Biotestamento. Via libera del Consiglio di Stato

cappato gallo

Via libera dal Consiglio di Stato all’attuazione del biotestamento, con il deposito oggi delle risposte ai quesiti del Ministro della Salute Giulia Grillo sulle Disposizioni anticipate di trattamento, con particolare riferimento alla Banca dati nazionale, contribuendo all’effettiva attuazione del testamento biologico. Il Consiglio di Stato dà così il via libera all’attuazione del biotestamento. “Con il parere reso oggi il Consiglio di Stato – sottolinea un comunicato – contribuisce all’effettiva attuazione del testamento biologico”. Con le Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) – ricorda la nota di Palazzo Spada -ciascun individuo, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, può decidere “ora per allora” su eventuali trattamenti sanitari che potrebbero riguardarlo e sui quali in futuro non sarà in condizione di prestare il consenso; ciò avviene manifestando la propria volontà mediante la redazione di un atto specificamente previsto.

In particolare con il parere reso oggi il Consiglio di Stato ha ritenuto che “la banca dati nazionale – proprio perché le relative informazioni possono essere conosciute sull’intero territorio del Paese – su richiesta dell’interessato deve contenere copia delle Dat, compresa l’indicazione del fiduciario, salvo che il dichiarante non intenda indicare soltanto dove esse sono reperibili». Inoltre ha stabilito che il registro nazionale «è aperto anche a tutti coloro che non sono iscritti al Servizio sanitario nazionale”. E ancora: “Le Dat non hanno alcun vincolo di contenuto: l’interessato deve poter scegliere di limitarle solo ad una particolare malattia, di estenderle a tutte le future malattie, di nominare il fiduciario o di non nominarlo, ecc. Spetterà al Ministero della Salute mettere a disposizione un modulo-tipo per facilitare il cittadino a rendere le Dat”.

Soddisfazione esprimono Filomena Gallo e Marco Cappato, segretario e tesoriere dell’associazione Luca Coscioni: “Bene il parere del Consiglio di Stato, e bene anche la volontà della Ministra Giulia Grillo di non lasciar passare ulteriore tempi rispetto a termini di legge già scaduti per l’istituzione della Banca dati” “La Banca dati Nazionale sulle Disposizioni anticipate di Trattamento – continuano – consentirà che le stesse Dat siano rese note su tutto il territorio ai sanitari che dovranno attenersi a quanto previsto per legge ( 219/17). Chiediamo al Ministro al fine di rafforzare l’operatività della legge attraverso la Banca dati delle disposizioni anticipate di trattamento con un Decreto che preveda l’inserimento delle Dat nella tessera sanitaria regionale”.

Scandalo bollette, onesti che pagano per i furbi

bolletteIl giorno di san Valentino non si può dire che dal Sole24Ore sia arrivato un messaggio d’amore. La notizia diffusa riguarda tutti i consumatori di energia elettrica. Infatti, con la delibera numero 50 dello scorso 1° febbraio di Arera, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas, ha stabilito che il buco creato dagli evasori dovrà essere ripianato dai contribuenti.
Si premiano i furbi che se la svignano, mentre gli onesti dovrebbero pagare pure per i furbi.
Incredibile ma è così: chi è in regola con i pagamenti dovrà pagare di più perchè gli evasori non si riescono a prendere e a fargliela pagare.
La decisione è stata presa dopo una serie di sentenze che non avrebbero lasciato scampo all’Arera che si è dunque dovuta muovere scontentando gli ‘onesti’.
La novità principale ruota intorno a quelli che si chiamano ‘oneri generali di sistema’ delle bollette inevase, e dunque non i consumi effettivi, che fino ad oggi venivano coperti dalle imprese di vendita.
Adesso la musica cambia e quella fetta di evasione dovrà essere coperta dai clienti finali, ovvero i consumatori.
La sentenza spiega però che gli oneri sono a carico degli utenti e non della ditta ma non dice che quegli stessi utenti debbano suddividersi anche gli oneri dei morosi.

Una differenza non da poco che potrebbe persino portare qualcuno ad estendere la portata di questo principio per nulla equo a dire: “allora perché non facciamo pagare le tasse evase a chi le tasse le paga?”.

È caos per la questione delle morosità sulle bollette elettriche che si vorrebbero spalmare sugli utenti in regola, quelli che pagano sempre in tempo senza lasciare in giro ‘pendenze’.
Una notizia vera  che però in queste ore si sta intrecciando con una bufala che sta circolando via web e via WhatsApp, in merito ad un presunto addebito di 35 euro nella bolletta di aprile.
No, questa parte non è vera e rischia di essere pericolosissima  perché oltre a diffondere una falsa notizia invita a non pagare la bolletta in attesa di una non meglio specificata sentenza del Tar, e a decurtare questi 35 euro dal bollettino postale.
Si tratta di una bufala a tutti gli effetti, che solo in parte si fonda su un aspetto reale.
La deliberazione dell’Autorità per l’energia si prefigge l’obiettivo di spalmare sugli utenti finali le morosità,  ma solo relativamente agli oneri di sistema non pagati dagli operatori ai distributori dell’energia. Resta piuttosto vago il concetto di ‘oneri di sistema’ nei contratti di somministrazione.
Un principio che ad un primo sguardo sembra palesemente ingiusto perché, al di là degli importi e dell’entità dei ricarichi in bolletta, spalma sui consumatori onesti parte dei debiti accumulati sulle bollette elettriche.
Proprio in tal senso  il Codacons sta preparando un ricorso al Tar della Lombardia, dove si impugnerà la delibera dell’Autorità per l’energia chiedendone l’annullamento nella parte in cui addebita all’intera collettività gli oneri di sistema non pagati.

La notizia diffusa per prima dal Sole 24 ore circola ormai da quasi dieci giorni e probabilmente, finora, la reazione delle associazioni dei consumatori è sembrata debole.
Parallelamente sono nate anche altre iniziative come quello del deputato Mauro Pili, ex presidente della Regione Sardegna, che ha organizzato una raccolta firme per contrastare il provvedimento.
Più di 100 mila persone hanno già firmato una petizione.
Gli aumenti in bolletta per tappare i buchi degli evasori, dal 1° gennaio 2019, subirebbero altri aumenti fino al 46% per l’energia elettrica.

