La sinistra divorata dal Movimento 5 Stelle

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Sinistra estinta o quasi. «Di quanto stiamo sprofondando?». Massimo D’Alema alla vigilia delle elezioni politiche del 4 marzo non era ottimista. Sembra che si rivolse con un certo pessimismo a un sondaggista. Andò peggio delle più buie previsioni: l’ex segretario del Pds-Ds e già presidente del Consiglio, candidato nelle liste di Liberi e Uguali, non riuscì nemmeno a farsi rieleggere nel suo tradizionale collegio del Salento ed è rimasto fuori del Parlamento.

Sinistra estinta o quasi. I risultati elettorali sono stati catastrofici per tutti: centro-sinistra, sinistra riformista, radicale e antagonista. Alle politiche c’è stata la disfatta della sinistra e del centro-sinistra travolti dal M5S (salito al 32% dei voti) e dalla Lega (oltre il 17%). È stato annientato tutto il fronte progressista. Il Pd di Matteo Renzi franò al 18,7% dei voti dal 40,8% del 2014. Liberi e Uguali, la sinistra critica di Bersani-D’Alema-Speranza-Fratoianni-Civati ottenne appena il 3,3%. La lista dei radicali di Emma Bonino spuntò il 2,5%. La sinistra antagonista di Potere al popolo incassò un impietoso 1,1%. L’alleanza tra il Psi di Riccardo Nencini, i Verdi di Angelo Bonelli e i prodiani di Giulio Santagata registrò solo un terrificante 0,60%. I centristi della Lorenzin totalizzarono un agghiacciante 0,50%.

Alcuni indicavano il rischio dell’estinzione ed è finita proprio così: la sinistra, in tutte le sue molteplici espressioni, è stata quasi cancellata. Le scissioni a catena e le divisioni sono una delle cause del disastro. Il comico Corrado Guzzanti, nei panni di monsignor Florestano Pizarro a La7 Propaganda Live, ha ironizzato: esiste «una sinistra lesionista e una autolesionista», si scindono sempre.

Ma il problema non è solo quello della frammentazione, della mancata unità. C’è anche un problema di programmi, di identità politica, di sradicamento sociale e di leadership. La sinistra ha perso il suo elettorato tradizionale, quello operaio, proletario e popolare e non ha conquistato quello moderato. Il governo di Matteo Renzi ha deluso, ha deluso il Pd fondato nel 2007 da Walter Veltroni, hanno deluso le sinistre riformiste, critiche ed antagoniste. Così i disoccupati, i precari, i lavoratori, i pensionati, gli intellettuali hanno cambiato strada: alle elezioni hanno votato per i cinquestelle di Luigi Di Maio oppure si sono astenuti. In qualche caso hanno votato perfino per la Lega di Matteo Salvini.

Sinistra estinta o quasi. A sei mesi dalle politiche la situazione non è migliorata, se possibile è peggiorata. Immigrati, lavoro, Europa, ambiente. La sinistra (come pure il centro-sinistra) è irrilevante, annientata. Non riesce nemmeno a svolgere il suo ruolo, relativamente più semplice, di opposizione, non riesce ad incidere su nulla. Non è riuscita a recuperare i suoi due pilastri storici: uguaglianza e libertà.

Sinistra estinta o quasi, divorata dai grillini. I cinquestelle, in nome dell’uguaglianza e della lotta ai privilegi hanno fatto bingo. La promessa del reddito di cittadinanza (750 euro al mese), dell’abolizione della legge Fornero sulle pensioni, della cancellazione del Jobs act, dell’azzeramento dei privilegi della “casta” (in testa i vitalizi dei parlamentari e le “pensioni d’oro”) hanno suscitato l’entusiasmo. Di Maio ha puntato e punta ad assorbire gli elettori e i militanti della sinistra. Ha martellato: il M5S sta dalla parte dei lavoratori mentre il Pd «sta da quella dei padroni». Il capo dei cinquestelle anche da ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha confermato: «Il reddito di cittadinanza per me è la priorità più grande».

Disoccupati, precari e poveri assistiti dalla Caritas hanno votato in massa, soprattutto al Sud, per questi accattivanti impegni. Anche se c’era e c’è scetticismo per le promesse populiste a cinquestelle, hanno votato per protesta contro il Pd e la sinistra visti come i difensori delle classi dirigenti e non più dei lavoratori. Un analogo discorso, pur con molte differenze, vale per la Lega. Gran parte dei voti per Salvini vengono dai ceti produttivi del nord, dai piccoli imprenditori e dai professionisti esasperati dalle troppe tasse e dalla burocrazia, ma il segretario leghista ha affascinato anche una parte degli elettori una volta di sinistra con i suoi slogan: via gli immigrati clandestini, la Fornero, l’austerità dell’Unione europea (in molti casi, ha dato la linea ai grillini) e avanti con il taglio delle imposte e la flat tax. Salvini, nonostante sia incappato in seri guai giudiziari, continua a salire nei consensi: secondo molti sondaggi la Lega avrebbe perfino superato i voti dei pentastellati.

Le promesse sovraniste euroscettiche, populiste di sinistra-destra dei grillini, e quelle leghiste populiste di destra e, alcune volte, di estrema destra, adesso sono alla prova verità del governo giallo-verde. Se l’esecutivo Conte-Di Maio-Salvini riuscirà a realizzare le seducenti promesse della campagna elettorale dagli alti costi finanziari avrà la strada spianata per le elezioni europee di maggio. Se non ci riuscirà le conseguenze saranno imprevedibili.

