Le leggi elettorali in Europa. Il sistema spagnolo

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Con questo primo articolo si inaugura una serie di approfondimenti in merito ai principali sistemi elettorali, connessi ai sistemi istituzionali, in vigore nelle democrazie europee.

Le leggi elettorali contribuiscono a determinare gli equilibri del sistema politico nel tempo. La stabilità e la coerenza dei formati elettorali sono elementi essenziali al fine di garantire un soddisfacente rendimento del regime democratico.

Per questo motivo, da decenni, il legislatore italiano s’interroga su quale sia la formula elettorale migliore e più adatta alla democrazia del nostro Paese.

Dopo le elezioni italiane del 4 marzo e l’avvio della nuova legislatura si porrà, nuovamente, il tema di una riforma della legge elettorale. Una discussione che perdura negli anni, a tratti infinita e caratterizzata da interventi normativi troppo legati alla contingenza del quadro politico e privi di un disegno coerente.

Tuttavia, come osservato da più parti, non è possibile modificare efficacemente il sistema elettorale senza considerare la forma di governo, a esso strettamente posta in relazione.

È questo l’errore principale commesso dal legislatore italiano, l’aver pensato che, mediante la sola modifica del formato elettorale, si potesse garantire stabilità al quadro politico e istituzionale.

Ma la verità è sempre più cocciuta. Non potrà esserci stabilità del sistema politico senza un’incisiva riforma delle istituzioni: razionalizzazione della forma di governo (con strumenti come la sfiducia costruttiva) e il superamento del bicameralismo perfetto.

Dopo queste considerazioni di carattere generale, per nulla scontate e sempre più attuali, mi occuperò, brevemente, dell’esperienza costituzionale e del sistema elettorale spagnolo.

Un sistema che per modalità di funzionamento e per il relativo rendimento politico-istituzionale, è stato oggetto di attenzione e di studio da parte degli stessi “ingegneri istituzionali” che, in Italia, hanno lavorato alle riforme delle leggi elettorali.

Il sistema elettorale iberico è costituzionalizzato. La Costituzione spagnola, all’articolo 68, stabilisce che l’elezione della Camera bassa debba realizzarsi attenendosi a criteri di rappresentanza proporzionale.

Come previsto, dalla Carta e dalla legge elettorale, la maggior parte delle circoscrizioni corrisponde al territorio della provincia; è prevista una soglia di sbarramento al 3% a livello circoscrizionale; le liste sono corte e bloccate, senza preferenze; in media, una circoscrizione elegge sei deputati, realizzando, con un numero così ridotto di seggi, il fenomeno della disproporzionalità che permette di definire il sistema elettorale spagnolo, come un proporzionale corretto.

A questo proposito, l’indice di disproporzionalità, elaborato da Gallagher, con riferimento alla Spagna, è passato da un valore di 10,6 nel 1977 e nel 1979, a un valore pari 4,9 registrato nel 2004, uno dei più alti d’Europa, preceduto soltanto da quello britannico e da quello francese, entrambi, com’è noto, sistemi maggioritari.

Infatti, le caratteristiche strutturali del sistema elettorale spagnolo favoriscono la formazione di partiti che ottengono percentuali superiori al 20 per cento dei consensi sull’intero territorio nazionale o a livello di comunità territoriali e, nello stesso modo, penalizza le percentuali minori.

In altre parole, ricevono un premio in seggi i partiti che hanno un voto diffuso su tutto il territorio statale, sono invece penalizzati i partiti che hanno un voto disperso in molte zone del paese e in nessun territorio un largo consenso. Di contro, chi ha un voto concentrato nelle regioni che rappresenta, ad esempio il Partido Nazionalista Vasco, il PNV, riesce ad avere una percentuale di seggi quasi uguale a quella dei voti.

La forma di governo, adottata nel Paese iberico, è un parlamentarismo razionalizzato: bicameralismo differenziato (prevalenza del Congresso dei deputati, composto da 350 membri, mentre il Senato, composto da 266 membri, con minori poteri, costituisce la Camera di rappresentanza delle autonomie territoriali) e un complesso di regole in grado di garantire la stabilità dell’esecutivo rafforzando, nello stesso tempo, i poteri della figura istituzionale del Presidente del Governo.

Il Capo di Governo per i poteri di cui dispone può essere accostato alla figura del Primo Ministro inglese.

La Spagna è, dunque, una democrazia maggioritaria.

A questo punto, occorre chiedersi perché il legislatore spagnolo abbia scelto un modello orientato alla democrazia maggioritaria.

Le ragioni si trovano nelle vicende storiche: dopo aver vissuto per circa quarant’anni sotto un regime autoritario di matrice fascista, guidato dal generale Franco, la Spagna, si affacciò soltanto nel biennio 1977-78 alla democrazia.

La principale preoccupazione che animò i padri costituenti, durante gli anni della Transizione, fu quella di restaurare una democrazia in grado di garantire la stabilità dei governi.

Si scelse il sistema elettorale proporzionale, invece della formula maggioritaria, perché spinti dal timore di una nuova deriva autoritaria.

Com’è stato ben sottolineato dalla dottrina spagnola, la transizione dalla dittatura alla democrazia, nel suo complesso, si presenta come un evento politico e istituzionale negoziato e tranquillo, tra gli eredi del franchismo e l’opposizione democratica del tempo, aiutati dalle notevoli capacità negoziali del Re.

In sette anni, dalla morte del caudillo Francisco Franco (1975), fino alla prima alternanza di governo con il PSOE (1982), si registrano in Spagna eventi politici e istituzionali che altrove hanno imposto condizioni più favorevoli e tempi più lunghi: pluralismo politico, il riconoscimento di libertà e diritti, l’avvio del processo di decentramento territoriale, l’approvazione di una Costituzione democratica, ispirata alla Costituzione di Bonn e, in ultimo, l’alternanza al governo fra centro-destra e centro-sinistra.

Con riferimento ai partiti politici, è possibile distinguere quattro periodi storici: il primo periodo, dalle elezioni del 1977, si caratterizza per l’instabilità, l’UCD, il partito di Suarez governa con la maggioranza relativa, mentre il PSOE è il principale partito di opposizione; nel 1982 si inaugura un periodo di egemonia del PSOE; nel 1993 con la piena alternanza, si entra nella terza fase, emerge il ruolo centrale delle forze politiche territoriali. I due partiti maggiori non raggiungono la maggioranza necessaria per governare, e sono costretti a chiedere l’appoggio dei partiti espressione delle Comunità Autonome.

