Rostagno. Craxi e Martelli i primi a denunciare la Mafia

mauro rostagno-2Trent’anni fa Mauro Rostagno, giornalista, veniva assassinato dalla mafia il 26 settembre 1988 a Valderice, in provincia di Trapani. Ci sono voluti vent’anni per confermare la pista della malavita organizzata. I primi a farlo, insieme ai quotidiani nazionali e locali, furono i due leader socialisti Bettino Craxi e Claudio Martelli, quest’ultimo presente al funerale di Rostagno, che indicarono subito la responsabilità della mafia nell’omicidio, ma nel 1996 la procura di Trapani reagì all’indicazione della pista mafiosa, accusando i due esponenti del Psi di voler depistare le indagini. La procura di Trapani, nel 1996, ipotizzò ancora – su indicazione della DIGOS – che il delitto potesse essere maturato all’interno di Saman (comunità socioterapeutica da lui fondata) per spaccio di stupefacenti tra i membri della comunità, suscitando forti polemiche. Nel maggio del 2014, la Corte d’Assise di Trapani, presieduta da Angelo Pellino, ha condannato in primo grado all’ergastolo i boss trapanesi Vincenzo Virga e Vito Mazzara.
Numerose sono state le iniziative per ricordare la sua figura di spicco contro la Mafia a cui non volle mai piegarsi e che gli costò la vita. «Non vogliamo un posto in questo Mondo, ma vogliamo un Mondo in cui valga la pena avere un posto», sono le parole di Mauro Rostagno impresse in uno dei murales a lui dedicati.
A omaggiarlo oggi è anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Mauro Rostagno è stato barbaramente ucciso dalla mafia trent’anni or sono, mentre tornava nella sede della comunità terapeutica che aveva contribuito a fondare a Lenzi, nella provincia di Trapani. In quella esperienza riversava il suo impegno, le sue convinzioni, la sua passione civile”.
“In questo giorno di ricordo – si legge in una nota – desidero anzitutto partecipare al dolore dei suoi familiari, degli amici e di quanti hanno condiviso con lui un tratto della vita. E’ stato un tempo spesso difficile, in cui la strada verso la verità giudiziaria ha anche subito gravi deviazioni. La memoria di una vittima di mafia oltrepassa lo strazio per la vita umana vigliaccamente spezzata. Essa costituisce un monito per la società e per le stesse istituzioni. L’agguato venne concepito per far zittire la sua voce libera nel denunciare le trame mafiose e i loschi affari”.
“Il suo assassinio – si legge ancora – avvenne pochi giorni dopo quello del magistrato in pensione Alberto Giacomelli e addirittura poche ore dopo l’uccisione del giudice Antonino Saetta, nel pieno di una strategia terroristica decisa e attuata dai vertici dell’organizzazione criminale. Rostagno, in quella stagione, svolgeva con riconosciute qualità anche il lavoro di giornalista, suscitando apprezzamento e attenzione nei lettori.Il suo impegno giornalistico non fu estraneo all’origine della spietata reazione mafiosa, e oggi resta a noi come testimonianza e come esempio”.

Il 7 luglio a Roma convention del Psi: ‘Via dal presente’

Via dal presenteSi svolgerà a Roma il prossimo 7 luglio, dalle ore 10.30 alle ore 14.30, presso l’hotel Building, in via Montebello 126, la convention, promossa dalla storica rivista Mondoperaio, dall’Associazione Socialismo e dal Partito Socialista Italiano, dal titolo ‘Via dal presente

L’iniziativa segue gli incontri di questi mesi – come la proposta al centrosinistra di unirsi in un Fronte Repubblicano lanciata lo scorso maggio dal Segretario del Psi Riccardo Nencini – che  hanno cercato di tracciare un percorso per costruire una prima risposta ai populismi. L’iniziativa è aperta a riformisti e democratici di diversi orientamenti e differenti tradizioni e prende spunto dai materiali pubblicati sulla rivista Mondoperaio. La storica rivista fondata da Pietro Nenni ospita, infatti, nel mese di giugno, contributi finalizzati alla rigenerazione del sistema politico italiano dopo il voto del 4 marzo. L’incontro del 7 luglio promuove un confronto fra gli estensori dei testi pubblicati ed altri testimoni significativi della nostra vita politica e culturale.

Dopo le comunicazioni del segretario del PSI, Riccardo Nencini, della portavoce, Maria Pisani e del promotore di ‘Sinistra Anno Zero’, Giuseppe Provenzano, seguiranno gli interventi di Luigi Covatta, Fabrizio Cicchitto, Mauro Del Bue, Marco Bentivogli, Claudio Martelli, Pia Locatelli, Vittorino Ferla, Gianni Pittella, Andrea Marcucci, Marco Cappato,  Raffaele Morese, Oreste Pastorelli, Ferdinando Adornato, Vito Gamberale, Gennaro Acquaviva, Sergio Pizzolante e altri.

Chiamata alle armi

Mi ha fatto riflettere il titolo quasi brutale (icasticamente: “La fine del PD”) con cui il direttore dell’Avanti! ha commentato l’esito delle elezioni del 4 marzo e di quelle municipali che hanno cancellato successivamente il “rosso storico” di alcune regioni italiane. Ricordo a me stesso che la mia Parma – terra che mastica la politica, come diceva Craxi, ha subito un vulnus storico: Parma rossa, quella delle barricate contro le squadracce di Italo Balbo, la città di Fernando Santi, la Provincia capace di mandare in Parlamento due “papi stranieri” come Gaetano Arfè e Luigi Covatta, ha subito un vulnus storico in quel maledetto 4 marzo: oggi è rappresentata nel Parlamento della Repubblica solo dalla destra populista. Aggiungo che il PD è stato sconfitto anche nelle elezioni comunali del capoluogo e di numerosi altri Comuni, fra cui Langhirano e Fornovo.

Ho dunque concluso che il titolo del nostro Mauro era perentorio e liquidatorio, ma rispondente alla realtà effettuale. Il PD è oggi incapace di esercitare una permanente forza attrattiva nei confronti delle classi sociali che un tempo votavano per i partiti di centro-sinistra. E’ una disaffezione che riguarda il mondo del lavoro, compreso quello autonomo, agricolo e cooperativo. Si è dunque concluso con una disfatta della sinistra il ciclo storico iniziato con la slavina giustizialista dei primi anni ‘90. Il voto del 4 marzo squaderna davanti a noi la fine dell’esperienza ulivista e veltroniana-dalemiana del PD, punita dagli elettori anche nella versione neo-fanfaniana di Matteo Renzi.

E così l’Italia è oggi dominata da una destra populista ed antieuropea, incardinata sul potere di due “tribuni del popolo”, comandanti di due agglomerati che praticano il fuhrerprinzip di teutonica memoria.

