Usa-Ue, arriva la tregua nella guerra sui dazi

trump juncker

Finalmente una tregua tra Donald Trump e l’Europa dopo che ad Helsinki, nell’incontro con Putin, il presidente Usa aveva detto che ‘il nemico è l’Europa’. Jean Claude Juncker è andato alla Casa Bianca nella speranza di disinnescare le tensioni commerciali con gli Usa che rischiano di incrinare in maniera irreversibile le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico. Il presidente della Commissione Ue è riuscito a strappare un accordo.

Dopo l’incontro, Donald Trump ha detto:    “Oggi è un grande giorno, abbiamo lanciato una nuova fase nei rapporti tra Usa ed Europa.    L’obiettivo è quello di zero tariffe, zero barriere commerciali non tariffarie e zero sussidi sui beni industriali che non siano auto”.

Visibilmente soddisfatto anche Juncker, che è riuscito lì dove non erano riusciti Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Juncker ha affermato: “Ero venuto qui per trovare un’intesa e l’abbiamo trovata”.

Dalla Germania sono arrivati commenti positivi all’accordo di tregua, stipulato ieri dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker con il presidente Usa Donald Trump, sulle dispute commerciali. Un’intesa costruttiva, secondo Berlino che ribadisce il suo pieno appoggio all’esecutivo Ue.

La portavoce di Angela Merkel, Ulrike Demmer, ha affermato: “Il governo saluta l’accordo per una azione costruttiva sul commercio. La Commissione può continuare a contare sul nostro sostegno”.

L’intesa prevede che l’Ue si impegna a aumentare le importazioni di soia e gas liquefatto statunitensi, assieme a una tregua sui dazi mentre Bruxelles e Washington negozieranno un percorso per azzerare le tariffe nei servizi, nella chimica, nella farmaceutica, nei beni industriali, salvo le auto (nodo sensibile agli occhi della Germania).

Dalla Francia, inverosimilmente, sono arrivati commenti freddi all’accordo di tregua raggiunto ieri da Jean-Claude Juncker e Donald Trump sul nodo del commercio. Il ministro delle Finanze Bruno Le Maire ha affermato: “Parigi vuole chiarimenti sull’intesa raggiunta. La Francia ha sempre detto che bisognava evitare una guerra commerciale, che avrebbe fatto solo perdenti. Quindi è un bene tornare al dialogo con gli americani”. Tuttavia l’esponente transalpino Le Maire ha detto: “L’agricoltura deve restare fuori dalle discussioni e che l’Europa non transigerà sulle sue regole. Abbiamo delle norme sanitarie, alimentari e ambientali a cui teniamo perché garantiscono la salute dei consumatori”.

I riferimenti polemici appaiono diretti all’impegno, annunciato da Juncker ieri dopo l’incontro alla Casa Bianca, ad aumentare le importazioni di soia Usa, senza precisare se questo includa anche soia Ogm.

La presa di posizione francese si accomuna al pensiero dei movimenti populisti europei che anche in Italia avversano fortemente le coltivazioni Ogm.

Invece, una autorevole francese, Christine Lagarde, direttore del Fmi, ha così commentato: “Sono lieta di sapere che gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno raggiunto un accordo  per lavorare insieme e ridurre le barriere commerciali e, insieme con altri partner, rafforzare la WTO. L’economia globale può avere solo benefici quando i paesi si impegnano a risolvere in modo costruttivo i disaccordi commerciali senza ricorrere a misure eccezionali”.

Da diverso tempo, il Fmi manifesta preoccupazioni per il diffondersi del protezionismo nel mondo.

Saro

Dal Fondo monetario parte un allarme per l’Italia

FMI-Italia crescitaIl Fondo Monetario Internazionale ha preparato un documento in vista del G20 che si farà a Buenos Aires. Nel documento, tutti i paesi sono invitati a perseguire politiche che sostengano la crescita di lungo periodo, contribuendo a una riduzione degli squilibri esterni, ma che allo stesso tempo creino spazi di bilancio. Il Fmi ha affermato: “Stimoli di bilancio pro-ciclici dovrebbero essere evitati e cuscinetti di bilancio ricostruiti nei paesi in cui i conti pubblici sono su una traiettoria insostenibile e il deficit è eccessivo (Stati Uniti) o in cui la posizione è vulnerabile alla perdita di fiducia del mercato (Italia)”.

Sull’Italia, nel documento preparato dal FMI, si legge: “In Italia condizioni finanziarie più stringenti e l’incertezza sulle future politiche possono rallentare la crescita”.

Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, commentando il documento, la ‘G20 Surveillance Note’ pubblicata dall’Istituto di Washington, ha detto: “Le tensioni commerciali stanno già lasciando un segno, ma l’entità del danno dipenderà da cosa i politici faranno e, visto che sfortunatamente la retorica è diventata realtà con le misure protezionistiche, ci potranno essere effetti sull’economia globale. Se tutti i dazi annunciati entreranno in vigore, l’output globale potrà ridursi dello 0,1% nel 2020 e se la fiducia degli investitori sarà minata, il Pil globale potrebbe calare di mezzo punto percentuale, ovvero circa 430 miliardi di dollari, da qui al 2020”.

Dunque, non c’è molto da stare allegri.

La difficile partita politica si giocherà sul terreno internazionale. Nuove strategie politiche dovrebbero elaborarsi per combattere l’espansione del protezionismo. Da una nuova internazionale socialista potrebbe nascere una nuova linea politica per sconfiggere le miserie dell’umanità che sono più evidenti nelle zone dove è più diffusa la povertà. Nonostante l’attuale crisi del socialismo, le finalità dell’ideologia socialista sono ancora valide.

