Stupro di Pamplona. Sanchez vuole cambiare la legge

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Dopo l’aberrante episodio dello stupro di Pamplona, in Spagna sta per essere introdotta una nuova legge. La decisione presa dal governo socialista di Sanchez arriva in risposta a un caso di stupro di gruppo che ha fatto molto scalpore, determinando un’ondata di proteste molto forte. La nuova norma prevede il consenso esplicito: se una donna non dice espressamente sì al rapporto sessuale si tratta di violenza.

L’episodio risale al 2016 e ha sollevato proteste in tutta la Spagna per la decisione del tribunale di Navarra di concedere la libertà provvisoria su cauzione di seimila euro ciascuno ai cinque giovani andalusi condannati in primo grado a 9 anni di carcere per lo stupro di gruppo di una ragazza di 18 anni. Il fatto, nel 2016 appunto, è accaduto durante le feste di San Fermino a Pamplona. La sentenza, trasmessa lo scorso aprile anche in diretta tv, ha condannato i giovani anche a cinque anni di libertà vigilata e a 10 mila euro di danni ciascuno da risarcire alla vittima.

Nella giurisprudenza spagnola al momento vi è differenza tra l’abuso sessuale e lo stupro. Si parla di stupro solo nel caso in cui vi sia violenza o intimidazione. Il governo Sanchez vuole invece ribaltare questa concezione, introducendo il principio secondo il quale “sì” significa “sì” e che tutto il resto, incluso il silenzio, significa “no”. In altre parole, il consenso deve essere espresso in modo chiaro. Un rapporto sessuale senza un consenso esplicito sarà quindi considerato stupro.

“Se una donna non dice espressamente sì, tutto il resto è no”, ha spiegato la vice premier spagnola, Carmen Calvo. “È così che la sua autonomia viene preservata, insieme alla sua libertà e al rispetto per la sua persona e la sua sessualità”. La proposta segue il modello tedesco e svedese, recentemente adottato, secondo cui il rapporto sessuale, se il consenso non è chiaramente espresso, viene considerato violenza.

La professoressa di diritto dell’università di A Coruña, Patricia Faraldo Cabana, che ha collaborato alla redazione della legge, ha affermato che la proposta comprende il consenso non solo come qualcosa di verbale ma anche tacito, espresso con il linguaggio del corpo. “Può ancora essere stupro anche se la vittima non resiste”, ha detto. “Se è nuda, partecipa attivamente e si diverte, c’è ovviamente il consenso. Se piange, è inerte come una bambola gonfiabile e chiaramente non si sta divertendo, allora non c’è”.

In Spagna l’età del consenso è fissato a 16 anni. L’età del consenso è l’età minima in cui un individuo è considerato “abbastanza adulto” da consentire la partecipazione all’attività sessuale. I minori di 16 anni non sono considerati legalmente in grado di acconsentire all’attività sessuale, e tale attività può comportare un’azione legale per stupro.

Secondo la nuova legge, i pubblici ministeri non devono più avere prove di violenza, minacce o sfruttamento della vulnerabilità di una vittima per ottenere una condanna per stupro.

Se la Spagna approverà la legislazione proposta, entrerà a far parte della minoranza di paesi europei che riconoscono il sesso senza consenso come stupro, seguendo le orme di della Svezia, del Regno Unito, dell’Irlanda, della Germania, dell’Islanda, del Belgio, di Cipro e del Lussemburgo.

La Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa del 2014 definisce lo stupro come assenza di consenso, affermando che “il consenso deve essere dato volontariamente” e richiede che tutti i firmatari includano leggi che definiscono lo stupro in quanto tale. Mentre 32 paesi hanno ratificato la Convenzione di Istanbul, solo poche nazioni europee hanno cambiato le loro definizioni legali di stupro.