Mauro Pili, nella petizione rivolta al Presidente dell’Autorità per l’energia Elettrica e il gas elenca una serie di motivi per i quali quello che è stato deciso di fare andrebbe fermato.
Nel primo punto il deputato richiama  l’articolo 23 della Costituzione secondo cui ‘nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla Legge’.
Ma Pili parla anche di totale violazione del principio costituzionale di equità, considerato che quello che si vorrebbe portare a compimento imporrebbe la ripetizione di una tassa in capo ad uno stesso soggetto.
La decisione, inoltre, secondo Pili  ‘è palesemente in contrasto con il principio stabilito dal codice tributario che prevede che tasse ed imposte possono essere decise ed applicate solo ed esclusivamente con legge dello Stato’. In questo caso, come dice la sentenza del Consiglio di Stato alla quale si è dovuta attenere l’Arera, la legge prescrive proprio che gli oneri statali siano da addebitare al cliente finale e non all’azienda ma nessuno dice che chi paga debba sobbarcarsi anche la cifra dei morosi.
La petizione  pone l’attenzione anche sul divieto di introdurre  ‘il principio illegittimo di retroattività’  (art. 3, L. 212/00 dello statuto dei contribuenti),  considerato che le norme tributarie non hanno e non possono avere effetto retroattivo.
Si violerebbe anche il codice del consumo, per quanto riguarda buona fede, correttezza, e informazione del consumatore nel contratto.
Insomma, la battaglia sembra aperta anche grazie alla consapevolezza degli utenti che si stanno informando e vogliono capire cosa sta accadendo, senza subire inconsapevolmente un provvedimento che potrebbe piovere dall’alto.
Il pericolo, però, è che il continuo imperversare di bufale utili solo a confondere le idee, facciano perdere vigore alla battaglia che a questo punto sembra tutta da giocare.
E mentre i consumatori si interrogano su cosa accadrà, le aziende fanno i conti con la discesa del fatturato complessivo del settore energetico in Italia che nel 2016 è stato di 247,4 miliardi di euro, in diminuzione di 28,5 miliardi (- 10,3%) rispetto ai 275,9 del 2015 che resta però, considerando le società che producono, distribuiscono, vendono elettricità, gas, petroli e carburanti, quello di maggiore dimensione di tutta l’economia italiana.
Anche il margine operativo netto è sceso a 19,1 miliardi di euro (-9%, ovvero 1,9 miliardi) sui 21 miliardi del 2015.
Il Centro Studi CoMar ha rilevato, come pur in presenza di una diminuzione dei valori assoluti, il rapporto tra margine operativo netto e fatturato, sia salito dal 7,6% del 2015 al 7,7% del 2016.
Scendono invece gli addetti delle società considerate di 4.890 unità, da 182.083 a 177.193 (-2,68%).
Per quanto riguarda le classifiche delle singole aziende esaminate nello studio, sempre con riferimento ai bilanci 2016: nei primi dieci posti per fatturato, vi sono 7 società italiane: nell’ordine Enel, Eni, Gse, Edison, Esso Italiana, Saras Raffinerie Sarde, Kuwait petroleum Italia, A2A, Hera, Total Herg.
Le Società con il migliore rapporto margine operativo netto-fatturato sono Snam e Terna; le società con il migliore rapporto fatturato per dipendente risultano Edelweiss Energy Holding, Energy.com, GSE Gestore Servizi Energetici.
Il Movimento UNIDOS e il deputato Mauro Pili hanno promosso la seguente petizione, rivolta all’Autorità per l’Energia elettrica e il gas, che interviene, con tutti i sottoscrittori, nella procedura di consultazione sulla delibera 52/2018:
1. L’Autorità per l’energia elettrica e il gas ha avviato la consultazione 52/2018, ancora in corso (possono partecipare tutti, anche i singoli cittadini, scadrà il 26 febbraio), che si pone l’obiettivo di spalmare sugli utenti finali le morosità relative agli oneri di sistema lasciate dagli operatori insolventi nei confronti dei distributori di rete.
2. In pratica le bollette non pagate dai furbetti saranno pagate dai cittadini utenti che hanno sempre pagato.
3. Si tratta di una proposta inaudita che lede i più elementari principi del diritto, a partire dal rapporto contrattuale tra utente ed erogatore.
4. A questo si aggiunge la violazione del principio secondo il quale l’utente deve pagare solo ed esclusivamente ciò che ha consumato al costo pattuito contrattualmente senza unilaterali, irragionevoli e illegali incrementi di costo.
5. I mancati pagamenti da parte dei morosi non possono in alcun modo essere scaricati sugli utenti regolari perchè questo genererebbe automaticamente un invito ad uniformarsi alla regola del non pagare perchè tanto pagano gli altri!
6. I debiti dei morosi per 1,4 mld sono addebitabili ai consumatori domestici, i restanti 4,6 mld si riferiscono a utenti di altri usi e media tensione, principalmente PA, Partite Iva e soggetti diversi dal consumatore domestico.
7. Tutto questo è in capo alle società erogatrici che devono perseguire, semmai, il ristoro dei debiti proprio da chi non ha pagato e non paga.
8. L’obiettivo di questa petizione è quello di partecipare attivamente alla consultazione esprimendo la totale contrarietà alla deliberazione con il preannuncio dell’ attivazione di un’apposita class-action in caso di approvazione della stessa.
9. Le fonti di diritto di gerarchia superiore ai regolamenti dell’Authority fanno ritenere il provvedimento deliberato nullo.
10. Il provvedimento  viola la Costituzione della Repubblica, in quanto secondo l’art. 23 “nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla Legge”.
11. L’Authority è un’autorità amministrativa indipendente, che può imporre nell’interesse pubblico, il pagamento dei cosiddetti “oneri di gestione” solo se tale potere impositivo è descritto in una norma di Legge.
12. È in totale violazione del principio costituzionale di equità considerato che impone la ripetizione di una tassa in capo ad uno stesso soggetto.
13. È palesemente in contrasto con il principio stabilito dal codice tributario che prevede che  tasse ed imposte possono essere decise ed applicate solo ed esclusivamente con legge dello Stato.
14. È fatto assoluto divieto di introdurre il principio illegittimo di retroattività – art. 3, L. 212/00 (cd. statuto dei contribuenti), considerato che le norme tributarie non hanno e non possono avere effetto retroattivo.
15. Costituisce palese violazione del  codice civile in materia di contratti e diritti e le conseguenti obbligazioni che da esso sorgono.
16. È palesemente violato il codice del consumo, in riferimento alla buona fede, correttezza, e informazione del consumatore nel contratto.
17. Si chiede la non adozione e la conseguente revoca del disposto della delibera 52/2018 considerata la sua palese illegittimità e irragionevolezza
18.  Si chiede di revocare ogni atto e proposta tesa a scaricare sui cittadini/utenti/onesti ogni ulteriore aggravio dei costi di sistema e riequilibrare i costi tenendo anche conto dei divari strutturali e infrastrutturali, compresi quelli insulari.

