia, realizzata da Badenoch & Clark, azienda specializzata nel recruiting di figure manageriali ed executive, in collaborazione con JobPricing.

I dirigenti meridionali non escono bene dalla classifica. Occupano tutti (tranne i sardi) la seconda metà della classifica. I lucani addirittura ultimi con una ral (retribuzione annua lorda) di 20 mila euro inferiore a quella dei colleghi lombardi. Dall’indagine, condotta su oltre 300.000 osservazioni in tutta Italia, è emerso che sono i dirigenti che lavorano in grandi aziende della Lombardia nel settore alimentare e dei beni di largo consumo e con ruoli di direzione generale o legale quelli che guadagnano meglio mentre, all’altro capo della classifica, ci sono i dirigenti con ruoli it in società di servizi e consulenza software e che operano in Basilicata.

Il gap tra ral di un dirigente milanese e uno potentino è infatti di circa 20 mila euro annui (104 mila euro contro 84 mila), mentre la distanza tra stipendi di dirigenti che operano in una micro e una grande azienda è del 25,3% (89 mila euro contro 112 mila euro). Tra i dirigenti nel settore food&wine e quelli che operano in società di servizi e consulenza software c’è un divario di 23 mila euro (112 mila contro 89 mila). Si tratta di scostamenti che non tengono conto della retribuzione variabile che pure incide nel 76% dei casi sullo stipendio dei dirigenti per circa il 20% della ral.

La quota variabile per i dirigenti è infatti consistente, pari a circa 19 mila euro annui, ma questa categoria professionale è l’unica ad aver registrato un calo delle retribuzioni (-2,9%) nel 2016 rispetto all’anno precedente. Per quanto riguarda la quota variabile, è sempre sullo stipendio dei dirigenti lombardi che si ha il peso maggiore (20,8%), mentre pesa di meno per i dirigenti della Valle d’Aosta e del Molise (15,3% della ral).

All’interno delle famiglie professionali, ad esclusione dei ruoli di direzione generale (peso di retribuzione variabile del 22% e ral di 119 mila euro), i ruoli dell’area legal e compliance presentano la ral più elevata (106 mila euro), in particolare per la loro presenza in aziende di grandi dimensioni dove anche il peso della retribuzione variabile è alto (20,7%).

Analogamente, osservando l’età anagrafica e la seniority nel ruolo, si osserva che le retribuzioni crescono del 7,1% con un’esperienza che varia da meno di 2 anni a più di 5 e addirittura del 30,3% per dirigenti da 25-34 anni a oltre i 65 anni.

Carlo Pareto

Studio Cgil: per 3 italiani su dieci la situzione economica è peggiorata

Inps

BONUS ASILO NIDO: ISTRUZIONI OPERATIVE

L’Inps ha comunicato che dalle ore 10 del 17 luglio scorso è possibile inoltrare la domanda per ottenere le “Agevolazioni per la frequenza di asili nido pubblici e privati”, il cd. Bonus asilo nido, di cui all’articolo 1, comma 355 della Legge di bilancio 2017.
La richiesta, quindi, può essere presentata dal 17 luglio 2017 fino al 31 dicembre 2017, mediante una delle seguenti modalità:
WEB – Servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino attraverso il portale dell’Istituto, tramite PIN dispositivo, Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID) o Carta Nazionale dei Servizi (CNS);
Contact Center Integrato – numero verde 803.164 (numero gratuito da rete fissa) o numero 06164.164 (numero da rete mobile con tariffazione a carico dell’utenza chiamante);

Enti di Patronato, attraverso i servizi offerti dagli stessi.
Il beneficio – viene opportunamente ricordato nella nota dell’Istituto – spetta ai genitori di minori nati o adottati dal 1 gennaio 2016, residenti in Italia, cittadini italiani o comunitari, o in possesso del permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo ovvero di una delle carte di soggiorno per familiari extracomunitari di cittadini dell’Unione Europea previste dagli artt. 10 e 17 del D.lgs. n. 30/2007. Ai cittadini italiani, per tale beneficio, sono equiparati i cittadini stranieri aventi lo status di rifugiato politico o lo status di protezione sussidiaria. Il richiedente dovrà essere colui che ha affrontato l’onere della spesa per quanto concerne l’asilo nido e dovrà essere anche convivente in caso di agevolazione per supporto domiciliare.