Salvatore Rondello

Grecia, atterraggio morbido. Odissea verso conclusione

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L’odissea della Grecia si è conclusa. E’ stato raggiunto l’accordo all’Eurogruppo sui termini per l’uscita della Grecia dal suo terzo piano di salvataggio  che prevede, in particolare, misure per alleggerire il debito. Ha dato l’annuncio il presidente dell’Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno. In base all’accordo raggiunto dai ministri delle Finanze dell’Eurozona a Lussemburgo,  ad Atene è stata concessa l’ultima tranche del prestito di 15 miliardi di euro.

Con questo accordo che molti hanno definito ‘storico’, Centeno ha commentato: “Siamo riusciti ad ottenere un atterraggio morbido per l’uscita dalla Grecia da questo lungo e difficile percorso”.

Il Commissario Ue, Pierre Moscovici, ha dichiarato: “Si tratta di un accordo eccezionale: La crisi greca si è conclusa questa notte”.

Il ministro delle Finanze greco, Euclid Tsakalotos, dal canto suo, dichiarandosi soddisfatto per l’accordo raggiunto che segna la fine di otto anni di crisi, ha affermato: “Questo Governo non dimentica e non dimenticherà ciò che il popolo greco ha dovuto attraversare durante questi otto anni. Dobbiamo assicurarci che molto presto il popolo greco vedrà concretamente i risultati di questo accordo”.

Il governo greco si è impegnato a mantenere un avanzo primario pari al 3,5% del Pil fino al 2022 e, in seguito, a rispettare le regole di bilancio Ue. L’Eurogruppo, nella dichiarazione diffusa nella notte, ha spiegato: “Per la Commissione questo implicherà un avanzo primario in media al 2,2% del Pil nel periodo tra il 2023 e il 2060. Il Paese resterà sotto la lente della Commissione Europea, che attiverà la procedura di sorveglianza aumentata (Enhanced surveillance), con relazioni trimestrali sulla situazione economica e di bilancio della Grecia.

Così, l’ultima tranche di aiuti ammonta a 15 mld: di questi, 5,5 mld verranno versati in un conto segregato, destinato al servizio del debito, mentre gli altri 9,5 mld saranno versati in un conto dedicato, che verrà utilizzato per creare dei ‘cuscinetti’ di contante, da utilizzarsi alla ‘bisogna’ del debito in caso di necessità.

In tutto la Grecia lascerà il programma con un ‘cuscinetto’ di cash che coprirà le necessità finanziarie per circa 22 mesi dopo la fine del programma nell’agosto prossimo, cosa che secondo l’Eurogruppo ‘rappresenta una garanzia significativa contro qualsiasi rischio’. Il presidente della Bce Mario Draghi ha detto: “L’adozione delle misure concordate dall’Eurogruppo miglioreranno la sostenibilità del debito nel medio termine. E’ fondamentale che la Grecia si mantenga sul percorso delle riforme e di una politica di bilancio solida”.

Il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, ha aggiunto: “Dopo otto lunghi anni, la Grecia si affranca dall’assistenza finanziaria e si unisce a Irlanda, Spagna, Cipro e al mio Paese, il Portogallo, nei ranghi dei Paesi dell’Eurozona che hanno riformato le loro economie e ancora una volta si reggono sulle loro gambe”.

La direttrice del Fmi Christine Lagarde ha detto: “Per la sostenibilità del debito greco nel lungo termine il Fondo ha delle riserve, mentre per il medio termine abbiamo piena fiducia che le misure annunciate, che sono significative consentiranno alla Grecia di ritornare sui mercati per finanziarsi”.

Infatti, la crescita del Pil greco ha ormai raggiunto l’1,4% nel 2017 e dovrebbe accelerare ulteriormente quest’anno, mostrando una espansione dell’1,9%, mentre il prossimo anno è visto al +2,3%. Gli sforzi hanno pagato anche in termini di conti pubblici. La Grecia, infatti, ha ora un avanzo di bilancio dello 0,8% del Pil, un passo da gigante se si pensa che nel 2009 aveva un maxi-disavanzo del 15,1%.

Nonostante le resistenze della Germania, principale Paese creditore della Grecia, si è raggiunto l’accordo che rappresenta un importante punto di svolta per la zona euro. L’accordo è arrivato dopo quasi un decennio da quando la Grecia sbalordì il mondo con spese fuori controllo, con il debito pari al 180% del Pil, costringendo l’Ue a predisporre tre piani di salvataggio per evitare il collasso della moneta unica. Finalmente la Grecia ce l’ha fatta senza bisogno di uscire dall’euro.

Salvatore Rondello

Dazi Usa. Trump contro Europa Canada e Messico

U.S. President Donald Trump takes part in a welcoming ceremony with China's President Xi Jinping at the Great Hall of the People in Beijing

In una nota diffusa a fine giornata di ieri, l’amministrazione Usa ha deciso di fare scattare da oggi i dazi su acciaio e alluminio anche per Ue, Canada e Messico.

Il Fondo Monetario Internazionale, commentando la decisione degli Stati Uniti di imporre dazi sull’alluminio e l’acciaio importati da Unione Europea, Canada e Messico, ha affermato: “Tutti perdono in una protratta guerra commerciale: non è positivo che le tensioni commerciali aumentino proprio in un momento in cui la ripresa globale e’ sostenuta dal commercio. Incoraggiamo i paesi a lavorare costruttivamente insieme per ridurre le barriere e risolvere i disaccordi commerciali senza il ricorso a misure eccezionali”.

Il portavoce del Fmi, da Washington, ha giudicato “triste” il fatto che “le tensioni commerciali stiano aumentando in un momento in cui la ripresa globale è sostenuta dal commercio”.

Il Fondo monetario internazionale è tornato a ripetere che i Paesi devono lavorare insieme in modo costruttivo per ridurre le barriere commerciali e per risolvere disaccordi commerciali senza ricorrere a misure eccezionali.

Gerry Rice ha continuato ribadendo quanto detto dal Fondo già ai suoi Spring Meeting di primavera: “Per la prima volta in tanto tempo, il commercio sta crescendo più velocemente del Pil globale e la ripresa è generalizzata. Per via del commercio e dell’innovazione, miliardi di persone oggi godono di vite più lunghe, più salutari e più prospere”.

