Crolla la CIG aumentano i disoccupati

Giovani-disoccupatiL’INPS, oggi, ha reso noto i dati aggiornati sulla Cassa Integrazione Guadagni. A luglio 2018 il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 14,5 milioni, in  diminuzione del 57,4%  rispetto allo stesso mese 2017 (34,1 mln).
L’Osservatorio Inps sulla C.I.G. ha specificato nel dettaglio, le ore autorizzate per gli interventi così suddivisi:

Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (CIGO) sono state 7.559.544, in aumento del 13,1% rispetto a luglio 2017, quando erano state 6.681.420;

Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) sono state 6.924.033, di cui 2.962.742 per solidarietà, con diminuzione del 72,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 24.912.490 di ore autorizzate;

Cassa Integrazione Guadagni in Deroga (CIGD) sono state 43.958, con un decremento del 98,3% se raffrontati con luglio 2017, quando erano state autorizzate 2.541.967 di ore.

Inoltre, nel mese di giugno 2018 sono state presentate 139.390 domande di Naspi  e  2.081 di Discoll. Nello stesso mese sono state inoltrate 714 domande di Aspi, mini Aspi, disoccupazione e mobilità per un totale di 142.185 domande, il 5% in più rispetto al mese di giugno 2017 (134.756 domande).
Dai dati esposti dall’Osservatorio Inps, è evidente che la diminuzione delle ore di C.I.G. non significa che siamo entrati in una fase di sviluppo economico anzi confermano le situazioni di crisi lavorativa. Le riduzioni riguardano essenzialmente la CIGS e la CIGD, mentre la CIG ordinaria è aumentata. Questo significa che, finito il periodo del sostegno ai lavoratori per le aziende in crisi, solo alcuni lavoratori sono rientrati nei luoghi di lavoro, mentre altri hanno trovato accesso alla pensione e molti altri sono rimasti disoccupati come risulta dall’incremento delle domande di disoccupazione.

Salvatore Rondello

Inps: un mln e 200mila pensionati incasseranno per la prima volta la quattordicesima

Pensioni

IL 30% DELLE NUOVE 14ESIME A BENEFICIARI CON «REDDITI FORTI».

Un milione e duecentomila pensionati con il consueto assegno Inps, incasseranno per la prima volta anche la quattordicesima grazie all’ultima legge di Bilancio. Secondo quanto riporta Il Sole 24 Ore, fino all’anno scorso questo bonus extra, dal peso variabile a seconda degli anni di versamenti effettuati, era appannaggio dei soli 2,1 milioni di pensionati contributivi con un reddito complessivo inferiore a 1,5 volte il minimo, come prevedeva la legge del 2007 che l’ha inventato. Per questa platea originaria – sottolinea Il Sole 24 Ore – il bonus viene rafforzato del 30% circa, per gli altri (quelli con una pensione compresa tra 1,5 e 2 volte il minimo) come detto è una novità. La misura ha un costo di 800 milioni l’anno ed è stata da più parti criticata, in primis dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, secondo il quale in 7 casi su 10 andrà a beneficio di pensionati che poveri non sono. Un giudizio cui gli autori della nuova quattordicesima hanno sempre replicato spiegando che non si tratta di una intervento di tipo assistenziale.

A chi spetta

La quattordicesima spetta a chi ha una o più pensioni Inps o delle gestioni autonome, separata e del fondo clero. Hanno titolo ad ottenerla i pensionati a partire da 64 anni. Hanno diritto anche i titolari di pensioni di invalidità (non quelle civili) e le reversibilità. Esclusi i pensionati Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti. Fino al 2016 l’assegno della quattordicesima competeva ai pensionati con una situazione reddituale complessiva fino a una volta e mezzo il trattamento minimo (chi ha avuto nel 2016 redditi fino a 9.786,86). Ora lo stesso beneficio va a chi ha un reddito superiore a 1,5 volte il minimo e fino 2 volte (quindi 13.049,14 euro). Per i pensionati subito dopo la soglia più alta è invece prevista una compensazione per evitare che siano penalizzati rispetto a chi si trova subito sotto.

Quanto vale l’operazione

Quanto vale la quattordicesima per i pensionati? Stando alle fonti Inps si varia tra 437 euro e 655 per coloro con i redditi più bassi, e tra 336 e 504 euro per quanti detengono situazioni reddituali fino a due volte il minimo.

Platea dei beneficiari

Pensionati felici: o meglio, 3,4 milioni pensionati lo saranno grazie alla quattordicesima in versione rafforzata configurata dalla ultima legge di Bilancio. L’ultima «finanziaria» ha irrobustito la quattordicesima a chi ne aveva già diritto ed ha allargato ulteriormente la platea dei beneficiari, includendo circa 1,2 milioni nuovi pensionati. Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha spesso criticato questa manovra legata alla quattordicesima perché scarica i costi sulle generazioni future.

