Lavoro, boom di assunzioni di apprendisti. Battuti i contratti a tempo indeterminato

Inps

DIRITTO ALLA NASPI: ULTIME NOVITÀ

A seguito di alcune segnalazioni, pervenute da parte degli enti di patronato, con le quali veniva lamentato il mancato accoglimento di domande di Naspi presentate al termine della fruizione dell’indennità di mobilità ordinaria o dei trattamenti di disoccupazione speciale per l’edilizia,  l’Inps ha approfondito la problematica sia da un punto di vista normativo che procedurale evidenziando, in particolare, il caso in cui l’istanza di Naspi venga presentata nei sessantotto giorni dal termine dell’ultima rioccupazione a tempo determinato e la decadenza dell’indennità di mobilità ordinaria dei trattamenti di disoccupazione speciale per l’edilizia intervenga all’interno di detti sessantotto giorni.

Della problematica è stato interessato il competente Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali il quale  con nota n. 8774 del 28 maggio 2018 ha chiarito che “ nulla osta a che i lavoratori che maturino le condizioni fissate dalla legge per richiedere l’indennità Naspi possano accedere a tale ultima prestazione qualora ne facciano istanza entro i 68 giorni successivi dal termine dell’ultimo rapporto di lavoro a tempo determinato intrattenuto e la scadenza della prestazione di mobilità o del trattamento speciale edile ex legge 451 del 94 intervenga all’interno del medesimo arco temporale, intendendosi per scadenza il termine della prestazione per intero godimento della prestazione stessa.”

Preso atto delle precisazioni ministeriali, l’Inps, con apposito messaggio Intranet di imminente pubblicazione, fornirà agli operatori addetti le istruzioni procedurali volte alla gestione della casistica sopra menzionata.

Coldiretti

AL VIA LA PROCEDURA DEI VOUCHER IN AGRICOLTURA

Al via l’attesa procedura Inps per l’utilizzo dei voucher in agricoltura dopo l’approvazione della riforma da parte del Parlamento con la legge 96 del 2018 che ne ha semplificato l’utilizzo. Lo annuncia la Coldiretti nel precisare che sono operative le prime modifiche come l’allungamento della durata da 3 a 10 giorni entro cui è possibile svolgere la prestazione occasionale, un aggiornamento molto atteso dalle imprese agricole con l’inizio della vendemmia. “E’ Un primo segnale di sburocratizzazione – secondo Coldiretti – che va nel verso auspicato dal mondo agricolo, ma ora ci auguriamo che anche le altre modifiche previste dalla legge diventino operative con la medesima tempestività all’interno della procedura Inps. Anche perché con i voucher circa 50mila posti di lavoro occasionali possono essere recuperati con trasparenza nelle attività stagionali in campagna dove sono impiegati soltanto per le attività svolte da disoccupati, cassintegrati, pensionati e giovani studenti che non siano stati operai agricoli l’anno precedente”.

I voucher ritornano – spiega la Coldiretti – a dieci anni della loro introduzione in Italia che è avvenuta il 19 agosto 2008 con circolare Inps che per la prima volta autorizzava la raccolta dell’uva attraverso voucher con l’obiettivo di ridurre burocrazia, riconoscendo la specificità del lavoro agricolo. Nel corso degli anni successivi all’introduzione nel 2008 è stato allargata la possibilità di utilizzo alle altre attività di agricole ma – sottolinea la Coldiretti – il settore è rimasto fedele all’originaria disciplina “sperimentale” con tutte le iniziali limitazioni (solo lavoro stagionale e solo pensionati, studenti, cassintegrati e disoccupati) a differenza degli altri comparti produttivi. Meno del 2% del totale dei voucher – afferma Coldiretti – è stato impiegato in agricoltura dove sono nati e

rappresentano un valido contributo all’emersione del lavoro sommerso.

Non è un caso – precisa la Coldiretti – che il numero di voucher impiegati in agricoltura sia praticamente rimasto stabile dal 2011 senza gli abusi che si sono verificati in altri comparti. In agricoltura sono stati venduti negli ultimi cinque anni prima dell’abrogazione poco più di 2 milioni di voucher, più o meno gli stessi dei 5 anni precedenti, pari all’incirca a 350mila giornate/anno di lavoro. Il valore complessivo delle integrazioni di reddito accordate per le prestazioni a pensionati, studenti, cassintegrati e disoccupati ammonta – conclude la Coldiretti – a circa 22 milioni di euro all’anno mentre la regione dove sono stati più impiegati è il Veneto con poco più di ¼ del totale.

Lavoro

BOOM ASSUNZIONI APPRENDISTI

Nell’ultimo anno 283.030 giovani under 30 sono entrati nel mondo del lavoro e stanno imparando un mestiere grazie all’apprendistato. Lo rivela un rapporto di Confartigianato che mostra “la crescita record” di assunzioni di apprendisti registrata tra aprile 2017 e marzo 2018, pari al 20,2% in più rispetto al 2017 e che superano dell’11,4% le 254.000 assunzioni di giovani a tempo indeterminato avvenute nello stesso periodo. Dei 283.030 nuovi apprendisti, 164.976 sono maschi e 118.054 donne.

Tra gennaio e maggio 2018, sottolinea inoltre il rapporto, l’aumento dei contratti di apprendistato ha avuto un’ulteriore accelerazione che li ha portati a sorpassare le altre tipologie di rapporti di lavoro: ne sono stati attivati 134.358 (il 96% dei quali riguardanti giovani under 30) con una crescita del 13,7% rispetto allo stesso periodo del 2017.

Largamente battuti i contratti a tempo indeterminato (+3,1%), i contratti a tempo determinato (+8,4%), i contratti stagionali (+7%) e i contratti intermittenti (+8,8%).

Lavoro

PUBBLICO IMPIEGO, PIÙ DIPENDENTI PRECARI

Il numero dei dipendenti pubblici si ferma a 3 milioni 356 mila, segnando ancora un altro calo annuo (-0,2%), sintesi di una riduzione dei posti ‘fissi’ controbilanciata da una crescita di quelli precari. È quanto emerge dall’Annuario statistico della Ragioneria generale dello Stato, che aggiorna i dati al 2016.

Rispetto all’anno prima si contano 29 mila 687 occupati a tempo indeterminato in meno (-1%), mentre le unità di lavoro flessibili salgono di 22 mila 718 (+7,8%). Il totale vede una discesa di 6 mila 969 unità tra il 2015 e il 2016. Il costo del lavoro resta poco mosso, praticamente invariato, risultando pari a 159 miliardi e 651 milioni di euro (erano 159 miliardi e 525 milioni l’anno precedente).

I conti ancora non risentono degli effetti del rinnovo contrattuale: pur decorrendo dal 2016 l’accordo è stato firmato solo alla fine del 2017 e i primi aumenti sono stati caricati nelle buste paga a inizio 2018.

Lavoro

SEMPRE MENO GIOVANI CAPITANI D’IMPRESA

Sempre meno giovani al comando delle imprese italiane. Tra marzo 2013 e marzo 2018 le cariche di amministratore nelle imprese del nostro Paese sono cresciute di circa 48mila unità, ma continuano a diminuire i giovani coinvolti nelle ‘stanze dei bottoni’ dell’azienda-Italia. Complessivamente, infatti, nei 5 anni considerati la percentuale di amministratori con più di 50 anni è passata dal rappresentare il 53,3 al 61% del totale delle cariche, con una perdita invece di 7,7 punti percentuali per quella degli under 50.

Questo, in sintesi, il quadro che emerge dall’elaborazione Unioncamere-InfoCamere sulle persone con carica di amministratore nelle imprese italiane negli ultimi cinque anni.