Il premio, consistente in un contributo di 1000 euro per pagamento di rette relative alla frequenza di asili nido pubblici e privati ovvero per l’introduzione di forme di supporto presso la propria abitazione a favore dei bambini al di sotto dei tre anni affetti da gravi patologie croniche, verrà erogato dall’Istituto dietro presentazione di idonea documentazione.

L’erogazione del bonus avverrà con cadenza mensile e sarà parametrato in 11 mensilità per quanto concerne la frequenza dell’asilo nido e in unica soluzione per il supporto domiciliare.
Le istruzioni operative contenute nella circolare Inps n.88 del 22 maggio 2017 consentono di gestire la fase transitoria dal 1 gennaio 2017 alla data di rilascio dell’applicativo, 17 luglio 2017, senza alcun pregiudizio per gli aventi diritto dalla data di entrata in vigore della norma.

Trattandosi di norma di prima applicazione, il primo pagamento comprenderà l’importo delle mensilità documentate sino a quel momento maturate. A partire dal mese successivo a quello di rilascio della procedura, il pagamento avrà cadenza mensile.
I benefici per l’anno 2017 sono riconosciuti nel limite complessivo di 144 milioni di euro con oneri a carico del Bilancio dello Stato.

Ape sociale e lavoratori precoci

OLTRE 66MILA LE DOMANDE PRESENTATE

Sono state 66.409 le domande di certificazione delle condizioni di accesso all’APE sociale e al pensionamento anticipato per i lavoratori precoci presentate entro la scadenza del 15 luglio, prevista per coloro che maturano i requisiti entro il 31 dicembre 2017.
Le domande sono così distribuite:
39.777 domande di certificazione delle condizioni di accesso all’APE sociale;
26.632 domande di certificazione delle condizioni di accesso al pensionamento anticipato per lavoratori precoci.
Il maggior numero di domande è stato presentato in Lombardia (11.048), seguita dal Veneto (6.701), dalla Sicilia (5.608), dal Piemonte (5.568), dall’Emilia Romagna (4.865), dal Lazio (4.594) e dalla Toscana (4.566).
La tipologia di aventi diritto più rappresentata è quella dei lavoratori disoccupati con 34.530 domande, seguiti  dagli addetti alle mansioni difficoltose (15.030).
Per quanto riguarda la distribuzione per genere, le donne che hanno presentato la domanda per la certificazione per l’APE sociale sono state 11.668, contro le 28.109 degli uomini. Le domande per la certificazione per lavoro precoce, invece, sono state presentate da 22.900 uomini e da 3.732 donne.
Si allega un file con le tabelle relative alla distribuzione su base regionale, alla suddivisione per tipologia e per genere ed età del richiedente.

Pensioni

BOERI, LO STOP A 67 ANNI COSTA 141 MLD

Bloccare gli adeguamenti dei requisiti di pensionamento all’aspettativa di vita è sbagliato, o per lo meno costerebbe molto alla spesa pubblica. A chiarirlo in un’intervista a ‘Il Sole 24 Ore’ è il presidente dell’Inps Tito Boeri. Se venissero bloccati a 67 anni dal 2021 in avanti costerebbero “141 miliardi di spesa in più da qui al 2035, quasi interamente destinati a tradursi in aumento del debito pensionistico implicito, dato che l’uscita prima del previsto non verrebbe compensata, se non in minima parte, da riduzioni dell’importo delle pensioni”, avvisa Boeri.
Secondo il presidente dell’Inps infatti, “è pericolosissimo toccare ora questo meccanismo. Sia guardando in avanti, sia all’indietro” sottolinea. E guardando all’indietro evidenzia una disparità di trattamento che si verrebbe a creare. “Pensiamo alle generazioni che hanno già vissuto questi adeguamenti, -argomenta Boeri- per esempio con l’aumento di 4 mesi scattato nel 2016 o prima ancora di 3 mesi scattato nel 2013. C’è chi, per esempio, ha preso l’”opzione donna” con l’aspettativa che ci sarebbe stato l’aumento dei requisiti del 2019 e ha subito una penalizzazione. Ora tutti questi pensionati si troverebbero improvvisamente di fronte a una situazione che cambia”.
“Mi aspetto che si organizzino per reclamare – prosegue il presidente dell’Inps – e sappiamo già che troveranno un mercato politico pronto ad accogliere le loro proteste, un mercato su cui si muovono da anni gli stessi protagonisti che oggi chiedono il blocco degli adeguamenti automatici”.
Con lo stop sulla speranza di vita, tra l’altro, si bloccherebbe non solo il requisito di vecchiaia ma anche quello che fa salire gli anni contributivi per l’anticipo. “Con effetti importanti sulle platee coinvolte. Io penso che se accadesse si potrebbero avere circa 200mila pensioni in più all’anno” spiega Boeri.