Nella petizione, forse, si sarebbe dovuto aggiungere il principio di rischio d’impresa che con il provvedimento dell’Autorità per l’energia viene annullato.
Attualmente, si stima attorno al miliardo di euro l’insoluto totale delle bollette elettriche non pagate dai morosi, non i ‘morosi’ (termine dialettale veneto) che s’inteneriscono per San Valentino ma quelli di ben altra specie che evadono la fattura della corrente. Al posto loro ne pagheranno una parte tutti gli altri consumatori elettrici, quelli che saldano con regolarità il conto della luce.
L’hanno stabilito ricorsi e sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, e l’Autorità dell’energia ha formalizzato: sarà distribuita fra tutti i consumatori una prima fetta di “oneri generali” elettrici pari a circa 200 milioni arretrati.
Diverse aziende elettriche erano entrate in crisi, e qualcuna aveva addirittura dovuto chiudere i battenti, quando si è trattato di saldare ai fornitori alcune voci parafiscali della bolletta che erano state fatturate ai consumatori ma non erano state incassate. Altre aziende erano state colpite da politiche commerciali poco indovinate.
In sostanza, sulle bollette dell’energia elettriche già cariche di risarcimenti, di oneri, di voci e di incentivi si aggiunge un nuovo capitolo, ovvero saremo noi consumatori a rimborsare alle società elettriche di distribuzione della luce una parte del buco creato negli oneri parafiscali delle aziende in crisi da chi evade la bolletta per l’elettricità consumata.
Una delibera dell’Autorità dell’energia, appena ribattezzata Arera da quando ha rilevato oltre agli acquedotti anche l’area rifiuti, ha stabilito come ripartire fra tutti gli oneri generali di sistema, una parte parafiscale della fattura elettrica, non pagati dai consumatori morosi. Insomma, una socializzazione di una fetta degli insoluti.
Già da gennaio l’elettricità è in aumento del 5,3% ed il gas del 5%.
Diverse società del mercato libero stavano traballando e qualcuna, esposta alla drammatica crescita delle bollette non pagate, aveva addirittura dovuto chiudere, a cominciare, anni fa, dall’Esperia creata dall’imprenditore Filippo Giusto. Ma il mancato pagamento delle bollette e in alcuni casi anche politiche commerciali poco indovinate nei mesi scorsi avevano buttato fuori dal mercato un plotone di altre società fra le quali un nome forte come Gala, l’azienda di vendita di energia più esposta al fenomeno dei mancati pagamenti.
A quanto ammonta il valore da saldare? Per ora è impossibile dare una cifra esatta: le morosità complessive rivendicate dalle società elettriche ammontano a cifre superiori al miliardo di euro, ma per ora questa delibera sfilerà dalle nostre tasche una prima fetta di circa 200 milioni.
Altre delibere ancora allo studio dovrebbero essere messe a punto nei prossimi mesi per completare le procedure con cui noi consumatori rimborseremo ciò che non è stato pagato dai furbetti della bolletta.
Alcuni dati però sono sicuri. Nel 2016 il controvalore complessivo del mercato finale dell’elettricità si aggirava sui 61 miliardi di euro (fonte: «Electricity Market Report», Politecnico di Milano, ottobre 2017).
Per quello stesso anno l’Autorità dell’energia, delle reti e dell’ambiente aveva censito richieste di distacchi per morosità per il 2,8% dei consumatori del segmento “maggior tutela” (quello con le tariffe regolate dallo Stato). Sul mercato libero nel 2016 il numero di contatori sigillati per mancato pagamento era arrivato addirittura al 4,7%, il 5,8% di richieste di distacco per i consumatori non domestici come i negozi e gli uffici. (fonte: «Monitoraggio retail», autorità Arera, 2017).
Gli oneri generali in bolletta, tra i quali gli incentivi alle fonti rinnovabili e agli “energìvori”, sono pagati dai consumatori ai venditori di corrente, i quali poi devono rigirarli alle società di distribuzione elettrica che consegnano i chilowattora ai consumatori tramite i fili elettrici.
Il problema dei morosi e delle aziende di vendita in crisi si era presentato con l’imposta radio tv (il cosiddetto canone Rai). Il canone dei consumatori morosi non poteva essere pagato dalle società di vendita che fatturavano le bollette non incassate. È stato necessario intervenire con un atto normativo.
Lo stesso si è ripetuto con gli oneri. I fornitori di energia si accollavano gli oneri non riscossi dai clienti finali. Dovevano cioè versarli ai distributori anche se non incassati.
Ci sono stati ricorsi e sentenze finché il Consiglio di Stato ha deciso: l’obbligato al versamento degli oneri di sistema è il cliente finale.
Il fenomeno delle morosità è più ricorrente nel Mezzogiorno ed è più forte sul mercato libero, dove si può cambiare fornitore di corrente con un clic del mouse. Viene chiamato “turismo dell’elettricità”, e si basa sul fatto che prima di poter portare a conclusione la sigillatura del contatore ci vogliono numerose bollette non pagate. Il “furbetto della bolletta” straccia un po’ di bollette bimestrali e prima che si attivi la procedura di recupero credito cambia vittima, cioè cambia società di fornitura elettrica, con la quale ricomincia.
Il fenomeno sarà frenato quando saranno disponibili i dati su noi consumatori raccolti nella banca dati del Sii, il Sistema informativo integrato, nel quale le società elettriche potranno consultare se il nuovo cliente è corretto oppure se è un fuggitivo delle bollette non saldate.
Un fenomeno simile accade per esempio con i telefonini, con la differenza che nel segmento elettrico non ci sono ancora i contratti prepagati e soprattutto che alla base della fornitura ci sono i costi orgogliosi dell’energia realmente prodotta da una centrale elettrica alimentata con un combustibile costoso.
Massimo Bello, presidente dell’Aiget, l’associazione dei grossisti e rivenditori di energia ha detto: “Il nuovo assetto dovrà evitare che chi svolge un puro servizio di incasso per il sistema (ovvero i fornitori di energia) si ritrovino a sostenere un costo improprio. Qualsiasi iniziativa in tal senso, come i recenti provvedimenti dell’Arera, va nella direzione giusta”.
Marco Bernardi, presidente di Illumia, una delle aziende del mercato libero ha aggiunto: “Il principio secondo il quale le aziende che vendono energia elettrica non saranno più chiamate a riscuotere parti della bolletta, su cui tra l’altro non hanno mai avuto né controllo né vantaggi, è un primo importante passo verso una modalità che rispecchi appieno le responsabilità dei soggetti della filiera: venditori e distributori”.
Protestano alcune associazioni dei consumatori. Luigi Gabriele dell’associazione ‘Codici’ ha affermato: “Quando ci sono da socializzare i profitti si chiamano in causa le aziende, quando invece si devono spalmare i debiti si chiama il consumatore”. Marco Vignola dell’Unione nazionale consumatori ha aggiunto: “Questa delibera sarebbe solo un incentivo per non perseguire i furbetti del quartierino”.
L’Autorità dell’energia, delle reti e dell’ambiente (Arera) ha specificato che “il provvedimento citato (deliberazione 50/2018) riguarda solo una particolare casistica, limitata numericamente, e solo una parte degli oneri generali di sistema previsti per legge. In particolare, il riconoscimento individuato dall’Autorità per i soli distributori è parziale e attiene ai soli oneri generali di sistema già da loro versati ma non incassati da quei venditori con cui, a fronte della inadempienza di questi ultimi, i distributori hanno interrotto il relativo contratto di trasporto di energia, di fatto sospendendo così a tali soggetti la possibilità di operare nel mercato dell’energia. Il meccanismo, parziale e circoscritto finalizzato a garantire il gettito degli oneri di sistema da assicurare per legge, che l’Autorità ha strutturato in tal modo per adempiere ad una serie di sentenze della giustizia amministrativa che hanno annullato le precedenti disposizioni dell’Autorità in tema. La regolazione precedente imponeva ai venditori la prestazione di garanzie finanziarie in favore delle imprese distributrici anche a copertura degli oneri generali di sistema. Le pronunce della giustizia amministrativa sostengono che la legge pone in capo esclusivamente ai clienti finali, e non alle imprese di vendita, ne ai percettori degli incentivi, gli oneri generali di sistema, con la conseguenza che l’Autorità non avrebbe il potere di imporre il citato sistema di garanzie alle imprese di vendita negando che il rischio di mancato incasso degli oneri generali di sistema da parte dei clienti finali sia dei venditori”.
La problematica è sicuramente complessa. Ma, come sovente avviene quando si produce un’ingiustizia sociale, immediatamente si innescano meccanismi di deresponsabilizzazione.