Al 31 marzo di quest’anno gli amministratori di imprese in Italia sono 3,8 milioni, quasi 50 mila unità in più rispetto alla stessa data di cinque anni fa. Un aumento che, però, segnala un forte movimento tra le classi di età a tutto vantaggio per quelle degli over 50 rispetto ai più giovani. Tra il 2013 e il 2018, gli amministratori tra i 50 e 69 anni sono aumentati di 194mila e in quella degli ‘over 70’ di altre 125mila, per una crescita complessiva di 319mila unità per l’insieme degli over 50.

A questa espansione ha fatto eco una forte contrazione degli amministratori con meno di 50 anni di età: a fine marzo di quest’anno erano 1,5 milioni con una diminuzione totale di oltre 270mila unità negli ultimi 5 anni (il 15% in meno rispetto al 2013), dei quali 251 mila nella classe tra i 30 e i 49 anni e 20 mila in quella under 30.

Sul versante territoriale, ancora una volta i dati rivelano un’Italia divisa in due: da una parte, nelle ripartizioni del Centro e del Mezzogiorno, si assiste complessivamente ad una crescita nel numero degli amministratori (79mila in più nei 5 anni in esame, di cui 30mila al Centro e 49mila al Sud), Dinamica opposta nelle circoscrizioni settentrionali, con una riduzione più lieve nel Nord-Est (-8mila unità, -1,0%) e più rilevante nel Nord-Ovest (-24mila unità, -2,0%).

Lo spostamento della distribuzione per età della popolazione verso le classi più anziane interessa invece tutte le aree geografiche dello stivale. Rispetto al 2013, in tutte le ripartizioni si evidenzia una riduzione del numero di amministratori nelle due fasce di età più giovani e un aumento marcato per quelle oltre i 50 anni: il processo d’invecchiamento dei capitani d’impresa appare più accentuato al Sud e Isole sia in termini assoluti (+102mila unità) che relativi (+20,9%) di quello riscontrato nelle regioni centro-settentrionali, dove il”grigio” dell’età si fa largo soprattutto al Nord-Ovest (+82.500 unità quanto ai valori assoluti) e al Centro (+17,6% in termini relativi).

La tendenza si conferma pienamente anche su base regionale: in tutte le 20 regioni italiane, sia per la classe di età 50-69 anni che per quella over70, si registrano variazioni in aumento nel quinquennio esaminato. Particolarmente significativa la performance del Molise, che primeggia in termini di crescita relativa in entrambe le classi (rispettivamente +28 e +47%) e della Calabria (+24 e +42%).

Guardando ai settori produttivi, nei cinque anni considerati il fenomeno dell’invecchiamento degli amministratori caratterizza tutte le attività, con incrementi di quasi il 30% nella classe 50-69 anni e superiori al 40 % in quella degli over 70 nei due settori dell’alloggio e ristorazione e dei servizi alle imprese.

Sul fronte opposto, la riduzione degli amministratori under 50 incontra pochissime eccezioni, tra cui vanno segnalate quella degli amministratori under 30 dell’agricoltura (aumentati di oltre 2.000 unità) e dei servizi di informazione e comunicazione (+463).

Poiché i dati sulle cariche riflettono da vicino l’evoluzione dello stock di imprese, la lettura per tipo di attività evidenzia una contrazione nei settori che, nel periodo esaminato, hanno visto ridursi in modo più sensibile il numero di imprese: manifatturiero (-19mila amministratori), costruzioni (-17mila) e attività immobiliari (-4.600).

Carlo Pareto

POVERA ITALIA

mensa_poveri

Nel 2017, 2,7 milioni di persone in Italia sono state costrette a chiedere aiuto per il cibo da mangiare. La situazione è emersa dal rapporto Coldiretti intitolato: “La povertà alimentare e lo spreco in Italia”, presentato alla giornata conclusiva del Villaggio della Coldiretti ai Giardini Reali di Torino. Secondo la Coldiretti ad avere problemi per mangiare sono dunque oltre la metà dei 5 milioni di residenti che, secondo l’Istat, si trovano in una condizione di povertà assoluta.

La Coldiretti ha precisato: “Nel 2017 circa 2,7 milioni di persone hanno beneficiato degli aiuti alimentari attraverso l’accesso alle mense dei poveri o molto più frequentemente con  pacchi alimentari  che rispondono maggiormente alle aspettative dei nuovi poveri (pensionati, disoccupati, famiglie con bambini) che per vergogna prediligono questa forma di aiuto piuttosto che il consumo di pasti gratuiti nelle strutture caritatevoli. Sono appena 114mila quelli che si sono serviti delle mense dei poveri a fronte di 2,55 milioni che invece hanno accettato l’aiuto dei pacchi di cibo sulla base dei dati sugli aiuti alimentari distribuiti con i fondi Fead attraverso l’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (Agea)”.

“Se si vuole ritrovare la missione originaria della sinistra – è il commento su Facebook di Luigi Iorio, responsabile del Psi per le politiche per il lavoro – bisogna ricominciare a comprendere le difficoltà di questo tempo. Capire il perché quasi tre milioni di cittadini si ritrovano alle mense per poveri. Comprendere le ragioni di una povertà sempre diffusa, connettersi alle paure e alle difficoltà di chi non arriva a fine mese. Solidarietà e lotta alla povertà – conclude – devono essere la mission dei socialisti nel 2018, il resto è solo tattica, confusione e caccia a poltrone”.

Più specificatamente la Coldiretti ha segnalato: “Tra le categorie più deboli degli indigenti si contano 455mila bambini di età inferiore ai 15 anni, quasi 200mila anziani sopra i 65 anni e circa 100mila senza fissa dimora. Contro la povertà si attiva la solidarietà con molte organizzazioni attive nella distribuzione degli alimenti, dalla Caritas Italiana al Banco Alimentare, dalla Croce Rossa Italiana alla Comunità di Sant’Egidio. E si contano ben 10.607 strutture periferiche (mense e centri di distribuzione) promosse da 197 enti caritativi impegnate nel coordinamento degli enti territoriali ufficialmente riconosciute dall’Agea che si occupa della distribuzione degli aiuti”.

La Coldiretti ha spiegato: “Di fronte a questa situazione di difficoltà sono molti gli italiani attivi nella solidarietà a partire da Coldiretti e Campagna Amica che dal Villaggio #stocoicontadini di Torino hanno lanciato per la prima volta l’iniziativa della ‘spesa sospesa’ a favore della Caritas. Si tratta della possibilità di fare una donazione libera presso i 150 banchi del mercato per fare la spesa a favore dei più bisognosi. In pratica, si mutua l’usanza campana del “caffè sospeso”, quando al bar si lascia pagato un caffè per il cliente che verrà dopo. In questo caso frutta, verdura, formaggi, salumi e ogni tipo di genere alimentare raccolto vengono consegnati alla Caritas che si occupa della distribuzione alle famiglie in difficoltà.

Il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, ha dichiarato: “In un’occasione di incontro tra campagne e città come è il Villaggio Coldiretti non potevamo non pensare a chi in questo momento vive grandi sofferenze a causa della crisi economica che ha colpito duramente soprattutto le fasce più deboli della popolazione. E’ però necessario intervenire anche a livello strutturale per rompere questa spirale negativa aumentando il reddito disponibile di chi oggi vive sotto la soglia di povertà”.

Oltre al lodevole spirito di solidarietà che dovrebbe sopperire le emergenze, il presidente della Coldiretti ha sposato la tesi, portata avanti da questo giornale in più occasioni, sulla necessità di mettere in atto una più equa distribuzione della ricchezza come prevede l’ideologia socialista.

