Lavoro, boom di assunzioni di apprendisti. Battuti i contratti a tempo indeterminato

Inps

DIRITTO ALLA NASPI: ULTIME NOVITÀ

A seguito di alcune segnalazioni, pervenute da parte degli enti di patronato, con le quali veniva lamentato il mancato accoglimento di domande di Naspi presentate al termine della fruizione dell’indennità di mobilità ordinaria o dei trattamenti di disoccupazione speciale per l’edilizia,  l’Inps ha approfondito la problematica sia da un punto di vista normativo che procedurale evidenziando, in particolare, il caso in cui l’istanza di Naspi venga presentata nei sessantotto giorni dal termine dell’ultima rioccupazione a tempo determinato e la decadenza dell’indennità di mobilità ordinaria dei trattamenti di disoccupazione speciale per l’edilizia intervenga all’interno di detti sessantotto giorni.

Della problematica è stato interessato il competente Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali il quale  con nota n. 8774 del 28 maggio 2018 ha chiarito che “ nulla osta a che i lavoratori che maturino le condizioni fissate dalla legge per richiedere l’indennità Naspi possano accedere a tale ultima prestazione qualora ne facciano istanza entro i 68 giorni successivi dal termine dell’ultimo rapporto di lavoro a tempo determinato intrattenuto e la scadenza della prestazione di mobilità o del trattamento speciale edile ex legge 451 del 94 intervenga all’interno del medesimo arco temporale, intendendosi per scadenza il termine della prestazione per intero godimento della prestazione stessa.”

Preso atto delle precisazioni ministeriali, l’Inps, con apposito messaggio Intranet di imminente pubblicazione, fornirà agli operatori addetti le istruzioni procedurali volte alla gestione della casistica sopra menzionata.

Coldiretti

AL VIA LA PROCEDURA DEI VOUCHER IN AGRICOLTURA

Al via l’attesa procedura Inps per l’utilizzo dei voucher in agricoltura dopo l’approvazione della riforma da parte del Parlamento con la legge 96 del 2018 che ne ha semplificato l’utilizzo. Lo annuncia la Coldiretti nel precisare che sono operative le prime modifiche come l’allungamento della durata da 3 a 10 giorni entro cui è possibile svolgere la prestazione occasionale, un aggiornamento molto atteso dalle imprese agricole con l’inizio della vendemmia. “E’ Un primo segnale di sburocratizzazione – secondo Coldiretti – che va nel verso auspicato dal mondo agricolo, ma ora ci auguriamo che anche le altre modifiche previste dalla legge diventino operative con la medesima tempestività all’interno della procedura Inps. Anche perché con i voucher circa 50mila posti di lavoro occasionali possono essere recuperati con trasparenza nelle attività stagionali in campagna dove sono impiegati soltanto per le attività svolte da disoccupati, cassintegrati, pensionati e giovani studenti che non siano stati operai agricoli l’anno precedente”.

I voucher ritornano – spiega la Coldiretti – a dieci anni della loro introduzione in Italia che è avvenuta il 19 agosto 2008 con circolare Inps che per la prima volta autorizzava la raccolta dell’uva attraverso voucher con l’obiettivo di ridurre burocrazia, riconoscendo la specificità del lavoro agricolo. Nel corso degli anni successivi all’introduzione nel 2008 è stato allargata la possibilità di utilizzo alle altre attività di agricole ma – sottolinea la Coldiretti – il settore è rimasto fedele all’originaria disciplina “sperimentale” con tutte le iniziali limitazioni (solo lavoro stagionale e solo pensionati, studenti, cassintegrati e disoccupati) a differenza degli altri comparti produttivi. Meno del 2% del totale dei voucher – afferma Coldiretti – è stato impiegato in agricoltura dove sono nati e

rappresentano un valido contributo all’emersione del lavoro sommerso.

Non è un caso – precisa la Coldiretti – che il numero di voucher impiegati in agricoltura sia praticamente rimasto stabile dal 2011 senza gli abusi che si sono verificati in altri comparti. In agricoltura sono stati venduti negli ultimi cinque anni prima dell’abrogazione poco più di 2 milioni di voucher, più o meno gli stessi dei 5 anni precedenti, pari all’incirca a 350mila giornate/anno di lavoro. Il valore complessivo delle integrazioni di reddito accordate per le prestazioni a pensionati, studenti, cassintegrati e disoccupati ammonta – conclude la Coldiretti – a circa 22 milioni di euro all’anno mentre la regione dove sono stati più impiegati è il Veneto con poco più di ¼ del totale.