Iran. Locatelli: “Serve più rispetto dei diritti umani”

Ahmadreza-DjalaliTenere alta l’attenzione sul caso del ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali, la cui condanna a morte per spionaggio è stata sospesa ed è ora al riesame della sezione 33 della Corte suprema. Ma anche sul tema del rispetto dei diritti umani nella Repubblica islamica, a partire da quello di un giusto processo anche per le migliaia di giovani manifestanti arrestati durante le ultime proteste di piazza. E’ l’invito rivolto alle istituzioni italiane ed europee in una conferenza stampa oggi a Roma, su iniziativa della sen. Elena Cattaneo e con la collaborazione della Fidu Federazione italiana diritti umani. Alla storia di Djalali, che si teme abbia un tumore, “si sovrappone la storia collettiva – ha detto la sen. Cattaneo – di tanti giovani rinchiusi in carcere” e minacciati in alcuni casi anche di condanna a morte. E fra i quali – circa 7.000 gli arrestati secondo le fonti di Antonio Stango, presidente Fidu – almeno tre sono morti in prigione in circostanze non chiare, anche se le autorità iraniane hanno parlato di suicidio. “Siamo di fronte ad una violazione costante del diritto ad un equo processo ed al disprezzo di quello alla vita”, ha detto sul caso Djalali, in collegamento telefonico, Luca Ragazzoni, suo collega negli anni in cui il ricercatore – prima di trasferirsi in Svezia e poi andare nel 2016 in Iran per un viaggio di lavoro, durante il quale è stato arrestato – collaborava in Italia con l’Università del Piemonte Orientale. Nell’incontro – svoltosi in Senato e in cui è stato ricordato il caso del ricercatore Giulio Regeni, torturato e ucciso in Egitto – è stato rilanciato l’appello al ministro degli Esteri Angelino Alfano ed all’Alto Rappresentante Ue Federica Mogherini a continuare a spendersi per il caso di Djalali, ma anche per proteggere i detenuti dal rischio di torture e le liberta’ fondamentali di studenti e accademici che si rechino in Iran.

Paese con cui “l’Italia ha una lunga tradizione di rapporti – ha ricordato Pia Locatelli, presidente del Comitato per i diritti umani della Camera e presidente del gruppo del Psi alla Camera – ma dobbiamo lavorare anche perché si arrivi a ridurre e infine abolire la pena di morte”. “Nel 2016 in Iran ci sono state 530 esecuzioni, il numero più basso degli ultimi 10 anni; la sospensione dell’esecuzione del professor Ahmadreza Djalali può essere considerata un indice di prudenza delle autorità iraniane in questa direzione”. “L’Italia – continua Locatelli – ha una lunga tradizione di rapporti economici, ma anche di ricerca con l’Iran: essi sono importanti di per sé, ma anche come ‘fili da tirare’ per sollecitare un maggior rispetto dei diritti umani. Dobbiamo evitare di scambiare i nostri rapporti economici con una maggior ‘timidezza’ nella denuncia della violazione dei diritti”. “Lancio un appello – ha concluso Pia Locatelli – per una regione vicina all’Iran: 91 persone sono state arrestate in Turchia per essersi opposte a quanto è avvenuto con i curdi nel Nord della Siria, non lasciamo passare sotto silenzio quanto avviene, perché la repressione della libertà di manifestare la propria opinione è una violazione dei diritti”.

Elisabetta Zamparutti, del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa e di Nessuno Tocchi Caio ha concluso di lavori affermando che “con Teheran si sono siglati negli ultimi tempi tanti accordi, ma la questione dei diritti umani viene sempre lasciata in fondo alla lista” dei punti in agenda.

Strasburgo bacchetta l’Italia sulle carceri

carceriIl problema “del sovraffollamento delle carceri italiane non è stato risolto perché molti istituti di pena operano ancora al di sopra della loro capacita’”. Lo dichiara il Cpt, comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa che, in un rapporto sull’Italia redatto in base alla missione condotta nell’aprile del 2016, denuncia anche numerosi casi di maltrattamenti. Nel documento il Cpt ribadisce anche che l’Italia deve rispettare gli standard che il comitato ha fissato per lo spazio che ogni detenuto deve avere a sua disposizione in cella: 6m 2 di spazio vitale, esclusi i sanitari, in cella singola, e 4m 2 in una cella che occupa con altri.

Il Cpt, che prende nota degli sforzi fatti dall’Italia per risolvere la questione del sovraffollamento dopo la condanna della Corte di Strasburgo (Torreggiani), osserva tuttavia che nel primi 6 mesi del 2016 la popolazione carceraria è aumentata da 52.164 a 54.072 detenuti, e che questo aumento non si è arrestato. Le preoccupazioni del Cpt sembrano essere confermate dallo stesso governo italiano, che nella sua risposta al rapporto del comitato, afferma che il 26 marzo 2017 erano detenute 56.181 persone. Le autorità italiane tuttavia sottolineano che stanno prendendo misure al riguardo. Una è quella di permettere ai detenuti stranieri di scontare la pena nei loro paesi, l’altra è di ricorrere con maggiore frequenza alle misure alternative alla detenzione.

