Tecnologie informatiche e “Grande Convergenza” secondo Richard Baldwin

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Richard Baldwin, docente di economia internazionale in diverse Università del mondo e al MIT, nel volume “La Grande Convergenza. Tecnologie informatiche, web e nuova globalizzazione”, sostiene che, con l’avvento delle tecnologie informatiche, “è cambiato il modo in cui si è soliti pensare la globalizzazione”. La sua tesi è che, verso la fine del secolo scorso, i cambiamenti rivoluzionari verificatisi nelle tecnologie della comunicazione e dell’informazione hanno avuto un impatto rivoluzionario sull’economia globale; un effetto semplice da intuire, ma che può essere adeguatamente spiegato solo inquadrandolo nella prospettiva del processo storico durante il quale sono maturate le condizioni che ne hanno determinato l’accadimento.

Quello della globalizzazione – afferma Baldwin – è un fenomeno antico; esso però ha compiuto un grande balzo in avanti solo verso la fine del XIX secolo, quando la macchina a vapore e la pace globale (assicurata al mondo per quasi un intero secolo dall’equilibrio tra le grandi potenze convenuto al Congresso di Vienna, dopo le guerre napoleoniche) hanno ridotto il costo del trasporto dei beni. Il fenomeno della globalizzazione ha fatto poi un secondo balzo in avanti, verso il 1990, allorché le tecnologie informatiche hanno ridotto il costo di trasferimento delle idee e della conoscenza. La “vecchia” e la “nuova” globalizzazione – sostiene Baldwin – hanno avuto “effetti sostanzialmente differenti sulla geografia economica mondiale”.

Nel corso del XIX secolo, la lenta ma continua diminuzione dei costi di trasporto ha dato luogo “a un ciclo di scambi commerciali, industrializzazione e crescita, che ha prodotto uno dei più drammatici rovesciamenti di fortune: le antiche civiltà asiatiche e mediorientali, che da quattro millenni dominavano il mondo, in meno di due secoli [sono state] soppiantate dai moderni Paesi ricchi”. Questo risultato, denominato dagli storici “Grande Convergenza”, spiega, secondo Baldwin, come tanto potere economico sia “passato di mano”, concentrandosi in pochi Paesi.

La globalizzazione, iniziata dopo le guerre napoleoniche, è stata associata alla rapida industrializzazione degli odierni Paesi economicamente avanzati, rappresentati attualmente dal gruppo di quelli più ricchi, indicato con la sigla “G7” e comprendente Stati Uniti, Germania, Giappone, Francia, Regno Unito, Canada e Italia. Il processo ha dato inizio a “una spirale di agglomerazione, innovazione e crescita industriale in grado di autoperpetuarsi, portando ad un nuovo assetto dell’economia mondiale. Dal 1820 al 1990, la quota del reddito globale del “G7” è passata da circa un quinto a quasi due terzi; l’aumento vero e proprio però è cessato a partire dagli anni Ottanta del XX secolo, addirittura invertendosi verso il 1990. Da questa data, la quota del reddito globale del “G7” ha continuato a contrarsi, sino a tornare al livello che aveva raggiunto all’inizio del XIX secolo; fatto, questo, che, a parere di Baldwin, spiega perché la natura della globalizzazione si sia modificata a partire dagli anni prossimi al 1990.

Il cambiamento epocale, che contraddistingue la “nuova” globalizzazione da quella “vecchia” del XIX secolo, è “stato altrettanto duro” anche con riferimento al prodotto dell’industria mondiale; dal 1990, la quota di tale prodotto ascrivibile al “G7” si è contratta, sino a ridursi a meno del 50%, mentre sei soli Paesi, tra quelli in via di sviluppo (Cina, Corea del Sud, India, Polonia, Indonesia e Tailandia), “hanno rappresentato la contropartita positiva del saldo negativo del G7”. La quota di prodotto industriale del resto del mondo non ha risentito di questi cambiamenti; assume però rilievo il fatto che la quota di prodotto industriale mondiale della sola Cina è salita, a partire dalla fine del secolo scorso, dal 3% circa a quasi un quinto.

