Immigrazione. Tusk: “Ora basta con la retorica”

tusk ue

Va in soffitta il principio delle redistribuzione obbligatoria dei migranti. Dopo mesi di battaglie, il Consiglio europeo di Salisburgo archivia d fatto un sistema che non era stato mai accettato soprattutto dai paesi del nord Europa. Ieri era stato il presidente della Commissione Jean Claude Juncker ad annunciare per primo il nuovo meccanismo per la gestione degli sbarchi e di redistribuzione che non riguarderà tutti i Paesi con le stesse modalità. “Chi non partecipa alla redistribuzione partecipa finanziariamente”, aveva ribadito ieri notte Giuseppe Conte rientrando in hotel dal vertice.

In buona sostanza il governo italiano accetta la linea della monetizzazione della solidarietà purché, questo il senso delle parole del premier, siano pochi gli Stati che non accettano quote di redistribuzione dei migranti e si impegnano, in alternativa, a un contributo finanziario. Quanti al massimo dovranno essere questi Stati affinché si possa parlare di meccanismo europeo, non si sa. Conte ha usato il termini ‘residuale”riferendosi al numero tollerabile. Grossomodo si può indicare che sceglierebbero la via “finanziaria” i quattro di Visegrad più Austria, probabilmente i tre Stati baltici, la Finlandia. Dunque, una decina su 27. Tutto dipenderà però anche dalla consistenza delle ‘quote” redistribuite. La possibilità del sostegno finanziario agli Stati più esposti alla migrazione, Italia, Grecia e Spagna, come alternativa alla ripartizione obbligatoria, era stata più volte sollevata dai paesi di Visegrad.

Insomma comincia sotto i peggiori auspici il vertice sui migranti di Salisburgo. Dopo un lungo silenzio è tornato a parlare il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk: “Basta al gioco delle colpe sull’immigrazione, non possiamo più essere divisi tra coloro che vogliono risolvere i problemi e coloro che vogliono usarli per un guadagno politico”, ha ammonito. “Bisogna affrontare il tema dell’immigrazione – ha aggiunto – senza retorica e puntare a risolverlo cooperando tra i diversi Paesi”. Un chiaro attacco ai sovranisti, e alle politiche del nostro Paese.

 

L’Europa, i sovranisti e le democrazie illiberali

europa bandiere

Lo scorso fine settimana si è svolto, a Bruxelles, il vertice del Consiglio Europeo sulla gestione dei flussi migratori. I risultati del vertice non sono stati soddisfacenti per il nostro Paese, a dispetto dell’ingiustificata esultanza del premier Conte.

Nel testo finale viene, più volte, ribadita la volontarietà della suddivisione di chi arriva in Europa. In altre parole, l’Italia non ottiene la distribuzione obbligatoria dei migranti ma, unicamente, l’impegno degli altri Paesi europei ad approntare, se lo vorranno, dei campi di accoglienza.

Rimane, a questo proposito, una grande incertezza rispetto all’attendibilità degli impegni presi su base volontaria.

Tra gli Stati europei più intransigenti e indisponibili alle ragioni della condivisione della gestione delle politiche migratorie si segnala il governo ungherese guidato da Viktor Orban e dal gruppo dei paesi di Visegrad, la fronda euroscettica dell’Europa centro-orientale (Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca). Ma troviamo estimatori delle idee politiche sovraniste anche nel Front National in Francia, nei partiti islamofobi di estrema destra del Nord Europa e in Italia, nella Lega (Nord?).

Proprio gli alleati europei di Salvini sono, plasticamente, i portatori di interessi nazionali configgenti con l’interesse italiano che è volto ad una comune gestione dei migranti su scala continentale, essendo l’Italia, per motivi geografici, il paese di primo arrivo.

Inoltre, l’alleanza sovranista europea con lo sponsor decisivo della Russia putiniana, fa della costruzione di una società chiusa a difesa della Tradizione uno dei punti qualificanti della propria azione politica.

Anche qui all’insegna dell’egoismo nazionale e orientati a forme di “democrazia illiberale”1.

Il termine “democrazia illiberale”, nella consuetudine politico-giornalistica, indica un sistema politico, con notevoli variazioni a seconda dei contesti nazionali, formalmente rappresentativo ma nel quale non vengono pienamente rispettati i principi pluralisti e democratici.

Alcuni studiosi definiscono questo peculiare sistema politico-istituzionale “democratura”, crasi tra democrazia e dittatura; altri, come Steve Levitsky2, professore di Scienza Politica all’Università di Harvard, utilizzano la dicitura di “autoritarismo competitivo”.

L’autoritarismo competitivo è un fenomeno post guerra fredda che coinvolge i Paesi che uscivano da forme di dittatura. Ciò nonostante, nella contemporaneità, si va diffondendo come teoria politica, anche nei settori più conservatori dell’Europa occidentale.

Nelle democrazie illiberali esistono le Istituzioni democratiche e sono vissute tanto dal governo che dall’opposizione come il principale meccanismo per giungere al potere. Le elezioni sono relativamente competitive e in alcuni casi si registrano delle parziali vittorie delle opposizioni.

Tuttavia, non si tratta di un regime democratico, perché la competizione non è equilibrata: il partito di governo gode di enormi vantaggi, riducendo, con lo strumento legislativo, gli spazi di agibilità democratica delle minoranze e la libertà dell’informazione. Giornalisti e attivisti dell’opposizione vengono minacciati, a volte arrestati e spesso si verificano manipolazioni e frodi elettorali.

Nei discorsi pubblici, e nella propaganda dei governi e dei partiti della destra radicale che s’ispirano al modello di “democrazia illiberale”, risuona un’argomentazione principale: la morte del modello democratico occidentale da sostituire con regimi autoritari sul modello di quelli sperimentati in Russia, Cina e Turchia.

Si prospetta l’abbandono dei metodi e dei principi liberali nell’organizzazione di una società. Si propone un impianto di forte rilancio dell’orgoglio nazionale e della Tradizione, con un uso strumentale dei valori cristiani, vi è una dichiarata ostilità alle politiche europee di accoglienza agli immigrati, fomentando razzismi vecchi e nuovi.