Diversi anche i casi di maltrattamenti riportati dal comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa e inserisce nel rapporto sull’Italia. Il Cpt, che denuncia anche il mancato rispetto della legge italiana per quanto riguarda l’immediato accesso di arrestati e fermati ad un avvocato, chiede alle autorità italiane, al più alto livello politico, di fare una dichiarazione ufficiale a tutte le forze dell’ordine per ricordargli che devono rispettare tutti i diritti delle persone in loro custodia e che ogni maltrattamento sarà giudicato e punito adeguatamente.

“Oltre al sovraffollamento – dichiara Patrizio Gonnella presidente dell’associazione Antigone – che dopo una stagione di riforme e diminuzione dei detenuti, tornato a crescere il Cpt segnala l’assenza di attività (meno del 20% dei detenuti sono impegnati in attivita’ lavorative) e l’utilizzo eccessivo del regime dell’isolamento, soprattutto per persone con tendenze suicide e autolesionistiche, dove capita si sia tenuti anche in condizioni materiali deplorevoli e dove non venga garantito un sufficiente e adeguato monitoraggio dei detenuti. Inoltre l’isolamento diurno oltre i tre anni viene indicato come trattamento disumano”. “La diminuzione delle presenze in carcere – sottolinea Gonnella – si è interrotta nel 2016 con i numeri che hanno ricominciato a salire. Attualmente il 16% della popolazione vive in meno di 4 mq, non lontano dal parametro minimo che è fissato a 3 mq. Proprio su questo parametro il CPT critica l’Italia, rea di utilizzare i 3 mq come elemento centrale delle proprie politiche, quando è nettamente al di sotto degli standard che lo stesso Comitato indica”. “Tuttavia – aggiunge – nel rapporto vengono indicati anche alcuni elementi positivi, tra questi il regime della sorveglianza dinamica che si applica ormai in molte carceri nei reparti di media sicurezza e la nomina del Garante Nazionale delle persone private della Liberta’ personale. Anche la riforma della sanità con il passaggio alle Asl è vista con favore dagli esperti del Comitato, pur permanendo alcune situazioni critiche”.

“Il CPT – dice ancora Gonnella – ha verificato anche il miglioramento della condizione degli internati dopo il passaggio dagli OPG alle REMS, pur rimanendo alcune situazioni critiche come l’utilizzo della contenzione meccanica e di trattamenti medici per prevenire disordini, e altre da migliorare, come quella relativa alla libera circolazione interna delle persone che lì vengono trattenute, cosa che non sempre avviene”.

“Su alcuni dei punti di criticità evidenziati dal Comitato per la Prevenzione della tortura, come il sovraffollamento – conclude – si deve intervenire attraverso la ripresa delle riforme, partendo da quella dell’ordinamento penitenziario il cui lavoro è ora in mano ad alcune commissioni di esperti, nominate dal ministro della Giustizia, con le quali abbiamo voluto dialogare attraverso venti nostre proposte nelle quali abbiamo indicato, come punti prioritari da affrontare, alcune delle situazioni su cui il Comitato ha voluto soffermarsi: tra queste quelli relativi all’isolamento, alla formazione dello staff penitenziario, al lavoro, alla salute e più in generale ad un miglioramento della dignità e dei diritti delle persone detenute”.

Nessuno Tocchi Caino ed il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale si riconoscono nella situazione descritta dal Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura e nelle raccomandazioni che rivolge al Governo italiano. “Quello che in Italia molti non vogliono vedere o riconoscere come trattamento inumano o degradante viene visto e riconosciuto come tale dagli organismi sovranazionali, come il Cpt. Il Governo ascolti e metta in pratica le sue raccomandazioni per una affermazione dello Stato di Diritto”,e chiedono gli esponenti radicali di Nessuno tocchi Caino e del Partito Radicale, Rita Bernardini, Antonella Casu, Sergio d’Elia e Maurizio Turco, per i quali “le raccomandazioni contenute nel Rapporto pubblicato oggi saranno il punto di riferimento delle nostre attività rivolte ai luoghi di privazione della libertà personale”.

