Nencini: “Civismo è una realtà di aggregazione”

“I sindaci sono l’ultima frontiera, il principale punto di contatto che abbiamo con la società. E il civismo è una realtà di aggregazione dei cittadini ed è un opportunità che abbiamo, in vista delle prossime elezioni amministrative”. Lo ha detto il senatore Riccado Nencini presso un noto ristorante a Monteroni d’Arbia, in una cena intervista lunedì 3 dicembre, nencini cenaalla quale erano presenti tanti iscritti e di simpatizzanti del Partito Socialista Italiano, tra i quali conosciuti ex amministratori e nuovi e giovani consiglieri, assessori comunali, tutti eletti in rappresentanza dello storico partito. A fronte di una profonda crisi di rappresentanza della sinistra, il Psi ha aperto il suo tesseramento 2018 fino alla fine dell’anno, quindi celebrerà il congresso locale e quello nazionale entro marzo, coinvolgendo iscritti vecchi e nuovi, aprendosi in particolare alle giovani generazioni. La sfida, adesso, è utilizzare l’aspetto evocativo del Psi in una dimensione, al passo con i tempi: si prefigura una nuova alleanza, che vada oltre al partito tradizionale, aperto alle istanze della società, partendo dai bisogni diffusi, senza dimenticare le istanze non solo del classico elettorato di Sinistra, ma anche dei ceti medi impoveriti. Il Psi si rivolge al movimento civico, meno connotato dal punto di vista ideologico, pensando a un soggetto che punti sulla giustizia sociale, capace di rispondere ai veri problemi, che si integri con  la competenza e l’affidabilità dimostrata da tanti amministratori pubblici, anche del Psi. “Il Partito democratico – ha affermato Nencini – ha dimostrato i suoi limiti, è ridotto a una lotta interna. E quando un partito perde il contatto con la società, è l’ora di pensare a qualcosa di diverso”. Critiche sono arrivate nei confronti dell’attuale governo, la cui gestione approssimativa si riversa in un Parlamento nel quale “non si lavora”, dove tutto viene rimandato. Gli appuntamenti elettorali da qui a due anni per i Comuni, le Europee e le Regionali, ci debbono vedere impegnati insieme a liste civiche per contrastare il “vento di destra” che al momento non assicurerebbe la vittoria al Centrosinistra. “Per questo – secondo Nencini – occorre rispondere ad una situazione difficile con lo strumento più efficace, in grado di riprendere contatto con il tessuto sociale, riconquistare consensi”. Il civismo municipalista, dunque, è la risposta possibile. Non a caso era presente all’iniziativa, come osservatore, anche Pierluigi Piccini, che a Siena ha guidato la lista civica “Per Siena”, diventata prima forza in città. Dalle esperienze esistenti e da ciò che resta delle esperienze politiche di Sinistra, dai contatti quotidiani con le persone, con le associazioni, potrà nascere un nuovo soggetto politico.

Istat: aumentano le entrate per i Comuni

istat

Nel 2015 le entrate complessive accertate delle amministrazioni comunali sono pari a 86.650 milioni di euro (+4,0% rispetto al 2014), con una capacità di riscossione del 71,7% (+2,5 punti percentuali). Le riscossioni ammontano a 78.405 milioni di euro, con le entrate tributarie che rappresentano il 46,2% del totale. Lo riferisce l’Istat. Di contro le spese impegnate dai Comuni sono pari a 83.490 milioni di euro (+3,9% sul 2014), in prevalenza destinate all’acquisto di beni e servizi (36,6%) e alle spese per il personale (17,0%), queste ultime con un’incidenza rispetto alle entrate correnti del 22,8%. Rispetto al 2014 sono diminuite le spese per il personale (-2,9%) e quelle per trasferimenti (-0,6%) mentre risultano in aumento le spese per investimenti in opere (+10,2%).

La spesa procapite più elevata è nei comuni della Valle d’Aosta (1.848 euro), in quelli del Veneto il valore più basso (657 euro). In Sicilia, invece, si registra la spesa corrente per abitante più bassa (90 euro). Le spese correnti impegnate dai Comuni ammontano a 55.226 milioni di euro, pari al 3,4% del Pil e corrispondenti a un importo pro capite di 910 euro, coperte con 62.056 milioni di euro di entrate correnti (3,8% del Pil e 1.023 euro per abitante), Quest’ultime dunque superano le spese correnti di 6.830 milioni di euro. Lo rileva l’Istat nel suo report sui bilanci dei Comuni e delle Province

Rispetto al Pil la maggiore incidenza delle spese correnti si ha in Sardegna (5,5%), il valore più contenuto in Veneto (2,1%). Le spese complessive impegnate dalle amministrazioni provinciali e dalle città metropolitane per l’anno 2015 sono pari a 10.281 milioni di euro (+7,1%), solo in parte coperte dai 9.906 milioni di euro di entrate (+8,9%). Le spese correnti rappresentano il 75,7% del totale, pari allo 0,5% del Pil.