Salvatore Rondello

Inps. Un polo unico per gestire le visite fiscali

Polo unico visite fiscale

INPS: PUBBLICATI I DATI

Dal 1° settembre 2017, come è noto, è entrato in vigore il Polo unico per le visite fiscali che attribuisce all’Inps la competenza esclusiva a gestire le visite mediche di controllo anche per l’82% dei lavoratori pubblici in malattia. Da questa data, come già avviene per i lavoratori privati assicurati, l’Inps effettua visite mediche sia su richiesta delle pubbliche amministrazioni, in qualità di datori di lavoro, sia d’ufficio.

Sul portale istituzionale l’’Istituto ha pubblicato l’Osservatorio statistico sul “Polo unico di tutela della malattia”, con i dati relativi al 1° trimestre 2018. L’Osservatorio, che ha lo scopo di monitorare il fenomeno dell’astensione dal lavoro per malattia dei lavoratori dipendenti privati e pubblici, è stato realizzato prendendo come riferimento i certificati medici inviati dal medico e le visite mediche di controllo effettuate dall’Istituto. Per l’analisi dei dati si rimanda a Statistiche in breve.

Dalle statistiche emerge, nei primi tre mesi del 2018, un incremento del numero dei certificati rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tale aumento risulta più contenuto nei lavoratori pubblici appartenenti al Polo unico (3,1%), rispetto ai dipendenti del settore privato (12,4%). A livello territoriale si evidenzia una differenziazione per entrambi i settori con maggiore aumento al Nord (4,7% del pubblico rispetto al 14,2% del privato).

La percentuale dei lavoratori con almeno un giorno di malattia sul totale dei lavoratori passa, nel settore privato, dal 23% del 2017 al 26% del 2018, con un incremento di tre punti percentuali, mentre nel settore pubblico passa dal 35% del 2017 al 36% del 2018.

L’Istituto, infine, ha effettuato un numero di visite mediche per i dipendenti pubblici del Polo unico poco al di sotto di quelle per i dipendenti privati assicurati (101mila nel pubblico e 123mila nel privato), pur in presenza di un numero di certificati medici di gran lunga inferiore (1,9 milioni rispetto a 4,7 milioni).

Inps

VINTO DALL’ISTITUTO IL PREMIO LEGALITÀ NELLA P.A.

Il 15 maggio scorso si è svolta a Roma, presso le Scuderie del Quirinale, la cerimonia di consegna del Premio nazionale “Rating di legalità nella Pubblica Amministrazione”.

L’iniziativa, promossa da Italian Digital Revolution (IDR), ha lo scopo di stimolare le pubbliche amministrazioni a migliorare i propri processi attraverso l’utilizzo delle tecnologie, per favorire la trasparenza e coinvolgere sempre più i cittadini.

Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, l’Inps e l’Istat sono stati i vincitori per le Amministrazioni centrali di questa prima edizione. La classifica è stata messa a punto attraverso un software che verifica i siti delle PA e, incrociando i dati con quelli resi disponibili dall’Anac, calcola il tasso di rispondenza alla normativa in materia di trasparenza e di prevenzione della corruzione rispetto ai contenuti pubblicati nella sezione “Amministrazione trasparente”, assegnando a ciascuna PA una percentuale di copertura.

Alla cerimonia sono intervenuti numerosi esponenti del mondo politico, istituzionale e culturale che hanno premiato i vincitori con un’opera realizzata dagli studenti del liceo artistico “Silvio Lopiano” di Cetraro (CS).

In rappresentanza dell’Istituto ha ritirato il premio Gabriele Uselli – Responsabile della prevenzione, della corruzione e della trasparenza e Direttore centrale Audit, trasparenza e anticorruzione.

Il Dirigente ha sottolineato come la trasparenza rappresenti per l’Inps una sfida continua, considerando l’enorme quantità di dati che è chiamato a gestire e pubblicare quotidianamente. Ha rivolto anche un ringraziamento ai suoi collaboratori, che con un proficuo e costante impegno, hanno fatto sì che l’Inps ricevesse questo prestigioso riconoscimento.

950mila richieste

BOOM ROTTAMAZIONE CARTELLE

La definizione agevolata prevista ha superato le 950mila adesioni. È il primo bilancio delle richieste complessivamente presentate all’Agenzia delle entrate-Riscossione dal 26 ottobre 2017 al 15 maggio scorso, ultimo giorno per aderire. Il 62 % circa delle domande è stato inviato tramite i canali digitali, web e Pec, mentre il 37% circa delle richieste è stato presentato agli sportelli e l’1% attraverso i tradizionali canali postali.

I contribuenti che hanno aderito alla definizione agevolata, come previsto dalla legge, pagheranno l’importo residuo delle somme dovute senza corrispondere le sanzioni e gli interessi di mora. Per le multe stradali, invece, non si pagheranno gli interessi di mora e le maggiorazioni previste dalla legge.

Chiuso il termine per l’adesione alla cosiddetta rottamazione delle cartelle, l’Agenzia delle entrate-Riscossione, secondo quanto previsto dalla legge, analizzerà le istanze ricevute e fornirà la risposta ai contribuenti con l’esito di accoglimento e eventuale rigetto dell’adesione. Entro il 30 giugno 2018, a coloro che hanno aderito alla definizione agevolata, verrà inviata la ‘Comunicazione delle somme dovute’ con l’elenco dei carichi ‘rottamati’, il dettaglio sui possibili debiti che per legge non possono rientrare nella definizione agevolata, gli importi da pagare e i bollettini di pagamento in base al piano di rate indicato dal contribuente nel modello di adesione.

Per i debiti affidati alla riscossione dal primo gennaio al 30 settembre 2017, i pagamenti sono previsti in un massimo di 5 rate (luglio, settembre, ottobre, novembre 2018 e febbraio 2019), ciascuna pari al 20% del debito definito.

Per i carichi da rottamare relativi al periodo primo gennaio 2000 – 31 dicembre 2016, la legge prevede fino a un massimo di 3 rate: ottobre, novembre 2018 e febbraio 2019. Le prime due rate ciascuna pari al 40% del debito definito, mentre la terza il restante 20 per cento. Invece, per cartelle o avvisi interessati da una rateizzazione in essere al 24 ottobre 2016, con rate scadute e non pagate al 31 dicembre 2016, comprese le istanze dei ‘respinti’ della precedente definizione agevolata (dl 193/2016), è prevista una prima comunicazione entro giugno 2018 con l’importo dovuto per regolarizzare le rate del 2016 (da pagare entro il 31 luglio 2018).

Successivamente, entro settembre 2018, arriverà la ‘Comunicazione’ per la definizione agevolata (massimo 3 rate: ottobre, novembre 2018 e febbraio 2019). Come previsto dalla legge, il mancato, insufficiente o tardivo versamento delle rate scadute comporta l’improcedibilità dell’istanza presentata ai fini dell’ammissione ai benefici della definizione agevolata.

Lavoro

SENZA VOUCHER ADDIO A 50MILA POSTI IN ESTATE

Rischiano di scomparire 50mila posti di lavoro occasionali per giovani studenti e pensionati impiegati nelle attività stagionali in campagna dove con l’avvicinarsi dell’estate sono iniziate le attività di preparazione dei terreni e di raccolta. E’ l’allarme lanciato di recente dalla Coldiretti sugli effetti della riforma dei voucher che ha di fatto praticamente azzerato questa opportunità per integrare il reddito delle categorie più deboli ma anche per avvicinare al mondo dell’agricoltura giovani studenti o mantenere attivi anziani pensionati.

L’estate coincide – ricorda Coldiretti – con il periodo di maggior impiego di lavoro nelle campagne a partire dalle attività di raccolta di verdura e frutta come ciliegie, albicocche o pesche, fino ad arrivare alla vendemmia che si concentra nel mese di settembre. Secondo un sondaggio Coldiretti/Ixe’ il 68% dei giovani italiani sarebbe disponibile a partecipare alla vendemmia o alla raccolta della frutta ma “la nuova normativa è stata un vero flop in agricoltura dove ha fatto crollare del 98% in valore l’uso dei buoni lavoro per effetto di in primis di un eccesso di inutile burocrazia di cui, in parte non irrilevante, è responsabile la piattaforma informatica creata dall’Inps che non tiene in considerazione le specificità del lavoro nei campi”.