Baldwin definisce “Grande Convergenza” quanto si è verificato dopo il 1990 a livello globale; allo stato attuale, ad essa di deve l’origine dell’”avversione per la globalizzazione nutrita da gran parte della popolazione dei Paesi ricchi”, a causa del manifestarsi al loro interno del fenomeno della disoccupazione strutturale irreversibile. Infatti, gli effetti del traumatico cambiamento delle quote del PIL e della produzione industriale, verificatisi nei Paesi ricchi, si sono manifestati in termini così accelerati, da non lasciare alle economie che li subivano il tempo di adeguarvisi. Ciò che, tuttavia, resta da spiegare, sostiene Baldwin, è il fatto che il ridimensionamento del “G7” sia avvenuto a favore di un così ristretto numero di Paesi in via di sviluppo, nonostante che il basso costo del trasporto commerciale e delle idee fosse disponibile per tutti. Per una plausibile spiegazione di tale fatto, occorre concentrare la riflessione sulle modalità in presenza delle quali si sono affermate, prima, la “vecchia”, e dopo, la “nuova” globalizzazione.

Quando il trasporto marittimo dipendeva dall’energia eolica e quello terrestre dall’energia animale, nulla poteva essere spedito convenientemente, se non a breve distanza; ciò – afferma Baldwin – “rendeva la produzione ostaggio del consumo”, nel senso che, essendo le persone tendenzialmente stanziali, l’alto costo del trasporto comportava che i beni fossero prodotti nel luogo dove essi venivano consumati; pertanto, poteva dirsi che la produzione fosse “forzatamente ‘impacchettata’ con il consumo”. Si può quindi pensare all’espansione della “vecchia” globalizzazione come a un progressivo “scioglimento” del forzato “impacchettamento”. Tuttavia – avverte Baldwin – non erano solo i costi del trasporto commerciale a generare il vincolo territoriale sulla produzione, in quanto vi contribuivano tre diversi costi determinati dalla distanza: il costo di trasporto dei beni, del trasporto delle idee e del trasporto delle persone.

Sin dall’inizio del XIX secolo, tali costi hanno iniziato a diminuire, ma non tutti insieme: quelli riguardanti il trasporto dei beni sono “caduti verticalmente un secolo e mezzo prima dei costi di comunicazione. E i contatti personali diretti sono ancora oggi molto costosi”. L’avvento della “nuova” globalizzazione può essere spiegato, secondo Baldwin, nella prospettiva della storia dell’”estinzione a cascata” dei vincoli espressi dalle tre categorie dei costi di trasporto. Rispetto alla commercializzazione dei beni, i costi di circolazione delle idee e delle persone sono diminuiti molto più lentamente e il diverso andamento della diminuzione ha determinato una catena di cause ed effetti, producendo “enormi differenze di reddito fra gli odierni Paesi sviluppati (indicati nel loro insieme come il ‘Nord’ del mondo) e quelli in via di sviluppo (il ‘Sud’)”.

A seguito di ciò, i mercati si sono espansi globalmente, mentre la produzione industriate si è concentrata localmente (di fatto, nei Paesi del “Nord” del mondo), con la conseguenza che anche l’innovazione è risultata concentrata territorialmente, in quanto le idee erano ancora molto costose da trasferire. Di conseguenza, sono bastati pochi decenni perché si approfondissero le asimmetrie tra i Paesi del “Nord” e quelli del “Sud”; asimmetrie che definiscono ancora oggi il panorama economico del pianeta. In ultima analisi, sostiene Baldwin, lo squilibrio tra i Paesi del Nord e quelli del Sud del mondo è stato provocato dalla “combinazione di bassi costi commerciali e alti costi di comunicazione”.