Secondo il numero uno dell’Inps il bacino di avanti tiolo che usufruiranno della nuova misura previdenziale «è destinata a essere più ampia in confronto a quella prefigurata inizialmente: avremo un incremento soprattutto per quel che riguarda gli ex dipendenti pubblici», che saranno «i grandi beneficiari della quattordicesima. Attualmente sono circa 8.000 e con le nuove norme inserite nell’ultima legge di Bilancio saliranno a 125.000. Parliamo di un incremento del 1.500%».

Ammortizzatori sociali

SI ALLA CIG IN DEROGA ANCHE DOPO LA SOLIDARIETÀ

La cassa integrazione in deroga può essere concessa nel 2017 anche al termine di un contratto di solidarietà che ha avuto inizio prima del 31 dicembre 2016. Lo spiega l’Inps con il messaggio 2303/2017 pubblicato di recente dall’Istituto di previdenza. I chiarimenti riguardano l’erogazione della cassa integrazione in deroga concessa da regioni e province autonome, con possibilità di utilizzare fino al 50% delle risorse loro attribuite, ai fini della concessione di trattamenti con decorrenza successiva al 31 dicembre 2016, «purché consecutivi alla fruizione di precedenti interventi ordinari scaduti dopo tale data e purché i provvedimenti autorizzatori siano adottati entro e non oltre il 31 dicembre 2016». L’Inps, in merito, ha chiarito che la concessione di Cigd può interessare anche periodi che hanno inizio e fine nell’annualità 2017, purché consecutivi (cioè senza soluzione di continuità) alla fruizione di Cigo o Cigs con scadenza successiva al 31 dicembre 2016 (circolare n. 217/2016). Inoltre, ha precisato che tra gli ammortizzatori ordinari vi rientrano le prestazioni d’integrazione al reddito garantite dai Fondi di solidarietà, compreso il Fondo d’integrazione salariale (Fis) e i Fondi di solidarietà bilaterale alternativi (messaggio n. 1713/2017).

A ciò aggiunge che il ministero del lavoro ha precisato in una recente nota (prot. n. 8521) che le regioni hanno facoltà di concedere ammortizzatori in deroga, dal 1° o dal 2 gennaio 2017, a patto che vi sia continuità tra l’intervento ordinario e quello in deroga e che la decretazione della deroga sia avvenuta in data anteriore al 31 dicembre 2016. Inoltre, sempre il ministero ha chiarito che le prestazioni d’integrazione di solidarietà rientrano tra gli ammortizzatori ordinari; pertanto, regioni e province autonome possono decretare la Cigd per il 2017 in loro continuità. In tal caso, per la verifica del requisito di continuità, il datore di lavoro deve fornire all’Inps apposita dichiarazione, precisando la data fine intervento della solidarietà.

Previdenza

COVIP, SERVE VIGILANZA UNICA

Richiamare l’attenzione sulla necessità di riordinare ed efficientare l’assistenza sanitaria integrativa, che rappresenta un settore che già conta oltre 500 operatori. Potrebbe essere opportunamente valutata l’attribuzione della vigilanza a un’unica autorità, mantenendo presso i ministeri competenti (Lavoro e Salute) l’alta vigilanza sui rispettivi settori. E’ quanto emerge dalla relazione annuale della Covip, presentata di recente alla Camera dei deputati. A fronte dei cambiamenti demografici in atto e del conseguente ampliamento dei bisogni di protezione sociale, il ruolo del sistema dei controlli, spiegano dalla Covip, “assume una connotazione del tutto speciale, proprio per la grande rilevanza degli interessi coinvolti, ed è incentrato sul tema dell’adeguatezza delle prestazioni pensionistiche rispetto ai bisogni previdenziali”. Tale contesto assegna all’azione di vigilanza della Covip la connotazione di ‘vigilanza sociale’, differenziandone nettamente il ruolo e le caratteristiche funzionali rispetto alle Autorità di vigilanza sul risparmio finanziario. Peraltro, si osserva, l’esigenza di una “vigilanza così caratterizzata non investe solo la previdenza, ma anche, in un’ottica di welfare integrato, le diverse componenti della domanda di protezione sociale, riferibili ai bisogni di cura e assistenza, anche a lungo termine, che assumono particolare rilievo nelle società che invecchiano”.

