Consob, Mario Nava si dimette per ragioni ‘politiche’

mario navaLe dimissioni di Mario Nava dalla Consob, l’autorità per le società e la Borsa che stava guidando da pochi mesi, sono state sorprendenti. In una nota, il professore, ha scritto: “ La questione è solo politica. La questione legale della mia posizione amministrativa è stata decisa e validata da ben quattro istituzioni, Commissione europea, Presidenza del Consiglio, Presidenza della Repubblica e Corte dei Conti, e non necessita di miei commenti ulteriori. Responsabilmente quindi, senza alcuna vena polemica, e avendo come unico obiettivo l’interesse più alto dell’Italia, rimetto con dispiacere le mie dimissioni da Presidente della Consob”.
Le dimissioni dell’economista bocconiano sono arrivate dopo un lungo pressing della maggioranza di governo che aveva sollevato una questione politica.  Lega e M5S, scioccamente, cantano vittoria. Poco tempo fa il Movimento penta stellato, ha posto, capziosamente, un quesito alla Commissione europea in merito alla posizione di distacco di Nava. Nonostante le risposte della Commissione europea sulla regolarità della nomina di Nava alla presidenza della Consob, la maggioranza governativa ha continuato gli attacchi su un piano politico.
Apprendendo la notizia delle dimissioni di Nava, il vicepremier Luigi Di Maio ha commentato: “Finalmente arriva la presa d’atto da parte del presidente della Consob circa la sua incompatibilità tra il distacco dagli uffici tecnici della Commissione europea e la guida di una Autorithy nazionale come la Consob”. Poi, Di Maio si è complimentato con ‘chi nel Movimento 5 Stelle non ha mai mollato su questa battaglia’. Tra loro la pasionaria pentastellata Carla Ruocco, portavoce alla Camera del M5S ha scritto esultando: “Il Presidente illegittimo di Consob, Mario Nava, ha rassegnato le dimissioni dopo due mesi intensi in cui abbiamo portato il suo caso in commissione Finanze e su tutti i giornali. Un ‘lavoro di pulizia’ che permetterà di garantire ai risparmiatori un efficace ed imparziale controllo del sistema finanziario nazionale”.
Nava, da parte sua, ha spiegato: “Un sacrificio personale, un gesto che, rasserenerà gli animi, dimostrerà quanto tengo personalmente all’indipendenza di questa Autorità al di là dei miei interessi personali, e permetterà al Governo di indicare un Presidente con caratteristiche ad esso più congeniali. La Consob è indipendente ma non può essere isolata, deve poter lavorare non solo con le altre autorità indipendenti, ma anche con le istituzioni politiche”.
Poi, Nava ha anche spiegato: “Ho accettato l’incarico con gioia e entusiasmo. Ora però queste mie caratteristiche e questi obiettivi sembrano essere considerati un insormontabile ostacolo. Il segnale di totale non gradimento politico è chiaro e inequivocabile. Quindi, responsabilmente, senza alcuna vena polemica, e avendo come unico obiettivo l’interesse più alto dell’Italia, rimetto con dispiacere le mie dimissioni da Presidente della Consob”.
Due giorni fa i capigruppo alla Camera e al Senato del M5S, Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli, e della Lega, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, avevano invitato Nava a rassegnare le dimissioni.
Lega e M5S avevano argomentato: “Nava, sui quotidiani nazionali si è dichiarato certo che non vi sia alcuna irregolarità nel suo operato e nella sua nomina. Eppure, rispondendo a un’interrogazione presentata al Parlamento europeo, il commissario Oettinger ha confermato che l’attuale presidente della Consob rimane soggetto agli stessi doveri e diritti dei funzionari della Commissione in attività di servizio”.
Quindi, avevano bollato il professore ‘incompatibile con la presidenza di un’autorità indipendente italiana’, il cui ruolo è quello di garantire l’ordinato funzionamento del mercato finanziario nazionale.
Ora, con le dimissioni di Nava, si è aperta la partita per sostituire il numero uno della Consob. Mentre Di Maio ha garantito la nomina di ‘un servitore dello stato e non della finanza internazionale, un presidente che possa esercitare pienamente e liberamente il suo ruolo’, il leghista Claudio Borghi ha ringraziato ‘il Dott. Nava per la sensibilità dimostrata con le sue dimissioni’ e poi ha chiosato: “Non si può dirigere un’autorità indipendente mentre si è dipendenti di Bruxelles”.
Il governo gialloverde, con il caso della Consob, contemporaneamente ha attaccato le quattro istituzioni che hanno validato la nomina di Nava: la Commissione europea, la Corte dei Conti, la Presidenza della Repubblica e la Presidenza del Consiglio allora guidata da Gentiloni.
Adesso, la Consob è rimasta senza una guida ed il Governo Conte non ha ancora un nominativo da indicare in sostituzione del prof. Mario Nava per svolgere la funzione di presidente dell’importante istituzione di controllo sul mercato borsistico e finanziario.

Il M5S parla, la Commissione europea risponde

commissione-europea

Dopo la presa di posizione della delegazione del M5S al Parlamento europeo, la nomina di Mario Nava a presidente della Consob è tornata d’attualità. In una nota si sostiene: “La Commissione europea conferma i dubbi che il Movimento 5 Stelle ha espresso sulla irregolarità che Mario Nava sia stato nominato Presidente della Consob venendo distaccato dalla Commissione Europea. Nella risposta del Commissario Oettinger all’interrogazione presentata dagli europarlamentari Marco Valli, Fabio Massimo Castaldo e Piernicola Pedicini, emerge che Nava avrebbe potuto essere posto in aspettativa dal suo precedente incarico di alto funzionario europeo, come previsto dalla Statuto Ue e dalla legge italiana”.

Nel mirino dei Parlamentari M5S il fatto che Nava, quando gli venne conferito l’incarico di guidare l’Autorità che vigila sui mercati italiani chiese un comando (distacco) di 3 anni da Bruxelles e non l’aspettativa.