Verso il 1990, la “nuova” globalizzazione ha avuto un’accelerazione, a seguito della rivoluzione delle tecnologie informatiche, che è valsa a ridurre drasticamente il costo di trasferimento delle idee e a determinare un secondo “spacchettamento” della “vecchia” globalizzazione; ciò perché il radicale abbassamento del trasferimento delle idee ha comportato, con la delocalizzazione, il deradicamento delle fabbriche dal luogo in cui si erano affermate.

In particolare, la delocalizzazione di alcune fasi del processo produttivo industriale in Paesi a basso costo salariale ha comportato il trasferimento all’estero di molti posti di lavoro precedentemente coperti nei Paesi più sviluppati; ciò, però, ha anche comportato che, per realizzare l’adattamento delle fasi dei processi produttivi trasferite all’estero con quelle rimaste nella madrepatria, fosse operata una “rivoluzione della catena globale del valore”, a seguito della quale sono stati abbattuti i rigidi confini territoriali della conoscenza. Ciò è valso a combinare il know-how tecnologico del “G7” con i lavoratori a basso costo salariale dei Paesi in via di sviluppo, facilitando il trasferimento della conoscenza dai Paesi del “Nord” a quelli del “Sud” del mondo. Resta ancora da spiegare perché tale trasferimento abbia favorito la crescita e lo sviluppo di cosi pochi Paesi del “Sud”.

La risposta al quesito, a parere di Baldwin, può essere formulata considerando che il costo di trasferimento delle persone, correlato alle retribuzioni dei manager e dei tecnici, ha continuato a conservarsi alto; ragione, questa, che ha giustificato la propensione del “G7” a scegliere di delocalizzare in prossimità dei grandi Paesi industriali. Tuttavia, è accaduto che, mentre l’impatto sull’economia globale del secondo “spacchettamento” è risultato fortemente concentrato, la “’Grande Convergenza’ ha costituito, invece, un fenomeno molto più diffuso, a causa degli effetti a catena. Infatti, lo sviluppo di quei Paesi che hanno tratto giovamento dalla diminuzione del costo di trasferimento delle idee, ha determinato un aumento del reddito, che a sua volta, ha causato il “superciclo dei prodotti di base”; questi ultimi hanno avuto ad oggetto l’esportazione di materie prime da parte di quei Paesi del “Sud” del mondo che non erano stati coinvolti dai processi di delocalizzazione delle attività industriali dei Paesi del “Nord” del mondo.

Baldwin ritiene che la possibile e ulteriore evoluzione della globalizzazione ammetta la possibilità di un terzo “spacchettamento”, che potrà (o potrebbe) determinarsi se il costo di trasferimento dei manager dovesse diminuire nella stessa misura in cui sono diminuiti, a partire dal 1990, i costi di coordinamento delle fasi produttive delocalizzate con quelle rimaste nel Paese d’origine. Ciò accadrà (o potrà accadere) quando il miglioramento dell’intelligenza artificiale consentirà ai manager e tecnici di un Paese di fornire servizi in un altro Paese, senza esservi materialmente presenti. In altri termini, è possibile che il terso “spacchettamento” consenta ai manager e tecnici dei Paesi del “Nord” del mondo di fornire i loro servizi in un altro Paese, senza la loro presenza fisica.

La mutata natura nel tempo della globalizzazione ha dato origine a diverse forme di ripercussione sull’economia globale; quella connessa alla “nuova” globalizzazione dovrebbe indurre, conclude Baldwin, i governi, soprattutto quelli dei Paesi di più antico sviluppo, “a cambiare il modo di pensare le proprie politiche”. In particolare, dovrebbero ripensare le proprie politiche economiche, tenendo conto che la “denazionalizzazione del vantaggio competitivo” ha modificato le opzione a disposizione di tutti i Paesi; soprattutto i governi dei Paesi ricchi dovrebbero tener conto che questo cambiamento comporta che le attività produttive, per conservarsi competitive a livello globale, devono poter “mischiare e abbinare” i vantaggi competitivi garantiti dai loro Paesi con quelli dei Paesi di delocalizzazione, in modo da sceglier tra questi quelli che consentono le “maggiori efficienze di costo”.