Musei: stop a riforma Franceschini su direttori stranieri

musei-nel-caos-annullate-nomine-di-franceschiniIl ministro della cultura Dario Franceschini, che della rivoluzione dei musei ha fatto il fiore all’occhiello del suo mandato, sbotta: “Davvero difficile fare le riforme in Italia. Dopo 16 decisioni del Tar e 6 del Consiglio di Stato, quest’ultimo cambia linea e rimette la decisione sui direttori stranieri dei musei all’adunanza plenaria. Cosa penseranno nel mondo?”. Il Consiglio di Stato infatti con una nuova sentenza rimette di fatto di nuovo in discussione la scelta italiana di affidare anche a direttori stranieri la guida dei musei pubblici. Anche se il contenzioso sulla riforma di Franceschini va avanti ormai da maggio dell’anno scorso, la sentenza del Consiglio di Stato rimette in discussione quello che era già stato deciso. Ma il motivo è soprattutto evitare un contrasto tra due sentenze emesse nel giro di pochi mesi dallo stesso Consiglio di Stato. Per questo la validità della nomina del direttore del Palazzo Ducale di Mantova, Peter Assman, verrà decisa dall’Adunanza plenaria di Palazzo Spada. Tutto ruota intorno ai ricorsi fioccati contro la riforma del sistema museale italiano messa in atto dal ministro Dario Franceschini. Il primo, quello che riguardava i direttori dei Musei, e il secondo (in termini di tempo) avanzato dal Campidoglio e dalla Uil contro l’istituzione del Parco archeologico del Colosseo e la nomina del direttore del nuovo ente con una procedura internazionale che accogliesse anche candidature estere. Accolti entrambi dal Tar, i ricorsi sono passati al Consiglio di Stato per con un appello presentato dal Mibact. E se quello sui direttori aveva ottenuto la sospensiva, quello sul Colosseo era andato a sentenza (la 3666/2017) lo scorso 24 luglio. Nel dispositivo, oltre a dichiarare valida la costituzione del Colosseo ribaltando la decisione del Tar, la sesta sezione del Cds aveva anche affrontato la questione della nomina del direttore tramite procedura internazionale, specificando che “il diritto europeo e la giurisprudenza della Corte di Giustizia ammettono che sia consentita una riserva di posti a soli cittadini italiani, con deroga al principio generale di libera circolazione dei cittadini europei, soltanto in relazione a posti che implicano l’esercizio, diretto o indiretto, di funzioni pubbliche – si legge in una nota di Palazzo Spada di quel giorno – quali sono, in particolare, quelle poste in essere nei settori delle ‘forze armate, polizia e altre forze dell’ordine pubblico, magistratura, amministrazione fiscale e diplomazia’. Nel caso in esame, il Consiglio di Stato ha ritenuto che il Direttore del Parco non è chiamato a svolgere tali funzioni, in quanto il bando di gara gli attribuisce compiti che attengono essenzialmente alla gestione economica e tecnica del Parco. Si è, pertanto, ritenuta legittima la previsione di una selezione pubblica internazionale”.

