Giuseppe Saragat, democrazia e socialismo

saragatL’11 giugno scorso l’«Associazione socialismo» e la rivista «Mondoperaio» hanno promosso un incontro per ricordare l’opera politica di Giuseppe Saragat (1898-1988). L’incontro, che si è tenuto nella sala Koch di Palazzo Madama di fronte alle massime cariche dello Stato, ha dato l’occasione al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di rivisitare la sua lezione politica incentrata sui valori democratici della Repubblica e della rappresentanza politica per la difesa di un sistema politico «dal volto umano».

La biografia e l’opera di Giuseppe Saragat – come ha ricordato il presidente della Repubblica – sono strettamente intrecciate alle vicende politiche del Novecento e alla sua «battaglia per conquistare all’idea socialista la piena qualifica di democratica, puntando alla universalizzazione delle libertà liberali» nella «difesa dei principi di libertà, democrazia e giustizia sociale». A questi valori si ispira infatti la vicenda biografica di Giuseppe Saragat dai primi indirizzi democratici fino alla sua elezione a presidente della Repubblica (29 dicembre 1964), di cui ha tracciato un interessante profilo Marcello Staglieno nel suo volume L’Italia Del Colle 1946-2006: sessant’anni di storia attraverso i dieci presidenti (Boroli editore, Milano 2006, pp. 201-221).

Formatosi alla scuola politica del padre Giovanni Saragat (1855-1938), avvocato liberale trasferitosi nel 1882 dalla natia Sardegna a Torino, il giovane Giuseppe acquisì la sua sensibilità vero le condizioni della classe operaia, crescendo in un clima fecondo di stimoli culturali a contatto con giovani democratici come Piero Gobetti e Andrea Viglongo. La guerra del 1915-18 lo trovò nelle file dell’interventismo salveminiano, verso cui espresse un acceso fervore tanto da arruolarsi volontario. Ma la conoscenza di Claudio Treves (1869-1933) e di Bruno Buozzi (1881-1944) lo spinse ad aderire al Partito socialista unitario (Psu), costituito il 4 ottobre 1922 in seguito all’uscita dei riformisti dal Psi.

L’esordio ufficiale di Giuseppe Saragat avvenne come rappresentante della Federazione provinciale di Torino nel convegno del Psu (28-31 marzo 1925) a Roma, dove pronunciò un discorso inneggiante al «metodo democratico» contro il regime mussoliniano e la «illegalità anarchica delle squadre armate» che negano il pluralismo politico in nome di una «stalolatria che giunge fino al crimine di stato» (cfr. Il discorso Saragat, in «La Giustizia», 31 marzo 1925, p. 1). Il suo appello ai principi democratici fu proposto come antitesi al giacobinismo dei comunisti tacciati di negare la libertà, il cui ripristino presupponeva un adeguamento dell’organizzazione partitica all’accettazione della legalità come «base stessa della immancabile rivoluzione futura».

Sulla rivista «Il Quarto Stato», di cui il primo numero uscì il 27 marzo 1926, Saragat auspicò un’azione comune con il Psi per condurre una lotta contro la dittatura fascista, culminata alcuni mesi prima nello scioglimento del Psu e quell’anno nella negazione delle libertà individuali. Di fronte al dilagare del fascismo egli decise così di emigrare a Vienna, dove nell’aprile 1927 trovò impiego nella banca cittadina Wiener Merkur, senza trascurare lo studio e la ricerca culturale: quello viennese fu un periodo fecondo di riflessioni politiche a stretto contatto con il socialista Otto Bauer (1881-1938) e alla sua elaborazione dell’austromarxismo. Questo permise a Saragat di comprendere la natura totalitaria del bolscevismo e dei mezzi spietati adoperati da Stalin per detenere il potere. Dal contatto con gli austro-marxisti egli trasse le sue riflessioni poi elaborate nel settembre 1929 in un saggio dal titolo Marxismo e democrazia (ESIL, Edizioni Sala dell’Italia Libera).

In questo saggio Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e libertà, senza la quale essa diventa «un vuoto formalismo» da diffondere tra i cittadini: riflessione che riprende in una serie di articoli pubblicati sul periodico «Rinascita Socialista» di Giuseppe Emanuele Modigliani (1872-1947). Il 19 aprile del 1930 invia una «lettera aperta» all’«Avanti!», diretto in quell’anno da Pietro Nenni (1891-1980), per superare la scissione del 1922 e impedire il successo del massimalismo sostenuto da Angelica Balabanoff (1869-1965). Nella Carta dell’unità, approvata nel Congresso di Parigi (20-21 luglio) auspica una convergenza unitaria con il nucleo operativo diretto da Nenni, a cui danno il consenso di Claudio Treves e di Filippo Turati (1857-1932).

Nella sua relazione Saragat propone una lucida analisi del fascismo, considerato «un prodotto dello sviluppo organico della economia capitalistica» che «non può essere sostituito a base di decreti», ma solo attraverso l’azione di un partito in grado di promuovere un’alleanza organica di tutte le forze progressiste e richiamare la classe operaia alla coscienza del suo compito storico. Le cause del fascismo, che egli attribuisce ad una «mancata rivoluzione liberale italiana», possono essere superate sul piano politico dall’alleanza tra repubblicani e socialisti, senza mai dimenticare il nesso tra democrazia e socialismo.

Critico verso il liberal-socialismo di Carlo Rosselli e le posizioni antimarxiste sostenute nel saggio Socialismo liberale (1930), Saragat rimane fedele al materialismo storico non sempre valutato nella sua intrinseca essenza. La sua critica è rivolta anche ai comunisti per la loro incomprensione della libertà, elemento che può far sorgere uno spirito rivoluzionario in grado di coniugarlo con la lotta di classe. Lungo gli anni Trenta Saragat pubblica una serie di articoli sull’«Avanti!» e su «La Libertà», con quali ribadisce questo nesso inscindibile in un’aspra polemica con i comunisti per la loro sottomissione alla centrale moscovita.

Tuttavia, sul patto d’azione tra Psi e Pci, Saragat difende l’unità tattica, unica via per sottrarre i comunisti alla loro visione politica catastrofica e per favorire il loro processo di «socialdemocratizzazione». Nel volume L’Umanisme marxiste (ESIL, Marsiglia 1936), egli si distanzia dalla lettura comunista di Marx, interpretato anche alla stregua di Benedetto Croce come «canone di interpretazione storica» utile alla conoscenza della società umana. Non rinuncia però a rivolgere una critica al bolscevismo e ai piani quinquennali sovietici, nei quali vede un’accelerazione forzata del ritmo di sviluppo economico a detrimento dei lavoratori e un inevitabile inasprimento del regime poliziesco.

La guerra civile spagnola, cominciata nel luglio 1936, conferma la proposta di Saragat di un ampio fronte antifascista, che è così riproposto a sostegno della lotta contro il franchismo e in difesa del messaggio «Oggi in Spagna, domani in Italia» che Carlo Rosselli (1899-1937) lancia proprio durante la torbida vicenda spagnola. Il terzo congresso dei socialisti in esilio, tenuto a Parigi dal 26 al 28 giugno 1937, si caratterizza per il serrato confronto tra i sostenitori dell’alleanza con i comunisti e i critici verso l’immediato passaggio del loro partito nell’ambito dell’unità d’azione. Un confronto che non impedisce a Saragat di rivolgere una critica devastante alle purghe staliniane e ai processi di Mosca del 1938.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale accentua la critica all’Unione sovietica che, per Saragat, ha instaurato un regime poliziesco e burocratico alla stregua delle analisi politiche espresse da Bruno Rizzi (1901-1977) nel suo volume La burocratisation du monde (Paris 1939). Ma il mutato clima, provocato dall’aggressione nazista all’Unione sovietica, favorisce un clima più distensivo tra socialisti e comunisti, che porta alla firma comune di un appello per la costituzione di un fronte nazionale antifascista.

Alla caduta di Mussolini, Saragat ritorna nel 1943 a Roma, dove contribuisce alla ricomposizione del Partito socialista e alla rinascita dell’«Avanti!». Arrestato dai tedeschi il 18 ottobre, egli viene tradotto nel carcere di Regina Coeli, dove è rinchiuso per quattro mesi, insieme a Sandro Pertini e a Carlo Andreoni (1901-1957). La vicenda, raccontata nei libri Saragat. Il coraggio delle idee (Roma 1984?) di Vittorio Statera e Saragat e il socialismo italiano dal 1922 al 1946 (Venezia 1984) di Ugo Indrio, coinvolge Giuliano Vassalli (1915-2009) e Massimo Severo Giannini 1915-2000, l’uno futuro presidente della Corte costituzionale e l’altro futuro ministro della Funzione Pubblica. Ma nuovi elementi sono aggiunti nei libri Saragat (Eri, Torino 1991) di Antonio G. Casanova e Giuseppe Saragat (Marsilio, Venezia 2003) di Federico Fornaro.

Condirettore dell’«Avanti!», con Nenni direttore, Saragat contribuisce al rilancio del giornale socialista, che nella prima metà del 1946 raggiunge le 100 mila copie. Ministro senza portafoglio nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi (18 giugno-12 dicembre 1944), poi ambasciatore a Parigi (15 marzo 1945-23 marzo 1946), egli è deputato all’Assemblea costituente e suo presidente con 401 voti su 468. Sostenitore dell’assoluta autonomia socialista e dei valori democratici dell’Occidente, Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e socialismo, interpretando il marxismo in chiave umanistica come unica visione in grado di recuperare la tradizione riformista del socialismo italiano.

In quest’ottica deve essere inquadrata la cosiddetta «scissione di Palazzo Barberini» (11-12 gennaio 1947) e la costituzione del Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli), cui aderiscono 52 parlamentari su 115, la maggioranza della giovanile socialista e un cospicuo numero di militanti attratti dal verbo anticomunista e dal «massimalfusionismo della maggioranza». L’anno successivo Saragat, durante le elezioni politiche del 18 aprile, assume una posizione critica verso il «Fronte Democratico Popolare», provocando le invettive dei comunisti: in un intervento alla Camera viene definito da Gian Carlo Pajetta un «traditore del socialismo».

Tra il 1948 e la sua nomina a presidente della Repubblica Saragat vive gli episodi più significativi del socialismo italiano nella ricerca dell’unità socialista: l’incontro del 25 agosto 1956 a Pralognan con Nenni segna l’inizio di un processo che porta alla costituzione di un partito unitario che si conclude solo nella costituzione del PSU realizzatosi nel XXXVII congresso (ottobre 1966). Per l’occasione egli suggerisce a Nenni di inserire nella «Carta dell’unificazione socialista» l’appello ai valori «universalmente umani» e agli ideali «di libertà, di giustizia e pace», come pure il richiamo alla collaborazione tra forze democratiche e cattoliche per avviare una politica riformista.

Come presidente della Repubblica (28 dicembre 1964-29 dicembre 1971), Saragat osservò la divisione dei poteri con il rispetto dei vari organi costituzionali e non rinviò mai un provvedimento alla Camere per riesame, conferendo sempre l’incarico di formare il governo ai membri indicati dalla maggioranza parlamentare. L’esperienza del Centro-sinistra fu vissuta come formula di governo in grado di condizionare i processi di trasformazione sociale nell’ambito di una visione democratica contraria ad ogni forma di violenza e all’insegna di un riformismo inteso come fattore di crescita economica e culturale.