A tutto questo si aggiunge un utilizzo improprio dei poteri costituzionali, l’occupazione degli organi di garanzia e una gestione arrogante dei rapporti politici e dei rapporti con i mezzi di informazione.

Sembra evidente come gli elementi sopraindicati rappresentino una pericolosa messa in discussione dei valori di cui si sostanziano le democrazie occidentali e pluraliste.

S’intravede il rischio che le pulsioni illiberali, il nazionalismo, la demonizzazione della società civile etichettata come “radical chic”, conducano verso una società chiusa, autoreferenziale, impaurita e più debole.

Occorre vigilare sui pericoli dell’autoritarismo contemporaneo e contribuire a promuovere una cultura di tutela dei diritti umani, di promozione della libertà d’informazione e, più in generale, la realizzazione dei principi democratici enunciati nelle Carte europee e nazionali.

Paolo D’Aleo

1) A proposito, si leggano le argomentazioni utilizzate dal filosofo russo Aleksander Dugin, teorico delle politiche proposte e realizzate da Putin e da Russia Unita, in A. Dugin, La quarta Teoria Politica, 2017; A. Dugin, A. De Benoist, Eurasia. Vladimir Putin e la grande politica, 2014.

2) Si veda, S. Levitsky, L. Way, Competitive Authoritarianism: Hybrid Regimes after the Cold War , 2010.

Francia-Italia. Si cerca accordo sugli hot spot

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Forse è necessario avvisare Di Maio prima che torni a pretendere le scusa francesi, ma tra Francia e Italia sta tornado il sereno. Dopo lo scontro diplomatico innescato dal caso Aquiarius che ha rischiato di far saltare l’incontro, il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha ricevuto con una calorosa stretta di mano il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel cortile d’onore dell’Eliseo. Le parole ignobile del portavoce del governo francese e la piccata risposta italiana sono al momento derubricate. Il lavoro delle diplomazie ha riportato il sereno. Più per necessità che per convinzione. Al termine del pranzo di lavoro, che vedrà al centro del confronto le recenti tensioni sul tema migranti e la possibile riforma del regolamento di Dublino sull’accoglienza dei richiedenti asilo, è prevista una conferenza stampa congiunta.

Una delle proposte che Conte farà a Macron sarà quella di istituire hotspot nei Paesi africani d’origine per chiudere la rotta verso il Mediterraneo tutelando, al tempo stesso, le vite dei migranti. I centri di prima accoglienza dovrebbero sorgere non solo in Libia ma anche negli Stati sahariani, come il Niger. La proposta, spiegano le stesse fonti, è per un’attuazione nel breve periodo in vista di una riforma del regolamento di Dublino, fortemente voluta dal governo italiano.

Tra le proproste, che non sono nuove, l’istituzione di hotspot nei Paesi africani d’origine – non solo la Libia ma anche quelli sahariani, come il Niger – per chiudere la rotta verso il Mediterraneo tutelando, al tempo stesso, le vite dei migranti. La proposta di Conte, è pensata per un’attuazione nel breve periodo in vista di una riforma che l’Italia vuole radicale, del regolamento di Dublino.

Dopo la vicenda della chiusura dei porti italiani all’Aquarius, Conte arriva forte del mandato del governo giallo-verde per chiedere – questo è l’obiettivo – una maggiore “collaborazione e solidarietà a livello europeo” perché la parola d’ordine è ancora la stessa: l’Europa non può lasciare sola il nostro paese. In quest’ottica, tornerà a insistere sulla richiesta di modifica dei regolamenti di Dublino. Ma il faccia a faccia tra i due potrebbe non essere facile considerando le ‘asprezze’ dei giorni che hanno preceduto il vertice e che hanno rischiato di farlo saltare fino all’ultimo. Le parole durissime arrivate dall’Eliseo – “Italia cinica” e comportamento “vomitevole” per la decisione di chiudere i porti alla nave Aquarius con 629 migranti a bordo – riecheggiano ancora e potrebbero incidere nella relazione tra i due. Macron, in realtà va ricordato, fu il primo dei partner europei a chiamare il 26 maggio scorso Conte al suo primo incarico (al quale poi rinunciò a causa dello stop del Quirinale sul nome di Paolo Savona al ministero dell’economia); poi Conte e Macron si sono visti al G7 in Canada. E ieri, quando il presidente del Consiglio ha definito il “caso chiuso” dopo l’incidente diplomatico e la telefonata di disgelo del presidente francese, ha detto sicuro: “Con Macron parliamo di tutto, come abbiamo fatto già al G7 del Canada”. Sul tavolo, oltre al nodo della gestione dei flussi migratori e al regolamento di Dublino, ci saranno anche gli altri punti del prossimo Consiglio europeo di Bruxelles fissato per il 28 e 29 giugno. In primis, la riforma della governance dell’Eurozona.

Sul tema immigrazione è interventuo anche l’ex premier Paolo Gentiloni parlando alla presentazione del volume del Cespi “La questione orientale. I Balcani tra integrazione e sicurezza”. “Si possono fare molte cose – ha detto – per governare meglio i flussi migratori; si possono fare meglio i rimpatri; però è importante il dialogo con l’Unione Europea e con la Germania. Noi ci siamo trovati meglio e abbiamo ottenuto risultati grazie a Bruxells e al ‘diavolo’ Merkel che non grazie ad altri governi europei oggi osannati”.

LA RISPOSTA

dazi-doganali

Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha partecipato al Consiglio Europeo e alla riunione dei Capi di Stato e di governo della zona Euro svoltosi a Bruxelles dal 22 al 23 marzo 2018.

I temi che interessano particolarmente l’Italia nel Consiglio europeo a Bruxelles sono le relazioni commerciali con gli Stati Uniti, con l’aspettativa che l’Amministrazione Trump conceda una piena esenzione all’Ue dai dazi che saranno imposti alle importazioni di acciaio e alluminio, la questione della protezione dei dati personali, per tenere conto di quello che sta succedendo in questi giorni, con lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica, le nuove proposte (presentate ieri dalla Commissione europea) sulla tassazione delle grandi piattaforme del web, e infine i progressi nel negoziato sulla Brexit, con la situazione molto positiva dopo l’accordo parziale raggiunto sulla tutela, riconosciuta in modo non discrezionale, dei diritti dei cittadini italiani ed europei nel Regno Unito. E’, in sintesi quanto ha detto il premier uscente, Paolo Gentiloni, al suo arrivo al vertice Ue.