Il 36,5% delle spese correnti è destinato agli acquisti di beni e servizi. Le spese per il personale rappresentano il 21,3% e la loro l’incidenza rispetto alle entrate correnti è del 22,7%.

I comuni e la gestione dei servizi produttivi

acquaIn teoria anche gli enti locali possono produrre in proprio beni e servizi, quali la distribuzione di luce e gas, le farmacie, le centrali del latte. Tuttavia questo avviene per lo più in territori con esigenze particolari. In 9 grandi città su 14 questa spesa non supera l’euro per ogni residente.
Gran parte dei beni che acquistiamo e dei servizi di cui usufruiamo quotidianamente sono offerti da aziende private sul libero mercato. In altri casi sono forniti da società concessionarie di un servizio pubblico, per esempio quelle che si occupano di gestire utenze come luce, acqua e gas.

In alcuni territori però una serie di attività in grado di produrre utili, e di solito svolte da privati, possono essere offerte anche dal comune. È il caso delle farmacie municipali e di tutte le attività produttive gestite direttamente dagli uffici comunali, tra cui per esempio i servizi di teleriscaldamento o di distribuzione del gas.

Non è frequente che questi servizi siano gestiti dall’amministrazione comunale, e nel corso degli ultimi decenni si è avviata una progressiva esternalizzazione verso società pubbliche o private. Dunque spesso questo tipo di attività resta come residuo del passato. In alcuni casi però il comune interviene per colmare un vuoto del mercato: per esempio nelle zone montane, dove offrire determinati servizi sarebbe troppo oneroso per un privato.

Attraverso openbilanci.it è possibile vedere quanto vale questo tipo di spesa sui bilanci dei comuni che la sostengono, consultando la voce “servizi produttivi dei comuni”. La quale comprende prestazioni quali la distribuzione del gas, le centrali del latte, i servizi di teleriscaldamento, di distribuzione dell’energia elettrica e le farmacie comunali. Abbiamo controllato la voce per i centri sopra i 200mila abitanti, nei bilanci consuntivi per cassa del 2014.

Quasi tutte le maggiori città italiane hanno un livello bassissimo o nullo di spesa per servizi produttivi. Spendono 0 euro pro capite Torino, Padova, Bari, Genova e Milano. Ma anche a Firenze, Palermo, Verona e Bologna questa voce non supera l’euro per abitante. La città che si distacca con larghissima misura è Venezia con circa 327 euro pro capite in servizi produttivi. Una cifra spiegabile con la conformazione e le esigenze specifiche del capoluogo lagunare. È infatti evidente che questo tipo di spesa si trovi più facilmente in contesti particolari, mentre in gran parte delle città maggiori è praticamente inesistente. Nei primi tre posti della classifica anche Catania (14 euro circa per abitante) e Trieste (con 12,14 euro).

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ANCI Giovani, ANG e INWARD, valorizzare i comuni con la Street Art