Il portavoce del Fmi ha poi fatto riferimento a un tweet scritto ieri dal direttore generale dell’Fmi, Christine Lagarde. Dal G7 finanziario a Whistler, in Canada, l’ex ministro francese delle Finanze ha messo in guardia: “Alla fine, se il commercio subisce un forte scossone, se il livello di fiducia tra gli attori economici è danneggiato gravemente, quelli che soffriranno di più sono i più poveri”.

Lo schiaffo di Donald Trump è arrivato all’Europa affermando: “I controversi dazi su acciaio e alluminio, rispettivamente del 25% e del 10%, scattano anche per il Vecchio Continente, così come per il Canada e il Messico. Ragioni di sicurezza nazionale”. Così ha scritto il presidente americano, che non arretra sul fronte delle promesse elettorali in nome della dottrina dell’America First. E pazienza se i Paesi colpiti sono i più stretti alleati e partner commerciali degli Stati Uniti, quelli storici. Inevitabile lo scontro tra le due sponde dell’Oceano, con reazioni durissime da Londra, Parigi, Berlino, che giudicano le decisioni della Casa Bianca ‘ingiustificate e pericolose’. L’ira dell’Unione europea è incontenibile. Le misure di rappresaglia contro gli Usa sono già pronte ad essere messe in atto, non solo da parte di Bruxelles, ma anche da parte di Ottawa e Città del Messico. Il presidente della Commissione UE, Jean.Claude Juncker ha tuonato: “Questo è protezionismo puro e semplice, inaccettabile”. L’Unione Europea ha già nel cassetto un piano per colpire soprattutto prodotti simbolo del made in Usa, come i jeans Levi’s, le moto Harley-Davidson o il bourbon del Kentucky. Una rappresaglia che potrebbe costare agli Stati Uniti almeno 7,5 miliardi di dollari, con le prime tariffe europee che potrebbero scattare dal prossimo 20 giugno. Anche il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani ha affermato: “Risponderemo con tutti i mezzi a nostra disposizione”. Il segretario al Commercio Usa, Wilbur Ross, ha minimizzato, spiegando come i dazi decisi dagli Usa sono di portata molto limitata e che eventuali contromisure europee non avranno un grande impatto sull’economia americana. Wilbur Ross, però, ha continuato ha lanciare lo stesso monito: “Noi comunque continueremo a lottare contro gli abusi commerciali”. Lo scenario di una guerra commerciale su scala globale è diventato molto preoccupante. Un timore che non a caso nelle ultime ore ha scosso Wall Street e tutte le principali piazze finanziarie, anche più della situazione italiana. Anche perché l’offensiva di Trump su acciaio e alluminio potrebbe essere solo l’inizio. Il presidente americano ha già aperto un’indagine sull’importazione di auto in Usa, agitando lo spettro di dazi del 20% che preoccupano soprattutto le grandi case automobilistiche tedesche. Il tycoon ha minacciato anche una stretta su una lunga lista di beni hi-tech dalla Cina per un valore di 50 miliardi di dollari, a partire dalla metà di giugno. Il rischio di una escalation è dunque elevatissimo e agita in queste ore i lavori del G7 dei ministri finanziari in corso in Canada. Il tema dei dazi, naturalmente, sarà al centro anche del G7 dei capi di Stato e di governo in programma sempre in Canada la prossima settimana, dove Trump rischia di trovarsi per la prima volta davvero isolato dagli altri leader delle principali potenze mondiali. I dazi Usa su acciaio e alluminio erano entrati in vigore il primo marzo ma l’Europa, insieme al Canada e al Messico, era stata temporaneamente esentata fino al primo giugno, per favorire un accordo che fissasse quote e limiti ben precisi all’import di questi metalli negli Stati Uniti. Un’intesa come quelle raggiunte con Corea del Sud, Australia, Argentina e Brasile. Ma, ha rivendicato Ross, i negoziati non hanno portato a risultati soddisfacenti, con gli europei che rifiutano di subire dazi motivati da ragioni di sicurezza nazionale. Gli Stati europei hanno replicato: “E’ assurdo, siamo tutti nella Nato”. Intanto il Messico ha già annunciato il varo di tasse per colpire l’importazione dagli Usa di una serie di prodotti che vanno dall’acciaio alla carne suina, passando per prodotti agricoli come l’uva o i mirtilli.

Il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, a margine dei lavori del G7, ha affermao: “E’ importante per l’Italia restare nell’area euro, essere parte dell’Europa”. Poi, Mnuchin ha così risposto a chi gli chiede se è preoccupato o meno per l’Italia: “Assolutamente no. Lavoreremo con il nuovo governo, al quale va data una opportunità”. Poi in merito alla reazione forte dei mercati ai problemi dell’Italia nei giorni scorsi, Mnuchin ha risposto: “Il mercato ha avuto dei problemi. Il governo sa e capisce le questioni che deve affrontare. Dovranno lavorare con l’Europa, con noi. Rispettiamo il processo del nuovo governo”.

Pier Carlo Padoan non parteciperà al G7 dei ministri finanziari e dei governatori delle banche centrali. Partito dall’Italia per partecipare all’incontro, Padoan ha deciso di tornare indietro durante uno scalo tecnico per motivi istituzionali, dopo avere appreso la notizia sui tempi del giuramento del nuovo governo. Nella delegazione italiana, al vertice ci sarà il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco.

Presto gli americani si renderanno conto dei danni che stanno ricevendo dalla politica protezionista dell’Amministrazione Trump.

I populismi, storicamente non hanno mai avuto una lunga vita, ma le socialdemocrazie dovranno prepararsi al più presto a dare una alternativa di governo credibile.