Gentiloni ha infine sottolineato l’importanza del suo incontro bilaterale con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, avvenuto immediatamente prima dell’inizio del vertice. In proposito il presidente Gentiloni ha dichiarato: “In una fase così particolare per le cose italiane, in queste settimane di transizione, è molto importante tenere un rapporto e un raccordo con la Commissione europea. E’ il motivo per cui vado ora da Juncker”.

La risposta ai dazi americani sull’acciaio, la nuova proposta di tassazione delle imprese digitali, i rapporti con la Russia e con la Turchia, lo stato dei negoziati per la Brexit e le riforme per il cosiddetto approfondimento dell’Unione economica e monetaria: sono questi i temi al centro del Consiglio europeo di Bruxelles, con i 28 capi di Stato e di governo dell’Ue, e che è proseguito oggi prima con il vertice a 27, senza il Regno Unito, e poi con l’Eurosummit a 19.

Il vertice è iniziato ieri alle 15 con il tradizionale intervento preliminare del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. Poi c’è stato un aggiornamento del premier bulgaro Boiko Borissov, il cui governo detiene la presidenza semestrale del Consiglio Ue, sui principali dossier e negoziati in corso fra i ministri dei Ventotto, e in particolare la riforma (bloccata dall’opposizione dei paesi dell’Est) del regolamento di Dublino sul sistema comune d’asilo.

Sul commercio, i Ventotto hanno espresso il loro sostegno alla posizione della Commissione europea che ha preparato le misure di riequilibrio in risposta ai dazi sull’acciaio (al 25%) e sull’alluminio (al 10%) annunciati dal presidente Usa Donald Trump, nel caso in cui dovessero effettivamente essere applicati contro le importazioni dall’Europa. Uno spiraglio pare essersi aperto dopo l’incontro, ieri a Washington, della commissaria Ue al Commercio Cecilia Malmstroem con il segretario di Stato Usa al Commercio Wilbur Ross. I due hanno concordato, secondo una nota congiunta pubblicata ieri pomeriggio, “di iniziare delle discussioni immediate con l’Amministrazione Trump, con l’obiettivo di individuare un risultato accettabile per entrambi il più rapidamente possibile”.

Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha accolto la notizia con “cauto ottimismo”, secondo quanto lui stesso ha dichiarato sempre nel pomeriggio di ieri. L’Ue ha continuato a sperare di poter ottenere un’esclusione totale dall’imposizione dei nuovi dazi Usa. L’esenzione dai dazi Usa, come si è appreso in tarda serata, per adesso è stata accettata.

Il Consiglio europeo ha ratificato la nomina dell’ex ministro spagnolo delle Finanze, Luis de Guindos, a vicepresidente della Banca centrale europea, per un mandato di otto anni non rinnovabile. De Guindos sostituirà l’attuale vicepresidente, il portoghese Vítor Constâncio, a partire dal primo giugno 2018. La decisione dei leader è stata presa, su raccomandazione dell’Ecofin del 20 febbraio scorso, dopo il parere consultivo favorevole del Parlamento europeo e del Consiglio direttivo della Bce.

Il presidente della Bce, Mario Draghi, durante il Consiglio europeo, davanti ai capi di Stato e di governo, ha letto la relazione sull’economia europea descrivendo un quadro fortemente positivo: “La spinta della ripresa continua senza modifiche, basata sui consumi, mentre gli investimenti sono superiori del 7% ai livelli pre-crisi e persino quelli nel settore dell’edilizia residenziale stanno finalmente riprendendo; non abbiamo visto questi tassi di crescita e livelli di investimenti da 10-15 anni. Nell’Ue ci sono oggi 7,8 milioni di posti di lavoro in più rispetto alla metà del 2013, nonostante un aumento del 2% nella forza lavoro, con la partecipazione di più donne e anziani. E tutto questo avviene in una situazione in cui i debiti del settore privato stanno calando e i coefficienti di capitale delle banche in salute sono quasi del 50% più elevati che all’inizio della crisi, mentre i crediti deteriorati Npl si sono ridotti di più del 30%. Tuttavia, ci sono quattro rischi di medio termine, in gran parte esterni all’Ue. Il primo è il protezionismo commerciale, l’affidamento minore che si potrà fare sul multilateralismo, che è il rischio oggi più grande, perché ha conseguenze dirette, comporta il rischio di rappresaglie e alla fine una perdita di fiducia sui mercati. Il secondo è la deregolamentazione finanziaria. Non vogliamo vedere di nuovo la combinazione di politica monetaria poco rigorosa e di deregulation che abbiamo osservato prima della crisi. Il terzo è il repricing degli asset, ovvero la caduta di valore degli attivi. La turbolenza sui mercati negli Stati Uniti all’inizio dell’anno ha interessato solo le azioni ed è stata mitigata dall’economia forte, ma il rischio rimane. La nostra esposizione agli Stati Uniti è piuttosto alta: non siamo un’isola. Il quarto rischio è quello delle politiche di bilancio, che sono pro-cicliche negli Usa, ma anche nell’Ue, dove gli Stati membri stanno pianificando un’espansione della spesa”.

Dopo la discussione, aperta dal presidente della Bce, Mario Draghi, sulla situazione dell’economia nell’Ue, è intervenuto il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, con una relazione sullo stato di avanzamento dell’Unione bancaria, dove permane lo stallo fra i due schieramenti, quello nordico-tedesco che continua a chiedere sempre nuove misure di riduzione del rischio e il fronte, di cui fa parte l’Italia, che considera si debba ora passare alla fase finale della condivisione del rischio (come la garanzia comune dei depositi).

Sono seguiti le conferenze stampa della presidenza e dei leader. I lavori del Consiglio sono proseguiti affrontando prima la tassazione delle imprese digitali (la Commissione europea ha presentato le sue proposte) e poi i rapporti con la Turchia e con la Russia, con riferimento alla vicenda dell’ex spia russa e di sua figlia ridotte in fin di vita a Salisbury.