street-artSono partiti questa mattina a Roma presso la sede nazionale di ANCI in via dei Prefetti 46 i lavori del primo Tavolo nazionale di Esperti di Street Art. I lavori si sono aperti con i saluti di Gianluca Callipo, presidente ANCI Giovani, di Giacomo D’Arrigo, direttore ANG Agenzia Nazionale Giovani, e di Luca Borriello, direttore ricerca INWARD Osservatorio sulla Creatività Urbana.
Negli ultimi anni, la street art ha raggiunto un livello molto alto di qualità produttiva e percezione da parte del pubblico, specialista e generalista, con migliaia di appassionati in Italia, non solo giovani, oltre alla vivace attenzione di rappresentanti di enti governativi, università, imprese, aziende e organizzazioni sociali. I Comuni d’Italia, nello specifico, si stanno arricchendo ormai di numerose opere anche di grandi dimensioni della durata media di dieci anni. Oggi sono più di 180 Comuni attivi nella valorizzazione della street art, quasi 300 progetti e circa 30 festival in tutta Italia.
ANCI Giovani, insieme all’Agenzia Nazionale dei Giovani e l’associazione INWARD Osservatorio sulla Creatività Urbana (www.inward.it) che svolge ricerca e sviluppo su questi temi, ha immaginato di monitorare lo sviluppo del fenomeno all’interno dei Comuni italiani, considerando gli scenari urbani in continua evoluzione, dalle città si riempiono delle belle opere di questi straordinari artisti e dai giovani amministratori che potrebbero diventare delle vere e proprie sentinelle. L’auspicio è che l’amministrazione pubblica possa valorizzare e promuovere tale bagaglio nazionale integrato di conoscenza pratica, a favore dei Comuni d’Italia, visti i diversi sviluppi che la street art consegue nel mondo.
Per questo motivo, si è deciso di muoversi con questa ricognizione con la creazione di un team nazionale di esperti di street art (direttori di festival, curatori d’arte, operatori culturali specializzati, altri) che produca un’analisi complessiva dello stato del fenomeno in Italia, dal punto di vista culturale, artistico, economico e sociale, costruendo un programma di valorizzazione integrata in diverse sessioni di lavoro. Il think-tank nazionale, secondo le possibilità, produrrà documenti, dati e proposte anche a beneficio delle amministrazioni pubbliche,come linee-guida per i Comuni che vogliano imparare a conoscere la street art, per la sua migliore e corretta valorizzazione.
“Si tratta di un progetto – afferma Giacomo D’Arrigo, direttore dell’Agenzia nazionale giovani – che ci dà la possibilità di mettere a sistema la forma d’arte principalmente utilizzata dalle nuove generazioni: la street art. La massima forma di espressione della loro creatività e del loro talento che, al tempo stesso, diviene importante strumento per riqualificare territori o zone abbandonate. Dal canto nostro abbiamo anche esperienze di successo sul tema perché alcuni dei progetti, specialmente di scambio di giovani, che vengono realizzati, vedono la nascita di opere proprio grazie alla street art. Basti pensare alle opere nate nel quartiere San Basilio di Roma grazie al contributo della Commissione Europea (con il programma Gioventù in Azione). Quindi la street art per valorizzare e cambiare il volto delle periferie, rimettendole al centro dell’agenda politica”.
Per Gianluca Callipo, coordinatore nazionale di ANCI Giovani e sindaco di Pizzo, “Costituire questo tavolo permette di riportare la giusta attenzione sul tema della rigenerazione urbana delle nostre città, e valorizzare sempre di più queste nuove forme d’arte che diventano, negli anni, patrimonio dell’Italia determinandone anche una forte crescita sociale e culturale. ANCI Giovani ha deciso di sostenere questo gruppo di lavoro tecnico, affinché parta proprio da noi giovani amministratori un approccio più corretto e consapevole a questa arte, un maggiore sostegno alle varie forme di creatività dei tanti giovani artisti presenti nelle nostre realtà. Il nostro obiettivo è produrre, attraverso l’esperienza di questi esperti, delle Linee Guida utili a tutti i Comuni che vorranno avvicinarsi e valorizzare la street art nelle loro comunità”.
“Per la prima volta – aggiunge infine Luca Borriello, direttore della ricerca Inward-Osservatorio sulla Creatività Urbana – si riuniscono gli esperti che guidano i processi di valorizzazione della street art in Italia. In un momento in cui l’attenzione al fenomeno è sempre più ampia, i territori si arricchiscono di opere d’arte, le imprese sperimentano prodotti, le comunità sociali dialogano con gli artisti e il numero di Comuni coinvolti è davvero notevole, occorre costituire un gruppo di lavoro nazionale che esprima le migliori competenze per un corretto e proficuo sviluppo della street art in Italia”.

Comuni  senza  futuro

A differenza dalle regioni, organismi senza passato e senza futuro (e perciò luogo deputato della politica politicante), i comuni sono, da sempre, parte viva della storia del paese e portatori di sempre nuove forme di sperimentazione politico-economica e di convivenza civile. Testimoni della loro crescita nei momenti alti della nostra collettività nazionale; e del loro declino nella fasi di riflusso e di crisi.

Così la sorte dei comuni, il loro peso e il loro ruolo sono stati, all’indomani dell’unità d’ Italia, termometri infallibili delle sorti della democrazia e della sinistra italiana. E’ lì, e non nell’aula di Montecitorio, che si afferma nel concreto il socialismo riformista; è lì, con le giunte di Milano e, soprattutto, di Roma che lo schema giolittiano si manifesta in tutta la sua potenzialità; è lì che parte e vince la reazione, politica e di classe che si coagulerà nel fascismo. E, ancora, lungo i decenni della repubblica, è lì che si consumerà, all’insaputa delle relative famiglie, il matrimonio tra comunismo e riformismo; è lì che si sperimenteranno  nuove formule e combinazioni politiche, tangibili (come le giunte di centro-sinistra e “rosse”negli ultimi decenni del secolo scorso) o più meno affabulatorie (come il movimento dei sindaci, gli “arancioni” e così via).

Oggi non è più così. Oggi, guardando ai comuni nel quadro di un appuntamento elettorale che, dopo tutto, interesserà le quattro maggiori città italiane, una cosa si può ragionevolmente prevedere: che, chiunque vinca (e a dichiararsi vincitori saranno in molti; non foss’altro perché avranno perso i loro avversari), a perdere saranno tutti coloro che continuano a vedere nei comuni i protagonisti di un qualsivoglia disegno di cambiamento della politica e della società italiana. A prescindere dalla natura di questo disegno.