Dal testo della risposta di Oettinger all’interrrogazione dei parlamentari italiani, tuttavia, non sembrano emergere dubbi sulla decisione di porre Nava in distacco, cioè in collocamento fuori ruolo: una fattispecie peraltro prevista dalla legge istitutiva della Consob proprio per i dipendenti della pubblica amministrazione.

Nella sua risposta a nome della Commissione Europea, il commissario Oettinger ha innanzitutto premesso: “Lo statuto prevede disposizioni amministrative che consentono a un funzionario titolare di occupare temporaneamente un impiego fuori della sua istituzione: si tratta del comando nell’interesse del servizio e dell’aspettativa per motivi personali”.

Poi, il Commissario ha spiegato le ragioni che hanno spinto la Commissione ad accettare il distacco di Nava: “In base a tali disposizioni amministrative il funzionario in questione rimane soggetto agli stessi doveri e diritti dei funzionari in attività di servizio presso la Commissione, tra cui l’obbligo di adempiere ai doveri sanciti dal titolo II dello statuto in relazione agli interessi dell’Unione europea. Tenuto conto dell’importanza di potenziare la collaborazione tra la Commissione e gli Stati membri e di rafforzare lo scambio delle migliori pratiche, la Commissione ha deciso di comandare il funzionario in questione presso la CONSOB nell’interesse del servizio”.

Una parte non secondaria in tale decisione, peraltro, è legata anche alle assicurazioni di indipendenza fornite dal precedente Governo italiano a Bruxelles. Oettinger le ha menzionate nella sua risposta: “Nel richiedere il distacco nell’interesse del servizio del funzionario della Commissione in questione, le autorità italiane hanno confermato che tale disposizione amministrativa non avrebbe inciso sulla sua indipendenza in veste di presidente della CONSOB e che si sarebbe mantenuta la conformità al requisito secondo cui il presidente esercita il suo mandato in regime di esclusività e a tempo pieno”.

Anche in questa circostanza, il M5S ha manifestato la scarsa conoscenza delle normative, italiana ed europea, che regolano la pubblica amministrazione.

Salvatore Rondello

Istat, aumentano ancora i poveri in Italia

poveri 6L’Istat ha diffuso oggi il ‘Rapporto SDGs 2018 (Sustainable Development Goals) – Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia – Prime analisi’. Dal Rapporto dell’Istat fatto su direttive dell’ONU, è emerso che in Italia la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 30% (18.136.663 individui), in aumento rispetto all’anno precedente. Nel commento dell’Istat si legge: “L’obiettivo di Europa 2020 rimane quindi molto lontano. La povertà in Europa si mantiene stabile nel 2016 rispetto al 2015, con un’incidenza pari al 23,5% della popolazione (118 milioni di individui a rischio di povertà o esclusione sociale)”.
L’Italia si trova, quindi, sotto la media Ue di sei punti e mezzo percentuali.
L’indicatore di povertà o esclusione sociale corrisponde alla quota di persone che presentano almeno una delle seguenti situazioni: sono a rischio di povertà di reddito, sono gravemente deprivate materialmente, vivono in famiglie con una molto bassa intensità lavorativa.
Nel 2016, la povertà di reddito ha riguardato il 20,6% della popolazione (in aumento rispetto al 19,9% del 2015), la grave deprivazione materiale ha raggiunto il 12,1% (dall’11,5%) mentre la quota di chi vive in famiglie con una intensità di lavoro molto bassa è arrivata al 12,8% (dall’11,7% del 2015).
Le disparità regionali sono molto ampie sia per l’indicatore composito sulla povertà o esclusione sociale, sia per i tre indicatori in cui si articola.
Nel Mezzogiorno si riscontrano i valori maggiori per tutti e quattro gli indicatori: è a rischio di povertà o esclusione sociale quasi la metà degli individui (46,9%) contro uno ogni cinque del Nord (19,4%).
Questo significa che nel Nord Italia la media è migliore di quella Europea, mentre nel Meridione i valori il doppio della media Ue.
Nel 2017 sono stati stimati 5 milioni e 58mila gli individui in povertà assoluta (8,4% della popolazione). Le condizioni dei minori rimangono critiche: l’incidenza di povertà assoluta tra di essi è pari al 12,1%; in peggioramento la condizione di giovani, adulti e anziani.
Nel 2016 con il 19,1% del reddito disponibile per il 40% più povero della popolazione (indicatore utilizzato da Eurostat per confrontare i livelli di disuguaglianza tra i paesi Ue), l’Italia si pone al di sotto della media europea che, a sua volta, è diminuita nel tempo, passando dal 21,1% del 2011 al 20,9% del 2016.
Fino al 2007, la crescita in Italia dei redditi della popolazione a più basso reddito è stata più elevata di quella dei redditi complessivi. Dal 2008, a causa della crisi economica, le flessioni osservate sono state più pesanti per i redditi relativamente più bassi. Contestualmente, è aumentata la disuguaglianza del reddito disponibile, che ha toccato il valore minimo (5,2) nel 2007 e quello massimo (6,3) nel 2015.
Sempre nel rapporto, comparando il lavoro domestico tra i due sessi, i dati più recenti indicano che la quota di tempo giornaliero dedicato dalle donne al lavoro domestico e di cura non retribuiti è circa 2,6 volte quello degli uomini, era più del triplo nel biennio 2002-2003. Nonostante questo miglioramento, nel 2013-2014 l’Italia presentava il divario di genere più elevato fra tutti i paesi europei con dati disponibili.
Nel 2017 il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne di 25-49 anni con figli in età prescolare e il tasso di quelle senza figli continua ad essere basso, benché sia migliorato negli anni.
In Italia è in crescita la presenza delle donne nel Parlamento nazionale e nelle società quotate in borsa e, seppure in misura minore, negli organi decisionali e nei consigli regionali. Ma la presenza delle donne nei luoghi decisionali, economici e politici continua a rimanere bassa: un terzo nel Parlamento nazionale e nelle società quotate in borsa, un quinto nei consigli regionali e meno di un quinto negli organi decisionali (Autorità della privacy, Agcom, Autorità della concorrenza e del mercato, Corte Costituzionale, Consiglio Superiore della Magistratura, Ambasciatori, Consob).
Le diseguaglianze sociali ed economiche presenti in Italia continuano a persistere a livelli elevati ed in alcuni casi aumentano. Particolarmente significativi i dati del Mezzogiorno e del Nord Italia, che mostrano in modo sempre più evidente il divario tra la zona più povera e la zona più ricca del Paese.