Primo articolo – Segue

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

La guerra nella sinistra la rende irrilevante

sinsitraLa storia si ripete: è guerra nella sinistra e nel centro-sinistra. Anzi, più si avvicina il 4 marzo, la data delle elezioni politiche, più è “guerra totale”. Il Pd accusa Liberi e Uguali di far vincere “la destra” di Forza Italia e della Lega. Liberi e Uguali imputa al Pd di volere l’inciucio e di essere succube della “destra”. Secondo Potere al popolo, l’ultimo nato nel fronte progressista (raccoglie consensi tra gli elettori di Rifondazione Comunista, ex Ds e socialisti), le altre due sinistre praticamente sono un’altra faccia della “destra”.
La guerra fratricida tra le sinistre offusca perfino i diversi programmi e le differenti visioni della società. Piero Fassino è tra i pochi a non farsi prendere la mano: «Per me gli avversari politici sono i Cinque Stelle e i partiti del centrodestra. Noi non abbiamo avversari a sinistra». Ma l’ex segretario dei Ds, rimasto nel Pd di Matteo Renzi mentre molti altri hanno preferito la scissione, è tra i pochi a mantenere la calma e a non farsi trascinare dai toni settari.
Le accuse di “tradimento” dei valori della sinistra, in testa l’uguaglianza, prevalgono. Si è innescato un meccanismo di “cupio dissolvi” in nome di una non meglio precisata “purezza” politica. La battaglia è con il vicino di sinistra per conquistare voti, ma gli effetti sono opposti, deleteri. Non fa bene a nessuno alimentare le divisioni e gli scontri permanenti. Più la guerra a sinistra diventa senza quartiere più i sondaggi elettorali si tingono di nero per tutti: il Pd è crollato poco sopra il 20% dei voti, Liberi e Uguali oscilla sul 5-6%, Potere al popolo è posizionato tra l’1% e il 2%.
Il centro-destra di Silvio Berlusconi, unito pur tra non pochi dissensi interni, invece sale: secondo le rilevazioni starebbe poco sotto il 40% mentre il M5S si affermerebbe come il primo partito italiano con il 28%. Non solo. Gruppi neofascisti come Forza Nuova, cavalcando i temi anti immigrati e della sicurezza dopo il terrificante raid razzista di Macerata, avanzano e potrebbero riservare brutte sorprese. Ci sono le premesse di un disastro.
Certo gli indecisi sono ancora tanti e le urne potrebbero dare risultati diversi. Tuttavia l’andamento negativo potrebbe portare la sinistra al peggior risultato della sua storia. Nella Prima Repubblica Pci, Psi e la nuova sinistra (che si fosse chiamata Pdup o Democrazia proletaria) in totale andavano oltre il 40% dei voti. Nella parte iniziale della Seconda Repubblica il Pds-Ds e Rifondazione comunista sommati veleggiavano a ridosso del 35%. Il Pd renziano nelle elezioni europee del 2014 arrivò al trionfale 40,8%, una forza paragonabile solo alla Dc dei tempi d’oro.
In Italia la guerra nella sinistra c’è da sempre, salvo brevi periodi di sereno. La lotta fratricida è sempre stata tra le due diverse anime politiche: la sinistra riformista e quella radicale. C’è chi voleva mettere le briglie al capitalismo, per assicurare libertà ed uguaglianza alle masse popolari, e chi voleva l’abbattimento del sistema, la rivoluzione. Dopo il crollo del comunismo nel 1991 e la scomparsa dell’Unione Sovietica, tutto si è fatto più confuso. La socialdemocrazia non ha ingranato in Europa la marcia trionfale che molti si aspettavano, ma è andata incontro a divisioni e sconfitte; soprattutto in Italia la crisi è stata pesantissima.
L’unità è rimasto un miraggio, ha prevalso la frammentazione. Anche il tentativo di formare un centro-sinistra riformista, dando vita prima all’Ulivo di Romano Prodi e poi al Pd guidato da Walter Veltroni, è fallito. Renzi è sotto il fuoco incrociato degli avversari esterni e interni. Non è detto che sopravviverà al voto del 4 marzo. Se il Pd subirà una disfatta con la discesa al 20% dei voti, il segretario sarà disarcionato e si parla perfino di un possibile ritorno di Veltroni al posto dell’ex “rottamatore”. Se invece il Pd renziano riuscirà a reggere sul 25% incassando anche il 3-4% degli alleati minori di centro-sinistra (Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin), sarà comunque difficile formare un esecutivo.
La guerra nella sinistra rende ardua una intesa di governo con Liberi e Uguali di Grasso. Sarebbe molto complicato per Renzi riallacciare i rapporti con Bersani, D’Alema, Speranza, Civati, Fassina, usciti dal Pd con uno scambio di accuse laceranti. La guerra civile restringe e non allarga il perimetro della sinistra. Il pericolo è una terribile disfatta generale, le divisioni causano l’irrilevanza.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Gentiloni bis, anti Renzi con l’appoggio di Renzi

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Mite, sgusciante, determinato. Spunta un Gentiloni bis all’orizzonte. Paolo Gentiloni punta al governo bis nella prossima legislatura. Il presidente del Consiglio ha tirato un bilancio positivo del suo esecutivo in pista da un anno: “L’Italia si è rimessa in moto dopo la più grave crisi del dopoguerra”. Nella conferenza stampa di fine anno ha indicato i maggiori, difficili, obiettivi realizzati: economia in ripresa (un milione di posti di lavoro recuperati, dimezzato il deficit pubblico); diritti civili conquistati (importanti leggi come il bio testamento e le unioni civili hanno tagliato il traguardo); riduzione del 70% degli sbarchi degli immigrati.

Non ha messo solo la sua firma sotto questi successi, ma li ha intestati all’impegno degli italiani e anche ai due presidenti del Consiglio che l’hanno preceduto dal 2013 al 2016: “Da Letta a Renzi a me, abbiamo dimostrato che c’è una sinistra di governo a disposizione del Paese”. Dunque se l’Italia ha schivato il baratro del fallimento economico il merito, ci tiene a sottolinearlo Gentiloni, è merito di tutto il centro-sinistra basato sul Pd.

Tuttavia il presidente del Consiglio non pensa solo al passato. Adesso l’attenzione è tutta rivolta alle prossime elezioni politiche. Il presidente della Repubblica ha sciolto le Camere ponendo fine alla XVII legislatura, si voterà il 4 marzo. La situazione si profila molto difficile. Il Pd negli ultimi tre anni ha subito tre diverse scissioni da sinistra: prima se ne sono andati Cofferati e Civati; poi Fassina; quindi Bersani, D’Alema, Speranza e Rossi (hanno creato la lista elettorale Liberi e uguali guidata da Grasso).