Con l’irrompere della crisi economica post 2008 e l’emergere di nuove soggettività politiche di carattere nazionale, come Ciudadanos o Podemos, si sono registrati ulteriori problemi nella formazione di maggioranze coese.

Tuttavia, con le recenti difficoltà politiche, il Congresso dei deputati ha riacquistato centralità, così come le contrattazioni tra i partiti politici: si pensi alle trattative per l’approvazione della mozione di sfiducia costruttiva al governo Rajoy e la successiva formazione dell’esecutivo socialista guidato da Pedro Sanchez, sostenuto dall’appoggio esterno di Podemos e dei partiti nazionalisti e regionalisti.

In questo, si conferma, come lo stesso dato legislativo pare rilevare, la concezione kelseniana della democrazia parlamentare, intesa come l’essenziale ricerca di una sintesi e di un compromesso fra le diverse istanze rappresentate in Parlamento e nella società.

In conclusione, è difficile prevedere se il sistema dei partiti e le Istituzioni spagnole, possano definirsi come consolidati nei loro attuali equilibri. Rimangono aperte grandi questioni quali la fragilità del sistema bipartitico, la mancata soluzione delle istanze federali e delle relative problematiche di funzionalità del Senato. Un sistema che appare fragile ma aperto a cambiamenti progressivi.

Paolo D’Aleo

Sanchez, i progressisti europei nel Mediterraneo

Pedro Sanchez

“Un Governo socialista, paritario, europeista, garante della stabilità economica, che sia rispettoso dei propri doveri europei”. Questi in sintesi gli obiettivi di Pedro Sanchez che con una manovra parlamentare ha rovesciato l’incerta e fragile maggioranza di Mariano Rajoy e realizza 24 mesi quello che non gli riuscì all’inizio della legislatura.

Nel mezzo la Spagna ha vissuto una stagione turbolenta che ha consentito tuttavia ai popolari di Rajoy di portare il paese gradualmente fuori dal rischio di una grave crisi economica, di padroneggiare con veemenza la frattura territoriale catalana ma non ha saputo però tenere a freno né l’avanzata alla sua destra di una formazione nazionalista ed europeista come Ciudadanos né di affrontare gli scandali che hanno afflitto e colpito il cuore del Partito Popolare.

Pedro Sanchez dopo esser tornato in sella del PSOE dopo esserne stato disarcionato ha atteso il momento propizio per pugnalare Mariano Rajoy di tale gesto Egli stesso se ne è in fondo risentito avendo offerto l’onore delle armi all’avversario politico sconfitto con il quale ha dovuto condividere momenti di responsabilità comune, in occasione degli attentati a Barcellona ma soprattutto in occasione del Commissariamento della Catalogna tramite l’articolo 155 della Costituzione che i  Socialisti hanno sostenuto assieme a Rajoy.

Ma affinché la crisi del PP non trascinasse definitivamente anche i Socialisti che sostenevano il Governo con un voto tecnico di astensione Sanchez ha giocato la carta parlamentare della mozione di sfiducia. Mentre all’epoca Podemos rifiutò di sostenerla assieme ai Socialisti, oggi con un indebolito Pablo Iglesias vittima anch’egli di un’ondata moralizzatrice il sostegno non poteva che apparire naturale.

Si sono aggregate tutte le forze autonomiste della Spagna, i Baschi in testa una volta che hanno ottenuto assicurazione che i vantaggiosi accordi economici pattuiti fossero mantenuti in vita e così i Catalani.

Il cambio di Governo a Madrid obbliga il blocco indipendentista catalano al realismo che per anni è mancato. I Socialisti intendiamoci non hanno nessuna intenzione di fratturare la Spagna ma al tempo stesso hanno interesse a recuperare la convivenza civile in Catalogna , a temperare l’ondata nazionalista reazionaria in tutto il paese e ad avviare la politicizzazione dello scontro territoriale sottraendone la gestione alla sola autorità giudiziaria.

Quest’ultima non ha mancato di farsi sentire proprio nella giornata della decapitazione di Rajoy : infatti i giudici tedeschi hanno dichiarato la disponibilità a concedere l’estradizione del Presidente Catalano Puigdemont che dovrebbe essere restituito alla Spagna e consegnato alle prigioni madrilene.

Naturalmente questo complicherebbe un quadro che è già sufficientemente ingarbugliato, ma la volontà di Pedro Sanchez è quella di poter recuperare il tempo perduto dall’immobilismo politico del PP per generare nell’imminenza delle Elezioni Generali la fiducia che i problemi territoriali possano essere superati.

Sul piano politico generale l’affacciarsi sullo scenario europeo nuovamente di una forza socialdemocratica, ancorché assai indebolita in termini elettorali, promuove l’idea che sia possibile contenere le spinte populiste ed anti-sistema comprendendole in un disegno di responsabilità. Il PSOE non intende formare un Governo di coalizione ma confida nella prospettiva di evoluzione e cambiamento della formazione dei Podemos in senso riformistico.

La simmetria con il caso Italiano è impressionante : mentre a Roma si formava il Governo più anti-sistema e più anti-europeo del Continente a Madrid , proprio sulla scorta del contagio tricolore , si issavano nuovamente le bandiere del progresso e della giustizia sociale, delle libertà civili e democratiche, del pluralismo territoriale dell’europeismo inteso come grande patto fra la produzione ed il lavoro.

Se reggerà questo tentativo lo diranno i fatti, quello che è certo è che siamo di fronte ad un cambio di fase politica che va in controtendenza e che apre una strada ai progressisti europei nel Mediterraneo: Lisbona, Atene ed ora Madrid; E’ l’Europa che ha subito di più il morso della crisi e che però ha scelto di non dare una inutile ed isolante risposta sovranista ma ha rilanciato lo spirito dell’Europa dei Popoli. Bisognerebbe prenderne esempio.