Il mutamento della natura della globalizzazione ha determinato per tutti Paesi (sviluppati e in via di sviluppo) “la fine delle politiche di sviluppo di una volta, come pure delle ingenue politiche industriali nazionalistiche”. Esso, però, ha anche comportato la fine, o quanto meno l’inadeguatezza, della tradizionale politica sociale che i Paesi ricchi avevano adottato soprattutto a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale. La “nuova” globalizzazione ha, infatti, vanificato il patto sociale tra capitale e lavoro che sottendeva il sistema welfaristico e che rendeva compatibile la dinamica del mercato del lavoro con il progresso tecnologico.

Che cosa implica tutto ciò – si chiede Baldwin – sul piano della politica sociale, per i Paesi che non intendono bloccare il cambiamento intrinseco alla logica con la quale evolve la globalizzazione? La risposta di Baldwin non ammette dubbi: “Poiché il progresso [economico] viene dal cambiamento e il cambiamento causa dolori, i governi che vogliono sostenere il progresso devono […] escogitare il modo per far partecipare i cittadini a gioie e dolori del progresso”. Per i governi del “G7”, perciò, la “nuova” globalizzazione comporta che essi devono “proteggere i lavoratori, non i posti di lavoro. Inoltre, proprio perché l’odierna globalizzazione richiede più flessibilità dai lavoratori, è tanto più importante garantire che tale flessibilità non ne precarizzi la vita. I governi devono fornire sicurezza economica e aiutare i lavoratori ad adattarsi al mutamento delle circostanze”.

In futuro, se la globalizzazione dovesse continuare a rappresentare la principale forza trainante del cambiamento, questo sarà quasi certamente determinato dalla diminuzione dei “costi della telepresenza e della telerobotica innescate dalla rivoluzione della presenza virtuale”. I governi e il mondo produttivo (imprese e sindacati), se non saranno in grado di bloccare l’evoluzione della globalizzazione, dovranno necessariamente pensare a riformare i meccanismi distributivi attuali, che andranno riproposti in modo da garantire, a chi suo malgrado viene espulso irreversibilmente dal mercato del lavoro, l’accesso a un reddito, che consenta di soddisfare le sue ordinarie esigenze di consumo, salvaguardando la propria dignità di cittadino.

Gianfranco Sabattini

 

Il “Trimarium” e lo spirito dell’Unione Europea

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In seguito alla caduta di Napoleone, l‘ordine europeo deciso al Congresso di Vienna è entrato in crisi all’inizio del XX secolo, dopo il crollo degli imperi asburgico, tedesco e russo. Le guerre che hanno caratterizzato gran parte del secolo (la Grande guerra, la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda) non sono valse a prefigurare un nuovo ordine, in quanto, sebbene siano state tutte vissute dalle potenze che vi hanno partecipato per acquisire una posizione egemonica sul Vecchio Continente, si sono chiuse per armistizio, senza che venisse formalizzato un nuovo accordo tra vincitori e vinti.

Gli USA e l’Unione Sovietica dal 1945 al 1991 hanno gestito una pace armistiziale con la costruzione di due Europe, risultate – come afferma l’Editoriale di Limes (n. 12/2917) – “specularmene opposte, dunque strategicamente asimmetriche”; di esse, la Cortina di ferro, che correva da Stettino a Trieste, è stata la linea di divisione.