Le scissioni e le politiche per combattere la Grande crisi economica hanno fatto perdere consensi al Pd: dalla vetta del 40,8% dei voti ottenuti nelle elezioni europee del 2014 il partito guidato da Renzi ha subito un crollo. Ora i sondaggi elettorali gli assegnano circa il 25% dei voti, con gli alleati di centro-sinistra (Psi di Nencini, Verdi di Bonelli, prodiani, radicali di Emma Bonino, centristi di Casini e di Lorenzin) arriverebbe al 30%. Il primo partito, invece, sarebbe il M5S con qualche frazione di punto in più sul Pd mentre la coalizione di centro-destra di Berlusconi viaggerebbe attorno al 35%-38%.

Vincere le elezioni è una ardua scommessa. La sfida elettorale potrebbe concludersi senza un vincitore: centro-sinistra a guida Renzi, sinistra di Grasso, centro-destra di Berlusconi e cinquestelle di Di Maio potrebbero essere quattro sconfitti. Di qui l’ipotesi Gentiloni bis. In molti guardano proprio al presidente del Consiglio per dirigere un possibile governo di “grande” o “piccola” coalizione perché amico ma autonomo da Renzi. Sia Berlusconi, sia di Di Maio, sia Grasso sarebbero pronti ad una intesa post elettorale con il Pd ma senza Renzi.

Il tema è bollente. Gentiloni ha dribblato le domande dei giornalisti su un secondo incarico di governo dopo le elezioni, ma ha aggiunto: “Non tireremo i remi in barca” e “siamo in grado di gestire la situazione dopo il voto”. Ha parlato anche dei temi della prossima legislatura: dovrà “proseguire questa crescita economica e in più lavorare sulla ricucitura delle relazioni sociali, sulla creazione di nuovi posti di lavoro, sulla riduzione delle disuguaglianze”. Ha tratteggiato quasi il programma del prossimo governo, un Gentiloni bis.

Renzi non ha mai nascosto l’obiettivo di tornare a Palazzo Chigi, ma adesso sembra dare il disco verde. L’ex presidente del Consiglio è fortemente indebolito dalle scissioni, dalla disfatta al referendum costituzionale dell’anno scorso e dalle sconfitte nelle elezioni amministrative degli ultimi tre anni. Sotto assedio, anche se con poco entusiasmo, sembra dare il disco verde a un possibile nuovo mandato da presidente del Consiglio a Gentiloni, suo amico e suo ex ministro degli Esteri. Il via libera all’ipotesi sembra arrivare da Renzi con una intervista a ‘La Stampa’: “Spero in un governo guidato da un premier Pd”. Sul rebus presidente del Consiglio in precedenza aveva sempre risposto in maniera diplomatica con un “lo decidono gli elettori”.

Certo bisognerà vedere i risultati elettorali, che potrebbero essere ben diversi dagli attuali sondaggi. Poi la decisione passerà nella mani di Sergio Mattarella. Se nel nuovo Parlamento ci sarà una maggioranza politica omogenea, la soluzione sarà abbastanza facile. Ma se dalle urne emergerà l’ingovernabilità, sarà cruciale il ruolo del presidente della Repubblica. Si potrebbe tornare a votare oppure un secondo mandato di governo a Gentiloni potrebbe trovare una maggioranza in Parlamento. Un fatto è sicuro: Renzi non si opporrebbe a quella che all’inizio appariva come una manovra dei suoi avversari. Un Gentiloni bis sarebbe una soluzione anti Renzi con l’appoggio di Renzi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Liberi e Uguali. La sinistra cancella “sinistra” dalla lista

Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso a Firenze in una foto del 2010 ANSA/MAURIZIO DEGL' INNOCENTI

Il nome in politica, come nella vita, è importante: indica un programma, una identità, un profilo di società. La sinistra alla sinistra del Pd alla fine ha scelto il nome con cui presentarsi alle elezioni politiche: “Liberi e uguali”. La decisione, non scontata, è stata ufficializzata da Pietro Grasso. Il presidente del Senato ha accettato ieri, tra gli applausi dei 1.500 delegati e militanti di sinistra, di correre come candidato presidente del Consiglio: «Io ci sono, noi riaccenderemo la speranza». E ha ufficializzato la scelta del nome della lista elettorale: la battaglia sarà perché tutti «siano liberi e uguali, liberi e uguali». Così ha indicato il nome della lista elettorale, Liberi e uguali, appunto.
Le tre sinistre, che hanno proposto la candidatura a Grasso e organizzato l’assemblea all’Atlantico Live a Roma, hanno tirato un sospiro di sollievo, forse tra non troppo entusiasmo. Movimento democratico e progressista, Mdp in sigla (Speranza, Bersani, D’Alema), Sinistra italiana, acronimo Si (Fratoianni e Fassina) e Possibile (Civati), alla fine sono riusciti a trovare una soluzione in tempo utile: una manciata di mesi prima delle elezioni politiche della prossima primavera, appena 4 mesi prima del possibile appuntamento con le urne da molti atteso a marzo.
All’inizio il candidato premier prescelto era stato Giuliano Pisapia, “il federatore” come l’aveva definito Pier Luigi Bersani, alfiere di «un nuovo centrosinistra largo». Ma i tanti “no” pronunciati da Fratoianni, Fassina e Civati, hanno ostacolato la marcia dell’ex sindaco di Milano, cammino bloccato infine dallo scontro con Massimo D’Alema e dallo scoglio su una possibile alleanza con Matteo Renzi.
Di qui il ricorso alla carta di Grasso, uscito poco tempo fa dal Pd dichiarando: «Ero, e sono rimasto, un ragazzo di sinistra». Le scelte di sinistra sul lavoro, sui diritti civili, sugli immigrati, sul rinnovamento dell’Italia hanno determinato una forte sintonia. Sia l’ex magistrato, sia la sinistra radicale, sia gli ex Pd hanno contestato Renzi per la “subalternità” alle proposte sociali, economiche ed istituzionali della destra.
Così era naturale aspettarsi un nome della lista caratterizzato dalla parola sinistra o socialista, invece non è avvenuto. Sembra che la discussione su quale nome scegliere sia stata dura, ma alla fine è prevalsa la decisione di adottare Liberi e uguali.
È prevalso l’orientamento di corteggiare il ceto medio allergico alla parola sinistra e, tanto più, a quella socialista. Sulla scomparsa della parola sinistra D’Alema ha dato una spiegazione ai giornalisti:«Vogliamo rivolgerci a tutti gli italiani. Non vogliamo rinchiuderci nel recinto della sinistra». I rapporti con il Pd si profilano concorrenziali e di sfida. Renzi si è domandato «se comanderà Grasso o D’Alema». Ritiene «che un elettore di sinistra farà fatica» a votare per la sinistra radicale in un collegio perché ci sarebbe il rischio di far vincere Berlusconi e Salvini.