Bobo Craxi

Rajoy replica a Puigdemont: “Non ha vinto lui”

rajoy 7In Catalogna la situazione peggiora dopo le nuove consultazioni elettorali, la vittoria (di Pirro) va alla giovane avvocatessa di Ciudadanos (partito unionista), Inés Arrimadas, ma la maggioranza assoluta va agli indipendentisti. Come nel resto d’Europa crollano ancora i socialisti di Miquel Iceta: 17 seggi, ben al di sotto delle aspettative. Ma il vero sconfitto più di tutti appare ancora lui, il Premier Mariano Rajoy, il suo partito, quello dei popolari affonda completamente: solo 3 seggi. Ma il Premier spagnolo non è deciso a cedere ancora una volta alle lusinghe dell’ex Presidente esiliato, Carles Puigdemont che ha allungato metaforicamente il braccio verso Rajoy, ma con una punta di trionfalismo che non è piaciuto al leader del Partito popolare. “Vorrei che la Spagna non prendesse più decisioni al posto nostro. È giunto il momento di fare politica vera, la formula di Rajoy ha fallito e ha dimostrato che i catalani sono coesi”, dice l’ex presidente catalano Puigdemont in conferenza stampa a Bruxelles, aggiungendo: “Sono disposto a incontrarlo ma non in Spagna”, per iniziare un nuovo percorso, ma “senza persecuzioni legali. La situazione è paradossale e ridicola”. Secca la replica di Rajoy: “Io dovrei incontrare Ines Arrimadas”, la capolista di Ciudadanos, “che ha vinto le elezioni”. Ciudadanos è arrivato primo ieri, ma i partiti indipendentisti hanno la maggioranza assoluta nel Parlament. Rajoy si è detto pronto ad avviare una “nuova tappa” di “dialogo” con il governo che sarà formato in Catalogna dopo le elezioni di ieri, sempre “nel rispetto della legge”. Le elezioni che di ieri “richiedono un nuovo inizio. Si è aperta una finestra di opportunità, sono fiducioso. Il governo spagnolo fornirà la sua volontà di dialogo costruttivo, aperto, realista, sempre nel contesto della legge, e offrirà una mano tesa al governo catalano per risolvere i problemi, per migliorare il benessere e la ricchezza dei catalani”, ha detto. E sulla situazione dei politici catalani in carcere ha ribadito: “La situazione giudiziaria dell’ex presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont e di tutti gli imputati nel caso dell’indipendenza catalana non dipende ‘assolutamente’ dai risultati delle elezioni regionali di ieri ma dalle decisioni dei giudici. Sono i politici che devono sottomettersi alla giustizia come qualsiasi altro cittadino e non la giustizia che deve sottomettersi a qualsiasi strategia politica”.
Nel frattempo infatti Madrid va avanti contro gli imputati politici catalani: il Tribunale Supremo spagnolo ha dichiarato indagati per presunta ribellione altri dirigenti catalani fra cui l’ex presidente Artur Mas e le dirigenti di Erc Marta Rovira, PdeCat Marta Pascal e Cup Anna Gabriel. Per lo stesso presunto reato sono già incriminati Carles Puigdemont, i membri del suo Govern e la presidente del Parlament Carme Forcadell. Rischiano 30 anni di carcere per avere portato avanti il progetto politico dell’indipendenza.
Rammarico e disappunto arriva invece dal leader di Ciudadanos, il partito che ha vinto a Barcellona, Alberto Rivera: “È duro sopportare un separatismo illegale, che pretendeva di strappare la Catalogna dalla Spagna, privando di libertà e diritti chi non la pensava come loro. Non siamo stati duri noi, ma molle il Pp che per 35 anni ha costruito il proprio potere a Madrid scendendo a patti con i nazionalisti e concedendo loro quel che volevano. Quando si passano tre decenni a cedere spazio a chi cerca di occuparlo tutto, finisci per trovarti fuori. Ed è quello che è successo. In Catalogna non c’è più Spagna”. E sulla situazione giudiziaria degli indipendentisti precisa: “Un cittadino che passa col rosso non viene perdonato, perché un politico che sbaglia sì?”.

Il treno della Catalogna è tornato al punto di partenza

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Ma, per farlo arrivare alla giusta destinazione occorrono nuovi macchinisti. E, tra questi, non ci potrà essere Rajoy e il Pp. L’attuale capo del governo suscita simpatia per la sua aria dimessa e il suo aspetto mite. E piace anche, e come, all’Europa per la sua determinazione nell’applicare le direttive di Bruxelles. E però il Pp ha il non trascurabile difetto di non avere mai ripudiato l’eredità franchista (su cui esprime un giudizio favorevole il 30% degli spagnoli); ad un punto tale che il suo portavoce in Parlamento ha recentemente dichiarato che “la responsabilità per la morte di centinaia di migliaia di persone durante la guerra civile ricade sui repubblicani”.

Ora, di questa eredità fa parte il centralismo; e con questa il ripudio totale dell’idea che l’unità della Spagna debba fondarsi sull’accordo tra le varie nazionalità. Idea che, invece, prima con Gonzales e poi con Zapatero, aveva portato ad un accordo di ferro tra Madrid e Barcellona; o, più specificamente, tra i socialisti, sapagnoli e catalani e gli autonomisti moderati catalani. Diciamo, l’applicazione del modello sudtirolese: “A voi i soldi e il potere di gestirli; a noi il vostro consenso indefettibile nelle Cortes”.

A rompere questa intesa Aznar e poi, in modo assai più sistematico, Rajoy. Da una parte limitando in sede costituzionale qualsiasi possibilità d’evoluzione del regime di autonomia verso forme più avanzate di tipo federale; dall’altra, beninteso in nome dei vincoli di Bruxelles, privando il governo di Barcellona dei fondi necessari per lo sviluppo delle infrastrutture e per i sevizi sociali.

Questo è uno dei fattori determinanti della crisi dell’autonomismo moderato. Crisi accelerata anche da fattori interni; primi tra tutti l’emergere di una estesa corruzione. E così, provocati dall’ostilità di Madrid e colpiti a sinistra dalla protesta sociale e indipendentista incarnata da una Esquerra republicana, erede diretta dei vinti del 1936 i vecchi “moderati” sono stati costretti ad inseguirla sul suo stesso terreno, sino a quel vero e proprio bluff della dichiarazione di indipendenza di ottobre.

E però la reazione violenta e “spropositata”di Madrid non è valsa a mutare il corso delle cose; anzi, a guardare al di là delle apparenze, si è risolta in una sconfitta per Madrid. Tutti gli organi di stampa hanno giustamente commentato la non vittoria degli indipendentisti, rimasti sulle posizioni del 2015 e, questa volta, profondamente divisi sul “che fare”. Pochi hanno invece fatto presente un dato assai più rilevante: il fatto che i “non indipendentisti” non solo sono minoranza in Parlamento ma rappresentano, tra di loro, posizioni del tutto diverse.

Una di queste appare sin d’ora fuori gioco. Perché Rajoy a suo tempo salutato dalla stampa come grande vincitore della sfida all’ok corrral, esce distrutto dalle urne. Non aveva niente da dire ai catalani e i catalani – leggi gli abitanti della Catalogna – non avevano perciò nessun motivo per votarlo. Quattro seggi su 135; quanto basta a squalificarlo politicamente ma anche, in futuro elettoralmente, come campione dell’unità del paese.