Il crollo dell’URSS ha messo in discussione la bipartizione europea seguita alla fine del secondo conflitto mondiale, facendo nascere, con l’inclusione dei Paesi dell’Europa orientale, una nuova Europa, con “una sempre più esigue zona grigia a separarla dai confini della Russia occidentale”. In tal modo, gli ex Stati comunitari dell’Est europeo, che si erano liberati dal giogo sovietico, sono venuti a trovarsi a vivere all’interno di una nuova comunità politica indeterminata, senza un centro di riferimento; ciò perché, delle due potenze che si erano spartite l’Europa del secondo dopoguerra, la Russia aveva “subito tali amputazioni da metterne in crisi lo stigma imperiale”, mentre gli Stati Uniti, “primattori mondiali, perciò anche europei”, vinte le guerra (due calde e una fredda), hanno considerato preminente il teatro indo-sino-pacifico. Nel contempo, l’altro potenziale protagonista, cui francesi, inglesi, italiani e altri popoli europei attribuivano l’intento di “farsi egemone continentale, la Germania riunita”, ha affermato di non disporre “delle risorse culturali e strategiche necessarie a tradurre la sua centralità geoeconomica in potenza a tutto tondo”.

La situazione di stallo che ha pesato sul futuro dell’Unione Europea ha suscitato in Polonia e nei Paesi baltici il timore (non senza fondamento) di una possibile alleanza, anche se solo sul piano economico, tra Germania e Russia; ciò ha indotto i Paesi dell’Europa orientale a prendere delle iniziative volte ad azzerare la possibilità che la possibile alleanza possa avere luogo, dando vita al “Trimarium”. E’ questo un patto che raggruppa dodici Paesi, che dal Mar Baltico arrivano fino al Mar Nero e, con Croazia e Slovenia, toccano l’Adriatico. Gli Stati coinvolti sono la Polonia, che è la capofila dell’accordo, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, i tre Stati baltici, la Bulgaria, la Slovenia, la Romania, poi la Croazia e l’Austria. Si tratta di un insieme di territori che divide di nuovo in due l’attuale Unione Europea, frapponendosi tra l’Europa occidentale e la Russia.

Il Trimarium non è tuttavia un’iniziativa nuova; nel 1920, il maresciallo polacco Pilsudsky, aveva lanciato l’idea che si dovesse costituire una “cintura” di Paesi strettamente alleati, allo scopo di separare fisicamente la Russia dalla Germania, entrambe percepite come Paesi aggressivi e invadenti. La linea di separazione era stata chiamata “Intermarium” e la si era pensata estendersi dal Mar Baltico al Mar Nero; l’Intermarium era stato quindi concepito come una difesa comune e, anche allora, lo scopo era di impedire ogni possibile avvicinamento tra la Russia e l’Europa occidentale.

Secondo i suoi promotori, invece, l’unico scopo del Trimarium sarebbe di natura economica e mirerebbe a costruire nuove infrastrutture logistiche tra gli Stati partecipanti, consolidando la loro reciproca cooperazione; il Trimarium perciò non avrebbe alcuna valenza geopolitica. Sebbene si parli anche di rafforzamento della “sicurezza”, non è specificato in quale modo questa finalità possa essere perseguita. Tuttavia, indipendentemente dalle affermazioni dei rappresentanti dei Paesi coinvolti, basta avere presente il senso dei tentativi trascorsi per cogliere anche i significati più reconditi dei promotori della nuova iniziativa.

Il progetto, secondo Przemysław Żurawski vel Grajewski, coordinatore della sezione difesa e politica del Consiglio nazionale di sviluppo della presidenza della Repubblica di Polonia e consulente del Ministero degli esteri polacco, in “La nuova Europa longitudinale: il Trimarium visto dalla Polonia” (Limes n. 12/2017), “si delinea su due dimensioni – le infrastrutture dei trasporti e quelle energetiche – e ha carattere puramente economico”. Il suo successo, secondo il consulente polacco, sarebbe legato al fatto che tutti i Paesi coinvolti fanno parte dell’Unione Europea, il cui obiettivo sul piano politico non può che essere perciò quello di “approfondire la cooperazione settoriale e rafforzare la coesione fra gli Stati del fianco orientale della UE”; ciò al fine di “sviluppare legami economici e personali fra i Paesi dell’Europa centro-orientale, per rendere questi ultimi creatori attivi del processo di integrazione europea, non meri consumatori di idee e progetti provenienti dal nucleo dell’Unione”.