Su quest’ultimo argomento, l’Unione europea ha deciso di richiamare per consultazioni il proprio ambasciatore a Mosca a seguito dall’avvelenamento dell’ex spia russa Sergei Skripal nel Regno Unito. I leader hanno concordato di richiamare l’ambasciatore Ue a Mosca per consultazioni. Ieri i leader europei hanno definito altamente probabile che la Russia sia responsabile dell’attacco. Alcuni Stati membri starebbero anche valutando l’ipotesi di espellere i diplomatici russi o di richiamare i propri ambasciatori imitando l’atteggiamento già assunto dalla Gran Bretagna. In un comunicato Ue si legge: “Dopo aver concordato sulla responsabilità (dell’avvelenamento di Sergei Skripal), i leader hanno continuato a discutere su come andare oltre le semplici parole e fare qualcosa. Alcuni membri stanno considerando la possibilità di espellere diplomatici russi o di richiamare i propri diplomatici”.

Inoltre, si è parlato anche della vicenda dell’uso improprio dei dati personali tratti da Facebook da parte della Cambridge Analytica.

Il presidente Tusk, parlando alla stampa ha detto: “Dobbiamo aumentare la nostra capacità di resistenza alla minacce ibride, come l’erosione della fiducia nella nostra democrazia attraverso le fake news o la manipolazione delle elezioni. Questo sembra particolarmente rilevante, alla luce delle recenti rivelazioni su Cambridge Analytica. In questo contesto, affronteremo la necessità di garantire pratiche trasparenti, come la piena protezione della privacy dei cittadini e dei loro dati personali da parte dei social network e delle piattaforme digitali”.

In tema di digitale, i leader europei hanno chiesto alla Commissione di presentare entro dicembre un rapporto sull’attuazione delle strategie per il mercato unico sull’Unione digitale, l’Unione del mercato dei capitali e l’Unione energetica, un processo che dovrebbe concludersi prima delle prossime elezioni europee. Il dialogo infine sulla proposta di web tax elaborata dalla Commissione UE è stato avviato.

La seconda giornata del vertice, nel formato a 27 senza il Regno Unito, è iniziata con la discussione sui negoziati per la Brexit, in un clima questa volta decisamente positivo dopo il successo, ancorché parziale, registrato questa settimana per l’accordo di divorzio di Londra dall’Ue, pronto ormai all’80%, e l’intesa sul periodo di transizione, che stava a cuore ai britannici.

Nell’accordo di divorzio sembrano ormai risolte le due questioni fondamentali della garanzia dei diritti acquisiti dei cittadini Ue nel Regno Unito e di quelli britannici nell’Ue, e del regolamento delle pendenze finanziarie. Londra ha accettato di continuare a pagare non solo tutte le suo quote previste nel quadro di bilancio pluriennale 2014-2020, ma anche i propri contributi alle pensioni dei dipendenti britannici delle istituzioni europee fino al 2063.

Sono rimasti due nodi da sciogliere: da una parte la “governance” dell’accordo, per la risoluzione delle controversie, con il Regno Unito che vorrebbe limitare il ruolo della Corte europea di Giustizia solo ai diritti dei cittadini e all’accordo finanziario; dall’altra, la questione irlandese. In quest’ultimo caso un passo avanti c’è stato, perché Londra ha accettato formalmente l’approccio europeo che prevede una soluzione di default, nel caso in cui non si riesca a raggiungere un accordo migliore, consistente nell’allineamento delle regole del mercato nordirlandese a quelle del mercato unico Ue, in modo da evitare di reintrodurre una frontiera “dura” fra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Questo significa, però, che la frontiera verrebbe spostata nel Mare del Nord, fra l’Ulster e il resto del Regno Unito.

Inoltre, saranno adottate delle linee guida sul quadro degli accordi sulle relazioni future con Londra. In questo contesto, ci sono due grandi temi che saranno affrontati, seppur genericamente, in due allegati delle conclusioni del Vertice: l’aviazione civile e i servizi finanziari.

Per l’aviazione, si pensa a un partenariato con il Regno Unito che permetta ai suoi vettori di operare nell’Ue, anche per il cabotaggio. Per i servizi finanziari, l’idea di base è che i futuri rapporti siano basati sul principio equivalenza: l’Ue prende tutte le misure e le società finanziarie britanniche si impegnano a rispettarle per poter operare nel mercato unico europeo.

Chiuso il vertice a 27, la riunione dei leader è continuata fra i 19 membri dell’Eurozona, che discuteranno delle riforme dell’Unione monetaria. Anche qui, come per l’Unione bancaria, c’è uno stallo dovuto alla divisione fra Germania e paesi nordici, da una parte, che non vogliono sentir parlare di capacità di bilancio dell’Eurozona e di dispositivi europei per aiutare i paesi in crisi (meccanismi di stabilizzazione per gli shock asimmetrici, per esempio sussidi europei di disoccupazione), mentre dall’altra parte Italia, Francia, Spagna e Portogallo premono per questi meccanismi, e perché la loro attivazione sia automatica in caso di necessità.

La speranza di esenzione dei dazi sull’acciaio e sull’alluminio, nel frattempo, è diventata realtà. Il rappresentante del commercio americano, Robert Lighthizer, ha detto: “L’Unione europea, l’Australia, il Canada, il Messico, il Brasile, l’Argentina e la Corea del Sud per ora saranno esclusi dai dazi sull’alluminio e l’acciaio che Donald Trump si sta preparando a imporre”.

Durante la conferenza stampa al summit dell’UE, al presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, gli sono state rivolte diverse domande. Alla domanda rivoltagli in inglese se ha inviato un messaggio augurale a Putin per la rielezione, la risposta lapidaria è stata un secco no. Il primo tema che Tajani ha riportato del suo discorso è stata l’immigrazione: “L’Ue non può perdere ulteriore tempo per affrontare la questione immigrazione. Serve una politica europea che impedisca l’incrementarsi dei flussi nei prossimi anni”. Tajani ha ribadito la posizione dell’Europarlamento sull’asilo (“il Consiglio ora faccia la sua parte per la riforma di Dublino”) e ha dichiarato che “In Italia c’è allarme sociale in relazione alle pressioni migratorie. Occorre un piano Marshall per lo sviluppo sociale ed economico dell’Africa, dalla quale si generano i flussi. È un problema europeo  e l’Unione deve prendere posizioni concrete”.