MANCATA VIGILANZA

CONSOB-commissione-bancheIl disaccordo politico tra le varie fazioni continua anche in Commissione Banche, manca l’intesa su una relazione unitaria della commissione d’inchiesta sulle banche, che si è riunita stamattina. Tuttavia la relazione è stata approvata con 19 voti favorevoli (Pd e centristi), ma con 15 contrari e sei assenti, com’era prevedibile, non ha messo d’accordo tutti i partiti. “È ufficiale: tra Consob e Banca d’Italia c’è stata scarsa collaborazione. La conseguenza non può che essere stata una vigilanza inefficace. La conferma che i risparmiatori devono essere tutelati e che la Commissione d’Inchiesta bancaria dovrà proseguire i suoi lavori nella prossima legislatura per capire fino in fondo cosa sia accaduto”. Così in una nota Riccardo Nencini, il segretario del Psi e promotore della Lista Insieme. Il presidente della Commissione d’Inchiesta Pier Ferdinando Casini trasmetterà la relazione finale, questo pomeriggio ai presidenti di Camera e Senato.
La Commissione ha preso il via in ottobre 2017 e ha ripercorso tutti i fatti più importanti degli ultimi anni da Mps al crac delle banche venete fino alle 4 (Etruria, Banca Marche, CariChieti e Carife) messe in risoluzione dal governo nel 2015. “In tutti i sette casi di crisi bancarie oggetto di indagine”, si legge nella relazione, “le attività di vigilanza sia sul sistema bancario (Banca d’Italia) che sui mercati finanziari (Consob) si sono rivelate inefficaci ai fini della tutela del risparmio”. Inoltre, la disamina e l’approfondimento di alcuni eventi che hanno contraddistinto l’azione della vigilanza “ha fatto emergere oggettive debolezze nella collaborazione e nello scambio reciproco di informazioni rilevanti tra i due organismi”.
Nel documento si ricorda comunque che “un primo aspetto emerso nel corso delle diverse audizioni, riguarda il fatto che Banca d’Italia ha lamentato limiti “investigativi” degli strumenti a propria disposizione, all’epoca dei fatti, in sede di ispezione”. Al netto degli episodi dolosi di occultamento di documenti e di mala gestio, che in talune situazioni hanno contraddistinto l’operato delle Banche in esame, si legge ancora, “occorre domandarsi se gli strumenti a disposizione della Vigilanza siano stati utilizzati tutti ed in caso positivo, si siano dimostrati sufficienti”. E a tal proposito viene citata la testimonianza del numero uno di via Nazionale. “Lo stesso Governatore, chiamato ad esprimere una sua valutazione sull’operato di Banca d’Italia, non ha escluso possibili carenze”. Ma il principale accusato resta Consob, come si legge nel documento proprio la Consob, dotata di “maggiori poteri” ispettivi rispetto alla Banca d’Italia, “non pare averli utilizzati adeguatamente (avendoli attivati in due sole occasioni) né aver, di fatto, conseguito risultati significativi”.
Serve un organo consultivo dove autorità di vigilanza, governo, Banche e operatori di mercato possano dialogare sulle norme del settore sulla scia di quanto accade già in Francia. La relazione sottolinea come “debba essere valutato il superamento del vigente Modello ibrido di vigilanza (settoriale e per finalità) e il passaggio al Modello per finalità, Twin Peaks
(TP). Nella prospettiva della semplificazione dell’assetto delle autorità di vigilanza potrebbe essere preso in considerazione l’accorpamento di Ivass e Covip dal momento che i confini tra strumenti, intermediari e mercati sono sempre più sfumati”. I commissari suggeriscono “riunioni a cadenza periodica ravvicinata del Comitato per la Salvaguardia della Stabilità Finanziaria (istituito nel marzo 2008 con la firma di un protocollo congiunto tra MEF, Banca d’Italia, Consob e ISVAP) oppure l’istituzione di un organo consultivo che si esprima sulle disposizioni legislative e regolamentari relative al settore assicurativo e bancario e che veda la partecipazione – e il confronto diretto – dei vari stakeholders (i.e. consumatori, operatori di mercato, autorità di regolazione, professionisti ed esperti)”.
Per quanto Casini abbia lavorato in queste ultime settimane ad un testo che tenesse conto delle richieste generali da sottoporre all’ufficio di presidenza prima, e alla commissione poi, l’appuntamento conclusivo è stato di generale tensione e di mancanza di unanimità tra le diverse forze politiche. Oltre a Liberi e Uguali, che già da tempo si è sfilata dalla possibilità di appoggiare un documento condiviso, anche il commissario del M5S Alessio Villarosa ha detto ieri di avere un “sentiment assolutamente negativo”. Alla fine, a suo parere, “non ci sarà nessuna relazione comune ma tanti documenti dei singoli gruppi”.
“Questa mattina c’è stato l’ufficio di presidenza della commissione di inchiesta sulle Banche e abbiamo ribadito al presidente Casini la nostra indisponibilità a sottoscrivere la relazione che ha presentato. È un documento di mediazione, che non entra nel merito ma, sopratutto, riteniamo contenga alcune gravi reticenze, rispetto a un lavoro che, secondo noi, dovrebbe essere reso pubblico in modo trasparente”. Afferma Davide Zoggia, deputato di Articolo 1-Mdp, componente della commissione di inchiesta sulle Banche. “Noi – ha aggiunto Zoggia in una conferenza stampa alla Camera – dobbiamo rispondere ai risparmiatori truffati, che a nostro avviso è il tema centrale. Da quello che ho capito, non mi pare ci sia intesa nemmeno tra le altre forze politiche quindi ritengo non ci sarà una relazione di maggioranza. Di conseguenza penso che gran parte delle forze politiche presenteranno una loro relazione”, conclude l’esponente di Mdp-Articolo 1.
Sulla stessa linea anche i leghisti che premono sulla linea dei risparmiatori truffati, così come dichiarato da Paolo Tosato senatore leghista e componente della commissione di inchiesta: “Se non sarà scritto in modo chiaro e inequivocabile che tutti i risparmiatori truffati devono essere risarciti completamente noi non sottoscriveremo nessun documento. Il testo della maggioranza su questo aspetto è assolutamente reticente e insufficiente. Noi chiediamo e pretendiamo giustizia per tutti quei cittadini truffati dalle Banche altrimenti i lavori della commissione di inchiesta svolti siamo a oggi risulteranno inutili. Ancora una volta la maggioranza si appresta a sferrare uno schiaffo a chi non ha colpe e ha perso i risparmi di una vita”.
Alla fine però il documento è stato approvato, così come auspicato da Matteo Orfini. Già stamattina per il presidente del Pd una posizione comune sulla relazione conclusiva della commissione d’inchiesta sulle banche era ancora possibile. “A leggere le agenzie no, a vedere i lavori della commissione sì. Se si prescinde dai posizionamenti della campagna elettorale, è possibile”, aveva affermato fiducioso Orfini.