Così l’appuntamento di primavera non vedrà l’affermazione, a livello locale, del “partito della nazione” preconizzato dal premier. Definendo per tale un modello che, per le sue qualità intrinseche, non consente la nascita di una opposizione politico-sociale: o, più esattamente, solo di una opposizione definibile come antisistema. “Qualità intrinseche”, poi, riassumibili nel superamento, in nome dei valori della razionalità e dell’efficienza, delle tradizionali divisioni tra sinistra e destra e, contestualmente, della separazione tra politica ed economia (con la prevalenza delle ragioni della seconda su quelle della prima).

Una sorta di denghismo (“non importa il colore dei gatti purché acchiappino i topi” aveva detto il leader cinese) all’italiana. Ma una formula che, per funzionare, aveva bisogno di un appropriato reagente chimico; leggi di un uomo di successo intenzionato a porre i suoi talenti  al servizio della collettività.

Un uomo di successo che poteva avere le più diverse qualifiche. Ma che doveva accettare ed essere accettato: in altre parole avere avuto sufficiente successo nella sua vita professionale, così da essere sollecitato a candidarsi; ma non troppo successo, così da accettare il ruolo difficile e ingrato di sindaco di una grande città abbandonando la posizione che aveva precedentemente acquisita. E, per altro verso, consentire ai quadri politici e amministrativi del Pd locale di salvare la faccia.

Un’operazione che, alla stato sembra poter riuscire solo a Milano. E per due ragioni del tutto contingenti. La buona riuscita dell’Expo con i suoi effetti collaterali; e la fragilità culturale e politica della sinistra milanese.

Fragilità culturale. Ci si poteva impegnare sull’Expo: magari per contestare un’operazione realizzata su  aree private; volta al consumo di  prodotti anziché alla riflessione sui problemi; e, infine, del tutto vaga sulle destinazioni future. Ma non lo si è fatto. Salvo a dividersi tra coloro che applaudivano e quelli che gufavano: atteggiamenti molto simili a quelli dell’opposizione interna o esterna al Pd a livello nazionale; e, come quella, perdenti.

Fragilità politica. A Milano. E non solo. Quando Pisapia, assieme ai sindaci di Genova e Cagliari, invoca il mantenimento dello schieramento “Italia bene comune”sta facendo, in realtà, accanimento terapeutico. Rispetto ad una formula di governo non solo radicalmente contrastante con il disegno renziano ma anche insostenibile per la stessa Sel (che non può  continuare ad essere ad essere all’opposizione al centro – in nome dell’ideologia –  e assieme al Pd nelle regioni e nei comuni – in nome delle poltrone). Aggiungendo che – giratela come vi pare – la sinistra di governo, a livello locale non è più, per una serie ragioni su cui torneremo in conclusione, un punto di riferimento per il suo popolo.

Né se la passano meglio i cultori dell’arancione e del movimento dei sindaci. Perché le incarnazioni di questa fantasmagoria – da  De Magistris allo stesso Pisapia, se la passano male e non ce ne sono altri all’orizzonte (a parte il “remake”di Bassolino ).

Per chiudere questo capitolo, una constatazione di assenza. Era lecito attendersi che l’opposizione di sinistra – a Renzi o, più direttamente alla giunte Pd-Sel-Si presentasse in  una forma più unitaria possibile: o attraverso la formula delle liste civiche di “sinistra larga” o attraverso liste comuni di opposizione. Ma, almeno sinora, nulla di tutto questo.

Colpa di questo? Colpa di quello? Difetto strutturale nel disegno ?

In realtà, la crisi politico-progettuale che viviamo nel presente ha radici estese e profonde e viene da lontano. Per coglierne gli aspetti essenziali, potremmo dire che stiamo assistendo ad un irrimediabile logoramento delle basi stesse della democrazia civica costruite alla fine dell’ottocento e sviluppate nel secolo scorso; ma senza  che a queste se ne siano sostituite di nuove.

Non è il tema di una discussione accademica. E’ un problema politico centrale per le sorti della nostra democrazia. E’ lo spunto per una discussione per la quale chi scrive tenterà nel suo prossimo articolo,  di fornire qualche sommario elemento.