Fondi pensione – I fondi pensione e le casse professionali, quali investitori istituzionali, svolgono un ruolo di assoluta rilevanza nel finanziamento dell’economia italiana, disponendo di ingenti risorse utilmente impiegabili nel breve e lungo periodo. Considerati nel loro insieme, essi investono in Italia circa 71 miliardi di euro, pari al 37% del totale degli attivi. E’ quanto si evince dall’annuale relazione della Covip, presentata a Montecitorio. Oltre la metà delle risorse, spiegano dalla Covip, è formata da titoli di Stato, per un valore di 40,2 miliardi di euro, mentre circa un terzo è formato dalla componente immobiliare. La quota destinata al finanziamento delle imprese italiane rimane ancora esigua: 7,2 miliardi di euro, pari al 3,7% delle attività totali, di cui 3,4 miliardi in titoli di debito e 3,8 miliardi in titoli di capitale. Secondo la Covip, possono contribuire a intensificare l’impegno nell’economia reale le disposizioni della legge di bilancio per il 2017, che favoriscono investimenti nel capitale delle imprese da parte dei fondi pensione e delle casse professionali attraverso lo strumento della fiscalità e la semplificazione dei meccanismi amministrativi preordinati al conseguimento dei relativi benefici. A queste disposizioni si affiancano le iniziative più recenti che estendono la possibilità di investire nei Piani individuali di risparmio (Pir).

Alla fine del 2015, le attività complessivamente detenute dalle casse professionali ammontano, a valori di mercato, a 75,5 miliardi di euro: il 26% è investito in titoli di debito; di questi circa il 65% è costituito da titoli governativi. E’ quanto emerge dall’annuale relazione sull’attività della Covip (Commissione di vigilanza sui fondi pensione) presentata oggi dal presidente della Commissione, Mario Padula, alla Camera dei deputati. La composizione delle attività, emerge dalla relazione della Covip, continua a caratterizzarsi per la cospicua presenza di investimenti immobiliari che nel loro complesso si attestano a 18,5 miliardi di euro (corrispondenti al 24,5% del totale) seppure in diminuzione rispetto all’anno precedente. Gli investimenti nell’economia italiana continuano a superare quelli all’estero; ammontano a poco più di 32 miliardi di euro, pari a circa il 43% delle attività totali, mentre i secondi si attestano a poco meno di 30 miliardi di euro, corrispondenti a oltre il 39% delle attività totali. Per quanto riguarda la composizione degli investimenti domestici, la quota più rilevante è rappresentata dall’immobiliare (poco meno di 18 miliardi di euro), seguita dai titoli di Stato (9 miliardi di euro); gli investimenti in titoli emessi da imprese italiane sono invece limitati: ammontano a 3,8 miliardi di euro, meno del 5% cento delle attività totali, di cui 1,1 miliardi sono titoli di natura obbligazionaria e 2,7 miliardi di natura azionaria. Pur in assenza del regolamento, previsto dal decreto legge n. 98/2011, che avrebbe dovuto introdurre la disciplina sugli investimenti delle risorse finanziare, sui conflitti di interesse e sulla banca depositaria, la Covip ha comunque svolto la propria funzione di vigilanza. La rilevante mole di dati e di informazioni acquisita ha consentito alla Covip di predisporre un documento di sintesi, con dati omogenei e aggiornati su investimenti, patrimonio e assetti organizzativi delle casse professionali. E’ stata data così continuità al lavoro già realizzato lo scorso anno e del quale la Covip ha dato diffusione anche tramite il sito web.

