Charles de Gaulle: un sovranista ‘ante litteram’

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IL GOLLISMO «Il generale Charles de Gaulle (1890-1970) ha lasciato alla storia, non solo della Francia, un pesante retaggio di idee e di prassi assorto a ideologia che da lui prende nome. Cominciò a maturare il proprio pensiero negli anni ’30 nel contesto di ambienti di sinistra democristiana e di tendenza filosofica personalista». In politica interna, «mantenne un orientamento di cosiddetta destra sociale: operò il miglioramento del welfare, attuò delle nazionalizzazioni e inoltre introdusse il suffragio femminile». Il “gollismo” propone «una terza via che superi la contrapposizione tra socialismo e capitalismo, non si colloca né a destra né a sinistra». La scelta “indipendentista”i in campo internazionale incoraggiata da De Gaulle, ma soprattutto «l’ambizione di un’Europa che diventasse coesa (dall’Atlantico agli Urali, con la Germania riunificata) e ago della bilancia nella politica mondiale (auspicato terzo polo a vocazione anticomunista, autonomo rispetto agli Stati Uniti) portò le forze militari francesi, a gradi tra il ’59 e il ’66, fuori dell’inquadramento nelle strutture della NATO (ci sono ritornate nel 2009) e l’Eliseo a dotarsi di sue armi nucleari».ii

Sorte comune a molti personaggi storici, nella sua vita seppe calamitare su di sé vasti consensi, ma le sue virtù e la sua esuberanza furono molto presto oggetto di dissapori e dichiarate antipatie. «Lo comprendevo e lo ammiravo, anche se il suo atteggiamento arrogante mi irritava» dirà di lui lo stesso Winston Churchill.iii

I francesi amarono il suo carisma e nel 1945 lo elessero capo del governo provvisorio. Decisionista infastidito dai partiti politici e dai riti della democrazia parlamentare, politicamente “isolato” nel suo disegno politico di riforma delle istituzioni di stampo “presidenziale”, nel 1947 si ritirò, seppure temporaneamente, dalla scena politica «in aperta polemica col sistema dei partiti».iv Vi rientrerà, nelle vesti di indiscusso «salvatore della patria», nel 1958, in occasione della guerra d’indipendenza algerina, «proprio in uno dei momenti più bui della storia francese ad un passo dal golpe»v, confermandosi così «per eccellenza l’uomo delle transizioni politiche». vi

DE GAULLE E L’EUROPA
De Gaulle è per una “Europa europea”, «si schiera a favore di un’Europa degli Stati, rifiuta di immaginare un’organizzazione politica che implichi l’abbandono della sovranità francese». Sogna un’Europa autosufficiente sul piano militare, «in grado di imporsi di fronte al mondo bipolare dominato dagli americani e dai sovietici». vii

In un’intervista su Le Monde del 11 settembre 1965 critica fortemente «una concezione differente a proposito di una federazione europea nella quale […] i paesi perderebbero la loro personalità nazionale, e dove del resto, in mancanza di un “federatore”, quale, all’Ovest, tentarono di esserlo – ciascuno a modo suo – Cesare e i suoi successori, Carlo Magno, Ottone, Carlo V, Napoleone, Hitler, e quale, all’Est, ci provò Stalin, sarebbe governata da qualche areopago tecnocratico, apolide e irresponsabile». Sono le stesse accuse che vengono mosse all’UE e in particolare, dei suoi organi, alla Commissione Europea.

Sia il Prof. Dieter Grimm che il Prof. Giuseppe Guarino concordano sul fatto che «l’Europa abbia agito in questi anni secondo una mera logica di “sottrazione”, limitando la sovranità nazionale degli Stati membri e condizionandone le politiche economiche, senza offrire però un idoneo bilanciamento e una valida alternativa alla categoria giuridica dello Stato-Nazione, necessaria per fronteggiare le sfide che la globalizzazione» oggi pone al nostro continente.

Propongono entrambi «di eliminare, o quanto meno ridurre il deficit rappresentativo» del Parlamento Europeo collocandolo in una maggiore posizione di forza rispetto alle altre istituzioni comunitarie. L’Europa secondo il Prof. Grimm «può e deve andare avanti solo come un’associazione di scopo fra Stati, al fine di espletare quelle funzioni e quei compiti che gli Stati non sono più in grado di svolgere efficacemente da soli; ma non può ambire a replicare quell’ideale di patria, quel legame emozionale esistente solo nell’ambito dello Stato-Nazione».

Secondo il Prof. Guarino un vero e proprio «colpo di Stato» sarebbe avvenuto il 1° gennaio 1999, «realizzato non con la forza, ma con fraudolenta astuzia che ha portato a diverse conseguenze per l’Unione e per gli Stati membri». L’inizio di «una strage moderna le cui vittime sono costituite da: giovani disoccupati, esodati, cassaintegrati, un numero sempre più allarmante di imprese fallite, la distruzione e il deperimento di strutture fisiche quali istituti di istruzione e culturali, musei, biblioteche, ospedali, istituti di ricerca; il deperimento del patrimonio storico ed artistico; la disfunzione nei servizi pubblici di carattere tecnico, e più in generale delle amministrazioni pubbliche». viii

LA CENTRALITÀ DELLA FRANCIA
In «un secolo che è giunto ai due terzi del suo corso» De Gaulle, pur essendo consapevole che «la Francia non appare più quella Nazione mastodontica, che era ai tempi di Luigi XIV o di Napoleone I» auspica che il proprio Paese si ritagli nuovamente un ruolo preminente nel mondo, tornando al vertice delle grandi potenze del mondo. «Siamo un popolo che sale, come salgono le curve della nostra popolazione, della nostra produzione, dei nostri scambi con l’estero, delle nostre riserve monetarie, del nostro livello di vita, della diffusione della nostra lingua e della nostra cultura, della potenza delle nostre armi, dei nostri risultati sportivi, ecc. I nostri poteri pubblici danno prova di una stabilità e di una efficienza che da molto tempo non conoscevamo più».