Su queste macerie prendono corpo finalmente la constatazione e il convincimento che si deve “andare oltre il PD”, come enfatizza Carlo Calenda. Questo “vasto programma” è al centro del convegno di Roma, organizzato – non per caso – da quel che resta del socialismo italiano. I motivi di ripensamento, anche autocritico, sono molteplici: i nazional-populisti vincono a man bassa nel Sud del Paese, perché il centro-sinistra non ha mai costruito una efficace politica meridionalistica, immemore di quella predicata e praticata da Giorgio Amendola, da Manlio Rossi Doria, da Giuseppe Avolio e da Francesco Compagna. Ma la sinistra perde anche nelle Regioni rosse perché, ebbra del lungo dominio, non ha saputo realizzare una convincente opera di buongoverno in casa propria.

E’ gran tempo, dunque, di tentare un “colpo d’ala” politico, sorretto da “idee chiare ed adesione ai problemi concreti”, come dicevamo negli anni del nuovo corso del PSI. C’è in campo un nuovo leader, Carlo Calenda, che scuote i generali e i caporali delle sconfitte: propone l’alleanza repubblicana finalizzata ad “andare oltre il PD”, nella gridata consapevolezza che con il solo PD si perde: si consegna la Nazione alla destra populista e dunque si fuoriesce democrazia liberale, dall’Europa e dall’Occidente. Qualche studioso di storia antica ha osservato che le sempiterne faide intestine fra i numerosi capi del PD evocano le lotte dei diadochi impegnati a spartirsi il regno di Alessandro Magno.

Il primo fronte è quello della battaglia quotidiana contro gli usurpatori della democrazia oggi al potere, accompagnata da un appello degli uomini di cultura, vecchi e nuovi. Devono inoltre entrare nell’agone politico anche le “riserve della Repubblica”. In casa nostra penso a Martelli, a Intini, a Covatta ad Acquaviva a Mauro Del Bue e ad altri compagni non ancora ultra ottuagenari come chi scrive. In ogni città e in ogni provincia, sull’onda della manifestazione di Roma, si deve promuovere una “chiamata alle armi” di quanti sentono il dovere di lottare contro i nuovi barbari. Verità vuole che si dica che sono da settimane in prima linea, spesso solitari, gli amici de Il Foglio di Giuliano Ferrara, pienamente consapevoli della gravità dell’ora. Il ripensamento riformista che il PSI, Mondoperaio e l’Associazione Socialismo hanno chiamato “Rimini II” può accompagnare e sostenere l’Alleanza per la Repubblica e per l’Europa. Sarà anche utile l’aiuto delle Fondazioni italiane ed europee che coltivano i valori del socialismo, del liberalismo e della democrazia occidentale.

La campagna per l’elezione del Parlamento Europeo è già dietro l’angolo. L’Alleanza Repubblicana dovrà essere in campo: a fianco del PD, ma oltre il PD, come autonoma forza propulsiva. Ho imparato dai miei maestri di gioventù – i liberali de “Il Mondo” di Mario Pannunzio – che nei momenti cruciali della nostra vita nazionale “sono le minoranze che fanno la storia”, specialmente quando, come diceva Santi, sono capaci di portare dalla loro parte il grosso dell’esercito.

Post scriptum. Ha visto giusto Carlo Calenda quando in una recente intervista ha menzionato il Sindaco di Parma per sottolineare che l’operazione “oltre il PD” ha come interlocutori necessari anche gli amministratori e gli elettori dei Comuni in cui hanno vinto le liste civiche, spesso sconfiggendo il PD.

Fabio Fabbri

Appello ai Socialisti, primo incontro tra i firmatari

incontro socialisti

Primo incontro tra i firmatari dell’Appello ai Socialisti nella sede della direzione nazionale PSI a Roma. Numerosi hanno risposto all’appello rivolto dal segretario del Psi Riccardo Nencini: ex parlamentari, intellettuali, dirigenti regionali.

Un confronto aperto per chiamare a raccolta il mondo socialista dopo la pesante sconfitta elettorale del 4 marzo “Per un impegno comune sul futuro”. Un appello alle forze socialiste intenzionate a “far pesare il proprio patrimonio politico-culturale per “proporre ai cittadini una visione del futuro del nostro paese che sappia coniugare i valori del socialismo democratico e le emergenze storiche in cui ci troviamo”.

Durante la riunione si è deciso di tenere un incontro pubblico, previsto per il giorno 7 luglio a Roma; si tratterà di un convegno aperto alle tante culture democratiche e riformiste per gettare le fondamenta di un fronte largo, repubblicano, da contrapporre a leghisti e grillini.

L’appello, che ha raccolto, tra le altre, le adesioni di Claudio Martelli, Fabrizio Cicchitto, Luigi Covatta, Gennaro Acquaviva e Sergio Pizzolante, guarda oltre i confini nazionali rivolgendosi al PSE affinchè apra “un’approfondita riflessione, anche attraverso un congresso straordinario, che porti a interventi sempre più incisivi per superare la finanziarizzazione dell’economia, modificare il Trattato di Maastricht per riformare l’Unione Europea, ridurre le diseguaglianze”.

Secondo l’analisi dei firmatari, infatti, “quello europeo è l’unico contesto possibile per operare efficacemente in questa direzione”.

Analizzando la crisi italiana, i firmatari dell’appello riconoscono la necessità di riprendere “il confronto sulla riforma istituzionale, evitando che si determini ancora una volta la confusione fra maggioranze costituenti e maggioranze di indirizzo che nella passata legislatura ha affossato le riforme”.

ANCORA AVANTI!

avanti apre

“L’Avanti! ha dato un contributo fondamentale alla storia di questo Paese. Ora lo stesso lavoro di digitalizzazione andrà fatto pure per MondOperaio che costituisce parte della storia della cultura dell’Italia”. Lo ha detto Ugo Intini in conclusione del convegno di presentazione della digitalizzazione dell’Avanti! dal primo numero, quello del 25 dicembre del 1896, anno della sua fondazione, fino al 1993. Intini, che del quotidiano socialista fu direttore, ha ricordato come la crisi della democrazia nasce anche dalla cancellazione della storia. E la digitalizzazione dell’Avanti! vuole contribuire proprio a questo. A evitare che una parte della storia del nostro Paese venga rimossa e che così possa essere consegnata a una nuova generazione”. La presentazione ufficiale, tenuta presso la Biblioteca del Senato, ha visto la collaborazione dell’Avanti! on line con l’istituto di studi storici Gaetano Salvemini e Critica sociale. Ricco l’elenco dei presenti e degli interventi. Dopo le introduzioni di Marco Brunazzi, dell’istituto di studi storici Gaetano Salvemini, di Stefano Carluccio, della Biblioteca storica di Critica Sociale e dell’Avanti! e di Mauro Del Bue, attuale direttore dell’Avantionline!, ha proseguito il prof. Zeffiro Ciuffoletti, ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Firenze. In sala anche il segretario del Psi Riccardo Nencini. Sono intervenuti inoltre Claudio Martelli, Rino Formica, Stefania Craxi. Presenti i presidenti di varie fondazioni e associazioni. Durante l’incontro si è svolta una breve presentazione della banca dati dell’Avanti!. Presenti Enrico Buemi, Gennaro Acquaviva, presidente dell’Associazione Socialismo, Luigi Covatta, direttore di Mondoperaio. In sala anche Bobo Craxi, Giorgio Benvenuto, Maria Vittoria Nenni, Sergio Zavoli, Ugo Sposetti e Lia Quartapelle.