Secondo Przemysław Żurawski vel Grajewski, il primo obiettivo del Trimarium consisterebbe nel potenziamento delle infrastrutture dei trasporti, in considerazione del fatto che, soprattutto nell’ultimo decennio, sarebbero state potenziate le vie di collegamento fra l’Est e l’Ovest dell’Europa e trascurate quelle Nord-Sud. Il secondo obiettivo sarebbe l’approfondimento della cooperazione nel settore energetico, al fine di realizzare una risposta efficace alla “sfida posta dalla Russia, evidente nelle cosiddette guerre del gas fra Mosca e Kiev […], accompagnate dall’aggressione militare russa a partire dal 2014”. Per sventare un simile pericolo, ai danni soprattutto dei Paesi baltici e della Polonia, la contromisura “dell’iniziativa dei Tre Mari è incarnata nel corridoio Nord-Sud che punta a collegare il già esistente terminal di gas naturale liquido di Świnoujście sulla costa baltica a quello pianificato sull’isola croata di Krk nel Mar Adriatico”.

Il Timarium sarebbe quindi la risposta concreta al “Nord Stream 2” (il nuovo impianto per il trasporto del gas, che dovrà collegare la Russia all’Europa attraverso il Mar baltico, in aggiunta al “Nord Stream 1”), che accomuna tutti i Paesi aderenti, in quanto ognuno di essi teme – secondo Przemysław Żurawski vel Grajewski – il dominio russo, percependo l’”esportazione del gas come strumento della politica estera del Cremino”; essi, perciò, sono contrari alla realizzazione del nuovo impianto, così come lo erano a quella del primo.

Nel complesso, stando alle parole del coordinatore della sezione difesa e politica del consiglio nazionale di sviluppo della presidenza della Repubblica di Polonia, l’iniziativa dei Tre Mari non punterebbe a sostituirsi alla UE, in quanto non sarebbe “stata creata contro qualcuno o qualcosa, ma per promuovere la cooperazione regionale”. Anche se focalizzata, per il momento, solo sulle infrastrutture di trasporto ed energetiche, il Trimarium potrebbe anche concorrere a “rafforzare le relazioni transatlantiche, attirando le forniture di gnl [gas naturale liquefatto] dagli Stati Uniti”.

Tuttavia, a parere di Alessandro Vitale (”It’s the economy, Putin. Il Trimarium visto dai baltici”, Limes n. 12/2017), pur rispondendo a esigenze reali di diversificazione delle politiche e di una più stretta cooperazione, finalizzata a una maggiore integrazione regionale, il Trimarium sarebbe però “dominato dalla politica estera polacca, in quanto percepito come “condizionato dalle strategie geopolitiche di Varsavia”. La strategia della Polonia, molto prudente all’indomani del crollo dell’ex URSS, secondo Vitale, verrebbe oggi riproposta con maggior vigore dall’insieme dei Paesi di Visegrad (il gruppo originario, costituito da Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia, allo scopo di stabilire e rafforzare la cooperazione per promuovere la loro integrazione unitaria nell’Unione europea), dai Paesi baltici e da quelli balcanici, tutti membri dell’Unione, preoccupati, oltre che dell’aggressività della Russia, anche del pericolo identificato “nello sforzo del Cremlino volto a minare la coesione euro-occidentale per ottenere concessioni e vantaggi strategici in Europa orientale”.