«Le possibilità della Francia – prosegue – ciò che essa fa, ciò che essa vuole fare, suscitano ora un’attenzione e una considerazione che si staccano nettamente dall’indifferenza o dalla commiserazione di cui, solo poco tempo fa, essa era troppo spesso attorniata. […] noi possiamo e, conseguentemente, dobbiamo avere una politica che sia nostra. […] Si tratta prima di tutto di tenerci fuori da qualsiasi “infeudazione”». Rivendica con orgoglio che il popolo francese sia stato cofondatore dell’ONU e «desiderando che questa rimanga il luogo d’incontro delle delegazioni di tutti i popoli e il foro aperto per i loro dibattiti» è restio verso ogni intervento armato in contradizione con la Carta delle Nazioni Unite. «Del resto, è agendo così» che egli ritiene si possa «servire nel modo migliore l’alleanza dei popoli liberi, la Comunità Europea, le istituzioni monetarie e l’Organizzazione delle Nazioni Unite». ix

LA POLITICA ESTERA, I RAPPORTI CON L’URSS E IL TERZO MONDO
Svincolato da ogni “marcatura” ideologica, ebbe campo libero in patria e divenuto collettore di forze politiche talvolta eterogenee, disponendo nel suo armadio sia di colbacchi che di cappelli da “cowboy”, piovvero inevitabilmente su di lui non poche insinuazioni di “trasformismo”. Si gioca altresì, da protagonista, tutte le sue carte nello scacchiere internazionale. Alcuni suoi contemporanei ne esaltano i meriti, le abilità, altri ne evidenziano le profonde contraddizioni.

«Si ignora – tuona André Fontainex – che colui che il mondo intero saluta oggi come il grande decolonizzatore entrò, nel 1945, in conflitto con l’Inghilterra, perché voleva mantenere la Siria e il Libano nella sfera d’influenza francese – pronunciandosi – categoricamente, nello stesso anno, per la riconquista dell’Indocina». Nell’orbita del «capo della Francia libera», ruotano «dei monarchici e dei comunisti, dei cattolici e dei massoni, degli ufficiali di carriera e dei vecchi antimilitaristi. […] si è sempre rifiutato di optare per gli uni o per gli altri dei suoi partigiani. Intendendo rimanere l’arbitro, il più possibile incontestato, di una Nazione di cui egli rispetta il carattere pluralistico e le libertà fondamentali. Non bisogna dunque stupirsi del fatto che esistano […] dei gaullisti di destra e dei gaullisti di sinistra».

«La difesa della Nazione», d’altronde, «coincide con l’adempimento della sua missione storica», ovvero quella di «mostrare agli uomini il cammino migliore» perché costui, richiamando visivamente l’immagine del “buon pastore”, nell’ottica di una visione (da un punto di vista psicologico) squisitamente “messianica”, «non aspira a possedere l’universo, ma ad indicargli» meramente «la via da seguire». Interpretando bene la parte della “Dea della Discordia” nel “Pantheon Europeo” e rompendo per primo il tabù della riapertura dei legami con il Cremlino, hanno da sempre destato non pochi sospetti i suoi presunti rapporti con l’URSS. «Dopo la liberazione della Francia, egli – tuttavia – prese il volo per Mosca: non per tradire gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, che, del resto, trattavano anch’essi a quell’epoca con Stalin, ma per mostrare bene che, lungi dal mettersi a rimorchio dei suoi liberatori, intendeva giovarsi deliberatamente contro di essi dell’appoggio che potevano essere tentati di dargli i sovietici, poco desiderosi di lasciare installarsi in Europa occidentale una troppo forte testa di ponte anglosassone». Lo stratagemma era pertanto delineato: nello scenario dei “due blocchi” rigidamente contrapposti che ha caratterizzato la Guerra Fredda (1949-1989), segnata dalla “cortina di ferro”, non esitava a volgere lo sguardo nella direzione opposta all’Oceano per vantare nel proprio arsenale diplomatico un valido deterrente nei confronti nei suoi stessi Alleati.

«Alla fine del settembre 1958, scrisse al Presidente Eisenhower ed a Macmillan, allora Primo Ministro della Gran Bretagna», illustrando la sua iniziativa di dar vita ad «una organizzazione della direzione della strategia politica e militare comune da parte delle tre potenze occidentali a vocazione mondiale (Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia), ivi compreso tutto quanto si riferiva all’impiego di armi nucleari. Nello stesso tempo fece mettere in cantiere un progetto di revisione dei trattati europei». Un piano geniale quanto arduo che però, non riscuotendo le adesioni sperate, ne deluse le già esigue aspettative. «Washington, poco incline a dividere il potere decisionale in materia nucleare, Londra decisa a mantenere la sua posizione di alleato privilegiato, Bonn e Roma, poco disposte a vedere riconoscere alla Francia un diritto di primogenitura insopportabile per la loro suscettibilità, si sono unite per rigettare il progetto di direttorio occidentale a tre. Quanto al progetto di revisione dei trattati europei, esso è rimasto nelle cartelle di Quai d’Orsay».

La sua fama “garibaldina”, ciò nonostante, non avrà eguali lungo tutta la seconda metà del XX secolo. «Il modo in cui», la Francia a guida gollista «ha condotto a buon fine la decolonizzazione le è valso nel terzo mondo un prestigio che contribuisce enormemente alla sua autorità sulla scena internazionale. La sua pregiudiziale di indipendenza nei riguardi degli Stati Uniti, il modo in cui essa condanna l’ingerenza dei Grandi negli affari interni dei popoli […] non possono che accrescere ancora un tale prestigio presso i popoli troppo recentemente pervenuti all’autodeterminazione, per non apprezzare presso gli altri soprattutto il loro rifiuto d’inchinarsi davanti alle imposizioni dei potenti». La coraggiosa presa di posizione parigina «nelle conferenze internazionali, contro gli anglosassoni, fautori del libero scambio, e in favore di una stabilizzazione dei prezzi delle materie prime, non poteva non andare dritta al cuore di paesi la cui economia troppo dipende dall’esportazione di alcune derrate essenziali per non essere messa gravemente alla prova da ogni oscillazione un po’ vivace dei prezzi». Un oppositore dunque del «mercatismo»xi già alla vigilia della globalizzazione.