Il Consiglio dell’UE, si è concluso prendendo posizione su importanti temi in discussione. Il percorso dell’integrazione è lungo e difficile, le intese sono importanti. Non bastano solo i piccoli passi, bisogna pensare anche ai grandi passi per raggiungere l’unità politica.

Superata la questione dei dazi con gli Usa, si è aperta la crisi diplomatica con la Russia.

Salvatore Rondello

Iva, la rivoluzione della Commissione europea

commissione-europeaLa Commissione europea, a Bruxelles, ha proposto una vera e propria rivoluzione copernicana del sistema di tassazione indiretta. Verrebbe restituito agli Stati membri il potere di decidere a quali prodotti e servizi applicare aliquote ridotte dell’imposta sul valore aggiunto (Iva), senza dover sottostare ai limiti imposti dall’attuale legislazione Ue che prevede l’approvazione unanime da parte degli altri Stati membri.

In una conferenza stampa, il commissario Ue agli Affari Economici e Finanziari, Pierre Moscovici, ha commentato: “Se la riforma andrà in porto, non si ripeterà più il caso di un Consiglio europeo in cui i capi di Stato e di governo hanno dovuto occuparsi dei pannolini per neonati, per sbloccare la richiesta di uno stato membro di ridurre l’aliquota Iva applicata a questi prodotti.

Non ci saranno più i lunghissimi negoziati in Consiglio ogni volta che c’è da allargare una lista nazionale (oggi ogni paese ne ha una diversa) dei settori a cui applicare le aliquote ridotte. E sarà superata l’attuale frammentazione del mercato unico, per cui un paese può decidere misure di sostegno per un settore economico con la riduzione dell’Iva, mentre in un altro paese la stessa riduzione per lo stesso settore è proibita dall’Ue.

Sarà così sbloccata, tra l’altro, l’iniziativa legislativa europea che mira a ridurre le aliquote Iva sulle pubblicazioni elettroniche come libri, giornali e periodici elettronici.

Le norme comuni dell’Ue in materia di Iva, approvate da tutti gli Stati membri nel 1992, sono ormai obsolete e troppo restrittive, fra l’altro, sono state pensate quando ancora non esisteva Internet”.

Attualmente gli Stati membri possono applicare sul territorio nazionale un’aliquota ridotta del 5% a due diverse categorie di prodotti. Alcuni paesi applicano anche deroghe specifiche per ulteriori aliquote ridotte. Con la riforma varata oggi dalla Commissione UE, oltre all’aliquota Iva normale del 15%, gli Stati membri potranno fissare quanto segue: due aliquote distinte comprese tra il 5% e il 15%; un’aliquota tra lo 0% e il 5%; e, infine, un’aliquota zero per i beni esenti da Iva. Tutti i beni che attualmente beneficiano di aliquote diverse dall’aliquota normale potranno continuare a farlo.

Quindi, ci sarà una maggiore libertà di scelta per l’applicazione dell’Iva e, di conseguenza, più margini per la politica industriale dei singoli Stati dell’UE.

In Italia, l’aliquota Iva normale è attualmente superiore di sette punti percentuali rispetto a quella europea (22% anziché 15%) e si è deciso di aumentarla di altri tre punti a breve.

Salvatore Rondello

Dichiarazione di voto di Pia Locatelli

Il consiglio europeo dei prossimi giorni ha un’agenda impegnativa e la risoluzione di maggioranza, che abbiamo sottoscritto, non poteva non essere altrettanto ricca.

Parto dal Vertice di Goteborg, che finalmente si è concentrato su come stimolare la crescita inclusiva, come creare posti di lavoro equo e come sviluppare pari opportunità tra donne e uomini. Sembra, quindi, come ha detto l’ambasciatore svedese in Italia, che stiamo riprendendo la strada “per un’Europa più inclusiva che mette al primo posto occupazione e crescita eque”.

Brexit: si è conclusa una fase dei negoziati e , come era prevedibile, non è esito vantaggioso per i britannici: alcune decine di miliardi da pagare, più del doppio della loro offerta iniziale, per anni pieni diritti ai cittadini europei residenti in UK, nessuna frontiera tra Irlanda del Nord e Irlanda. Ora si apre la seconda fase delle trattative. Io mi auguro che tra un anno il parlamento non ratificherà l’accordo e si ritorni ad un nuovo referendum. Qualcuno ci sta lavorando e noi facciamo il tifo per questo gruppo di lavoro.

Ultime due brevissime note: abbiamo apprezzato la posizione dell’Alta Rappresentante Mogherini su Gerusalemme: nessun Paese della Ue seguirà l’esempio degli USA. Una posizione netta che conferma quanto sosteniamo da tempo: la soluzione del conflitto può avvenire solo con la nascita di sue Stati con Gerusalemme capitale di entrambi. In questa legislatura abbiamo presentato una mozione, votata dalla Camera, per il riconoscimento dello Stato palestinese, mi auguro che il Governo faccia il possibile perché si concretizzi.

Infine un’altra buona notizia: nel Consiglio che ha tenuto a Lisbona l’1-2 dicembre il PSE ha approvato a larghissima maggioranza la proposta di liste europee transnazionali per le prossime elezioni del Parlamento europeo. Un passo avanti per più Europa.

Voteremo la risoluzione della maggioranza che abbiamo sottoscritto.