Salvatore Rondello

Fmi: il protezionismo danneggia i poveri

A Hong Kong, FMI-christine-lagarde, il direttore generale del Fmi, ha criticato aspramente il protezionismo affermando: “I governi devono evitare il protezionismo in ogni sua forma. La storia ci insegna che le restrizioni all’import fanno male a tutti, soprattutto ai consumatori più poveri. Il sistema di scambi commerciali internazionali ha trasformato il mondo. Ha contribuito a dimezzare la percentuale della popolazione mondiale che vive in condizioni di estrema povertà mentre le barriere protezionistiche impediscono al commercio di svolgere il suo ruolo fondamentale per rafforzare la produttività.
Ma questo sistema di regole e responsabilità condivisa corre ora il pericolo di essere distrutto. Questo sarebbe imperdonabile, un fallimento collettivo. Nello stesso tempo le troppe pratiche sleali, devono essere eliminate perché possono lasciare tracce sugli equilibri commerciali tra Paesi. In concreto, bisogna proteggere ad esempio proprietà intellettuali e ridurre le distorsioni che favoriscono le imprese statali”.

Christine Lagarde ha lanciato anche l’allarme debito: “Quello pubblico e privato ha raggiunto a livello globale la quota record di 164.000 miliardi di dollari con un incremento del 40% rispetto al 2007. Su questa crescita, la Cina rappresenta la metà. Il debito pubblico nelle economie avanzate è, dunque, a livelli non visti dalla Seconda Guerra Mondiale. Un indebitamento elevato rende i governi, le aziende e le famiglie più vulnerabili a una stretta delle condizioni finanziarie.

I governi dovrebbero usare l’attuale crescita per portare avanti le riforme: la finestra di opportunità è aperta, è necessario riparare il tetto nei periodi in cui splende il sole. Le riforme necessarie sono spesso politicamente difficili, ma sono più efficaci e facili da attuare quando le economie crescono”.

Il direttore generale dell’Fmi ha citato Henri Matisse: “La creatività richiede coraggio. Abbiamo bisogno di più coraggio, nelle stanze dei governi, nelle aziende, e nelle nostre menti. Nel mese di gennaio, il Fondo Monetario ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita dell’economia mondiale al 3,9% per il 2018 e il 2019. E il Fondo continua ad essere ottimista perché le economie avanzate cresceranno sopra il potenziale di crescita media quest’anno e il prossimo e perché gli Stati Uniti sono in piena occupazione. Parallelamente  in Asia, le prospettive restano solide, il che è un bene per tutti, perché questa regione contribuisce a quasi due terzi della crescita globale.

Tuttavia, il ritmo di crescita prevista per il 2018 e il 2019 finirà per rallentare nella misura in cui le politiche a sostegno dell’economia si interromperanno soprattutto in Usa e Cina”.

Si addensano nubi scure su uno scenario (economico) globale che per ora resta soleggiato. Con la metafora meteorologica, la direttrice esecutiva del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha evidenziato che il Fmi continua a restare ottimista sul contesto della crescita mondiale, ma è anche preoccupato per il rischio che il commercio internazionale sia minato da tensioni protezionistiche in grado di incidere negativamente sull’economia globale, oltretutto in un momento in cui tendono ad affievolirsi gli stimoli fiscali e i tassi di interesse tornano a rialzarsi.

L’intervento fatto a Hong Kong da Christine Lagarde (dopo aver partecipato al Boao Forum), precede di una settimana la riunione plenaria che si farà a Washington con i 189 membri del Fmi, durante la quale sarà anche aggiornato l’Outlook del Fondo sull’economia globale (pronosticata nel gennaio scorso in crescita del 3,9% per quest’anno e per l’anno prossimo).

Le priorità economiche dovrebbero essere quelle di evitare le tentazioni del protezionismo, contenere i crescenti rischi finanziari e spronare con le riforme la crescita a lungo termine.

Largarde non ha citato esplicitamente Stati Uniti e Cina, protagonisti del tiro alla fune commerciale, tra dazi e controdazi, che sta allarmando il mondo intero per le possibili conseguenze dai risvolti imprevedibili. Nelle dichiarazioni rilasciate dopo il suo discorso, il direttore generale del Fmi ha comunque sottolineato che anche le questioni sulla proprietà intellettuale vanno trattate in un contesto multilaterale, non con la ricerca di favori specifici o con minacce unilaterali. In questo modo ha offerto una mediazione a Cina ed Usa sulle questioni che hanno visto disotterrata l’ascia del protezionismo che ha dato origine alla guerra sui dazi.

Salvatore Rondello

Dazi sull’acciaio e alluminio: frattura con il mondo

trump dazi

“Donald Trump ha fatto il più grande sbaglio della sua presidenza”. Così tuonava l’editoriale del Wall Street Journal mentre commentava l’ordine del 45esimo presidente di imporre dazi di 25 percento sull’acciaio e 10 percento sull’alluminio. La Casa Bianca ha spiegato che la misura difenderà posti di lavoro in America e rafforzerà la sicurezza nazionale.

La reazione ai dazi è stata quasi unanimemente negativa creando una frattura fra Trump e il Partito Repubblicano e confusione nei partner commerciali.

I rapporti fra Trump e il suo partito sono stati spinosi ma la leadership del Gop (Grand Old Party) ha chiuso più di un occhio considerando i comportamenti poco ortodossi dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Gli attacchi di Trump ai diversi gruppi etnici, la sua spavalderia nei suoi rapporti con le donne, le falsità a valanga, e persino gli attacchi a leader repubblicani per non essere riusciti ad approvare la revoca dell’Obamacare sono stati messi da parte. Trump è il presidente e ne hanno bisogno per firmare le loro leggi come ha fatto con la riforma fiscale e le nomine di giudici conservatori.