Ciudadanos, non a caso nato in Catalogna come reazione al “catalanismo, propone un agenda per i non catalani. Rilancio dell’economia, degli investimenti e della spesa pubblica per tutti in cambio della rinuncia dei catalani non solo all’indipendenza ma anche ai suoi presupposti: bandiera, imposizione della lingua, spese per la valorizzazione della catalanità. Tutto ciò che piace agli allogeni (che l’hanno non a caso premiato nelle urne come primo partito); nulla che possa essere accettato dagli altri.

Podemos, dal canto suo, propone “cose belle ma impossibili”: un accordo nazionale, qui ed ora, che, in cambio della rinuncia definitiva all’indipendenza, offra ai catalani, autoctoni e allogeni, tutto il resto.

In quanto ai socialisti, che hanno tenuto a distinguersi, nel corso della campagna elettorale, sia dagli indipendentisti che dalla coppia Pp/Ciudadanos, questi sono gli unici in grado di formulare proposte di mediazione in grado di essere ascoltate, senza preclusioni, dalle due parti. E, già che ci siamo, di promuovere un esecutivo di minoranza, basato sul coinvolgimento delle due parti (anche in virtù di passati rapporti); nella attuale condizione l’unico possibile e auspicabile.

Staremo a vedere. Con tutto l’ottimismo della volontà; anche perché di pessimismo dell’intelligenza c’è n’è in giro fin troppo…

Alberto Benzoni

ELS SEGADORS

parlament catalanoCome nell’inno catalano ‘Els Segadors’ i deputati del Parlament danno un ‘colpo di falce’ per difendere la loro terra. Barcellona infatti comunica il divorzio ‘non consensuale’ da Madrid: dopo lunghi tentennamenti oggi la Catalogna dichiara l’indipendenza. Il Parlamento della Catalogna ha approvato la risoluzione sull’indipendenza dalla Spagna, con 70 voti a favore, 10 contrari e due schede bianche. I deputati del Partito popolare, del Partito socialista catalano e di Ciutatans, la sezione catalana di Ciudadanos, hanno abbandonato l’aula del Parlament prima che venisse votata la mozione dei partiti indipendentisti. Subito dopo il sì, il Parlament catalano è esploso in un boato: i deputati in piedi hanno cantato l’inno nazionale dopo che la presidente Carme Forcadell ha annunciato l’adozione della dichiarazione d’indipendenza, seguito da grida di «Visca Repubblica» (Viva la Repubblica).
Decisa dunque l’entrata in vigore della “legge di transizione giuridica e di fondazione” della Repubblica: il Parlament ha aperto il “processo costituente” della Repubblica dopo che questa mattina i due partiti autonomi catalani, Junts pel Sì e CUP, avevano depositato una proposta di risoluzione che contiene, nella parte espositiva l’impegno ad “assumere il mandato del popolo espresso nel referendum” e “dichiarare la Catalogna come Stato indipendente in forma di Repubblica”.
Il documento del blocco indipendentista raccoglie sostanzialmente la dichiarazione di indipendenza che JxSì e la Cup avevano firmato il 10 ottobre, una dichiarazione mai entrata in vigore perché Puigdemont l’aveva sospesa. Nella proposta, i punti chiave parlano senza mezzi termini di promulgare “i decreti necessari per spedire alla cittadinanza catalana la documentazione di accredito della nazionalità catalana”; stabilire “il processo per l’acquisizione della nazionalità catalana”; stabilire “un trattato di doppia nazionalità con il governo della Spagna”, dettare le disposizioni necessarie per l’adattamento, la modifica e l’applicazione del diritto locale, autonomico e statale; promuovere davanti a tutti gli Stati e le istituzioni il riconoscimento della Repubblica catalana; definire i nuovi trattati internazionali.
Da Madrid non trapela preoccupazione, il commento a caldo del premier spagnolo, Mariano Rajoy infatti è stato: “Chiedo tranquillità a tutti gli spagnoli. Lo Stato di diritto ripristinerà la legalità in Catalogna”.
Nessuna sorpresa dal Governo spagnolo, già stamattina Rajoy aveva annunciato la destituzione del presidente catalano Carles Puigdemont, il vicepresidente Oriol Junqueras e tutti i membri del Governo con i poteri straordinari che gli saranno concessi oggi dalla camera alta. Nel frattempo subito dopo l’annuncio dell’indipendenza il Senato spagnolo ha approvato l’articolo 155 come annunciato da Rajoy. Il governo spagnolo, con questa votazione, viene autorizzato a togliere l’autonomia alla Catalogna, commissariando di fatto la regione. Si riunirà in sessione ordinaria alle 17, e straordinaria alle 18, per adottare le misure previste dall’attivazione del 155. Intervenendo in Senato Rajoy ha spiegato che il suo obiettivo è quello di convocare elezioni entro sei mesi e ha poi enumerato tutto ciò che la ‘sfida indipendentista’ ha messo a rischio e illustrato l’obiettivo del governo con l’attuazione del 155. “Potevamo aver messo in moto questa iniziativa quando molti ce lo chiedevano”, ha proseguito Rajoy. “Quando è stata approvata la legge del referendum, quando è stato firmato il decreto di convocazione, ma allora non lo abbiamo fatto perché pensavamo di essere ancora in tempo. Ma non era così”.
Il premier ha detto che è stato necessario questo provvedimento “non contro la Catalogna, ma perché non si abusi della Catalogna”. Infatti non sono state poche le proteste da parte della minoranza unionista prima del voto di questo pomeriggio: il portavoce in Parlament di Ciudadanos Carlos Carrizosa ha chiesto la parola per protestare contro gli slogan pro-indipendenza, urlati dagli oltre 200 sindaci indipendentisti che si trovano nell’auditorium. Carrizosa ha chiesto anche che i gruppi indipendentisti “si attengano alle norme di convivenza minima” e non trasformino il Parlament nella “sede” dei partiti indipendentisti. Il portavoce del Ppc, Alejandro Fernandez, ha denunciato il “settarismo” della maggioranza indipendentista e allo stesso modo protestato per le urla dei sindaci.
Pedro Sanchez ha ribadito oggi che la “Spagna non tollererà la secessione della Catalogna”. Il Psoe ha provato fino all’ultimo a impedire sia che la Catalogna dichiarasse l’indipendenza portando come controparte nuove elezioni, sia che il Governo approvasse il famigerato articolo 155.
Anche oggi poco prima del voto il partito socialista ha chiesto garanzie al PP per la salvaguardia dei media locali catalani in caso di applicazione dell’art. 155. La richiesta però è stata rifiutata, sempre oggi il Psoe infine si è ‘schierato’ e ha ritirato nel Senato spagnolo un emendamento con il quale proponeva di fermare l’applicazione dell’art. 155 se il presidente catalano Carles Puigdmeont avesse convocato elezioni anticipate. L’emendamento era già stato respinto in commissione dal Pp del premier Mariano Rajoy, che ha la maggioranza assoluta nel senato.
Nel frattempo arrivano le dichiarazioni ‘contrarie’ da Usa e Unione europea: “Per l’Unione europea non cambia nulla. La Spagna resta il nostro unico interlocutore”. Scrive su Twitter il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, in merito alla dichiarazione di indipendenza della Catalogna. Tusk ha anche detto di sperare “che il governo spagnolo favorisca la forza dell’argomentazione all’argomento della forza”. Mentre in una nota del Dipartimento di stato americano si esprime l’appoggio di Washington “alle misure costituzionali del governo spagnolo per mantenere la Spagna forte e unita”.