Il direttore dell’Avanti Online Mauro Del Bue ha ricordato come di recente Renzi abbia scritto un libro dal titolo Avanti. “In risposta – ha detto con una battuta – ho deciso di scrivere un libro dal titolo l’Unità, raccontando le divisioni, le scissioni, le epurazion avvenute nella sinistra italiana dal 1892. Ma l’Avanti! non è un libro, è una storia lunga 120 anni. Voglio ricordare – ha aggiunto – tre prima pagine: il primo numero, con Bissolati direttore, nel Natale del 1896. Un giorno di festa, perché i lavoratori concepissero le feste non solo come riposo ma anche come occasione da dedicare alla cultura e allo studio. L’educazione come giorno fondamentale della crescia del partito”. Il secondo numero ricordato da Del Bue è quello del commento al 2 giugno 1946 con il titolo “Grazie Nenni”. “Il Psi – ha sottolineato Del Bue – è stato l’unico partito della sinistra a fare della discriminante Repubblicana un obiettivo fondamentale”. “In questi anni di celebrazione della Costituzione si dimentica il contributo dei socialisti nella redazione della carta costituzionale che celebra come incontro tra De Gasperi e Togliatti”. Come ultimo numero Mauro Del Bue ha ricordato quello in cui appariva l’articolo di Bettino Craxi sulla necessità della grande riforma. Era l’estate del 1979. “Craxi partiva dalla forma dello Stato e non dalla legge elettorale. Se oggi non comprendiamo che il destino del Paese è legato alla riforma dello Stato non si può capire la natura della crisi attuale. Queste tre prime pagine rappresentano la testimonianza della capacità di anticipazione che il nostro quotidiano ha proposto e diffuso”.

Il prof. Ciuffoletti, nel suo lungo e articolato intervento, ha ricordato come “l’Avanti! eredita la cultura democratica del Risorgimento”. E ha sottolineato il grande lavoro svolto da Gaetano Arfè che con la sua “Storia dell’Avanti!” del 1956 ha ridato slancio e forza all’azione socialista, dopo gli anni bui del frontismo. La politica – ha concluso facendo riferimento alle vicende di oggi – deve avere spessore morale. La democrazia non è un dono che viene dal cielo e noi siamo un paese in cui la democrazia è una conquista recente”.

Claudio Martelli ha affermato che “L’Avanti! digitale ci restituisce intatta, integra, plurale, conflittuale come fu l’opera di civilizzazione compiuta dai socialisti, un’opera immensa dedicata alla vita e alla coscienza di ogni donna e di ogni uomo. Ciascuno saprà approfittarne liberamente secondo i propri bisogni e i propri interessi”. “Nella drammatica crisi che si è aperta – ha concluso Martelli con riferimento al dibattito sul nuovo governo – bisogna unire innanzitutto i socialisti poi i riformisti, moderati e cattolici, per andare oltre e guardare all’Europa fermando l’ascesa dei sovranismi europei. Non c’è speranza senza lotta. Bisogna – ha concluso – difendere il nostro popolo da ciarlatani e avventurieri”.

Dopo l’ex ministro della giustizia è intervenuto Rino Formica che ha ricordato il ruolo dell’Avanti! nelle tre crisi di sistema che il nostro Paese ha attraversato. La prima nel primo dopoguerra quando il giornale socialista fu sempre per la lotta democratica. Poi nel secondo dopoguerra con il sostegno forte alla Costituente e alla Repubblica. Infine la crisi di sistema che si ripeté nel ‘89. “Il metro di Craxi – ha detto Formica – era quello di unire sullo stesso binario le crisi politiche e quelle di sistema. Oggi invece si ripetono gli errori del passato e si affrontano le crisi come fossero solo vicende politiche”. Per Formica una grande battaglia politica va fatta nella riforma della Costituzione non più adeguata ai tempi. Gli stati nazione per Formica devono “cedere sovranità” e quindi serve un “nuovo ordine costituente” per inserire chiaramente la “nostra collocazione internazionale e la natura e i compiti della democrazia rappresentativa. Occorre unire contro il governo dei populisti e dei sovranisti un’ampio fronte repubblicano. Infine un accenno al lavori per il governo: “Mattarella non doveva concedere le ulteriori 24 ore. La questione doveva essere posta rinviando in Parlamento il suo governo neutrale. I due dovevano attendere le decisioni del presidente e non far dipendere le sue scelte dalle piattaforme digitali o da qualche cantina del Veneto”.

Nencini, a margine di lavori, ha parlato della necessità di far diventare l’Avanti! il luogo dove si riuniscono tutti coloro che fanno parte della stessa cultura pur appartenendo a storie partitiche diverse. Poi – ha aggiunto – è vero che l’Avanti era un quotidiano di partito, però ha utilizzato il meccanismo dell’innovazione in maniera decisa. I grandi pittori futuristi si formano sulle copertine dell’Avanti!. Ho trovato pezzi di D’Annunzio che fu candidato nel collegio di Montevarchi. Quindi c’era una attenzione a un mondo di confine a cui veniva dato diritto di cittadinanza”. “Una volta – ha detto ancora – i dibattiti si facevano sui giornali. Ora non si fanno più né sui giornali né in televisione. C’è una frase bellissima e decisamente attuale di Gustave Le Bon, il teorico della psicologia delle masse, che dà questo suggerimento: ‘In campagna elettorale sparatele pure grosse, tanto la folla dimentica’”. Frase che si  presta assai ai nostri giorni.

Daniele Unfer

Avanti!, la presentazione della collezione digitale

Avanti! Progetto On-line della Raccolta Integrale.1896-1993

Avanti! Progetto On-line della Raccolta Integrale.1896-1993

Si terrà il 10 maggio alle ore 15, presso la Biblioteca del Senato – Sala degli Atti Parlamentari, in Piazza della Minerva 38, a Roma – l’evento di lancio della collezione digitale del quotidiano Avanti!, storico organo del Partito Socialista Italiano fondato nel 1896. Il progetto ha visto la collaborazione di: Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, L’Avanti! on line, L’istituto di studi storici Gaetano Salvemini, Critica sociale.