 Alberto Benzoni

Dipendenti province: su 15mila 2mila in mobilità

provinceromaArriva la prima mappa del ministero della Pubblica Amministrazione sui dipendenti delle Province, per i quali sta partendo il ricollocamento. I dati finora ne vedono coinvolti oltre 15mila, di cui 5.575 verranno direttamente presi dalle Regioni, poco meno andranno all’Agenzia del Lavoro, per altri 2.889 scatta la pensione, mentre la mobilità riguarderebbe 1.957 persone. Il ministero precisa che si tratta di uno screening iniziale, che si basa sulle informazioni comunicate da Province e Regioni entro il 2 novembre, termine previsto per l’inserimento sul portale Mobilità del Governo dei dati su soprannumerari e posti liberi, così da incrociare domanda e offerta di lavoro. Al ministero risulta la partecipazione di 12 regioni a statuto ordinario su 15 (80% del totale) ed 85 enti di area vasta, che subentrano alle Province, su 86 (98,8% del totale).

Inoltre, fa sapere sempre il ministero, le regioni Emilia Romagna, Veneto e Marche hanno indicato di procedere direttamente al ricollocamento di tutto il personale interessato dai processi di mobilità dei rispettivi enti di area vasta. Nel dettaglio le Regioni, che assumono le funzioni non fondamentali delle ex-Province, sono pronte a ricollocare 5.575. Ne resterebbero fuori, sempre considerando i dati finora arrivati, 9.610. Per oltre la metà (5.337) però sarebbe già stato individuato posto nella nuova Agenzia per il Lavoro (punto di raccordo dei centri per l’impiego). Inoltre entro il 31 dicembre del 2016 2.889 dipendenti delle ex-Province andranno in pensione.

C’è poi lo sbocco degli uffici giudiziari (sono ora in corso le procedure per la ricollocazione di 92 persone, ma i posti in palio sono molti di più, tra i 3 e i 4 mila). Ecco che rimarrebbero 1.957 trasferimenti da gestire attraverso il ministero della Pubblica Amministrazione secondo i criteri fissati in un apposito decreto, uscito a settembre (vicinanza all’ufficio di origine, considerazione di problemi legati alla disabilità). Poco meno di duemila quindi, di cui 744 appartengono al canale della polizia provinciale.

Redazione Avanti!

Appalti centralizzati.
Caos sulla nuova norma

appalti-pubbliciDopo sei proroghe consecutive è entrata in vigore dal primo novembre la norma che impone a tutte le città non capoluogo di aggregare le gare, attraverso consorzi e unioni di comuni oppure passando dagli uffici di una provincia o da un soggetto aggregatore. Per tutti gli enti non capoluogo scatta invece la tagliola prevista dalla spending review inaugurata dal Governo Monti nel 2012: per risparmiare e permettere di controllare meglio la spesa le gare vanno aggregate. Un principio che vale per beni e servizi, ma anche per i lavori pubblici. Solo i grandi comuni potranno continuare a bandire le gare in autonomia.

Come funzionano gli appalti centralizzati

Dal 1° novembre 2015 i Comuni non capoluogo di provincia devono procedere all’acquisizione di lavori, beni e servizi nell’ambito delle unioni dei comuni o costituendo un apposito accordo consortile e ricorrendo ad un soggetto aggregatore o alle province. In alternativa, i comuni possono acquisire beni e servizi attraverso gli strumenti elettronici di acquisto gestiti da Consip Spa o da altro soggetto aggregatore di riferimento.
Ai Comuni che non rispetteranno le nuove regole l’ANAC non rilascia il Codice identificativo di gara (CIG)e saranno sanzionati con la nullità assoluta dei contratti stipulati.
Inoltre i sistemi informativi SIMOG e SmartCIG dell’Autorità, realizzati per il rilascio del CIG, sono stati implementati per consentire la verifica dl rispetto della normativa in tutte le procedure di gara.

Ad aggravare la situazione e c’è il fatto che l’entrata in vigore dal primo novembre porterebbe due mesi di caos totale per i Comuni più piccoli assolutamente impreparati. Con le regole in vigore, infatti, quelli sotto i 10mila abitanti non possono bandire gare in autonomia, neppure sotto la soglia di 40mila euro. Dal primo gennaio, però, in base alla legge di Stabilità potranno farlo. C’è da scommettere che in questi 60 giorni la maggioranza dei sindaci tirerà i remi in barca, aspettando il 2016 per ricominciare a gestire gli appalti in maniera ordinata creando solamente danni nella gestione ordinaria dell’Ente.

Francesco Brancaccio

L’AZZARDO COSTERÀ CARO

Ludopatia-Nencini-Psi

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alla legge di stabilità. La manovra è lievitata dai 23 iniziali, ai 30 per fermarsi a 36 miliardi, con 18 miliardi di tagli alle tasse e 15 di spending review. “La più grande riduzione delle tasse della storia della Repubblica”, ha commentato il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Nel provvedimento alla fine è entrata anche la norma sul Tfr con un accantonamento a garanzia di cento milioni.