Etruria: nel giorno di Ghizzoni spunta mail Carrai

Banca Etruria-BoschiPoche righe di una mail piovuta sul banco della presidenza della Commissione Banche: “Ciao Federico, solo per dirti che su Etruria mi è stato chiesto di sollecitarti, se possibile, nel rispetto dei ruoli, per una risposta. Un abbraccio Marco”. Dove Federico è Ghizzoni, ex amministratore delegato di Unicredit, mentre il Marco che scrive è Marco Carrai, imprenditore ed esperto di cyber security – tanto che per lui si parlò di un incarico a capo di una squadra di 007 a Palazzo Chigi – e amico di lunga data di Matteo Renzi. È il colpo di scena che l’audizione più temuta dal Partito Democratico regala al caso Banca Etruria. Ma dall’audizione di questa mattina, i commissari aspettavano soprattutto chiarezza sullo scambio di accuse tra l’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, e l’ex ministra delle Riforme, oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi. De Bortoli aveva infatti parlato dell’incontro tra la ministra e l’ad nel suo ultimo libro, sottolineando la richiesta “di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria” da parte di Unicredit. A distanza di mesi dall’uscita del libro, con le polemiche mai sopite sul suo contenuto, Ghizzoni ha avuto la possibilità di parlare in una sede istituzionale. L’allora ministro, Maria Elena Boschi, “mi chiese se era pensabile per Unicredit valutare un intervento su Banca Popolare dell’Etruria stressando di nuovo la sua preoccupazione sugli effetti della crisi in Toscana”.

A queste parole le opposizioni rispondono con la rinnovata richiesta di dimissioni di Boschi. Si tratterebbe, per grillini ed Mdp, della conferma di quanto riportato da Ferruccio De Bortoli e che ha portato l’esponente del governo ad annunciare querela contro l’autore. Tanto Boschi quanto De Bortoli esprimono soddisfazione: “Sulla vicenda Banca Etruria, confermo ciò che ha detto oggi Ghizzoni. Che è stato impeccabile nel raccontare i fatti. I fatti sono quelli. Io mi sono informata e interessata come avrebbe fatto chiunque altro all’economia del proprio territorio”, scrive su Twitter il sottosegretario ad audizione ancora in corso.

Quando i commissari si ritirano, De Bortoli ringrazia “Federico Ghizzoni per aver confermato la richiesta dell’allora ministra Maria Elena Boschi di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria”. Il Partito Democratico insiste sull’assenza di “pressioni” da parte della Boschi, così come fatto al termine delle audizioni del presidente Consob, Giuseppe Vegas, e del governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco. Durante la sua audizione, rispondendo alle domande dei commissari, Ghizzoni ha infatti sottolineato di “non aver avvertito pressioni”, ma di aver avuto con Boschi un colloquio cordiale. Un incontro chiesto dalla allora ministro, al termine della cerimonia per i 15 anni di Unicredit e dopo il quale, Ghizzoni diede mandato alla sua segretaria di fissare un appuntamento con la responsabile delle riforme del governo Renzi. Incontro che si svolse il 12 dicembre 2014. Dopo quella data non ci furono altri contatti con Boschi. Ma di Etruria si continuò a parlare in Unicredit, anche perché Ghizzoni avviò, tramite i suoi collaboratori, una prima analisi della fattibilità dell’operazione Etruria. Circa un mese dopo, tuttavia, arrivò la mail di Carrai. Era il 15 gennaio. La risposta di Ghizzoni, che sottoliena di non essere in confidenza con Carrai ma di conoscerlo solo come consulente, fu netta: “Risposi che stavamo esaminando la situazione. Per me la risposta andava data solo alla banca”. Ghizzoni aggiunge di non aver chiesto “per il bene di Unicredit” chi fosse che solecitava una risposta su Etruria. Ma la risposta fu, al termine dell’esame, negativa. Se per i commissari di opposizione, come Andrea Augello, è chiaro che i committenti

della mail fossero Renzi e Boschi, di diverso avviso – ovviamente – sono gli esponenti dem. Fonti parlamentari sottolineano che “Carrai non agiva per conto di Renzi e Boschi”. Lo stato d’allerta, nonostante la soddisfazione manifestata da Boschi e dal renzianissimo Andrea Marcucci, rimane ai massimi livelli: “Teniamo botta”, viene spiegato, “ma la situazione non è facile. In ogni caso Ghizzoni ha ribadito che non ci sono state pressioni”. Per il momento è alla parola “pressioni” che sembra aggrapparsi la linea difensiva di un Pd che si prepara a dover contrastare l’offensiva delle opposizioni in campagna elettorale proprio sul tema delle banche.

“Carrai – è il commento di Ettore Rosato capogruppo Pd alla Camera – è un professionista, che non ha niente a che fare con il Pd, che opera in quel settore e conosce Ghizzoni. Mi pare normale uno scambio di corrispondenza professionale. Si interfaccia con il mondo delle imprese e del sistema finanziario”.