Oltre all’intervento del Segretario del Psi, Riccardo Nencini, ricca l’agenda degli interventi di esponenti del mondo accademico, della politica e del giornalismo che parteciperanno alla presentazione del progetto online della raccolta integrale dei numeri del quotidiano socialista dal 1896 fino al 1993.

Dopo le introduzioni di Marco Brunazzi, dell’istituto di studi storici Gaetano Salvemini, di Stefano Carluccio, della Biblioteca storica di Critica Sociale e dell’Avanti! e di Mauro Del Bue, attuale direttore dell’Avantionline!, si proseguirà con una relazione del prof. Zeffiro Ciuffoletti, ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Firenze. Seguiranno gli interventi, tra gli altri, di Gennaro Acquaviva, presidente dell’Associazione Socialismo, Luigi Covatta, direttore di Mondoperaio, Ugo Intini, ex direttore dell’Avanti!, Claudio Martelli e Rino Formica e dei presidenti di varie fondazioni e associazioni.
Durante l’incontro si svolgerà una breve presentazione della banca dati dell’Avanti! a cura del personale della Biblioteca.

Per consultare il programma cliccare qui

Roma, 9 maggio convegno su Aldo Moro;
Roma, 10 maggio, presentazione della collezione digitale dell’Avanti!

Roma, mercoledì 9 maggio ore 10, Aldo Moro, un assassinio di sistema 

aldo moro

Roma giovedì 10 maggio ore 15 Piazza della Minerva, 38 presso la Sala degli Atti parlamentari. Avanti! Progetto On-line della Raccolta Integrale.1896-1993
Presentazione della collezione digitale.

Roma – Biblioteca del Senato – 
Giovedì 10 maggio ore 15

Introducono

Marco Brunazzi – Vice presidente Istituto di studi storici Gaetano Salvemini

Stefano Carluccio – Direttore Biblioteca storica Critica Sociale

Relazione “Avanti!… Eppur bisogna andare”

Prof. Zeffiro Ciuffoletti – Ordinario di Storia contemporanea (Università di Firenze)

Comunicazioni

Rino Formica, Claudio Martelli, Ugo Intini, Mauro Del Bue

Presiede Carlo Tognoli

Intervengono

Gennaro Acquaviva (Fondazione Socialismo), Giorgio Benvenuto (Fondazione Nenni), Franco Bartolomei, Felice Besostri, Piero Borghini, Enrico Buemi, Marina Campagna Magno (Fondo Matteotti-Magno), Roberto Campo (Istituto Viglianesi), Alessandro Colucci, Francesco Colucci, Luigi Covatta (Direttore MondOperaio), Vittorio Craxi, Ettore Fermi, Ugo Finetti (Direttore Critica Sociale), Walter Galbusera (Fondazione Kuliscioff), Giuseppe La Ganga, Riccardo Nencini, Giuseppe Sarno, Sergio Scalpelli (Centro Internazionale di Brera), Paolo Pillitteri, Caterina Simiand (Istituto Salvemini), Valdo Spini (Presidente AICI).

Gli studenti dei Licei “Tommaso Campanella” di Cosenza saranno presenti e accompagnati dalla Preside, prof.ssa Maria Grazia Cianciulli.

DURANTE L’INCONTRO SI SVOLGERÀ UNA BREVE PRESENTAZIONE DELLA BANCA DATI DELL’AVANTI! A CURA DEL PERSONALE DELLA BIBLIOTECA

Il progetto di digitalizzazione è stato curato dall’Istituto Salvemini ed è stato reso possibile dal contributo di Regione Piemonte – Direzione Regionale Cultura
e Compagnia di San Paolo

avanti! e pur bisogna andar

Riina. Martelli. Morte Falcone gli si è ritorta contro

riinaIl ‘capo dei capi’ della Mafia, è morto nella notte a Parma. Aveva appena compiuto 87 anni ed era ricoverato in coma farmacologico nel reparto detenuti dell’ospedale del capoluogo emiliano, dopo il secondo intervento chirurgico nel giro di pochi giorni. Arrestato il 15 gennaio del 1993 dopo 24 anni di latitanza, Riina era considerato ancora il boss indiscusso di Cosa nostra, malgrado da allora sia rimasto rinchiuso in carcere in regime di 41 bis per scontare i 26 ergastoli a cui era stato condannato. Il legale di Riina, Luca Cianferoni, raggiunto telefonicamente ha chiesto il massimo riserbo. Riina era malato da anni, ma negli ultimi mesi le sue condizioni si erano aggravate tanto da indurre i legali a chiedere a luglio un differimento di pena per motivi di salute. Il tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva però respinto la richiesta finché ieri il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha concesso ai familiari un incontro straordinario col boss.

Riina non si era mai pentito per le decine di omicidi compiuti (il primo a Corleone negli anni ’50) e le tante stragi da lui ordinate, tra cui gli attentati del 1992 in cui furono uccisi Falcone e Borsellino e quelli del 1993, nella penisola. Fu suo l’ordine di scatenare un’offensiva armata contro lo Stato nei primi anni ’90. Riina era ancora imputato nell’ultimo processo a suo carico, quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, che lo vede accusato di minaccia a Corpo politico dello Stato.

“Penso di aver tenuto fede a quella promessa che feci il giorno dell’assassinio di Falcone: in una dichiarazione ai media italiani e stranieri, ricordo la Cnn, dissi ‘dimostreremo che assassinando Falcone Cosa nostra ha fatto il peggiore affare, e cosi è stato”. Ha commentato Claudio Martelli, ministro della Giustizia ai tempi della cattura di Toto’ Riina. Secondo l’ex Guardasigilli, “la guerra militare con la mafia è vinta”, mentre rimane da condurre la lotta contro la “mafiosità”.

“Gli omicidi di Falcone e Borsellino – ha detto aggiunto Claudio Martelli parlando a Radio Anch’io su Rai Radio1 – furono un colpo al cuore. La mafia perforò il meccanismo di protezione dei magistrati. Falcone in particolare fu protetto come le più alte cariche dello Stato. Purtroppo però i frequenti viaggi a Palermo nell’ultima parte della sua vita e l’uso sistematico dei servizi di scorta furono un errore. La smagliatura fu quella. Bastò controllare gli spostamenti della scorta”. “Il giorno della cattura di Riina fu la fine di un lungo incubo. Ancora oggi non si è trovata una spiegazione su come Totò Riina abbia trovato rifugio a Palermo, abbia potuto viaggiare e così via. Ci sono state delle omertà. Lo Stato non si è rivelato efficace. Sono stato Ministro della Giustizia per 2 anni: abbiamo toccato il punto più basso con gli attentati a Falcone e Borsellino e il punto più alto subito dopo con la reazione e l’arresto di più di mille latitanti fino a Riina e poi Provenzano”

“La morte di un uomo dovrebbe portare al silenzio ed alla riflessione. E’ difficile, però in questo caso” ha affermato il Presidente del PSI Carlo Vizzini. “Non pensare in questi momenti alla tante vite spente ferocemente in tanti anni dal boss duro e glaciale ed anche al dolore di tutte le loro famiglie. A coloro che vorrebbero succedergli – ha concluso Vizzini che è stato relatore dell’ultima modifica del 41bis e delle confische dei beni – prima o poi saranno anche loro assicurati alla giustizia e finiranno al carcere duro con la confisca dei beni”.