L’annuncio dei dazi però è stato condannato da quasi tutti i leader del Gop. Paul Ryan, speaker della Camera, ha avvertito il presidente sulle “conseguenze collaterali” negative. Mitch McConnell, presidente del Senato, ha rilevato “un alto livello di preoccupazioni”  che potrebbe lanciare “una vasta guerra di commercio” mettendo freni alla crescita economica. Altri hanno visto un’equivalenza fra dazi e tasse che alla fine colpiranno i consumatori con prezzi più alti. Inoltre, le reazioni negative repubblicane ai dazi riflettono il riconoscimento di un tradimento alle corporation e i loro profitti che potrebbero ovviamente erodere i contributi  elettorali al loro partito. In particolar modo i dazi preoccupano poiché un impatto negativo sull’economia si tradurrebbe in esiti negativi alle elezioni di midterm del mese di novembre di quest’anno.

I think tank sia di destra che di sinistra si sono scagliati anche loro contro i dazi. Questi includono l’Heritage Foundation e il Cato Institute, gruppi conservatori, ma anche la Brookings Institution e il Center for Economic  and Policy Institute che tendono a sinistra. Gli elettori sono anche contrari ai dazi come ci conferma un sondaggio della Quinnipiac University.

I dazi annunciati da Trump creerebbero 30.000 nuovi posti di lavoro nell’industria siderurgica ma potrebbero causare una perdita di 146.000  in altre industrie a causa di probabili rappresaglie dall’Unione Europea ma anche da altri Paesi asiatici.

Trump ha dichiarato che le guerre commerciali sono positive e che si possono “vincere facilmente”. Si sbaglia, secondo Christine Lagarde, direttrice dell’International Monetary Fund, la quale ha annunciato che “nessuno vince” con le guerre commerciali. Lo ha capito Gary Cohn, il principale consigliere economico di Trump, il quale si è dimesso non condividendo la decisione sui dazi. Trump forse ha già cominciato a capire le conseguenze della sua decisione. Ecco come si spiegano già le annunciate esenzioni per il Messico e il Canada. Altre esenzioni sono già in discussione e alla fine se ne potrebbero aggiungere di più che ridurrebbero l’efficacia senza però eliminare l’amaro in bocca ad altri partner commerciali.

Un centinaio di parlamentari ha inviato una lettera al presidente esprimendo la loro “seria preoccupazione” sul tema dei dazi. Nonostante tutto, il Congresso ha storicamente dato ampia autorità al presidente per mettere in pratica gli accordi sul commercio internazionale. Un tentativo per frenare il potere  del presiedente in questa area è stato però fatto mediante un disegno di legge introdotto dal parlamentare repubblicano Mike Lee dello Stato del Utah.  Anche il senatore Jeff Flake, repubblicano dell’Arizona, ha introdotto un disegno di legge che bloccherebbe i dazi. Nessuno dei due però ha molte chance di successo.

In sintesi i poteri del presidente sono notevoli e gli annunci sul dazio e l’altro sul sorprendente incontro con Kim Jong-un ce lo confermano ma rivelano altresì la volubilità di Trump. Servono anche politicamente  a dettare i cicli mediatici cercando di mascherare altri problemi come l’affaire Stormy Daniels, la pornostar che avrebbe avuto un rapporto extra coniugale con Trump e la sua preoccupazione per le  indagini sul Russiagate. Ecco come si spiega che Trump ha assunto Emmet Flood, un  avvocato che possiede esperienze con presidenti che hanno avuto seri problemi con l’impeachment. Flood ha infatti rappresentato Bill Clinton durante la sua crisi che lo condusse all’impeachment della Camera nel 1998 ma fu poi assolto dal Senato nel 1999.

L’annuncio di Trump sui dazi continua a confermare che il presidente fa il repubblicano quando gli conviene ma ritorna con frequenza alle sue radici populiste sull’immigrazione, il commercio, la legge e le relazioni internazionali.  Spesso l’emergenza delle sue tendenze populiste  suggerisce che il Partito Repubblicano appartiene a lui e lo può ridefinire per i suoi scopi politici ma anche personali con poche conseguenze. Cerca anche di definire i rapporti internazionali con esiti poco positivi per l’America e il resto del mondo.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Il Fmi avverte: il protezionismo blocca la crescita

FMI-christine-lagardeLa numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha lanciato un allarme sul rischio della guerra commerciale iniziata dal presidente degli Stati Uniti. Donald Trump, intenzionato a mettere dazi sull’acciaio e sull’alluminio, bloccherebbe la crescita globale. La presidente del FMI, intervenendo a radio RTL, ha detto: “Se il commercio internazionale viene messo in discussione da questi tipi di misure, sarà un canale di trasmissione per un calo della crescita, un calo degli scambi e sarà temibile. In una guerra commerciale alimentata da aumenti reciproci delle tariffe doganali, nessuno vince”.

La scorsa settimana, Donald Trump si è vantato su Twitter che le guerre commerciali sono ‘facili da vincere’ dopo che il suo annuncio iniziale delle tariffe del 10% sulle importazioni di alluminio e del 25% sull’acciaio introdotto negli Stati Uniti aveva provocato una protesta globale.

Gli alleati degli Stati Uniti hanno minacciato ritorsioni con possibili dazi sulle merci statunitensi che entrano nei loro mercati. L’UE dovrebbe dettagliare le sue misure di ritorsione oggi.

Christine Lagarde ha aggiunto: “Siamo preoccupati che queste misure non siano innescate, stiamo sollecitando le parti a raggiungere accordi, tenere negoziati, consultazioni”.

Nel frattempo, la crescita economica dell’area euro è stata ritoccata al ribasso, al 2,3 per cento sull’insieme del 2017 secondo una nuova stima diffusa da Eurostat. Nella indicazione iniziale l’ente di statistica comunitario aveva quantificato l’espansione al 2,5 per cento. Per quanto riguarda l’ultimo trimestre dello scorso anno il Pil ha segnato un più 0,6 per cento rispetto ai tre mesi precedenti e un più 2,7 per cento su base annua.