Anche Riccardo Nencini ha indicato il pericolo di “un danno” per “l’intero centrosinistra”. In questo modo “il rischio in alcuni collegi del Sud e del Nord per la vittoria del centrosinistra proviene da casa sua, non da fuori”, e anche in Toscana “certo non è un aiuto”. Nencini non si dice stupito del fatto che sul nuovo movimento ci sia “l’ombra” di D’Alema e Bersani ma è convinto che Liberi e Uguali non danneggerà “un tentativo che proprio questa settimana metteremo in campo, Socialisti, Verdi e Pisapia, quanto alla costruzione di una sinistra riformista alleata del Pd e non solo per le prossime elezioni politiche”.

Adesso la parola passerà agli elettori. Alle urne si vedrà quanti elettori di sinistra e progressisti delusi, Liberi e uguali riuscirà a raccogliere. D’Alema si aspetta «un risultato a due cifre». Gli ultimi sondaggi elettorali, però, danno solo il 5-6% dei voti alla lista unitaria delle tre sinistre. Il Pd, invece, sarebbe testa a testa con il M5S intorno al 25-26%, mentre il centro-destra otterrebbe il 35%. Ma da ora al voto molto potrebbe cambiare.

Rodolfo Rucco

Tra Renzi e Bersani 
il muro è invalicabile

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Piero Fassino avrebbe potuto proporre anche la Luna, ma senza alcun risultato. Non avrebbe mai potuto ricomporre la frattura con Bersani, D’Alema e Speranza. Renzi-Bersani, il muro è invalicabile. L’ex sindaco di Torino, il mediatore messo in pista da Matteo Renzi, si è scontrato con una infinita serie di “no”. Rancori personali e contrasti politici sono diventati un muro invalicabile dopo la traumatica scissione del Pd dello scorso febbraio e la fondazione del Movimento democratico progressista (Mdp in sigla).

È impossibile ricomporre i dissensi sul mercato del lavoro, sulle tasse, sulle pensioni, sulla scuola, sulla legge elettorale se viene messa in discussione la stessa identità di sinistra del Pd renziano. Sul segretario democratico pendono tre sanguinose accuse: 1) la trasformazione del Pd in un partito personale, 2) lo sradicamento delle radici di sinistra, 3) l’adozione di politiche di destra. Roberto Speranza ha motivato il “no” ad una intesa elettorale per le politiche proposta da Fassino con parole senza appello: «Io ho rotto con Renzi perché Renzi ha rotto con il suo popolo, lo ha tradito». Massimo D’Alema è stato tra i più decisi oppositori ad ogni tipo di accordo: «Tutta l’ispirazione politica renziana è contraria ai valori della sinistra». Pier Luigi Bersani ha fatto riferimento alla vecchia base elettorale: «C’è un pezzo di popolo di centrosinistra che non ne vuol sapere di Renzi e della sua arroganza».

La chiave di lettura della frattura emerge dalla famosa, strampalata ma efficace metafora bersaniana sulla “mucca” della destra entrata indisturbata nella casa del Pd. L’ex segretario democratico nel giugno del 2016 avvertì: «Chi sottovaluta le potenzialità della destra, non vede la mucca nel corridoio». A novembre dell’anno scorso rincarò: «La mucca nel corridoio sta bussando alla porta». Poi arrivò la scissione e la fondazione di Mdp come risposta alla “mucca” della destra che scorrazzava dentro la casa del Pd.

Renzi-Bersani, regna l’incomunicabilità. Fassino, nei suoi incontri per costruire un nuovo centro-sinistra, ha insistito sulla strategia di “uniti si vince”. Bersani, invece, ha replicato con “uniti si perde”, perché «abbiamo visto da tre anni che si può perdere tutte le volte».

Adesso è impossibile siglare una alleanza con Renzi, accusato di aver abbracciato i valori e i programmi della destra sul piano sociale, economico ed istituzionale. Anzi, la sinistra alla sinistra del Pd non la considera conveniente. Se l’obiettivo è raccogliere alle politiche i voti degli elettori delusi di sinistra finiti nel M5S, nell’astensione e rimasti solo con un piede nel Pd, la contrapposizione con Renzi resterà frontale.

La linea è chiara. Il 3 dicembre una assemblea nazionale a Roma di Mdp, Sinistra italiana (Fratoianni e Fassina) e Possibile (Civati) lancerebbe una lista elettorale unitaria per le politiche. Dovrebbe essere acclamato leader il presidente del Senato, Pietro Grasso, uscito recentemente dal Pd. Sei mesi fa l’obiettivo era ambizioso: raccogliere il 10-15% dei voti, ma adesso il clima non è dei migliori. I sondaggi elettorali assegnano appena il 3% dei voti a Mdp (rischia di non superare nemmeno lo sbarramento elettorale) e solo il 2% a Si, mentre Possibile non è nemmeno segnalato.