Il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, ha definito folle la sua guerra allo Stato. “Lo Stato ha sconfitto l’idea folle di Riina e altri esponenti mafiosi di fare la guerra allo Stato e vincerla. Lo Stato ha vinto continuando a rispettare la legge e la Costituzione”. “L’attacco allo Stato – ha aggiunto – è stato il più grosso errore strategico di Riina e ha avuto ripercussioni pesantissime su Cosa Nostra, di cui alcuni mafiosi si sono ben resi conto”. “C’e’ da chiedersi, e da chiedere agli uomini di Cosa Nostra, se valga la pena finire in carcere o venire ammazzati, fare questa vita e imporla ai propri familiari, o se non sia meglio piuttosto decidere di intraprendere un’altra strada”. E’ la riflessione, del procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi. E sulla mafia ha aggiunto: “Muore Riina ma non finisce Cosa Nostra. Scompare quello che tuttora, nonostante la detenzione, era il capo della mafia, e si apre una nuova stagione. Ma Cosa Nostra non è finita”.

Meriti e bisogni 2.0 per un programma di governo

quarto-stato modernoSi è conclusa a Milano la due giorni sui “Meriti e Bisogni 2.0”, organizzata dal Psi per discutere del programma di governo e poi coalizioni future.
“I socialisti lavorano incessantemente alla formazione di una coalizione alleata del Pd, europeista, che raccolga il voto degli indecisi”- ha detto il Segretario durante la relazione di chiusura. “Ma spetta al Pd prendere l’iniziativa convocando urgentemente un tavolo dove si discuta un Patto con gli Italiani e lo si riempia di contenuti partendo dalle buone cose fatte dai governi in questa legislatura”, ha aggiunto.
“C’è un preoccupante ritardo. Gli italiani ancora non sanno ne’ come la sinistra riformista si presenterà alle prossime elezioni ne’ con quale programma. Del centro destra e dei grillini, invece, sanno tutto”- ha proseguito. Per Nencini “serve una “Forza Tranquilla e Rassicurante”. È questa la priorità. Non la Leopolda e nemmeno la rottamazione. Quanto al programma – ha detto ancora Nencini – sono quattro le priorità: riforme istituzionali – dell’elezione diretta delle città metropolitane alle macroregioni al voto ai sedicenni nelle amministrative – da affrontare con una Assemblea Costituente; inserire la casa tra i pilastri del nuovo welfare tassando la rendita fondiaria per migliorare i servizi nelle città e costituendo un fondo per un piano casa più ampio; misure perché il lavoro a tempo indeterminato costi meno del lavoro parziale; Europa federale ed un unico ministro del tesoro europeo”, ha concluso.


L’alleanza tra il merito e il bisogno per l’affermazione del socialismo liberale

L’intervento di Claudio Martelli

Rivolgo un sentito ringraziamento agli organizzatori di questo incontro per avere tolto dagli armadi impolverati un’idea, quella che lanciai alla conferenza di Rimini del 1982. Mi interrogo spesso sulle ragioni della sopravvenuta longevità di questa intuizione sul merito e il bisogno (che vanno usati al singolare perché fenomeni sociali) che rappresentano un criterio per leggere la società e per intraprendere un cammino. Il punto di novità non era tanto la rappresentazione dell’esistenza del merito e del bisogno, ma la proposta di un’alleanza tra il merito e il bisogno per un governo riformista. Si trattava in realtà di una suggestione di carattere liberale (tipica di questa cultura era la categoria del merito) e socialista (caratteristica dii questa tradizione é quella del bisogno). La mia proposta era di connetterli in una prospettiva comune, unificando dunque politicamente il meglio delle due culture.

Una società come la nostra vive sul mercato, ma non può vivere solo di mercato, che non è certo di per sé un regolatore di giustizia. Occorre una misura e un equilibrio tra il dinamismo delle società di mercato (in Germania si é parlato di economia sociale e la Spd ha praticato la cogestione delle aziende) e la sua regolazione a fini di giustizia e di responsabilità dei lavoratori. Certo se noi volessimo rifarci alle esperienze delle socialdemocrazie e in particolare di quella tedesca, dovremmo ricordare che il cancelliere Schroeder, nelle sue proposte (Agenda 2010) contemplò la richiesta di due ore in più di lavoro sul comparto pubblico senza retribuzione. Pensate a cosa sarebbe successo in Italia. La verità é che la sinistra italiana non è mai stata socialdemocratica. Se non all’inizio del secolo passato, quando i riformisti di Turati erano alla guida del Psi e dialogavano coi liberali di Giolitti. Quel Psi amministrava i comuni, però. Non governava l’Italia. Proprio in questi giorni ho lettp che il Pd ha deciso di riappropriarsi della tradizione riformista. Tuttavia nella tradizione del Pd c’é in massima parte quella comunista e non mi pare che i comunisti siano mai stati riformisti. Oggi dobbiamo chiarire la natura dell’incontro tra socialisti e democratici. Discutere insieme é un bene. Erigere steccati oggi é inutile. Ciascuno conserva le sue memorie. Ma questo non può evitare l’incontro.

Chiediamoci piuttosto se non stiamo facendo di tutto per far vincere il centro-destra. Partiamo dal tema più sentito e cioè quello dell’immigrazione. Occorre molta chiarezza. Ho ascoltato Salvini dichiarare in tv: “I migranti regolari sono miei fratelli e li accoglierei in casa mia”. Affermazione nuova, perfino sconvolgente. Dal fronte sinistro silenzio. Non si ricorda neppure che sull’immigrazione irregolare Napolitano, per cinque anni ministro dell’Interno, ha varato provvedimenti duri su questa materia, cosi come la mia legge prescriveva modalità precise di controllo. La verità é che in questi anni è svanito il tema del controllo e gli immigrati arrivano in numero sempre maggiore. Certo in Germania sono di più. Ma a parte il fatto che la Germania ha 84 milioni di abitanti e non 60, ricordiamo anche che questo paese ha assunto ben 10mila addetti per l’integrazione e poi ha varato un provvedimento per il rimpatrio volontario e assistito. Non è vero che tutti gli immigrati si trovino bene, anzi una parte di loro, dopo alcuni mesi, è a disagio e sfrutta la possibilità di un rientro a casa magari utilizzando un gruzzolo per poter ricostruirsi una vita. Secondo i dati sono circa 400mila i rimpatri volontari. E noi continuiamo a parlare della favola dell’accoglienza. Cosi andiamo a sbattere. Se in un piccolo centro arrivano cento senegalesi si sconvolge il senso di una comunità. Vivere un disagio non è razzismo.