Carlo Pareto

Artigiani e commercianti, l’F24 2015 diventa più caro

ARTIGIANI E COMMERCIANTI: I NUOVI IMPORTI CONTRIBUTIVI 2015

Entro lo scorso 16 maggio i lavoratori autonomi hanno dovuto provvedere al pagamento degli oneri previdenziali da corrispondere per il 2014. A partire da questo mese infatti è partita la kermesse assicurativa dei soggetti contribuenti interessati relativa all’anno in corso che terminerà con l’ultimo versamento da effettuare a saldo nel giugno – luglio del 2016. Al riguardo è appena il caso di precisare che artigiani e commercianti devono di norma corrispondere all’Inps i contributi previdenziali previsti in cifra fissa (si tratta delle quote che coprono il lavoratore autonomo ai fini dell’assicurazione pensionistica per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti) e a percentuale. L’onere di legge dovuto sul “minimale” di reddito, che è uguale per tutti gli iscritti quale che siano i proventi d’impresa conseguiti nel corso del 2014, è stato calcolato con riferimento al nuovo minimale di reddito annuo di 15.548,00 euro, in vigore dal primo gennaio di quest’anno, sul quale sono state applicate le seguenti aliquote percentuali: 22,65 per cento, per i titolari di azienda artigiana e per i collaboratori familiari di età superiore ai ventuno anni e 19,65 per cento, per i medesimi soggetti il cui requisito anagrafico sia inferiore ai ventuno anni.
Aliquote che, per i commercianti, sono state invece elevate, sempre nella stessa suddivisione indicata, al 22,74 per cento e al 19,74 per cento. La quota degli esercenti attività commerciali, leggermente più congrua rispetto al resto dei lavoratori individuali, contiene al suo interno una maggiorazione pari allo 0,09 per cento (dovuta fino al 31 dicembre del 2015), destinata al cosiddetto fondo per la rottamazione negozi (art. 5, dlgs 207/1996) che interviene nei confronti dei soggetti di età non inferiore a 62 anni (57 anni per le donne) che hanno cessato l’attività (e restituito la licenza), riconoscendo loro un indennizzo pari al minimo di pensione Inps (502,38 euro mensili) per la durata massima di tre anni. Gli artigiani, pertanto, dovranno corrispondere un contributo minimo annuo, ripartito in quattro rate di eguale importo, di 3.529,06 euro (+7,44 di maternità, se titolari di impresa e coadiutori maggiori di ventuno anni) o di 3.062,62 (+7,44 di maternità, se collaboratori familiari più giovani).
I commercianti, di 3.543,0596 euro oppure di 3.076,61 (sempre + 7,44 di maternità), secondo i casi determinati dalla scansione riferita. Per l’anno 2015 il massimale di reddito annuo è pari a 76.872,00 valore ricavato dalla prima fascia del cosiddetto “tetto” di retribuzione pensionabile (46.123,00) implementato di due terzi (30.749,00). Sui proventi intermedi  all’intervallo tra le due cifre indicate si applica l’aumento di un punto percentuale dell’aliquota contributiva (legge 438/1992). L’obbligazione previdenziale – si sottolinea – va tassativamente assolta, nei limiti delle scadenze ordinariamente stabilite, mediante l’utilizzo del modello unificato di pagamento F24. Al riguardo, si ricorda che la prima, la seconda e la terza tranche dell’anno corrente, cadranno rispettivamente il 16 maggio, (già passato), il 16 agosto e il 16 novembre p.v. e la quarta e ultima, il 16 febbraio del 2016.

È opportuno precisare, inoltre, che per eventuali periodi inferiori all’anno solare la contribuzione dovuta in cifra fissa va sempre rapportata a mese. Nella fattispecie le somme mensili da versare sono di 294,09 (+0,62 di maternità), per i titolari di aziende artigiane e per i coadiutori oltre i ventuno anni e di 255,22 (+0,62 di maternità), per i collaboratori al di sotto di tale soglia anagrafica. Importi mensili che, per gli esercenti attività commerciali, sono a seconda delle situazioni richiamate, alternativamente di 295,25 euro (+0,62 di maternità) o di 256,38 euro (+0,62 di maternità). Oltre al consueto incremento dovuto alla lievitazione del minimale di reddito imponibile, nel 2015 vi è, dunque, da registrare in aggiunta la conferma della maggiorazione dell’aliquota percentuale assicurativa di uno 0,2 per cento, decisa con la finanziaria 1998 (articolo 59 della legge n. 449/97). I primi concreti effetti del rincaro sono comunque già di fatto arrivati: i conti difatti con le nuove obbligazioni da attendere si sono già fatti sentire – come detto – il 16 maggio scorso. Importante, in sede di versamento delle singole rate, degli acconti e del saldo, tutti gli importi devono essere arrotondati all’unità di euro.

                        CONTRIBUTI LAVORATORI AUTONOMI 2015 

Fasce di reddito                               Artigiani                            Commercianti

fino a 17.788,18 euro                       3.529,06*                               3.543,05*

da 17.788,19 a 46.123,00                   22,65%                                  22,74%

da 46.123,01 a 76.872,00**               23,65%                                  23,74%

La cifra comprende anche la quota del contributo per maternità (0,62 euro mensili). Per effetto dell’art.49, comma 1, della legge n. 488/1999 (la finanziaria 2000), l’onere previdenziale di maternità è fissato nella misura predetta (di 0,62 euro mensili), per ciascun soggetto iscritto alla gestione di appartenenza. Nei moduli di pagamento prelevati dal siti web dell’Inps, la quota per le prestazioni in questione viene aggiunta agli importi da corrispondere per contribuzione Ivs dovuta sul minimale di reddito. ** Il massimale contributivo che si applica agli iscritti dal 1°gennaio 1996, privi di anzianità assicurativa alla data del 31/12/95, è pari a 100.324,00 euro per quest’anno.