Nunzio Dell’Erba

120 ANNI DI AVANTI!
DI QUI SI PASSA!

1919-partito-socialista-italiano-giornale-avanti-roma-754x1024Per la prima volta celebriamo noi stessi, il nostro giornale, la nostra storia. Sono passati 120 anni e questo giornale ha visto veramente di tutto: la monarchia, il fascismo, gli assalti, l’esilio, la Repubblica…la seconda Repubblica e la denigrazione, ma nonostante tutto ci siamo. Come continuano ad esserci, malgrado le lotte, i soprusi. L’Avanti! nacque come risposta all’ingiustizia che veniva perpetrata nei confronti degli ultimi, operai e braccianti che grazie al giornale socialista impararono non solo a conoscere i propri diritti, ma a leggere.
Leonida Bissolati primo direttore dell’Avanti! rispose al Presidente del Consiglio e Ministro dell’Interno Antonio Starabba, marchese di Rudinì, che aveva ammonito i dirigenti e gli iscritti al neonato Partito socialista italiano con l’intimazione: “di qui non si passa”, con un titolo che passerà nella storia del socialismo e del giornalismo, “di qui si passa”.
«Noi passiamo a esercitare quella influenza che ci spetta nelle lotte pubbliche, nella vita economica, nello sviluppo morale; passiamo in onta a voi, come passammo in onta a Crispi (…) Il socialismo, on. Starabba, non è una chimera di illusi che vogliono rimodellare il mondo secondo il loro sogno, ma è la coscienza netta e precisa delle necessità imperiose che urgono, nella pratica della vita, la maggioranza degli uomini»

Questo giornale è stato di tutti (nel bene e nel male) e continua ad essere di tutti i progressisti.
Ne abbiamo passate tante “continueremo a passare”.


 Buon Compleanno Avanti! 120 anni fa il primo quotidiano socialista

di Alfonso Maria Capriolo

120 anni or sono, il 25 dicembre 1896, usciva in edicola il primo numero del nuovo 1896-locandina-de-lavantiquotidiano socialista, il primo che aveva l’ambizione di una diffusione su tutto il territorio nazionale. La data, in coincidenza con la festività cattolica del Natale, non era stata scelta a caso: come Gesù Cristo, l’Avanti! nasceva per dare voce e sostegno alle ragioni degli ultimi, degli oppressi, dei diseredati. Del resto, nell’iconografia socialista di fine ‘800, non era infrequente il riferimento a Gesù quale “primo socialista della storia”, specie in riferimento alla cacciata dei mercanti dal Tempio, identificati molto semplicisticamente con i capitalisti dell’epoca moderna.

Ne era direttore Leonida Bissolati, redattori Ivanoe Bonomi, Walter Mocchi, Alessandro Schiavi, Oddino Morgari e il disegnatore satirico Gabriele Galantara, nativo di Montelupone, in provincia di Macerata. Proprio a Galantara viene attribuita la creazione del logo del giornale, con i tipici caratteri corsivi arrotondati ed il punto esclamativo finale, riconducibili allo stile liberty di fine XIX secolo. Il nome della testata riprendeva invece quella dell’omologo giornale della socialdemocrazia tedesca, Vorwärts. Altri giornali che portavano lo stesso titolo erano stati fondati precedentemente, tra cui uno nel 1881 a Cesena da parte del primo deputato socialista, Andrea Costa, e un altro nel maggio dello stesso 1896 a Cassino (FR) dal filosofo marxista Antonio Labriola. Alla metà degli anni novanta dell’Ottocento, il Partito socialista italiano contava numerosi giornali – circa quaranta – tra settimanali, quindicinali e mensili pubblicati in varie parti d’Italia. In realtà molti di essi avevano tirature assai limitate e rappresentavano soltanto sé stessi o situazioni locali assai circoscritte.

1905-avanti-della-domenica2Nel congresso socialista di Firenze del luglio 1896 erano emersi programmi di sviluppo editoriale e la decisione di fondare un giornale a carattere nazionale. Inoltre, è da tenere presente il fatto che nelle elezioni politiche tenutesi in quell’anno, il Partito socialista aveva quasi quadruplicato i suoi consensi rispetto al 1892 e mandato in parlamento 16 deputati. Venne lanciata una sottoscrizione a livello nazionale tra i militanti grazie alla quale si ottennero 3000 abbonamenti: uno dei primi abbonati fu il filosofo liberale Benedetto Croce. La sede era a Roma, nel Palazzo Sciarra in Via delle Muratte (tra via del Corso e Fontana di Trevi). Una copia costava 5 centesimi di lira, l’abbonamento annuale 15,00 Lire, quello semestrale 7,50 Lire, quello trimestrale 3,00 Lire, quello mensile 1,25 Lire. Dal gennaio 1903, fino al marzo 1907 il giornale socialista ebbe anche un supplemento settimanale, l’Avanti! della Domenica, uscito in diretta concorrenza con la borghese Domenica del Corriere, anch’essa nata, nel 1899, come supplemento settimanale del Corriere della Sera.

Fu uno dei periodici culturali più interessanti di quel primo decennio del Novecento che coincise con l’età giolittiana e della sinistra costituzionale, un periodo storico di grandi conquiste economiche e sociali e che conobbe il primo autentico incremento del benessere collettivo. Il suo direttore, dall’estate del 1903, fu un giovane e coraggioso redattore dell’Avanti!, Vittorio Piva, di soli ventotto anni. Sotto la sua direzione la rivista divenne sempre più indipendente dal PSI e, grazie alle innovazioni grafiche, contenutistiche e stilistiche, divenne una delle riviste illustrate di punta nell’Italia di allora.

redazione-avanti-del-1905L’Avanti! ha attraversato tutta la storia d’Italia, contribuendo in maniera fattiva all’emancipazione dei lavoratori, molti dei quali impararono a leggere proprio grazie alle letture ad alta voce del giornale nelle Camere del Lavoro e nelle Società di Mutuo Soccorso. Per questo il quotidiano socialista fu spesso oggetti di sequestri, censure, fino alla chiusura nel 1926 a seguito dell’emanazione delle leggi “fascistissime”. L’Avanti! riprese le pubblicazioni all’estero, ad opera del PSI in esilio a Parigi, su impulso di Pietro Nenni, che ne resterà il direttore ininterrottamente fino al 1948. Per lui il giornale era fondamentale per i socialisti tanto che sosteneva che per fare politica “serviva una segretaria e l’Avanti!”nenni-legge-lavanti

Nel corso degli anni si sono alternati alla sua guida il fior fiore del gruppo dirigente socialista, seguendo le vicende interne del Partito Socialista nella ininterrotta contesa tra riformisti e massimalisti: oltre a Bissolati e Nenni, Enrico Ferri, Oddino Morgari, Claudio Treves. Dall’ottobre 1912 all’ottobre 1914 il giornale venne diretto da Benito Mussolini, al quale il Congresso nazionale di Ancona del 26-28 aprile 1914 tributò una mozione di plauso per i successi di diffusione e di vendite del giornale, quello stesso giornale che, tra il 1919 e il 1922, fu oggetto dell’assalto e delle devastazioni delle squadre fasciste per ben cinque volte.

1922 Violenze inutili; Vignetta di Galantara per l'Asino

1922 Violenze inutili; Vignetta di Galantara per l’Asino

Durante la prima guerra mondiale l’Avanti! fu diretto da Giacinto Menotti Serrati, e, nel secondo dopoguerra, da Riccardo Lombardi, Sandro Pertini, Guido Mazzali, Tullio Vecchietti, Giovanni Pieraccini, Francesco De Martino, Franco Gerardi. Gaetano Arfé, Flavio Orlandi, Paolo Vittorelli. Dal 1978 al 1981 la direzione fu assunta dal segretario del PSI, Bettino Craxi, che fece dell’Avanti! lo strumento di diffusione della politica del nuovo corso socialista. Gli successero Ugo Intini, Antonio Ghirelli, Roberto Villetti, Francesco Gozzano.
Nel 1994 il giornale venne travolto dalla gravissima crisi finanziaria che costrinse il 47° Congresso del PSI a deliberarne la messa in liquidazione. Nel 1996 comparve in edicola il quotidiano-clone L’Avanti! (con la “L” davanti alla testata) edito dal faccendiere Valter Lavitola, che cessò le pubblicazioni dopo pochi mesi, per riapparire in edicola nel 2003, fino al 2011. Il faccendiere e Sergio De Gregorio, ex-senatore del PdL ed exdirettore de L’Avanti!, furono indagati dalla Procura della Repubblica di Napoli per i reati di associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato, per avere fatto risultare che l’editrice de L’Avanti! possedesse i requisiti per ottenere i contributi previsti dalla legge per l’editoria, percependo indebitamente, in tutto, 23 milioni e 200.000 euro, ricevuti dal 1997 al 2009. Per tali reati Lavitola il 9 novembre 2012 ha patteggiato davanti al GIP presso il Tribunale di Napoli la pena di 3 anni e 8 mesi. La Corte dei conti del Lazio, con la sentenza n.24/2015 dell’11 marzo 2015, ha condannato Valter Lavitola e Sergio De Gregorio a restituire allo Stato 23 milioni e 879.000 euro. Ai due sono stati sequestrati beni per 9 milioni di euro. Nel 1998 iniziò le pubblicazioni il nuovo Avanti! della domenica, settimanale organo dei Socialisti Democratici Italiani (SDI), schierato nell’ambito del centro-sinistra.
Dopo aver cessato le pubblicazioni nel 2006, il settimanale è stato nuovamente edito dal 7 febbraio 2010 al 6 ottobre 2013, come organo ufficiale del PSI (erede dello SDI), aderente all’Internazionale socialista e al Partito Socialista Europeo. Il 5 gennaio 2012 è apparso sul web il quotidiano Avanti! on-line, a seguito della definitiva riappropriazione della testata originale “Avanti!” da parte del PSI di Riccardo Nencini. L’ Avanti! on-line è diretto da Mauro del Bue, ex parlamentare socialista.
Buon compleanno, Avanti!

Alfonso Maria Capriolo
Presidente del Circolo “Pietro Nenni” – Ancona

Per maggiori informazioni qui il video sulla storia dell’Avanti! a cura di Ugo Intini

L’invenzione della patria
e le dimenticanze storiche

italiaSull’inserto domenicale del «Sole 24 Ore» (3 aprile 2016, n. 91, p. 38), Emilio Gentile presenta ai lettori il volume Italia. L’invenzione della patria (Bompiani, Milano, pp. 572) di Fabio Finotti. Egli propina loro una serie di considerazioni su un discorso storico che si dipana per quasi seicento pagine e si colloca nella storia complessiva della penisola italiana. Quello di Finotti, docente alla Pennsylvania University di Philadelphia, è un libro erudito e ben documentato, ma privo di un senso lineare della storia per la disorganicità della narrazione, inquadrata quasi esclusivamente sul piano letterario. L’autore parte dalla definizione della patria come «terra dei padri» (p.19) e sviluppa un discorso di lunga durata per precisare come essa sia la «culla della nostra identità» per un vincolo affettivo, religioso, etnico e familiare «di affetti e di sangue» (p.19).

    Nei primi due capitoli l’autore ricama un  discorso sulle figure di Ulisse e di Enea, l’uno desideroso di ritornare alla realtà della sua patria e l’altro di ritrovarla in un luogo anche lontano, per collocare

l’«invenzione» dell’Italia come entità geografica e come difesa della cittadinanza all’epoca di Virgilio (70-19 a.C.) e di Augusto (63 a. C. – 14 d.C.). La prima testimonianza epigrafica del nome Italia si ritrova infatti nelle monete coniate dagli insorti italici, che nel periodo delle guerre sociali (91-88 a.C.) combattono per l’estensione della patria.