“L’attuazione delle raccomandazioni del Cpt aiuta ad uscire da una condizione di illegalità in cui permangono i luoghi di privazione della libertà personale nel nostro Paese, dove ancora non esiste un reato di tortura conforme alla definizione internazionalmente riconosciuta, si verificano maltrattamenti mentre mancano chiare prese di posizione istituzionali contro l’impunità, il sovraffollamento è in aumento e persistono regimi detentivi (41 bis ed isolamento diurno) che configurano trattamenti inumani e degradanti”, spiegano Bernardini, Casu, D’Elia e Turco che concludono: “Quanto al personale penitenziario che sappiamo comportarsi in gran parte correttamente, condividiamo l’importanza di una formazione continua, come raccomanda il CPT, che aiuterebbe a gestire meglio quelle situazioni di criticità che possono portare anche al suicidio e all’autolesionismo dei detenuti o dei pazienti psichiatrici. Oggi ci sentiamo meno soli!”

10 ottobre, Giornata Mondiale contro la pena di morte

Pena di morte-GeorgiaAppena un mese fa, il Ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha ribadito davanti al Consiglio d’Europa che la reintroduzione della pena di morte, dopo il fallito colpo di Stato, non è affatto un affare chiuso. “A domandarlo sono i cittadini e ignorare quello che chiedono è contrario alla democrazia” ha sottolineato “ma questo non significa che tutto verrà preso in considerazione o accettato o adottato”.

Il caso Turchia è l’evidenza più chiara agli occhi dell’Europa, ma la risposta dei Paesi al terrorismo o, più in generale, agli attacchi dei gruppi armati ha spesso un filo comune, indipendentemente dalle latitudini: la pena di morte. “I governi compiono un errore fondamentale”, spiega James Lynch di  Amnesty International. Le ragioni di questo errore è uno dei messaggi chiave della Giornata mondiale contro la pena di morte promossa ogni
anno il 10 ottobre da Amnesty e altre 150 organizzazioni riunite nella Coalizione mondiale contro la pena di morte.

Le esecuzioni sono l’arma dei terroristi, recita il poster che accompagna la Giornata. La pena di morte – è la tesi ordinaria degli abolizionisti – non ha un effetto deterrente più efficace rispetto ad altre pene, ma nel caso dei reati di terrorismo rischia paradossalmente di alimentare il ciclo della violenza.

Da un rapporto delle Nazioni Unite sulla pena di morte in Iraq emerge come molti tra coloro che vengono ingaggiati per atti di terrorismo nel paese sono motivati da una ideologia così radicale da esser pronti a morire, tanto che la pena capitale – concludono gli esperti – non rappresenta certo un freno alle loro azioni. Il tema riguarda principalmente i gruppi armati che si definiscono ‘Stato islamico’. Racconta un ricercatore di Amnesty International che quando in Pakistan un militante del gruppo Lashkar-e-Jhangvi venne messo a morte, gli altri membri dell’organizzazione distribuivano in strada mithai, dei dolci, per celebrare il suo martirio. La pena di morte come strumento di reclutamento.

“Questo aumentato uso della pena di morte è una risposta viziata ai reati di terrorismo”, commenta Lynch. Eppure è una risposta praticata da tanti paesi ‘mantenitori’, pronti a introdurre nuove legge antiterrorismo. Oppure, come nel caso di Ciad e Pakistan, a riprendere le esecuzioni sospese da alcuni anni.

Al Qaeda, Boko Haram, il cosiddetto Stato Islamico: l’internazionalizzazione del terrorismo attraverso le diverse articolazioni dei gruppi armati costituisce una minaccia concreta alla stabilità dei paesi in ogni parte del mondo. E il dibattito sulla sicurezza spesso divide governi e società. Ma ogni misura che sacrifica il rispetto dei diritti umani fino alla decisione di reintrodurre la pena di morte, estendere il numero dei reati capitali, aumentare le esecuzioni rappresenta una sconfitta per l’umanità e un vano abbrivio per affrontare le cause alla base della violenza.

Per ogni informazione sulla Giornata mondiale contro la pena di morte

Massimo Persotti

Carceri Ue. Sovraffollato
un istituto su quattro

carcere

Il sovraffollamento carcerario è ancora un problema per un istituto su quattro in Europa. Lo conferma il Consiglio d’Europa che ha pubblicato oggi un rapporto sullo stato delle carceri dell’unione europea. Nel rapporto (Annual Penal Statistics – SPACE) si legge che nel 2014 in Europa si contano 1,6 milioni di detenuti, il 5% sono donne. Dal 2011 la densità della popolazione carceraria è andata leggermente riducendosi: da 99 detenuti per 100 posti disponibili, a 96 nel 2013 e 94 nel 2014.