INPS GESTIONE DIPENDENTI PUBBLICI

Le pensioni erogate dall’Inps Gestione Dipendenti Pubblici al 1° gennaio 2015 sono 2.818.300, lo 0,16% in più rispetto a quelle vigenti al 1° gennaio 2014. La spesa complessiva ammonta a quasi 65 miliardi di euro, in aumento dello 0,75% rispetto all’anno precedente. Sono alcuni dei dati che si leggono sull’Osservatorio della Gestione Dipendenti Pubblici, pubblicato sul sito istituzionale dell’Inps, www.inps.it. Dall’analisi dei dati relativi alle singole Casse emerge che il maggior numero di pensioni, 1.677.746, è a carico della Cassa Trattamenti Pensionistici dipendenti Statali (Ctps), seguita dalla Cassa Pensioni Dipendenti Enti Locali (Cpdel), con 1.054.013 pensioni erogate, dalla Cassa Pensioni Sanitari (Cps), con 68.540, dalla Cassa Pensioni Insegnanti (Cpi), con 15.095, e dalla Cassa Pensioni Ufficiali Giudiziari (Cpug) con 2.906 trattamenti pensionistici. La spesa per le pensioni erogate dalla Ctps è di 40,8 miliardi, pari a circa il 63% del totale, mentre quella per la Cpdel è di 21,1 miliardi (31%). Il restante 6% della spesa, pari a quasi 4 miliardi, risulta suddivisa fra le altre tre Casse. L’importo medio lordo mensile delle pensioni erogate è di 1.772,9 euro. L’importo medio è più alto per gli uomini, 2.175,1 euro contro i 1.486 euro delle donne. Queste ultime rappresentano il 58,4% del totale dei pensionati ma percepiscono, in media, una pensione di importo pari al 68,3% di quella dei maschi.
Il numero delle nuove pensioni liquidate nell’anno 2014 è stato di 100.806 unità, di cui circa il 60% nella Ctps, il 36% nella Cpdel e il restante 4% nelle altre tre Casse. La ripartizione secondo la tipologia delle pensioni mostra che il 41% del totale sono pensioni di anzianità/anticipate, il 13,4% pensioni di vecchiaia, il 7,3% di inabilità ed il 38,2% ai superstiti. La spesa per le nuove pensioni liquidate è stata di quasi 2,5 miliardi di euro, pari a circa il 4% della spesa totale. L’importo medio mensile delle pensioni liquidate nel 2014 ammonta a 1.872,8 euro, il 6% in più rispetto all’importo medio riferito all’intero complesso delle pensioni vigenti.

FOCUS SUL FONDO TRASPORTI PUBBLICI

Prosegue l’operazione trasparenza “Inps a porte aperte”. In questa sezione raggiungibile dall’home page del sito istituzionale (www.inps.it) vengono pubblicate informazioni che chiariscono le regole previste per la composizione e l’effettivo funzionamento dei maggiori fondi speciali gestiti dall’Istituto. E’ stata recentemente resa nota una scheda informativa sul Fondo per la previdenza del personale addetto ai pubblici servizi di trasporto. Il Fondo – si ricorda – è stato soppresso dal 1° gennaio 1996 e gli iscritti e pensionati sono stati trasferiti, con evidenza contabile separata, al fondo pensione lavoratori dipendenti (Fpld). I dipendenti dei pubblici servizi di trasporto assunti dopo la soppressione del Fondo vengono iscritti al Fpld, ma, a differenza di quanto avviene per gli altri fondi soppressi e confluiti nel Fpld (Inpdai, Elettrici e Telefonici), da un punto di vista contabile risultano sempre iscritti al soppresso fondo.
All’atto della soppressione il fondo era già in disavanzo di circa 500 milioni e aveva un debito di circa un miliardo. Negli anni successivi ha accumulato un debito complessivo di quasi 20 miliardi. Dal momento che gli assunti dopo la soppressione vengono contabilmente iscritti al Fondo stesso, nel caso di questo fondo il peggioramento dei conti non può essere addebitato alla mancanza di nuove iscrizioni dal 1.1.1996, data di soppressione del Fondo. Nella scheda, corredata da grafici e tabelle, è possibile acquisire informazioni sulle pensioni effettivamente erogate e ricalcolate con il metodo contributivo. Il 78% dei trattamenti in essere risulta più elevato del 10-40% rispetto a quanto risulterebbe se fosse calcolato con il metodo contributivo. Solo il 4% delle pensioni del Fondo risulterebbe più generosa con il ricalcolo contributivo. La sezione “Inps a porte aperte” è dedicata a migliorare il rapporto informativo tra Ente e cittadini, al di là degli obblighi prescritti dalla legge. L’obiettivo è quello di rendere più chiari i meccanismi di funzionamento delle prestazioni erogate dall’Istituto. L’iniziativa fa parte di quell’operazione trasparenza annunciata dal presidente Inps, Tito Boeri, all’atto del suo insediamento.