Renzi-Bersani, i ponti sono rotti. Il segretario del Pd nella riunione alla ex Stazione Leopolda di Firenze ha preso atto del ‘no’ a un’intesa: «Ci è stato detto non ci interessa e rispettiamo questa volontà». Per chi esce c’è “rispetto” e “non rancore”. Ha evitato polemiche ma si è rammaricato: «Secondo me è un’occasione persa per costruire un progetto unitario e non consegnare il Paese all’irresponsabilità». Adesso sta lavorando a un accordo con Giuliano Pisapia (Campo Progressista), Angelino Alfano (Alternativa popolare), Emma Bonino (radicali), Riccardo Nencini (socialisti), Angelo Bonelli (verdi), Lorenzo Dellai (Democrazia solidale).

Ora si corre velocemente verso le elezioni politiche della prossima primavera. Per la sinistra è arduo risalire la china e farsi strada tra concorrenti colossi. I sondaggi danno il centro-destra di Silvio Berlusconi al 35% dei voti, il M5S di Beppe Grillo al 27% e il Pd al 25%. I cinquestelle raccolgono i voti di protesta sia di destra e sia di sinistra e si ergono a campioni dell’opposizione a Renzi. Nelle elezioni politiche non sarà semplice fargli concorrenza sul piano dell’opposizione ragionata contro quella populista.

Non sarà semplice nemmeno la sfida con Renzi. La lotta sarà tra irriducibili avversari, un tempo nello stesso partito. Dopo le elezioni, molto probabilmente nessuno avrà una maggioranza per governare e si aprirà un capitolo nuovo. Bersani si è già posto il problema: «Non vince nessuno, ci si ritrova comunque in Parlamento». Tuttavia ha aggiunto: «Però non metto limiti alla Provvidenza». Renzi-Bersani, c’è un muro invalicabile, almeno per ora.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Giuliano Pisapia “copre” 
a sinistra Matteo Renzi

COMUNE, INCONTRO PISAPIA- RENZI - FOTO 9

Matteo Renzi schiva l’isolamento a sinistra. Quando la missione di Piero Fassino per costruire “un centrosinistra ampio” cominciava a volgere al brutto, è arrivata una schiarita. L’ex sindaco di Torino ha posto le premesse per una intesa con Giuliano Pisapia. Fassino ha avuto un colloquio importante con l’ex sindaco di Milano. Un comunicato stampa congiunto è andato al nocciolo: “L’incontro è stato positivo”.

Ancora non c’è l’accordo, ma la strada è segnata. Nei prossimi giorni ci saranno altri incontri e riunioni per discutere un programma comune tra il Pd di Renzi e Campo Progressista di Pisapia. L’obiettivo è avviare «una nuova stagione del centrosinistra». Se tutto andrà bene Pd e Campo Progressista daranno vita ad una coalizione nelle difficili elezioni politiche della prossima primavera (il centrodestra di Berlusconi e i cinquestelle di Grillo volano nei sondaggi).

Fassino da una settimana si sta spendendo molto per ricomporre le forti divisioni scoppiate dopo le scissioni del Pd: nel 2015 se ne sono andati Civati, Cofferati e Fassina; all’inizio di quest’anno Bersani, D’Alema e Speranza. Tutte le scissioni sono avvenute da sinistra, hanno contestato le “scelte di destra” del segretario del Pd in economia e nelle istituzioni.

Fassino, su mandato di Renzi, sta cercando di superare i contrasti per recuperare l’unità. Una impresa difficile. In una settimana di incontri e contatti, l’ex segretario Ds ha collazionato una serie di pesanti no. Un pesante no, anche se non definitivo, è arrivato dal Mdp (Bersani, D’Alema, Speranza). Bersani è stato duro: gli incontri di Fassino sono «un teatro», non è possibile una alleanza perché «c’è un pezzo di popolo di centrosinistra che non ne vuol sapere di Renzi e della sua arroganza».

Mentre per l’ultimo segretario dei Ds «divisi di perde», secondo l’ex segretario del Pd è vero il contrario: «Uniti si perde» perché le differenze sono troppo forti. Fratoianni e Fassina (Sinistra Italiana), Civati (Possibile) hanno posizioni ancora più radicali contro Renzi. Dal presidente del Senato Pietro Grasso e dalla presidente della Camera Laura Boldrini (probabilmente politicamente impegnati con Bersani) sono giunti altri due perentori “no”, anche se imbastiti in una garbata “confezione istituzionale”.

Tuttavia tra tanti “niet” sono arrivati anche dei “sì” ad aprire un dialogo. Il colloquio con Romano Prodi a Bologna «è stato un incontro molto positivo». L’inventore dell’Ulivo e del Pd, che pure ha un rapporto aspro con il giovane segretario democratico, si è mostrato disponibile con Fassino a ricucire i contrasti. Sono andati bene anche i colloqui con i radicali di Emma Bonino, con i socialisti di Riccardo Nencini, con i Verdi di Angelo Bonelli, con l’Idv di Ignazio Messina e con Democrazia Solidale di Andrea Olivero.

Si è aperto un varco per rompere l’isolamento di Renzi, reduce da tante sconfitte: le elezioni regionali del 2015, quelle comunali del 2016, il referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre dello scorso anno, le regionali siciliane all’inizio di novembre. È importante soprattutto il sì di Pisapia, ex sindaco di Milano molto stimato, l’uomo indicato come “il federatore” del centrosinistra dal tandem Bersani-D’Alema prima che sopraggiungesse una clamorosa rottura. L’aggancio di Pisapia sarebbe un colpaccio per Fassino: alle elezioni politiche coprirebbe a sinistra Renzi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

La sinistra di Roma
contro la sinistra di Milano

Si predica l’unità e si pratica lo scontro. La sinistra di Roma contro la sinistra di Milano. La fotografia delle due sinistre è emersa con forza sabato primo luglio. La sinistra di Renzi contro quella di Pisapia-Bersani. A Milano si è riunita la sinistra renziana, a Roma quella antirenziana.