Lavoro

BOOM ASSUNZIONI APPRENDISTI

Nell’ultimo anno 283.030 giovani under 30 sono entrati nel mondo del lavoro e stanno imparando un mestiere grazie all’apprendistato. Lo rivela un rapporto di Confartigianato che mostra “la crescita record” di assunzioni di apprendisti registrata tra aprile 2017 e marzo 2018, pari al 20,2% in più rispetto al 2017 e che superano dell’11,4% le 254.000 assunzioni di giovani a tempo indeterminato avvenute nello stesso periodo. Dei 283.030 nuovi apprendisti, 164.976 sono maschi e 118.054 donne.

Tra gennaio e maggio 2018, sottolinea inoltre il rapporto, l’aumento dei contratti di apprendistato ha avuto un’ulteriore accelerazione che li ha portati a sorpassare le altre tipologie di rapporti di lavoro: ne sono stati attivati 134.358 (il 96% dei quali riguardanti giovani under 30) con una crescita del 13,7% rispetto allo stesso periodo del 2017.

Largamente battuti i contratti a tempo indeterminato (+3,1%), i contratti a tempo determinato (+8,4%), i contratti stagionali (+7%) e i contratti intermittenti (+8,8%).

Lavoro

PUBBLICO IMPIEGO, PIÙ DIPENDENTI PRECARI

Il numero dei dipendenti pubblici si ferma a 3 milioni 356 mila, segnando ancora un altro calo annuo (-0,2%), sintesi di una riduzione dei posti ‘fissi’ controbilanciata da una crescita di quelli precari. È quanto emerge dall’Annuario statistico della Ragioneria generale dello Stato, che aggiorna i dati al 2016.

Rispetto all’anno prima si contano 29 mila 687 occupati a tempo indeterminato in meno (-1%), mentre le unità di lavoro flessibili salgono di 22 mila 718 (+7,8%). Il totale vede una discesa di 6 mila 969 unità tra il 2015 e il 2016. Il costo del lavoro resta poco mosso, praticamente invariato, risultando pari a 159 miliardi e 651 milioni di euro (erano 159 miliardi e 525 milioni l’anno precedente).

I conti ancora non risentono degli effetti del rinnovo contrattuale: pur decorrendo dal 2016 l’accordo è stato firmato solo alla fine del 2017 e i primi aumenti sono stati caricati nelle buste paga a inizio 2018.

Lavoro

SEMPRE MENO GIOVANI CAPITANI D’IMPRESA

Sempre meno giovani al comando delle imprese italiane. Tra marzo 2013 e marzo 2018 le cariche di amministratore nelle imprese del nostro Paese sono cresciute di circa 48mila unità, ma continuano a diminuire i giovani coinvolti nelle ‘stanze dei bottoni’ dell’azienda-Italia. Complessivamente, infatti, nei 5 anni considerati la percentuale di amministratori con più di 50 anni è passata dal rappresentare il 53,3 al 61% del totale delle cariche, con una perdita invece di 7,7 punti percentuali per quella degli under 50.

Questo, in sintesi, il quadro che emerge dall’elaborazione Unioncamere-InfoCamere sulle persone con carica di amministratore nelle imprese italiane negli ultimi cinque anni.

Al 31 marzo di quest’anno gli amministratori di imprese in Italia sono 3,8 milioni, quasi 50 mila unità in più rispetto alla stessa data di cinque anni fa. Un aumento che, però, segnala un forte movimento tra le classi di età a tutto vantaggio per quelle degli over 50 rispetto ai più giovani. Tra il 2013 e il 2018, gli amministratori tra i 50 e 69 anni sono aumentati di 194mila e in quella degli ‘over 70’ di altre 125mila, per una crescita complessiva di 319mila unità per l’insieme degli over 50.

A questa espansione ha fatto eco una forte contrazione degli amministratori con meno di 50 anni di età: a fine marzo di quest’anno erano 1,5 milioni con una diminuzione totale di oltre 270mila unità negli ultimi 5 anni (il 15% in meno rispetto al 2013), dei quali 251 mila nella classe tra i 30 e i 49 anni e 20 mila in quella under 30.