CALA AD APRILE LA CASSA INTEGRAZIONE

Nel mese di aprile 2015 sono state autorizzate complessivamente 61 milioni di ore di cassa integrazione guadagni (Cig), con una diminuzione del 36,9% rispetto ad aprile 2014, mese nel quale le ore autorizzate sono state 96,7 milioni. Nel confronto con il mese di marzo 2015 i dati destagionalizzati evidenziano al contrario un aumento, con una variazione congiunturale del +3,6% per il totale degli interventi di cassa integrazione. Dall’analisi nel dettaglio dei dati di aprile 2015 emerge che le ore autorizzate di cassa integrazione ordinaria (Cigo) sono state 19,5 milioni. Nel mese di aprile 2014 erano state 22,5 milioni: si è quindi registrata una diminuzione tendenziale del 13,6%. In particolare, la flessione è stata pari al 9% nel settore Industria e al 23,9% nel settore Edilizia. Il numero di ore di cassa integrazione straordinaria (Cigs) autorizzate ad aprile 2015 è stato di 37,4 milioni, con una riduzione del 32,8% rispetto ad aprile 2014, nel corso del quale erano state autorizzate 55,6 milioni di ore. Infine, per quanto riguarda gli interventi in deroga (Cigd) – che come noto risentono dei fermi amministrativi per carenza di stanziamenti – le ore autorizzate ad aprile 2015 sono state pari a 4,2 milioni, con un decremento del 77,3%, rispetto ai 18,6 milioni di ore autorizzate nel mese di aprile 2014. Passando all’analisi dei dati relativi alla disoccupazione, si ricorda che dal 1° gennaio 2013 sono in vigore le prestazioni ASpI e mini ASpI. Pertanto, le domande che si riferiscono a licenziamenti avvenuti entro il 31 dicembre 2012 continuano ad essere classificate come disoccupazione ordinaria mentre, per quelli avvenuti dal 1° gennaio 2013, le domande sono classificate come ASpI e mini ASpI. Nel mese di marzo 2015 sono state presentate 86.316 domande di ASpI, 27.846 domande di mini ASpI, 263 domande tra disoccupazione ordinaria e speciale edile e 4.361 domande di mobilità, per un totale di 118.786 domande, il 15,5% in meno rispetto alle 140.571 del mese di marzo 2014.
Alla sintesi dei dati  comunicati dall’Ente assicuratore, è stato opportunamente allegato un file più completo, che fornisce un “focus” sulla diversa tipologia di interventi, un’analisi per ramo di attività economica e un’analisi per regione ed area geografica.

Carlo Pareto

Lavoro, pignoramento
della pensione:
quale limite?

Con una recente sentenza, la Cassazione ha definitivamente spezzato una lancia in favore dei pensionati, chiarendo un aspetto fondamentale in materia di pignoramento presso terzi. Non si può pignorare la parte di pensione, di assegno o di indennità necessaria per assicurare al pensionato i mezzi adeguati per le esigenze di vita. tale parte di pensione è attualmente fissata in una soglia importo considerata minimo vitale per la sopravvivenza dell’individuo. Cosa significa, in pratica, ciò? Che il trattamento pensionistico non può mai scendere al di sotto di tale tetto, in quanto il minimo vitale va sempre garantito. Per esempio: qualora, dopo la decurtazione del quinto la pensione dovesse scendere al di sotto del predetto limite, il pignorato potrebbe effettuare una opposizione. Infatti, non si può mai pignorare un importo che faccia scendere la prestazione di quiescenza al di sotto del minimo vitale.  Al contrario, sarebbe invece legittimo un pignoramento di un quinto se, dopo la decurtazione della somma accantonata dall’Inps, l’assegno previdenziale resta al di sopra della soglia individuata. Il pensionato, insomma, deve poter godere di un trattamento adeguato alle proprie esigenze di vita. Per cui ogni pignoramento deve rispondere a criteri di ragionevolezza che assicurino, da un lato, all’interessato mezzi adeguati alle sue esigenze di vita, e dall’altro, non devono sacrificare i crediti dei terzi e la loro aspettativa di potersi soddisfare. Questa ragionevolezza sull’eventuale importo da porre a recupero (facendo salva ovviamente la parte restante che non potrà mai essere toccata da nessun creditore) allo stato sembra ancora non perfettamente determinata.