La sinistra che ha approvato il Wto, ha celebrato la globalizzazione, ha esaltato l’immigrazione, o cambia strada o deraglia. Non c’é da pescare revisioni e coerenze nell’area che, penso a Prodi, ha enfatizzato il tema dell’allargamento dell’Unione europea. Prima si doveva riformare il sistema di governo e poi eventualmente allargare. Invece prima si è allargato e non si é riformato nulla. Non c’è da pescare lì e nemmeno nell’area massimalista. Ogni volta che la sinistra ha tentato di governare i massimalisti hanno prodotto una scissione. Dalle divisioni politiche si sono poi sempre sviluppate divisioni personali. E’ la prima volta, oggi, invece, che dalle divisioni personali sono nate divisioni politiche. Ho letto questa frase di Bersani: “Grasso ci va da Dio”. Ricordo di avere avuto Grasso al Ministero della Giustizia. Lo rammento come bravo magistrato. Non avrei mai immaginato avesse queste doti taumaturgiche. Ho letto una dichiarazione di Emma Bonino che sollecita di riaprire i flussi legali. Giusto, ma contemporaneamente bisognerebbe chiudere quelli illegali. Vogliamo una sinistra senza popolo? Se la sinistra ha perso il popolo non sarà perché non ha affrontato all’inizio i rischi della globalizzazione e dell’immigrazione? E non ha poi saputo governarli? Avevamo di fronte a noi il caso Francia, dove Marine Le Pen aveva già sottratto fette di popolo alla sinistra. Potevamo trarne conseguenze. Niente. Adesso tutti concentrati sullo ius soli. Lo chiamano ius soli, ma in realtà si tratta di ius nativitatis, diritto di nascita. In Europa non esiste. Esiste negli Stati uniti. Ma non c’entra con l’immigrazione. Esiste perché nonostante gli unionisti avessero vinto negli stati del Sud non si concedevano diritti ai neri. Lo ius nativitatis era dunque per gli americani, non per gli immigrati. Qui la cittadinanza, invece, precede l’integrazione. E il buon senso se ne sta in disparte. Ho parlato con Minniti e l’ho sostenuto. Qualche risultato ha prodotto. Certo è complicato dopo aver preso a bastonate l’alveare libico. Ma era giusto rivedere il ruolo delle Ong. Se vai a prendere gli immigrati vicino alla costa non operi per salvarli e addirittura commetti un reato. Tutti argomenti di buon senso lasciati alla destra.

Sono invece molto netto sul referendum lombardo-veneto. Bisognava denunciare l’imbroglio e invece il Pd ha balbettato. Si doveva spiegare una contrarietà e invece si é manifestata una quasi condivisione, un sì però. Un po’ di ipocrisia. Come quella dell’accoglienza secondo Alfano. Noi siamo accoglienti con gli immigrati che poi vanno in casa d’altri. Fino a che gli altri minacciano poi di chiudere le frontiere.

Avevo in mente il partito democratico già negli anni ottanta. Ne parlai con Craxi che osservava che si sarebbe dovuto intervenire a livello internazionale. Pensava all’Internazionale democratica, che comprendesse il partito degli Stati Uniti. Ne parlò con Mitterand e Gonzales che respinsero l’idea, forti dei loro trenta per cento. Io insistetti. Pensavo a un partito democratico che nascesse sull’incontro tra socialisti, ex comunisti, radicali, laici. Poteva essere questa una meta più gradita anche dagli ex comunisti che a varcare la frontiera che li separava dal Psi non erano troppo propensi. E cosi per i laici che non volevano diventare socialisti. Le cose sono andate come sappiamo. E si é creata una frattura. In Italia si é proceduto sempre con fratture. Prima il Risorgimento, poi i liberali, i fascisti, l’8 settembre, la morte della patria, che determinò la frattura con la destra che viene sanata solo quando Berlusconi la reinventa, dando nel contempo accoglienza anche ai partiti della Prima repubblica. E mette insieme i leghisti al Nord e i post fascisti al Sud in nome di una rivoluzione liberale irrealizzata, anche per la congiura di Bossi. Una parte di elettori socialisti scelse Berlusconi per difesa dall’aggressione dei post comunisti. La ferita non si è più sanata. Il Psi era l’incontro tra la sinistra storica e i ceti poi berlusconiani. Le cose, oggi, sono cambiate. Manca un partito di frontiera e il Pd non lo é diventato.

Ho avuto modo di definire il Pd il partito Frankestein. Mettere insieme una parte dell’ex Pci e una parte della Dc era cosa complicata. Veltroni è stato costretto alle dimissioni. Renzi é nelle condizioni che conosciamo. All’inizio mi ispirava simpatia. Poi ho formulato critiche. Sapevo che nell’incontro tra comunisti e democristiani alla lunga avrebbero vinto i democristiani. D’altronde non hanno voluto diventare socialisti, che altro potevano diventare visto che non erano più comunisti? Anzi, se dai del comunista a un ex comunista, questo si offende. A me se danno del socialista fa piacere. A La Russa hanno gridato “fascista”, e lui ha risposto: “Lei mi sta lusingando”. Almeno ha un’identità. Renzi mi pare che oggi vada difeso. Non vedo di meglio. D’Alema é meglio? Lasciamo perdere.

La via giusta è liberalsocialista. Inventammo le società di mutuo soccorso, le leghe, le cooperative, i sindacati, quel sistema riformista che si fa stato nella società. Tutte cose che ancora sopravvivono. Anche a Milano e questo avvenne grazie a quel grande sindaco che fu Caldara e che sperimentò una sua particolare e costruttiva attenzione ai poveri e ai meno garantiti e che fu definito fuori linea dalla maggioranza del Psi per avere ospitato i reduci di Caporetto. Prima che ci fossero i comunisti sperimentammo i danni del massimalismo.

Non riesco a capire cosa si debba chiedere a Renzi per offrigli l’unità. L’abolizione del job act? L’articolo 18? Mi sembra di tornare molto indietro nel tempo. Anche sulle banche ha ragione Renzi, non ha senso la difesa della Banca d’Italia, che é diventata una banca privata, quasi fosse l’altare della patria.

Noi, alla fine degli anni ottanta, riprendendo un’intuizione di Craxi di fine anni 70, lanciammo la proposta di una riforma dello stato presidenziale, federale, con sistema elettorale uninominale e maggioritario. Lo vogliamo rimuovere questo tabù sul presidenzialismo cari amici del Pd? E ristabilire un’autorità eletta dal popolo che rilanci il potere democratico della politica? Quando leggo che l’ufficio del ministero del Bilancio prende posizione sulla riforma delle pensioni trasecolo. Noi costoro li avremmo fatti volare dalla finestre. Ognuno doveva fare il suo.