Molestie. Francesco Bellomo espulso dalla Magistratura

ragazza minigonnaDopo il caso incredibile di Francesco Bellomo, magistrato del Consiglio di Stato accusato di una lunga e bizzarra lista di abusi e molestie dalle studentesse che frequentavano i suoi corsi di formazione per aspiranti magistrati, è arrivata la decisione storica. Il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, organo di autogoverno dei magistrati di Tar e Consiglio di Stato, ha dato il via libera definitivo alla destituzione di Francesco Bellomo. Dopo la proposta della Commissione e il via libera dell’adunanza, l’organo di autogoverno della magistratura amministrativa (Cpga) non ha potuto far altro che prendere atto di quanto deciso sul direttore di Diritto e Scienza e lo ha destituito in via ufficiale. Ora spetta al Presidente del Consiglio firmare le carte e inviarle al Presidente della Repubblica che con un decreto presidenziale ufficializzerà la destituzione.
Bellomo è indagato a Piacenza e Bari per la vicenda delle pressioni e minacce a borsiste della scuola di diritto da lui gestita. Coinvolto anche un pm di Rovigo, Davide Nalin, che il Csm ha sospeso. Le studentesse dopo essere state selezionate dovevano firmare un contratto in cui veniva specificato l’abbigliamento che le borsiste avrebbero dovuto adottare durante le occasioni formali: una descrizione dettagliata al punto da specificare il tipo di scarpa (con tacchi alti), di trucco, di calze e la lunghezza della gonna (che avrebbe dovuto essere particolarmente corta). Ma era solo il principio di un contratto ‘strano’: una delle clausole prevedeva che la borsa di studio venisse revocata se il borsista si fosse sposato, inoltre il fidanzamento del o della borsista era consentito solo in seguito all’approvazione personale di Bellomo, che avrebbe dovuto valutare il quoziente intellettivo del potenziale compagno o compagna.
ma il contratto era solo l’inizio, secondo le accuse molte ragazze hanno denunciato tentativi di approcci da parte del magistrato che ora è stato radiato dalla magistratura.

SCIOPERO MAESTRO

Seats in lecture hall or classroom

Dopo le vacanze natalizie, per gli alunni delle elementari e delle scuole per l’infanzia, il ritorno in classe si è presentato problematico. Oggi in tutta Italia hanno scioperato i docenti per protesta contro quella che definiscono la ‘vergognosa’ sentenza del Consiglio di Stato sui diplomati magistrali. Numerosi sono state le manifestazioni: a Roma davanti al Ministero in viale Trastevere; a Torino, Milano, Bologna, Palermo, Cagliari, Catanzaro e Bari, davanti agli uffici scolastici regionali. In altri capoluoghi di provincia davanti ai Provveditorati agli studi. L’agitazione è stata proclamata dalle sigle sindacali Anief, Saese e Cub, con l’adesione dei Cobas.

Il ministro alla Pubblica Istruzione, Valeria Fedeli, intervistata da SkyTg24 per lo sciopero dei maestri delle scuole primarie e dell’infanzia, ha detto: “Abbiamo chiesto all’Avvocatura dello Stato di darci le linee attuative della sentenza del Consiglio di Stato. Appena arriverà la risposta, convocheremo le parti e troveremo le soluzioni più idonee”.

La vicenda è complessa e riguarda nello specifico il diritto dei diplomati magistrali prima del 2001-2002 ad essere inseriti nelle graduatorie a esaurimento (Gae). Il problema riguarda circa 43.000 precari.

Sono stati in centinaia,  davanti al ministero dell’Istruzione a Roma,  i docenti, moltissime le giovani donne, che hanno protestato contro la vergognosa sentenza del Consiglio di Stato sui diplomati magistrali. Viale Trastevere è chiusa in parte (è stata lasciata libera soltanto una carreggiata) e i manifestanti convocati dai sindacati Anief, Saese e Cub, con l’adesione dei Cobas, sono saliti fin sulle scalinate del ministero. Numerosi i cartelli di protesta e le bandiere, ma la manifestazione si è svolta correttamente sotto il controllo dalle forze dell’ordine. Le maestre, preoccupate di una possibile fine del loro contratto di insegnamento fanno sentire la loro voce all’unisono: “Abilitate quando serve, licenziate quando conviene”, “No ai licenziamenti di massa”, “Siamo insegnanti non burattini”, “La maestra non si tocca”, “Riaprire le Gae”. Sono molto chiare le richieste fatte dai docenti precari che insegnano da anni con positivi apprezzamenti dei Direttori didattici e degli allievi.

A  Milano, inizialmente,  oltre cinquecento insegnanti di scuola primaria e dell’infanzia hanno manifestato per lo sciopero contro la sentenza del Consiglio di Stato che esclude i diplomati alle magistrali dalle Graduatorie ad Esaurimento (Gae). Gli insegnanti, sono arrivati in Via Polesine davanti all’Ufficio Scolastico Regionale, al grido di ‘assunzione’. Provengono da diverse province della Lombardia, come Milano, Bergamo, Brescia, Cremona. Il numero dei manifestati è poi aumentato con l’arrivo di molti altri insegnanti. Tra gli slogan presenti sugli striscioni anche: ‘Precariato crimine di Stato’ e ‘Nessun docente di meno’. Una delle organizzatrici del presidio grida al megafono: “Uno sciopero non basta sia chiaro. L’apertura del Ministero la rispediamo a mittente”.

A Torino  alcune scuole sono rimaste chiuse a causa della protesta, mentre molti dirigenti scolastici hanno ridotto gli orari in alcune classi e sospeso le lezioni in altre con grandi disagi per le famiglie. Impossibile, d’altra parte, prevedere la presenza dei docenti che non sono tenuti a comunicare in anticipo alle segreterie le proprie intenzioni. Allo sciopero ha aderito anche il personale Ata che rappresenta i bidelli ed i segretari che considerano irrisorio l’aumento dello stipendio che riceveranno nel 2018.

A Genova sono stati circa 300, tra maestri e familiari degli alunni, i manifestanti che protestano contro l’ultima sentenza del Consiglio di Stato che toglie il titolo all’insegnamento ai diplomati delle scuole Magistrali prima del 2001-2002 a  Genova. Il corteo lo hanno aperto alcuni bambini che hanno portato uno striscione con la scritta: “non toccate le nostre maestre” per raggiungere il Provveditorato agli studi.

La Lega Nord ha dichiarato la solidarietà alla protesta con Salvini che ha detto: “Da papà prima che da politico sono solidale con le migliaia di insegnanti oggi in piazza, azzerati da una sentenza assurda e dall’incapacità del governo. Invece di eliminare la precarietà, il Pd elimina lavoratrici e lavoratori. La riforma della scuola (altro che “buona scuola”) sarà una priorità del nostro governo”.

In realtà le cose non stanno come lascerebbe intendere Salvini. Già dal 2003, (Governo Berlusconi con la Lega Nord) con la riforma Moratti,  le maestre senza laurea  non possono diventare di ruolo. Alcune nel corso degli anni hanno fatto ricorso e sono state inserite  con riserva nella graduatorie per essere immesse in ruolo, diventare cioè insegnanti a tempo indeterminato. Chi ha fatto ricorso fino a dicembre 2017, aveva ottenuto sentenze favorevoli. Ora il Consiglio di Stato in seduta plenaria ha posto uno stop: le maestre non laureate  non possono stare più nelle graduatorie per entrare in ruolo. Possono invece fare supplenze.