Riepilogando, quindi, è impignorabile la sola parte di pensione necessaria ad assicurare al pensionato mezzi adeguati alle sue esigenze di vita. Ma quale sia appunto questa misura, la legge non lo ha mai detto esplicitamente con precisione; così, persistendo questa lacuna, spetta ai giudici fissare il “minimo vitale” che il creditore non può mai aggredire. A ribadire questo principio ormai consolidato è una importante sentenza della Cassazione emessa recentemente (Cass. sent. n. 24536/2014 del 18.11.2014). I giudici supremi si rifanno alla famosa sentenza della Corte Costituzionale del 2002 (C. Cost. sent. n. 506/2002, che ha ritenuto pignorabile la pensione nei limiti di un quinto della parte eccedente quella misura indispensabile a garantire un minimo vitale: misura che, attualmente, i giudici fanno coincidere con 525,89 euro (leggi “Pensione: pignorabile solo 1/5 dell’importo che supera 525,89 euro”). Secondo alcuni tribunali un parametro idoneo di riferimento potrebbe essere anche il minimo fissato dalla finanziaria del 2002 (un milione di lire al mese, valore successivamente adeguato e portato, appunto, a 525,89 euro) il quale esprimerebbe una sorta di presunzione di legge circa l’individuazione del reddito minimo necessario a far fronte alle ordinarie incombenze e bisogni di vita di qualsiasi soggetto. Difatti l’articolo 38 della Costituzione prevede che ai lavoratori siano assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Sebbene la legge del ’50 (Dpr 180/1950 (testo unico sulla disciplina dei pignoramenti e cessioni), disponga la non pignorabilità degli stipendi e delle pensioni dei pubblici dipendenti (questo perché si riteneva che un turbamento della loro tranquillità economica potesse pregiudicare il buon andamento della pubblica amministrazione), col tempo la giurisprudenza ha equiparato la loro posizione con quella dei dipendenti del settore privato. E così, attualmente, anche gli stipendi e le pensioni degli statali sono ritenuti pignorabili nei limiti di un quinto, elevato a un terzo nel caso in cui il pignoramento derivi da causa di alimenti dovuti per legge.