Nuovo fronte sulle banche. Gentiloni difende Boschi

Boschi-conflitto interessiGentiloni difende Boschi. Ma si apre un nuovo fronte banche. Maria Elena Boschi “ha chiarito” e “sarà candidata con il Pd”. Auspicabilmente, “con successo”, afferma il presidente del Consiglio. Dopo la tempesta che si è abbattuta ieri su di lei, Paolo Gentiloni si schiera al fianco della sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio. Una risposta alla richiesta di dimissioni arrivata da parte delle opposizioni – tutte tranne Forza Italia che, al momento, mantiene un atteggiamento più cauto – e in particolar modo dal candidato premier M5s, Luigi Di Maio, fermo nel chiedere al Pd di non ricandidare l’esponente del governo.

La campagna elettorale è già cominciata, ma tra i Cinque Stelle, sembra chiara la volontà di puntare forte sulla questione della candidatura Boschi per ‘piegare’ il Partito Democratico. Questo, almeno, l’avviso di molti esponenti del Nazareno. Un allarme che spiega anche la ‘batteria’ di comunicati e tweet arrivati dai parlamentari piu’ in vista, a cominciare dal tesoriere, Bonifazi, per continuare con il senatore Andrea Marcucci fino ad arrivare allo stesso Renzi. A scatenare la polemica sono state le dichiarazioni di Giuseppe Vegas, presidente Consob, già nel mirino del Pd per la gestione delle crisi bancarie. Vegas, in audizione in Commissione, ha infatti spiegato di avere incontrato Boschi in almeno una occasione e che, durante il colloquio, l’allora ministro per i Rapporti con il Parlamento gli aveva manifestato la propria preoccupazione per lo stato di banca Etruria e per la possibilità che questa venisse assorbita da Popolare Vicenza. Una soluzione che – ad avviso della Boschi, così come riportato da Vegas – avrebbe portato nocumento al distretto dell’oreficeria di Arezzo. Di qui la richiesta delle opposizioni che leggono le parole della sottosegretaria come un tentativo di esercitare “pressioni” su una autorità di garanzia come Consob.

E attorno alla parola “pressioni” si consuma lo scontro tra Pd e opposizioni. Boschi, infatti, non smentisce la ricostruzione di Vegas, ma sostiene che durante l’incontro non c’è stata alcuna richiesta di intervento di Consob e, quindi, nessuna pressione. Per M5s, Lega e Mdp al contrario la partecipazione dell’allora ministro all’incontro con Vegas e le sue parole sarebbero bastate ampiamente a mettere in seria difficoltà il presidente Consob. Di qui la richiesta di dimissioni.

“Nell’incontro non ci vedo nulla di strano”, un ministro è pienamente legittimato ad incontrare il presidente di una autorità di garanzia”, ha spiegato Renzi in diretta tv. Boschi, poi, ha aggiunto alla sua ricostruzione il fatto di aver incontrato anche l’ex ad di Unicredit, Ghizzoni, precisando che, anche nell’occasione, nessuna pressione è stata fatta per ottenere corsie preferenziali per l’istituto aretino. L’ultimo capitolo in ordine di tempo è quello scritto oggi dal numero uno di Banca Veneta, Vincenzo Consoli che in commissione banche ha riferito di avere incontrato Maria Elena Boschi e suo padre nella casa di famiglia a Pasqua del 2014, aggiungendo che l’allora ministro non profferì parola.

Sulle ragioni dell’incontro Consoli ha spiegato che “avvenne perché sapemmo che Etruria aveva ricevuto da Bankitalia una lettera simile alla nostra” nella quale si chiedeva l’aggregazione con un partner “di elevato standing”. E nella lettera veniva indicata proprio Banca Popolare di Vicenza. “Dopo quell’incontro – ha proseguito Consoli – non ho mai più visto né sentito la ministra Boschi”. Nella sua ricostruzione l’ex amministratore delegato ha specificato che avrebbe voluto incontrare anche Matteo Renzi per avvisarlo “che la riforma delle Popolari poteva essere pericolosa. “Recentemente gli ho scritto due lettere ma non ho mai ricevuto risposta”.

Nuovo caso Consob. Boschi: “Mai fatto pressioni”

Scoppia una nuova polemica su Maria Elena Boschi, questa volta sollevata dopo le parole del presidente della Consob Giuseppe Vegas. Ascoltato nella commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, Vegas rivela che l’allora ministra per le Riforme gli chiese un colloquio per parlargli di Banca Etruria. Dichiarazioni che scatenano le opposizioni, “Boschi si dimetta”, e che provocano la reazione della sottosegretaria alla presidenza del Consiglio: “Mai e poi mai ho fatto pressioni. Mai”. La Boschi era già intervenuta in Aula il 18 dicembre 2015 in propria difesa nel corso del dibattito sulle sue dimissioni chieste dalle opposizioni.

Vegas ha spiegato di avere avuto “2-3 incontri” con la Boschi e ha aggiunto che l’allora ministra avrebbe espresso “preoccupazione per una possibile acquisizione di banca Etruria da parte di Bpvi” in quanto l’operazione poteva essere negativa per il settore orafo di Arezzo. D’altro canto, ha aggiunto, “Boschi ha esposto una preoccupazione ma non ha fatto alcun tipo di richiesta di intervento”. D’altronde “la Consob non ha alcun tipo di competenza in materia di aggregazioni”. Il presidente Consob parlando in Commissione e rispondendo alle domande del deputato Carlo Sibilia (M5S) ha poi affermato che dal ministro Maria Elena Boschi “non c’è stata pressione ma solo l’esposizione di un fatto”. “Siamo stati in un ristorante a pranzo – ha detto – poi l’ho portata a visitare la Consob, mi sembra una cosa normalissima che un parlamentare si interessi della sua costitutency (collegio elettorale ndr), non c’è stata pressione ma l’esposizione di un fatto”.