La questione si è posta perché  migliaia di maestre  “solo“ diplomate con incarichi di insegnamento pluriennali avevano presentato ricorso per essere inserite nelle graduatorie per l’assegnazione del posto di ruolo e in alcuni casi avevano avuto pronunciamenti favorevoli, almeno in via provvisoria. I giudici amministrativi, adesso, dettano una linea diversa. In estrema sintesi:  “Il diploma magistrale, se conseguito entro l’anno scolastico 2001-2002, rimane titolo di studio idoneo a consentire la partecipazione alle sessioni di abilitazione all’insegnamento o ai concorsi per titoli ed esami, ma di per sé non consente l’immediato accesso ai ruoli “.

Il Consiglio di Stato ha ribaltato una serie di decisioni diametralmente opposte. Quello che si profila, come denunciano le precarie insegnanti battagliere, nelle petizioni mandate ai massimi vertici delle istituzioni, è un  licenziamento di massa, il più grande della scuola italiana, che priverà bambini di età compresa tra i 3 e i 10 anni delle proprie maestre. Il Cobas scuola incalza: “Si tratta di vergognosa sentenza contro le diplomate magistrali, che vengono retrocesse a docenti di serie ‘C’. Ed è anche ingiusta, spietata e intollerabile, perché  gioca con la vita di decine di migliaia di lavoratrici. Il problema è serissimo, non solo per le colleghe  coinvolte, ma per tutto il sistema scolastico: di queste insegnanti non si può assolutamente fare a meno”.

Quale sarà l’impatto sulle scuole e suoi bambini? Si vedrà. Qualcuno parla di “rischio caos”. Per la Flc Cgil di Milano, ha provato a rispondere Jessica Merli: “Dipenderà dalle decisioni del Ministero dell’Istruzione e del Governo, che auspichiamo accolgano la necessità di garantire la continuità del servizio scolastico e il riconoscimento del diritto alla stabilizzazione per le insegnanti, quelle che hanno fin qui consentito il regolare funzionamento del sistema. Invece per molte maestre, a migliaia solo nel capoluogo lombardo, si prospetta il licenziamento:  i contratti a tempo indeterminato diventeranno a tempo determinato. La grossa sacca del precariato della scuola primaria non sarà stabilizzata. Sulle singole posizioni decideranno i Tar e le sezioni dei Consigli di Stato davanti ai quali pendono ricorsi personali e collettivi presentati dalle docenti”.

Per le maestre diplomate ci vorranno mesi per tenere tutte le udienze necessarie che decideranno sui singoli casi e su pacchetti di casi. La sindacalista della Cgil ha continuato: “Ma l’orientamento è segnato. E’ evidente che la sentenza a sezioni unite di cui si sta discutendo condizionerà tutte le future decisioni dei giudici amministrativi. Per evitare il caos torniamo a chiedere quello per cui ci battiamo da anni. Non si può tentare di uscire da questa situazione per via giudiziaria. Ci vuole una soluzione politica che vada oltre le sentenze. Pensiamo ad esempio a un concorso riservato alle diplomate, proprio come sta avvenendo per i docenti precari abilitati della secondaria. Inoltre va considerata con attenzione la condizione delle maestre abilitate  che lavorano da lungo tempo nella scuola. Hanno maturato una grande esperienza sul campo. Sono state loro a permettere che ogni anno scolastico si svolgesse regolarmente”.

Dunque, più che attendere il parere dell’Avvocatura di Stato, sarebbe necessaria una decisione politica che dia il giusto riconoscimento a chi per anni ha svolto, e svolge tuttora, il compito di insegnamento con competenza e professionalità. Nel 2008 e nel 2012 le Gae sono state riaperte senza attendere il parere dell’Avvocatura. Inoltre, si tratterebbe di provvedimenti che non influiscono sulla spesa pubblica, poiché gli stanziamenti di bilancio sono già previsti per pagare gli insegnanti precari con incarico di insegnamento che hanno protestato oggi.

Salvatore Rondello

Englaro. I giudici danno di nuovo ragione a Beppino

Beppino EnglaroDopo più di otto anni dalla morte di Eluana Englaro, i giudici danno ancora una volta ragione al padre Beppino. Per il Consiglio di Stato, che ha confermato un risarcimento in suo favore, la Regione Lombardia aveva l’obbligo di mettere a disposizione una struttura in cui sospendere l’alimentazione e l’idratazione forzata alla donna in base alla sue volontà, manifestate in ogni sede dal padre e riconosciute dai giudici di ogni ordine e grado, fino alla Cassazione. Dal Pirellone però non furono presi provvedimenti. Formigoni, all’epoca alla guida della Regione ingaggiò uno scontro frontale contro la decisione dei giudici e la famiglia fu costretta a portare Eluana, in stato vegetativo da 17 anni, a morire lontano da casa, nella clinica ‘La Quiete’ di Udine. Spiro’ il 9 febbraio 2009, dopo che sulla sua persona si era consumata una battaglia nelle aule parlamentari e di giustizia, che aveva diviso lo Stato e la Chiesa, facendo emergere un’opinione pubblica spaccata tra sostenitori dell’autodeterminazione e difensori della vita ad ogni costo. Secondo i giudici di Palazzo Spada, una volta stabilito, in sede civile, con sentenza della Cassazione, il diritto di Eluana a sospendere il trattamento di sostegno vitale, “non poteva ragionevolmente porsi in dubbio l’obbligo della Regione di adottare tramite proprie strutture le misure corrispondenti al consenso informato espresso dalla persona”. Non poteva e non doveva esimersi dall’attuare “la volontà espressa dalla stessa persona assistita, nell’esercizio del proprio diritto fondamentale all’autodeterminazione terapeutica”.

Così Beppino Englaro ha vinto ancora in un tribunale: i giudici hanno respinto il ricorso della Regione e confermato il risarcimento quantificato dal Tar in 133mila euro per il danno patrimoniale, non patrimoniale e parentale. Rimane escluso però quello morale. La decisione di dei giudici lo lascia soddisfatto, ma – dice – mai ne aveva dubitato: “Quello che davvero ci ha fatto piacere è stata la sentenza della Cassazione del 2007”.

