Manovra, la “pace fiscale” divide i 5 Stelle

pace fiscaleDopo il botta e risposta di ieri del  presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker,  Matteo Salvini è tornato all’attacco in una intervista alla Tass.  Il ministro dell’Interno ha detto: “Sono sempre più convinto che le lobbies finanziarie a Bruxelles non possono accettare la nostra presenza al governo: questa reazione non mi sorprende, per anni hanno manipolato fantocci mentre adesso sono costretti ad avere a che fare con due movimenti politici verso i quali non possono fare ricatti poiché non devono niente a nessuno, se non difendere gli interessi del loro popolo”. Salvini, oggi in visita inusuale a Mosca, non perde occasione per manifestare il suo antieuropeismo.

Intanto dal presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani è arrivato un appello: “L’Italia è ancora in tempo per fare marcia indietro. Lo faccia rapidamente, nell’interesse degli italiani”. Su una eventuale bocciatura della manovra, Tajani ha detto: “Mi auguro che questo non accada, ma il rischio è forte. Le misure non vanno nella direzione dell’interesse dell’Italia”.

Ma oggi è anche la Francia ad andare all’attacco. Il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire, ha detto: “Tutte le decisioni che vengono prese a Berlino, Roma, Parigi o Bruxelles hanno un’incidenza su di noi, gli altri Paesi della zona euro, il ripiegamento su se stessi, decisioni prese senza alcuna considerazione per i partner non porteranno assolutamente da nessuna parte, non faranno che indebolire la zona euro. Valutare la manovra italiana spetta alla Commissione europea, è lei responsabile. L’unica cosa che posso dire, che vorrei spiegare, è che siamo 19 Paesi, siamo tutti sulla stessa barca, siamo all’interno di un’unione monetaria, abbiamo scelto la stessa moneta e nessuno può considerare che la sua sorte non abbia un impatto su quella degli altri. Quando hai la stessa moneta tutte le decisioni prese a Berlino, Roma, Parigi o Bruxelles hanno un’incidenza su tutti gli altri Paesi della zona euro”.

Intanto dopo il colloquio telefonico di ieri con Juncker, il premier Giuseppe Conte si è preparato per il consiglio Ue.

I tagli alla spesa pubblica, la flat tax, il reddito di cittadinanza. Rischiano di essere diversi i nodi che il governo giallo-verde potrebbe aver deciso di non affrontare subito rinviandoli al passaggio alle Camere della manovra e del decreto fiscale, che contiene buona parte delle coperture. Su alcuni temi chiave è stato certamente definito l’impianto, ma i dettagli non si conoscono ancora, nonostante nella notte l’esecutivo abbia inviato il ‘Draft budgetary plan’ a Bruxelles. Le tensioni tra i due partiti di governo continuano a tenere banco come sulla pace fiscale, su cui è stato trovato un accordo in extremis.

Il clima molto teso del governo non aiuta. Si dovrà affrontare l’esame della legge di bilancio in Parlamento, con il ministro dell’Economia spesso in disaccordo con i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, e sempre più spesso sotto il fuoco del Movimento Cinque Stelle. Non è stato un buon viatico ciò che è accaduto su una norma sulla Croce Rossa, poi cancellata dal decreto fiscale, con i pentastellati all’attacco della struttura dei tecnici del Mef colpevoli, secondo loro, di aver provato con una ‘manina’ a favorire l’ente di liquidazione della Croce rossa. Un colpo che alla fine della giornata è stato respinto dallo stesso Tria, il quale ha sottolineato che la norma serviva a pagare il Tfr dei lavoratori e ha puntualizzato che, ‘come sempre’, era stata sottoposta alla presidenza del Consiglio.

In questo clima i nodi si sciolgono a tappe e il Dpb non offre risposte compiute. Si legge ad esempio che l’introduzione di una flat tax del 15% per i redditi fino a 65mila euro nel 2019 è rivolta inizialmente alle sole attività svolte da imprenditori individuali, artigiani e lavoratori autonomi e nel testo non c’è traccia della seconda soglia caldeggiata dai leghisti per i ricavi fino a 100mila euro che, nelle ipotesi circolate, prevedeva una aliquota aggiuntiva del 5%. Che se ne riparlerà, lo ha confermato il sottosegretario all’economia, il leghista Massimo Garavaglia, per il quale: “L’impianto generale è così, poi vediamo perché la legge di bilancio si finisce a Natale e il confronto proseguirà anche con le categorie”.

Per il potenziamento della lotta alla povertà verrebbe introdotto il reddito di cittadinanza che dal primo gennaio 2019 sostituirebbe il reddito di inclusione e sarebbe accompagnato a una riforma dei centri per l’impiego. Dovrebbero beneficiarne i maggiorenni residenti in Italia da almeno 5 anni disoccupati o inoccupati (inclusi pensionati). Nulla si sa ancora di certo sulle modalità per i controlli sugli abusi né sui tempi di messa a regime. Il reddito di cittadinanza vedrebbe la luce in un collegato e i criteri di attuazione sarebbero demandati ad un successivo ‘decreto di natura non regolamentare’ (un decreto è sempre un mezzo di regolamentazione). Il sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri, della Lega, lo ha definito un “primo passo”.

Altro problema spinoso sarà quello di riuscire a mettere nero su bianco per i tagli alla spesa pubblica che il governo ha annunciato di voler fare. Quando si dovrà spiegare dove usare la mannaia è probabile che esplodano ancora una volta le contraddizioni tra le due anime del governo del ‘cambiamento’.

Di Maio ha dichiarato: “La manovra deve vedere il governo con in mano un paio di forbici e che cominci a tagliare tutto quello che non serve”. Lotta che non ha mai dato i risultati sperati. Ciò che, per il momento, si legge nel Dpb è che la revisione della spesa dei ministeri porterà circa 2,43 miliardi di euro nel 2019 (0,14% del Pil) e circa 1 miliardo nel 2020 e nel 2021 (si parla tanto di efficienza ma di fatto si creano le premesse per peggiorare la PA).

Infine, il grande capitolo delle pensioni: dal taglio di quelle d’oro sopra i 4.500 euro netti al mese (da cui si dovrebbe recuperare 1 miliardo in tre anni) alla riforma della Fornero con la quota 100 a cui si potrà accedere con quattro finestre annuali, tutte ancora da costruire.

Dietro l’angolo si profila anche l’ingorgo parlamentare: a completamento della manovra di bilancio, del decreto fiscale e del cosiddetto decreto “deburocratizzazione” approvati ieri dal Consiglio dei ministri. L’esecutivo ha ipotizzato ben 12 disegni di legge collegati. Non ultimo, viste le implicazioni che ha, c’è anche da considerare il decreto su Genova dopo il crollo del Ponte Morandi.

Gli elettori del M5S, da quanto si legge nel fiume di commenti ‘social’, si sentono traditi. Se la prendono con i provvedimenti della ‘pace fiscale’ e denunciano: “Condono e pace fiscale. Sinonimi di una stessa Italia che umilia le persone che hanno sempre rispettato le regole! Altro che cambiamento, radicamento direi!”. Così si lamentano, mentre prendono di mira le parole del leader pentastellato, che solo un mese fa aveva ribadito come il Movimento non fosse ‘disponibile a votare nessun condono’. A finire nel calderone dell’indignazione social è  spuntato anche un post del blog di Grillo targato ottobre 2014, ora di nuovo virale e dal titolo ‘Un altro condono per i soliti furbi’: “Sembrava una denuncia -spiegano gli elettori grillini- e invece era un punto del programma. Puoi chiamarlo come ti pare ma questo è un condono. E io, che le tasse le ho sempre pagate, oggi mi sento un fesso per aver creduto nel Movimento. Il Consiglio dei ministri approva manovra e dl fiscale e tra le norme spunta anche la cosiddetta ‘pace fiscale’ che consentirà a quanti hanno debiti con il fisco di risanarli attraverso alcune agevolazioni. definendo il provvedimento un vero e proprio condono, alla faccia di chi le tasse le paga. Qualcosa di diverso, insomma, dal bisogno di onestà che mi ha spinto a dare fiducia a Di Maio. Ora so – dicono amareggiati – che era soltanto fumo. Il M5S dalla parte degli onesti e dei cittadini più poveri resta così per molti un lontano ricordo: dal momento dell’accordo con la Lega, il sogno è finito: dovevamo fare la guerra, è stata una resa completa”.