Passi avanti si registrano anche per il sovraffollamento delle carceri in Italia che si colloca in undicesima posizione, è passata da 148 persone detenute per 100 posti disponibili nel 2013 a 110 nel 2014. L’Italia conta una popolazione carceraria di oltre 54mila persone, a fronte di una capacità totale effettiva di 45mila posti (il sovraffollamento si è quindi ridotto a circa 9mila posti), ed è tra i paesi con il maggior numero di detenuti stranieri con una percentuale del 32%, la media Ue è del 21,7% e il 34% dei detenuti è di altri paesi europei. Nella maggior parte degli stati dell’Europa Centrale e dell’Est i reclusi stranieri non superano il 10 per cento. Dato che sale invece nell’Europa del Sud e Occidentale: a Monaco spetta il primato della popolazione carceraria straniera (96%), seguono Andorra (77%), la Svizzera e il Lussemburgo (73%), poi la Grecia (59%) e l’Austria (50%).

I crimini connessi alla droga sono la principale causa di detenzione in tutta Europa (16,5%), poi i furti (14%) le rapine (13.1%) e infine gli omicidi (12,3%) . È un dato particolarmente significativo in Italia che, nel 2014, è stata il quarto paese con il maggior numero di detenuti con condanne per reati legati alla droga (34,7%) , mentre per omicidio il 18 per cento.

L’Italia registra anche una delle percentuali più alte di persone trattenute in carcere senza una condanna definitiva, 31,7% a fronte di una media Ue del 24, 2 per cento. Prima di noi: L’Andorra (79.2%), San Marino (75%) , Monaco (67.9%) , l’Albania (51.9%), l’Olanda (42.8%), la Svizzera (39.4%), la Danimarca (38.8%), il Liechtenstein (37.5%), il Lussemburgo (37%).

In generale l’età media delle persone arrestate che si trovano in prigione in Europa è di 34 anni, mentre in Italia sale a 39 anni. In Europa si calcola un numero di 124 detenuti ogni 100mila abitanti, in Italia 89,3 e il 4,3% sono donne, la detenzione dura in media 13,1 mesi nel nostro paese.

Nel 2014 in Europa i detenuti condannati alla custodia cautelare tra uno e tre anni erano il 24%, quelli con condanne inferiori a un anno il 16%, da cinque a dieci anni erano invece il 22% per cento. La media però delle persone con condanne più gravi , oltre dieci anni, è cresciuta dall’11,2% al 14,3 per cento. Le persone sotto sorveglianza o libertà condizionata, negli anni presi in esame, erano 1,212 milioni, solo il 6,7 % di esse stava aspettando il processo e ciò dimostra che le misure non detentive sono ancora raramente utilizzate prima del processo.

Per quanto riguarda i suicidi, nel 2013 rappresentavano il 21% delle cause di morte negli istituti penitenziari di tutta Europa: il 92% in Norvegia, il 63% in Francia, il 46% in Svezia, il 41% in Germania, il 35% in Inghilterra/Galles. Suicidi che spesso sono avvenuti prima dell’inizio del processo (34%). In Italia un tasso di 23 morti ogni 10mila detenuti, di cui sei per suicidio. Il costo per ogni persona che si trovi in carcere è di 129.86 euro al giorno nel nostro paese, la media in Ue è di 99 euro. Alcuni paesi spendono addirittura meno di 20 euro al giorno per persona (il 31% dei rispondenti), i più generosi con una spesa quotidiana di oltre 200 euro al giorno sono la Norvegia, la Svezia, San Marino, Andorra e l’Olanda. Si devono tener presente però i diversi costi della vita all’interno dei paesi analizzati.

Redazione Avanti!