Per queste ragioni, sono in molti coloro che sottolineano come, in realtà, le iniziative dei Paesi della fascia orientale dell’Europa, sebbene i commentatori polacchi affermino che il Trimarium risponde a solo finalità economiche, corrispondano ad un disegno strategico avente finalità difensive; fatto, questo, che induce i critici a nutrire perplessità sulla plausibilità dell’attivismo dei Paesi coinvolti, in quanto, trattandosi di membri dell’Unione Europea, avrebbero dovuto fare ricorso alle previste procedure di “cooperazione rafforzata”, anziché procedere autonomamente al di fuori delle istituzioni comunitarie. Un altro aspetto anomalo del Trimarium è rinvenuto nel fatto che molti dei Paesi che vi aderiscono siano gli stessi che rifiutano di accettare le direttive UE sul governo dei flussi dei migranti; su questo specifico argomento, è proprio la Polonia ad essere la più intransigente, dimentica della solidarietà prestatale da molti Paesi dell’Europa occidentale (tra i quali l’Italia), della quale essa ha potuto disporre nella sua lotta contro il domino sovietico. Viene da pensare che persino le ossa di Papa Wojtyla starebbero ribellandosi al comportamento attuale, riguardo all’argomento dei migranti, da parte del Paese sacro al suo cuore.

L’accordo del Trimarium, non essendo stato concordato con l’UE, è percepito dai critici, se non proprio come un atto ostile all’Europa, come un accordo politico estraneo alla strategia dell’Unione e sicuramente dannoso per alcuni Paesi fedeli al progetto dell’unificazione politica del Vecchio Continente (fra essi vi è a anche l‘Italia).

A parere di Germano Dottori (“Il Trimarium danneggia l’Italia”, in Limes n. 12/2017), il Trimarium rappresenta, per il nostro Paese, “una sfida di tipo nuovo. Per quanto i sui principali promotori si affannino a ripetere che il nuovo format non è una riformulazione del progetto dell’Intermarium e non veicola alcuna particolare velleità geopolitica, concentrandosi prevalentemente sulle infrastrutture dei Paesi partecipanti, in realtà le implicazioni rilevanti dal punto di vista strategico e della sicurezza non mancano. Facendo della Polonia sul Baltico, della Romania sul Mar Nero e della Croazia sull’Adriatico i suoi perni, l’iniziativa dei Tre Mari pare in effetti puntare alla riconfigurazione dell’intera architettura interna dei flussi commerciali europei. Tagliandone fuori la Germania, ma non l’Austria, quanto l’Italia, che in questa fase ha scelto di essere tra gli alleati più fedeli di Berlino”.

Poiché la mancanza dell’unità politica dell’Europa è la grande debolezza che il Vecchio Continente si trova attualmente a dover gestire, è comprensibile che ognuno dei Paesi membri prenda iniziative per sollecitare l’accelerazione del processo di unificazione politica dell’Europa. Non è però accettabile che un gruppo di Paesi membri conduca una politica internazionale indipendentemente dagli altri, guardandosi bene dal rinunciare alle risorse che gli vengono trasferite per tutt’altro scopo. I Paesi dell’Europa Centro-Orientale si stanno rivelando degli incalliti sovranisti che – afferma Dottori – “guardano in effetti all’Europa solo come a una cornice entro cui perfezionare la costruzione della loro indipendenza nazionale”, per cui è inevitabile che la scelta di promuovere l’iniziativa dei Tre Mari sia percepita come l’indizio della “volontà dei suoi promotori di costruire un controaltare”, destinato, se non contrastato, a riservare ai restanti membri dell’UE possibili amare sorprese, come quella, ad esempio, di favorire la politica dell’America di Trump contro la Germania, nel momento stesso in cui si invoca un maggiore impegno di Berlino per il rilancio del processo di unificazione politica dell’Europa.

Bene quindi ha fatto l’Italia se, come rivelano recenti fonti diplomatiche, ha chiesto la riunione del gruppo “Med 7” (comprendente Francia, Italia, Spagna, Grecia, Malta, Cipro e anche Portogallo) per concordare le decisioni di riforma che nei prossimi mesi dovranno essere assunte per il completamento dell’Unione monetaria, essenziale per rilanciare l’economia del Vecchio Continente e con essa del processo di unificazione politica dell’Europa. Decisione saggia quella assunta dalla diplomazia italiana, soprattutto se si pensa che in questo momento è d’uopo supplire all’assenza di attenzione per i fatti europei da parte di una classe politica impegnata in tutt’altre faccende, al punto di trascurare gli atti ostili portati contro la realizzazione dell’”edificio politico comune”, il solo che, in prospettiva, potrà costituire una valida garanzia per il nostro futuro.