Ad aprire il match è stato in mattinata Matteo Renzi, seduto tra Maurizio Martina e Matteo Orfini, due ex Ds suoi decisi sostenitori nel Pd. All’assemblea nazionale dei circoli democratici nel capoluogo lombardo ha fatto un discorso tutto all’attacco: «Sono pronto a ragionare con tutti, ad ascoltare chiunque, ma sui temi del futuro dell’Italia non ci fermiamo davanti a nessuno». I suoi strali sono rivolti soprattutto a chi ha lasciato il Pd: Bersani, D’Alema, Speranza, Fassina, Civati (gli ex esponenti della sinistra del partito che avevano votato “no” al referendum sulla riforma costituzionale del suo governo). Ma non risparmia nemmeno Giuliano Pisapia, con il quale era in sintonia, che pure aveva incoraggiato a creare Campo progressista, una nuova aggregazione di forze di centrosinistra.

Il segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio vinse trionfalmente le elezioni europee del 2014 con il 40,08% dei voti, ma poi ha perso le altre competizioni elettorali (comunali del 2016 e di giugno 2017, referendum costituzionale del 4 dicembre). E sono cominciati i guai. È scattata una serie di scissioni a catena.

Adesso pesano le accuse della sinistra di Roma di essere il responsabile delle sconfitte del centrosinistra e i ‘no’ a una ricandidatura alla presidenza del Consiglio in nome di una “forte discontinuità” politica. Il segretario dei democratici sprona i suoi a Milano: «Non è un attacco contro di me, ma è un attacco contro il Pd. Ma così attaccano l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti». Basta con lo sguardo rivolto al “passato” e con la “nostalgia” di ciò che è stato. Conclusione svolta davanti alla sinistra di Milano: fuori del Pd «non c’è la rivoluzione socialista, marxista, leninista» ma «la sconfitta della sinistra» e la vittoria del M5S e della Lega Nord.

Il discorso meno teso della sinistra di Roma verso Renzi lo fa Pisapia. L’ex sindaco di Milano lancia “Insieme”, parlando a Roma in piazza Santi Apostoli, un tempo la piazza dei comizi di Romano Prodi e dell’Ulivo. È un inno all’unità: «Uscire dai problemi da soli è avarizia, assieme è politica. Da soli non si va da nessuna parte». Lo slogan della manifestazione è: «Nessuno è escluso».

Sono presenti Bersani, D’Alema, Speranza (Mdp). Civati (Possibile), Fratoianni e Fassina (Sinistra Italiana), Bonelli (Verdi), Tabacci (Centro democratico), i redattori dell’”Unità” che ha chiuso i battenti. Delinea il traguardo: «Oggi nasce la nuova casa comune del centrosinistra. Senza dimenticare il passato, ma radicalmente innovativo». Insiste sulla necessità di superare i laceranti contrasti: «Non c’è altra strada insieme. L’altra strada della divisione, di non essere ancorati a principi rischia di dare il nostro Paese alla destra, al populismo, alla demagogia». Ma insieme con Renzi è un’impresa difficile: c’è una “mancanza di autocritica”, anche dopo “la sonora sconfitta” nelle elezioni comunali di giugno.

Chi attacca frontalmente Renzi a piazza Santi Apostoli, applaudito dai militanti, è Bersani. L’ex segretario democratico chiede una «radicale discontinuità» e «non per rancore, nostalgia, antipatia ma perché abbiamo un pensiero radicalmente diverso». Boccia la gestione leaderista del partito e le scelte politiche del governo soprattutto sul lavoro. Usa parole pesanti come pietre: «Basta camarille, gigli magici, arroganza. Non se ne può più».

La sinistra di Roma e la sinistra di Milano parlano lingue diverse, le distanze aumentano, viaggiano ormai in rotta di collisione. È difficile immaginare, per ora, una collaborazione. Sarà arduo, forse impossibile costruire una intesa elettorale per le politiche.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

La sinistra ora prenda una posizione sull’Europa

La situazione politica italiana si viene, al tempo stesso, semplificando e complicando. La semplificazione deriva dalla riproporzionalizzazione del sistema elettorale e dal nuovo assetto politico che si viene delineando nel centro-sinistra e a sinistra.

Può sembrare strano parlare di semplificazione con riferimento a questi dati, quindi proverò a spiegare questa affermazione.

L’effetto congiunto del referendum del 4 dicembre e della sentenza della Corte costituzionale sul c.d. Italicum è quello dell’abbandono del modello maggioritario come fondamento del sistema elettorale.

Ciò non perché esso sia stato respinto dal voto dei cittadini o dichiarato illegittimo dalla Consulta. Un sistema maggioritario di tipo europeo, cioè basato sui collegi, a turno unico (come era, per la maggioranza dei seggi, la legge Mattarella), o a doppio turno, come in Francia, non era oggetto né del referendum né della decisione della Corte costituzionale (come ha segnalato nei giorni scorsi Giuliano Amato). Ma in realtà la scelta per l’impianto proporzionale è politica. Nessuno vuole più il maggioritario (al di là delle dichiarazioni di facciata), perché non risponde alla convenienza di nessuna forza politica. Contro il turno unico sono (per ragioni poi non molto diverse) sia Forza Italia che 5 stelle, e lo stesso Pd sa che si tratterebbe di una vera e propria lotteria. Il doppio turno di collegio avvantaggerebbe 5 stelle (che peraltro non lo chiede), come dimostra l’esito dei ballottaggi nelle elezioni comunali.

Non è dato sapere se i sistemi elettorali attualmente vigenti per la Camera e Senato (entrambi conseguenti a sentenze della Corte costituzionale) saranno “armonizzati”, come si chiede dal Quirinale, e in che modo, oppure no.

E, naturalmente, le diverse opzioni (preferenze o no, coalizioni o liste, soglia di sbarramento, soglia del 40% per il premio) non sono affatto irrilevanti sia sul comportamento degli elettori (il tema del “voto utile”) sia sulle caratteristiche del prossimo Parlamento. Ma la sostanza del sistema sarà proporzionalista, con una duplice conseguenza: verrà meno il “dovere” della coalizione, e ciascun soggetto politico potrà correre in proprio. Da qui la “semplificazione” di cui parlavo.