“La situazione attuale – continua la Coldiretti – rende di fatto inutilizzabile il nuovo strumento con pesanti effetti sull’economia e il lavoro dei territori interessati ma anche la perdita di una importante opportunità di socializzazione all’interno delle comunità locali. In difficoltà le stesse imprese agricole per l’addio ad una modalità di pagamento che si era dimostrato valido nel favorire l’occupazione e l’emersione del sommerso”.

I voucher erano stati introdotti per la prima volta in via sperimentale nel 2008 per la vendemmia proprio per le peculiarità dell’offerta di lavoro nelle campagne. Nel corso degli anni successivi l’agricoltura – sottolinea la Coldiretti – è stata l’unico settore che è rimasto praticamente “incatenato” all’originaria disciplina “sperimentale” con tutte le iniziali limitazioni (solo lavoro stagionale e solo pensionati, studenti e percettori di integrazioni al reddito) che gli altri settori non hanno mai più conosciuto fino all’abrogazione.

Non è un caso – precisa la Coldiretti – che il numero di voucher impiegati in agricoltura sia praticamente rimasto stabile dal 2011. In agricoltura sono stati venduti nell’ultimo anno prima dell’abrogazione circa 2 milioni di voucher, più o meno dei 5 anni precedenti pari all’incirca a 350mila giornate/anno di lavoro che – sottolinea la Coldiretti – hanno aiutato ad avvicinare al mondo dell’agricoltura giovani studenti e a mantenere attivi molti anziani pensionati nelle campagne senza gli abusi che si sono verificati in altri settori.

L’Italia non può permettersi di perdere le grandi opportunità di lavoro che vengono da uno dei settori più dinamici dell’economia”, ha affermato il presidente la Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che il “nuovo Parlamento e il Governo hanno il dovere di ripensare ad uno strumento per il settore che semplifichi la burocrazia per l’impresa, sia agile e flessibile rispondendo soprattutto ad un criterio di tempestiva disponibilità all’impiego e dall’altra generi opportunità di integrazione al reddito di cui c’è particolarmente bisogno.

Carlo Pareto

Dazi, la Cina risponde a Trump

usa cinaLa Cina ha introdotto i dazi su 128 prodotti made in Usa, in risposta alle decisioni già adottate dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Lo ha riferito il ministero delle Finanze di Pechino, specificando che i dazi imposti oscillano fra il 15% e il 25%. Tra i prodotti colpiti il vino, la carne di maiale e la frutta importati in Cina dagli USA. Queste tariffe di rappresaglia, che erano state precedentemente annunciate da Pechino e che sono state stimate pari a un valore complessivo di circa 3 miliardi di dollari, sono l’effetto dei dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio negli Stati Uniti dalla Cina, in vigore da una settimana. Per il momento, Pechino non ha ancora annunciato ritorsioni per le ulteriori misure punitive indicate dal Presidente Trump, per un massimo di 60 miliardi di dollari. Pechino ha chiesto agli Stati Uniti di non decidere altre misure specificando di volere evitare una controversia ma di non avere paura di una guerra commerciale. Donald Trump, invece, ha annunciato di voler rincarare la dose.

Immediata la reazione delle borse che hanno reagito negativamente. Chiusura in ribasso per la borsa di Tokyo, con gli investitori innervositi dalla guerra commerciale, a colpi di dazi all’importazione, tra Usa e Cina. Il Nikkei ha ceduto lo 0,45%, chiudendo a 21.292 punti.

Oggi, avvio in calo anche per le borse europee, sotto pressione per la guerra commerciale tra Usa e Cina: Francoforte cede lo 0,77%, mentre Parigi perde lo 0,49%. Male anche Londra, in ribasso dello 0,71%.

Le altre principali borse di Asia e Pacifico hanno chiuso al ribasso  senza replicare il tonfo di Wall Street a seguito dell’inasprirsi della guerra dei dazi fra Usa e Cina, dopo le contromisure annunciate da Pechino:
Shanghai ha ceduto l’1,33%, Taiwan lo 0,61%, Seul lo 0,23% e Sidney lo 0,13%. In ribasso anche Hong Kong (-0,39%) e Mumbai (-0,18%). Positivi i futures su Wall Street, dopo lo scivolone dell’1,9% delle vigilia e del 2,7% del Nasdaq. Negativi i futures sull’Europa dopo vendite al dettaglio inferiori alle stime in febbraio in Germania ed in attesa degli indici Markit sulla fiducia dei manager del settore manifatturiero in Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e nell’Ue. Piazza Affari, in apertura, ha confermato il calo (Ftse Mib -0,37%).

Però, forse, è il caso di dire che non tutti i dazi vengono per nuocere. Da una analisi della Coldiretti su dati Istat divulgata in occasione dei superdazi cinesi nei confronti di 128 beni importati dagli Stati Uniti, il vino italiano potrebbe avvantaggiarsi della  guerra commerciale tra Usa e Cina dopo che le nostre esportazioni vinicole nel gigante asiatico hanno raggiunto il massimo storico di oltre 130 milioni di euro nel 2017, grazie all’aumento su base annua del 29%.

Secondo la Coldiretti: “Gli Stati Uniti hanno esportato vino in Cina per un valore di 70 milioni di euro in aumento del 33% nel 2017 e si collocano al sesto posto nella lista dei maggiori fornitori, immediatamente dietro all’Italia. Per effetto di una crescita ininterrotta nei consumi la Cina è entrata nella lista dei cinque Paesi che consumano più vino nel mondo ma è in testa alla classifica se si considerano solo i rossi. Un mercato dunque strategico per i viticoltori italiani mentre per quanto riguarda la frutta fresca l’Italia può esportare al momento in Cina solo kiwi e agrumi anche se il lavoro sugli accordi bilaterali per pere e mele è ad uno stadio avanzato e potrebbe aprire opportunità, dopo lo stop alle forniture statunitensi. Si tratta di superare barriere tecniche cinesi che riguardano molti prodotti del Made in Italy come l’erba medica disidratata. In realtà l’estendersi della guerra dei dazi tra i due giganti dell’economia mondiale ai prodotti agroalimentare apre scenari inediti e preoccupanti nel commercio mondiale anche con il rischio di anomali afflussi di prodotti sul mercato comunitario che potrebbero deprimere le quotazioni. Una situazione che va attentamente monitorata per verificare l’opportunità di attivare, nel caso di necessità, misure di intervento straordinarie”.

Le opportunità sorte per l’Italia dalla guerra sui dazi Usa-Cina, in realtà, non riguardano soltanto l’agroalimentare ma tutto il ‘made in Italy’, per aumentare le esportazioni in Cina.

Salvatore Rondello

Sale la povertà. Bankitalia: una persona su 4 a rischio

povertà

In Italia quasi una persona su 4 era a rischio povertà nel 2016. Secondo l’indagine di Bankitalia sui bilanci delle famiglie la quota di individui con un reddito equivalente inferiore al 60% di quello mediano (che individua il rischio di povertà ed era pari a circa 830 euro mensili nel 2016) è salita al massimo storico del 23% dal 19,6% del 2006. Nel caso degli immigrati l’incidenza di questa condizione è salita dal 34% al 55%, e una crescita notevole del rischio povertà si è avuta anche al nord (dall’8,3% al 15%).