Una legge ambiziosa con cui il Governo si prefigge di rilanciare l’economia del Paese. Gli italiani pagheranno 18 miliardi di tasse in meno. Ora “l’Italia riparte” ha scritto su Twitter Matteo Renzi. Delle misure principali si è già parlato: 18 miliardi di alleggerimento di peso del fisco e del costo del lavoro per le imprese: 10 per la stabilizzazione del bonus da 80 euro (3 miliardi dei quali già garantiti dal decreto Irpef), 500 milioni per rafforzare gli sgravi per le famiglie numerose, 6,5 miliardi per azzerare la componente costo del lavoro dell’Irap e 1 miliardo per la decontribuzione per le nuove assunzioni a tempo indeterminato a tutele crescenti. Continua a leggere

LA SCURE DOPO LE FORBICI

Renzi-Tagli

Nei giorni dell’addio di Carlo Cottarelli, va via ‘mani di forbice’ e arriva la scure dei tagli alla spesa. La cifra complessiva si aggira in totale sui 3 miliardi di euro, con un effetto positivo per 6 miliardi sui saldi netti da finanziare, cioè sulla differenza tra entrate e uscite. Sono i numeri della spending review dei ministeri, il piano di revisione della spesa pubblica che il governo Renzi intende mettere in atto nel 2015. A questi tagli, se ne dovrebbero aggiungere altri attuati negli enti locali (Regioni e Comuni), che porteranno le sforbiciate complessive a circa 10 miliardi di euro.

Il risparmio maggiore arriva dai ministeri del Lavoro (600 mln di deficit, 2,2 mld per il saldo netto) e dell’Istruzione (840 mln di deficit, 1.170 per il saldo netto). Previsti, tra gli altri, tagli mirati a sgravi contributivi per i contratti aziendali, Caf, scatti di anzianità degli insegnanti, canone Rai. Il dossier della spending review è molto dettagliato, ma attende di essere affinato dalla Presidenza del Consiglio e dal ministero dell’Economia ai quali spettano le scelte definitive. In base alle proposte messe nero su bianco sono i dicasteri del Lavoro e dell’Istruzione quelli più volenterosi.

Il ministro Poletti avrebbe messo sul piatto un cambiamento dei requisiti per l’accesso a prestazioni come integrazioni al minimo della pensione o gli assegni sociali, ma anche un taglio alla decontribuzione sulla contrattazione aziendale e a fonti di spesa che risultano da qualche anno sovrastimante nel bilancio dell’Inps, come le pensioni anticipate per i lavoratori esposti ad attività usuranti, le pensioni d’annata o le decontribuzioni riconosciute ai datori di lavoro che hanno conferito il Tfr alla previdenza complementare.

Il ministro dell’Istruzione Giannini presenta risparmi in parti uguali da scuola e da università-ricerca. Le maggiori risorse si libererebbero dalla discutibilissima idea di eliminare i membri esterni nelle commissioni di maturità (99 milioni ai fini del deficit), seguiti dalla razionalizzazione delle spese di pulizia. Per gli atenei e i centri di ricerca la stretta riguarda i consumi intermedi. Ma tutti i ministeri mettono mano alla spesa: la difesa (510 mln ai fini del deficit) punta a vendere 1.200 alloggi assegnati finora ai militari, ma anche a risparmiare su forniture militari, riordino delle carriere e differimento del reclutamento.

È all’osso invece l’apporto del ministero della Salute: 35 milioni delle convenzioni per i pronti soccorsi negli aeroporti. Ma, per questo capitolo di spesa, la vera partita si
gioca sul fondo sanitario delle Regioni (per 6-700 milioni).
Selettivi anche i tagli del ministero dell’Economia: riduzione degli aggi ai Caf, versamento delle quote del canone Rai, riduzione degli oneri pagati ai concessionari della riscossione, risparmi sul sistema informatico di ristrutturazione degli immobili. Ai fini del deficit, altri tagli sono per 170 milioni dal ministero dello Sviluppo Economico (tra i capitoli i fondi per il programma aree urbane), 400 dal ministero dell’Economia, 200 dall’Interno (tagli alle voci indennità e anche risparmi sui Vigili del Fuoco), 100 dalla Giustizia (Contributi ai comuni e tagli alle intercettazioni), 110 dai Trasporti (su autotrasporto ed Enac), 70 dalle Politiche Agricole (sugli sconti del gasolio agricolo), 35 dalla Salute, 30 dagli Affari Esteri (sui contributi obbligatori erogati ad organismi internazionali come l’Onu), 20 dall’Ambiente (sul fondo per i cambiamenti climatici).