ULTIMI IN EUROPA

unioni-civiliduePresto e bene. Suona più o meno così il sollecito arrivato dal Consiglio d’Europa all’Italia sulle unioni civili. Alla vigilia del dibattito parlamentare al Senato infatti l’Unione europea ha infatti invitato il nostro Paese a riconoscere le coppie dello stesso sesso. “Incoraggio l’Italia – scrive il segretario generale del Consiglio Thorbjorn Jagland – a garantire il riconoscimento legale alle coppie dello stesso sesso cosi come stabilito dalla sentenza della Corte europea dei diritti umani (21 luglio 2015) e come accade nella maggior parte degli Stati membri del Consiglio d’Europa”.
Intanto il gruppo Pd a Palazzo Madama questa mattina ha approvato senza  nessun voto contrario e senza nessun astenuto l’impianto del ddl unioni civili. Una unanimità, ha poi precisato il senatore dem Pietro Ichino a prescindere da quale che sia “la soluzione su articolo 5″, ovvero sulla stepchild adoption. Al termine della riunione i senatori del Pd hanno infatti votato sì all’impianto del ddl, indipendentemente dalla soluzione che verrà trovata in aula sul tema dell’adozione del figlio del partner.

Una posizione accolta subito positivamente dal segretario del Psi Riccardo Nencini: “Finalmente una schiarita. Vigileremo – ha detto – perché il testo sulle unioni civili e le adozioni non venga azzoppato e saremo in buona compagnia. È il minimo sindacale. Quanto richiesto dall’unione europea”.

“Il gruppo Pd al Senato – ha detto il capogruppo Luigi Zanda aprendo la riunione – ha l’unanime volontà di fare la legge. La volontà politica finale è unanime anche se ci sono nodi da sciogliere. Zanda ha poi fatto un richiamo a tutti “al rispetto delle posizioni di ciascuno. A volte in passato non c’è stato e può essere comprensibile perché il tema è di enorme portata ma ora siamo a un passo dall’approvazione e dobbiamo stare attenti alle parole. Nulla giustifica la mancanza di rispetto”. “Ognuno ha le proprie posizioni personali, ma non facciamo correnti”. Zanda ha poi fatto un richiamo alla responsabilità di ognuno: “Senza relatore, senza pareri del governo, con il voto segreto e la libertà di coscienza, la gestione dell’Aula sarà complicata. Dobbiamo evitare pericoli e anche per questo sarà importante contenere il numero degli emendamenti”. Zanda ha ricordato di aver preso ieri contatto con il M5S, che ha presentato “zero emendamenti e anche questo è un segnale politico molto importante”. Martedì prossimo si svolgerà la riunione del Pd durante la quale si esamineranno tutte le proposte di modifica, anche quelle degli altri gruppi, e si deciderà su quali lasciare libertà di coscienza.

Secondo alcune fonti parlamentari Zanda ha precisato che nessuna libertà di coscienza è concessa sul voto sulle pregiudiziali e sull’ordine dei lavori. “Il 2 febbraio – ha detto – diremo quali saranno gli emendamenti dove ci sarà libertà voto”. Zanda si augura che ci sia una drastica riduzione degli emendamenti “così da poter discutere sul merito, dedicando la dovuta attenzione e il tempo che l’argomento merita”.

Positivo il commento della prima firmataria del disegno di legge Monica Cirinnà: “Dopo il voto l’accordo nel Pd è più vicino. I senatori hanno detto unanimemente che voteranno sì nel voto finale alla legge. Restano delle opinioni diverse sulle adozioni ma abbiamo una settimana di tempo per trovare un’intesa”. “Il gruppo – ha detto ancora Cirinnà – all’unanimità ha deciso che, indipendentemente dall’unico punto divisivo che ancora resta, quello sulla genitorialità, il voto finale sarà favorevole. Quindi 120 senatori del Pd voteranno sì al ddl 2081”.

E mentre Gaetano Quagliariello, leader di  Idea, si dice pronto, insieme a Gal a “a chiedere i voti segreti, il ministro degli interni gioca d’anticipo. A chi gli chiese se esiste la possibilità di un referendum abrogativo nel caso passasse la legge Cirinnà risponde di aver già messo l’ipotesi “in conto”. “Penso che a fronte di una così difficile decisione parlamentare, se davvero la legge fosse percepita come un punto di eccesso, in una direzione o nell’altra, potrebbe essere una scelta razionale affidarsi al popolo”.

Ginevra Matiz

Carceri: Unione Europea promuove l’Italia

Carceri-italianeDopo gli avvertimenti e le minacce di sanzioni sul sovraffollamento nelle carceri italiane, ecco delle buone notizie. Il nostro Paese passa a pieni voti il primo esame del comitato dei ministri del Consiglio d’Europa. L’UE approva così i risultati ottenuti negli ultimi quattro mesi. Continua a leggere