Steven Forti: in Catalogna gioco pericoloso

Catalogna

Steven Forti risiede da diversi anni a Barcellona, è ricercatore presso l’Instituto de Història Contemporânea dell’Universidade Nova a Lisbona, ed insegna Storia contemporanea all’Universitat Autònoma di Barcellona. Si è occupato del massimalismo socialista e di Nicola Bombacci, e, tra gli altri, ha firmato insieme a Giacomo Russo Spena, un volume su Ada Colau. Scrive per diverse testate e conduce un programma in una storica radio libera barceloneta. Lo abbiamo incontrato per valutare alcuni aspetti del profondo dissidio Madrid-Barcellona.

Steven Forti, il gioco delle parti tra governo centrale spagnolo e quello catalano di Carles Puigdemont sta evolvendo nelle ultime settimane verso sviluppi imprevedibili. Una china molto seria, con l’avvio della procedura di applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che sarà votata venerdì in Senato, e che potrebbe portare alla sospensione più o meno integrale dell’autonomia di Barcellona. Quali le prospettive nell’immediato?
Era ovvio che il Premier Rajoy pensasse ad un’unica strada obbligata, ed arrivare ad applicare l’articolo 155. E quindi, risolversi a portare la questione in Consiglio dei Ministri era qualcosa di risaputo e non sorprendente. Lo si era capito nelle ultime settimane. Inoltre, vi è stato anche uno scambio di lettere tra governo regionale e quello centrale sulla questione che è apparso un po’ ottocentesco, dove però si lasciava intendere verso quale direzione il Presidente del Governo potesse andare.
Dal momento che il capo dell’esecutivo, Puigdemont, in due occasioni ha risposto in modo non chiaro su quello che era realmente accaduto il 10 ottobre nel Parlamento catalano, si rendeva evidente che, a quel punto, il Partido Popular al potere non poteva fare altrimenti. E questo, a causa delle posizioni su cui i due governi sono ambedue arroccati da tempo, del tutto schiavi delle loro – chiamiamole così – strategie.

Una vicenda di specchi, giochi e contromosse dove ancora non si ha chiarezza sullo sbocco finale, in cui si inseriscono due discorsi di Felipe VI, forse inevitabilmente, ma nettamente sbilanciati sulla posizione del “centro”, di Madrid.
I discorsi del Re sono molto rilevanti. E credo sia interessante tenere presenti insieme due cose: innanzitutto il recentissimo discorso del 19 ottobre in occasione della consegna dei premi Principe de Asturias, in cui il sovrano ha ribadito che la Catalogna è e sarà sempre parte della Spagna. Ciò si ricollega a quanto Felipe VI aveva affermato nell’altro discorso del 3 ottobre. Questo naturalmente rafforza il governo dei Popolari, legandoli strettamente l’uno all’altro.
Peraltro, pur essendo un esecutivo di minoranza, Rajoy ha la maggioranza assoluta al Senato. In più ha l’appoggio al cento per cento di Ciudadanos ed anche il sicuro sostegno dei Socialisti di Pedro Sánchez, per quanto vi siano alcune divergenze al loro interno su come applicare l’articolo 155. Infatti, la federazione catalana e quella delle Baleari sono molto critiche della linea della dirigenza del Psoe e vorrebbero che non ci fosse il “sì” all’articolo 155. Comunque sia, Sánchez e i socialisti su questo hanno posizioni coincidenti con i Popolari, non intendendo mettere in discussione l’unità della Spagna. Altra cosa importante: l’articolo 155 non è applicabile fino al momento del voto dell’aula del Senato di venerdì. Ma il discorso del Re, soprattutto quello del 3 ottobre, è stato importante anche per un’altra cosa: ha chiuso la strada a qualunque possibilità di intervento o mediazione internazionale. Ed ha avuto successo in questo.

Il Premier ha assunto una posizione nettamente di chiusura, una linea “spagnolista” a tutto tondo, dopo una opaca gestione della vicenda fino alle rudezze ai seggi da parte della Guardia Civil, il giorno del voto referendario. Un punto di non ritorno da parte del governo centrale che avocherà a sé tutte le competenze o Rajoy poi graduerà le opzioni – nonostante la bozza presentata sia estremamente rigida, cosa che ha spiazzato i socialisti – con una linea più soft?
Il discorso di Rajoy dell’altro giorno è stato molto duro e le conseguenze saranno serie: sebbene non si sospenderà formalmente l’autonomia catalana, salteranno le competenze locali sulla polizia, sulla tv pubblica catalana, poi si sospenderebbe il Presidente e gli assessori catalani, con l’intervento, di fatto, di una serie di commissari governativi, fino alla convocazione di nuove elezioni nella regione nel giro di sei mesi.  Il testo appena uscito è molto più pesante di quanto ci si attendesse.
Adesso c’è un margine di tempo di alcuni giorni per discutere, sebbene la bozza di mozione si collochi su una linea severa.  In Senato non ci saranno problemi: il Partido Popular ha la maggioranza assoluta e la mozione passerà senza problemi, con il sostegno aperto di Ciudadanos e socialisti, pur con i loro settori dubbiosi.