“La spending review – ha commentato il commissario uscente Carlo Cottarelli non è né uno sprint né una maratona, ma una corsa a staffetta. Non c’e’ nessuno indispensabile. Non so – ha aggiunto Cottarelli – se sarà nominato un altro commissario. Ma senz’altro il lavoro andrà avanti. L’Italia, ha proseguito Cottarelli “non è un Paese riformabile in teoria, ma un Paese che si sta concretamente riformando. Le riforme stanno andando avanti”. Cottarelli ha anche fatto un breve bilancio del suo lavoro. “Il decreto sulle auto blu”, ha detto, “è stato firmato ed è al controllo della Corte dei Conti. È una questione di giorni”.

Le indiscrezioni sui tagli preoccupano non poco i sindaci. La riduzione prevista per una cifra globale di un miliardo e mezzo “è una cifra esorbitante – ha detto il presidente dell’ANCI di Piero Fassino –  che i Comuni Italiani non sarebbero in grado di sostenere. Va ricordato che dal 2007 ad oggi i Comuni italiani hanno ridotto la loro spesa di oltre 17 miliardi di euro, mettendo in campo una rigorosa spending review su contratti e appalti, su personale e macchina organizzativa, su spesa corrente. A questo punto un ulteriore taglio di 1 miliardo e mezzo inciderebbe direttamente sui servizi ai cittadini, con forte pregiudizio del tenore di vita di famiglie e persone. Peraltro va ricordato – ha aggiunto Fassino – che la spesa dei Comuni in questi anni è diminuita, mentre è ancora aumentata la spesa dello Stato e delle sue Amministrazioni centrali”.

Duro il commento del governatore del Veneto Zaia: “Leggo che nella legge di Stabilità che vogliono tagliare alle Regioni per tagliare nella sanità. Noi scendiamo in strada, uomo avvisato mezzo salvato. Noi siamo virtuosi – ha aggiunto Zaia – se da me una siringa costa 4 centesimi e altrove 26 centesimi spiegatemi il motivo per cui vieni a rompere le palle a me. Vadano da chi la paga 26 centesimi”. Di parere del tutto contrario invece il deputato di Forza Italia Luca Squeri per il quale 3 miliardi sono davvero poca roba. “Tutto qui? E che fine ha fatto il lavoro di Cottarelli, con quei 20 (poi 16, poi 13) miliardi di tagli promessi?”.

Redazione Avanti!

Politici di Stato, Regioni, Comuni non dimenticatevi della Sardegna

Sardegna-disoccupatiE’ Pasqua, e gli oltre dodici mila lavoratori sardi in mobilità in deroga, rivolgono a voi tutti i più sinceri auguri perché possiate un giorno avere la percezione della realtà che l’Italia intera oggi vive a causa delle vostre scellerate decisioni/non decisioni. A causa di una prolungata assenza di seria politica industriale, a causa di un’assenza prolungata di una politica sociale non più basata sul classico assistenzialismo, a causa dell’assenza prolungata e scellerata di una politica del lavoro che equipari l’Italia al resto dei paesi europei. Gli stessi che insieme con noi il 25 maggio si appresteranno ad andare al voto, consapevoli, sì di un’Europa Politica piccola, piccola, ma anche del fatto di esser avanti anni luce da noi italiani in fatto di welfare e stato sociale. Questo è l’augurio di Buona Pasqua a chi dovrebbe attentamente in silenzio e meditazione valutare anche queste cose, perché, non è ammissibile  che ancora oggi  dopo  oltre  15  mesi  ci si senta rispondere dai   funzionari  ( dottoressa Silenu ) della Regione Sardegna   argomenti come  questo  – “E’ tutto bloccato. La tesoreria del ministero non autorizza la tesoreria della regione a trasferire i soldi  all’inps”.

Ora pare che sia tutto in mano al presidente visto che si tratta, a questo punto, di una questione politica. Il patto di stabilità va ovviato perché si possa procedere. Nel frattempo pare che abbiano inviato un altro elenco di 1500 nominativi. Ma, aldilà di questo, è davvero possibile che si possa gestire una  cosi delicata questione cosa in maniera così becera. Il patto di stabilità esiste da anni, e vien da domandarsi  come  mai la Regione Sardegna al momento di avviare la procedura di invio domande, il 26 marzo  scorso, non si sia accertata sei fondi fossero immediatamente disponibili visto anche che hanno voluto sveltire tutta la procedura?

Non si capisce e appare ancora di più un ennesima  beffa e presa in giro sentirsi dire che si sono resi conto solo ora del grave errore compiuto verso noi e verso i sindacati. Non sarà cosa semplice questa e neppure veloce. Politici  burocrati, non chiedetevi poi il motivo della forte astensione al voto in Sardegna. VEDIAMO SE QUALCUNO RISPONDE ALLA DOMANDA – “Chi glielo spiega a queste oltre dodici mila famiglie che da oltre quindici mesi attendono questi soldi per avere una boccata d’ossigeno?” La vicenda degli oltre dodici mila lavoratori in mobilità in deroga, sardi sta assumendo davvero contorni che definire ridicoli è poco. Da Monti a Letta e da questo a Renzi questo spinoso problema pare esser passato in cavalleria e nessuno intende risolvere la questione.