«Tutti questi elementi hanno contribuito a fare di De Gaulle», considerato ancora alla fine degli anni ’50 da «gran parte dell’opinione mondiale, il simbolo della reazione, del militarismo, del colonialismo, il personaggio forse più popolare, dall’America Latina all’Asia sud-orientale, del mondo sottosviluppato». Quello stesso continente asiatico nel quale ha sperato a lungo, «mediante il riconoscimento della Cina popolare, il mantenimento di stretti legami con la Cambogia, lo sviluppo di relazioni con il Giappone, l’India, il Pakistan, di poter esercitare un ruolo pacificatore». xii

ANTESIGNANO DEI NUOVI POPULISMI?
Una propaganda “ottimistica”, spiccatamente nazionale (i cronisti odierni direbbero “sovranista”), accompagnata da una retorica sì “comunitarista”, ma al tempo stesso “euroscettica” (o forse “europessimista”). Quella di De Gaulle, con le annesse tendenze “protezionistiche” e i richiami patriottici, è una chiave narrativa che sembra preconizzare, nel linguaggio e nei contenuti, l’era dei “populismi 2.0”xiii del terzo millennio, preceduta dalla Brexit ed inaugurata dal celebre «American First»xiv di Donald Trump. Speriamo quest’ultimi di De Gaulle, alla prova dei fatti, sappiamo quantomeno eguagliarne la coerenza e la statura morale.

Norberto Soldano

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
La ferrea intransigenza nel garantire il rispetto delle norme del diritto internazionale che lo contraddistinse nella famosa “notte di Sigonella” fra l’11 e il 12 ottobre 1985, il sostegno alla nobile causa palestinese nonché il suo spirito riformista tanto in politica interna, tanto sul versante estero, accomunano per certi aspetti la figura di Bettino Craxi a quella di Charles de Gaulle. Rinviamo, tuttavia, ad un futuro approfondimento il confronto fra i Governi Craxi (1983-1986; 1986-1987) e l’operato del leader francese. Invero, quest’ultimo presenta delle affinità, soprattutto caratteriali, anche con Mustafa Kemal, passato alla storia come “Atatürk”, il “padre dei Turchi” (1881-1938) che in altra sede meriteranno senz’altro di essere ripercorse.
ii “Il Gollismo-Teoria di una democrazia efficiente”, di Danilo Caruso, Rivista Instoria n°49-gennaio 2012.
iii Riferimento tratto da un servizio, mandato in onda nel corso della puntata intitolata “Charles de Gaulle: il Presidente Monarca” della trasmissione “Il Tempo e la Storia”, condotta su Rai Storia, da Massimo Bernardini al minuto 6’.
iv Secondo lo storico Gilles Pecout, Rai Storia Ibidem.
v Bernardini, Rai Storia Ibidem.
vi Pecout, Rai Storia Ibidem.
vii Vedasi il percorso tematico-multimediale “De Gaulle e l’Europa” sul sito Charles de Gaulle, paroles publiques della Fondazione dedicata allo statista francese.
viii “Il deficit democratico dell’Europa. Due punti di vista” di Francesca Rosignoli, Dottoranda in Diritto pubblico, comparato e internazionale presso l’Università di Roma “La Sapienza”, sulla rivista Nomos – Le attualità nel diritto.
ix L’intervista è stata tradotta in italiano e pubblicata sulla rivista Aggiornamenti Sociali, settembre-ottobre 1965, pp. 622-627.
x André Fontaine (1921-2013), esperto di politica internazionale, ha percorso tutti i gradini all’interno della redazione del giornale francese Le Monde sino a diventarne il Direttore nel gennaio del 1985.
xi Inteso questo da Giulio Tremonti come una «versione degenerata del liberismo», “La paura e la speranza”, edito da Oscar Mondadori nel 2008, p.19.
xii “La politica estera di De Gaulle” di André Fontaine per la rivista Aggiornamenti Sociali, dicembre 1965, pp. 755-766.
xiii L’espressione è stata coniata da Marco Revelli, autore del medesimo saggio “Populismo 2.0” edito da Einaudi nel 2017.
xiv La frase è stata pronunciata dall’attuale Presidente degli USA durante il suo discorso d’insediamento alla Casa Bianca, nel giorno del giuramento avvenuto il 20 gennaio 2017.

Macron, il sistema francese e le riforme istituzionali

macronProseguono, con il secondo appuntamento, la serie di approfondimenti in merito ai principali sistemi elettorali, connessi ai sistemi istituzionali, in vigore nelle democrazie europee.

La stabilità e la coerenza della forma di governo e del sistema elettorale rappresentano degli elementi fondamentali per garantire la funzionalità e un alto rendimento delle democrazie rappresentative.

Oggi, mi occuperò della forma di governo semipresidenziale e del sistema elettorale francese da lungo tempo considerati, da diversi politici e studiosi, Giovanni Sartori in primis, come un modello da seguire per la stabilità e la governabilità.

Il termine semipresidenzialismo fu coniato, nel 1978, dal politologo Maurice Duverger. Venne introdotto in Francia dal generale Charles De Gaulle, con la Costituzione del 1958 che inaugurò, in un contesto di crisi politica e nel pieno della guerra d’Algeria, la Quinta Repubblica.

La forma di governo francese è una repubblica semipresidenziale: un sistema nel quale il Presidente della Repubblica viene eletto direttamente dai cittadini e, forte della legittimità popolare, gode di ampi e reali poteri quali la scelta e la revoca del Primo Ministro, nonché lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale, ovviamente, nei limiti costituzionali; il Primo Ministro necessita, insieme all’esecutivo, del voto di fiducia e di una maggioranza nell’Assemblea Nazionale.

Nella Quinta Repubblica, il potere legislativo spetta alle Assemblee Parlamentari. L’Assemblea nazionale ha il compito, con il Senato, di approvare le disposizioni legislative.

Il bicameralismo è differenziato e razionalizzato, l’Assemblea Nazionale ha un ruolo preminente rispetto al Senato. Tra queste funzioni si evidenzia come il primo ministro debba avere la fiducia, o il tacito assenso, dell’Assemblea Nazionale, così come solo i deputati possono presentare una mozione di censura al Governo.

Il potere esecutivo è bicefalo, cioè condiviso tra il capo del Governo e il capo dello Stato. Questa caratteristica del semipresidenzialismo “ad assetto variabile” può comportare la coabitazione: l’elezione di un Presidente della Repubblica di un partito e la vittoria, in termini di seggi, alle elezioni legislative di un partito diverso.

Questa situazione, verificatasi diverse volte, ha comportato il successo o meno di una Presidenza.