    Il messaggio di Virgilio dura nei secoli e viene ripreso da Dante, che proprio nell’incipit della Divina Commedia gli attribuisce il merito di aver profetizzato il riscatto dell’Italia guidato dal misterioso «Veltro». Con Dante l’identità nazionale si unisce alla lingua e coincide con l’unità etnica, che non sfocia necessariamente nella presenza dello Stato. La ricerca di una lingua comune è un processo lento e faticoso, che deve farsi strada «tra i mille volgari che occupano tutto il paesaggio con una selva confusa e irtadi differenze» (p. 76). La ricerca di una patria comune è anch’essa «lunga e movimentata» (pp. 117-118) e investe lo sforzo culturale di poeti e scrittori, ai quali l’autore dedica pagine interessanti, con particolare riferimento a Dante (pp. 117-145) e alla sua volontà di passare dall’istituzione comunale «a uno spazio italiano  (Purg. VI), per approdare infine alla dimensione globale dell’impero (Par. VI) capace come un’aquila di volare e stabilire  il suo nido anche al di fuori dei confini della penisola» (pp. 131-132).

    Dall’antica Roma fino al Rinascimento e al Risorgimento si avvia «un processo di italicizzazione» (p. 63) che per l’autore si propone di «celebrare un’identità nazionale e consolidare (o “reinventare” una “patria”» (p. 66). Il legame delle posizioni di Dante al pensiero di Giuseppe Mazzini sfugge ad Emilio Gentile, il quale sorvola sul pensiero di quest’ultimo, definito dall’autore «l’interprete più appassionato» del patriottismo moderno e «lo scrittore che più contribuisce all’elaborazione religiosa della patria nel corso dell’Ottocento» (pp. 209 e 223). Il ruolo della donna, il valore del romanzo storico, la funzione della poesia devono essere diretti a risvegliare negli italiani la coscienza nazionale e accendere nel loro animo l’amore verso la Patria (con la P maiuscola), intesa come una sola entità geografica e statuale con un unico governo basato sulla democrazia partecipativa. Il contributo politico di Mazzini sfugge al collaboratore del quotidiano milanese, che non coglie la novità del libro, incentrato sul legame fittizio tra il pensiero dell’«Apostolo genovese» e il fascismo con la ripresa della triade Dio, patria e famiglia (p. 223) e delle sue celebrazioni imperiali del mito di Roma (p. 142).

    Durante il Risorgimento il pensiero di Mazzini tiene vivo il concetto di patria, che assume un significato politico, esercitando una notevole influenza sui patrioti italiani come Aurelio Saffi e Ippolito Nievo, l’uno protagonista della Repubblica romana (p. 281) e l’altro della spedizione dei Mille (p. 287). La costruzione di uno Stato moderno non può prescindere dal mutamento sociale e dalla coesione di una comunità nazionale su cui la scuola dovrebbe esercitare un ruolo essenziale: un aspetto emblematico per l’autore che ricorda l’impegno di Erminia Fuà Fusinato e di Edmondo De Amicis, la cui opera sembra inclusa nel novero dei precursori del fascismo per l’esaltazione dell’esercito contenuto nel libro Cuore (p. 230).

    Proprio sul fascismo e sulla presunta conciliazione tra patria e Stato, il recensore sorvola nell’opera di strumentalizzazione attuata da Mussolini, che utilizza il patriottismo per dar vita a una forma statuale fondata sul rifiuto delle istituzioni liberali e della dialettica politica. L’accusa agli antifascisti di essere antitaliani conduce a una visione rigida (non totalitaria, come sembra all’autore) dello Stato e alla negazione del pluralisno dei partiti e della libertà di stampa. Alcuni elementi del patriottismo nazionalista (non nazionale, p. 296) come l’aspetto bellicista o razzista sono emblematici per comprendere la natura del fascismo, che occupa l’Etiopia ed emana le leggi razziali, ostacolando ogni opposizione al regime fascista per affermare una visione politica, considerata dall’autore in parte biologica (il «sangue») e in parte religiosa l’«altare»: «il singolo individuo è legato alla patria-nazione come la cellula di un organismo al corpo o come l’anima a Dio» (p. 296).

    Una lettura distorta del pensiero democratico di Mazzini porta l’autore a semplificazioni storiche, per le quali «lo stato fascista si presenta […] come una forza spirituale e ideale, erede della patria risorgimentale e mazziniana» (pp. 295-296). A questo proposito egli cita il saggio La dottrina del fascismo (1932), dalla quale non si ricava però alcuna eredità, se è vero che Mazzini è citato solo come promotore dell’unità d’Italia e non come precursore del fascismo: «Quanto all’unità italiana, il liberalismo vi ha avuto una parte assolutamente inferiore all’apporto dato da Mazzini e Garibaldi che liberali non furono» (B. Mussolini, La dottrina del fascismo, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1934-XIII, p. 19).

    Una considerazione erronea che Emilio Gentile, studioso del fascismo, avrebbe dovuto confutare o, almeno, discutere, senza soffermarsi sul concetto di «invenzione» in una lettura saltellante, che gli impedisce di cogliere la struttura narrativa del volume. Se il recensore dimentica ogni riferimento a Mazzini, Finotti non cita Antonio Gramsci, che nei Quaderni del carcere (II, pp. 1230-31 ss.) scrive pagine interessanti sul concetto di patria e sul suo svolgimento in nazionalismo, anche se l’autore sostenga in una recente intervista  che «negli Usa gli autori più studiati sono Vico e Gramsci» per la nozione di società civile («La Stampa», 4 agosto 2013). Nessun riferimento si ritrova alla tradizione patriottica del  PRI e al PSI, l’uno animato per molti anni da Arcangelo Ghisleri e da Giovanni Conti e l’altro da Claudio Treves e da Filippo Turati, i quali nel loro percorso problematico giungono a una condanna del Primo conflitto mondiale e dell’esperimento soviettista. Sull’ultimo capitolo Gentile non dice nulla sulle posizioni di Piero Calamandrei e di Altiero Spinelli, l’uno critico verso la tradizione patriottica del fascismo e promotore della Costituzione repubblicana (p. 521 ss.) e l’altro animatore di uno spirito europeista lontano dalla volontà di potenza delle singole nazioni (p. 537).

Nunzio Dell’Erba

Piero Gobetti, un liberale “incolto” o “geniale”?

gobetti2Sul «Corriere della Sera» del 9 febbraio scorso, Marco Gervasoni ha pubblicato un articolo su Gobetti, in occasione del novantesimo anniversario della sua morte avvenuta a Parigi il 15 febbraio 1926. Il titolo Il genio operoso di Piero Gobetti. Un ragazzo scopritore di talenti (p. 35), rispeccchia fedelmente il giudizio dell’autore, che considera l’intellettuale torinese (era nato il 19 giugno 1901) «uno dei più grandi prosatori (o pensatori?) politici del Novecento italiano» per la «genialità» e la straordinaria capacità di organizzatore culturale. Strano che un quotidiano serio come il «Corriere» possa pubblicare un articolo così smaccatamente agiografico di un personaggio definito «geniale».

    Premesso ciò, bisogna ricordare il giudizio critico di Gaetano Salvemini, che il 28 gennaio 1923 annovera Gobetti e Prezzolini nel gruppo di uomini adusi al disprezzo dei valori democratici per la loro «incultura politica» e l’«incapacità ad analizzare le proprie idee»: «È moda, oggi in Italia, fra gli uomini che si immaginano di essere “rivoluzionari”, disprezzare la “democrazia” […] disprezzo, che […] anche uomini come Prezzolini, Gobetti, ecc. dimostrano per la “democrazia”, è documento della incoltura politica e della incapacità analizzare le proprie idee» (G. Salvemini, Memorie e soliloqui, in Scritti sul fascismo, Opere VI-II, Milano 1966, pp. 101 e 102)

    Sin dalla prima edizione del volume La Rivoluzione Liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia (Cappelli, Bologna 1924), la rivista socialista «Critica Sociale» rivolgeva alcune precise domande all’autore: «I lettori fedeli del periodico “La Rivoluzione Liberale” sono generalmente imbarazzati se si chiede loro di definire che cosa sia e che cosa voglia il direttore di cotesta Rivista. È un liberale? È un conservatore? È un comunista? È tutte e tre le cose assieme? E come si possa conciliare? Certo è un agitatore di idee e un tenace antifascista, dietro e accanto al quale – giovanissimo – vanno altri giovani smaniosi di novità e di chiarificazioni filosofiche e politiche» («Critica Sociale», 1°-15 giugno 1924, n. 11, p. 176).

    A distanza di oltre novant’anni quella serie di interrogativi attende una risposta, la quale non si ritrova nella miriade di saggi premessi alla raccolta di articoli, editi con quel titolo e riproposti con periodicità nel ripetitivo e anemico dibattito culturale su Gobetti. La sua morte prematura, avvenuta all’età di ventiquattro anni (non «venticinquenne», come afferma Gervasoni), è preceduta da una frenetica attività editoriale. Gobetti ha 17 anni quando pubblica il 1° novembre del 1918 il primo numero di «Energie Nove»; ha 21 anni quando fonda il 12 febbraio 1922 «La Rivoluzione Liberale»; 23 anni quando pubblica il saggio omonimo. Nulla da eccepire sulla sua intensa attività editoriale (peraltro retribuita), ma qualche riserva può essere avanzata su quel «ragazzo scopritore di talenti»: basti citare il caso di Carlo Rosselli, la cui persona non fu «lanciata» da Gobetti, in quanto egli (nato a Roma il 16 novembre 1899) ha già collaborato ai periodici fiorentini «Noi Giovani» (1917) e «Vita» (1919). Scorrendo la bibliografia di Carlo Rosselli si accerta che egli pubblica su «La Rivoluzione Liberale» due articoli nel 1923 e due nel 1924, anni in cui egli milita nel Partito socialista unitario. L’articolo Liberalismo socialista, pubblicato su «La Rivoluzione lIberale» del 15 luglio 1924 è un ampliamento di quello già apparso sulla turatiana «Critica Sociale» (si veda la mia Guida bibliografica, in L. Rossi (a cura di), Politica, valori, idealità. Carlo e Nello Rosselli maestri dell’Italia civile, Roma 2003, pp. 161-162.

    Medesimo discorso vale per Antonio Gramsci, su cui Gervasoni commette un grave errore di analisi storica: Gramsci non «fu immesso nel circuito intellettuale grazie al patronage di Gobetti» (p. 35), se si pensa all’aspra critica che il pensatore sardo gli rivolse nel giugno 1919, tacciandolo di essere «veicolo di malavita intellettuale» («L’Ordine Nuovo», 7 giugno, n. 5, p. 38). Al contrario è Gramsci ad essere la guida e l’ispiratore di Gobetti durante l’occupazione delle fabbriche (settembre 1920). Sulla base di un articolo postumo – edito su «Rinascita» (1945) – alcuni storici come Nino Valeri considerano Gobetti un «comunista camuffato», ossia «un agente, se non proprio del partito comunista, per lo meno del gruppo … dell’Ordine Nuovo» per la collaborazione al periodico torinese come critico teatrale (N. Valeri, Prefazione, a Antologia della “Rivoluzione Liberale”, Torino 1948, p. XVI).