Tante di queste persone si son viste pignorare la casa per il mutuo non pagato, lo scorso anno due suicidi, corrente staccata a tante di queste persone, bollette Abbanoa (ente gestore servizio idrico integrato della Sardegna) non pagate e allaccio idrico interrotto. Solo per fare degli esempi. Qualcuno mi vuole dire che è importante dare 80 euro in più in busta paga a chi ha già un’entrata? Altra spinosa questione anch’essa considerata di poca rilevanza, l’età media di queste persone è quarantacinque anni gente espulsa dal mondo del lavoro rifiutata anche dalle statistiche che vedono la disoccupazione salire al 13% in Italia – la Sardegna tocca il 18 %, la media più alta delle regioni italiane. Molte di queste persone sono donne che non hanno più l’età per esser tenute in considerazione per lavorare. Infine, altra questione, queste persone non hanno diritto ad accedere ad altri sussidi in contrasto alle povertà estreme poiché sono beneficiari di ammortizzatori sociali – non percepiti per tutto il 2013 – pertanto devono fare affidamento all’unica fonte si assistenza sociale che si sostituisce, ahimè, allo stato, alle regioni, ai comuni.

Genitori pensionati che dopo aver sacrificato la loro vita per crescere ii figli si trovano oggi a sostenere figli e nipoti. VERGOGNA. La Sardegna e i suoi lavoratori avrebbero bisogno di più rispetto. Purtroppo quella Regione è considerata solo per speculazioni edilizie dei vip per le sue meravigliose bellezze paesaggistiche. Credo che ci vorrebbe molto altro e una maggiore attenzione da parte dei politici e degli imprenditori. Invece, la Sardegna, non solo è usata per le speculazioni edilizie, ma, ha per troppo tempo ha subito l’invasione d’improbabili imprenditori che aprono fabbriche usando fondo pubblici poi spariscono portando in tribunale i libri per il fallimento, ha subito e continua a subire l’invasione degli pseudo innovatori dell’energia pulita, che invadono il territorio, con il benestare di tutti i colori politici, deturpano l’ambiente e scappano lasciando le bonifiche sulle spalle delle casse dei sardi, vedete questione Sardinia Gold Mineral, oppure la questione del parco fotovoltaico più grande d’Europa in località Su Scioffu, a Villasor, nel Cagliaritano.

Nacque tre anni fa con la promessa di offrire novanta posti di lavoro a novanta disoccupati del posto. Oggi nessuno di quei novanta ha un posto, e le carte del progetto sono al vaglio della magistratura con quattro indagati. La questione della speculazione edilizia non regge più, non c’è più, in Sardegna, nemmeno il mercato edilizio. Chi compra casa, o meglio chi da un mutuo per comprare casa a chi per esempio non ha nemmeno i soldi per comprarsi una bicicletta? Le attuali percentuali di dati di disoccupazione sono molto artefate poiché è alquanto difficile che un ragazzino di quattordici anni sia mandato a lavorare. Nello specifico, andrebbero riviste i modi d’indagine del mercato del lavoro e con esso una radicale esame delle agenzie di collocamento e/o centri per l’impiego. La legislazione italiana prevede l’obbligo scolastico fino ai sedici anni ma ha dimenticato di bandire l’obbligo d’iscrizione all’ufficio del lavoro compiuto il quattordicesimo anno di età.

Ragion per cui, faccio il mio esempio, io mamma di una ragazzina che compie quattordici anni a maggio, devo iscriverla al centro per il lavoro della città. Resta che a quattordici anni quella adolescente sarà indirizzata dalla famiglia allo studio superiore terminate le scuole medie. Mi spiega qualcuno che senso e quale veridicità hanno queste maledette statistiche? Quanti sono i giovani – fascia d’età 16 /20 anni lavorano e o cercano lavoro? Quanti sono i padri e madri di questi giovani che oggi non hanno lavoro? Chi mi sa esporre una statistica veritiera e non artefatta? Intanto Buona Pasqua a tutti da chi oltre il Natale senza panettone trascorrerà anche la Pasqua a pedalare.

Antonella Soddu

 Gli articoli precedenti:
Continua la protesta dei lavoratori sardi – 23/3/2014
La scandalosa odissea dei 12 mila lavoratori sardi – 18/3/201
12 mila in mobilità dimenticati dallo Stato – 21/2/2014
Niente ammortizzatori per i disoccupati sardi – 2/1/2014
Ammortizzatori sociali fantasma per centinaia di disoccupati – 28/10/2013