Puntano il dito dicendo: “Solo un mese fa Di Maio aveva il coraggio di dire che ‘il M5S non era disponibile a votare nessun condono’. Oggi, vergognosamente, hanno approvato il più grande condono tombale! Il messaggio è chiaro: ‘Caro cittadino che paghi le tasse sei un povero scemo!’. Una misura ingiusta e irrispettosa nei confronti di quanti hanno sempre pagato tutto facendo dei sacrifici enormi, perché onesti lo si deve essere nei fatti e non solo nelle parole e negli annunci elettorali. E’ semplicemente vergognoso, scendere a patti con le richieste della Lega: quanto fatto non è quello per cui vi ho votato ma è il motivo che mi spingerà a non votarvi più”.

Si rivolgono direttamente al capo politico del M5S, il ‘caro Di Maio’ che li ha ‘delusi’, ‘traditi’, che con il Movimento si è ‘preso i voti di quanti davvero credevano nella possibilità di un governo onesto e lontano dai furbi’.

Riassumendo, si chiedono insistentemente: “A questo punto sono tutti uguali, la pace fiscale non è tanto diversa dallo scudo fiscale di Berlusconi. Ma il Mov5Stelle era nato per tagliare gli sprechi e difendere i cittadini onesti? o ricordo male io?”.

Si è così generata una pericolosa spinta verso il qualunquismo. Intanto, il Pd va all’attacco con Maurizio Martina: “La manovra varata dal governo è ingiusta, irresponsabile e pericolosa per i cittadini. Rischia di portarci fuori dall’euro. La manovra è anche una sberla alle imprese e a chi crea lavoro: tagliati gli incentivi di Impresa 4.0, stop ACE e IRI. Risultato: 2 miliardi di tasse in più. Sono ladri di futuro. Un provvedimento che scarica propaganda sui cittadini. È una vergogna, sta mettendo a serio rischio il destino del paese. È una manovra che si caratterizza anche per l’assistenzialismo, ha continuato. È una vergogna ci sono delle misure assistenzialistiche come il reddito di cittadinanza. È una misura improduttiva e ingiusta e mette in discussione la lotta contro la povertà che stiamo portando avanti da anni. Non aspetteremo una eventuale manifestazione di piazza per mobilitarci contro la manovra. Faremo iniziative, già organizzate, e se sarà opportuno non ci sottrarremo ad uno sforzo che porti ad una mobilitazione generale. Quello di cui c’è bisogno è una reazione larga, partecipata, mobilitante perché il Paese non vuole andare verso questa degenerazione. Reazione che si avrà anche nelle aule parlamentari dove, ha spiegato, ci sono le condizioni per un lavoro il più ampio possibile. Naturalmente ci si rivolgerà a tutto il Parlamento”.

Qualcosa si sta svegliando nelle coscienze degli italiani che, però, sembrerebbero spinti all’assenteismo elettorale.

Roma, 17 ottobre 2018

Salvatore Rondello

GUERRA DI CIFRE

pallette

È guerra di cifre sul Def. Lega e Cinque Stelle sembrano parlare di cose diverse, di documenti diversi. Ognuno ha i suoi conti e i sui numeri nel cassetto nel giorno della presentazione del Def in Parlamento. “Immagino abbiano bisogno di fare le verifiche dei numeri, perché ieri hanno cambiato il deficit” commenta il sottosegretario pentastellato alla presidenza Stefano Buffagni. “Certo è un lavoro non facilissimo, ci auguriamo arrivi stasera alle Camere” afferma interrogato sui tempi di arrivo della Nota di aggiornamento al Def. Un documento che i due vicepresidenti del consiglio avevano definito con enfasi immodificabile. Invece i cambiamenti si sono susseguiti più volte. In nottata Lega e M5s hanno specificato che le misure della prossima manovra partiranno a inizio 2019 e saranno finanziate con 20 miliardi di euro: 10 per il reddito di cittadinanza, 7 per riformare la Fornero, 2 per la flat tax e 1 per assunzioni straordinarie. Il rapporto deficit/pil sarà fissato al 2,4% nel 2019, al 2,1% nel 2020 e all’1,8% nel 2021.

Secondo il ministro dell’Interno Matteo Salvini, intervenuto a Radio Anch’io, i numeri della manovra dovrebbero essere leggermente diversi rispetto a quanto illustrato. Il vicepremier ha detto che “ci saranno 16 miliardi per i due interventi principali, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero”. Alla domanda se ci fossero 10 miliardi per il reddito, come era stato annunciato, ha risposto che “se la matematica non è un’opinione, se ce ne sono 7-8 per la Fornero, ce ne sono 8 per il reddito”, e non 10 come precedentemente proposto. “Non faremo marcia indietro sulla manovra se lo spread continua a salire”, ha precisato Salvini aggiungendo che “se tagli le tasse aiuti la crescita, noi puntiamo a un’Italia che non cresce dello zero virgola, ma del 2, del 2,5%”.

La pace fiscale “non è nella manovra, sarà in un decreto ad hoc”. Lo ha spiegato Salvini sottolineando come il provvedimento non premierà “i furbi ma quelli che non ce l’hanno fatta, che hanno fatto la dichiarazione dei redditi e non sono riusciti a pagare tutto quel che hanno voluto o dovuto: chi scommette del suo, chi è partita iva, rappresentante del commercio ad esempio, si alza la mattina non ha garanzie, non ha maternità, non ha ferie. Se lei avesse la cartella esattoriale di 10mila euro perché si è rotto una gamba e non è riuscito a vendere camicie, io o la rovino e le tengo cartella sul groppone per tutta la vita, costretto a pagare in nero, oppure la convoco e le chiedo: quanto mi può dare, mi dà 2mila euro?”.

Ma il punto dolente è il reddito di cittadinanza. Dopo le varie precisazioni dei due vicepremier, fonti M5s ribadiscono che per il reddito di cittadinanza le risorse sono pari a 10 mld, 9 per il reddito e 1 per i centri per l’impiego e non 8 come aveva detto questa mattina il ministro dell’Interno Matteo Salvini. E, ospite di Mattino 5, anche il sottosegretario Stefano Buffagni ribadisce lo stesso concetto commentando: “Ho qui la tabella. Salvini? Era mattino presto forse era confuso…”. Non si fa attendere la risposta della Lega:.”Dispiace che esponenti degli alleati di governo vadano in giro con tabelle non ufficiali e che sono mere simulazioni. Confermiamo che la quota 100 per le pensioni partirà al massimo entro il mese di febbraio, anche se faremo di tutto per renderla operativa già dal 1 gennaio 2019, e che prevede una spesa di 7 miliardi di euro per il prossimo anno” precisa  il viceministro all’economia Massimo Garavaglia sulle ipotesi che circolano sulla nota di aggiornamento al Def che farà da cornice alla prossima manovra.

In mezzo ai due duellanti il presidente del Consiglio non sa da che parte stare. Il reddito di cittadinanza “contribuirà a sollevare dalla soglia della povertà oltre 5 milioni di persone” ha affermato elencando gli obiettivi della misura contenuta nella manovra le cui risorse a copertura sono tutte da stabilire. . Gli riponde a stretto giro il sottosegretario agli affari regionali Stefano Buffagni: “Per il reddito di cittadinanza le risorse sono pari a 10 miliardi, 9 per il reddito e 1 per i centri per l’impiego. È quanto ribadiscono fonti del M5s replicando al vicepremier Salvini. Ospite di Mattino cinque, anche il sottosegretario Stefano Buffagni ribadisce lo stesso concetto commentando: “Ho qui la tabella. Salvini? Era mattino presto forse era confuso…”.