Sul versante territoriale, ancora una volta i dati rivelano un’Italia divisa in due: da una parte, nelle ripartizioni del Centro e del Mezzogiorno, si assiste complessivamente ad una crescita nel numero degli amministratori (79mila in più nei 5 anni in esame, di cui 30mila al Centro e 49mila al Sud), Dinamica opposta nelle circoscrizioni settentrionali, con una riduzione più lieve nel Nord-Est (-8mila unità, -1,0%) e più rilevante nel Nord-Ovest (-24mila unità, -2,0%).

Lo spostamento della distribuzione per età della popolazione verso le classi più anziane interessa invece tutte le aree geografiche dello stivale. Rispetto al 2013, in tutte le ripartizioni si evidenzia una riduzione del numero di amministratori nelle due fasce di età più giovani e un aumento marcato per quelle oltre i 50 anni: il processo d’invecchiamento dei capitani d’impresa appare più accentuato al Sud e Isole sia in termini assoluti (+102mila unità) che relativi (+20,9%) di quello riscontrato nelle regioni centro-settentrionali, dove il”grigio” dell’età si fa largo soprattutto al Nord-Ovest (+82.500 unità quanto ai valori assoluti) e al Centro (+17,6% in termini relativi).

La tendenza si conferma pienamente anche su base regionale: in tutte le 20 regioni italiane, sia per la classe di età 50-69 anni che per quella over70, si registrano variazioni in aumento nel quinquennio esaminato. Particolarmente significativa la performance del Molise, che primeggia in termini di crescita relativa in entrambe le classi (rispettivamente +28 e +47%) e della Calabria (+24 e +42%).

Guardando ai settori produttivi, nei cinque anni considerati il fenomeno dell’invecchiamento degli amministratori caratterizza tutte le attività, con incrementi di quasi il 30% nella classe 50-69 anni e superiori al 40 % in quella degli over 70 nei due settori dell’alloggio e ristorazione e dei servizi alle imprese.

Sul fronte opposto, la riduzione degli amministratori under 50 incontra pochissime eccezioni, tra cui vanno segnalate quella degli amministratori under 30 dell’agricoltura (aumentati di oltre 2.000 unità) e dei servizi di informazione e comunicazione (+463).

Poiché i dati sulle cariche riflettono da vicino l’evoluzione dello stock di imprese, la lettura per tipo di attività evidenzia una contrazione nei settori che, nel periodo esaminato, hanno visto ridursi in modo più sensibile il numero di imprese: manifatturiero (-19mila amministratori), costruzioni (-17mila) e attività immobiliari (-4.600).

Carlo Pareto

Tariffe con il turbo. Rifiuti +222% in 15 anni

Rifiuti-RomaL’unica cosa che continua a salire costantemente anno dopo anno senza mai rallentare, sono le tariffe. Confartigianato ha calcolato le variazioni del costo per i cittadini della raccolta dei rifiuti da cui risulta che in Italia negli ultimi 5 anni sono aumentate del 22,6%, vale a dire il 14,6% in più rispetto al tasso di inflazione (+8%) e il 12,8% in più rispetto alla crescita media del costo di questo servizio (+9,8%) registrata nell’Eurozona. Non solo: nelle regioni in cui le tariffe crescono di più è peggiore la qualità del servizio. Come nel Lazio, regione dove, a fronte della più alta percezione della sporcizia delle strade, si registra il costo più elevato d’Italia per la loro pulizia. Confartigianato ha calcolato il costo del servizio di igiene urbana per le tasche di famiglie e imprenditori che in media, nel 2014, per tasse e tariffe hanno pagato 168,14 euro pro capite, per un totale di 10,2 miliardi. Ma con una vera e propria impennata negli anni 2012-2015 che si è tradotta in un rincaro del 12,5%, nove volte e mezzo in più della crescita del costo della vita (+1,6%) e con una differenza del 7,4% in più rispetto alla media dei rincari nell’Eurozona fermi al +5,1%.