PIÙ EUROPA

Giovani europei

È soprattutto merito del trattato fatto dall’Italia con la Libia che, finalmente, sono venute alla luce le problematiche relative alle gravi violazioni di diritti umani sui migranti in Libia. Lo dice il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni che, al Senato per le sue comunicazioni in vista del Consiglio europeo, respinge le critiche rivolte da alcune parti all’Italia sul trattato firmato col governo di Tripoli per il pattugliamento delle coste. E spiega che anzi “è grazie al nostro accordo che oggi le organizzazioni internazionali hanno potuto svelare certe situazioni, e organizzare i rimpatri volontari assistiti”. Più in generale, secondo il premier sulle politiche migratorie “il punto di partenza è che l’Italia non da oggi si presenta con le carte in regola e a testa alta, per via dei risultati che abbiamo ottenuto in questo periodo. Se ci fosse una epidemia di onestà intellettuale lo riconoscerebbero tutti i Paesi: gli arrivi si sono ridotti su base annua del 33% e negli ultimi 5 mesi del 63%, che significa una riduzione di 80mila unità. Non grazie alla bacchetta magica ma a uno straordinario lavoro del governo”.

Il premier non ha parlato solo di immigrazione. Molti i temi toccati nel suo intervento. Il prossimo Consiglio europeo dovrà anche ratificare la conclusione della prima parte dei negoziato con la Gran Bretagna: “A un anno dal referendum sulla Brexit, dobbiamo dire che i problemi rilevanti sono stati più che altro per il Regno Unito – spiega Gentiloni – Era l’apice di una fase di crisi, è stato il suono del risveglio per l’Unione Europea. Non mi pare che dopo il referendum siano proliferate le voglie di scissione, tutt’altro. I negoziati hanno raggiunto progressi soddisfacenti”. Che sono poi questi: “Sulla questione irlandese si è arrivati a una scelta che non prevede l’esistenza di confini tra Belfast e il resto del Regno Uniti, si è risolta con soddisfazione la questione delle somme dovute dalla Gran Bretagna per il bilancio dell’Unione Europea. In terzo luogo si è risolta la questione dello status dei cittadini comunitari che risiedono nel Regno Unito riconoscendone i diritti acquisiti”. Ma la partita non è finita qui. “Bisogna tuttavia essere consapevoli che la seconda parte dei negoziati sarà più complicata. Noi dobbiamo porci in maniera amichevoli verso questa trattative, sapendo che un ‘no deal’ sarebbe una opzione del tutto negativa sia per l’Europa che per la Gran Bretagna”.

Gentiloni ha parlato anche di ambizioni. Quelle legittime di ogni Paese e in particolare italiane ma soprattutto europee che non devono essere deluse. “L’Italia – ha detto – ha tutto l’interesse ad evitare un 2018 in cui le prospettive, le ambizioni degli ultimi mesi finiscano per essere delusi. Per questo è importante che si vada a queste discussioni con propositi e idee piuttosto risoluti”. Un 2018 cruciale, il momento, lo ha definito, dei passi concreti. “La posta in gioco è particolarmente alta” ha detto, perché, dopo gli ultimi due anni che hanno visto prima il “doppio shock” della Brexit e delle elezioni americane e dopo il 2017 che è stato l’anno “della risposta e ripresa della speranza”, ora “siamo alla vigilia di un anno che può rivelarsi decisivo: alla fine si vedrà se dal risveglio europeista” si “passerà alla fase dei passi concreti oppure se saremo condannati a un anno di surplace a causa della durata della formazione del governo tedesco o della mancanza di determinazione e coraggio da parte dei governi”.

Un punto essenziale la cui discussione si trascina da anni è quello della doppia velocità. “La cooperazione rafforzata sulla difesa – ha affermato il premier – è un primo passo incoraggiante e riguarda un certo numero di Paesi, non tutti i 27”, ponendosi come “prima, significativa traduzione in pratica del principio che, nella famiglia dei 27, è possibile, anzi a volte necessario, che ci siano livelli di integrazione diversa”. E sulla crescita si è detto ottimista: “Siamo ancora sotto la media europea di crescita nel 2017. Ma il rapporto dell’Ocse parla di velocità, di ritmo di questa crescita. Ed è una condizione incoraggiante, se lavoriamo bene”.

Per i socialisti è intervenuta in Aula la presidente del gruppo del Psi Pia Locatelli. La Commissione europea ha varato cinque progetti “per il completamento della Unione economica e monetaria” tra cui in prima battuta, l’inserimento del fiscal compact nei Trattati, poi nel diritto europeo. La delegazione dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo ha considerato dannosa questa iniziativa. Sul tema il Presidente del Consiglio, ha affermato qualche giorno fa che l’Unione Monetaria “deve mirare a più crescita e convergenza”, cauto nella forma, ma pronunciando sostanzialmente un No alle politiche di austerità e quindi, a parere dei socialisti, anche all’iniziativa della Commissione. Mentre è giusta la strada imboccata sulla Difesa Comune Europea, l’inserimento del fiscal compact nei Trattati rafforzerebbe i poteri già eccessivi, della Commissione, poteri regolatorio-amministrativo-burocratici che le danno il controllo dell’agenda di Bruxelles. Per i socialisti “il nostro debito pubblico condiziona, anche in prospettiva, la nostra capacità di incidere sull’agenda politica di Bruxelles, ma non si può continuare a realizzare il progetto europeo a compartimenti stagni, implementando sempre solo quello economico-finanziario e non quello politico”. Infine una questione di rappresentanza democratica. Le linee di sviluppo economico non possono essere determinate da istituzioni che non hanno una legittimazione democratica attraverso il voto. Questo allarga il fossato fra i cittadini e istituzioni e non ci difende dalle pulsioni nazionalistiche e populiste.

AGENDA EUROPEA

Al suo arrivo a Bruxelles per partecipare al Consiglio europeo, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha esposto i “tre o quattro obiettivi” del governo nelle discussioni e negli incontri che si svolgeranno oggi e domani nella capitale belga. Innanzitutto, l’agenda di riforme per rafforzare l’Unione, e la necessità di continuare a costruire l’Unione bancaria prendendo misure a favore della crescita e non decisioni “inopportune e intempestive” (come quelle suggerite recentemente dalla Vigilanza Unica della Bce per i crediti detriorati). Poi, la promozione della candidatura di Milano per la nuova sede dell’Ema, l’Agenzia del Farmaco europea che dovrà traslocare da Londra dopo la Brexit (ma la decisione non sarà oggi), e, infine, la questione migratoria, con la rivendicazione dei risultati raggiunti dall’Italia nell’arginare i flussi dalla Libia e l’esigenza di “consolidare questi risultati” al più presto, con un aumento sostanziale dello sforzo finanziario, finora poco rilevante, degli Stati membri per il “Trust Fund” per l’Africa.