La commissaria UE, Malmstroem, sul protezionismo Usa ha detto: “Chiediamo a Washington di ripensarci. Ma se così non fosse abbiamo preparato una serie di interventi. Il primo intervento sarebbe quello di adire al Wto, l’organizzazione mondiale del commercio. L’Ue poi sarebbe pronta a mettere in campo una serie di provvedimenti per fronteggiare l’eventuale reindirizzamento di acciaio, che sarebbe stato destinato al mercato Usa, verso l’Ue, puntando comunque a evitare una chiusura su scala globale del settore. Infine, discutiamo diversi prodotti Usa su cui potremmo imporre misure per ridurre l’impatto molto negativo dei dazi in questione. Tra i possibili prodotti Usa oggetto di rappresaglie vi sono beni industriali ma anche Whiskey o dolciumi”.

L’amministratore delegato di FCA, Sergio Marchionne, dal salone dell’auto di Ginevra, ha detto: “È necessario evitare una guerra commerciale tra Usa e Ue, perché in uno scontro sui dazi alla fine vincerebbero gli Stati Uniti. Calmatevi tutti fate andare avanti il processo, fateli parlare: qualcosa si risolve. Minacciare dazi con dazi non risolve assolutamente niente. Se io dovessi fare la guerra dei dazi fino alla fine vince l’America, basta guardare il bilancio economico: importa più di quanto esporta”. Per Marchionne non preoccupano nemmeno le dimissioni del capo consigliere economico di Donald Trump, Gary Chon. Il numero uno di FCA ha spiegato: “La posizione di Trump sui dazi non poteva cambiare dopo due giorni. Cohn se ne è andato in maniera molto delicata, gli ha dato tempo fino alla fine del mese”.

In realtà le dimissioni di Conh sono un nuovo scossone alla Casa Bianca. Gary Cohn, il principale consigliere economico di Donald Trump, ha annunciato le sue dimissioni dopo la controversa decisione del presidente Usa di imporre dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio. Dimissioni che hanno spinto recentemente le Borse asiatiche in rosso. Alla base dell’addio proprio lo scontro sui dazi. L’ex numero due di Goldman Sachs si è unito alla lista impressionante degli stretti collaboratori di Trump che hanno abbandonato la nave. La scorsa settimana si è dimessa Hope Hicks, fedelissima che ha lasciato l’incarico di capo della comunicazione della Casa Bianca. Prima ancora avevano abbandonato, per esempio, il capo dello staff Reince Priebus e il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn.

Sulle dimissioni di Cohn, Trump ha scritto su Twitter: “Prenderò presto una decisione sulla nomina del nuovo capo consigliere economico. Molte persone vogliono l’incarico, sceglierò in modo saggio!”. Intanto oggi è atteso che l’Ue esponga i suoi piani per rispondere ai dazi su acciaio e alluminio minacciati da Trump. In parte già anticipato, ci si attende che Bruxelles possa prendere di mira prodotti Usa come jeans, moto e whiskey. Già venerdì scorso, il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, aveva minacciato di colpire brand come Harley Davidson e Levi’s, e appunto il whiskey con dazi sulle importazioni. L’annuncio ha spinto Trump a una nuova minaccia, quella di tassare le auto provenienti dall’Ue, alimentando ulteriori timori dello scoppio di una guerra commerciale. A Bruxelles non è attesa una decisione ufficiale, visto che Trump deve ancora firmare il provvedimento sui dazi, ma il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto all’Europa di essere pronta ad agire in modo rapido se lo farà.

Non è stata la prima volta che Gary Cohn, 57 anni, si è mostrato apertamente in disaccordo con Trump. Ad agosto del 2017 ha criticato il presidente Usa per la sua reazione a seguito delle violenze razziste di Charlottesville, in Virginia, ma in quel caso non era arrivato alle dimissioni. In un laconico comunicato di commiato, l’ex capo dell’influente Consiglio Economico Nazionale ha dichiarato: “È stato un onore servire il mio Paese e attuare delle politiche pro crescita favorevoli agli americani, in particolare con il voto di una riforma fiscale storica”. Trump invece ha commentato così: “Gary ha fatto un lavoro straordinario per attuare il nostro programma, aiutando ad arrivare a una riforma fiscale storica e a liberare ancora una volta l’economia americana”. Concedendo l’onore delle armi, Trump, però, non ha menzionato i disaccordi di fondo.

Il nodo dello scontro è stato proprio la mossa protezionistica di Trump sui dazi. Cohn, sostenitore del libero scambio, difendeva il commercio libero, equo e reciproco. Al Forum economico di Davos a gennaio aveva dichiarato: “Ci piacerebbe che la Commissione europea mettesse fine ai suoi dazi su molti prodotti che vorremmo importare dagli Stati Uniti”. Purtroppo ha perso la battaglia interna contro voci decisamente più protezioniste della sua all’interno dell’amministrazione Trump. Il New York Times, già la scorsa settimana, ha riportato le motivazioni quando il presidente aveva anticipato la sua intenzione di imporre dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio”. Cohn aveva minacciato le dimissioni, sottolineando che si trattava di misure pericolose per l’economia. Su Cohn hanno prevalso voci decisamente più protezioniste, come quella del consigliere per il commercio Peter Navarro e del segretario per il Commercio Wilbur Ross.

Il nome di Navarro, 68 anni, sta circolando fra i possibili successori: economista, è l’autore di decine di libri fra cui ‘Death by China: how America lost its manufacturing base’, cioè ‘Morte per mano della Cina: come l’America ha perso la sua base industriale’, in cui critica la guerra economica condotta da Pechino e le sue ambizioni di dominare l’Asia; da quando ha assunto l’incarico si è scagliato anche contro la Germania, accusata di usare un euro ‘ampiamente svalutato’ per sfruttare i suoi principali partner commerciali fra cui gli Usa, e senza sorpresa è anche favorevole ai dazi imposti a tutti i Paesi importatori senza distinzioni.