Uno dei primi ad attaccare è l’ex Pd Roberto Speranza ora di Liberi e uguali: “Se un membro del governo mente deve dimettersi”, dice. Stessa richiesta da Nicola Fratoianni e dal leghista Roberto Calderoli, che chiede anche alla Boschi di “non ricandidarsi alle prossime elezioni”. Anche il Movimento 5 stelle chiede che la Boschi lasci. Lo stesso fa Giorgia Meloni di Fdi che invoca il passo indietro.
La Boschi reagisce e nega la principale accusa che le rivolgono le opposizioni, ovvero quella di avere mentito in Parlamento. “Confermo per filo e per segno tutto ciò che ho detto in Parlamento due anni fa. Tutto. Chi mi chiede le dimissioni perché avrei mentito in Parlamento deve dirmi in quale punto del resoconto stenografico avrei mentito. E i giornalisti hanno il dovere di indicare il passaggio in cui avrei mentito al Parlamento”. Antonio Vazio, deputato Pd in commissione banche, aggiunge: “Le parole di Vegas dimostrano la vergognosa strumentalizzazione delle opposizioni. I vari Di Maio, Speranza e compagnia leggano con attenzione quanto dichiarato dal presidente di Consob”. Vazio cita Vegas che “incalzato ha dichiarato: ‘È normale che un ministro o un parlamentare visiti Consob, si occupi di questi temi e che esprima preoccupazioni su fatti o operazioni, senza esercitare come nel caso di specie alcuna pressione'”.

A Roberto Speranza e al Movimento 5 Stelle risponde il tesoriere e deputato Pd Francesco Bonifazi che replica su twitter: “Sarei grato a Sibilia e Speranza se dicessero pubblicamente in quale punto dello stenografico del discorso della Boschi ha mentito al Parlamento”. Di indecente manipolazione parla il deputato dem Ernesto Carbone rispondendo al pentastellato Carlo Sibilia che aveva affermato che “Maria Elena Boschi si è occupata di Banca Etruria. Più di una volta. Così come appena confermato da Giuseppe Vegas Presidente Consob. Contrariamente a quanto detto al Parlamento il 18 dicembre 2015. Maria Elena Boschi ha mentito al Parlamento condizionando il voto sulla sua sfiducia”. Carbone aggiunge: “Il sottosegretario Boschi non ha mai detto il falso. Sfidiamo Sibilia a trovare nel discorso al Parlamento tenuto dall’allora ministro Boschi la prova di quanto sostiene. Mettiamo a disposizione lo stenografico dell’intervento così vedremo chi ha ragione”.

“Di Battista, Calderoli e Speranza (bel terzetto) – aggiunge Matteo Orfini, presidente del Pd, che su twitter ha condiviso il video dell’intervento di Maria Elena Boschi del 18 dicembre 2015 – chiedono dimissioni Boschi per aver mentito in Parlamento. Qui sotto l’intervento incriminato. Vediamo se qualcuno ha voglia di fare il fact checking e scoprire se la bugia è della Boschi o del terzetto”.

Scintille tra la Banca d’Italia e la Consob

SEDE MILANESE DELLA CONSOB

Scintille tra la Banca d’Italia e la Consob alla Commissione d’inchiesta. Lo scandalo delle Banche Venete s’infiamma. Banca d’Italia e Consob, entrambe sono tornate in Commissione dopo gli interventi della scorsa settimana per fornire maggiori chiarimenti su alcuni punti, prima singolarmente e poi uno contro l’altro in una sorta di confronto all’americana.

La Consob per prima ha acceso il fuoco. Nel corso dell’audizione, il direttore generale Angelo Apponi ha rivelato che nel 2013, in prossimità dell’aumento di capitale di Veneto Banca, la Banca d’Italia inviò una lettera alla Consob in cui si segnalava che l’operazione sarebbe stata strumentale al perseguimento degli obiettivi del piano dell’Istituto di credito e non escludeva eventuali acquisizioni che avessero avuto determinate caratteristiche.

Secondo la Consob,  Bankitalia, che si dovrebbe occupare della stabilità delle banche, non segnalò alcun problema di sofferenza. Apponi ha anche dichiarato: “E anzi indicò che l’operazione era strumentale a obiettivi previsti dal piano per effettuare eventuali acquisizioni coerenti con il modello strategico della banca salvaguardando liquidità e solidità”.

Dopo, il direttore generale della Consob ha affrontato la questione della Banca Popolare di Vicenza. Anche in questo caso non risparmia Bankitalia affermando: “A seguito dell’ispezione effettuata da Bankitalia nel 2007, la Consob non ha ricevuto alcuna informazione sul prezzo delle azioni. Al termine dell’ispezione, ci è stata trasmessa unicamente la parte che riguardava l’operatività in derivati otc e discuteva delle condizioni in cui veniva fatta operatività dei derivati nei confronti di alcuni operatori professionali”.

Inoltre, il direttore generale della Consob ha affermato: “I dati forniti dalle banche venete erano falsi. Il sistema della Commissione Nazionale per le Società e la Borsa è basato su analisi di tipo statistico. Di conseguenza mi sembra chiaro che se elaboriamo dati forniti dagli intermediari, la vigilanza può trovare un ostacolo nel momento in cui vengono comunicati dei dati fasulli. Chi diffonde dati falsi risponderà delle proprie azioni. Le reazioni della Consob dipendono dal tipo di informazioni e dalla convergenza degli indizi. L’ispezione si fa quando esistono sufficienti indizi. La vicenda del prezzo delle azioni riteniamo che sia stata seriamente trattata con una nota nel prospetto informativo che è il documento previsto dalle norme comunitarie, può piacere o no. All’epoca non avevamo indizi e infatti abbiamo proceduto quando ci hanno informato. Se avessimo avuto segnali di quella profondità avremmo reagito in maniera diversa. La lettera di Bankitalia dell’8 maggio 2013 non mi sembra che segnalasse una sofferenza, anzi prevedeva un’acquisizione”.

La Banca d’Italia ha prontamente replicato con Carmelo Barbagallo, capo della Vigilanza: “Non abbiamo mandato le informazioni alla Consob perché ipotizzavamo che i problemi fossero procedurali, risolvibili e affrontabili da parte nostra. Sul caso della Banca popolare di Vicenza, pensavamo che i problemi fossero non solo di nostra competenza ma alla nostra portata. Nel novembre 2013 la Banca d’Italia segnalò alla Consob che il prezzo per l’aumento di capitale di Veneto Banca era incoerente con il contesto economico, vista la crisi in atto e considerate anche le negative performance reddituali dell’ esercizio 2012. Questa informativa mandata alla Consob era più che sufficiente a far scattare il warning della Consob”.