Gentiloni ha parlato con i giornalisti a margine della prima sua prima riunione in agenda nella capitale belga, il pre-vertice del Partito dei Socialisti europei. “In questa partecipazione italiana al vertice dei socialisti europei, nell’incontro bilaterale che avrò con il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, e poi nella riunione del Consiglio Europeo, noi – ha detto Gentiloni – ci presentiamo con tre o quattro obiettivi principali: il primo è lavorare, in questa fase fondativa di una nuova agenda europea, in modo che sia il più possibile un’agenda che promuove la crescita, il lavoro e gli investimenti”.

“In questo quadro – ha spiegato – discuteremo anche con il presidente Juncker sostenendo le sue proposte, e insistendo – ha puntualizzato – sulla necessità che l’Unione bancaria per la quale si lavora sia uno strumento per migliorare la capacità delle banche di offrire credito alle imprese e di sostenere la ripresa, e che non ci siano invece misure inappropriate o intempestive che rischiano di produrre difficoltà nei meccanismi del credito e nella tutela del risparmio”.

“Siamo inoltre qui – ha continuato Gentiloni – per promuovere, nell’ambito delle diverse conversazione e occasioni che avremo, la candidatura di Milano come sede dell’Agenzia europea del Farmaco (Ema). Siamo convinti che sia una bella competizione tra diverse città europee, tutte valide; ma siamo orgogliosi del fatto che Milano, e lo dicono molte valutazioni indipendenti, è certamente una delle città che ha più capacità per ospitare l’Agenzia del Farmaco quando si trasferirà da Londra, facendola funzionare al massimo sin dal primo giorno”.

“Infine – ha detto ancora il presidente del Consiglio – siamo qui per rivendicare i risultati molto incoraggianti che l’Italia ha raggiunto per quanto riguarda il contrasto al traffico di migranti clandestini sulla rotta del Mediterraneo centrale”. “Sapete – ha ricordato parlando ai giornalisti – che i numeri degli sbarchi su quella rotta sono diminuiti drammaticamente negli ultimi quattro-cinque mesi. Sappiamo tuttavia – ha aggiunto – che questo risultato va consolidato, e abbiamo preso atto con soddisfazione anche del voto di stamani nel Parlamento europeo sui meccanismi comuni di una politica migratoria”.

Il riferimento di Gentiloni è al voto della commissione europarlamentare competente, che ha approvato stamattina un’ambiziosa proposta di riforma del regolamento di Dublino. Il nuovo testo, se approvato dalla Plenaria di Strasburgo e poi dal Consiglio Ue, creerebbe un sistema di “ricollocamento” permanente, equo ed automatico dei richiedenti asilo in tutti gli Stati membri, mettendo fine al principio attuale secondo cui il paese di primo arrivo de migranti deve farsi carico da solo dell’esame delle domande e della concessione dell’asilo.

“Ci aspettiamo che, oltre a rallegrarsi tutti in Europa per questi buoni risultati sui flussi migratori, ci sia anche, come credo chiederà il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ai diversi Stati membri, un concorso di risorse economiche. Perché – ha sottolineato il premier – il momento per consolidare questi risultati è ora, e non sarà facile consolidarli, se non ci sono risorse economiche adeguate per il Nordafrica, per la Libia e per i paesi africani di transito”.  “Su questi obiettivi – ha concluso Gentiloni – mi auguro che ci sia un impegno comune non solo della famiglia socialista, ma della grande maggioranza dei paesi europei”.

Gentiloni: prossimi 10 mesi decisivi per l’Europa

Camera - Informativa urgente del Governo sulla liberazione delle due ragazze

Futuro dell’Unione europea, temi migratori e Brexit i temi principali che verranno affrontati nel Consiglio europeo del 19 e 20 ottobre a Bruxelles. Il premier Paolo Gentiloni ne ha discusso ieri nel corso di due telefonate distinte con il presidente francese Emmanuel Macron e con il primo ministro britannico Theresa May. Gentiloni oggi è intervenuto alla Camera in vista dell’appuntamento europeo di domani e ha parlato di mesi decisivi per imprimere una svolta all’Unione nel segno dell’integrazione.

La Camera ha poi approvato la risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio con 239 sì e 144 no. La Camera ha anche approvato le risoluzioni di Mdp e Alternativa Libera, su cui il Governo aveva espresso parere favorevole. Respinte le risoluzioni di M5S, Fi, Lega, Fdi e Si.

“Noi – ha detto Gentiloni nel suo intervento – siamo dalla parte di chi dice ‘più Europa’ e non di chi dice ‘contrapponiamo il nostro Paese all’Europa’”, scandisce a mo’ di slogan il presidente, sottolineando che “nel 2019 si avvia la fase del rinnovo del Parlamento e di tutte le istituzioni europee” quindi “il momento di discutere di nuove politiche – non dico i trattati – dell’Unione europea è ora”. I prossimi “10-15 mesi” si riveleranno “decisivi” o, al contrario, possono lasciare la situazione così com’è. “Ma – avverte il presidente – non possiamo permetterci di passare dalla tempesta perfetta del 2015 alle occasioni perdute del 2017-18, non possiamo farci dettare la velocità dagli ultimi vagoni del treno europeo cioè da chi dice di non volere alcuna spinta europeista pur volendo tutti i vantaggi dell’appartenere all’Unione”. Gentiloni striglia poi chi, come la Lega o Fratelli d’Italia ma non soltanto, simpatizza per chi chiude le frontiere ai migranti, come l’Austria. “Dico a chi si rallegra delle posizioni sovraniste ai confini del nostro Paese, che si rallegra per qualcosa che va contro l’Italia. E’ qualcosa – ammonisce – che dovremmo contrastare sul piano politico e diplomatico, e credo che il Parlamento dovrebbe e potrebbe impegnarsi in questo senso”. Gentiloni evoca poi “il lungo inverno del nostro scontento europeo” che sembrava essersi concluso con la “primavera romana in Campidoglio” in occasione della cerimonia dei Trattati europei, e invita a tradurre quel consenso in politiche concrete.