A questo proposito, è evidente che esistono differenti margini di azione di cui può disporre il Capo dello Stato: da un verso lo stesso colore politico permette l’esercizio di poteri decisionali in capo al presidente e relega il primo ministro ad un ruolo tendenzialmente secondario (come avviene con l’attuale presidenza di Emmanuel Macron); dall’altro, in caso di coabitazioni di maggioranze non coincidenti, il presidente e il primo ministro tendono a bilanciarsi a vicenda e ad essere rigidamente rispettosi della divisione dei poteri.

Proprio al fine di rendere difficile la coabitazione, dalle elezioni del 2002, il mandato presidenziale è stato ridotto a cinque anni, la durata di una legislatura, e le elezioni presidenziali si svolgono poco prima delle elezioni legislative; in questo modo, sfruttando un cosi breve periodo tra le due elezioni, risulta più difficile che gli elettori scelgano, in maggioranza, schieramenti opposti tra loro.

Il sistema elettorale è fortemente legato a quest’assetto costituzionale.

Si tratta di un maggioritario a doppio turno, sia per le elezioni presidenziali che per le elezioni legislative: se, al primo turno, un candidato ottiene il 50% più uno dei voti nel collegio, si aggiudica il seggio; viceversa, se nessun candidato raggiunge questa percentuale, si tiene un secondo turno in cui partecipano i candidati che hanno ottenuto oltre il 12,5% dei consensi alla prima tornata elettorale.

L’unica eccezione è rappresentata dalle elezioni al Parlamento europeo, dove è utilizzato il sistema proporzionale con sbarramento di lista al 5%.

Durante l’ultima campagna presidenziale nel 2017, Macron ha promesso l’avvio di un’incisiva stagione riformatrice; nell’aprile di quest’anno, il primo ministro francese, Edouard Philippe, ha esposto le linee generali del progetto di riforma istituzionale.

La riforma è suddivisa in tre differenti testi: un progetto di revisione costituzionale, una legge organica e una legge ordinaria.

Su alcune proposte di modifica, come la riforma del Consiglio supremo della magistratura si registra un ampio consenso; viceversa, sulle proposte più pregnanti non è stato trovato un accordo con le forze politiche di minoranza.

Tra queste proposte troviamo: la riduzione del 30 per cento del numero dei senatori e dei deputati (244 senatori rispetto agli attuali 348; 404 deputati contro i 577 odierni). Se passasse la riforma, la Francia sarebbe considerata uno dei paesi d’Europa con il maggior numero di abitanti per parlamentare.

Un’altra proposta divisiva è l’introduzione, dalle prossime elezioni del 2022, di una quota del 15 per cento di deputati eletti con il metodo proporzionale.
La quota proporzionale unita alla riduzione del numero dei parlamentari sono le misure che, secondo i critici, maggiormente minacciano di snaturare il sistema francese, maggioritario e a doppio turno, poiché potrebbe allentare il legame tra l’eletto e il territorio.

Tuttavia sembra una preoccupazione esagerata, almeno rispetto all’introduzione di una quota proporzionale; essa può garantire una maggiore rappresentanza di forze politiche minori, come in questa fase il Partito Socialista francese, e temperare la netta sovra-rappresentazione in termini di seggi della forza di maggioranza relativa.

Un terzo elemento, molto contestato e tacciato di autoritarismo è la limitazione alla quantità degli emendamenti stabilita in base alla dimensione dei gruppi parlamentari, la proposta è stata, successivamente, ritirata.

Poche settimane fa, dopo giorni di paralisi in parlamento, in seguito al “Caso Benalla”, i lavori sul progetto di riforma della Carta fondamentale sono stati rinviati a dopo la pausa estiva.

Questo si spiega con le difficoltà della contingenza politica ma, soprattutto, perché molte delle riforme, per essere approvate, richiedono una revisione della Costituzione, quindi il voto favorevole anche del Senato che ha una maggioranza neogollista.

La modifica del sistema elettorale rientra invece in una legge ordinaria, per la quale ha l’ultima parola l’Assemblea Nazionale, dove En Marche! gode di un’ampia maggioranza.

Tuttavia, per evitare il problema del Senato, l’esecutivo potrebbe organizzare un referendum.

Potrebbe trattarsi di un azzardo: i francesi avrebbero la possibilità di esprimere un dissenso rispetto alla forza di governo, a prescindere dai contenuti della riforma. In qualche maniera, ripetendo quello che è successo in Italia con la vicenda del referendum costituzionale del 2016.

Per tutte queste ragioni, il Presidente della Repubblica non intende sottoporsi a un referendum politico preferendo per il momento tentare la strada parlamentare e trovare un accordo con il Senato.

Resta da capire se la forte personalizzazione, la leaderizzazione e il superamento di forme tradizionali di mediazione con parti sociali e soggetti politici, tratti caratteristici della scalata politica e del modo di governare incarnato da Macron, possano essere compatibili con la necessità di creare un clima di dialogo con le altre forze politiche, trovare accordi e superare in maniera condivisa le numerose criticità emerse.