    Chiarito ciò, bisogna tenere presente che Gobetti non aveva (e non poteva avere per la giovane età) una solida preparazione culturale, come è stato riconosciuto da autorevoli studiosi. Essa è infatti il risultato di letture disordinate e di riflessioni storiche frettolose sparse in una miriade di scritti, che denotano una scarsa originalità per la ripresa di alcuni concetti politici da altri scrittori. La formula di «rivoluzione liberale» è tratta da Arturo Labriola, come sostiene E. Alessandrone Perona; quella di «riforma protestante» è ripresa da un saggio di Mario Missiroli e si ritrova nella letteratura politica della seconda metà del XIX secolo, come sostiene Giorgio Spini; la posizione di Gobetti sul Risorgimento come rivoluzione fallita denota una lettura distorta di Giuseppe Mazzini e della sua opera I doveri dell’uomo, considerato l’uno un diseducatore e l’altra un «libro immorale» (P. Gobetti, I repubblicani, «La Rivoluzione Liberale», 17 aprile 1923, p. 41), come sostiene il sottoscritto. Le critiche ingenerose verso i repubblicani si ritrovano espresse nei confronti di Filippo Turati, di Claudio Treves e di altri esponenti del socialismo riformista, dei quali ignora la lotta condotta per l’emancipazione dei lavoratori durante l’età giolittiana e il ruolo educativo esercitato dal Psi. Un giudizio che porta il giovane Gobetti a sottovalutare istituzioni come l’Allenza Cooperativa Torinese o altri organismi simili costituiti dai socialisti riformisti. Il ritratto su Matteotti, di cui Gobetti traccia un profilo biografico dopo la sua morte, è ripreso in gran parte da Aldo Parini e dalla sua biografia, pubblicata postuma (La vita di Giacomo Matteotti, Rovigo 1998): un confronto che attende di essere compiuto con obiettività attraverso una lettura accurata dgli articoli pubblicati da Parini su «La Rivoluzione Liberale» (1924, n. 30 e n. 40) e ripresi dal suo direttore nella struttura generale e persino nei suoi giudizi.

Nunzio Dell’Erba

Matteotti, un riformista scomodo

Il 90° anniversario della morte di Giacomo Matteotti è stato celebrato nel 2014 con una serie di convegni, promossi dai sindacati (Cisl, Cgil, Uil) e dalle Fondazioni Bruno Buozzi e Giuseppe Di Vittorio. Le relazioni sono ora pubblicate nel volume collettaneo Giacomo Matteotti. Un riformista rivoluzionario (Donzelli, Roma 2015,  pp. 182) con la prefazione del segretario generale della Cgil Susanna Camusso e l’introduzione di Edmondo Montali. Scopo dei convegni, che si sono tenuti in varie città come Milano, Napoli, Fratta polesine, Ferrara, è stato quello di tenere viva la memoria di Matteotti e di ricordarlo per il suo contributo all’emancipazione dei lavoratori.

  Il volume, diviso in una parte strettamente storica e in un’altra più discorsiva, vuole fornire un quadro generale dell’attività politica di Matteotti, che è analizzata dai relatori sotto diverse angolazioni tematiche. Il saggio di Massimo Salvadori traccia l’itinerario politico del socialista veneto, che nella natìa Fratta Polesine si avvicina agli ideali socialisti per combattere i soprusi del padronato agricolo su influsso del fratello Matteo. La sua maturazione politica si compie nelle campagne del Polesine, si sviluppa nella collaborazione al settimanale «La Lotta» e nelle posizioni contro la guerra di Libia e l’intervento italiano nel conflitto bellico. Un impegno costante che che gli permette di diventare deputato nel 1919, nel 1921 e nel 1924: tre date fatidiche per la nascita dei Fasci di combattimento, del Pcd’I e l’assassinio del socialista veneto avvenuto il 10 giugno per opera della cosiddetta Čeka squadrista.

    Nella sua relazione Claudio Besana, che analizza la reazione dei cattolici e del Vaticano riguardo al delitto Matteotti, sottolinea come essi assumano posizioni contrastanti, che vanno dall’atteggiamento di Stefano Cavazzoni a quello di Luigi Sturzo, l’uno favorevole all’esecutivo guidato da Benito Mussolini e l’altro contrario all’ingresso dei cattolici nella compagine governativa. Favorevole alla protesta aventiniana, l’ex segretario del Partito popolare promuove un accordo con i socialisti riformisti, che il 1° luglio 1924 avviano un tentativo di intesa con l’intervista rilasciata da Filippo Turati al quotidiano «Il Popolo». Il fallimento della collaborazione, se viene favorita da esponenti di primo piano come Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi, è contrastata dalle gerarchie ecclesiastiche, contrarie a questa prospettiva per una serie di motivazioni rese note da «La Civiltà Cattolica». La rivista dei Gesuiti ritiene inopportuna la collaborazione con i socialisti per la loro tradizione laica e per il merito riconosciuto al fascismo di avere salvato l’Italia dal bolscevismo. Dopo il delitto Matteotti il pontefice assume, secondo l’autore, «un atteggiamento di neutralità rispetto a ogni forza politica in campo, di riassorbire nelle associazioni confessionali le organizzazioni economiche e sociali e di trattare direttamente con Mussolini» (p. 28). Una posizione che si pone in netto contrasto con la scelta pontificia, volta ad appoggiare il fascismo e a risolvere la questione romana su basi nuove e convenienti per la Chiesa cattolica.

    Nella sua relazione Nicola De Janni propone invece una lettura distorta della storia del Partito socialista, incapace nel 1919 di «elaborare una politica vincente» (p. 32) e di impedire le due scissioni consumate con la costituzione del Pcd’I e del Psu. L’insuccesso dell’Aventino parlamentare, l’attribuzione incerta a Mussolini «come il mandante del delitto Matteotti», l’affare Sinclair gli appaiono come episodi «gonfiati ad arte» da una Sinistra incapace di comprendere gli «accordi politici con forze moderate cui il capo del governo stava pensando» (p. 32). Nulla di più falso su questi episodi, già da tempo chiariti dagli storici e dai biografi di Matteotti: dal 10 giugno 1924, data del suo assassinio, la bibliografia (Pietro Nenni, Roberto Marvasi, Giuseppe Rossini, Antonio G. Casanova, Stefano Caretti, Mauro Canali) è cospicua e perviene alla conclusione delle responsabilità di Mussolini e dell’esistenza di una pista «affaristica» nel delitto. Quelle «rapide fortune», ricordate dal periodico «Echi e Commenti» e riprese Nenni in un opuscolo del 1929, prosperano «all’ombra di palazzo Chigi e del Viminale» e si intersecano con un mondo affaristico connesso ai notabili della finanza, ai capitani di industria, ai faccendieri arricchitisi con le forniture militari a fattura gonfiata o con il mercato nero.

    Mauro Canali ha infatti sottolineato la solidità della pista petrolifera sulla base del ritrovamento del testamento di Dumini, in cui lo squadrista toscano confessa di avere ricevuto l’ordine di uccidere Matteotti per il timore che questi potesse denunciare i loschi affari fioriti intorno alla stipulazione della «convenzione Sinclair» (Delitto Matteotti, in «Dizionario del fascismo», I, Einaudi, Torino 2002, p. 412). Riccardo Mandelli, in un interessante volume Decreti sporchi. La lobby del gioco d’azzardo e il delitto Matteotti (Giorgio Pozzi editore, Ravenna 2015, pp. 140), ha tracciato un quadro nitido della serie di «affari sporchi», su cui Matteotti stava indagando per denunciare le collusioni tra autorità governative, il traffico dei residuati bellici, gioco d’azzardo e concessioni petroliferi.

     Su questo scenario, non sempre nitido nelle altre relazioni di Mario Isnenghi e di Aldino Monti, si sviluppano una serie di considerazioni prive di agganci con i risultati storiografici più maturi. Isnenghi considera Matteotti un «simbolo d’una eroica disfatta», che sprigiona con la sua morte un mito difficilmente gestibile per il neutralismo assunto durante la Grande Guerra oppure per il tradimento subìto da Mussolini, suo compagno di partito (pp. 35 e 36). Monti esprime una serie di giudizi erronei sul deputato socialista, la cui personalità gli appare «non priva di alterigia personale» (p. 59) e lo «stile politico ai limiti della provacazione». Un ritratto lontano della realtà, che denota una scarsa conoscenza della sua attività politica, caratterizzata da dogmatismo ideologico e «non immune da un linguaggio radicale e violento» (p. 69). In una serie di passaggi sulla storia del Psi il relatore ignora il ruolo politico svolto da Matteotti nei congressi socialisti di Reggio Emilia (1912) e di Ancona (1914), credendo che egli si avvicini a Turati solo negli anni 1920-21 e affermando che le sue posizioni siano inficiate da «un’intransigenza morale, spesso moralistica» (p. 74). I rapporti tra Turati e Matteotti risalgono invece agli anni della stesura dell’opera  La recidiva (1910, p. 104) e si sviluppano durante la guerra libica durante la «manifestazione antipatriottica» organizzata a Fratta Polesine con la presenza di Argentina Altobelli, mentre il suo primo articolo sulla turatiana «Critica Sociale» risale al 1915 (si veda G. Matteotti e f.t., Polemiche in libertà. Dal punto di vista del nostro partito, 1915, XXV, p. 40).

    Nella sua relazione Adolfo Pepe ritiene invece il delitto Matteotti un fatto sconvolgente, che colpisce «gli uomini del mondo liberale» (p. 84), tra i quali ricorda Benedetto Croce e Luigi Albertini, dimenticando che gli orrori della dittatura fascista si ripercuotono soprattutto sui socialisti riformisti come Claudio Treves o Filippo Turati e sui fratelli Rosselli, gli uni costretti all’esilio e gli altri uccisi dai cagoulards francesi. «L’importanza di ricordare Matteotti» – come sostiene il curatore nella sua introduzione –  si è tradotta in una serie di relazioni frettolose, che poco aggiungono alla conoscenza del deputato socialista.

Nunzio Dell’Erba

10 marzo 1953. Pertini: “Spaccate in due il Paese”

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Il 10 marzo del 1953, nel dibattito sulla questione di fiducia a palazzo Madama sulla cosiddetta ‘legge truffa’, l’allora senatore Sandro Pertini intervenne contro, primo degli oratori nella seduta pomeridiana, a nome del PSI.
Questo il testo integrale dagli archivi di palazzo Madama: 

“Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che a questo punto nessuno si nasconda che la legge che stiamo esaminando è di eccezionale gravità; è una legge che avrà carattere storico, perché avrà conseguenze nefaste subito dopo le elezioni, se, per dannata ipotesi, dovesse essere votata anche in questo ramo del Parlamento. A darle maggior gravità è stato il Governo ponendovi, caso eccezionale, non solo per il Parlamento italiano, ma per tutti i parlamenti d’Europa, la questione di fiducia.

L’onorevole De Gasperi, quando fece questa dichiarazione prima di partire per Strasburgo, fu così interrotto dal nostro Presidente: «Non dovrà costituire precedente». Il nostro Presidente non osservò, forse, l’atteggiamento dell’onorevole De Gasperi dopo la sua interruzione. Era seccato, sdegnato perché la considerava inopportuna. Non poteva essere diversamente, dato che l’onorevole De Gasperi, quando presentò la questione di fiducia all’altro ramo del Parlamento, affermò che egli l’avrebbe richiesta solo in casi eccezionali, il che vuol dire che considerava quello un precedente. Una domanda rivolgo a lei, onorevole Bertone, perché a sua volta la rivolga al Presidente della nostra Assemblea e cioè, porre la questione di fiducia su una legge elettorale, imponendo la procedura speciale indicata dall’onorevole De Gasperi, è cosa lecita, o è cosa illecita? Se è lecita, il Governo ha ragione di considerarla un precedente lecito; ma se, come dice il nostro Presidente, non può costituire precedente, allora questa procedura è illecita. Orbene, se è illecita, il potere legislativo ha il sacrosanto dovere di impedire che questa procedura venga messa in atto. (Approvazioni dalla sinistra).