Un quadro inquietante quello dipinto da Bankitalia che fotografa un Paese dove le diseguaglianze sono in costante aumento. L’indagine di Bankitalia rileva infatti che l’indice Gini del reddito equivalente, una misura sintetica di disuguaglianza che varia tra 0 e 1, è salito al 33,5% (33% nel 2014 e 32% nel 2006), un livello simile a quello della seconda metà degli anni novanta. La crescita della disuguaglianza si è accompagnata quindi all’ulteriore aumento della fetta di individui a rischio povertà. In particolare, gli economisti di Bankitalia spiegano che l’incidenza di questa condizione è più elevata tra le famiglie con capofamiglia più giovane (per quelli fino ai 35 anni, ad esempio, si passa dal 22,6% del 2006 al 29,7% nel 2016 mentre per quelli tra i 35 e i 45 anni dal 18,9% al 30,3%), meno istruito, nato all’estero e per le famiglie residenti nel Mezzogiorno. In quest’ultimo caso, la situazione non è molto peggiorata ma resta comunque critica: nel 2016 era infatti a rischio povertà il 39,4% degli individui con capofamiglia residente al Sud (39,5% nel 2006).

Nei dieci anni precedenti, seguiti alla crisi finanziaria globale, il livello della disuguaglianza, misurato dall’indice di Gini, è aumentato di 1,5 punti percentuali riportandosi in prossimità dei livelli toccati alla fine degli anni novanta del secolo scorso (34,3%); per effetto della prolungata caduta dei redditi familiari, il rischio di povertà è più elevato rispetto a quel periodo, ma inferiore per i nuclei il cui capofamiglia ha più di 65 anni o è pensionato.

Un quadro che preoccupa la Coldiretti che lancia un allarme sull’eventuale aumento Iva in caso scattino le clausole di salvaguardia previste nella passata manovra finanziaria. “L’aumento dell’Iva colpirebbe anche beni di prima necessità con effetti drammatici sui redditi delle famiglie più bisognose e sull’andamento dei consumi in settori come quello alimentare che è determinante per sostenere la ripresa in atto” afferma la Coldiretti.

Dazi, continua la guerra tra Usa e Europa

trump dazi

Continua la guerra sui dazi tra Unione Europea e Stati Uniti dopo la decisione del presidente statunitense di imporre tasse doganali  del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio. Una misura definita dal tycoon ‘una necessità per la sicurezza’ degli Stati Uniti che, se applicata anche sull’Ue,  penalizzerebbe soprattutto i grandi esportatori come il nostro Paese.

Si stanno già delineando le prime battaglie da combattere nella guerra sui dazi. Donald Trump, sempre all’attacco, ha minacciato la Ue di tassare le auto europee ed altri prodotti se non verranno abbassate barriere e tariffe. Il presidente Usa, ha detto: “L’Unione europea, Paesi meravigliosi che trattano gli Usa molto male sul commercio, si stanno lamentando delle tariffe su acciaio e alluminio. Se lasciano cadere le loro orribili barriere e tariffe su prodotti Usa in entrata, anche noi lasceremo cadere le nostre. Grande deficit. Altrimenti tassiamo le auto, etc. Giusto!”.

L’avvertimento del tycoon è arrivato nel primo giorno di negoziati a Bruxelles tra Ue e Usa per l’esenzione dai dazi americani su acciaio e alluminio. L’approccio iniziale non è servito per ora a chiarire le prospettive per superare una eventuale guerra commerciale.

La commissaria Ue al Commercio, Cecilia Malmstroem, ha dichiarato: “Giornata di incontri a Bruxelles con il ministro giapponese Seko e il rappresentante Usa al commercio Lighthizer. Ho avuto un confronto franco con gli Usa sul serio problema dei dazi. Essendo, stretto partner sulla sicurezza ed il commercio degli Usa, l’Ue deve essere esclusa dalle misure annunciate. Non c’è ancora alcuna chiarezza sull’esatta procedura Usa per l’esenzione, le discussioni proseguiranno la prossima settimana”.

In una nota della Commissione Ue sull’incontro trilaterale Ue-Usa-Giappone sul mercato dell’acciaio a Bruxelles si legge: “Il commissario europeo per il commercio Cecilia Malmstroem ed il ministro dell’economia del Giappone Hiroshige Seko hanno affrontato con il rappresentante del commercio Usa Robert Lighthizer la questione dei dazi e hanno sottolineato la forte preoccupazione dell’Ue e del Giappone alle misure annunciate da Trump.
Malmstroem e Seko hanno sottolineato a Lighthizer la loro aspettativa che le esportazioni Ue e giapponesi verso gli Usa vengano esentate dall’applicazione dai dazi aggiuntivi, essendo l’Ue ed il Giappone partner di lunga data degli Stati Uniti. Malmstroem si è anche incontrata bilateralmente con Lighthizer per discutere ulteriormente la questione e ottenere ulteriore chiarezza sul processo che riguarda le misure annunciate da Trump. Nel corso dell’incontro i tre hanno affrontato le questioni legate alle pratiche commerciali distorsive che portano a una grave sovraccapacità produttiva globale in settori come l’acciaio, concordando ulteriori passi da compiere in questa cooperazione, come lo sviluppo di norme più severe sui sussidi industriali, il rafforzamento degli obblighi di notifica al Wto e l’intensificazione della condivisione delle informazioni sulle pratiche distorsive negli scambi commerciali”.
La Casa Bianca ha riferito che in una telefonata con Emmanuel Macron, Donald Trump ha discusso sui dazi Usa su acciaio e alluminio, sottolineando che la sua decisione è necessaria e appropriata per proteggere la sicurezza nazionale. I due leader avrebbero discusso modi alternativi per affrontare le preoccupazioni degli Usa. La Casa Bianca non ha precisato se il colloquio è stato in chiave bilaterale o più ampiamente con la Ue, responsabile della politica commerciale dei Paesi membri.

La guerra commerciale con gli Stati Uniti, secondo una analisi condotta dalla Coldiretti sulla base dei dati Istat,  metterebbe a rischio 40,5 miliardi di esportazioni Made in Italy  che hanno raggiunto nel 2017 il record storico grazie ad un aumento del 9,8% rispetto all’anno precedente”.

La Coldiretti, come già riportato in un precedente articolo pubblicato da questo giornale, ha sottolineato: “Gli Stati Uniti sono di gran lunga il principale mercato di riferimento  per il Made in Italy fuori dall’Unione Europea con un impatto rilevante anche per l’agroalimentare. La nuova strategia Usa ‘America First’ sembra avere fino ad ora i primi effetti in una politica monetaria aggressiva che rischia di  costare caro all’Italia anche in campo alimentare considerato che le esportazioni di cibo e bevande sono aumentare del 6% nel 2017 per un totale di circa 4 miliardi di euro, il massimo di sempre. Gli Usa si collocano al terzo posto tra i principali ‘italian food buyer’ dopo Germania e Francia, ma prima della Gran Bretagna. Il vino risulta essere il prodotto più gettonato dagli statunitensi, davanti a olio, formaggi e pasta”.

Invece, secondo il Codacons, come ha spiegato il presidente, Carlo Rienzi: “La guerra dei dazi che sta per scoppiare tra Stati Uniti ed Europea rischia di determinare una pesante stangata a carico delle famiglie italiane. Il pericolo più che concreto è che a fare le spese dei dazi siano i consumatori finali, attraverso un inevitabile rincaro dei prezzi al dettaglio in numerosissimi settori. Le industrie italiane colpite dagli effetti delle politiche protezionistiche, infatti, dovranno aumentare i prezzi per recuperare i guadagni perduti, ma soprattutto eventuali contromisure da parte dell’Ue determineranno  rincari a cascata  dei listini di una moltitudine di prodotti di largo consumo venduti in Italia e importati dagli Stati Uniti, come succo d’arancia, alcolici e dolciumi vari”.