Paolo D’Aleo

Il nuovo mito identitario
delle destre europee

naziskin01gUn nuovo “spettro si aggira per l’Europa”: è il mito identitario che si sta diffondendo in tutto il Vecchio Continente e che ha in Germania e in Francia (ma non solo) le manifestazioni più eclatanti sul piano politico, e in parte anche su quello ideologico. Sul piano politico, il mito si è affermato da tempo in Francia, con il Front National di Jean-Marie Le Pen, oggi sostituito alla presidenza del partito dalla figlia Marine; in Germania, invece, il mito identitario, inizialmente appannaggio di piccoli gruppi movimentisti, è stato poi ereditato da “Alternative für Deutschland”, il partito politico fondato nel 2011, che nelle elezioni europee del 2014 ha conseguito il 7,04 dei suffragi e conquistato 7 seggi all’Europarlamento. Sul piano ideologico, invece, l’epicentro dell’elaborazione teorica è la Germania, ma gli apporti provengono anche da altri Paesi: Francia e Russia, in particolare.
Il n. 3/2016 di “Micromega” ospita un articolo, “Il pensiero vecchio delle nuove destre: Heidegger ed Evola contro la società aperta”, di Micha Brumlik, pedagogista e giornalista svizzero; secondo questo autore, le formazioni populiste di destra nate e diffusesi in Europa non sono una reazione emotiva alle conseguenze della Grande Recessione scoppiata nel 2007/2008, ma il portato, sul piano organizzativo e politico, di un programma teorico iniziato ben prima del 2007, come reazione all’esito dell’impatto del capitalismo globalizzato sul ruolo e la funzione dei vecchi Stati nazionali.
Brumlik narra della pubblicazione, nel 2015, del libro “L’ultima ora della verità. Perché destra e sinistra non sono più alternative e perché la società deve essere descritta molto diversamente”, di Armin Nassehi, docente di sociologia all’Università Ludwig Maximilian di Monaco; il libro del sociologo tedesco è volto, non solo a dimostrare come il pensiero universalista di sinistra abbia smarrito l’intenzione di cambiare il mondo, ma anche e soprattutto come esso abbia cessato di fornire una descrizione critica del pensiero della nuova destra; questo pensiero, secondo Nassehi, si caratterizzerebbe “per il fatto di considerare l’esistenza umana solo ineluttabilmente come esistenza di gruppo, con tutte le conseguenze teorico-normative e anche politiche che questa idea ha. Gli uomini sono innanzitutto membri di comunità più grandi e la soluzione dei problemi sociali sta in ultima analisi nell’omogeneità o, più precisamente, nella coesione interna del gruppo. L’idea di sovranità popolare (un’idea di sinistra) ha rappresentato la precondizione dell’idea di solidarietà (un’idea di destra). Entrambe hanno la stessa origine”.
L’omogeneità culturale, tuttavia, secondo Brumlik, non è il solo elemento che caratterizza il pensiero della nuova destra; ad esso vanno aggiunti l’elemento della “politicizzazione dello spazio”, sul quale i singoli popoli insistono, e quello della “sacralizzazione” dell’autorità: tutti questi elementi, definiti identitari, sono presenti nell’elaborazione ideologica della “nouvelle droite” del filosofo francese Alain de Benoist. Questi, a partire dagli anni Sessanta, ha elaborato un pensiero fortemente critico contro la globalizzazione, in favore di un liberalismo in pro delle piccole patrie e delle identità culturali. De Benoist, inoltre, considera la democrazia rappresentativa come un limite per poter promuovere un più esteso coinvolgimento dei popoli nella vita politica dei loro Paesi. Anche se critico nei confronti dell’Unione Europea, De Benoist crede in un’Europa unita e federale, nella quale il concetto di nazione sia sostituito da quello di “identità regionali”, unite da un comune senso di appartenenza continentale. Il suo pensiero, a tutela di queste identità culturali assume alcuni dei concetti che sono propri del marxismo, dell’ecologismo, del multiculturalismo, del socialismo e del federalismo.
La sintesi del pensiero di De Benoist, che ripropone in sostanza l’idea dell’”Europa delle patrie” di Charles de Gaulle, è assunta “in toto” dai nuovi partiti della destra europea; in particolare, sono accolte le sue idee etnopluraliste, secondo le quali ogni etnia deve avere il diritto di esistere nello spazio che le spetta, dove poter autorealizzarsi, avvalendosi della propria cultura; è sulla base di questa pretesa che la nuova destra europea può sostenere che l’omogeneità culturale di ogni etnia è scevra da qualsiasi problema razziale, nel senso che essa (l’omogeneità colturale) contiene “lo 0 per cento di razzismo”.
A completamento dell’ideologia identitaria, per giustificare la chiusura nazionale e la sottomissione all’autorità, i nuovi partiti della destra europea si rifanno alle idee del politologo e filosofo russo Alexander Dugin ed a quelle di Martin Heidegger e di Julius Evola. Di Dugin, docente di filosofia all’Università Lomonisov di Mosca, organizzatore e primo leader del Partito Nazional-Bolscevico e, in seguito, di altri partiti di estrema destra, i partiti della destra europea accettano la teorizzazione della fondazione di un “impero eurasiatico”, da realizzarsi nello spazio politico compreso tra la Siberia ed i Pirenei.
Come teorico di uno spazio culturale eurasiatico, Dugin formula una “quarta teoria politica” che, dopo il liberalismo, il fascismo e il comunismo, sarebbe la più adatta a garantire, secondo le parole di Brumlik, la sopravvivenza dell’umanità al tempo della globalizzazione. La teoria politica elaborata da Dugin giustifica l’impegno di tutti popoli eurasiatici, legati a un preciso spazio senza alcuna reciproca pretesa di superiorità, ad accelerare il declino dell’Occidente, in maniera talmente veloce da sopravvivergli. Nella prospettiva della visione del mondo preconizzata dall’ideologia eurasiatica del filosofo russo, ogni popolo, caratterizzato da una storia comune, dovrebbe perciò dotarsi di un’organizzazione politica che non sia la democrazia, ma un autogoverno sociale, articolato regionalmente.
La teoria politica eurasiatica riguardo alla natura dell’attività politica è una derivazione diretta del pensiero della “Rivoluzione conservatrice” tedesca; pensiero nato dal rifiuto del regime politico liberal-democratico, creatosi in Germania in seguito alla sconfitta nella Grande Guerra; in esso era espressa una dura critica al parlamentarismo e alla democrazia, definiti “la tirannia del denaro”, ma anche la proposta di ricuperare i valori tradizionali dei singoli popoli, da realizzarsi con l’assunto della natura sacra dell’attività politica, implicante, secondo il critico del nazionalismo e dell’imperialismo Julius Evola, per i singoli componenti dei popoli, una stoica subordinazione ad essa.
Sulla scorta di tutti i frammenti illustrati dell’ideologia identitaria della nuova destra europea, diventa chiaro, secondo Brumlik, perché, dopo la fine del capitalismo di Stato, comunista e burocratico, dell’Unione Sovietica, la destra radicale europea si sia sentita legata alla Russia di Putin e perché quest’ultimo sostenga finanziariamente i partiti di destra: da quello di Marine Le Pen in Francia a quello di Viktor Orbàn in Ungheria e forse, si può aggiungere, a quelli di Bernd Lucke, fondatore di “Alternative für Deutschland“ in Germania, di Lech Aleksander Kaczyński in Polonia e, da ultimo, a quello di Norbert Hofer in Austria.
Non casualmente, perciò, tutti i partiti dell’attuale destra europea, sulla base della loro ideologia identitaria, si oppongono all’integrazione dei diversi all’interno dei Paesi nei quali sono presenti, per quanto non dimostrino di avere un qualche interesse per le complicate idee filosofiche dalle quali la loro ideologia deriva; si oppongono, in altri termini, ad accogliere coloro che, secondo i portatori dei valori della destra radicale, si muovono da uno spazio culturale ad un altro, valicano confini naturali, barriere geografiche, così come anche confini politici e linee etniche di demarcazione, creando caos e crisi politiche nei Paesi di accoglienza. Ciò non implica, tuttavia, osserva Brumlik, che la critica dell’ideologia eurasiatica debba essere risparmiata da parte di coloro che ancora credono nella validità di ciò che resta in Europa e, in generale, in Occidente della dimensione universale del pensiero liberale e democratico.
Quindi, conclude Brumlik, proprio perché il pensiero identitario della destra europea contiene tratti in comune con il pensiero della sinistra sul capitalismo, la globalizzazione e l’egemonia degli USA, è indispensabile ripensare con spirito illuminista, non solo il “progetto di sinistra”, come sostiene il pedagogista svizzero, ma più in generale il “progetto democratico della società aperta”; rivolto quest’ultimo, non solo all’Europa, ma all’intera umanità. Solo così si potrà dare ai valori propri della democrazia, quali il pluralismo politico, il multiculturalismo, la tolleranza e la solidarietà, un respiro sopranazionale, perché l’internazionalismo, caro alla sinistra, sia messo finalmente alla prova, oltre che in teoria, anche in pratica.