La botta e risposta tra Consob e Bankitalia in commissione di vigilanza sulle banche ha alimentato una polemica politica. Il Movimento Cinque Stelle ha commentato: “Un teatrino drammatico”, mentre il Pd parla di “falle allarmanti”.

Il candidato premier del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio, nel corso di un convegno su MPS, ha affermato:  “Tra Consob e Bankitalia è in atto un drammatico teatrino. Volano stracci e ci mettono così in seria difficoltà con la comunità internazionale. Dicono che il M5S non è credibile, saranno credibili loro. Se il Movimento andrà al governo, è chiaro che chi ha vigilato finora non può vigilare più”.

Il presidente del PD, Matteo Orfini, ha scritto su Twitter:  “Quello che sta emergendo in commissione banche è serio, grave e allarmante. E dimostra che abbiamo fatto bene a volere questa commissione. E a dire che il sistema di vigilanza aveva delle serie falle”.

Da questa vicenda emerge un quadro dell’Italia molto preoccupante. La classe dirigente del Paese sembra più scadente di quanto si potrebbe immaginare.

La maggioranza degli italiani, quella del non voto, attende l’inizio di un percorso virtuoso per ritrovare fiducia nelle istituzioni.

Salvatore Rondello

Italia Francia. Continua il braccio di ferro

calendaDopo la vicenda su Stx-Fincantieri non ancora conclusa ma per la quale il Ministro Calenda manifesta ottimismo per sviluppi positivi, il governo ha avviato un’istruttoria su Tim in relazione alla golden power. In pratica il governo si è attivato per verificare il ruolo di direzione e controllo dichiarato dai francesi di Vivendi sul gruppo delle telecomunicazioni  che possiede la rete di accesso telefonica. Il faro è dunque puntato su questo asset, ritenuto strategico per il Paese.

La questione è già iniziata qualche giorno fa. Il 31 luglio scorso, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha ricevuto una nota nella quale il Ministro dello Sviluppo Economico ha sollecitato una pronta istruttoria da parte del gruppo di coordinamento all’interno della Presidenza del Consiglio (di cui al DPR n. 35 del 19 febbraio 2014 e del DPR n. 86 del 25 marzo 2014), al fine di valutare la sussistenza di obblighi di notifica e, più in generale, l’applicazione del decreto sul golden power, in relazione al comunicato stampa del 28 luglio scorso di Tim spa. Il 27 luglio il board di Tim aveva preso atto dell’inizio dell’attività di direzione e coordinamento da parte di Vivendi SA. Questo è il passo in tema di corporate governance indicato dal governo italiano nel dare notizia dell’avvio dell’istruttoria.

La norma di riferimento è il decreto legge n. 21 del 15 marzo 2012 (‘golden power’) che conferisce all’esecutivo poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni.

Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha precisato:  “’Facciamo quello che il governo deve fare: applicare le regole che esistono. A palazzo Chigi abbiamo chiesto di verificare se c’è l’obbligo di notifica sull’attività di direzione e coordinamento da parte di Vivendì”. Poi, ai giornalisti che gli chiedono se l’obiettivo è quello di arrivare a una sanzione ha risposto: “Vediamo cosa dice il comitato e da lì valutiamo”. Infine ha assicurato: “Questa cosa non ha nulla a che fare con la questione Fincantieri”.

Sull’assetto societario dell’operatore è intervenuto anche il presidente Consob, Giuseppe Vegas: “C’erano delle cose da capire: siamo andati in ispezione. Potrà anche essere una coincidenza, ma il fatto che abbiano dichiarato la direzione e il coordinamento di Vivendi su Telecom mi fa pensare che, forse, senza la nostra ispezione, non lo avrebbero fatto. Hanno detto che la valutazione sull’eventuale consolidamento del debito riguarda la Consob francese. Ma se la direzione e il coordinamento c’erano anche prima, allora si pone un problema di trasparenza che riguarda anche noi. Vedremo”. Lo ha dichiarato in un’intervista pubblicata ieri dalla Stampa, riferendosi all’inchiesta aperta sulla natura del controllo esercitato dal socio francese che detiene il 24,9% del capitale di Tim. Vegas annuncia così approfondimenti sulla gestione di Telecom, dal momento che, potrebbe porsi un problema di trasparenza di competenza della vigilanza italiana.

Con riferimento al comunicato stampa del 27 luglio u.s. di Tim SpA, Palazzo Chigi ricorda: “Nel comunicato in questione erano state rese note, inter alia, alcune tematiche di corporate governance affrontate dal Consiglio di amministrazione di Tim e, in particolare, la presa d’atto dell’inizio dell’attività di direzione e coordinamento da parte di Vivendi Sa”.

A chiedere ieri di valutare di intraprendere questa iniziativa era stata ieri un’interpellanza al ministro del Mise del deputato e presidente Pd Matteo Orfini che chiedeva al Governo quali iniziative avesse preso o volesse intraprendere per evitare eventuali minacce di grave pregiudizio per gli interessi pubblici relativi alla sicurezza e al funzionamento delle reti e degli impianti e alla continuità degli approvvigionamenti, citando una parte del testo dell’articolo 2 della norma sul golden power.

Il decreto legge 21 del 15 marzo 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge 56 dell’11 maggio 2012, quando era in carica il Governo Monti, contiene norme in materia di poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni. La legge, ridisegna i poteri speciali dello Stato in caso di difesa da scalate ostili nei settori della difesa e della sicurezza nazionale e in quelli di rilevanza strategica come l’energia, i trasporti e le comunicazioni. Nel passaggio a Montecitorio del decreto legge il veto fu esteso anche ai servizi pubblici essenziali. Inoltre, e fu la novità fondamentale, la nuova golden share non è più legata alla partecipazione diretta di capitale pubblico nell’azionariato ma ai settori di attività delle società.