Cgil, in 10 mesi quasi 1 miliardo di ore di Cig

Poco meno di 940 milioni di ore di cassa integrazione, richieste e autorizzate, registrate nei primi dieci mesi dell’anno, di cui ben oltre la metà fatte di cassa straordinaria. Un monte ore di Cig, fatto per oltre il 50% di cassa straordinaria a dimostrazione della natura strutturale della crisi, determinato da una richiesta media per mese che supera le 90 milioni di ore, ad un soffio per l’ennesima volta dal miliardo a fine anno, e che relega in cassa a zero ore circa 540 mila lavoratori da gennaio. Lavoratori che hanno subito un taglio del reddito pari a 3,6 miliardi, ovvero 6.700 euro netti in meno in busta paga per ogni singolo lavoratore. Questi alcuni dati del rapporto di ottobre dell’Osservatorio Cig della Cgil, frutto di elaborazioni delle rilevazioni sulla cassa condotte dall’Inps. Secondo il segretario confederale della Cgil, Serena Sorrentino, “la recrudescenza della crisi, come emerge dai dati del rapporto, richiederebbe scelte politiche di tutt’altra natura”. Ecco perché “lo sciopero generale che, insieme alla Uil, abbiamo proclamato per il prossimo 12 dicembre. Una mobilitazione – ha spiegato la dirigente sindacale – che abbiamo promosso per indicare la sola via possibile per offrire una prospettiva al paese: il lavoro. Dobbiamo rimetterlo al centro della scena, così com’è stato per il 25 ottobre. Solo ripartendo dal lavoro, dal suo valore e dalla sua centralità, si può dare un senso ed una risposta alla diffusa richiesta di cambiamento che il Paese rivendica”. Dall’analisi di corso d’Italia si rileva come il totale di ore di cassa integrazione a ottobre sia stato pari a 118.224.384 di ore richieste e autorizzate, in aumento sul mese precedente del +13,17%. Nei primi dieci mesi dell’anno si sono registrate 937.339.812 ore di cig per un -3,56% sullo stesso periodo dello scorso anno. Nel dettaglio emerge che la cassa integrazione ordinaria (cigo) cala ancora a ottobre su settembre del -7,54%, per un totale pari a 19.975.631 di ore. Da inizio anno la cigo invece ha raggiunto quota 209.705.335 di ore per un -31,46% sul periodo gennaio-ottobre del 2013. La richiesta di ore per la cassa integrazione straordinaria (cigs), sempre per quanto concerne lo scorso mese e che sono oltre il 55% del totale delle ore concesse, è stata di 65.457.719 per un +1,77% su settembre mentre da inizio anno si totalizzano 543.068.673 ore autorizzate per un +28,33% sul corrispondente lasso di tempo dello scorso anno. Infine la cassa integrazione in deroga (Cigd) ha riscontrato a ottobre un rialzo sul mese precedente pari a +76,82% per 32.791.034 di ore richieste. Nei dieci mesi trascorsi da inizio anno, in confronto all’analogo periodo dello scorso anno, la flessione della cigd è stata del -23,98% per complessive 184.565.804 di ore. Continua a crescere il numero di aziende che fanno ricorso ai decreti di cigs. Da gennaio a ottobre sono state 6.960 per un +24,37% sullo stesso periodo del 2013 e riguardano 12.899 unità aziendali territoriali (+32,08%). Nello specifico si evidenzia un aumento dei ricorsi per crisi aziendale (3.297 decreti da inizio anno per un +3,16% sui primi dieci mesi del 2013) che rappresentano il 47,37% del totale dei decreti, così come si profila una decisa ascesa di ricorsi relativi ai contratti di solidarietà (2.473 decreti per un +55,14% sul periodo gennaio-ottobre dello scorso anno) e che sono il 35,53% sul totale. Incrementi anche per il concordato preventivo (501 per un +136,32%) e per il fallimento (209 per un +31,45%). Lievitano anche le domande di ristrutturazione aziendale (184 per un +5,75%) mentre diminuiscono quelle di riorganizzazione aziendale (192 per un -4,48%). Nello studio della Cgil si osserva che “gli interventi che prevedono percorsi di reinvestimento e rinnovamento strutturale delle aziende continuano ad essere irrilevanti, pari al 5,40% del totale dei decreti (erano il 6,85% nel 2013). Segnale palese, e sottovalutato, del processo di deindustrializzazione in atto nel paese”. Nelle regioni del nord si palesa il ricorso più alto alla cassa integrazione. Dal rapporto della Cgil emerge che al primo posto per ore di cassa integrazione autorizzate nei primi dieci mesi dell’anno c’è la Lombardia con 231.910.248 di ore che corrispondono a 132.976 lavoratori (prendendo in considerazione le posizioni di lavoro a zero ore). Segue il Piemonte con 111.051.619 di ore di cig autorizzate per 63.676 lavoratori e il Veneto con 78.327.646 di ore per 44.913 persone. Nelle regioni del centro primeggia il Lazio con 80.612.622 di ore che coinvolgono 46.223 lavoratori. Mentre per il Mezzogiorno è la Campania la regione dove si segna il maggiore ricorso alla cig con 59.186.750 di ore per 33.937 lavoratori. La meccanica è ancora il settore dove si è totalizzato il ricorso più alto allo strumento della cassa integrazione. Secondo il rapporto della Cgil, infatti, sul totale delle ore autorizzate nel periodo gennaio-ottobre, la meccanica pesa per 330.488.972, coinvolgendo 189.501 lavoratori (prendendo come riferimento le posizioni di lavoro a zero ore). Segue il comparto del commercio con 125.825.839 ore di cig autorizzate per 72.148 lavoratori coinvolti e l’edilizia con 105.796.427 di ore e 60.663 persone. Considerando un ricorso medio alla cig, pari cioè al 50% del tempo lavorabile globale (22 settimane da inizio anno), sono coinvolti nel periodo gennaio-ottobre 1.074.931 lavoratori in cigo, cigs e in cigd. Se invece si considerano i lavoratori equivalenti a zero ore, pari a 44 settimane lavorative, si determina sullo stesso periodo un’assenza completa dall’attività produttiva per 537.465 lavoratori, di cui oltre 310 mila in cigs e 105 mila in cigd. Continua così a calare il reddito per migliaia di cassintegrati: dai calcoli dell’Osservatorio della Cgil si rileva come i lavoratori parzialmente tutelati dalla cig abbiano perso nel loro reddito, a partire da inizio anno, 3 miliardi e 594 milioni di euro al netto delle tasse, pari a 6.688 euro in meno in busta paga per ogni singolo lavoratore in cassa a zero ore.

Lavoro, Uil. A ottobre è boom per la cassa integrazione 

Nei primi 10 mesi dell’anno sono quasi un miliardo le ore autorizzate di cassa integrazione, proprio come negli anni peggiori della crisi. E ottobre, addirittura, con oltre 118 milioni di ore autorizzate di cig, è stato il secondo mese più ‘cassintegrato’ dall’inizio della fase recessiva. E’ questo lo scenario che tratteggia il decimo Rapporto della Uil sulla cassa integrazione. Numeri che, come ha evidenziato il segretario confederale Guglielmo Loy, danno “plasticamente, l’immagine drammatica di un paese che, come al gioco dell’oca, ritorna alla casella di partenza”. “In questo percorso all’indietro – ha sottolineato Loy – sono stati lasciati sul campo oltre 1 milione di posti di lavoro, si sono registrati 2 milioni di avviamenti al lavoro in meno e il quasi dimezzamento delle assunzioni stabili. Ed altrettanto inesorabilmente, il parallelo ‘no pil’ (cioè la non crescita economica e produttiva) ‘no jobs’, va ormai in automatico”.

Carlo Pareto