Un gioco estremamente pericoloso, dove ognuno fa le sue mosse.
Sì, tutto appare come una partita di poker, quasi una roulette russa. Il conflitto tra Barcellona e il centro madrileno si è andato intensificando moltissimo negli ultimi cinque anni e ancor di più nelle ultime settimane. Avviare la procedura dell’articolo 155 la vedo come una strategia del governo di Rajoy per obbligare il governo Puigdemont a fare comunque una mossa.
Ossia, a Madrid si vorrebbe che l’esecutivo catalano convocasse immediatamente nuove elezioni, il che vorrebbe dire convocare e svolgere legali elezioni regionali in Catalogna. Questo sarebbe come ritornare implicitamente dentro la legalità spagnola, dal momento che per convocarle ci si deve basare sulla legge nazionale spagnola, e non sulla legge approvata il mese scorso dal Parlamento catalano sul Referendum e la cosiddetta Transitorietà giuridica.
Questa ipotesi sarebbe e potrebbe essere perlomeno la soluzione per uscire da una incredibile impasse, che veramente potrebbe condurre verso il peggio. Purtroppo che accada ciò appare molto difficile: ci sono tensioni molto forti nella eterogenea compagine indipendentista, che comprende il governo di minoranza della coalizione Junts pel Sí, formato dai Democratici catalani (aderenti ai Liberali europei dell’Alde, dopo la rottura della alleanza con i democristiani e il crack di Convergencia i Unió, NdR) e da Esquerra Republicana de Catalunya, e che è appoggiato dalla Cup (il cartello anticapitalista di sinistra radicale).

Quale valutazione, invece, sulla condotta del Presidente regionale di Barcellona? Il leader ed i catalanisti pro indipendenza sono ormai prigionieri della retorica?
Bisognerà capire cosa accadrà nei prossimi giorni. Il governo catalano pare non abbia alcuna volontà di orientarsi verso nuove elezioni. Qui giocano a questa tattica suicida di azione/reazione: ossia provocare una reazione dello Stato spagnolo per poi cercare di avere un appoggio maggiore e più esteso da parte della società catalana al loro progetto.
Così come abbiamo visto il 1° ottobre, quando è sceso in strada non solo lo zoccolo duro indipendentista, o anche nella manifestazione dell’altro giorno per la libertà dei due dirigenti indipendentisti incarcerati lunedì scorso, Jordi Cuixart e Jordi Sànchez. Infatti, appoggiano queste manifestazioni persone che sono del tutto contrarie al governo del PP e, comunque gente che vuole difendere l’autonomia catalana, ma che non è direttamente pro-indipedenza.
Dunque, ripeto, il governo catalano di fatto ha una strategia suicida, dove dietro non c’è un vero progetto. Si vede che non ha chiaro né cosa fare, né come farlo. Sono degli irresponsabili.
D’alta parte il governo conservatore di Madrid sta facendo degli errori di calcolo molto gravi. La mozione è pesante, e la cosa contribuirà a far peggiorare le cose.
Tornando alla strategia del governo catalano, ci potrebbe essere la volontà – e vedremo in che termini e se poi accadrà davvero nelle prossime ore e giorni – di dichiarare unilateralmente l’indipendenza. Adesso c’è un dibattito interno, anche se non traspare chiaramente nella compagine indipendentista sul se e come farlo: con una dichiarazione in Parlamento regionale prima dell’applicazione dell’articolo 155? Con una dichiarazione istituzionale? Con un voto parlamentare? Questo scenario provocherebbe evidentemente un’altra reazione da parte del governo di Madrid, che poi alimenterebbe questo circolo improduttivo, dove le cose peggiorano sempre più.

Ormai non c’è più spazio per un recupero meditato di alcuni elementi delle miniriforme del tempo precedente all’agitazione indipendentista, per un diverso assetto statale, insieme a semplici modifiche dello Statuto regionale, non è così? La crescente spinta separatista e il nazionalismo madrileno hanno vanificato le tappe precedenti?
Sulla possibilità di avvio di una riforma istituzionale e dello Statuto, non credo vi sarà spazio in questi pochi giorni per una ipotesi che richiede dinamiche e tempi più rallentati.
Posso sbagliarmi, perché tutto cambia molto rapidamente, ma ritengo che, adesso, centrale è capire se in tutto questo ‘gioco’ il governo catalano intende muovere lui il primo passo, e dichiarare l’indipendenza e, se sì come; oppure orientarsi a convocare elezioni regionali e di che tipo, magari definendole “costituenti” o “plebiscitarie”.
Oppure dichiarando esplicitamente: “No, noi ora convochiamo elezioni costituenti perché non vogliamo essere più dentro la Costituzione e lo Stato spagnolo, ma seguiamo le leggi che abbiamo varato a settembre, le leggi di Transitorietà giuridica e di indizione del Referendum di autodeterminazione”. E peraltro sempre accettando come dati per buoni i risultati di questa consultazione. A questo punto, si vedrà che cosa farà il governo centrale e quale sarà la gradualità che deciderà di adottare nell’applicazione pratica dell’articolo 155.

La sindaca di Barcellona, Ada Colau, che proviene dai movimenti popolari dal basso, ha una posizione equilibrata e ragionevole. Quali i punti rilevanti di Barcelona en Comú e quelli di Pablo Iglesias con Podemos, peraltro sempre stabili ad un terzo posto nei sondaggi nazionali?
La Colau spinge per un vero dialogo. La sua posizione è: no al 155, no alla dichiarazione unilaterale di indipendenza; sì al dialogo reale ed ad una riforma vera e profonda del sistema spagnolo; ancora, un sì ad un referendum legale e vincolante concordato con lo Stato centrale.
La sindaca è favorevole, poi, a nuove elezioni in Catalogna ma a certe condizioni. Ha chiesto a tutti la massima calma, di cercare di ragionare politicamente. Aggiungendo che, in ogni caso, non dovranno essere elezioni convocate dallo Stato dopo l’applicazione dell’articolo 155, né portate avanti in un clima di così grande tensione. Anche Podemos è, sostanzialmente, sulla stessa linea d’onda.

Inés Arrimadas, la leader di Ciudadanos, i giovani liberal-centristi di C’s, ha ancora oggi sostenuto una alleanza trasversale antindipendentista.
Sì, la Arrimadas, in realtà, da tempo ripete la necessità di una sorta di fronte unionista, che più propriamente definirei il gruppo dei partiti non indipendentisti: PP, Psoe e Ciudadanos. Per lei, è poi molto conveniente farlo, perché il suo partito è il più forte in Catalogna, avendo più voti, e, anche se dovranno discutere, è la candidata naturale a guidarlo. Peraltro, i sondaggi di oggi la confortano: in Catalogna, con la sua linea molto dura verso i separatisti, C’s perderebbe solo qualche seggio a favore dei socialisti, mentre a livello nazionale ne guadagnerebbe molti a spese dei Popolari.