Non si sfugge, a questo dilemma, onorevole Presidente, perché qui ciascuno di noi per il presente e per il domani deve assumere le proprie responsabilità. Ci sono, in proposito, due precedenti, che conviene ricordare. Prima di passare a parlare della legge elettorale io non posso non fermarmi di fronte a questo fatto, perché se la legge elettorale costituisce per se stessa una assurdità, la questione di fiducia, così come è stata posta, costituisce una mostruosità e chiunque abbia a cuore le sorti del Parlamento, del potere legislativo, non può non sdegnarsi. Vi sono due precedenti, dei quali uno del 1919.

Quando venne presentata la legge dell’onorevole Turati sulla proporzionale, avevamo il Governo Orlando-Nitti. Orlando si trovava a Versailles e qualcuno aveva allora accennato che il Governo sembrava volesse porre la questione di fiducia sulla legge elettorale. L’onorevole Nitti, a nome del Governo, rispose che non intendeva porre la questione di fiducia, perché voleva lasciar liberi i suoi sostenitori di votare o meno quella legge. Il secondo precedente lo abbiamo nel 1923. Quando venne presentata la legge, che porta il nome non onorato di legge Acerbo, il Governo non pose la questione di fiducia sulla legge in sé; fece invece presentare un ordine del giorno che fu votato per divisione : la prima parte presupponeva la fiducia al Governo, la seconda riguardava la legge Acerbo. Il Governo democristiano, invece, presenta la questione di fiducia sulla legge elettorale Scelba, e l’onorevole De Gasperi, nella sua dichiarazione, dopo aver detto come essa doveva essere applicata (dimenticando che la « fiducia » deve incidere solo sulla votazione non sulla discussione, senza quindi intralciare la discussione della legge), con amabile e direi ironica frase aggiunse : « E adesso il Senato è sovrano nella sua libertà di discutere ». Onorevole Piccioni, quando io l’altro giorno ascoltai questa ironica frase del Presidente del Consiglio, mi sovvenni di un episodio che mi riguarda. Entrando all’ergastolo di Santo Stefano, la guardia carceraria, che mi accompagnava nella cella, ove per tanto tempo sarei dovuto restare, mentre chiudeva la porta alle mie spalle, con una frase piena di sarcasmo mi disse: «E adesso qui potete fare quel che volete ». Cambiando tutto quello che deve essere cambiato, è perfettamente lo stesso, caro collega, perché quando il Governo pone la questione di fiducia come l’ha posta, è inutile poi, anzi è offensivo che venga a dire al Senato che può discutere liberamente. Il proposito dell’onorevole De Gasperi è di strozzare la discussione con questa questione di fiducia. Questa è la verità.  E nell’intento di accettare la pillola amara, nei giorni scorsi ci è stato detto con aria di rassicurazione: placatevi, c’è stata data l’assicurazione che non sarà sciolto il Senato. Signor  Presidente, bisogna parlarci chiaro su questo punto. Prima che la legge fosse portata qui, quando era ancora alla 1° Commissione, la stampa governativa e la così detta stampa indipendente fecero questa minaccia, questo ricatto sul Senato. Orbene noi diciamo con molta franchezza che questo baratto noi lo respingiamo per quanto ci riguarda. Preferiamo che il Senato muoia con dignità piuttosto che esso viva con infamia.

(Applausi dalla sinistra).

D’altra parte, signori, non è a noi che dovete offrire simili baratti con la propria coscienza; non a noi che abbiamo rinunciato a tanti anni di libertà fisica pur di mantenerci spiritualmente liberi. Comunque il Governo vuole accelerare i tempi e pone la questione di fiducia nel modo in cui l’ha posta per una legge che porta il nome dell’onorevole Scelba. Si tratta forse di una legge che dovrebbe dare lavoro e pane ai due milioni e più di disoccupati? Si tratta forse di una legge che dovrebbe dare una equa pensione alle vedove, agli orfani, ai mutilati ed invalidi di guerra? È forse una legge che riguarda le riforme di struttura contemplate dalla Carta costituzionale? No, niente di tutto questo. È una legge che dovrebbe creare una maggioranza artificiosa, così come vanno vagheggiando il partito democristiano ed i suoi parenti poveri. Questa legge incide sulla democrazia, perchè incide sul suffragio universale. I socialdemocratici non possono aver dimenticato la posizione che essi presero nel 1919, quando con Turati giustamente affermavano che chi è contro la proporzionale, obiettivamente, anche se in buona fede, si pone contro il suffragio universale, il quale si può manifestare e attuare nella sua pienezza solo con la proporzionale. L’onorevole Sauna Randaccio relatore di maggioranza, il volontario cireneo, che porta un po’ faticosamente la croce altrui, nella sua relazione orale alla la  Commissione, che io ebbi l’onore di ascoltare, ebbe a dire questo : « Non è vero che esser contro la proporzionale significa in ultima analisi esser contro la democrazia ». No, onorevole Sanna Randaccio, mettersi contro la proporzionale significa appunto mettersi contro la democrazia, sia pure inconsapevolmente ed è il caso, ad esempio, di onesti sostenitori del collegio uninominale, timorosi di abbandonare una tradizione ormai superata dai tempi. Questi concetti sono vecchi ; essi furono sostenuti proprio dai nostri colleghi della maggioranza e con molto calore nel 1923 : dall’onorevole Merlin, dall’onorevole Gronchi, dall’onorevole Cappa, dallo stesso onorevole De Gasperi ; furono sostenuti anche da lei, onorevole Piccioni, che fu a suo tempo un tenace proporzionalista.

Perchè oggi sostenete il contrario? Ricordate quello che allora con tanta passione sostenevate : la proporzionale toglie la lotta circoscritta agli interessi personali, agli interessi delle clientele, per elevarla in una sfera molto più alta, che è la sfera riguardante gli interessi collettivi, gli interessi del Paese, della Nazione. Se non vi fosse altra prova che la proporzionale è sinonimo di democrazia, basterebbe questa: che tutti i Governi, i quali hanno il proposito di trasformarsi in regime, la prima cosa che fanno è quella di colpire la proporzionale. Questo è avvenuto nel 1923 e questo sta avvenendo oggi, onorevole Piccioni. Per la proporzionale furono allora con noi, nel 1919 e nel 1923, i popolari, e ne ho già nominati alcuni, i quali intervennero in quei dibattiti, battendosi strenuamente per la proporzionale. E sarà utile ricordare che i socialisti sostennero nel 1919 la proporzionale, pur sapendo che avrebbero perduto dei posti. Filippo Turati, nel discorso che fece alla Camera il 6 marzo del 1919, disse precisamente che egli ed i suoi andavano ricevendo lettere da compagni di Milano, di Torino, della Liguria e dell’Emilia, i quali preoccupati avvertivano che il Partito socialista avrebbe con la proporzionale perduto dei seggi ; ebbene, l’onorevole Turati continuò, affermando che ciò non l’interessava, perché dal momento che la proporzionale avrebbe giovato alla democrazia egli ed i suoi l’avrebbero sostenuta pur sapendo di andare contro l’interesse del loro Partito. Perché non ricordano questo a se stessi i socialdemocratici di oggi?

Ma, voi oggi vi preoccupate solo dei seggi ed avete abbandonato tutte le istanze che allora sostenevate con Filippo Turati e con Claudio Treves al Parlamento italiano. Quanto vi siete allontanati della vostre origini! E non solo i popolari, anche i liberali sostennero la necessità della proporzionale.

Io ne voglio ricordare uno solo, un giovane  liberale dal forte ingegno e dal cuore puro, morto per opera del fascismo: Piero Gobetti. Egli sostenne la necessità della proporzionale, e tra l’altro ebbe ad affermare, in un suo interessante scritto, che la proporzionale aiuta la classe lavoratrice ad avanzare verso la direzione politica del Paese. Ecco la vera ragione per cui i governi nemici della classe operaia per prima cosa colpiscono la proporzionale ; perchè la proporzionale, come diceva il povero Piero Gobetti, aiuta la classe lavoratrice ad avanzare verso la direzione politica del Paese. Per queste ragioni, e non per altre, si ha la legge Acerbo, del 1923, la quale si presenta con le stesse formule vostre, signori. Non interessa il quorum ; non interessa il congegno, molto più equivoco e tenebroso il vostro di quello della legge Acerbo, interessano invece le finalità delle due’ leggi che coincidono. La legge Acerbo si prefiggeva di mettere al margine della vita politica italiana il movimento operaio italiano; dal 1923 ha inizio il regime fascista, perchè dopo il 1923, dopo cioè che il governo fascista si è trasformato in regime, e dopo che ha ottenuto l’artificiosa maggioranza prevista dalla sua legge, è proprio da quell’anno che si arriva alle leggi eccezionali, al tribunale speciale del 1923 ; e poi, galera, confino per tutti i nemici del regime fascista. E dove si è giunti in ultimo, signori, che mi ascoltate? Si è giunti al disastro per tutta la Nazione : alla guerra. Questa è la strada battuta dal fascismo. Ebbene, voi state seguendo la stessa strada. Vi furono degli uomini, come vi sono oggi — e bisogna ricordarlo — che allora rimasero sordi agli ammonimenti che sorgevano da parte socialista, specialmente per bocca di Filippo Turati, il quale nel 1923, discutendo la legge Acerbo e pronunciando il suo parere contro di essa, ebbe ad avvertire tutta l’Assemblea dei pericoli gravi che sarebbero derivati da quella legge. L’onorevole Sanna Randaccio, con molta ingenuità ebbe a dire davanti alla Commissione, che dovettero passare 20 anni per poter constatare tutte le gravi conseguenze della legge Acerbo. Orbene, il collega Italia, avrebbe dovuto concedere una attenuante, per lo meno, all’onorevole Acerbo, che non aveva dietro le spalle l’esperienza che adesso abbiamo noi, mentre quando dovrà apprestarsi a pronunciare un’altra requisitoria simile nei confronti di chi ha presentato questa legge, non dovrà più tener conto di quella attenuante, perchè ormai abbiamo l’esperienza che ci deve mettere sul chi vive, e ci dice quali sono le conseguenze che possono derivare dalla legge maggioritaria. Purtroppo l’ammonimento di Filippo Turati in generale cadde nel vuoto. Molti, allora come oggi, dicevano : « In fin dei conti, si tratta di una legge elettorale; perchè drammatizzare? Voi siete i soliti fanatici; voi create pericoli immaginari per portare acqua al vostro mulino». Ed abbiamo avuto una quantità di uomini della vecchia classe dirigente che finirono per assecondare il fascismo ed i suoi primi soprusi ; uomini della vecchia classe dirigente che per quieto vivere, per non perdere una carica ben remunerata, mirarono ad adeguarsi a questa situazione creata dal governo fascista; uomini che pure non avevano più nulla da chiedere alla vita ed avrebbero dovuto sentire solo il dovere di concludere la loro fatica politica nobilmente e non con infamia ; uomini della vecchia classe dirigente che assecondarono il fascismo pur di rimanere aggrappati alle loro estreme ambizioni come il vecchio sordido Shylok al suo maledetto denaro. E la triste vergognosa storia si ripete oggi. Vi sono nuovamente degli uomini che fanno tacere la loro coscienza e che per quieto vivere cercano mille pretesti per giustificare la loro debolezza di assecondare il Governo nella sua azione antidemocratica,

“Onorevoli colleghi, il nostro Presidente Paratore, commemorando Francesco Saverio Nitti con nobili parole, così concluse la sua commemorazione: « Uomini del Parlamento di oggi e del Parlamento di domani, nei momenti di incertezza ascoltateli». Voleva, cioè, ammonirci di ascoltare coloro che ci hanno lasciato, questi uomini che possono essere stati dei nostri avversari politici, ma che non hanno fatto mai transazione alcuna con la loro coscienza.