Cgil

PER 3 ITALIANI SU 10 SITUAZIONE ECONOMICA PEGGIORATA

Aumentano coloro che si sentono più vulnerabili, crescono le diseguaglianze e avere un lavoro non protegge più dal rischio povertà. Per 3 italiani su 10 la situazione economica personale è peggiorata rispetto a un anno fa. E’ lo scenario tratteggiato da un’analisi effettuata da Fondazione Di Vittorio della Cgil e Tecnè su “Fiducia economica, diseguaglianze e vulnerabilità sociale” aggiornata al 2° trimestre 2017. Un indice, quello della fiducia economica, che costituisce, sottolinea lo studio, un fondamentale indicatore dello stato di salute del Paese che aiuta a decifrare i problemi e più in generale della condizione delle persone.
Una fotografia, quella scattata dallo studio, che non sorprende visti i livelli ancora elevati di disoccupazione, il numero altissimo delle persone in povertà o che rinunciano a curarsi per mancanza di mezzi. Ma a tutto questo si aggiunge quell’area di “fragilità economica e sociale”, prevalentemente composta di persone che hanno un reddito appena sufficiente a tirare avanti e che rischiano di scivolare verso condizioni di povertà o semi-povertà di fronte a eventi improvvisi come una separazione o una grave malattia.
Il 32% degli italiani giudica, dunque, peggiorata la propria situazione economica e il 24% si sente più vulnerabile di un anno fa. La forbice economica si allarga e avere un lavoro non protegge più dai rischi di povertà. Nonostante il miglioramento di alcuni parametri macro economici, si legge nello studio, il 62% degli intervistati dichiara che la situazione economica personale non è cambiata rispetto ai 12 mesi precedenti. Il 32% dichiara, invece, un peggioramento a fronte del 6% che giudica migliorate le proprie condizioni.
E dopo un periodo così lungo di crisi, il permanere di condizioni difficili per una consistente quota di popolazione, non può che portare a un pessimismo sulle attese per i prossimi 12 mesi. Infatti, il 20% degli intervistati, infatti, teme un ulteriore peggioramento delle proprie condizioni economiche nel prossimo futuro, il 70% pensa che non cambierà nulla e solo il 10% si attende un miglioramento.

Secondo lo studio Fondazione Di Vittorio e Tecnè, la crisi economica non ha fatto soltanto crescere il numero delle famiglie povere, ma ha prodotto un crescente sentimento di vulnerabilità che il miglioramento dei parametri macro economici sembra attenuare solo in parte e soprattutto in quella quota di popolazione a più alto reddito. In questo quadro solo il 4% si sente economicamente e socialmente più sicuro rispetto a un anno fa, mentre il 24% si sente più vulnerabile e fragile e il rimanente 72% si sente come prima.
Nel complesso, sottolinea lo studio, solo il 22% vive una condizione di serenità economica e sociale, il 46% dichiara di trovarsi in una condizione di equilibrio instabile e il 32% vive costanti o gravi difficoltà economiche. Il lavoro svolge ancora un effetto positivo, ma in modo meno accentuato rispetto al passato. Se, infatti, fra i lavoratori dipendenti scende al 20% la quota di chi si ritiene con difficoltà economiche, sale invece al 58% la percentuale di coloro che dichiarano di sentirsi poco tranquilli o in equilibrio instabile.
Si tratta, evidenzia ancora il monitoraggio, di un fenomeno più volte denunciato ma che trova un’ennesima e palese conferma in questi dati di un lavoro che si impoverisce e si precarizza contribuendo, sulla base di questa condizione reale, a creare un generale effetto di scarsa fiducia fortemente basato anche sul crescere delle diseguaglianze.
Infine, rimarca il rapporto, “l’ascensore sociale rispetto al periodo pre-crisi si è bloccato per il 55% delle persone. Sale per un ristretto 7%, che dichiara di aver migliorato la propria condizione, ma scende per il 38% degli intervistati”.

Carlo Pareto