Gianfranco Sabattini

Il dilemma del Regno Unito:
restare o uscire dall’Europa

Dopo l’ultima vittoria elettorale, Cameron è stato costretto ad approvare una legge che impegna il Regno Unito a indire, entro la fine del 2017, un referendum che dovrà stabilire se il Regno Unito dovrà uscire o continuare a fare parte dell’Unioen Europea. Daniel Shade e James Bartholomeusz, entrambi del “Project for Democratic Union” (PDU), un istituto che, operando principalmente a Londra e a Berlino, porta avanti l’idea del compimento della piena unità politica dell’Eurozona, in un loro recente articolo (“Vota Brexit e perdi il posto a tavole”, Limes, n. 12/2015) sostengono che l’obbligo di Cameron è la conseguenza di una promessa fatta in “cattiva fede”; ciò perché, se è vero che il referendum è la conseguenza di un impegno assunto nel manifesto elettorale che lo ha visto vittorioso nelle elezioni del maggio scorso e della necessità di contrastare l’ascesa politica del nazionalistico United Kingdom Independence Party” di Nigel Farage, non è meno vero che nei mesi successivi al risultato elettorale sono state portate avanti delle iniziative per una “rinegoziazione dei termini della membership britannica nella UE”.
Quali sono le probabilità di un “Brexit”, ovvero che il Regno Unito decida di uscire dall’Europa? Quale sarebbe l’impatto di tale decisione sull’UE? Per rispondere a queste domande, occorre innanzitutto ripercorrere la movimentata storia dell’ingresso e della permanenza del Regno Unito nell’UE, per poi analizzare le potenziali conseguenze del possibile recesso e individuare i probabili scenari futuri.

Il rapporto del Regno Unito con la CEE, e in generale con il processo d’integrazione europea, è stato ricco di colpi di scena e di ribaltamenti delle decisioni che la classe politica inglese ha assunto in momenti diversi, in funzione dell’evoluzione della congiuntura politica internazionale. A complicare questo rapporto vi è stato anche, nel tempo, il comportamento tentennante di uno sei paesi leader dell’edificazione degli Stati Uniti d’Europa, la Francia, che a volte si è mostrata favorevole al coinvolgimento del Regno Unito, mentre in altri momenti ha mostrato una ferma chiusura a tale coinvolgimento.
Da un lato, la classe politica britannica ha spesso manifestato il suo interesse a condurre il paese all’interno della CEE; dall’altro, la stessa classe politica e una parte consistente dell’opinione pubblica non hanno mai mancato di criticare il progetto sopranazionale, in quanto lo avvertivano contrario agli interessi nazionali. Eppure, nel 1946, è stato proprio il primo ministro britannico Winston Churchill, in un discorso svolto all’Università di Zurigo, a esortare i paesi europei a creare gli Stati Uniti d’Europa, un progetto di unione politica federale sopranazionale, sebbene – osservano Shade e Bartholomeusz – nello stesso discorso l’allora ex primo ministro abbia anche detto che la Gran Bretagna doveva “essere amica e sponsor della nuova Europa” e non parte di essa. Dalla considerazione dell’intero suo discorso appare chiaro, sempre secondo i due autori, come la visone che Cherchill aveva dell’Europa “fosse plasmata più da pragmatismo che non da convinzioni ideologiche”; pragmatismo che il vecchio leader inglese aveva maturato con l’ascesa al potere di Hitler, le cui pretese egemoniche sull’intero Vecchio Continente dovevano essere contrastate, se si voleva salvare l’integrità dell’impero britannico.

A tal fine, nel 1940, al momento dell’invasione nazista della Francia, il governo Churchill aveva proposto una dichiarazione di unione che avrebbe saldato il Regno Unito e la Terza Repubblica Francese in un solo Stato, un progetto del quale Charles de Gaulle, leader della resistenza francese con base a Londra è stato “fiero sostenitore”. Si può anche aggiungere che il pragmatismo, non disinteressato, di Churchill deve aver influenzato fortemente la classe politica francese se, ancora, dopo oltre dieci anni dalla fine della guerra, come documenti d’archivio britannici, ritrovati nel 1956 dalla BBC (servizio pubblico radiotelevisivo del Regno Unito) attestano, il primo ministro francese Guy Mollet ha proposto al suo omologo britannico Anthony Eden una fusione delle Francia con il Regno Unito, per meglio risolvere i problemi dei loro imperi in fase di disgregazione. La proposta non ha avuto un seguito, ma l’aspirazione ad unire i due paesi è stata superata l’anno dopo, allorché nel 1957 è stata istituita con il Trattato di Roma la Comunità Europea.
La grande ironia – affermano Shade e Bartholomeusz – è che il Regno Unito, dopo la parentesi unionista in tempo di guerra, è ritornata nell’alveo dell’”eccezionalismo” britannico, anche se, due decenni dopo, avrebbe bussato alle porte dell’Europa, invocandone l’ingresso. Così, mentre i paesi continentali, dopo il 1957, hanno incominciato a unirsi nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio, e in seguito nella Comunità Europea, avviando un processo che supporterà un balzo in avanti sulla via della loro crescita economica, l’isolazionismo britannico e il progressivo crollo del suo impero hanno creato non poche difficoltà alla “perfida Albione”; il Regno Unito, infatti, ha vissuto una prolungata recessione economica, per cui, se per la Francia l’integrazione nell’Europa ha rappresentato “una parziale compensazione per la sua turbolenta decolonizzazione”, l’isolamento di Londra ha lasciato la Gran Bretagna “senza impero e senza Europa”.