Intanto, si va precisando il calendario e si corre in direzione di un terreno inesplorato. E tutto accadrà questa settimana…
Sì, sono oramai giorni chiave per la Catalogna e la Spagna: martedì si forma la Commissione senatoriale per l’esame della proposta governativa, giovedì questa sarà votata, tra mercoledì e giovedì si vocifera della possibile apparizione del leader Puigdemont in Commissione. Il quale medita addirittura di presentarsi a in aula a Madrid venerdì, durante il voto in Senato. Giovedì peraltro, ci sarà soprattutto la incognita totale: la sessione del Parlamento di Barcellona, in cui forse si proclamerà la dichiarazione unilaterale di indipendenza.
Le ultime notizie, infine, sono che il PP nelle scorse ore, pur riconfermando di voler sottoporre alla Commissione un testo molto duro per l’applicazione dell’articolo 155, ha però lasciato una porta aperta: i Popolari potrebbero addivenire ad un 155 “light” qualora non vi fosse la dichiarazione di indipendenza e, forse, nemmeno la sua applicazione pratica. Ma solo, però, se Puigdemont decidesse di indire le nuove elezioni catalane in un quadro legale.

Roberto Pagano

Psoe chiede elezioni anticipate in Catalogna

sanchezMancano ormai poche ore alla scadenza dell’Ultimatum di Madrid a Barcellona, ma la partita sembra ancora aperta. Il segretario del PSOE Pedro Sánchez ha dichiarato oggi a Bruxelles che se la Generalitat dovesse convocare elezioni anticipate in Catalogna si potrebbe impedire l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola. Sanchez ha poi precisato che Puigdemont ha “violato i diritti di una minoranza parlamentare” ha sospeso l’attività parlamentare e che la dichiarazione unilaterale di indipendenza non è la soluzione, “l’unica strada possibile” per Puigdemont è quella di “ristabilire la legge con le elezioni anticipate”.
“Quello che stiamo facendo in Spagna è difendere i valori democratici che definiscono il progetto europeo, che sono il rispetto della legge e anche il dialogo, ma sempre all’interno della legge”, ha detto Sanchez a una conferenza stampa al Parlamento europeo due ore prima di incontrarsi con il presidente Antonio Tajani.
Entro domani alle dieci, il presidente Puigdemont dovrà chiarire se ha proclamato o meno l’indipendenza e ripristinare la legalità. Il leader catalano ha già lasciato passare la prima scadenza di lunedì, limitandosi ad un appello al dialogo che non ha chiarito se l’indipendenza è stata proclamata o meno, ma da Madrid Rajoy è già pronto a convocare il consiglio dei ministri appena arriverà domani la risposta di Barcellona, anche se per applicare l’articolo 155 serve un voto del Senato.
Infatti il governo spagnolo si consulterà con il Psoe e con Ciudadanos prima di applicare l’articolo 155 della Costituzione, qualora la Catalogna dichiarasse davvero l’indipendenza; e vuole contare “non solo sulla maggioranza assoluta del Senato” ma su “un’ampia maggioranza del Congresso” per poter tra tutti “trovare la migliore soluzione” per la Catalogna. Sono questi i piani dell’esecutivo spagnolo, spiegati dalla vicepresidente, Soraya Sanchez de Santamaria, rispondendo al leader di Ciudadanos, Albert Rivera, nella sessione di ‘question time’ al Congresso, quando mancano ventiquattr’ore per la seconda scadenza posta al presidente della Generalitat, Carles Puigdemont. Quello che non ha fatto la vicepremier è rilevare le proposte e i termini per l’applicazione dell’art. 155, come aveva chiesto Rivera che, in ogni caso, appoggerà il governo “qualunque cosa faccia” in difesa della Costituzione, Durante il suo intervento, Rivera ha esortato l’esecutivo a recuperare l’autonomia della Catalogna che, a suo giudizio, è stata “sospesa”, perché oltre ad aver forzato la legalità con la celebrazione di un referendum bocciato dalla Corte Costituzionale, “i golpisti” hanno esautorato il Parlamento.

Rajoy chiede chiarimenti, Psoe accusa Puigdemont

Pedro SanchezNon è piaciuta a nessuno la dichiarazione d’indipendenza a ‘metà’ del presidente Puigdemont, non ha soddisfatto gli indipendentisti così come non è stata gradita da Madrid. Dopo il discorso ddi Barcellona, ora a rispondere è il premier Mariano Rajoy che chiede chiarimenti a Carles Puigdemont sulla dichiarazione (o meno) dell’indipendenza della Catalogna.
“Il Consiglio dei ministri ha concordato di chiedere formalmente alla Generalitat di confermare se ha dichiarato l’indipendenza della Catalogna”, è questo il comunicato che arriva alla fine dei lavori del consiglio dei Ministri straordinario convocato mercoledì mattina sulla crisi catalana, il giorno dopo l’atteso discorso del presidente catalano.
In seguito si valuterà come procedere, compreso il ricorso all’articolo 155 della Costituzione, che prevede la sospensione dell’autonomia di una regione e di cui “la richiesta di chiarezza” è il primo passo formale. L’articolo 155 non specifica infatti quali ‘poteri speciali’ possano essere esercitati dal governo spagnolo, che sembra così essere autorizzato a mettere in campo qualunque strumento per porre rimedio alla questione e obbligare la Catalogna “all’adempimento forzato” degli “obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi”.
Attraverso questo specifico articolo della Costituzione, infatti, Rajoy e il suo governo potrebbero, almeno in teoria e previa autorizzazione del Senato, adottare provvedimenti che spazierebbero dalla diminuzione dei poteri ai membri del Parlamento catalano alla sostituzione del presidente della Generalitat de Catalunya, Carles Puigdemont, con un rappresentante nominato dall’esecutivo iberico, fino alla convocazione di nuove elezioni e, addirittura e nel peggiore fra gli scenari possibili, allo scioglimento del Parlamento.
E mentre il leader di Ciudadanos, Albert Rivera, si sta orientando verso la possibile attuazione dell’articolo 155 della Costituzione, che di fatto commissaria la Catalogna, il PSOE accusa Puigdemont di aver abusato della buona fede di chi ha chiesto la mediazione e appoggia pienamente il Governo presieduto da Rajoy. Il primo ministro spagnolo si è incontrato nella notte con il leader del partito socialista Pedro Sanchez che ha ha fatto sapere che il Psoe, il principale partito di opposizione, appoggerà “le misure costituzionali” che prenderà il premier Mariano Rajoy nella crisi catalana se a risposta del presidente Carles Puigdemont al suo ultimatum sarà negativa e dichiarerà quindi ufficialmente l’indipendenza della Catalogna.