Il piano sui dazi, fra l’altro, non è stato ben accolto dai repubblicani, che tradizionalmente sono di solito a favore del libero scambio. In prima fila il presidente della Camera, il repubblicano Paul Ryan, che ha invitato Trump ad avere un piano ‘più furbo’ che fosse più ‘chirurgico e più mirato’, segnalando che le misure protezionistiche potrebbero avere le ‘conseguenze non volute’ di una guerra commerciale. Trump, tuttavia, si è mostrato irremovibile, ribadendo la sua posizione nel corso di un incontro martedì alla Casa Bianca con il premier svedese Stefan Löfven. In quella occasione si è scagliato contro l’Ue e gli europei affermando: “Rendono praticamente impossibile per noi di fare affari con loro; l’Ue non ci ha trattati bene. È una situazione commerciale molto ingiusta”.

Trump, sempre più circondato da ‘falchi’, non lascia spazi a dialoghi costruttivi per l’umanità, senza rendersi conto degli effetti negativi in cui nessuno sarà il vincitore, ma tutti perderanno qualcosa.

Salvatore Rondello

La lezione di Riace: migranti non crisi, ma opportunità

Di Mimmo Lucano, anni 58, Sindaco di Riace in provincia di Reggio Calabria, nessuno sapeva praticamente niente. Anche oggi Lucano, al terzo mandato consecutivo, resta uno sconosciuto per la stragrande maggioranza dei suoi compatrioti e invece è un personaggio autorevolissimo fuori dai confini patri. Il miracolo lo ha fatto la rivista Fortune inserendolo al 40.mo posto tra i primi 50 ‘potenti’ della terra e la vicenda è stata lo spunto al senatore Buemi per proporre una legge che consenta ai migranti, in attesa di un permesso, di svolgere dei lavori socialmente utili come attività di volontariato.


Terni, immigrati volontari svolgono lavori socialmente utili per la cura dei beni comuni

Terni, immigrati volontari svolgono lavori socialmente utili per la cura dei beni comuni

Di Mimmo Lucano, anni 58, Sindaco di Riace in provincia di Reggio Calabria, nessuno sapeva praticamente niente e si parla al massimo dei famosi bronzi di Riace. Anche oggi Lucano, insegnante di scuola superiore (chimica) in aspettativa, al terzo mandato consecutivo con la sua Lista civica L’altra Riace (sinistra), resta uno sconosciuto per la stragrande maggioranza dei suoi compatrioti e invece è un personaggio autorevolissimo fuori dai confini patri. Come mai? Il miracolo lo ha fatto la rivista Fortune inserendolo al 40.mo posto tra i primi 50 ‘potenti’ della terra insieme al Papa, a Christine Lagarde, Angela Merkel e Bono Vox. E sapete perché? Perché Mimmo Lucano ha avuto un’idea, Mimmo Lucanoun’ottima idea, quando un barcone nel 1998 ha scaricato una torma di curdi in fuga da fame e guerra sulla spiaggia del suo comune e anziché cominciare a tuonare contro la piaga dei migranti, a invocare un aiuto per allontanarli, gli ha messo a disposizione delle case abbandonate dai suoi compaesani fuggiti anch’essi alla ricerca di fortuna e gli ha dato la possibilità di imparare un mestiere. Diciotto anni dopo Riace ospita migranti di 20 diverse nazionalità, non è più un comune in via di abbandono ed è stato preso a modello dall’Unione Europea per studiare rimedi alla crisi dei rifugiati. C’è da dire che la notorietà di Mimmo Lucano all’estero non è cosa nuova perché come scrive Giorgio dell’Arti, “nel 2010 Lucano si era classificato terzo nella classifica di City Majors, network internazionale che monitora e premia il lavoro dei sindaci di tutto il mondo, in base a criteri come istruzione, sanità, sicurezza”. Noto all’estero, poco più di un’ombra in Italia.

Nemo propheta in patria dicevano i latini, e così la notorietà internazionale dello sconosciuto nostro compatriota, è legato al suo impegno nel campo dell’immigrazione, alle iniziative con cui il Comune di Riace ha dato ospitalità a oltre seimila immigrati che hanno ripopolato il piccolo paesino della Locride. Molti di loro non se ne sono più andati e hanno avviato anche una serie di attività artigianali e imprenditoriali. Nello sbarco di un gruppo di profughi curdi “Lucano – ricorda Fortune – vide un’opportunità. Offrì loro gli appartamenti abbandonati e formazione professionale. Diciotto anni dopo, è salutato come il salvatore del paese, la cui popolazione oggi include migranti di una ventina di nazioni, e per aver rivitalizzato la sua economia”. “Nonostante il suo impegno per i profughi gli abbia messo contro la mafia e lo Stato, il modello di Lucano viene studiato e adottato nel picco della crisi dei profughi in Europa”.

La vicenda a suggerito al senatore socialista Enrico Buemi un disegno di legge – presentato ieri a prima firma Buemi e già sottoscritto dai senatori Conte, Mastrangeli, Fravezzi, Panizza, Palermo, Scavone, Laniece – che si muove lungo la medesima direttrice pensata da Lucano, volta a consentire ai migranti, in attesa di un permesso, di svolgere dei lavori socialmente utili come attività di volontariato. Il lavoro di pulizia dei muri della città può essere un esempio di altre e più ampie attività di valorizzazione del patrimonio pubblico, spesso fatiscente, mal curato o in condizioni di pericolo per la cittadinanza. Competenze e possibilità che sono oggi in capo ai Sindaci, ai Presidenti di provincia o di Regione.

La classifica di Fortune

La classifica di Fortune

E nel presentare il ddl, Buemi rileva come sia “rimarchevole che lo Stato italiano non solo non abbia preceduto riconoscimenti del genere con proprie iniziative di sostegno, ma – soprattutto – difetti di una strumentazione seria per agevolare comportamenti virtuosi di questo genere anche nelle molte altre realtà locali, che fronteggiano casi di ridislocamento di migranti”. In questo senso vengono citati i casi di San Lazzaro di Savena, di Budrio e Sasso Marconi per ricordare “che in Emilia Romagna opera un protocollo tra Regione, Prefetto di Bologna, sindacati e altre realtà (tra cui la stessa Legacoop), che regola le attività che i profughi possono svolgere per dare un contributo a chi li ospita: per esempio pulire strade, curare parchi e giardini pubblici. Secondo il protocollo, ai profughi che accetteranno di svolgere queste attività in modo volontario, verranno garantiti, oltre all’assicurazione, percorsi di orientamento e formazione”.