Gianfranco Sabattini

 

“Il Museo Universale”. Grandi capolavori
alle Scuderie del Quirinale

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Tornano prepotentemente sulla scena culturale italiana le Scuderie del Quirinale di Roma con la mostra “Il Museo Universale. Dal sogno di Napoleone a Canova”, con cui viene raccontato, duecento anni dopo, l’avventuroso recupero dei capolavori italiani dalla Francia dopo Napoleone.

L’esposizione ci riporta tra il 1796 e il 1814 quando, durante le campagne militari francesi, molte delle più importanti opere delle collezioni italiane furono portate da Napoleone Bonaparte verso il nascente Museo parigino del Louvre. Con il Congresso di Vienna lo Stato Pontificio e le molte amministrazioni locali della Penisola, ottennero la restituzione dell’80 per cento delle opere, che rientrarono finalmente a Roma nella primavera del 1816.

Duecento anni dopo quella data, la mostra curata da Valter Curzi, Carolina Brook e Claudio Parisi Presicce, ci offre la possibilità di interrogarci sul destino di migliaia di capolavori che avevano abbandonato chiese e conventi dopo la soppressione degli ordini religiosi, alcuni dei quali di importanza simbolica per la cultura italiana e non più rientrati. In quegli anni, inoltre, un numero consistente di opere veniva conservato in depositi improvvisati, fatto che ha successivamente alimentato un dibattito critico vivace sul valore pubblico del patrimonio artistico, favorendo l’apertura di musei che ancora oggi sono tra le realtà più significative del Paese: è il caso della Pinacoteca di Brera, delle Gallerie dell’Accademia di Venezia o della Pinacoteca di Bologna e di quella che oggi è la Galleria Nazionale dell’Umbria.

4-raffaello-sanzio-ritratto-di-papa-leone-x-minMolte di queste opere, prima trafugate da Napoleone e poi restituite all’Italia, sono state raccolte e saranno concentrate per qualche mese alle Scuderie del Quirinale. Troviamo dunque esposti capolavori celeberrimi come il Ritratto di Papa Leone X con i cardinali Giulio de Medici e Luigi de Rossi di Raffaello, proveniente dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze, la Strage degli innocenti di Guido Reni dalla Pinacoteca di Bologna, la monumentale Assunzione della Vergine di Tiziano dal Duomo di Verona, il Compianto su Cristo morto di Correggio e la Deposizione di Annibale Carracci dalla Galleria Nazionale di Parma; la Cattedra di San Pietro di Guercino dalla Pinacoteca di Cento, il Battista tra quattro Santi di Perugino dalla Galleria Nazionale dell’Umbria.

Si possono altresì ammirare modelli assoluti della statuaria classica come la Venere capitolina, proveniente dai Musei Capitolini, o il Giove di Otricoli dai Musei Vaticani. Inoltre, sarà eccezionalmente esposto il Monumento funebre a Guidarello Guidarelli di Tullio Lombardo, leggendario capolavoro della scultura rinascimentale concesso per la prima volta in prestito dal Museo d’Arte di Ravenna.

La mostra però non solo ripercorre le tappe salienti della vicenda storica ottocentesca, ma soprattutto comunica al pubblico di oggi il ruolo che ha avuto, proprio a partire da quella occasione, il patrimonio culturale nazionale visto per la prima volta come strumento imprescindibile per l’educazione del cittadino e, allo stesso tempo, perno di una comune identità europea.

Una lettura ancora oggi quanto mai attuale, considerati i venti di crisi che spirano sulla costruzione europea. Da non perdere. Alle Scuderie del Quirinale di Roma fino al 12 marzo 2017.

Al. Sia.