L’eventuale ritorsione dell’Unione Europea ai dazi statunitensi, secondo le stime di Coldiretti, colpirebbe  328 milioni di euro di importazioni statunitensi annuali in Italia  che riguardano principalmente manufatti in ferro, acciaio e ghisa per 235,3 milioni, barche a vela e a motore da diporto per 31,6 milioni e l’agroalimentare per 29,6 milioni.

La richiesta di escludere l’Unione Europea dalla lista dei Paesi colpiti dai dazi su acciaio e alluminio è accompagnata infatti dalla  minaccia di ricorso al Wto  con il varo di misure di riequilibrio che colpiscono alcuni prodotti importati dagli Usa, che dovranno essere attivate entro un massimo di 90 giorni dall’entrata in vigore dei dazi americani.

In questo contesto di conflitto sui dazi, un notevole interesse merita la richiesta avanzata dalla Coldiretti per riesaminare i dazi Ue imposti alla Russia.

La Coldiretti ha ricordato che a giugno prossimo scadono le misure varate dall’UE nei confronti del Paese guidato da Vladimir Putin sotto la spinta degli Stati Uniti che ora mostrano di avere la memoria corta imponendo dazi a prodotti europei: “Dopo quasi 4 anni i cambiamenti del quadro internazionale impongono un tempestivo ripensamento delle sanzioni economiche decise nei confronti della Russia dall’Unione europea che non può sopportare il moltiplicarsi dei fronti di scontro commerciale. Le sanzioni europee hanno scatenato la rappresaglia della Russia  che ha deciso l’embargo totale per una importante lista di prodotti agroalimentari con il divieto all’ingresso di frutta e verdura, formaggi, carne e salumi ma anche pesce, provenienti da Ue, Usa, Canada, Norvegia e Australia.  Il risultato è stato che per questi prodotti agroalimentari le spedizioni italiane in Russia sono state completamente azzerate e che complessivamente le esportazioni made in Italy sono state di poco inferiori a 8 miliardi nel 2017, circa 3 miliardi in meno del 2013, l’anno precedente all’introduzione delle sanzioni. Un blocco, insomma, che è costato decisamente caro all’Italia, anche perché a questi prodotti si sono aggiunte le tensioni commerciali che hanno ostacolato, di fatto, le esportazioni anche per i prodotti non colpiti direttamente. Alle perdite dirette subite dalle mancate esportazioni italiane in Russia, si sommano poi quelle indirette dovute al danno di immagine e di mercato provocato dalla diffusione sul mercato russo di prodotti di imitazione che non hanno nulla a che fare con il Made in Italy”.

Gli investimenti statunitensi in Europa sono molteplici ed anche molto radicati nel tempo. Per esempio: Ford e General motors. Poi, solo in Italia: Ntv, Kraft, Whirpool, Azienda vinicola Ruffino, Saiwa, Conbipel, Poltrona Frau, etc.

Una domanda potrebbe sorgere spontanea: il capitale statunitense investito in Europa, appartiene, forse, soltanto agli oppositori dell’amministrazione di Donald Trump se verrebbe colpito oppure il Tycoon ha previsto anche i dazi ‘ad personam’ ?

Salvatore Rondello

Protezionismo Usa. Trump contro tutti

trump bandiera

Donald Trump con determinazione continua ad estendere il protezionismo Usa innescando reazioni a catena. Da una analisi della Coldiretti, la guerra commerciale con gli Stati Uniti mette a rischio 40,5 miliardi di esportazioni Made in Italy che hanno raggiunto nel 2017 il record storico grazie ad un aumento del 9,8% rispetto all’anno precedente. L’analisi della Coldiretti, fatta sulla base dei dati Istat, fa riferimento all’ipotesi di dazi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. A gennaio 2018 c’è stata una brusca inversione di tendenza con un calo dell’1,4% delle esportazioni italiane in Usa. La Coldiretti, in un comunicato, ha sottolineato e precisato: “Gli Stati Uniti sono di gran lunga il principale mercato di riferimento per il Made in Italy fuori dall’Unione Europea con un impatto rilevante anche per l’agroalimentare. La nuova strategia USA “America First” sembra avere fino ad ora i primi effetti in una politica monetaria aggressiva che rischia di costare caro all’Italia anche in campo alimentare considerato che le esportazioni di cibo e bevande sono aumentare del 6% nel 2017 per un totale di circa 4 miliardi di euro, il massimo di sempre. Gli Usa si collocano al terzo posto tra i principali italian food buyer dopo Germania e Francia, ma prima della Gran Bretagna. Il vino risulta essere il prodotto più gettonato dagli statunitensi, davanti a olio, formaggi e pasta”.

Anche Arinox, l’importantissimo polo industriale del gruppo Arvedi a Riva Trigoso, specializzato nella produzione di laminati di precisione in acciaio inox, rischia di essere gravemente penalizzata dai dazi proposti dal presidente Usa Donald Trump. L’impianto industriale che assieme a Fincantieri è tra i più importanti del polo industriale di Sestri Levante, del Tigullio, della Liguria e dell’Italia, ha lanciato un allarme.

Massimiliano Sacco, AD di Arinox, ha dichiarato al Secolo XIX: “Tra una fallica gara su Twitter a chi ha ‘il bottone nucleare più grosso’ con il ‘Caro Leader’ nordcoreano Kim Jong-Un e l’altra, Donald Trump ne sta combinando parecchie. Misure e provvedimenti politici che fanno discutere, ma anche commerciali, e fra questi vi è anche motivo di preoccupazione per il Tigullio. I dazi su acciaio ed alluminio proposti da Trump avranno forti ripercussioni non solo per l’Italia e l’Europa nel suo complesso, ma anche per noi e per il Tigullio.

Nel suo delirio protezionistico (già, perché tali misure forse Trump non si è ancora accorto che sono assolutamente in linea con le politiche economiche sovietiche d’altri tempi o della Cina comunista), il Presidente USA ha annunciato nuovi dazi rispettivamente del 25 e 10% sulle importazioni di acciaio ed alluminio negli Stati Uniti. Arinox stessa, per cui l’esportazione in America è una importante fetta di mercato, ha inviato una lettera, attraverso uno studio legale in loco, che fa ora parte del dossier con i pareri delle aziende allo studio del ministero del commercio statunitense”.

Se i dazi su acciaio e alluminio annunciati da Trump saranno introdotti così, senza esclusioni, avranno forti ripercussioni non solo per l’Italia e l’Europa, ma anche per il Tigullio. Nel Tigullio che punta sul turismo, ma intanto cerca di tenersi strette le sue industrie, imprenditori e dirigenti d’azienda sono sintonizzati sui canali statunitensi. Massimiliano Sacco è fra questi. Da tempo, con il gruppo Finarvedi di cui Arinox fa parte, è in attesa di conoscere le mosse degli Stati Uniti previste sulle importazioni, volute dal presidente Donald Trump per proteggere e favorire i mercati interni. Due giorni fa, la doccia fredda è arrivata. Dazi del 25 per cento sulle importazioni di acciaio e del 10 per cento sulle importazioni di alluminio. L’amministratore delegato di Arinox ha affermato: “A oggi però non sappiamo se ci sono categorie o nazioni che verranno escluse dal pagamento delle imposte doganali. Ci sono prodotti come l’acciaio al carbonio  che sono già soggette ai dazi, mentre altri, come l’acciaio inox, no. In ogni caso, quelli annunciati da Trump sarebbero in aggiunta alle imposte già esistenti. Da mesi stiamo seguendo la vicenda con molta attenzione”.