In queste condizioni, all’inizio degli anni Sessanta (1963), Londra ha deciso di chiedere l’ingresso nella Comunità Europea; ma, per colmo di ironia, ha trovato l’opposizione di Charles de Gaulle, il quale, dimentico del suo assenso all’unione tra Francia e Regni Unito proposta da Churchill in tempo di guerra, ha posto il veto sulla richiesta britannica, per via del fatto che l’ingresso nella Comunità avrebbe consentito, presuntivamente, alla Gran Bretagna di svolgere il ruolo di “cavallo di Troia” in pro degli USA, permettendo loro di intromettersi nel progetto europeo, che, invece, nelle intenzioni di De Grulle, avrebbe dovuto costituire un terzo polo da opporre al potere di USA e URSS, a guida francese.
Il Regno Unito non si è rassegnato all’opposizione francese e, nonostante gli sforzi profusi per raggiungere lo scopo, ha dovuto subire nel 1967 un altro veto, sempre da parte di De Gaulle; solo la caduta del Generale, dopo il “maggio francese”, Londra ha visto aprirsi la strada che, nel 1968, l’avrebbe portata a Bruxelles; fatto, questo, che in un referendum del 1975, sarebbe stato approvato dai due terzi dell’elettorato del Regno Unito.

Dopo il suo travagliato ingresso in Europa, la Gran Bretagna ha caratterizzato la sua adesione al progetto europeo con una politica sempre orientata al perseguimento dei suoi stretti interessi nazionali; ma anche volta a spingere l’Europa sulla via di una più stretta integrazione, come è accaduto nel 1968, in occasione della “Dichiarazione di Saint-Malo”, con la quale Regno Unito e Francia hanno promosso l’attuazione di una “Politica europea di sicurezza e di difesa comune”, dotando in tal modo l’Unione Europea della possibilità di compiere missioni di “peacekeeping” al di fuori della NATO (anche se Londra si è poi sempre mostrata riluttante a contribuirvi).

L’adesione del Regno Unito all’Unione Europea, tuttavia, non è mai stata completa; ne è prova il fatto che esso ha sempre subordinato la sua partecipazione alla negoziazione di numerosi “opt-out”, cioè all’esenzione dall’obbligo di applicare al suo interno alcune disposizioni contenute nei Trattati o nella legislazione comunitaria. Tra i paesi membri che si sono avvalsi di questa opportunità, il Regno Unito è infatti quello che ha negoziato più opt-out (quattro), seguito dall’Irlanda (due), dalla Polonia e dalla Svezia (uno ciascuna).
Le esenzioni hanno riguardato: la Convenzione di Schengen (1990), rispetto alla quale il Regno Unito ha ottenuto di poter conservare il controllo delle proprie frontiere; l’Unione Economica e Monetaria, prevista dal Trattato di Maastricht (1992), alla quale Londra non ha aderito, evitando l’adozione dell’euro e l’unificazione a livello europeo delle politiche monetarie nazionali; la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, entrata in vigore con il Trattato di Lisbona (2009), rispetto al quale il Regno Unito ha ottenuto di poter annettere un “Protocollo”, con cui si escludeva la competenza della Corte di giustizia dell’UE a ritenere che le leggi, i regolamenti o le disposizioni, le pratiche o l’azione amministrativa del Regno Unito non fossero conformi ai diritti, alle libertà e ai principi fondamentali affermati a livello europeo; lo Spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia, concordato con il Trattato di Lisbona (2007), rispetto al quale Londra ha ottenuto di poter scegliere, caso per caso, se partecipare al processo legislativo riguardante la cooperazione giudiziaria, la cooperazione di polizia e le politiche frontaliere.
Va inoltre ricordato lo “sconto britannico” (British rebate), negoziato durante il premierato di Margaret Thatcher, in base al quale al Regno Unito è stato concesso di contribuire proporzionalmente meno di qualunque altro paese membro al bilancio comune europeo, per compensare il presunto danno subito dal liberalizzato settore agricolo britannico a causa del sistema continentale di sussidi all’agricoltura. Va anche ricordato che il Regno Unito si è rifiutato di adottare il Fiscal compact, ovvero il Patto di bilancio europeo siglato nel 2012 dagli altri 25 paesi UE.

Come ha fatto – si chiedono Shade e Bartholomeusz – il Regno Unito “a ritrovarsi nel punto in cui è oggi, a meno di due anni dal referendum che potrebbe sancire la sua uscita dall’UE?” In parte risultato della crisi dell’Eurozona, i sentimenti antibrusselliani sono soprattutto cresciuti a partire dagli anni Ottanta, per via dell’euroscetticismo maturato con l’avvento della Tatcher al governo del paese, nonostante che la premier inglese sia stata, come Churchill, una pragmatica filo-europea, avendo tendenzialmente riconosciuto che fare parte dell’Europa comportava benefici maggiori dei costi connessi ad un’eventuale uscita dall’Unione avrebbe comportato.
Per valutare le potenziali conseguenze di un’uscita britannica dall’Unione europea si tende a prevedere che, nel negoziare i nuovi rapporti euro-britannici, il Regno Unito si troverà probabilmente a scegliere fra tre potenziali alternative: “Rinegoziare le condizioni di una continua permanenza nell’UE”, previa negoziazione di altri “opt-out”, che avrebbero l’effetto di mettere il Regno Unito in una situazione differente, rispetto agli altri Stati membri dell’Unione, riguardo ad ulteriori materie, in aggiunta a quelle già sottratte alle regole comunitarie; adottare l’“opzione norvegese”, in base alla quale il Regno Unito potrebbe decidere di tornare a far parte dell’EFTA (l’Associazione europea di libero scambio), tenendo conto che dal 1994 è entrato in vigore l’accodo sullo “Spazio economico europeo”, che permette a tutti i paesi aderenti all’EFTA (salvo la Svizzera) di partecipare al mercato comune europeo, pur non essendo membri dell’Unione; oppure privilegiare l’”opzione svizzera”, che consentirebbe al Regno Unito di stipulare un accordo di libero scambio con l’UE, stabilendo accordi bilaterali caso per caso con i suoi ex partner europei.