Nella sua sentenza il Consiglio di Stato scrive che l’invocare, da parte della Regione, l’assenza di una legge a riguardo, il contrasto degli studiosi o i possibili problemi penali per il proprio personale, non poteva esimerla dall’obbligo, in presenza di un giudicato che aveva accertato il diritto al distacco del sondino naso-gastrico. Non vi fu, però dolo, riconosciuto invece dal Tar: la Regione non voleva “nuocere”, al contrario aveva ritenuto di “adottare le condotte più opportune”. Una parte del risarcimento riguarda anche le spese dovute affrontare dalla famiglia per “il piantonamento fisso” della clinica dove poi Eluana è morta, per arginare sit-in, la presenza di telecamere e i possibili “facinorosi infiltratisi tra i manifestanti”.

Beppino Englaro avrebbe voluto anche che gli fosse riconosciuto il danno morale, per la lesione dell’onore e della sua reputazione. Non riconosciuto, però, dai giudici amministrativi, in quanto non direttamente collegabile all’operato della Regione. “La vicenda di Eluana – conclude il padre – resta unica: perché su questi temi prima del suo caso c’era in Italia il deserto culturale. Oggi, lo dimostrano i fatti, non è più così”.

Filomena Gallo, segretario dell’ Associazione Luca Coscioni ha sottolineato che il Consiglio di Stato “ha messo in primo piano Eluana Englaro, che ha dovuto subire in questa vicenda il ‘danno più grave’, la ‘violazione del proprio diritto all’autodeterminazione in materia di cure’ per cui ‘contro la sua volontà’ ha subito ‘il non voluto prolungamento della sua condizione, essendo stata calpestata la sua determinazione di rifiutare una condizione di vita ritenuta non dignitosa, in base alla libera valutazione da essa compiuta’”. “Questa decisione – ha aggiunto – riconosce un risarcimento simbolico al padre, simbolico per un dolore irreparabile. Ma di fatto, la magistratura ancora una volta afferma che le libertà personali sono inviolabili lo dice la Costituzione e lo dice anche a quella politica che tramite il controllo dei corpi vuole annullare le libertà fondamentali che corrispondono a diritti umani da tutelare”. “La legge per il testamento biologico – prosegue – nella chiara definizione anche di cosa è cura e cosa un paziente può rifiutare eviterà casi come quello di Eluana”. “Chiediamo che la legge sulle dichiarazioni anticipate di volontà vada in aula e che sia approvata in tempi brevi. Le persone non vogliono, non possono più attendere, desiderano esercitare la possibilità di decidere sul fine vita” conclude Filomena Gallo.

Consiglio di Stato respinge ricorso sui Musei

musei-nel-caos-annullate-nomine-di-franceschiniNulla di fatto per il Mibact e per il suo ministro. Nel fissare per il 15 giugno la camera di consiglio per la trattazione della vicenda relativa all’annullamento della nomina dei direttori dei musei, il presidente della sesta sezione del Consiglio di Stato Luigi Maruotti ha respinto l’istanza del Ministero per i Beni culturali che chiedeva una sospensiva urgente con provvedimento monocratico dello stesso presidente. Considerata poi la data vicina dell’udienza collegiale, non ha ritenuto di concedere, con proprio provvedimento monocratico, una sospensiva urgente, sia perché “non risulta opportuna la modifica della situazione attuale (il che condurrebbe ad un incongruo alternarsi degli organi titolari di funzioni pubbliche)”, sia perché “le delicate questioni oggetto del giudizio esigono il dovuto esame nell’ordinaria sede collegiale, nel rispetto del principio del contraddittorio”.
Il presidente Maruotti ha quindi respinto la richiesta di congelare le due sentenze del Tar Lazio che hanno bocciato la nomina di sei direttori di musei autonomi (in realtà, poi solo cinque sono stati “destituiti”). Lo ha fatto con due decreti monocratici (sono due le sentenze appellate) emessi all’indomani del deposito del ricorso d’appello da parte dei Beni culturali. Il Tar, lo scorso 24 maggio, aveva annullato le nomine dei superdirettori di Palazzo Ducale a Mantova, della Galleria Estense a Modena, degli archeologici di Taranto, Napoli e Reggio Calabria (in primo momento era stato annunciato anche Paestum, poi smentito), mettendo di fatto in discussione la riforma dei musei lanciata due anni fa dal ministro Franceschini.
Ma il Governo ha già scaldato i motori e si muove nell’ambito dell’eccezionalità della PA. Ieri in Commissione Bilancio, fra gli emendamenti per la Manovra, è spuntato ed è stato approvato un testo del relatore Mauro Guerra secondo il quale “nella procedure di selezione pubblica internazionale” non si applichino i limiti previsti per il lavoro alle dipendenze della Pa che impediscono ai cittadini Ue di accedere a posti che implichino esercizio diretto o indiretto dei poteri ovvero non attengono alla tutela dell’interesse nazionale. Mentre il ministro Dario Franceschini intervenendo in commissione ha evidenziato la necessità di “una norma interpretativa con cui dare una garanzia anche per il futuro”.

Vaccini. Consiglio di Stato, obbligatori negli asili

vaccini (1)Dopo le polemiche susseguitesi in questi giorni sui vaccini, arriva una sentenza del Consiglio di Stato che considera legittima l’obbligatorietà vaccinale per l’accesso ai nidi e alle scuole d’infanzia comunali e convenzionate, quindi ha riconosciuto che la tutela della salute in età prescolare prevale sulle responsabilità genitoriali.
Il Consiglio di Stato si è pronunciato oggi e ha respinto la richiesta di sospensiva avanzata da due famiglie contro una sentenza del Tar del Friuli Venezia Giulia che aveva confermato la validità di una delibera del Consiglio comunale di Trieste. Viene così rigettato il ricorso di questi genitori contro l’obbligo di vaccinazione introdotto dal Comune di Trieste per l’accesso ai servizi educativi comunali da 0 a 6 anni, dagli asili nido, alla scuola scuola materna, fino a spazi gioco e servizi integrativi, sperimentali e ricreativi.
Palazzo Spada ha quindi evidenziato che l’obbligo di vaccinazione, oltre ad essere coerente con il sistema normativo generale in materia sanitaria e con le esigenze di profilassi imposte dai cambiamenti in atto – quali la minore copertura vaccinale in Europa e l’aumento dell’esposizione al contatto con soggetti provenienti da Paesi in cui anche malattie debellate in Europa sono ancora presenti – non si ponga in conflitto con i principi di precauzione e proporzionalità.