Il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, in un’intervista rilasciata a Radio Radicale, ha cercato di fare chiarezza: “Ho visto che in queste ore ci sono un po’ di dibattiti su quanto ci sia per il reddito di cittadinanza e quanto ci sia per la Fornero. La misura che abbiamo messo in piedi prevede che tutta la platea abbia il reddito di cittadinanza e che si superi la legge Fornero, che si permetta con quota 100 vera di andare in pensione. Quindi si sta semplicemente giocando sui numeri ma ci sono i soldi per tutte le misure che abbiamo appena detto”.

Intanto fonti della commissione Ue hanno smentito che sia “già pronta” una lettera di bocciatura della manovra italiana da parte della Commissione europea, come riportato da alcuni organi di stampa. La Commissione redigerà la sua valutazione solo quando riceverà la bozza della legge di Bilancio a metà ottobre e il focus sarà sui dati relativi al 2018 e sugli obiettivi per il 2019.

Commissioni. Un ex Mediaset presidente Vigilanza Rai

RaiLa Rai in mano a un ex di Madiaset con il silenzio assenso dei Cinque Stelle che non battono ciglio, loro che volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Sono stati così eletti dalle Camere i quattro consiglieri di amministrazione della Rai di nomina parlamentare. L’Aula del Senato ha eletto Rita Borioni (101 voti), componente uscente e riconfermata in quota Pd, e Beatrice Coletti (133), manager televisivo, candidata scelta dal M5s. Alla Camera sono stati eletti Igor De Biasio e Gianpaolo Rossi. De Biasio, in quota Lega e sostenuto dalla maggioranza, ha ottenuto 312 voti, mentre Rossi, intellettuale vicino a FdI, ne ha incassati 166. In commissione di vigilanza era stato eletto presidente Alberto Barachini, parlamentare di Forza Italia, con 22 voti, un voto in più del quorum  che era di 21. L’elezione di Barachini è arrivata al terzo scrutinio dopo le prime due votazioni andate a vuoto.

Sul profilo di Barachini, giornalista neoeletto senatore, mantiene qualche riserva M5s, come ha spiegato il senatore Gianluigi Paragone, che a caldo si è augurato che questi non faccia “gli interessi di Mediaset, ma quelli degli italiani”. Da parte sua, Barachini ha chiesto ai colleghi, in particolare di M5s (che comunque avevano votato scheda bianca), di essere “valutato sul merito” e ha aggiunto di volere “una Rai imparziale e radicata sul territorio”.

Per quanto riguarda l’altra commissione rimasta ancora senza vertice, il Copasir, è stato eletto presidente Lorenzo Guerini. L’esponente del Pd ha ottenuto 8 voti e una scheda bianca. Un assente (Elio Vito). Il Copasir inizierà il suo lavoro in concreto la prossima settimana, martedì riuniremo l’Ufficio di presidenza e tutti insieme decideremo quali saranno i temi all’attenzione del Comitato”, ha spiegato Guerini ai cronisti alla Camera che gli chiedevano se il Copasir metterà subito all’Odg la questione migranti.

“Voglio ringraziare tutti i parlamentari, in particolare il Pd per aver indicato il mio nome per la presidenza – ha poi detto il neo presidente del Copasir -. L’avvio dei lavori delle commissioni di garanzia e delle Giunte è un passaggio fondamentale per i lavori del Parlamento”.

Ciò che sta succedendo su Commissioni di garanzia e Copasir è “incredibile”. È il commento di Luigi Bersani di Leu. “Le famose opposizioni – parlo di Pd e Forza Italia – attribuiscono la presidenza della Vigilanza Rai a un uomo Mediaset. Siamo al dadaismo puro, e non voglio neanche parlare di altro. In altri tempi una cosa così avrebbe suscitato il finimondo. Tanto valeva aspettare qualche mese, se si risolvono i problemi di Berlusconi, metterci direttamente lui e tanti saluti. Questa sarebbe l’opposizione”. Rimane invece ancora in stallo il rinnovo dei vertici della Cassa Depositi e Prestiti.

Morti sul lavoro. Furlan: “Un bollettino di guerra”

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Pesano i 13mila morti sul lavoro di questi ultimi dieci anni. Nel 2018 si sono contate 160 vittime ma quando leggerete questa intervista con Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl, potrebbero essere aumentate perché ci troviamo di fronte a una ininterrotta scia di sangue, come ha fatto notare la stessa Furlan a Prato in occasione della manifestazione del Primo Maggio.

Annamaria Furlan ha iniziato la sua carriera nella Cisl dal settore dei postelegrafonici di Genova, sua città natale. Dal 2002 al 2014 è stata segretario confederale della Cisl per il settore del terziario e i servizi. Il 24 giugno 2014 viene eletta segretario generale aggiunto. Nell’ottobre dello stesso anno è eletta quasi all’unanimità nuovo segretario generale della Cisl.

Partiamo dal recente Primo Maggio, da una Festa del lavoro che con lo slogan “Sicurezza: il cuore del lavoro” ha messo in evidenza le morti bianche, i 13mila morti sul lavoro negli ultimi dieci anni. Siamo di fronte a un’emergenza nazionale non dichiarata e di cui si preferisce dare la colpa al destino?
Non possiamo assistere ogni giorno a questo bollettino di guerra, a questa carneficina nell’indifferenza delle istituzioni e di quanti hanno responsabilità sul tema della sicurezza e della tutela della salute. Lo abbiamo detto con chiarezza: ora basta. Serve una mobilitazione sociale, civile e culturale di tutto il paese. Non basta solo indignarsi o denunciare l’inosservanza delle norme di legge, i regolamenti ed i contratti. La Cisl non farà sconti a nessuno finché non avremo più sicurezza e rispetto per la vita in tutti i luoghi di lavoro.

La sicurezza sui luoghi di lavoro sembra sia quasi un optional invece che un obbligo di legge e direi anche morale. Che cosa ha causato questa nuova filosofia e come invertire la rotta?
Non si può parlare di fatalità. Nel nostro paese ogni giorno in media tre persone muoiono sul lavoro. Il 10% sono stranieri, soprattutto edili, operai dei porti, della logistica, della chimica, dei servizi, delle aziende agroalimentari, giovani ed anziani. Una lenta morte collettiva, silenziosa, incrementata dalla precarietà, dai mancati investimenti in sicurezza, dall’omissione di controlli. Spesso in nome del profitto ottenuto sulla pelle dei lavoratori. E’ evidente che le imprese grandi e piccole sono chiamate oggi ad un ruolo di grande responsabilità. Devono investire in nuovi macchinari più sicuri, rendere i luoghi di lavoro sempre meno vulnerabili agli incidenti ed alle malattie professionali. Ed anche il sindacato deve fare di più: denunciare gli appalti al ribasso, l’eccesso di esternalizzazioni, pretendere il rispetto integrale di tutte le norme sulla sicurezza.

C’è anche un Testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, che risale a dieci anni fa. E’ ancora attuale o avrebbe bisogno di qualche ritocco per adeguarlo alle nuove tipologie che sono sorte e che stanno sorgendo quasi ogni giorno?
Le norme ci sono ma è chiaro che vanno adeguate alle nuove tipologie di lavoro. Penso per esempio a quei giovani lavoratori della “gig economy” che oggi  sono sottopagati e senza alcuna tutela. Stiamo mettendo a punto una serie di proposte tra le quali quella di costruire tutele mutualistiche ed integrative che aumentino le coperture previdenziali, infortunistiche e sociali per chi lavora alle dipendenze di una app. Il sistema va cambiato con norme legislative chiare, con le giuste garanzie della contrattazione tra azienda e sindacati, con più partecipazione e protagonismo dei lavoratori nelle scelte delle imprese. C’e’ bisogno di vincoli, garanzie, di discutere sui carichi eccessivi di lavoro e di straordinari, contrattare il lavoro festivo e domenicale, eliminare o ridurre al minimo i rischi per la salute. E’ anche un problema culturale, di rispetto per la dignità del lavoro che va difeso in questa società sempre più globalizzata ed individualista, come spesso ci ricorda Papa Francesco.