Se le possibili scelte future sono relativamente chiare per la Gran Bretagna nel caso in cui i britannici si esprimessero a favore del “Brexit”, lo stesso non può dirsi per l’Europa. Potrebbe accadere che l’uscita di Londra funga da catalizzatore per una ripresa del processo d’integrazione politica dei paesi europei residui; ma occorre tenere presente il pericolo che possa accadere l’opposto, nel senso che dall’uscita di Londra potrebbero trarre vantaggio l’euroscetticismo diffuso in tutti i paesi europei e l’aspirazione nazionalista di un ritorno alle vecchie patrie europee. In questo caso, si determinerebbe il collasso delle istituzioni europee e la crisi di tutte le politiche comuni, in una corsa frenetica a ricuperare la sovranità nazionale su tutto. Se ciò accadesse, concludono amaramente Shade e Bartholomeusz, la conseguenza sarebbe la recisione dei vincoli che sinora hanno reso la guerra materialmente impossibile; il ricorso alle armi per risolvere le diatribe internazionali, benché improbabile, tornerebbe a rientrare nel novero delle possibilità, e lo spettro del mondo in crisi della prima metà del secolo scorso tornerebbe ad incombere sui paesi del Vecchio Continente.

Gianfranco Sabattini

La radicalisation des esprits

La tragica vicenda dei redattori di Charlie Hebdo potrebbe rompere l’emergente alleanza anti-sistemica tra musulmani patrioti figli dell’immigrazione e francesi di “souches” tradizionalisti.

La verità è che da qualche anno si discute sottovoce di un’altra Francia. Ridotto a “laboratorio di sperimentazione etnico-sociale in tensione permanente”, il Paese potrebbe liberarsi gradualmente dalle catene dell’Etat profond (lo Stato profondo). Fuori dagli schemi della cultura ufficiale, una nuova classe intellettuale, sta costruendo l’alleanza “impossibile” e anti-sistemica tra classe media e ceto produttivo, tra neo-marxisti e nazionalisti, tra musulmani patrioti figli dell’immigrazione e francesi di “souches” tradizionalisti. I teorici di questa école de pensée che ha conquistato centinaia di migliaia di francesi e sedotto i vertici del Front National di Marine Le Pen? Il sociologo Alain Soral e l’umorista Dieudonné M’Bala M’Bala, i quali recentemente, hanno persino fondato il partito politico Réconciliation Nationale (Riconciliazione Nazionale) scandito dallo slogan: “non cadiamo nella trappola mortale dello scontro di civiltà”.

Ma la Francia assomiglia sempre più al sogno dei neoconservatori americani “coi musulmani cattivi a recitare il ruolo che già fu dei pellerossa, degli stessi “italiani gangster” o dei musi gialli, maschere di volta in volta evocate dalla propaganda esagitante del far west globale” (Pietrangelo Buttafuoco). Prima l’Affaire Merah ora quella tragica della rivista Charlie Hebdo, colpita nel cuore della sua redazione. Il settimanale satirico francese ha una storia contorta. Nato negli Settanta vicino allagauche (in occasione della morte di Charles De Gaulle, l’Hebdo scandalizzò la Francia con una copertina dal titolo “Bal tragique a Colombey, un mort”, ballo tragico a Colombey – la residenza del Generale-, un morto), si è progressivamente spostato a destra, fino a sposare negli ultimi decenni la causa neocon statunitense. Nel 1992, con la pubblicazione di una tribuna dibattito intitolata “Coraggio intellettuale” e dedicata all’opera di Oriana Fallaci “La rabbia e l’orgoglio”, in cui si parlava di una “crociata” dell’Islam verso l’Occidente, Charlie Hebdo apriva la strada all’anti-islamismo, che sarebbe diventato il suo cavallo di battaglia insieme alla Cristianofobia. In quella redazione nell’11ème arrondissement di Parigi, dove è avvenuto l’assalto e che ormai lavorava poco visti i numeri disastrosi del suo bilancio, non si credeva poi così tanto alla libertà di espressione. Quando il Consiglio di Stato (il più importante organo giudiziario) fu convocato dal ministro Manuel Valls per bloccare lo spettacolo di Dieudonné previsto il giorno stesso a Nantes perché “antisemita”, la rivista non spese nemmeno una parola di solidarietà nei suoi confronti.

Lo stato emozionale e confusionale dell’Occidente non aiuta a comprendere le dinamiche. Alla riconciliazione nazionale auspicata dal duo Dieudo-Soral prevale purtroppo la radicalizzazione delle coscienze e l’isterismo di massa. Tutto viene messo sullo stesso piano: islam, terrorismo, integrazione, multiculturalismo, immigrazione. C’è chi raccoglie voti, chi proclama la guerra santa, chi invece parla ancora di un’identità da proteggere. Eppure pochi ricordano che i due terroristi identificati la sera stessa dalle autorità francesi risultano essere due franco-algerini rientrati dalla Siria la scorsa estate dopo una serie di combattimenti contro l’esercito regolare di Bashar al Assad. Una parabola tutta occidentale quella che vede dei “combattenti per la libertà” diventare improvvisamente dei “terroristi islamici”. Ma esulteranno senza vergogna i seminatori di odio di destra e di sinistra. Gli stessi che per decenni hanno legittimato l’immigrazione di massa, approvato le “guerre umanitarie” nel Vicino e Medio Oriente, “sionizzato” la politica estera della Francia, impedito l’integrazione delle nuove popolazioni, fabbricato un clima di islamofobia senza precedenti. I Bernard Henri Levy, i Michel Houllebecq, gli Alain Finkelkraut, i Michel Onfray, le Elisabeth Levy. E con loro tutti i cartomanti della guerra civile. Lunga vita ad Alain Soral e Dieudonné M’Bala M’Bala. Vive la Réconciliation Nationale.

Sebastiano Caputo

tratto dal quotidiano L’Intellettuale Dissidente