Nozze gay, illegittimi
gli annullamenti dei prefetti

Unioni civili-DDL CirinnàIl Consiglio di Stato ha dichiarato illegittimi i decreti con cui i Prefetti, su disposizione del Ministro dell’Interno Angelino Alfano, avevano annullato gli atti dei sindaci che avevano registrato nei propri comuni le nozze fra persone dello stesso sesso contratte all’estero. Secondo i giudici il potere di annullare gli atti dei sindaci compete solo ed esclusivamente al Consiglio dei Ministri e non ai Prefetti che non avrebbero questa competenza. Proprio Angelino Alfano aveva infatti invitato i Prefetti di Milano ed Udine ad annullare le trascrizioni delle unioni civili, in modo tale da renderle nulle agli occhi della Legge. Una disposizione che aveva attirato numerose critiche, e che questa mattina è stata giudicata inammissibile da due sentenze emesse dalla Terza Sezione del Consiglio di Stato (n. 5047 e n. 5048), che ha così rigettato le recriminazioni del Ministro degli Interni.

Era il 2014 quando alcune città – in attesa che una legge definisse la questione – decisero di agire autonomamente. Il sindaco Giuliano Pisapia firmò in un colpo solo dodici trascrizioni: tutte coppie in cui almeno uno degli sposi o delle spose aveva la residenza a Milano, ma che avevano deciso di sposarsi in Paesi stranieri dove le nozze gay erano già consentite. Una sfida, quella di Pisapia e degli altri sindaci, al ministro Alfano, che reagì imponendo ai prefetti la cancellazione d’imperio.

Il Comune di Milano, con alcune delle coppie coinvolte, si è successivamente rivolto al Consiglio di Stato per vedere riconosciuto quel diritto, e i giudici hanno accolto la loro tesi, pur non entrando nel merito della questione, ovvero se i sindaci potessero trascrivere i matrimoni contratti all’estero da persone dello stesso sesso. Questione in parte superata, adesso, dalla legge sulle unioni civili, che prevede la trascrizione, su richiesta degli interessati, nel nuovo registro delle unioni civili di ogni Comune.

Unioni civili. Nencini: al via nuova stagione di diritti

Il Consiglio di Stato ha dato via libera, all’istituzione del registro delle unioni civili di coppie omosessuali. Da oggi, dunque, il provvedimento è attuativo, anche se occorrerà ci vorranno comunque tra i quindici giorni e i venti giorni perché sia effettivamente utilizzabile dalle amministrazioni locali. L’annuncio è arrivato nel corso della conferenza convocata a palazzo Spada dal presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno. “Era un provvedimento urgente – ha detto Franco Frattini, presidente della sezione atti normativi del Consiglio di Stato – ampiamente atteso. Abbiamo acceso la luce sul nuovo istituto di stato civile, su cui ora si esprimerà anche il garante della Privacy. Mi auguro che la concreta operatività, già prima di Ferragosto, possa consentire di attuare il diritto di coloro che stanno richiedendo di costituire un’unione civile, che trova il suo fondamento nel principio costituzionale delle formazioni sociali garantite, ancorché si tratti di un istituto diverso dal matrimonio”.

Firenze, 23 gennaio 2016, manifestazione #SvegliaItalia

Firenze, 23 gennaio 2016, manifestazione #SvegliaItalia

“Con il sì del Consiglio di Stato al decreto attuativo sulla legge sulle ‘unioni civili’ – ha commentato il Segretario del PSI Riccardo Nencini – finisce il tempo delle diseguaglianze e si apre una nuova stagione di diritti per tutti. Aspettavamo questo momento 28 anni fa, quando due socialiste, Agata Alma Cappiello e Margherita Boniver presentarono un ddl sulla ‘disciplina della famiglia di fatto’. Il Governo ha agito con velocità per coprire un vuoto inaccettabile in una democrazia moderna. Entro ferragosto potrà essere celebrata la prima unione e la ‘libertà degli uguali’ sarà ufficialmente garantita”. Il Segretario ha poi chiosato brevemente sull’obbiezione di coscienza annunciata da alcuni sindaci: “Era un espediente fantasioso ed illegittimo. I sindaci del PSI con le ‘giornate arcobaleno’ erano pronti a supplire in tutta Italia eventuali dinieghi delle amministrazioni locali”. “Bene ha fatto il Consiglio di Stato a parlare di ‘ufficiale di Stato civile’ sgomberando il campo dai dubbi. I diritti non si negano in maniera abusiva e ideologica” – ha concluso.

A proposito del parere favorevole del Consiglio di Stato al decreto attuativo della Legge Cirinnà, Frattini ha spiegato che “il Consiglio di Stato accende la luce sull’attivazione di un diritto che si fonda sull’art.2 della Costituzione, il quale indica l’unione della coppia come una formazione sociale da tutelare”. Quattro gli elementi fondamentali segnalati: “C’è un diritto assoluto dei partner alla trascrizione nei registri – ha detto Frattini – che il decreto tutela con la formula ‘Ufficiale di stato civile’ e questo evita che, attraverso dichiarazioni di coscienza individuale, si possa non dar corso all’attuazione. Non solo i sindaci, infatti, possono trascrivere le unioni ma possono delegare altre figure che rivestono altra qualifica. La platea è molto ampia e si evita il rischio che si paralizzi l’attuazione della normativa”. Il Consiglio di Stato suggerisce inoltre che vengano varati insieme il decreto sui Registri e quello che deve emanare il ministero degli Interni relativo alle formule da usare. ““Sarà così possibile in 15 giorni registrare la prima unione civile”, rileva Frattini. Un suggerimento che arriva dal Consiglio di Stato è quello di sottoporre al parere del garante della privacy, da qui a dicembre, l’impianto complessivo delle norme in materia dal momento che vengono utilizzati dati sensibili. Infine, un ulteriore appello ad adottare nei termini i decreti attuativi e a non perdere la scadenza indicata del 5 dicembre prossimo: “una cosa è un registro disposto con un provvedimento d’urgenza, altra è disciplinare un’intera situazione – ha detto Frattini – da qui il consiglio a compiere un monitoraggio sul funzionamento del decreto e il suggerimento a produrre circolari informative”.

E a Milano questa mattina erano già 79 le coppie che avevano chiamato il Centralino della Casa dei Diritti per prenotarsi per avviare, una volta entrati in vigore i decreti attuativi – la procedura di costituzione dell’unione civile.