La Cisl sta per compiere 70 anni. Diventerà un dopolavoro per pensionati oppure sta procedendo a ringiovanire iscritti e dirigenti? Che spazio hanno già oggi i giovani nella Cisl?
Abbiamo cambiato molto la Cisl in questi ultimi tre anni, applicando concretamente il nostro principio della “leadership diffusa”, spostando nei  luoghi di lavoro e nel territorio il baricentro della nostra azione sindacale. I nostri iscritti sono oggi in maggioranza lavoratori attivi, con una presenza di tanti giovani delegati di base in tutte le categorie private e pubbliche. Ogni qualvolta si vota nei luoghi di lavoro per il rinnovo delle rsu, il sindacato confederale raccoglie circa l’80 per cento dei consensi, con una grande crescita della Cisl in tutti i settori. E’ chiaro che dobbiamo fare di più per intercettare i giovani e rappresentare i loro bisogni, con un vero patto intergenerazionale che veda giovani ed anziani concorrere al bene comune del paese. Ma e’ una caricatura dire che noi rappresentiamo solo pensionati, che tra l’altro sono una categoria importante e meritano tutto il nostro rispetto ed una maggiore considerazione della politica e della società italiana per quello che hanno dato e continuano a dare  al nostro paese.

C’è veramente la ripresa economica? La locomotiva Italia sta tornando a correre oppure si intravedono già ostacoli all’orizzonte?
Indubbiamente ci sono dei segnali di crescita dell’economia e dell’occupazione, frutto anche dei sacrifici che hanno fatto i lavoratori italiani in questi anni. Ma i punti perduti e da recuperare sia nella produzione industriale sia sul piano del lavoro sono ancora tanti. Per questo abbiamo bisogno di un governo autorevole anche sul piano internazionale che metta al centro seriamente i temi della crescita, del lavoro e della sua sicurezza. Non si governa con gli slogan o con le proposte velleitarie. Ci vogliono seri investimenti pubblici ed una politica fiscale in grado di  irrobustire la domanda interna per dare stabilità strutturale alla crescita. Ma serve anche un sostegno alla povertà con maggiori risorse al Reddito di inclusione, e sopratutto politiche attive del lavoro, potenziare i Centri per l’impiego con risorse adeguate, attivare strumenti per gestire le crisi aziendali. Occorre accelerare i percorsi che collegano strutturalmente scuola e lavoro. Investire nella formazione e nelle risorse umane è oggi la carta vincente anche alla luce delle continue trasformazioni tecnologiche e digitali che investono anche il  mondo del lavoro.

Ripresa o no, lo storico divario tra Nord e Sud si sta allargando. Come mai? E come invertire la rotta?
Il mezzogiorno rimane per noi una questione centrale. Purtroppo non c’è traccia di questo nel programma di Lega e Cinque Stelle. Un Sud recuperato allo sviluppo, infatti, rappresenta la più grande opportunità di riscatto nazionale. Coniugare politiche industriali a sostegno sociale, tutela del lavoro a crescita produttiva, investimenti a buona qualità della spesa, formazione ad innovazione, trasparenza a legalità: queste sono le accoppiate vincenti per tornare a parlare di crescita ed evitare che ogni anno circa 200mila giovani abbandonino il Sud per cercare fortuna altrove. Non possiamo più permettere questa emorragia culturale che si traduce anche in una perdita economica calcolata in circa 1 miliardo l’anno. Abbiamo oggi il dovere di investire sul protagonismo del meridione, dei suoi lavoratori e imprenditori, dei suoi giovani, delle sue donne, sostenendo una ripresa produttiva che lo trasformi in motore trainante del Paese.

Quali sono le proposte della Cisl per combattere la disoccupazione giovanile, soprattutto quella femminile?
Anche qui bisogna uscire dagli slogan demagogici e costruire azioni concrete a favore del lavoro stabile dei giovani che può arrivare solo se si favoriscono gli investimenti. Gli sgravi e la decontribuzione strutturale possono sicuramente favorire le assunzioni ma occorre anche il potenziamento dell’apprendistato duale e far partire una vera alternanza scuola-lavoro che in altri paesi europei funziona benissimo. Ecco perché speriamo che il nuovo Governo metta davvero tra i punti programmatici il rilancio delle politiche attive del lavoro, studiare insieme alle parti sociali sgravi fiscali specifici per chi assume donne lavoratrici, porre le basi per una migliore conciliazione tra cura della famiglia ed occupazione. Non è vero che il lavoro delle donne va a scapito della famiglia. E’ vero semmai il contrario: il lavoro è lo strumento per sostenere concretamente la formazione di giovani nuclei familiari. Sarebbe davvero un segnale importante se tutte le donne elette nel nostro Parlamento si battessero unite, senza distinzione ideologiche o di partito, insieme al sindacato ed alle Associazioni del Forum della Famiglie, per un vero “patto per la natalità” nel nostro paese.

Sempre a proposito di donne, c’è la questione dei salari più bassi rispetto agli uomini. Come riequilibrarli?
Bisogna fare ancora tanto sul piano delle pari opportunità. Le politiche di conciliazione e di pari opportunità, così come pensate ed attuate oggi, non sono in grado di garantire un reale sostegno alle donne ed al tempo stesso all’economia del paese. La parità di retribuzione tra uomo e donna sarebbe il più grande stimolo alla ripresa e solleverebbe milioni di donne dalla povertà. Eliminerebbe di fatto un’altra disparità, direttamente collegata alla prima: il gap pensionistico che vede nel nostro Paese le donne percepire un assegno di pensione inferiore di circa il 30% rispetto a quello degli uomini. Le donne sono quelle che hanno un lavoro più discontinuo, più precario e fanno più fatica a fare carriera. Se anche chi si assenta per maternità o effettua orari a part time per la cura dei figli non venisse considerato come spesso accade una lavoratrice residuale ma una risorsa su cui continuare ad investire, si attenuerebbero i differenziali ingiustificati dei salari. Il 12% della forza lavoro in Italia è costretta ad un lavoro part time in modo involontario. E si tratta per lo più di donne per le quali servirebbero nuove politiche di rafforzamento occupazionale o di integrazione salariale se costrette a orari settimanali troppo bassi vicini alla quasi disoccupazione.

Cosa si può fare per affrontare questo problema?
Dobbiamo garantire alle donne che lavorano reali politiche attive di valorizzazione e di promozione. Più sviluppo professionale anche a chi come le donne deve in molti momenti della vita conciliare il lavoro con la cura delle persone. La Cisl con i contratti sta puntando molto sul welfare aziendale negoziando cose concrete: assistenza sanitaria integrativa, bonus economici per ogni bambino nato, nidi aziendali, una maggior flessibilità dell’orario di lavoro, più telelavoro, più formazione. Ma anche lo Stato dovrebbe fare di più con interventi fiscali mirati per ridurre il divario salariale tra uomini e donne, come fanno altri paesi europei. Su questo siamo molto, molto in ritardo.

Antonio Salvatore Sassu

Il Governo ancora non c’è ma l’Ue già si preoccupa

commissione ue

L’allarme lo ha lanciato la Confcommercio, secondo la quale i dati statistici congiunturali continuano a mostrare segnali contradditori che inducono a valutare con prudenza le prospettive a breve dell’economia italiana. La valutazione di Confcommercio stima, per il mese di maggio, una variazione congiunturale nulla del pil mensile e una variazione tendenziale dell’1% (1,1% ad aprile), confermando un ulteriore rallentamento rispetto al primo trimestre.