Ebbene, voglio ricordare proprio di Francesco Saverio Nitti, di quest’uomo tanto bestemmiato, il suo fermo atteggiamento in tre circostanze, in cui con fierezza per tre volte seppe dire di no. Disse no al fascismo e si vide la casa invasa dai fascisti, i suoi libri dispersi e costretto a prendere la via dell’esilio; disse no ai tedeschi e pagò un altissimo prezzo: la via della deportazione; disse no al Partito di maggioranza e gli costò insulti e l’ostracismo. Eppure questo vecchio giunto ormai al tramonto della sua vita, avrebbe avuto il diritto di vivere gli ultimi suoi giorni tranquillamente; invece respinse da sé questa seduzione, perché ciò avrebbe importato da parte sua una transazione con la propria coscienza. Egli non volle transigere con se stesso. (Applausi dalla sinistra).

Questo è l’esempio che ci ha lasciato Francesco Saverio Nitti. Devo subito osservare che noi prendiamo atto dell’invito del Presidente Paratore, ma dobbiamo correggerlo. Egli infatti ha detto: «ascoltateli» è giusto invece che si dica: «ascoltiamoli» questi vecchi che ci hanno dato esempio di rettitudine. (Applausi dalla sinistra).

Signori, chi potendolo non impedisce un’azione disonesta è colpevole quanto chi l’azione disonesta consuma. Voglio ricordarvi quello che ebbe a dire l’onorevole Acerbo rispondendo come relatore della legge ai suo i critici.

Ascoltatemi, voi che oggi sostenete la legge Scelba: «Questa proposta – disse allora Acerbo – fu esaurita, studiata, vagliata ed infine approvata dai maggiori rappresentanti di questa Camera, in cui sono uomini che hanno tutto il diritto di essere considerati come i rappresentati delle idee e della dottrina liberale, come custodi fedeli delle basi costituzionali del nostro Paese». Aveva ragione l’onorevole Acerbo, infatti il governo Mussolini voleva un avallo per poter contrabbandare quella sua legge antidemocratica e lo ebbe proprio dagli esponenti del movimento liberale, da coloro cioè che avrebbero dovuto opporsi a quella legge per difendere la loro ideologia, la loro dottrina.

Signori, il Governo De Gasperi si assume una grave responsabilità presentando questa legge, ma altrettanto grave , e direi, maggiore, è la responsabilità di coloro che potendosi opporre ad essa non si oppongono, per cui domani il Governo potrà dir e quello che in ultima analisi, con altre parole, disse a su o tempo l’onorevole Acerbo: «Perché non mi avete fermato su questa strada che consideravate una strada che portava contro la Costituzione e la democrazia?».

Ecco ciò che il Governo potrà un giorno dire a sua giustificazione . Domani, voi socialdemocratici , liberali, repubblicani, che non vi opponete oggi a questo atto antidemocratico ed anticostituzionale sarete i responsabili di non aver fermato il Governo su questa strada pericolosa per la democrazia, per la Costituzione e per gli interessi dell’intera Nazione.

Voi non vi opponete perchè vi preoccupate soltanto di una cosa, di aver e qualche seggio in più al Parlamento e perciò venite a transazioni con la vostra coscienza. Ai socialdemocratici voglio in proposito ricordare un ammonimento di Filippo Turati, che io ho amato con cuore di figlio e che, quando ne appresi la morte, in carcere, piansi, come avevo pianto alla morte di mio padre; Filippo Turati, dicevo, nel suo discorso del 3 marzo, rivolgendosi a coloro che dicevano che con la proporzionale i socialisti avrebbero perduto dei seggi, rispose sdegnoso: «Ma queste sono miserie! Io sento lo sdegno di rincorrere queste miserabili falene sotto il grande Arco di Tito della storia contemporanea, qui veramente converrebbe che ogni viltà fosse morta. Io vedo il mio Partito minacciato con la proporzionale nella mia Milano, l’ho già detto: ma mi schiaffeggerei da me stesso davanti allo specchio se questo influisse sulla mia opinione ». Ora non vi dico di mettervi allo specchio, perché altrimenti dovreste schiaffeggiarvi lungamente, o socialdemocratici, perché a voi premono soltanto i seggi, non la vostra coscienza di socialisti, non le vostre opinioni. È precisamente questa la ragione che vi spinge ad assecondare il Governo democristiano in questo suo atto antidemocratico.

sentito dire da alcuni di voi a giustificazione di questa legge — per la pace. Signori, badate che se voi doveste ottenere la maggioranza artificiosa contemplata da questa legge, noi avremmo ragione di vedere anche in pericolo l’articolo 78 della Carta costituzionale. Vi è già un Paese, che fa parte della N.A.T.O., l’Olanda, che ha cancellato dalla sua Carta costituzionale un articolo simile all’articolo 78 della nostra Costituzione, e adesso in quell Nazione lo stato di guerra può essere dichiarato dal potere esecutivo e non più dal Parlamento. Sicché se domani, per dannata ipotesi, ripeto, una maggioranza così come voi agognate dovesse veramente verificarsi, noi potremmo vedere in pericolo anche l’articolo 78 della nostra Costituzione e quindi potremmo veder minacciata la pace del nostro popolo. Signori, noi abbiamo ragione di essere preoccupati per quanto riguarda la situazione internazionale, perché constatiamo che il Governo dell’onorevole De Gasperi sempre più si va legando alla politica bellicista del Dipartimento di Stato.

Badate, che non siamo solo noi a preoccuparci di questo. Abbiate la bontà di leggere i giornali di destra francesi ed inglesi, e constaterete la reazione dell’opinione pubblica di quei Paesi contro l’atteggiamento assunto in questi giorni dal Dipartimento di Stato, la reazione violentissima soprattutto della stampa inglese contro il Dipartimento di Stato perché, approfittando del lutto in cui è stato gettato il popolo sovietico, mentre tutto questo popolo in lacrime, angosciato, era intorno alla salma e al ricordo del suo capo, esso lanciava attraverso le sue radio l’appello sedizioso all’armata rossa perché si ribellasse.

Questa è la politica dei corvi del Dipartimento di Stato! Giustamente la stampa inglese si preoccupa di tale atteggiamento voluto da Eisenhower e da Foster Dulles, perché intuiscono che esso può portare verso la guerra. Abbiamo ragione, quindi, di essere preoccupati anche noi, signori, soprattutto dopo la deneutralizzazione di Formosa, dopo la minaccia del blocco contro la Cina. È chiaro che i pericoli di guerra sono aumentati ed è chiaro che se, per dannata ipotesi, mercè la legge – truffa, si verificasse la maggioranza docile e massiccia che voi sognate, sarebbe per il nostro Paese veramente in gioco ed in pericolo la pace. Quando voi poi dite, per giustificare questa legge, che essa gioverà alla Patria ed alla sua sicurezza, dimenticate che con questa legge voi scaverete sempre più profondo il solco che divide in due il nostro Paese. Se voi volete veramente avere la sicurezza della Patria, dovete prima di tutto saper realizzare l’unità nazionale. Ma con una legge simile voi non realizzerete l’unità nazionale, bensì renderete più aspri ed acuti i contrasti interni.

Orbene, su questi pretesti voi avete realizzato i così detti collegamenti, signori. Se vi è qualcosa di ibrido, di contronatura, è precisamente il collegamento dei piccoli Partiti con la Democrazia cristiana. Ai Partiti minori — e precisamente i socialdemocratici ed i liberali (e non se ne abbia a male l’amico Macrelli se non prendo in considerazione il suo minuscolo Partito) — rivolgerò una domanda: perché, se vi siete apparentati con la Democrazia cristiana, non vi trovate anche al Governo con essa? Dal momento che voi vi apprestate a dividere i seggi insieme alla Democrazia cristiana, perché non ne dividete anche le responsabilità di Governo?

Badate che apparentarsi, collegarsi con un Partito – è molto più impegnativo che collaborare con lo stesso Partito al Governo: collegarsi nel campo elettorale, per una lotta elettorale, con un Partito, significa impegnare la propria ideologia, la propria dottrina, mentre collaborare al Governo significa solo mettersi d’accordo per un programma contingente da realizzar e senza impegnare la propria dottrina . Dal momento che voi avete fatto il passo più grave, perché non avete fatto l’altro di minore gravità di andare al Governo? Lo sappiamo il perché: voi volete ripetere il giuoco sleale dinanzi al corpo elettorale, ed anche dinanzi ai vostri padroni, che avete fatto durante la lotta elettorale, nella quale voi eravate apparentati con la Democrazia cristiana e nonostante questo andavate combattendo questo Partito; vi scagliavate contro la sua politica in tutti i comizi. Ed allora abbiamo ragione di chiedervi su che cosa riposano i vostri collegamenti. Riposano veramente su un comune programma politico? Su una comune ideologia? No, essi riposano semplicemente sull’odio contro di noi e sulla bramosia di arraffare seggi a nostro danno. Questo è l’inganno che voi consumate o che almeno tentate di consumare nei confronti del corpo elettorale italiano. Sentite, o signori, che cosa ebbero a dire di voi i liberali nel 1951. Uno che fu Ministro dell’onorevole De Gasperi, il ministro Giovannini, ebbe a scrivere : «I dissensi del Partito liberale italiano sono determinati dall’atteggiamento assunto dalla Chiesa in occasione della attuale campagna elettorale. È pericoloso confondere la religione con la politica, in quanto uno scacco subito in questo ultimo campo, si ripercuoterebbe anche in quello religioso». I liberali di Roma, nel 1951, votarono all’unanimità un ordine del giorno, in cui affermavano ancora una volta che a giustificare l’opposizione del Partito liberale «nuovi e più gravi motivi si erano aggiunti nei settori della politica interna, estera, scolastica e finanziaria contro il Governo». Vi è poi il famoso discorso del vostro amabile segretario, onorevole Sanna Randaccio: l’onorevole Villabruna. Questo vecchio, brillante avvocato del foro di Torino, giunto sulla soglia della vecchiaia, si è dato alla politica e sulle sue gracili spalle grava la responsabilità di un Partito che è già stato di Cavour, di Sella, di Giolitti, di Nitti, di Orlando. L’onorevole Villabruna, in un suo discorso pronunciato a Forlì il 19 marzo 1951, disse delle cose, onorevole Piccioni, nei vostri confronti, che non sono tanto cortesi. Volete ascoltarle con me? «Abbiamo provato – è l’onorevole Villabruna che parla – il gusto che si prova a stendersi sul talamo della Democrazia cristiana, e ne abbiamo avuto abbastanza. Restare al Governo voleva dire indossare la livrea del servitore e subire la tracotanza della Democrazia cristiana”. Il guaio è, onorevole Sanna Randaccio, che le passioni senili sono tenaci, e nonostante gli affronti patiti si ritorna agli antichi amori e così l’onorevole Villabruna è ritornato a stendersi sul talamo della Democrazia cristiana.

Continuava l’onorevole Villabruna: «Il problema del Partito socialista dei lavoratori italiani e dell’uscita dal Governo, dimostra che i Partiti minori cercano di evadere dalla prigione in cui li ha chiusi la Democrazia cristiana. La Democrazia cristiana è il Partito-carcere, è l’anticamera del totalitarismo». Questo ebbe a dire l’onorevole Villabruna, e adesso il suo Partito, dietro la sua spinta, si è nuovamente apparentato con la Democrazia cristiana. Ditemi voi se tutto questo non è osceno, sleale e disonesto! Vedete, la strada giusta ve l’aveva indicata un uomo di vostra parte, un uomo che è sempre stato contro di noi, per lo meno contro le nostre ideologie ed istanze sociali : il professor Jannaccone, il quale, nei suoi brillanti articoli su un giornale di Torino – e l’ha ripetuto sotto altra forma stamane – ebbe ad indicare a voi liberali la giusta posizione da assumere: vi ha detto di rimanere staccati dalla Democrazia cristiana, di presentarvi soli col vostro programma, con la vostra ideologia. Se il saggio consiglio aveste accettato, indubbiamente intorno alle vostre insegne si sarebbero stretti tutti coloro che, pur non essendo con noi, tuttavia sono contro la Democrazia cristiana per la sua invadenza e per il suo strapotere e voi avreste potuto rappresentare ancora nobilmente l’eredità del primo Risorgimento, e cioè il pensiero liberale, questo patrimonio ideale che invece avete gettato alle ortiche per qualche seggio in Parlamento. Questa è la dolorosa e disgustosa verità.