Dunque, sembra suggerire il ddl di Buemi, visto che ormai sono arrivati e continuano ad arrivare, che rimandarli a casa spesso non solo non è giusto, ma anche molto difficile, perché non trasformare un problema in un’opportunità, in un vantaggio collettivo?
Comunque Mimmo Lucano a rivinto anche le ultime elezioni senza cavalcare il tema della paura dei migranti, ma facendo l’esatto contrario. Dunque, ragionare si può.

Grecia. Arriva l’accordo dell’Eurogruppo sul debito

eurogruppoNotte in bianco e… fumata bianca per la Grecia. Dopo una notte e una riunione durata undici ore i ministri delle finanze europei riuniti nell’Eurogruppo hanno dato il via libera allo sblocco di 10,3 miliardi di euro di nuovi fondi per Atene, una mossa che premia le dolorose riforme fiscali portate avanti dalla coalizione del primo ministro Alex Tsipras.
“Abbiamo fatto un importante passo avanti sulla Grecia, che ci permette di entrare in una nuova fase del programma di assistenza finanziaria”, ha detto il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem.
“Questo va oltre ciò che pensavo fosse possibile non tanto tempo fa”, ha aggiunto il Presidente.
Dei nuovi fondi, una prima tranche da 7,5 miliardi verrà erogata il mese prossimo e un’altra da 2,8 miliardi successivamente. Ma il nodo più importante da sciogliere è stato quello relativo al debito greco che sembrava giunto a un’impasse dopo i paletti imposti dalla Germania. Alla fine i creditori, dopo l’insistenza del FMI, hanno deciso che dal 2018 l’alleggerimento avverrà in modo da garantire che i bisogni finanziari lordi del paese rimangano sotto al 15% del PIL nel medio termine, e sotto al 20% del PIL nel lungo termine. Nel contempo, si sono messi d’accordo per chiedere alla Grecia un avanzo di bilancio primario in media del 3,5% del PIL. Il Fondo è riuscito a strappare un alleggerimento del debito greco, come chiedeva da tempo; ma secondo le condizioni chieste dai creditori europei. Tuttavia anche se la concessione sembra accontentare Lagarde in realtà è un accordo che soddisfa in pieno la Cancelliera Angela Merkel. L’alleggerimento del debito avverrà infatti solo nel 2018, data postuma alle elezioni in Germania (2017).

Liberato Ricciardi

Grecia. Fmi chiede moratoria sul debito fino al 2040

grecia lagarde

Christine Lagarde FMI e Euclid Tsakalotos, ministro delle Finanze greco

Arriva un salvagente nella tempesta greca e a lanciarlo è il Fondo monetario internazionale. L’istituzione di Washington proporrebbe una drastica ristrutturazione del debito che consentirebbe ad Atene di non pagare interessi e non rimborsare, fino al 2040, le rate dei prestiti ricevuti, abbassando al 15% del pil i costi di finanziamento del debito greco e rendendolo così sostenibile. La ricetta proposta dal Fondo sarebbe che i prestiti alla Grecia cadano gradualmente nei decenni successivi, in questo modo, Atene avrebbe tempo fino al 2080 per completare la restituzione degli aiuti ricevuti.
L’esecutivo ellenico sta tentando di fare i compiti dell’Ue, ma si trova a dover fronteggiare le rivolte in piazza e le proteste della popolazione contro la riforma pensionistica e fiscale che non piace ai greci, la manovra lacrime e sangue adottata una settimana fa dovrebbe permettere di risparmiare 5,4 miliardi di euro all’anno per raggiungere nel 2018 un surplus primario pari al 3,5 per cento del Pil. Ma la piazza freme già in vista di questa domenica, quando è previsto il voto del parlamento di Atene su un nuovo pacchetto di misure richieste dai creditori internazionali. Il pacchetto che comprende l’aumento di un punto percentuale dell’Iva su carburanti, tabacco e alcolici, la liberalizzazione della vendita delle sofferenze bancarie e l’istituzione di un nuovo fondo per le privatizzazioni; inoltre ci saranno i dettagli del meccanismo di ‘salvaguardia’, che prevede nuove misure di austerità da applicare solo nel caso in cui si riescano a rispettare gli obiettivi di bilancio fissati.
Ora Atene si aspetta che l’Eurogruppo di martedì prossimo, 24 maggio, si concentrerà sulla questione dell’alleggerimento del debito del Paese nel breve e nel medio termine. A riferirlo è la portavoce del governo di Atene Olga Gerovasili, specificando che “una soluzione di lungo termine richiede una discussione più ampia”.
In ogni caso non è la prima volta che la numero uno di Fmi, Christine Lagarde, bacchetta l’Europa per la Grecia. Già una settimana fa in una lettera al Financial Times Lagarde chiedeva che i creditori internazionali della Grecia si concentrassero sulla riduzione del debito del Paese invece di portare avanti tagli “contingenti” di bilancio e riforme strutturali.
Atene annaspa, ma il Governo Tsipras gioca ancora una volta le sue carte in Europa. La Grecia si è detta pronta a porre il suo veto sul Ttip, l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti, se non si raggiungerà una tutela sufficiente per le Indicazioni geografiche protette. Inoltre Atene lamenta: “Non ci sono prove che sia possibile procedere con l’accordo” sul Ttip, e gli Usa “non sono disposti a impegnarsi in concessioni che sono necessarie per chiudere i negoziati in settori quali gli appalti pubblici e servizi di trasporto”.

Maria Teresa Olivieri