In questo senso, nel Consiglio di domani e dopodomani saranno fatti “passi decisivi” sul fronte della difesa comune e della Web tax per i giganti della rete. Invece, su lavoro e crescita “restano ancora tutti da fare”. Il premier non risparmia critiche poi alla Brexit: una scelta “democratica e che rispettiamo”, ma che “non ha portato a quelle conseguenze magnifiche e spettacolari promesse”. “Anzi – sottolinea Gentiloni -, il contesto in cui Regno Unito si muove è di innegabile maggiore difficoltà”. Il presidente del Consiglio poi riaccende i fari sulla questione migranti, su cui l’Italia è “orgogliosa di aver dato il buon esempio”. Ma, se la commissione europea si è spesa, non si può dire altrettanto di tutti gli Stati membri. “Serve un impegno maggiore dei Paesi europei. Abbiamo bisogno di più risorse e di più presenza delle organizzazioni umanitarie nei campi in Libia”, sottolinea il premier. Infine un accenno alla candidatura di Milano per ospitare l’Agenzia europea del farmaco, finora con sede a Londra. “Pur risultando tra le due o tre candidature migliori possibili – ammette Gentiloni -, non sarà una competizione facile”.

Alla vigilia del vertice europeo il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, in una lettera ai leader dei Ventotto, ha sottolineato che l’unità europea va difesa in quanto è la “nostra maggiore” dell’Unione europea. “Dovremmo preservare l’unità che siamo stati in grado di sviluppare nell’ultimo anno”, scrive Tusk, in riferimento all’agenda dei leader dopo la conclusione del percorso delineato nella roadmap di Bratislava (settembre 2016). “Abbiamo bisogno di unità per risolvere la crisi migratoria, per affrontare gli aspetti meno giusti della globalizzazione”, oltre che per i rapporti con “i paesi terzi, per limitare il danno causato dalla Brexit e per preservare un ordine internazionale basato sul diritto in questo momento difficile”.

SCONTRO BREXIT

BRITAIN-EU-POLITICS-BREXIT

Nella rotta del mediterraneo centrale si stanno facendo progressi ma “la situazione resta critica per gli arrivi irregolari” e “l’unico risultato che ci interessa è mettere definitivamente fine” agli arrivi. Lo ha detto Donald Tusk a conclusione del Consiglio europeo, aggiungendo che “i leader hanno concordato di coordinarsi meglio nelle prossime settimane per aiutare l’Italia”.

Gentiloni, riunione utile e importante su migranti
Il premier Paolo Gentiloni al termine del Vertice Ue ha parlato di una “riunione utile, importante soprattutto su un paio di questioni che ci stanno a cuore: quella dei migranti e l’atteggiamento che l’Ue deve tenere sulle politiche industriali, sul commercio”. Per Gentiloni il riassunto del vertice è abbastanza semplice: “Passi avanti sul tema della sicurezza, tema forte di un’Europa che riscommette sul proprio progetto; ribadimento dei concetti che in Italia conosciamo con la dichiarazione di Taormina sul terrorismo e richiesta ai giganti del web di adottare tecnologie per rimuovere messaggi di radicalizzazione; conferma dell’ impegno di Parigi sul clima”.

Macron: “Non abbiamo ascoltato l’Italia”
A dirlo in modo più chiaro è il presidente francese Emmanuel Macron: “Non abbiamo ascoltato l’Italia. Abbiamo mancato di equilibrio nella solidarietà” sia sui migranti che nella crisi economica, di fronte a Paesi colpiti da “shock asimmetrici” e anche “sui migranti è stata la stessa cosa: non abbiamo ascoltato l’Italia sull’ondata di migranti che stava arrivando”. Così il presidente francese nella conferenza stampa al termine del vertice Ue. “Servono regole comuni Ue – ha aggiunto – sia che si tratti della Rotta balcanica sia di quella dalla Libia”. “In questo mondo ridivenuto tragico – ha sottolineato Macron – l’Europa dev’essere una speranza, la nostra speranza: non lasciamola scomparire sotto al peso del cinismo e delle prospettive di breve termine. Restituiamole la sua chance e la sua promessa”

Lo scontro sulla Brexit
L’offerta del premier britannico Theresa May sui diritti dei cittadini è “un primo passo, ma non è sufficiente”: lo ha detto il presidente della Commissione Jean Claude Juncker entrando al vertice europeo. E Juncker aggiunge: “Non posso immaginare che la Corte di giustizia europea possa essere esclusa” nel meccanismo di tutela delle garanzie per i cittadini europei in Gran Bretagna dopo la Brexit, ribadendo che “comunque il negoziato si fa al Berlaymont”, ovvero nella sede della Commissione europea e non a livello di leader europei. Ma la May tira dritto e difende la proposta presentata giovedì sera: “Abbiamo fatto una offerta giusta e seria” sui diritti dei cittadini, ma vogliamo anche “certezza” per il milione di britannici che vivono nell’Unione europea. “Il Regno Unito lascerà l’Ue ma non l’Europa”, ha ribadito, aggiungendo che il suo Paese vuole “una partnership profonda e speciale” con l’Unione europea. Sulla stessa linea di Junker anche Tusk: “La mia impressione è che la proposta della May va al di sotto delle nostre aspettative e rischia di peggiorare la situazione per i cittadini, ma la valuteremo una volta che avremo tutti i dettagli”

E la cancelliera tedesca Angela Merkel aggiunge: “May ha chiarito che i cittadini Ue che sono rimasti in Gran Bretagna per cinque anni potranno mantenere i loro pieni diritti. È un buon inizio ma non è un progresso. C’è ancora molta strada da fare”. E Macron chiosa: “Abbiamo avuto già molte cose di cui occuparci, stiamo parlando del futuro dell’Europa. Il mandato negoziale è stato dato a Michel Barnier”, ha ricordato Macron, e spetterà dunque a lui valutare le proposte.