Il parere e le richieste di Arinox e di  Finarvedi a proposito dei dazi sono inserite, fra gli altri analoghi, nel dossier di 260 pagine sul tavolo del ministero del commercio statunitense. L’amministratore Sacco ha spiegato: “Ci siamo rivolti a uno studio legale americano, nostro tramite con il ministero del commercio: negli Stati Uniti funziona così. E nel documento che contiene i pareri delle aziende, c’è anche la nostra lettera presentata circa un anno fa. Ci sono due versioni del documento: una pubblica, che tutti possono richiedere e leggere; una privata che contiene dati riservati, da non mostrare per svelarli alla concorrenza. Si attende di conoscere la data in cui entrerebbero in vigore questi dazi, e se vi siano nazioni che da essi potrebbero essere escluse. È chiaro che tali draconiane imposte, esplicitamente volte a scoraggiare le importazioni in USA per favorire la produzione interna (ammesso e non concesso che questo sia l’effetto che avrebbero: anche gran parte degli economisti americani sono al riguardo assai scettici), danneggerebbero gravemente gli introiti di Arinox, e questo può scatenare una reazione a catena che si abbatterebbe sui lavoratori del Tigullio lì impiegati. Altro che nuove assunzioni. Più in generale, poi, il pericolo è anche globale: uno dei rischi è che, scoraggiate da tali dazi, le esportazioni dal sud est asiatico prendano a rimbalzare verso l’Europa. E se l’Europa dovesse cedere ad imporre misure analoghe per affrontare il problema, l’effetto domino protezionistico in totale antitesi a quella globalizzazione del mercato che proprio USA ed Europa hanno cavalcato nei passati decenni potrebbe divenire una spirale incontrollabile”.

I rapporti bilaterali tra Cina e Usa  sono tra i più importanti al mondo e la loro stabilità interessa non soltanto i due Paesi. Lo ha affermato Zhang Yesui, portavoce del Congresso nazionale del popolo. In merito ai dazi che il presidente americano Donald Trump vuole imporre su acciaio ed alluminio. Zhang ha commentato: “Se gli Usa metteranno in atto iniziative contro gli interessi cinesi, allora prenderemo le misure necessarie. La Cina non vuole alcuna guerra commerciale con Usa, ma non ignoreremo le azioni che minacciano i suoi interessi”. Le affermazioni di Zhang sono state fatte dopo che gli Stati Uniti hanno portato i dazi al 25% e al 10%, rispettivamente alle importazioni di acciaio e alluminio, avendo all’apparenza per target proprio Pechino. Il portavoce cinese ha aggiunto: “Cina e Usa hanno sistemi e culture diversi, ma questo non vuol dire necessariamente che debba esserci un conflitto”. Zhang ha messo in guardia da errori di calcolo e di giudizio che potrebbero avere pesanti conseguenze.
Zhang, infine, ha ricordato il dialogo in corso tra le diplomazie dei due Paesi. La scorsa settimana, Liu He, il più stretto advisor economico del presidente Xi Jinping e indicato come prossimo vice premier, si è recato a Washington allo scopo di provare ad allentare le tensioni. Prima di lui, a inizio febbraio, c’è stata la missione del Consigliere di Stato Yang Jiechi, il capo della diplomazia cinese.

Anche su fronte interno, negli USA sono sempre più tesi i rapporti tra Donald Trump e il suo entourage dopo lo scontro sui dazi. A minacciare le dimissioni è stato, secondo quanto riporta il Wall Street Journal, Gary Cohn, il consigliere economico della Casa Bianca. L’ipotesi è stata ventilata da colleghi e amici dell’ex banchiere di Goldman Sachs. Alla vigilia dell’annuncio del tycoon, Cohn avrebbe detto che lascerà il suo incarico se il presidente firmerò il provvedimento.

Per allentare la tensione interna, il presidente americano Donald Trump ha twittato che i dazi doganali sull’acciaio e sull’alluminio potrebbero essere modificati nel caso in cui l’America riuscisse a ottenere un Nafta nuovo e giusto. (accordo nordamericano di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico).

Trump ha scritto: “Abbiamo grandi deficit commerciali sia con il Messico che con il Canada. Il Nafta, che è al momento in fase di rinegoziazione, è un accordo cattivo per gli Usa che prevede massicci spostamenti di aziende e posti di lavoro. Le tariffe sull’acciaio e l’alluminio saranno ritirate solo con un accordo Nafta nuovo e giusto”.

L’attuale presidente degli Stati Uniti non ha ancora capito che il protezionismo è come un’arma a doppio taglio con effetti ‘boomerang’.

Salvatore Rondello

Agricoltura: ok Parlamento europeo a riforma Pac

Parlamento EuropeoIl parlamento europeo ha approvato con 503 voti a favore, 87 contrari e 13 astensioni la riforma della politica agricola comune concordata con i governi dei 28 paesi Ue. Secondo l’assemblea riunita in sessione plenaria a Strasburgo, la nuova Pac “rafforza il potere contrattuale degli agricoltori e introduce strumenti più adatti a fronteggiare possibili crisi”. Le nuove norme, hanno valutato gli eurodeputati a maggioranza, “consentiranno a tutte le organizzazioni di agricoltori riconosciute di pianificare la produzione e negoziare contratti di fornitura per conto dei loro membri, senza violare le regole di concorrenza dell’UE. Finora, i negoziati collettivi sono stati consentiti solo in pochi settori come il latte, l’olio d’ oliva, le carni bovine o i cereali”. Inoltre,gli agricoltori avranno strumenti più efficaci per proteggersi dalla volatilità del mercato e da rischi quali le cattive condizioni meteorologiche, i parassiti delle piante o le malattie animali.

Le misure volte a stabilizzare il reddito degli agricoltori saranno inoltre adattate meglio alle loro esigenze, ad esempio attraverso un aumento degli indennizzi per l’assicurazione delle colture, degli animali e delle piante, e fondi comuni di proprietà degli agricoltori. La Commissione europea potrà reagire più rapidamente alle crisi, con misure eccezionali di sostegno per gli agricoltori.

È poi previsto che i paesi abbiano una maggiore flessibilità per definire un “agricoltore in attività”, vale a dire la persona che può ricevere sovvenzioni agricole dall’UE. Aumenteranno significativamente gli “incentivi” per i giovani agricoltori, dal 25 al 50% per i primi 25-90 ettari, per attrarre un numero maggiori di giovani in un settore che invecchia. Come ha spiegato il capodelegazione nel negoziato per la riforma, l’italiano Paolo De Castro, “il pacchetto approvato costituisce un risultato importante per i nostri agricoltori: da un lato vengono risolti problemi strutturali dell’impostazione del 2013, dall’altro vengono offerte nuove opportunità agli agricoltori, soprattutto per affrontare le turbolenze del mercato”. Ora il consiglio dell’UE deve ancora approvare un aggiornamento delle norme agricole dell’UE prima della sua entrata in vigore il 1 gennaio 2018.

“L’adozione del pacchetto ‘Omnibus’ è un’ottima notizia” ha commentato il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Maurizio Martina: “C’è molto dell’iniziativa italiana in questa riforma, grazie al lavoro dei nostri eurodeputati a partire da Paolo De Castro e dall’azione del nostro Ministero. Abbiamo ottenuto avanzamenti importanti che correggono una politica agricola comune troppo burocratica. Dal 1 gennaio 2018 ci saranno infatti più semplificazioni e progressi importanti per l’agricoltura italiana. C’è più spazio per il sostegno ai giovani agricoltori, un taglio concreto di vincoli burocratici e un’attenzione maggiore alla questione cruciale della gestione del rischio, che vede un miglioramento degli strumenti a disposizione. Per la prossima programmazione servirà ancora più spinta per tenere insieme agricoltura, alimentazione e ambiente”.

Positivo il commento anche di Coldiretti che ha parlato di “risultato importante per le imprese agricole e per il Paese, frutto di un decisivo gioco di squadra”. Per il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo con il voto positivo del Parlamento europeo “è stato scongiurato il rischio di un rinvio che avrebbe fatto perdere agli agricoltori italiani l’opportunità di applicare le nuove regole

Queste le principali novità

– Si prevede una maggiore flessibilità per identificare la figura dell’agricoltore attivo, nell’applicazione degli aiuti accoppiati e per i piccoli agricoltori.