Insisto sull’Europa dove vedo solo alcune luci che traspaiono dalla Francia, ove tra la triste trimurti dei repubblicani e le follie dei socialisti, almeno si é fatto largo Macron. Era meglio avesse vinto la destra, magari con le bandiere e gli slogan debordanti della sinistra in piazza? Questo Macron che ha dichiarato di non essere socialista, ma di essere di sinistra perché liberale, non riesco a capire dove andrà a finire. Però affermare che l’origine del liberalismo é di sinistra é apprezzabile. Come sostenere che il meglio del socialismo è liberale.

Leggi l’intervento di Luigi Covatta

MERITO E BISOGNO
DI SOCIALISMO

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Si è conclusa a Milano la due giorni sui “Meriti e Bisogni 2.0”, organizzata dal Psi per discutere del programma di governo e poi coalizioni future.
“I socialisti lavorano incessantemente alla formazione di una coalizione alleata del Pd, europeista, che raccolga il voto degli indecisi”- ha detto il Segretario durante la relazione di chiusura. “Ma spetta al Pd prendere l’iniziativa convocando urgentemente un tavolo dove si discuta un Patto con gli Italiani e lo si riempia di contenuti partendo dalle buone cose fatte dai governi in questa legislatura”, ha aggiunto.
“C’è un preoccupante ritardo. Gli italiani ancora non sanno ne’ come la sinistra riformista si presenterà alle prossime elezioni ne’ con quale programma. Del centro destra e dei grillini, invece, sanno tutto”- ha proseguito. Per Nencini “serve una “Forza Tranquilla e Rassicurante”. È questa la priorità. Non la Leopolda e nemmeno la rottamazione. Quanto al programma – ha detto ancora Nencini – sono quattro le priorità: riforme istituzionali – dell’elezione diretta delle città metropolitane alle macroregioni al voto ai sedicenni nelle amministrative – da affrontare con una Assemblea Costituente; inserire la casa tra i pilastri del nuovo welfare tassando la rendita fondiaria per migliorare i servizi nelle città e costituendo un fondo per un piano casa più ampio; misure perché il lavoro a tempo indeterminato costi meno del lavoro parziale; Europa federale ed un unico ministro del tesoro europeo”, ha concluso.


L’alleanza tra il merito e il bisogno per l’affermazione del socialismo liberale

L’intervento di Claudio Martelli

Rivolgo un sentito ringraziamento agli organizzatori di questo incontro per avere tolto dagli armadi impolverati un’idea, quella che lanciai alla conferenza di Rimini del 1982. Mi interrogo spesso sulle ragioni della sopravvenuta longevità di questa intuizione sul merito e il bisogno (che vanno usati al singolare perché fenomeni sociali) che rappresentano un criterio per leggere la società e per intraprendere un cammino. Il punto di novità non era tanto la rappresentazione dell’esistenza del merito e del bisogno, ma la proposta di un’alleanza tra il merito e il bisogno per un governo riformista. Si trattava in realtà di una suggestione di carattere liberale (tipica di questa cultura era la categoria del merito) e socialista (caratteristica dii questa tradizione é quella del bisogno). La mia proposta era di connetterli in una prospettiva comune, unificando dunque politicamente il meglio delle due culture.

Una società come la nostra vive sul mercato, ma non può vivere solo di mercato, che non è certo di per sé un regolatore di giustizia. Occorre una misura e un equilibrio tra il dinamismo delle società di mercato (in Germania si é parlato di economia sociale e la Spd ha praticato la cogestione delle aziende) e la sua regolazione a fini di giustizia e di responsabilità dei lavoratori. Certo se noi volessimo rifarci alle esperienze delle socialdemocrazie e in particolare di quella tedesca, dovremmo ricordare che il cancelliere Schroeder, nelle sue proposte (Agenda 2010) contemplò la richiesta di due ore in più di lavoro sul comparto pubblico senza retribuzione. Pensate a cosa sarebbe successo in Italia. La verità é che la sinistra italiana non è mai stata socialdemocratica. Se non all’inizio del secolo passato, quando i riformisti di Turati erano alla guida del Psi e dialogavano coi liberali di Giolitti. Quel Psi amministrava i comuni, però. Non governava l’Italia. Proprio in questi giorni ho lettp che il Pd ha deciso di riappropriarsi della tradizione riformista. Tuttavia nella tradizione del Pd c’é in massima parte quella comunista e non mi pare che i comunisti siano mai stati riformisti. Oggi dobbiamo chiarire la natura dell’incontro tra socialisti e democratici. Discutere insieme é un bene. Erigere steccati oggi é inutile. Ciascuno conserva le sue memorie. Ma questo non può evitare l’incontro.

Chiediamoci piuttosto se non stiamo facendo di tutto per far vincere il centro-destra. Partiamo dal tema più sentito e cioè quello dell’immigrazione. Occorre molta chiarezza. Ho ascoltato Salvini dichiarare in tv: “I migranti regolari sono miei fratelli e li accoglierei in casa mia”. Affermazione nuova, perfino sconvolgente. Dal fronte sinistro silenzio. Non si ricorda neppure che sull’immigrazione irregolare Napolitano, per cinque anni ministro dell’Interno, ha varato provvedimenti duri su questa materia, cosi come la mia legge prescriveva modalità precise di controllo. La verità é che in questi anni è svanito il tema del controllo e gli immigrati arrivano in numero sempre maggiore. Certo in Germania sono di più. Ma a parte il fatto che la Germania ha 84 milioni di abitanti e non 60, ricordiamo anche che questo paese ha assunto ben 10mila addetti per l’integrazione e poi ha varato un provvedimento per il rimpatrio volontario e assistito. Non è vero che tutti gli immigrati si trovino bene, anzi una parte di loro, dopo alcuni mesi, è a disagio e sfrutta la possibilità di un rientro a casa magari utilizzando un gruzzolo per poter ricostruirsi una vita. Secondo i dati sono circa 400mila i rimpatri volontari. E noi continuiamo a parlare della favola dell’accoglienza. Cosi andiamo a sbattere. Se in un piccolo centro arrivano cento senegalesi si sconvolge il senso di una comunità. Vivere un disagio non è razzismo.