Ecco alcuni dati: in testa nella classifica delle regioni con le tariffe più alte ci sono il Lazio con 214 euro di costi per abitante, superiore del 27,3% rispetto alla media nazionale. Seguono la Liguria con 211,75 euro/abitante (25,9% in più rispetto alla media nazionale), Toscana con 208,25 euro/abitante (23,9% più della media), Campania con 205,02 euro/abitante (superiore del 21,9% rispetto alla media italiana), Umbria con 190,23 euro pro capite (+13,1%) e Sardegna con 188,90 euro per abitante (+12,3% rispetto alla media nazionale).

All’altro capo della classifica, la regione più virtuosa è il Molise dove i cittadini pagano 123,12 pro capite per il servizio di igiene urbana. Secondo posto per il Trentino Alto Adige con un costo di 128,60 euro pro capite e medaglia di bronzo per il Friuli Venezia Giulia con un costo per abitante di 127,92 euro. Confartigianato ha anche monitorato i conti e i risultati di esercizio delle 376 società partecipate dalle Amministrazioni locali che operano nella gestione dei rifiuti: il 64,3% è in utile, il 17,2% è in pareggio ed il 18,5% è in perdita. Sono tutte in utile le società di gestione rifiuti in Basilicata, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta. Seguono l’Emilia-Romagna (con una quota di società in utile pari all’83,3% del totale), Puglia (80%) e Piemonte (75,0%). Le regioni con la maggiore quota di società in perdita sono la Calabria (66,7% del totale), il Lazio (46,2%) e l’Abruzzo (44,4%).

Fanno eco i Consumatori che commentano i dati di Confartigianato aggiungendo che “anche acqua energia elettrica e gas corrono molto più velocemente dall’inflazione: complessivamente la spesa per tali voci registra un aumento del +65,10% rispetto al 2000”. “I costi delle tariffe, infatti, sono cresciuti in maniera esponenziale, molto più dell’inflazione – spiegano Federconsumatori e Adusbef – Come emerge dalla nostra recente indagine sull’andamento delle tariffe, si tratta di un andamento che accomuna acqua, gas, energia elettrica e rifiuti”.

La Federconsumatori ha rilevato che la spesa complessiva per l’energia elettrica, il gas, l’acqua ed i rifiuti, nel 2015, ammonta a 2.345 euro, il +65,10% rispetto al 2000, il +15% rispetto al 2010. L’aumento rilevato negli ultimi 15 anni è circa il doppio rispetto all’aumento del tasso di inflazione dal 2000 ad oggi, che risulta pari al +33,2%. “La stessa considerazione vale per l’incremento dal 2010 ad oggi, periodo in cui l’aumento del tasso di inflazione è stato del +7,5%”. Rispetto al 2014, proseguono i consumatori, “si registra invece un calo di 35 euro, pari al -1,44%.

Nel dettaglio, la tassa dei rifiuti è aumentata del +21,61% dal 2010 e ben del 222,47% dal 2000. Secondo Federconsumatori per determinare un’inversione di tendenza nel settore dei rifiuti è indispensabile riformare la Tari per il 2016, disponendo tariffe sociali omogenee, detrazioni e piani tributari sostenibili per i bilanci delle famiglie. Inoltre è necessario ed urgente rendere maggiormente efficiente la raccolta differenziata che, dove funziona in maniera ottimale, consente risparmi notevoli per i cittadini”.

Edoardo Gianelli

Istat, sale l’occupazione ma non per i giovani

Pil aumentoL’Italia riprende fiato e rivede un barlume di ripresa economica alla fine di una lunga recessione, ma si conferma sempre più anziana e con enormi disparità nord-sud sul piano economico, sociale, di benessere e di salute. Migliora però la percezione degli italiani per le proprie condizioni familiari e di salute. E’ la fotografia scattata dall’Istat nel suo rapporto annuale 2015 sulla situazione del Paese. Il dato economico è certamente quello che risalta: dopo cinque trimestri in rosso il Pil torna infatti a segnare un leggero aumento dello 0,3% nel primo trimestre di quest’anno e la crescita acquisita per il 2015 si conferma al +0,2%.

Da segnalare però che l’aumento del Pil non è tutta farina del nostro sacco. Infatti secondo l’istituto di statistica, senza la manovra espansiva della Bce, il Quantitative Easing, il Pil per l’Unione monetaria  e per l’Italia risulterebbe inferiore, rispetto a uno scenario base (relativo al quadro di previsioni fatto a marzo 2015), di un decimo di punto nel 2015 (-0,1) e di sette decimi nel 2016 (-0,7). Secondo l’Istituto di Statistica è in lieve miglioramento il mercato del lavoro, anche se il nostro Paese resta lontano dai livelli dei partner europei. L’occupazione torna a crescere di 88 mila unità, pari allo 0,4%, sottolinea l’Istat, ma “le differenze tra il nostro Paese e l’Ue si accentuano per il tasso dimancata partecipazione al mercato del lavoro”.