L’onorevole Frassati, stamane, ha detto una cosa con una certa malinconia: «Parlando da liberale, io sono solo perché non ho nessuno qui dei miei amici di Partito. Sono solo con la mia coscienza». Ebbene, io dico all’onorevole Frassati che colui che è con la propria onesta coscienza non è mai solo. Io non mi sono mai sentito solo nella mia cella dell’ergastolo di Santo Stefano, perché ero con la mia coscienza onesta, che non avevo mai voluto mutilare. Saranno, o almeno si sentiranno, sempre soli spiritualmente, perché non avranno mai un pensiero proprio, coloro che hanno rinunciato all’indipendenza della loro coscienza per mettersi al servizio del Partito più forte, e questo, lo ripeto, non più per un piatto di lenticelle perché col mutare dei tempi mutano anche i prezzi dei tradimenti; oggi il prezzo del tradimento non è più un piatto di lenticchie, bensì qualche poltrona in Parlamento o al Governo.

Che dire, poi, dei social-democratici? Presero anche essi, durante la lotta per le elezioni amministrative, un atteggiamento deciso contro la Democrazia cristiana. Ricordo quello che ebbe a scrivere l’onorevole Romita su «La Stampa » il 24 marzo 1951: «Noi dobbiamo finirla con questa alleanza con la Democrazia cristiana, perché dobbiamo toglierle questa maschera, onde costringere la Democrazia cristiana a venir fuori con il suo vero volto». Ebbene, spezzando questo sistema di alleanze, scriveva allora l’onorevole Romita, si vedrà finalmente «la Democrazia cristiana dichiararsi per quella che è, per quello che vuole fare ». Continuava poi : «Il Governo che è sorto dal 18 aprile, nonostante la buona volontà e gli sforzi dei Ministri socialisti, non ha avviato a soluzione i problemi internazionali, non ha sanato il bilancio dello Stato, non ha evitato il pericolo dell’inflazione, non ha superato la generale crisi economica per cui la disoccupazione è diventata un fatto endemico e permanente, non ha conseguito la pacificazione interna, non ha evitato i dolorosi eccidi fra i proletari». E dopo queste dichiarazioni, vediamo l’onorevole Romita apparentarsi con la Democrazia cristiana. Vi è poi, di recente, un articolo, onorevole Piccioni, molto importante dell’onorevole Saragat, che risale al 12 febbraio del 1953 scritto su «Le Peuple» di Bruxelles in cui egli cerca di giustificare l’apparentamento del suo Partito con la Democrazia cristiana, perchè indubbiamente si sente in colpa, scrivendo fra l’altro: «Il dovere dei social-democratici italiani sarebbe quello di condurre una lotta implacabile contro gli altri Partiti di origine borghese incapaci di dare una soluzione efficace ai bisogni della classe operaia. Ma per far questo dobbiamo consolidare il regime repubblicano”.

Bel modo di consolidare il regime repubblicano alleandosi con la Democrazia cristiana contro il movimento della classe operaia italiana. Ma preme rilevare che l’onorevole Saragat parlando «di Partiti di origine borghese» si riferisce anche a voi, o democristiani. E adesso i social-democratici cercano di far ricadere su di noi la colpa di questo loro atteggiamento, affermando che non si sarebbero collegati alla Democrazia cristiana se noi avessimo denunciato il patto che ci unisce ai comunisti. Ma questo è un alibi meschino, onorevole Romita, e lei lo sa che è un alibi che non regge e sa benissimo che anche se non esistesse il patto di unità di azione, avremmo seguito la politica che abbiamo fatto fino adesso, perchè noi, indipendentemente dal patto di unità di azione ci siamo trovati in esilio con i comunisti, in carcere con loro, al confino con loro, in Spagna con loro, nella guerra di liberazione con loro, nelle lotte sostenute dai braccianti e dagli operai, con loro nella presente lotta. Non di colpa, signori, ma di merito si deve parlare. Vi è un merito sia da parte nostra che da parte dei comunisti, quello cioè di rimanere a fianco della classe operaia. Se per caso, voi social-democratici, foste vicini alla classe operaia, noi saremmo al vostro fianco, nonostante i passati e recenti contrasti; se voi in un momento di rinsavimento doveste ammainare la bandiera che avete issata sulla roccaforte della Democrazia cristiana e la piantaste nel settore della classe operaia noi ci batteremmo anche per la vostra bandiera. Quindi il patto di unità di azione per se stesso non conta nulla, conta la politica che dobbiamo fare e voi ci insegnate che per ogni socialista l’esigenza da tenere sempre presente è quella che riguarda l’unità della classe operaia. Ma, ditemi, qual’è oggi l’unico ostacolo che si .frapponga ancora allo strapotere del Governo e del Partito dominante; qual’è l’ostacolo che ancora sbarri loro il cammino? Sono i cinque milioni e più di operai, di lavoratori organizzati nella Confederazione generale italiana del lavoro. E voi, socialdemocratici, proprio voi ci invitate a spezzare, ad annullare quest’unico ostacolo sul cammino delle forze clericali e conservatrici. Per il solo fatto di invitarci a spezzare l’unità della classe operaia dimostrate di non essere più socialisti. Vorrei, in proposito, ricordarvi quel che ebbe a dire il vostro leader quando era ancora con noi. Allora l’onorevole Saragat ragionava con coscienza di socialista, guidato anche dalla sua preparazione marxista. Era presente anche l’onorevole Romita e certo non può aver dimenticato quelle affermazioni molto interessanti : «Se domani per una ragione qualsiasi questa alleanza tra socialisti e comunisti dovesse rompersi, io dico che ciò sarebbe cosa tragica; se indipendentemente dalla nostra volontà avvenisse una scissione tra i Partiti della classe operaia, intorno al Partito socialista si polarizzerebbero le forze della reazione». Quale facile profeta è stato per voi e per se stesso l’onorevole Saragat. «Questo noi socialisti – è sempre Saragat che parla- non lo permetteremo mai, perché sarebbe ben più della fine della nostra politica; sarebbe la fine del popolo italiano, sarebbe il trionfo di un nuovo fascismo»: questo affermava allora l’onorevole Saragat. Noi non soltanto l’affermiamo tuttora, ma lo sentiamo perché non vale affermare un principio, se non si sente, e forse l’onorevole Saragat quando faceva quelle affermazioni non doveva sentirle. Quest’unità della classe operaia è un’esigenza che sentiamo profondamente. È una esigenza che si inserisce nella tradizione socialista italiana che noi e soltanto noi rappresentiamo.

Ed è vano da parte vostra dire che siete voialtri a rappresentarla, perché ciò che vale, in proposito, è il consenso delle classi lavoratrici e voi non potete fare a meno di constatare che il consenso intorno al nostro Partito e alla nostra bandiera va sempre più aumentando, mentre l’onorevole Romita ha dovuto constatare al congresso di Bologna prima e al congresso di Genova poi che il vostro Partito va sempre più perdendo contatto con la classe operaia. La realtà è questa, che voi non avete una base operaia. Non basta qualche operaio che ha abbandonato il fronte della classe operaia per venire da voi o per andare in altri Partiti per dare una consistenza socialista. È necessario che il Partito affondi le sue radici in seno alla classe operaia. Invece le vostre radici sono affondate in seno alla Democrazia cristiana e alle forze clerico-conservatrici. Non regge, poi, il pretesto da voi avanzato e cioè che state con la Democrazia cristiana per evitare che sbandi a destra. Orbene, io vi chiedo: ma più a destra di così?

È vero, la Democrazia cristiana, quando voi eravate al Governo, ha la responsabilità dei fatti di Melissa e di Modena; però anche su di voi pesa questa responsabilità perché allora eravate al Governo con l’onorevole Scelba. V’è di più: la Democrazia cristiana presenterà con voi le leggi liberticide . Inoltre l’onorevole De Gasperi vi ha avvertito all’altro ramo del Parlamento, quando si trattava di votare la legge che oggi stiamo esaminando qui, che la Democrazia cristiana potrà allearsi anche con Partiti di estrema destra. Egli ha detto: «Oggi i quattro Partiti che si possono chiamare democratici senza riserve sono quelli che io ho già nominato, cioè voi (indica il settore centro- sinistra). Domani ve ne possono essere degli altri verso sinistra e verso destra. Sono pronto ad accettarli».

Ecco già prospettata l’eventuale alleanza coi monarchici e anche forse con i missini

Dunque l’onorevole De Gasperi ha ammesso con molta lealtà di fronte ai suoi parenti poveri che può allearsi anche con la destra.

Onorevole Riccio, qui io l’aspettavo. Lasciamo stare gli scherzi di cattivo genere che potete fare ai social-democratici e ai liberali, ma non li potrete fare a noi.

Io non ipoteco il futuro e dico subito con franchezza che se voi aveste veramente il proposito di modificare la vostra politica estera, di voler fare una politica di pace e l’interesse della classe lavoratrice italiana, non considerando come dei fuori legge coloro che hanno fatto il secondo Risorgimento italiano, se voi voleste prendere atto di questa unità della classe operaia italiana, noi potremmo riprendere il discorso che venne troncato nel 1947. Queste sono le nostre condizioni. Non vi aspettate altro. Voi siete stati viziati dai vostri parenti poveri, i quali pongono tutto in termini di «poltrone» mentre noi mettiamo tutto in termini di coscienza e di fede. Questa è la differenza. (Vivi applausi dalla sinistra).

Vedete, il ragionamento che ci fanno i social-democratici di oggi e cioè che si deve prendere atto che il Partito dominante, la Democrazia cristiana, è un dato di fatto che non si può ignorare e che quindi bisogna inserirci in esso per salvare il salvabile, questo stesso ragionamento nel 1926 ci fu fatto da un uomo che è tra di voi, social-democratici, un vecchio che ha speso la sua inutile vita tra compromessi e tradimenti. Costui venne a Parigi per invitarci a lasciare l’esilio, a ritornare in patria per inserirci nel regime fascista, prendendo atto della realtà che esso ormai rappresentava. Egli ebbe la lezione che si meritava da un giovane socialista. Alcuni di noi vennero in Italia, ma clandestinamente e finirono in carcere. E adesso lo stesso ragionamento disonesto, lo fate a proposito della Democrazia cristiana. È l’animo vostro antico; e non venite, dunque, a riproporci i vostri inviti che respingiamo sdegnati. (Approvazioni dalla sinistra).

Comunque, questa è la compagnia, onorevole Scelba, la compagnia che vorrei definire con termini danteschi, ma io non voglio inasprire gli animi. Questa è la compagnia che è unita solo dal proposito di dividere i seggi altrui.