La sinistra che ha approvato il Wto, ha celebrato la globalizzazione, ha esaltato l’immigrazione, o cambia strada o deraglia. Non c’é da pescare revisioni e coerenze nell’area che, penso a Prodi, ha enfatizzato il tema dell’allargamento dell’Unione europea. Prima si doveva riformare il sistema di governo e poi eventualmente allargare. Invece prima si è allargato e non si é riformato nulla. Non c’è da pescare lì e nemmeno nell’area massimalista. Ogni volta che la sinistra ha tentato di governare i massimalisti hanno prodotto una scissione. Dalle divisioni politiche si sono poi sempre sviluppate divisioni personali. E’ la prima volta, oggi, invece, che dalle divisioni personali sono nate divisioni politiche. Ho letto questa frase di Bersani: “Grasso ci va da Dio”. Ricordo di avere avuto Grasso al Ministero della Giustizia. Lo rammento come bravo magistrato. Non avrei mai immaginato avesse queste doti taumaturgiche. Ho letto una dichiarazione di Emma Bonino che sollecita di riaprire i flussi legali. Giusto, ma contemporaneamente bisognerebbe chiudere quelli illegali. Vogliamo una sinistra senza popolo? Se la sinistra ha perso il popolo non sarà perché non ha affrontato all’inizio i rischi della globalizzazione e dell’immigrazione? E non ha poi saputo governarli? Avevamo di fronte a noi il caso Francia, dove Marine Le Pen aveva già sottratto fette di popolo alla sinistra. Potevamo trarne conseguenze. Niente. Adesso tutti concentrati sullo ius soli. Lo chiamano ius soli, ma in realtà si tratta di ius nativitatis, diritto di nascita. In Europa non esiste. Esiste negli Stati uniti. Ma non c’entra con l’immigrazione. Esiste perché nonostante gli unionisti avessero vinto negli stati del Sud non si concedevano diritti ai neri. Lo ius nativitatis era dunque per gli americani, non per gli immigrati. Qui la cittadinanza, invece, precede l’integrazione. E il buon senso se ne sta in disparte. Ho parlato con Minniti e l’ho sostenuto. Qualche risultato ha prodotto. Certo è complicato dopo aver preso a bastonate l’alveare libico. Ma era giusto rivedere il ruolo delle Ong. Se vai a prendere gli immigrati vicino alla costa non operi per salvarli e addirittura commetti un reato. Tutti argomenti di buon senso lasciati alla destra.

Sono invece molto netto sul referendum lombardo-veneto. Bisognava denunciare l’imbroglio e invece il Pd ha balbettato. Si doveva spiegare una contrarietà e invece si é manifestata una quasi condivisione, un sì però. Un po’ di ipocrisia. Come quella dell’accoglienza secondo Alfano. Noi siamo accoglienti con gli immigrati che poi vanno in casa d’altri. Fino a che gli altri minacciano poi di chiudere le frontiere.

Avevo in mente il partito democratico già negli anni ottanta. Ne parlai con Craxi che osservava che si sarebbe dovuto intervenire a livello internazionale. Pensava all’Internazionale democratica, che comprendesse il partito degli Stati Uniti. Ne parlò con Mitterand e Gonzales che respinsero l’idea, forti dei loro trenta per cento. Io insistetti. Pensavo a un partito democratico che nascesse sull’incontro tra socialisti, ex comunisti, radicali, laici. Poteva essere questa una meta più gradita anche dagli ex comunisti che a varcare la frontiera che li separava dal Psi non erano troppo propensi. E cosi per i laici che non volevano diventare socialisti. Le cose sono andate come sappiamo. E si é creata una frattura. In Italia si é proceduto sempre con fratture. Prima il Risorgimento, poi i liberali, i fascisti, l’8 settembre, la morte della patria, che determinò la frattura con la destra che viene sanata solo quando Berlusconi la reinventa, dando nel contempo accoglienza anche ai partiti della Prima repubblica. E mette insieme i leghisti al Nord e i post fascisti al Sud in nome di una rivoluzione liberale irrealizzata, anche per la congiura di Bossi. Una parte di elettori socialisti scelse Berlusconi per difesa dall’aggressione dei post comunisti. La ferita non si è più sanata. Il Psi era l’incontro tra la sinistra storica e i ceti poi berlusconiani. Le cose, oggi, sono cambiate. Manca un partito di frontiera e il Pd non lo é diventato.

Ho avuto modo di definire il Pd il partito Frankestein. Mettere insieme una parte dell’ex Pci e una parte della Dc era cosa complicata. Veltroni è stato costretto alle dimissioni. Renzi é nelle condizioni che conosciamo. All’inizio mi ispirava simpatia. Poi ho formulato critiche. Sapevo che nell’incontro tra comunisti e democristiani alla lunga avrebbero vinto i democristiani. D’altronde non hanno voluto diventare socialisti, che altro potevano diventare visto che non erano più comunisti? Anzi, se dai del comunista a un ex comunista, questo si offende. A me se danno del socialista fa piacere. A La Russa hanno gridato “fascista”, e lui ha risposto: “Lei mi sta lusingando”. Almeno ha un’identità. Renzi mi pare che oggi vada difeso. Non vedo di meglio. D’Alema é meglio? Lasciamo perdere.

La via giusta è liberalsocialista. Inventammo le società di mutuo soccorso, le leghe, le cooperative, i sindacati, quel sistema riformista che si fa stato nella società. Tutte cose che ancora sopravvivono. Anche a Milano e questo avvenne grazie a quel grande sindaco che fu Caldara e che sperimentò una sua particolare e costruttiva attenzione ai poveri e ai meno garantiti e che fu definito fuori linea dalla maggioranza del Psi per avere ospitato i reduci di Caporetto. Prima che ci fossero i comunisti sperimentammo i danni del massimalismo.

Non riesco a capire cosa si debba chiedere a Renzi per offrigli l’unità. L’abolizione del job act? L’articolo 18? Mi sembra di tornare molto indietro nel tempo. Anche sulle banche ha ragione Renzi, non ha senso la difesa della Banca d’Italia, che é diventata una banca privata, quasi fosse l’altare della patria.

Noi, alla fine degli anni ottanta, riprendendo un’intuizione di Craxi di fine anni 70, lanciammo la proposta di una riforma dello stato presidenziale, federale, con sistema elettorale uninominale e maggioritario. Lo vogliamo rimuovere questo tabù sul presidenzialismo cari amici del Pd? E ristabilire un’autorità eletta dal popolo che rilanci il potere democratico della politica? Quando leggo che l’ufficio del ministero del Bilancio prende posizione sulla riforma delle pensioni trasecolo. Noi costoro li avremmo fatti volare dalla finestre. Ognuno doveva fare il suo.

Insisto sull’Europa dove vedo solo alcune luci che traspaiono dalla Francia, ove tra la triste trimurti dei repubblicani e le follie dei socialisti, almeno si é fatto largo Macron. Era meglio avesse vinto la destra, magari con le bandiere e gli slogan debordanti della sinistra in piazza? Questo Macron che ha dichiarato di non essere socialista, ma di essere di sinistra perché liberale, non riesco a capire dove andrà a finire. Però affermare che l’origine del liberalismo é di sinistra é apprezzabile. Come sostenere che il meglio del socialismo è liberale.

Leggi l’intervento di Luigi Covatta