– Maggiore semplificazione nelle regole del greening e possibilità di aumentare il pagamento di base per i giovani agricoltori.

– Sullo sviluppo rurale, le novità più importanti riguardano la gestione del rischio; in particolare, la soglia minima di danno per far scattare l’erogazione dei risarcimenti dovrebbe essere abbassata dal 30 al 20%. Altre semplificazioni riguardano lo strumento di stabilizzazione del reddito attraverso i fondi di mutualizzazione. Di grande importanza inoltre, tra l’altro fortemente volute dalla delegazione italiana, sono le novità introdotte alla misura consulenza aziendale che, pur se inserita negli attuali Programmi di sviluppo rurale, risulta praticamente inapplicata a causa di limiti oggettivi previsti nella regolamentazione di base.

– Per quanto riguarda le OCM, il rafforzamento del ruolo delle organizzazioni dei produttori per tutti i settori, analogamente a quanto già previsto nel pacchetto latte.

Natale è dietro l’angolo.
I dubbi “amletici”: panettone o pandoro?

Pandoro-panettoneDavanti ad una fetta di panettone o di pandoro è dura dire no, pensando alla pancetta che non ne vuol sapere di togliersi dai piedi lasciando spazio all’agognata “tartaruga”! Eppure, Natale è dietro l’angolo e, almeno per l’occasione, sarebbe meglio accantonare paturnie o presunti problemi di linea e festeggiare con una porzione (anche baby!) di dolce e un calice di bollicine. Poi, che sia pandoro o panettone si vedrà, o quantomeno lo sceglierà il consumatore, l’importante che sia un momento di serenità per se stessi e per la famiglia…

Anche quest’anno, visto che mancano pochi giorni al Natale, inizia la frenetica corsa ai regali e all’acquisto di cose buone da mettere in tavola il 25 dicembre. Tra le varie ghiottonerie non possono risultare assenti ingiustificati i dolci simbolo della festa più importante dell’anno, vale a dire il panettone e il pandoro! Bontà che come d’abitudine chiudono in bellezza i vari “tour de force” gastronomici natalizi, nel senso che si consumano a fine pasto. A ogni modo, questo o quello, per tutta la durata delle festività, cioè sino all’Epifania, sono una presenza costante – a tavola e non. Francamente, con due prelibatezze del genere diventa difficile “puntare” l’indice in direzione dell’uno o dell’altro, anche se alla fine una scelta la si fa, perché è del tutto normale avere delle preferenze! Del resto tutto ciò fa parte del fascino del Natale, evento che tutti desideriamo perché, oltre all’aspetto consumistico, ci permette di essere circondati dai nostri cari godendo per qualche ora della loro compagnia. Insomma, per fortuna la voglia del Natale contagia positivamente tutti nessuno escluso.

Comunque, scelte e decisioni a parte, sul fronte “zuccherato” gli italiani sono sempre più oculati e soprattutto informati, perciò, panettone e pandoro – certo che sì – ma al primo posto viene la qualità a partire da ogni singolo ingrediente con cui è realizzato il prodotto. Secondo fonte della Coldiretti il panettone sarà il dolce preferito dalle famiglie – finendo addirittura sul 70% delle tavole italiane. Non si tratta, tuttavia, di questioni percentuali o di mera casistica, ma di gusto (che non si discute) – perché panettone e pandoro sono due prodotti che per caratteristiche e storia sono differenti, nondimeno accumunati dal fatto che a Natale sono un must irrinunciabile. Altra cosa da ricordare è che negli ultimi anni sono tornate ‘in auge’ alcune tradizioni dolciarie dedicate al Natale ma tipicamente locali. Ad esempio, nel Trentino-Alto Adige si consuma lo Zelten – golosità a base di frutta secca e canditi tipico della regione alpina. E un altro dolce emblematico del Natale (e di altre grandi occasioni) è la Gubana friulana – delizia che val la pena assolutamente assaggiare perché esprime sapori e sentori unici. In verità ogni regione o località ha un proprio “dolcetto” dedicato alle feste importanti (tra cui anche il Natale), perciò non è affatto scontato che la scelta debba ricadere giocoforza sul pandoro o sul panettone, anche se per la maggior parte degli italiani, come palesano dati e sondaggi, sarà così!

Una cosa da non trascurare è il “nettare” cui “spalleggiare” il classico dessert natalizio, che dovrà essere un vino dolce – spumante o passito. Abbinare senza criterio, tanto per fare, non è mai una cosa saggia. In linea di massima con un dolce ci vuole un vino “amabile” per creare quella sorta di esuberante complicità che gratifica il palato e perché no, anche gli altri sensi. Va ricordato che in commercio (per i dolci in questione come per il vino) vi sono svariati brand da acquistare, per cui il consumatore ha il modo e il tempo di ponderare senza farsi venire l’ansia; nel caso di dubbi meglio chiedere agli esperti, perché non c’è nulla di peggio che investire danaro in prodotti che non soddisfano o lì per lì appaiono poco convincenti. Questa regola, ovvio, andrebbe adottata tutto l’anno, in ogni caso, visto il carovita e i pochi soldi di tante famiglie è comprensibile che non sempre si possa dare priorità al cibo ma a Natale sì – quindi la parola d’ordine è largo ai prodotti italiani e di qualità. Il tutto strizzando l’occhiolino alla moderazione sia nel mangiare che nel bere. D’accordo, è Natale ma il buon senso vale per tutti i giorni dell’anno. Auguri, all’insegna del cibo e vino migliori, e cioè quelli che più ci gratificano.

Stefano Buso

Obesity Day: Coldiretti, 30% bambini in sovrappeso in Italia

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“In Italia quasi un bambino su tre (30,6%) pesa eccessivamente, anche se negli ultimi anni si è verificata una riduzione del 13% per effetto dell’impegno sull’educazione alimentare a scuola e nelle case”. E’ quanto afferma la Coldiretti alla vigilia dell”Obesity day’ che si celebra in tutto il mondo il 10 ottobre. Secondo l’indagine Okkio alla salute – sottolinea Coldiretti -, la percentuale di bambini obesi è scesa dal 12% del 2008/09 al 9,3% del 2016, e quella dei bambini in sovrappeso è passata dal 23,2% del 2008/9 al 21,3% del 2016. Un risultato incoraggiante – osserva Coldiretti – che dimostra la necessità di continuare ad investire sull’educazione alimentare a partire dalla scuola dove va privilegiato il consumo di prodotti salutari anche con l’uso delle nuove tecnologie. Il 20% dei genitori infatti dichiara che i propri figli non consumano quotidianamente frutta e verdura, mentre il 36% consuma quotidianamente bevande zuccherate o gassate”.

“Per assicurare una migliore alimentazione ma anche per educare le nuove generazioni – sostiene Coldiretti – è importante privilegiare nelle mense scolastiche i cibi locali a km 0 che valorizzano le realtà produttive locali e garantiscono genuinità e freschezza”. La Coldiretti ricorda di essere impegnata nel progetto “Educazione alla Campagna Amica” che coinvolge alunni delle scuole elementari e medie in tutta Italia che partecipano a lezioni in programma nelle fattorie didattiche e nei laboratori del gusto organizzati nelle aziende agricole e in classe. “L’obiettivo – conclude Coldiretti – è quello di formare dei consumatori consapevoli sui principi della sana alimentazione e della stagionalità dei prodotti, per valorizzare i fondamenti della dieta mediterranea e ricostruire il legame che unisce i prodotti dell’agricoltura con i cibi consumati ogni giorno e fermare il consumo del cibo spazzatura”.