Del resto, analoga “semplificazione” si ripropone nel quadro politico della sinistra. Non si sono ancora svolte le primarie del partito democratico, ma mentre scrivo la vittoria ampia di Renzi appare sicura. È un risultato che colloca stabilmente il Pd nel campo del centro moderato, come il nuovo partito di Macron in Francia.

Legge di impianto proporzionale e conferma della leadership renziana nel PD consentono alle forze alla sua sinistra, almeno in teoria, di dispiegare la propria proposta senza più vincoli: senza il vincolo di partito, per la minoranza che ne è uscita costituendo il nuovo movimento “art 1”; senza il difficile dilemma della coalizione elettorale, per gli altri soggetti della sinistra (ed è su questo che si dovrà misurare il Campo progressista di Pisapia, di fronte alla conferma, da parte di Renzi, della linea solitaria di Veltroni).

E qui nascono le complicazioni. A sinistra del PD le soggettività politiche sono molteplici: art 1, comprensivo della componente di Sel che vi ha aderito; Campo progressista; Sinistra italiana; Possibile di Civati; Rifondazione comunista rilanciata dal recente Congresso. E mi limito ai soggetti esplicitamente politici, perché esistono fortunatamente in molte città significative realtà “civiche”, spesso legate ai comitati costituitisi sui territori in occasione del referendum costituzionale.

È possibile che queste diverse realtà costruiscano un progetto politico comune, e quindi si presentino in una stessa lista alle elezioni?

Personalmente è la soluzione che auspicherei, ma mi rendo conto delle difficoltà, soggettive ma anche oggettive: si tratterebbe di costruire un programma e una leadership condivisa.

E, soprattutto, ed è questa la maggiore complicazione, c’è il problema del “dopo”. È a tutti chiaro che dalle prossime elezioni emergerà un Parlamento senza una maggioranza chiara, e che il sistema politico-parlamentare avrà subito avanti a sé il problema dei problemi: il rapporto con le regole dell’Unione europea, con l’austerità, con il fiscal compact.

Su questo difficilmente ci si potrà evitare una posizione nella prossima campagna elettorale. Ma quale posizione?

Intellettuali importanti della Sinistra europea hanno espresso posizioni contrapposte.

Luigi Ferraioli sostiene la necessità di una “rifondazione costituzionale” dell’Unione: un’assemblea costituente, convocata dai paesi che ne condividano l’esigenza, ridisegnando con chiarezza i lineamenti federali e sociali dell’Europa. Sul versante opposto, Perry Anderson, a lungo direttore della New Left Review, sostiene la forma più drastica di Brexit. Per lui, la democrazia è possibile solo là dove si esercita la sovranità popolare, cioè nello Stato nazionale.

Le forze politiche italiane stanno delineando le rispettive posizioni. Il PD di Renzi ripropone il già noto e poco positivo metodo della polemica con Bruxelles, senza indicare però chiare soluzioni per il caso di conflitto. Per i 5 stelle la proposta è un referendum sull’euro; il centrodestra, com’è noto, è diviso su questo tema, ma potrebbe trovare una composizione intorno alla proposta di Tremonti, della quale si sta discutendo, di una riforma costituzionale che garantisca (come in Germania) il primato del diritto italiano su quello europeo.

Quale posizione sull’Europa avrà la sinistra? A me questo sembra un elemento decisivo per costruire una credibile proposta politico-programmatica.

Le imminenti elezioni presidenziali (e poi parlamentari) in Francia, e poi quelle autunnali in Germania, forniranno elementi di valutazione importanti. Ma le campagne elettorali in questi paesi indicano già la centralità del tema europeo, che può riassumersi in un arduo dilemma: nessuna politica sociale “di sinistra” è possibile nell’attuale quadro normativo della UE, che di fatto non consente spese per investimenti pubblici e tutele sociali.

Al tempo stesso, è molto difficile indicare una credibile ed efficace alternativa.

D’altra parte, il tema si riproporrà nel nuovo Parlamento, rispetto al quale appare allo stato improbabile prefigurare chiare maggioranze politiche.

Insomma, si preparano tempi difficili; è da sperare che la sinistra sappia essere all’altezza.

Cesare Salvi

Blog Fondazione Nenni

Anticipo pensioni. Incontro governo sindacati

Pensioni-InpsIl governo si è incontrato con i sindacati. Sul tavolo la proposta dell’esecutivo sulla flessibilità in uscita: la possibilità di andare in pensione in anticipo con qualche penalizzazione. La proposta di Anticipo pensionistico (Ape) riguarda i nati fra il ’51 e il ’55, quindi coloro a cui mancano al massimo tre anni al raggiungimento della pensione di vecchiaia. In pratica, l’opzione per la flessibilità in uscita sarà esercitabile da lavoratori con almeno 63 anni e 7 mesi (62 anni e 7 mesi per le donne del settore privato) a partire dal 1 gennaio 2017.

Nella proposta del governo si prevede che i contributi mancanti possono essere anticipati con un prestito che dovrà essere poi restituito mediante una rateizzazione che potrà essere diluita nel tempo. Fino a 20 anni. Per l’operazione è previste una copertura assicurativa e, “per alcune fasce di cittadini che necessitano di tutela”, una detrazione fiscale sulla quota di capitale che verrà anticipato. Il costo sarà invece diverso per chi perde il lavoro prima di ottenere i requisiti minimi per l’accesso alla pensione e per chi decide di abbandonare l’impiego. L’Inps gestirà il rapporto tra banche e lavoratori.