Catalogna, se l’Europa resta a guardare

Alla fine il referendum sull’indipendenza catalana si è tenuto e come previsto ha vinto il sì. Secondo fonti del governo catalano, 2,26 milioni di persone – su oltre 5,3 milioni di elettori – hanno partecipato alla consultazione referendaria. 2,02 milioni hanno risposto ‘sì’ alla domanda: “Vuoi che la catalogna diventi uno Stato indipendente sotto forma di Repubblica?”. 176.000, invece, il totale di chi ha votato ‘no’. Numeri che non raggiungono la maggioranza assoluta e su cui forse ha influito la chiusura di 319 seggi da parte della polizia nazionale. Ma la partita non è ancora chiusa, adesso la palla torna ai rispettivi governi. Da una parte il presidente catalano Carles Puigdemont ha convocato una riunione del governo per preparare le prossime mosse sulla strada dell’indipendenza, dall’altra il premier spagnolo Mariano Rajoy vede oggi i leader di Psoe e Ciudadanos Pedro Sanchez e Albert Rivera, i due grandi partiti spagnoli che appoggiano dall’opposizione la sua strategia in Catalogna. I tre devono concordare nuove misure. Albert Rivera ha chiesto a Rajoy di attivare l’articolo 155 della costituzione per sospendere l’autonomia catalana prima di una possibile dichiarazione di indipendenza.


catalogna 2“Per la Costituzione spagnola il voto in Catalogna non è legale. Per la Commissione europea si tratta di una questione interna alla Spagna, che deve essere affrontata nel quadro dell’ordine costituzionale spagnolo”. Dopo che le televisioni e il web hanno fatto fare il giro del mondo alle immagini della corrida umana organizzata da Mariano Rajoy e portata a compimento dalla Guardia Civil ai suoi ordini e dopo ventiquattro ore di silenzio, il presidente della commissione europea, Jean-Claude Juncker ha ritrovato un filo di voce e attraverso il suo portavoce, Margaritas Schinas, ha assunto una posizione talmente pilatesca da far impallidire quella tenuta da Ponzio Pilato nel processo che ha segnato duemila anni di storia. Anzi, Pilato al suo confronto fu addirittura temerario: tanto che tentò di salvare Gesù proponendo la sua liberazione in alternativa a quella di Barabba. La rituale condanna della violenza prodotta dalle forze di polizia al comando del suo compagno di partito, Rajoy, è meno del minimo sindacale di quel che da lui ci si potesse legittimamente attendere.

Ma tirarsi fuori da questa vicenda significa sostenere che questa Europa praticamente non esiste più e che il teorico capo del governo che la guida non muove foglia se i potenti (a cominciare dai tedeschi) non vogliono. Sostenere dopo quello che è avvenuto nelle strade di Barcellona e delle città catalane, che tra le parti deve tornare il dialogo senza un intervento “terzo”, di garanzia (non a caso richiesto da Barcellona), equivale a chiudere gli occhi di fronte alla realtà. E la realtà è la delegittimazione di un premier che non è riuscito a trovare una soluzione politica, che ha usato la violenza al posto delle idee, le ragioni della forza invece della forza della ragione. Probabilmente potendo contare a livello europeo sui potenti alleati di partito a cominciare dalla Merkel che nella guida della Spagna a livello economico gli ha lasciato spazi di cui gli altri (a cominciare dai greci) non hanno goduto.

È evidente a tutti che questa è una bomba nucleare nel cuore dell’Europa non semplicemente nel cuore della Spagna, che non è una questione interna nel momento in cui due milioni e duecentomila persone sfidando manganellate e proiettili di gomma, vanno in un seggio per far sentire la propria voce. Poi possiamo discutere sulla legittimità del referendum, sul fatto che si possa dichiarare l’indipendenza sulla base di una affluenza ampiamente inferiore al cinquanta per cento, che c’è stato da parte dei leader catalani una buona dose di avventurismo. Ma farsi di lato o da parte è per l’Unione una dichiarazione di fallimento perché se la Brexit è stata una vicenda in qualche misura subita, questa è una tragedia al contrario largamente voluta. È la dichiarazione di inutilità di una commissione e di un presidente che da un lato sogna di riformare l’Unione e dall’altro si ritira nelle sue stanze quando le situazioni diventano complicate facendo emergere il suo eccezionale deficit di leadership e autonomia. Giulio Andreotti soleva dire che in Italia c’erano due categorie di pazzi: quelli che si credevano Napoleone e quelli che pensavano di riformare le Ferrovie dello Stato. C’è un’altra categoria: quelli che pensano di cambiare l’Europa perdendone per strada i pezzi migliori.

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Spagna. La rivolta del Psoe per sfiduciare Sanchez

sanchezSoffia forte la crisi dei socialisti spagnoli. Dopo il continuo stallo per la formazione di un Governo si passa alle liti interne che lacerano e scuotono il Partito socialista spagnolo a guida Sanchez.
Il braccio di ferro vede da una parte Pedro Sánchez con il suo “no” al governo Rajoy e che vorrebbe formare un governo alternativo, a guida PSOE, con Podemos e Ciudadanos, decisione alla quale sembrerebbero contrari i principali leader regionali del Psoe: i “baroni” starebbero infatti facendo pressioni perché Sanchez dia via libera a un esecutivo del Pp, ritenuto a questo punto preferibile ad un ritorno alle urne da cui il partito non avrebbe nulla da guadagnare – almeno a giudicare dai sondaggi. Soprattutto poi dopo le elezioni di domenica scorsa nei Paesi Baschi e in Galizia, che hanno visto un’affermazione del PP e un ulteriore crollo del PSOE.
I membri del Psoe spagnolo critici nei confronti di Pedro Sanchez hanno presentato quindi le dimissioni di massa, in tutto 17 che unite alle tre precedenti rappresentano la maggioranza dell’esecutivo del partito, per costringerlo a lasciare l’incarico di segretario generale. L’obiettivo è impedire la votazione sul congresso e le primarie del 23 ottobre, annunciati da Sanchez. Secondo lo statuto del Psoe, le 17 dimissioni comportano l’estinzione dell’organo direttivo e la perdita del potere per il segretario generale. Ma Sanchez si ritiene ancora nel pieno delle sue funzioni e intende convocare oggi stesso i membri dell’esecutivo del partito che ancora lo appoggiano e riunire poi sabato il comitato federale per continuare nel progetto di indire un congresso straordinario.
Il Partito rischia così di essere lacerato, specie dopo che gli stessi membri dell’esecutivo che si sono dimessi hanno cercato di convocare la commissione di garanzia, senza riuscirci, con l’obiettivo di formare una comisión gestora che governi il partito ad interim. Entrambe le parti negano legittimità all’altra.

Liberato Ricciardi