Inoltre l’Istat segnala che l’occupazione è tornata a crescere solo per i lavoratori ”più anziani”, con 320 mila occupati in più over55 (in aumento dell’8,9%) mentre continua a calare per i più giovani che vedono una contrazione di 46 mila posti (-4,7%) per gli under25 e di 148 mila posti per gli under35 (-2,9%). Inoltre in Italia risulta irregolare più di un occupato su dieci. L’Istat spiega come il tasso, frutto di una nuova metodologia, si aggiri intorno al 12,6% per il 2012. Guardando alla media relativa al triennio 2010-2012, l’Istituto stima 2,3 milioni di irregolari. Insomma la crisi ha trasformato la disoccupazione in una ‘trappola’ da cui è difficile uscire: in Italia, dati aggiornati al 2014, chi è “alla ricerca di un’occupazione lo è in media da 24,6 mesi”, cioè da oltre due anni, e “da 34 mesi se ricerca il primo impiego”.

E l”Istat sottolinea come i tempi diventino sempre più lunghi. Per il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva “per il 2015, gli indicatori delineano prospettive positive in Italia e nel complesso dell’Unione economica e monetaria. In Italia – continua – il 2015 si è aperto con una serie di indicazioni positive”, dalla produzione all’export. Ma resta ancora fuori il Mezzogiorno che “è da molti anni assente dalle priorità. La dimensione del problema è tale che, se non si recupera il Mezzogiorno alla dimensioni di crescita e di sviluppo su cui si sta avviando il resto del Paese, sviluppo e crescita non potranno che essere penalizzati rispetto agli altri Paesi”. Dati che lasciano insoddisfatti il leader della Cgil Susanna Camusso per la quale “la ripresa non ha un fondamento strutturale di risoluzione del problema vero del Paese, che si chiama disoccupazione”. Per Guglielmo Loy, segretario confederale Uil “Correttamente l’Istat cerca di fotografare il Paese anche negli aspetti meno visibili e colpisce, in positivo, la scelta di analizzare il tema della crescita dell’occupazione indicando come la formazione, l’istruzione, l’aumento delle competenze siano il veicolo principe per dare possibilità di lavoro alle persone. Così come sul nostro Sud si deve prendere atto che si allarga il divario con il centro-nord e, soprattutto, che senza crescita del Mezzogiorno il Paese non aggancerà neanche una ripresina”.

Ma nello stesso giorno dei dati Istat da Confartigianato arriva un grido di allarme sulle tasse: “Nel 2015 – dice il presidente Giorgio Merletti – gli italiani pagano 29 miliardi in più di tasse rispetto alla media dei cittadini dell’eurozona, 476 euro in più pro capite. Siamo al primo posto nell’Ue a 28 per crescita del peso delle tasse tra 2005 e 2015, +4,2 punti Pil; al settimo per livello della pressione fiscale, 43,4% del Pil nel 2015”. Per agganciare la ripresa “gli artigiani, si aspettano che finalmente prendano forma e abbiano concretezza le riforme annunciate dal Governo. In cantiere c’è molto”, riconosce al governo, ma non possiamo “accontentarci di qualche tweet pieno di entusiasmo”. “Quanto all’occupazione – continua – tutti sappiamo che non si crea per decreto: se le imprese non hanno lavoro non possono neanche offrirlo”, avverte; “Apprezziamo spirito e obiettivi” del jobs act ma “al di là delle tante previsioni circolate dobbiamo ancora capire quante assunzioni stabili contribuirà davvero a creare”. Infine una stoccata al Maria Elena Ministro Boschi che a meno di 18 ore dall’appuntamento ha disdetto la sua presenza all’assemblea di Confartigianato: “Abbiamo grande rispetto per le istituzioni ma chiediamo altrettanto rispetto”. Presente invece presente il ministro Maurizio Martina accolto con un “sentito ringraziamento”.

Ginevra Matiz