Ad aprile 2018 l’indicatore dei Consumi Confcommercio (ICC) ha registrato un calo dello 0,1% rispetto a marzo ed un aumento dello 0,4% nei confronti dello stesso mese del 2017, in linea con un quadro congiunturale non particolarmente dinamico.

Il dato dell’ultimo mese è sintesi di un’evoluzione positiva della domanda relativa ai servizi (+1,8%) e di una flessione dello 0,2% della spesa per i beni.
In linea con quanto già emerso negli ultimi mesi, l’incremento più significativo ha riguardato la domanda per gli alberghi, i pasti e le consumazioni fuori casa (+2,7%).

Un altro campanello d’allarme lo ha comunicato Bankitalia nel fascicolo “Finanza pubblica, fabbisogno e debito”. A marzo il debito delle Amministrazioni pubbliche è aumentato di 15,9 miliardi rispetto al mese precedente, risultando pari a 2.302,3 miliardi. L’incremento è dovuto al fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (20,1 miliardi), in parte compensato dalla diminuzione delle disponibilità liquide del Tesoro (3,5 miliardi, a 44,8; erano 54,6 miliardi a marzo 2017). Il record precedente era a luglio scorso a quota 2.300.

L’Istituto di via Nazionale ha spiegato: “Il risultato è dovuto anche all’effetto complessivo degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio (0,8 miliardi)”. Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, il debito delle Amministrazioni centrali è aumentato di 16,0 miliardi e quello delle Amministrazioni locali è diminuito di 0,1 miliardi. Il debito degli Enti di previdenza è rimasto pressoché invariato.

Il Fondo Monetario Internazionale, oggi, come aveva già fatto nei rapporti diffusi ad aprile in occasione dei suoi lavori primaverili, nel documento intitolato ‘Regional Economic Outlook’, dedicato all’Europa, ha spiegato: “In Irlanda, Italia e Spagna la riduzione dei Npl (non performing loan, ndr) e la recente ripresa delle vendite di Npl è incoraggiante. Tuttavia, per una notevole parte del sistema bancario, il ROE resta con insistenza sotto il costo del capitale proprio”.

L’Istituto di Washington ha spiegato: “La ripresa economica potrebbe non essere sufficiente per soddisfare le aspettative degli investitori o per risolvere le sfide strutturali con cui le banche meno redditizie devono fare i conti; un consolidamento ulteriore e una ristrutturazione saranno necessari”.

Nel suo documento, il Fondo Monetario Internazionale ha sostenuto: “In Italia la produttività del lavoro è cresciuta cumulativamente solo dell’1% dal 2002. Molti Paesi stanno vivendo un’attività economica positiva e tassi di disoccupazione inferiori alla media storica, fatta eccezione di Francia, Italia e Spagna”.

Ad aprile il Fondo aveva stimato per il nostro Paese un tasso di disoccupazione per quest’anno al 10,9% e nel 2019 al 10,6%, sopra la media nell’Eurozona prevista rispettivamente all’8,4% e all’8,1%. I dati sono i peggiori nell’Eurozona dopo quelli di Grecia (19,8% nel 2018 e 18% nel 2019) e Spagna (nell’ordine, 15,5% e 14,8%).

A rendere più complessa la realtà, si aggiunge la situazione politica attuale.

Mentre riprende il tavolo tra  Movimento Cinque Stelle e Lega  per la trattativa di governo, da Bruxelles arriva il monito su debito pubblico e immigrazione. A lanciare un altro all’allarme sui conti pubblici è il vice presidente della Commissione Ue  Valdis Dombrovskis che, rispondendo ad un ‘politico’ sulle sfide che attendono il nuovo governo italiano, ha affermato: “E’ estremamente chiaro che l’approccio deve essere quello di ridurre il debito”.

Poi, Dombrovskis ha spiegato: “Come Commissione non siamo coinvolti nelle discussioni politiche dei partiti relative alla formazione del governo. Tocca all’Italia decidere, il presidente Mattarella sta guidando il processo. Le consultazioni stanno andando avanti. Non posso anticipare le raccomandazioni per uno specifico paese ma ovviamente se si guarda alle precedenti raccomandazioni e alle sfide che l’Italia sta affrontando, ci si deve concentrare su questioni fiscali, riduzione del debito pubblico. L’Italia ha il secondo debito pubblico dopo la Grecia”.

Secondo Dombrovskis: “L’approccio della Commissione, che verrà esplicitato nelle raccomandazioni in arrivo più avanti nel corso del mese, è lo stesso del presidente Mattarella che durante il processo di formazione dell’esecutivo ha evidenziato la necessità di mantenere gli impegni europei. Il governo italiano uscente, guidato da Paolo Gentiloni, è stato molto attivo e ha offerto sostegno all’agenda europea. Non ci aspetteremmo cambi repentini”.

Sul fronte migranti, invece, è intervenuto il commissario europeo alla migrazione, Dimitris Avramopoulos, auspicando che il nuovo governo non cambi linea sulla politica migratoria. Dichiarazioni che non sono passate inosservate. Il segretario della Lega, Matteo Salvini, ha commentato: “Dall’Europa ennesima inaccettabile interferenza di non eletti. Noi abbiamo accolto e mantenuto anche troppo, ora è il momento della legalità, della sicurezza e dei respingimenti”.

Fiducia per l’Italia arriva, invece, dal vicepresidente della Commissione UE, Jyrki Katainen cha ha detto: “Ho tutte le ragioni per credere che l’Italia continuerà a rispettare i suoi impegni. Aspettiamo di lavorare con un Governo stabile, qualunque esso sia”.

Rispondendo a una domanda sui piani per i conti pubblici del possibile nuovo Governo Lega-5 stelle, Katainen ha anche detto: “Le regole del Patto di stabilità si applicano a tutti gli stati membri e non ho segnali che la Commissione concederà eccezioni a chiunque. Non è solo una cosa che sta a noi, alla fine le decisioni sul Patto le prende il Consiglio e non vedo segnali che in Paesi vogliano cambiare le regole o fare eccezioni per qualcuno”.

Sono questi i problemi politici ed economici più immediati che il nuovo Governo dovrà affrontare.

Salvatore Rondello

TEMPI LUNGHI

di maio mattarella

“Nessun partito e nessuno schieramento dispone da solo dei voti necessari per formare un governo e sostenerlo ed è indispensabile quindi, secondo le regole della nostra democrazia, che vi siano intese tra più parti per formare una coalizione che possa avere una maggioranza in Parlamento. Nelle consultazioni in questi due giorni questa condizione non è emersa”. Lo ha il presidente della Repubblica Sergio Mattarella al termine delle consultazioni al Quirinale. Una seconda giornata che si è conclusa secondo le attese.

Nel secondo giorno al Quirinale, dopo Pd e Forza Italia, è arrivata la delegazione della Lega con il segretario Matteo Salvini, Gian Marco Centinaio e Giancarlo Giorgetti, capigruppo al Senato e alla Camera. “Lavoriamo per un governo che lavori almeno 5 anni. Partendo da chi ha vinto le elezioni e numeri alla mano coinvolgendo il Cinque stelle”, ha detto Matteo Salvini al termine del colloquio con Mattarella. Salvini ha anche detto di non temere, se necessario, un ritorno al voto. Una minaccia per alcuni e un invito per altri. Insomma Salvini fa il primo passo verso i 5 Stelle anche se per ora ufficialmente non rinuncia all’unità del centrodestra di cui le elezioni gli hanno consegnato la leadership. “Non ci vuole uno scienziato – ha detto – per capire che altre soluzioni sarebbero improvvisate. Avrò dei contatti con tutti nei prossimi giorni, anche formali per trovare una soluzione”. In primo luogo con Di Maio. “Se non si trova una quadra non resterebbe che tornare alle urne, una prospettiva che non auspichiamo ma che non temiamo”. La matassa sembra complicata da sbrogliare per il capo dello Stato e si parla già di un possibile secondo giro di consultazioni che potrebbe iniziare mercoledì prossimo, ma la novità è che Lega e 5 Stelle hanno iniziato a parlarsi.