Tale proposta per la flessibilità lavorativa in uscita, è stata sottoposta all’analisi dei Sindacati, durante un incontro tra il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Stefano Nannicini e il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Giuliano Poletti. Secondo Nannicini, “l’anticipo Pensionistico è uno schema di intervento strutturale. Si parte con una fase sperimentale delle generazioni ’51-’55”. “La rata del prestito pensionistico per chi dovesse anticipare volontariamente l’uscita dal lavoro di 3 anni rispetto all’età di vecchiaia potrebbe arrivare al 15% della pensione per i vent’anni nei quali si ripaga il prestito”. Il sottosegretario ha poi annunciato che “naturalmente la penalizzazione sulla pensione sarà molto più bassa per chi ha perso il lavoro”. Secondo Nannicini “la cosa importante è permettere la libertà di scelta alle persone”. “Il problema dell’uscita flessibile è molto importante in Italia, il fatto che si discuta in modo approfondito è positivo. Noi daremo tutto il nostro contributo per sostenere questa misura quando andrà in vigore”.

Il Presidente dell’Inps Tito Boeri ha invece affermato che “l’importante è permettere la libertà di scelta”. Critico il M5s. Per Luigi Di Maio siamo davanti a “uno dei tanti annunci di Matteo Renzi”. Secondo i deputati pentasellati è una follia chiedere a un 65enne di indebitarsi per andare in pensione. Siamo di fronte al solito regalo alle banche travestito da artificio finanziario in nome della flessibilità”, si legge nella nota congiunta dei deputati 5 Stelle. “E’ assurdo chiedere una cosa del genere a chi ha 40 anni di contributi e magari ha svolto lavori usuranti”.

Critiche anche dai deputati di Possibile, Civati, Maestri, Brignone, Pastorino, Matarrelli e l’eurodeputata Elly Schlein. Una operazione che, secondo loro, si trasforma in un bell’affarone per Banche, assicurazioni e istituti finanziari che gestiranno il tutto, con tassi di interesse vantaggiosissimi e a rischio quasi zero.

Alessandro Nardelli

Handicap dello zero virgola

Più 0,9%, 0,8%, 0,7%. No, più 0,8%. Le previsioni dell’Istat e del governo sull’aumento del reddito nazionale (Pil) nel 2015 sono incerte, ma sempre in discesa. Alla fine, quella che è arrivata quest’anno non è la tanto attesa ripresa economica, ma una ripresina. Matteo Renzi ne ha preso atto: «Alcune previsioni segnalano un potenziale rallentamento della ripresa». Le cause sono soprattutto due per il presidente del Consiglio e segretario del Pd: i tragici attentati del terrorismo islamico a Parigi e la crisi dei Paesi emergenti, che pesano sui mercati e «non sono due buone notizie».
Tuttavia Renzi è fiducioso: «Dopo tre anni di recessione siamo ripartiti» e «l’Italia ha tutto per tornare ad essere una locomotiva. Abbiamo stabilità, stiamo facendo le riforme, abbiamo margini di miglioramento notevoli».
La recessione internazionale ha colpito duro sull’Italia. Dal 2007 il nostro Paese ha perso il 10% del reddito nazionale e il 25% della produzione industriale. La Grande crisi ha chiuso fabbriche, ha aumentato la disoccupazione fino a quasi il 13% e solo nell’ultimo anno i senza lavoro si sono ridotti al di sopra dell’11%. Il merito è, secondo il presidente del Consiglio, delle riforme strutturali realizzate dal governo e, in particolare, di quelle del mercato del lavoro, fiscali e costituzionali.
Ma non basta. Occorre una ripresa economica più forte, almeno dell’1-2% nel 2016, in modo da far ripartire l’occupazione, far salire salari e pensioni congelati da anni, ridurre le tasse sul lavoro, ridare fiato allo Stato sociale, restituire un futuro ai giovani (la disoccupazione dei ragazzi è quasi al 40%), abbassare l’enorme debito pubblico. Poi c’è il “buco nero” del Sud. Il Mezzogiorno d’Italia va sempre peggio e si sente abbandonato. La crescita “dello zero virgola”, dunque, non basta. Giuseppe De Rita, il fondatore del Censis (Centro studi e investimenti sociali), ha puntato il dito contro il pantano dell’immobilismo, contro “il letargo esistenziale e collettivo”, contro “l’Italia dello zero virgola”.
Renzi ha usato e usa tre parole per cercare d’invertire la rotta: “Coraggio”, “fiducia”, “speranza”. Sono la premessa per far “decollare l’Italia”. Ha ripetuto: se c’è la fiducia i consumatori italiani spenderanno una parte dei loro grandi risparmi, ci saranno nuovi investimenti «e allora altro che Grecia: faremo meglio della Germania».
Gli ostacoli sulla sua strada sono tanti. Il Parlamento deve votare la riforma costituzionale e della Rai, il disegno di legge di Stabilità 2016 che cancella le tasse sulla prima casa, il provvedimento sul riconoscimento dei diritti delle unioni civili. C’è il problema dei rimborsi ai tanti piccoli risparmiatori finiti quasi sul lastrico per la crisi di Banca Etruria, Cassa Marche, CariFerrara e CariChieti, un problema che potrebbe contagiare anche altre banche.
Le Camere, inoltre, devono eleggere tre nuovi giudici costituzionali, un impegno ostico che si trascina senza esiti da circa un anno. Il 14 dicembre è fissata la trentesima votazione; è necessario superare almeno la soglia molto alta di 571 voti, il quorum di 3/5 di deputati e senatori. Si cerca un difficile accordo tra la maggioranza e le opposizioni (finora i “franchi tiratori” nei voti segreti hanno affondato l’intesa tra la maggioranza e Forza Italia).
È un percorso ad ostacoli per il presidente del Consiglio. Una pioggia di critiche arriva dalle opposizioni, dai sindacati, dalle stesse minoranze del Pd (alcuni esponenti della sinistra, come Fassina, Civati e Cofferati hanno lasciato il partito). A giugno ci sarà la sfida delle amministrative: si dovrà eleggere il nuovo sindaco a Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Cagliari. Renzi ha tenuto a levare ogni valore politico alle prossime elezioni argomentando: si vota per eleggere i sindaci e non per il Parlamento. Se la ripresina muterà in ripresa tutto diventerà meno arduo. L’ex sindaco di Firenze deve superare l’handicap dello “zero virgola”.

Rodolfo Ruocco

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