Questa è la compagnia della legge dell’onorevole Scelba ed è chiaro che, se costoro dovessero per caso avere la maggioranza nelle prossime elezioni, la democrazia italiana verrebbe a trovarsi in una situazione veramente grave. Noi più di una volta vi abbiamo avvertiti, signori del Governo, di tutti i pericoli, di tutte le conseguenze che potranno derivare da questa vostra politica. Ve lo abbiamo già detto all’inizio che la strada su cui voi vi siete messi è la strada già percorsa dal fascismo in fondo alla quale sta la rovina per voi, per noi e per tutto il popolo italiano. Se soltanto si trattasse delle sorti dei nostri Partiti poco conterebbe, ma noi sentiamo che è in giuoco qualcosa di più, qualcosa che conta di più dei nostri Partiti: si tratta del popolo lavoratore che sta fuori di queste mura, si tratta della Nazione, della Patria! Signori, voi vi accanite nel vostro proposito di arrestare il cammino della classe operaia italiana; ma per far questo dovreste essere capaci di arrestare il corso della storia. Badate che non si può fermare la ruota della storia! Chi già nel passato ha tentato di afferrare i raggi di questa ruota per fermarla, è rimasto stritolato. Già altri hanno tentato questa esperienza. Nulla dunque vi insegna il passato, onorevole Piccioni? Nulla vi insegna la storia? Non v’insegna nulla ciò che è già accaduto nel nostro Paese e che è culminato in un crescendo tragico col fascismo e con la guerra che è stata la rovina per tutti? Nessuno è riuscito a fermare l’ascesa della classe operaia italiana. E noi siamo certi, onorevoli colleghi, che nonostante questa vostra legge truffa, nonostante gli inganni, le sconfitte, le soperchierie che ancora potrete infliggerci, la disfatta definitiva sarà vostra, sarà dei nemici della classe operaia italiana! (Vivi applausi dalla sinistra).

Questa è la nostra certezza, non più la nostra speranza, come dicevo commemorando Giuseppe Stalin in quest’Aula. Non è più la speranza che ci sospinge nella lotta, è la certezza. Voi dovete credere a noi, che abbiamo fatto i capelli bianchi nei sacrifìci per la nostra fede, dovete crederci, quando vi diciamo che la nostra fede è vigorosa come la fede dei primi cristiani. Ed è precisamente questa fede, che nonostante le delusioni, gli scacchi elettorali, i soprusi che ancora potremo patire, ci dà la ferma certezza sul divenire della classe operaia italiana! Di questo siamo certi. Ma noi vorremmo che la classe operaia attingesse la sua mèta suprema senza lasciare dietro di sé rovine, lacrime, sangue. È una menzogna che lanciate contro di noi quando dite che siamo per il « tanto peggio, tanto meglio ». Potete farne testimonianza voi, colleghi Cadorna, Parri e Merzagora: noi ci siamo trovati in una situazione incandescente con le armi in pugno, nel 1945; se fossimo stati per il «tanto peggio, tanto meglio» avremmo seguito ben altra strada; ma comprendemmo che sarebbe stata la rovina per tutti ed in quei gravi momenti ci ha guidato saggezza, Carità di Patria, non spirito di vendetta, e neppure quelli che potevano essere i nostri giustificati risentimenti. Una cosa vogliamo dirvi : non ripetete l’errore fatto dal fascismo il quale, tra molte colpe, commise pure quella di accumulare nell’animo del popolo italiano risentimenti su risentimenti. E l’animo di un popolo, signori, è come un vulcano che può rimanere apparentemente spento per generazioni intere, maturando, però, la sua eruzione nelle sue viscere e poi quando esplode, signori, travolge quello che deve travolgere. Ora io vi esorto per carità di Patria, perchè ho avuto una esperienza grave, che è l’esperienza della lotta contro il fascismo e della guerra di liberazione e so che cosa vuol dire l’animo di un popolo esasperato per le lunghe prepotenze sofferte. Ecco perchè ancora una volta noi, da parte nostra, leviamo un appello che voi non avete compreso, l’appello alla distensione fra il popolo italiano, quello che non dovete avvilire mettendolo in rapporto con una nostra eventuale collaborazione al Governo.

Noi, elevando questo nostro appello, abbiamo a cuore le sorti del Paese. Voi rimarrete nuovamente sordi ad esso, lo respingerete senza comprendere l’animo che lo eleva. Non ci interessa, signori. Sappiamo che al di sopra ed al di là di voi, onorevole Piccioni e signori del Governo democristiano, al di sopra ed al di là di questa legge truffa, al di sopra ed al di là di ogni vostro inganno, sta il popolo lavoratore italiano con le sue ansie ed aspirazioni, con la sua molta miseria e con la volontà di lavoro, di pane e di pace . Ed è a questo popolo, onorevole Piccioni e signori avversari, che noi lanciamo il nostro appello, sicuri che un giorno sarà raccolto!

(Vivissimi applausi dalla, sinistra. Moltissime congratulazioni).

 

Atti Parlamentari — 39354
Senato della Repubblica 1948-53
CMLVI – I^ seduta discussioni 10 marzo 1953

Ancona 1914: sconfitto
il riformismo italiano

Mussolini-socialista-AvantiIl 26, 27 e 28 aprile 1914, giusto cento anni fa, si svolse ad Ancona il XIV Congresso nazionale del Partito Socialista Italiano. E’ un Congresso a cui non viene dato grande rilievo dagli storici, essendo avvenuto a ridosso di eventi ben più importanti, come l’attentato mortale all’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria a Sarajevo il 28 giugno 1914, che costituì il pretesto per scatenare la 1° Guerra Mondiale. Continua a leggere

La previdenza oggi
una giungla piena di iniquità

Lavoro sui grattacieliCinque proposte economicamente sostenibili per cancellare le iniquità alle quali sono soggetti gli iscritti alla Gestione separata Inps, garantendo adeguate tutele per il presente e una pensione dignitosa in futuro. Questo il tema della recente tavola rotonda organizzata da Felsa Cisl, Nidil Cgil e Uil tem.p, alla quale hanno preso parte il direttore generale Inps, Mauro Nori, i presidenti delle commissioni Lavoro di Camera e Senato, Cesare Damiano e Maurizio Sacconi, e il segretario confederale Cisl, Pietro Cerrito.

I lavori sono stati aperti dalla relazione introduttiva del segretario generale Nidil Cgil, Claudio Treves, e conclusi dal segretario generale Uil, Luigi Angeletti. Secondo Felsa Cisl, Nidil Cgil e Uil tem.p, “per avere pensioni dignitose e per evitare una vera e propria emergenza sociale che riguarderà i lavoratori parasubordinati quando il sistema contributivo andrà pienamente a regime, è indispensabile (chiosano all’unisono le organizzazioni) il sostegno alle posizioni assicurative di coloro che tra il 1996 e il 2006 hanno corrisposto alla gestione separata Inps contributi poco più che simbolici tra il 10% e il 17% del reddito percepito”.
Per i sindacati, “la ripartizione dell’onere previdenziale dovuto (2/3 dell’aliquota a carico del datore di lavoro e 1/3 a carico del lavoratore) deve essere uguale per tutti i soggetti contribuenti iscritti alla gestione separata”. “Inoltre, si chiede che la condivisibile parità contributiva del 33% con il lavoro dipendente non si traduca in un gravame a carico dei lavoratori parasubordinati superiore a quello pagato attualmente dai dipendenti. A tale proposito, proseguono le categorie sindacali, sarebbe necessario una sterilizzazione della quota parte del lavoratore, riversandola sul committente, fin da gennaio 2014, in quanto in quella data è previsto un ulteriore incremento dei contributi”.
Tra le proposte emerse durante i lavori c’è stata anche quella relativa all’introduzione del “principio di automatismo delle prestazioni, come quello già in vigore per i dipendenti, che deve essere esteso pure ai lavoratori iscritti alla Gestione separata segnatamente nei casi in cui l’interessato non sia titolare in proprio dell’obbligazione contributiva, che gli garantisce comunque l’accesso alle prestazioni previdenziali anche nell’ipotesi di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro”.
Per Felsa Cisl, Nidil Cgil e Uil, inoltre, “deve essere configurato un generale rafforzamento delle tutele sociali erogate dalla gestione separata Inps”. “In particolare – hanno puntualizzato – un rialzo delle indennità economiche per la malattia ospedaliera e per la malattia domiciliare, prefigurando per quest’ultima, in particolare, il suo riconoscimento a partire dal 1° giorno di malattia, con relativo accredito della connessa contribuzione figurativa.
Per il congedo parentale la richiesta è, nei limiti della compatibilità e della durata del contratto, di ampliare ed estenderne i periodi di fruizione, come succede per i lavoratori dipendenti”. Le organizzazioni sindacali, quindi, hanno rivendicato “un sistema inclusivo e universale per tutti, anticipando al 2014 la revisione dell”una tantum’, come sancito anche dalla legge 92/2012, includendo pure i parasubordinati tra i potenziali beneficiari della mini Aspi, con conseguente contribuzione figurativa”. “Nel frattempo, occorre rivedere l’attuale ‘una tantum’ destinata esclusivamente ai collaboratori a progetto, estendendo la platea dei beneficiari a tutti gli iscritti alla gestione separata e, cosa altrettanto importante, rendendo i requisiti per esservi ammessi ancora meno stringenti”.
Per Ivan Guizzardi, segretario generale della Felsa Cisl, “il sistema pensionistico della gestione separata Inps deve essere riformato e armonizzato”. “Un obiettivo – ha affermato – che la Cisl e la Felsa perseguono da più di dieci anni. Vogliamo fornire adeguate misure di supporto a una generazione che ha fatto i conti con una fortissima flessibilizzazione del lavoro, non sempre con le giuste contropartite. L’esigenza di rendere finanziariamente sostenibile l’intero sistema deve essere coniugata con il senso solidaristico delle prestazioni. Resta imprescindibile che, a parità di versamento contributivo, vadano garantite pari prestazioni previdenziali. Dobbiamo andare verso un nuovo patto generazionale che offra maggiori garanzie di tutela”. A parere di Claudio Treves, segretario generale della Nidil Cgil, “l’idea alla base dell’iniziativa di oggi è quella che, a risorse e normative date, quindi con la gradualità verso il raggiungimento di una soglia contributiva uguale per tutti i lavoratori al 33%, ci si debba misurare sulla necessità di garantire a tutti i lavoratori assegni pensionistici decorosi e adeguate tutele nel caso in cui ricorrano gli eventi di maternità e di malattia, o nei casi di perdita del lavoro”. “Siccome la gestione separata è una ‘gallina dalle uova d’oro’ – ha avvertito – che annualmente produce un avanzo di 7 mld e patrimonialmente ne ha uno di 80, ci è sembrato percorribile, senza aggiungere aggravi di costi sui lavoratori, anzi riducendo il costo per le partite Iva con dei meccanismi di riparto, assicurare a tutti i lavoratori protezioni sociali più giuste ed efficaci”. E per segretario generale della Uil Tem.p, “l’obiettivo dichiarato del convegno è quello di porre in evidenza l’esigenza, troppo a lungo dimenticata, di una riforma del sistema della gestione separata”. “Un atto di giustizia sociale nei confronti delle nuove generazioni che, per prime, vivono l’esperienza lavorativa della collaborazione a progetto, della partite Iva o dell’associazione in partecipazione, senza poter godere di un sistema di tutele valido. Le proposte avanzate si basano su un riequilibrio generale dei diritti.
Bisogna ripensare all’accesso alle prestazioni, a un sistema di sostegno al reddito inclusivo ma, soprattutto, a un intervento sostanziale della gestione separata che permetta alle generazioni presenti di avere un futuro pensionistico dignitoso. Il mondo del lavoro è cambiato – ha concluso Maurelli – e il sindacato deve e vuole occuparsi anche di chi, fuori dalle tradizionali regole, sente il bisogno di una nuova rappresentanza”.

Carlo Pareto