Anche i 5 Stelle sono rimasti sostanzialmente sulle posizioni già espresse. E non poteva, per il momento, essere diversamente. Rimante quindi la candidatura di Di Maio. “Abbiamo detto al presidente Mattarella – ha detto il leader pentastellato al termine delle consultazioni al Colle – che sentiamo tutta la responsabilità di esser la prima forza politica di lavorare il prima possibile per assicurare una maggioranza ad un governo del cambiamento”.

E sulle apertura al Pd Di Maio ha precisato: “Le mie aperture sono sincere, ma voglio anche precisare che rispetto a quello che ho letto in questi giorni io non ho mai voluto spaccare il Pd, mi rivolgo al Pd nella sua interezza perché al di là delle differenze di vedute non ci permetteremo mai di interferire nelle loro dinamiche interne”. Per Di Maio “un contratto di governo si può sottoscrivere o con la Lega o con il Pd. Questi sono i due interlocutori, è chiaro che sono due soluzioni alternative”, ha ribadito Di Maio dopo le consultazioni al Quirinale. “Dopo gli incontri capiremo con chi si potrà sottoscrivere il contratto di governo”. Ma viste le indisponibilità del Pd, al momento l’unica strada aperta rimane quella con la Lega.

I Dem hanno ribadito la loro posizione con il segretario reggente Maurizio Martina: ‘Chi ha vinto le elezioni’, è stato l’invito “si prenda la responsabilità del governo”, per quanto riguarda il Pd: “Non ci sono ipotesi di governo”. “Le forze che hanno vinto le elezioni – ha aggiunto Martina – ci dicano se sono in grado di avanzare ipotesi di governo praticabili. Il tempo della campagna elettorale è finito, queste forze farebbero bene a tornare con i piedi per terra”.

Forza Italia ha invece sottolineato la necessità e l'”urgenza” di un governo che parta dal centrodestra, la coalizione che ha ottenuto più voti. Silvio Berlusconi che guidato la delegazione di Forza Italia, ha evidenziato la necessità di figure di “alto profilo” e detto no a governi fatti “di pauperismi, giustizialismi e populismi”. Senza citarli direttamente Berlusconi ha di fatto chiuso ogni ipotesi di dialogo con il Movimento 5 Stelle. “In Europa – ha sottolineato Berlusconi strizzando l’occhio agli alleati più euroscettici – è necessario tutelare gli interessi italiani meglio di quanto è stato fatto fino ad ora. Ma non ci verrebbero perdonati populismi, dilettantismi e improvvisazione”.

I tempi per la formazione del governo, considerata la posizione rigida dei partiti e i veti incrociati che ogni giorno vengono rilanciati , in ogni caso si allungano. Nessuna forza politica può contare su una maggioranza autonoma in Parlamento e la nascita di un nuovo esecutivo è necessariamente subordinata ad un’intesa tra due o più gruppi parlamentari. E il braccio di ferro tra i leader si gioca proprio su quale possa essere la composizione della coalizione. Nessuna posizione di chi si candida a governare per il momento sembra compatibile con le altre. Ma quello che risalta è che finita la campagna elettorale Matteo Salvini e Silvio Berlusconi enunciano soluzioni divergenti sull’atteggiamento da tenere nei negoziati per la formazione del governo.

UNA POLTRONA PER DUE

montecitorio presidenzaLo slogan del disinteresse verso le poltrone è stato sparpagliato ai quattro venti per tutta la campagna elettorale. Ora è un punto diventato dirimente E sul quale potrebbe nascere il primo contatto per un governo griglio-verde, che fondi cioè le proprie fortune, sulla saldatura tra Lega e Cinque Stelle. Si tratti di voglia di potere o meno, la guida delle Camere diventa uno punto di snodo per sbrogliare la complicata matassa post elettorale. La demagogia però resta tutta: se sono i 5 Stelle o Lega a chiederne la guida, ovviamente con tutti i diritti, è lecito. Ma quando lo hanno fatto altri era sete di potere.

Alla prima seduta delle nuove Camere mancano tre giorni. Solo in quel momento si avrà il l’avvio ufficiale alla XVIII legislatura. Secondo i due regolamenti, a presiedere la prima riunione dell’Aula di Montecitorio sarà Roberto Giachetti del Pd, mentre l’Assemblea di palazzo Madama sarà diretta dal senatore a vita e presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. Venerdì 23 marzo, quindi, inizierà la legislatura con il primo passaggio fondamentale per la nascita del nuovo governo: l’elezione dei successori di Pietro Grasso e Laura Boldrini. Solo dopo, infatti, il presidente della Repubblica potrà avviare le consultazioni. E mentre proseguono le trattative tra i partiti per tentare una possibile convergenza, continuano a rincorrersi i nomi dei ‘papabili’ candidati: per la Camera restano in pole Riccardo Fraccaro, Roberto Fico e Emilio Carelli, tutti M5s. È stato proprio il leader pentastellato, Luigi Di Maio, a rivendicare il ruolo per il Movimento. Tra i nomi in circolazione anche quello dello stesso Di Maio, che nella scorsa legislatura è stato vice presidente di Montecitorio, ma fonti pentastellate escludono al momento tale possibilità. Anche la Lega punta allo scranno più alto della Camera, e il nome è quello di Giancarlo Giorgetti, uno dei fedelissimi di Matteo Salvini e che, stando alle indiscrezioni, potrebbe contare anche sui voti del Pd o quantomeno a una non ‘belligeranza’ da parte dei dem.

Per il Senato, invece, circolano i nomi del capogruppo di FI Paolo Romani, sul quale tuttavia ‘pesa’ il veto dei 5 stelle (“no condannati o imputati”, ha ribadito anche oggi Di Maio). La Lega punterebbe su Roberto Calderoli o Giulia Bongiorno, nome che però farebbe storcere il naso agli azzurri. Per i 5 stelle si fanno i nomi di Danilo Toninelli e l’ex Questore di palazzo Madama Laura Bottici. In assenza di un precedente accordo tra le forze politiche, visti i numeri e soprattutto l’assenza di una maggioranza certa, anzi impossibile, che basti una sola votazione per eleggere i nuovi presidenti. L’ipotesi, alla luce anche dei diversi regolamenti, è che il successore di Grasso potrà vedere la luce già nella giornata di sabato, mentre non è possibile fare previsioni sui tempi necessari per l’elezione del successore di Boldrini e potrebbero anche volerci votazioni ad oltranza prima di avere un risultato.

Comunque le trattative vanno avanti con Di Maio che cerca di tenere distinte le questioni governo-camere: “L’elezione dei presidenti delle Camere non è una partita per il governo ma è una partita per l’abolizione dei vitalizi” ha affermato ritirando fuori uno dei temi di campagna elettorale il cui nesso è poco chiaro. “In questa settimana probabilmente – ha aggiunto – eleggeremo uno dei presidenti delle Camere e saremo decisivi per l’elezione di entrambi. Abbiamo chiesto la presidenza della Camera perché qui ci sono più vitalizi da tagliare, più regolamenti da modificare”.

Per il momento non c’è stato ancora alcun confronto sui nomi dei candidati per le presidenze delle Camere. E probabilmente, i nomi che proporrà M5s saranno messi sul tavolo solo domani sera o più probabilmente giovedì. Così ribadiscono i vertici M5s alla vigilia del nuovo giro di contatti dei capigruppo in pectore 5 stelle, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, con gli altri partiti sulle presidenze delle Camere. Il M5s smentisce i rumors di queste ore che danno già per acquisito il nome per la presidenza in particolare di Montecitorio sulla quale continuano a puntare i pentastellati.

Intanto Matteo Salvini e Silvio Berlusconi si sono incontrati stamane ad Arcore per cercare una soluzione comune sui nomi da presentare per la presidenza delle Camere e per presentarsi così con una strategia definita al vertice in programma domani a Roma, cui prenderà parte anche la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Tra le possibilità per uscire dall’impasse con il Movimento 5 stelle, che rivendica lo scranno più altro di Montecitorio, vi sarebbe l’idea di avanzare una proposta comune del centrodestra per la guida di palazzo Madama. I due leader di Forza Italia e Lega avrebbero affrontato anche il nodo del candidato del centrodestra alla presidenza della Regione Friuli.

In mattinata si sono incontrate anche le delegazione di Forza Italia con i 5 Stelle e in precedenza i capigruppo pentastellati Giulia Grillo e Danilo Toninelli hanno incontrato il segretario reggente del Pd, Maurizio Martina, e il coordinatore Lorenzo Guerini che si sono detti in attesa di conoscere le proposte che siano di “garanzia”.

FRONTE RESPONSABILE

insieme

“Domenica gli italiani sono chiamati a scegliere tra due sistemi di valori: un fronte antieuropeista, di un nazionalismo acceso e preoccupante, ostile alla promozione dei diritti civili, e un fronte repubblicano, europeo e responsabile. In Europa la destra conservatrice o Popolare mai si è sognata di allearsi con i populisti dell’Internazionale nera. In Francia la destra ha perso tutte le regioni pur di non fare coalizione con il partito della LePen. In Germania la Merkel non ha concesso nemmeno un incontro alla destra radicale e xenofoba. In Italia il contrario. Puntano a governare con il sostegno di Forza Italia. Se quel fronte vince, diventeremo la Cenerentola d’Europa”. Così il il segretario del Psi Riccardo Nencini, promotore della Lista Insieme che sta girando l’Italia negli ultimi giorni di campagna elettorale. Venerdì Nencini chiude la campagna elettorale. L’appuntamento è  ad Arezzo alla Borsa Merci di piazza Risorgimento alle ore 18.

In questi ultimi giorni di campagna elettorale stai girando per il Paese. Quale la tua impressione?
Finalmente ho rivisto una bella mobilitazione e soprattutto ho incontrato volti nuovi.

Però i toni sono accesi. E le promesse la fanno da padrone mentre i temi reali sembrano un po’ dimenticati. Che ne pensi?
Ho visto una grande superficialità. Programmi che sono fondati sulle sabbie mobili. Ma soprattutto ho visto la manifestazione di una grande intolleranza. Il che mi conferma che domenica vedo non solo tre blocchi che si confrontano, ma due fronti con sistemi di valori diversi.

Mentre al Paese cose servirebbe?
Serve responsabilità e un grande senso del dovere.

Facciamo un confronto tra l’Italia di oggi e quella di cinque anni fa…
La barzelletta più gettonata che gira, è che il centro destra non abbia mani avuto responsabilità di governo in Italia. Invece per otto anni su dieci la ha governata. Ma soprattutto la ha governata nel periodo della crisi più nera e ha lasciato l’Italia in mutande.

Sappiamo come è arrivato il governo Monti.
Non c’è dubbio. La legge Fornero è figlia di una mala gestio. La causa è nel non avere affrontato per tempo un problema che stava manifestandosi con grande forza.

Tutti gli osservatori concordano sul costo esorbitante e insostenibile dei programmi elettorali della destra e dei grillini. Si può dire che la propaganda non conosce confini?
Certo. Il programma dei 5 Stelle costa oltre cento miliardi di euro e non vi è nessuna copertura prevista. Aggiungo che la Banca europea nei prossimi mesi rallenterà l’acquisto dei titoli di Stato. Il che ci obbliga a una sana gestione del bilancio dello Stato. Quindi noi dobbiamo chiedere maggiore flessibilità all’Europa da una parte. E  dall’altra investire di più per abbattere le troppe disuguaglianze che ancora ci sono. Ma bisogna farlo con delle misure realistiche. Il reddito di cittadinanza per tutti, non solo non ha i fondi, ma è iniquo. Perché a chi ha un reddito elevato non può essere riconosciuto il reddito di cittadinanza per il figlio.

Se dalle urne arrivasse una affermazione delle forze antisistema che rischio correrebbe il Paese?
Di avere una maggioranza antisistema con Lega, 5 Stelle e la Meloni. E se ci sarà una maggioranza parlamentare di questo non si può escludere che ci sarà un governo di questo tipo.

Con quali conseguenze?
Significherebbe portare l’Italia nel caos. Allontanare l’Italia dal cuore dell’Europa. Significherebbe rischiare invasioni di campo da parte dei cavalieri erranti della finanza.

Anche in Germania e in altri paesi d’Europa esistono forze di questo tipo. Ma da noi hanno una influenza più marcata. Si può dire che la nostra democrazia è più debole?
Ci sono due differenze. La prima è che da noi la crisi è stata più dura, è durata più a lungo e quindi ha inciso di più sul portafoglio delle famiglie. Ma soprattutto ha inciso di più sullo status sociale del ceto medio. E questo ha prodotto paura e incertezza per il futuro. La seconda differenza è che, penso alla Germania o alla Francia, la destra conservatrice o popolare, rifugge da ogni accordo da partiti estremisti che appartengono all’Internazionale nera. In Francia la destra ha perso tutte le regioni consapevolmente per non aver voluto fare l’accordo con la Le Pen. In Germania la Merkel non ha concesso nemmeno un tavolo alla destra radicale. In Italia la differenza è che Salvini non solo sta al tavolo, ma condiziona la politica della destra italiana.

E da noi, come in Germania, è possibile uno scenario grande coalizione ad libitum?Vedo due cose. La prima è la certezza che nessuno dei tre poli domenica si guadagnerà la maggioranza assoluta. L’altra certezza è che noi non faremo alleanze né con la Lega né con Grillo. Resta sul tavolo la prosecuzione dell’attuale governo. Con una sorta di governo di scopo. Oppure una grosse koalition di destra che frantuma il centro destra italiano fondando la sua maggioranza parlamentare su un governo populista. Più o meno quello che è successo in Austria.

Non è questa ultima una bella prospettiva…
L’alternativa a tutto questo è, e non va escluso, una sorta di governo repubblicano europeista. Una sorta di fronte di salvezza nazionale.

Gentiloni nelle ultime settimane ha avuto diversi sostegni di peso. Da Prodi, Veltroni, Napolitano. In ultimo quello di Letta. Cosa significano?
Sono il segno che la responsabilità comincia a trovare la sua strada.

Un auspicio per un Gentiloni bis…
È una delle ipotesi. E non parlo di un governo di centro sinistra. Ma di un governo di scopo finalizzato a prendere delle decisioni su nodi che vanno sciolti rapidamente.

Grasso qualche giorno fa ha fatto un’apertura ai Cinque Stelle. Ora parla di accordo con Pd e Forza Italia…
È l’apoteosi della contraddizione.

E Leu?
L’Italia ha una tradizione di una sinistra massimalista un tempo molto radicata, quando vi era il Pci. Oggi è meno radicata ma è una sinistra che può fare del male perché i poli che si confrontano non sono tre, ma sono tre e mezzo. E il centrosinistra corre con una gamba legata.

Daniele Unfer

Legge elettorale. Renzi, noi disponibili a ragionare

Palazzo-MontecitorioUna nuova legge elettorale serve. E questo è il punto da cui non si può prescindere. Il tentativo di arrivare a un accordo largo è fallito. I Cinque Stelle hanno dimostrato ancora una volta la loro inaffidabilità e incapacità di ragionare oltre il proprio steccato. Si ripone nel cassetto la smania di elezioni subito con la consapevolezza che ora non si può più fallire. “Noi siamo al lavoro per dare agli italiani solidità e tranquillità. Gli altri adesso riflettano su quello che hanno combinato. Noi non faremo falli di reazione. C’è una legge elettorale, se qualcuno la vuol cambiare, ci troverà disponibili a ragionare. Troverà il nostro amato e pazientissimo capogruppo in Commissione Lele Fiano, totalmente a disposizione per ragionare di tutto”. Comunque, ”a inseguire le scie chimiche forse si prende qualche like, ma non si governa il Paese. Gli italiani sapranno distinguere coloro che vengono meno agli accordi con i propri elettori e gli altri partiti” commenta il segretario del Pd Matteo Renzi che aggiunge: “Se ci sono le condizioni per fare tutti insieme una bella legge elettorale, con Forza Italia e 5stelle, se le persone tornano a buon senso e ragionevolezza, lo vedremo nei prossimi giorni. Non sono particolarmente ottimista”. “Una legge elettorale c’è già, se qualcuno la vuol cambiare ci troverà a disposizione”.

Il senatore del PD Sergio Lo Giudice tenta di mettere alcuni elementi per la legge elettorale: “Puntare su un mix di maggioritario e proporzionale, rimarcando però il profilo maggioritario della legge, approvare le leggi in dirittura d’arrivo per mettere a fuoco il profilo del PD, ricostruire il centrosinistra”. E aggiunge: “Ricostruire un centrosinistra ampio per ricucire un rapporto con il popolo del centrosinistra che ha subito troppe lacerazioni, a partire dal progetto di campo progressista di Giuliano Pisapia ma senza veti preventivi verso nessuno. Le nostre proposte per una nuova legge elettorale – conclude – non potranno ignorare questo approdo, necessario per sfuggire all’ingovernabilità o alle larghe intese, offrire agli italiani una speranza di cambiamento e ricostruire così la fiducia nella forza della politica di essere motore di cambiamento e di giustizia”. Restano però ancora un mistero le intenzioni di Giuliano Pisapia “La cosa mi colpisce – dice il leader di Campo Progressista a Rainews24 riferendosi a Renzi – io sono per massimo dell’unità ma non si può fare un’apertura dopo mesi e mesi in cui abbiamo cercato un’alleanza di centrosinistra in discontinuità e soprattutto dopo una sconfitta come quella di ieri che presupponeva coalizioni diverse. Bisogna ragionarci, ma partendo dalla considerazione che un’alleanza con il centro destra è un’alleanza perdente”.

Per i 5 Stelle ovviamente la colpa del fallimento della trattiva è tutta del Pd. “Quello che è successo ieri alla Camera è vergognoso – afferma Di Maio – e guai a chi osa incolpare il MoVimento 5 Stelle di quanto accaduto. Il Partito Democratico accusa noi di aver votato un emendamento che già sapevano avremmo votato. Il punto è un altro: loro alla Camera contano 282 deputati e per fermare la proposta che abbiamo votato sarebbero bastati 264 voti. Quindi il problema sono i franchi tiratori di un partito allo sbando”

Tramontata la sinistra ipotesi di una legge elettorale per decreto, resta la necessità di trovare una intesa. Il testo ripartirà dalla commissione. “Dobbiamo ripartire – afferma il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio – in commissione da quel che c’è. Quel che c’è sono le due sentenze della Corte Costituzionale, che vanno armonizzate e portate ad essere un sistema elettorale coerente. Credo che il Parlamento ce la possa fare, se soltanto evitiamo di dire che se non si vota a settembre è la fine del mondo. Lavoriamo e basta”.

A parlare di clamoroso fallimento, di “frana inimmaginabile” del patto tra Pd, M5s, Forza Italia e Lega è il leader di Alternativa Popolare, Angelino Alfano, in una conferenza stampa nella sede del partito. Poi, osserva: “Alternativa popolare è contraria a un decreto sulla legge elettorale, perché votando a scadenza naturale, cioè tra nove mesi non c’è la necessità né l’urgenza di fare un decreto. Se in Cdm ci venisse proposto un decreto avremo una posizione contraria dal punto di vista politico e delle regole costituzionali”. E ancora: “Non si parli più di elezioni anticipate. Il caso è chiuso. Occupiamoci del bene del Paese”. L’incidente per Silvio Berlusconi non può far saltare riforma. “Spero – afferma – prevalga il senso di responsabilità verso gli istituzioni e verso gli italiani: un incidente parlamentare, per quanto deplorevole, su un emendamento che peraltro Forza italia non condivide, non può giustificare il fallimento di una riforma che rappresentava un punto di equilibrio accettabile fra esigenze diverse”.

Anche dalla sinistra del Pd si chiede finalmente di chiudere la manfrina sulla elezioni anticipate. “Il Parlamento – afferma il senatore Vannino Chiti – può e deve fare una buona legge elettorale, a condizione che cessi l’ossessione per il voto anticipato: oltretutto sarebbe un’avventura che metterebbe in ginocchio il paese, colpendo i risparmi dei cittadini, le imprese, il mondo del lavoro, privando l’Italia di leggi importanti come quelle contro la criminalità, il nuovo diritto di cittadinanza, il testamento biologico”. “Una buona legge – aggiunge Chiti – deve permettere ai cittadini di conoscere e scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, meglio se attraverso i collegi uninominali; deve avere uno sbarramento significativo, per poi procedere alla ripartizione proporzionale dei seggi; deve obbligare prima delle elezioni a formare o meno le alleanze, introducendo correttivi maggioritari o un contenuto premio di governabilità”. “Un’intesa può essere ricostruita nella maggioranza che sostiene il governo, la cui tenuta resta essenziale in questi mesi, e con i gruppi parlamentari di opposizione disponibili, in primo luogo Forza Italia, il cui apporto a costruire regole comuni di vita democratica è indispensabile”, conclude Chiti.

L’M5 Stelle raccontato
dal primo grillino pentito

Grillo-espulsioni-Artini-PinnaL’Italia del movimentismo gridato è la nazione dei proclami della Lega, i riti delle ampolle, Pontida. La Penisola delle dirette dal tribunale di Milano, i giudici in copertina, il primo piano dell’ex potente con la bava alla bocca. Oggi è la patria della rabbia. Il Bel Paese di Beppe Grillo che guadagna a nuoto lo stretto di Messina

Il dato incontrovertibile è che il movimento di Beppe Grillo incarna l’inappagato, storico, irrisolto malcontento italico. Da nord a sud. Alla prova dei fatti però, si rivela inadeguato e antidemocratico. Non c’è spazio per chi dissente dal capo. I tanti Pizzarotti e Venturino sono subito bollati come traditori, pericolosi controrivoluzionari, rinnegati alla Kautsky.
Volutamente, il libro rivela un tono lieve e un registro surreale. Come la storia che narra. Il luogo del riscontro è la Sicilia, ancora una volta metafora dell’Italia. A parlare è un pentito. Non svela però strutture inedite e inviolate. Rivela invece una complessità inesistente. È un racconto in prima persona. Una lunga intervista che non può essere confinata tra le pagine di un giornale.

libro-venturinoIl mio interlocutore è un politico, un ex attore ed è siciliano. Ovvio quindi che nel suo racconto si possa annidare l’artificio politico, la finzione teatrale e l’opacità siciliana. Il sospetto iniziale, per il lettore, è che le dichiarazioni di Venturino siano frutto di revanchismo. Lo sfogo di chi è stato bollato di revisionismo. In realtà, l’intento è stato quello di indagare la realtà offline dei Cinque stelle. Fotografare, come bracconieri, il dietro le quinte della scenografia digitale del Movimento. Venturino consegna il ritratto di un’organizzazione vittima di una sorta di nevrosi paralizzante.

Questo libretto è un prontuario senza pretese. È dedicato in particolar modo ai giovani lettori. Quelli infervorati, pochi. Soprattutto ai disillusi, tanti. Forse, gioverà ricordare loro l’insegnamento di Pietro Nenni. Il vecchio socialista esortava a dedicarsi alla politica con adeguato distacco dai sentimenti ma, soprattutto, senza il pericoloso ricorso ai risentimenti. La conclusione è che il potere è sempre altrove. Come ammoniva, con lucida disperazione, Leonardo Sciascia.

Concetto Prestifilippo