Nell’articolo 2 del provvedimento denominato “Poteri speciali inerenti agli attivi strategici nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni” si dispone che “qualsiasi delibera, atto o operazione, adottata da una società che detiene uno o più degli attivi individuati, che abbia per effetto modifiche della titolarità, del controllo o della disponibilità degli attivi medesimi o il cambiamento della loro destinazione” debba essere “entro dieci giorni, e comunque prima che ne sia data attuazione”, notificata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dalla società stessa. “Sono notificati nei medesimi termini le delibere dell’assemblea o degli organi di amministrazione – recita la norma – concernenti il trasferimento di società controllate che detengono i predetti attivi”.

Da ambienti finanziari interpellati si apprende però che la dichiarazione di Direzione e Coordinamento di Vivendi SA è un atto societario da cui non deriverebbe una modifica della titolarità del controllo o della disponibilità di asset in quanto nessun trasferimento degli stessi è stato trasferito rimanendo nella piena disponibilità di Telecom Italia. Pertanto non si paleserebbe l’obbligo di procedere alla notifica alla Presidenza del Consiglio. Quanto al secondo tema, quello dell’esercizio della golden power non si verifcherebbero alcuna situazione eccezionale e alcun grave pregiudizio alla sicurezza ed al funzionamento delle reti, condizioni previste dalla normativa per applicare le prerogative di veto derivanti dalla disciplina della golden power.

Pier Luigi Bersani (Mpd) ha commentato: “Il governo usi tutti gli strumenti che ha: non è questione di ritorsioni, non c’entra niente con Fincantieri, ma con le normali regole del gioco.  Si ha il diritto di conoscere cosa diavolo Vivendi intende fare di questa azienda. Io non ho capito cosa Vivendi voglia fare di Telecom: se ci dice pacatamente che ha controllo e coordinamento dell’azienda, ci dice una cosa piuttosto seria, il governo fa bene a guardarci perché siamo di fronte a un’impresa strategica, quella che nettamente investe di più in Italia e abbiamo il diritto di sapere chi detiene il controllo cosa voglia fare”.

I parlamentari del Movimento5Stelle in Commissione Telecomunicazioni hanno commentato: “Il governo Gentiloni è protagonista di una vera sceneggiata di quart’ordine, oggi si sveglia e decide di attivare la golden power su Tim, è una decisione tardiva presa solamente per far finta di mostrare i muscoli alla Francia. Il governo non può svegliarsi ora per una timida ripicca: Vivendi ha la maggioranza delle azioni dal 2014. La verità è che dopo aver smontato il patrimonio infrastrutturale del Paese questi partiti cercano di salvare la faccia. Purtroppo solo solamente azioni dimostrative del tutto inutili”.

Stefano Fassina di Sinistra Italiana ha sottolineato: “Nessuna ritorsione, nessuna discriminazione in base alla nazionalità. Ma sulla rete di Telecom in mano a Vivendi chiediamo al governo di aprire la strada per riportare sotto il controllo dello Stato, tramite Cdp, un asset decisivo sul piano tecnologico e della sicurezza nazionale”.

Ancora una volta , come per Fincantieri-Stx, la versione fornita dai francesi non è convincente. Intanto, Amos Genish  è il nuovo direttore operativo di Tim, dove sovrintenderà alle Operations della società. Ad annunciarlo in una nota è il presidente esecutivo di Tim, Arnaud de Puyfontaine. Con il nuovo incarico Genish si trasferirà a Roma da Londra, dove era a capo delle strategie di convergenza tra contenuti, piattaforme e distribuzione di Vivendi. Ha lasciato l’incarico di Amministratore Delegato Flavio Cattaneo.

Nel comunicato di Ardaud de Puyfontaine si legge: “Genish ha sviluppato una profonda esperienza nel campo delle telecomunicazioni e della tecnologia sia negli Stati Uniti sia in Brasile, dove ha fondato  Gvt rendendola in pochi anni il principale operatore brasiliano nel campo della banda ultralarga. In precedenza era stato Ceo di Telefonica Brasile / Vivo, il principale operatore integrato di telecomunicazioni del Paese con oltre 90 milioni di clienti. Amos è un affermato manager nel settore delle telecomunicazioni dove ha contribuito alla creazione di valore, con una comprovata esperienza in diversi contesti internazionali. Sono certo che saprà adattarsi rapidamente al contesto italiano, come aveva fatto in Brasile”.

In realtà le questioni Vivendi-Tim e Fincantieri-Stx sono soltanto le punte di iceberg di una situazione molto più complessa e vasta tra Italia e Francia. In questi giorni di derby tra Roma e Parigi, dalla Fincantieri a Telecom, arriva un giudizio indipendente che fa pendere la bilancia economica decisamente in favore dell’Italia. Non è un parere qualsiasi: lo ha sottoscritto Franklin Templeton, uno dei più grandi gestori di risparmio al mondo con oltre 720 miliardi di dollari gestiti con uffici in oltre 30 paesi al mondo, nonché una delle voci tra le più ascoltate dalla comunità finanziaria internazionale affermando: “L’Italia è molto meglio della Francia”.

Con questa frase Franklin Templeton ha invitato a investire di più sull’Italia e meno sulla Francia. Nel loro ultimo rapporto dedicato al mercato obbligazionario in Europa, il giudizio firmato da David Zhan, responsabile  degli investimenti a reddito fisso, è molto netto. A cominciare dal titolo: “Perché vediamo valore in Italia”. Secondo Franklin Templeton, l’Italia non rappresenta più un potenziale pericolo in campo politico e sta mostrando un deciso miglioramento dei fondamentali economici. A differenza della Francia, dove l’effetto Macron sembra già svanito. Inoltre, il gestore appare preoccupato dell’aumento del debito pubblico di Parigi che l’allontana sempre di più dal modello tedesco.

Partiamo dalla politica. Sono state soprattutto le incertezze sulla governabilità dell’Italia, unite ai problemi economici, a spaventare gli investitori negli anni passati. A favore di altri paesi europei considerati più solidi come la Francia. Ma se si guarda un prodotto come il “Franklin European Total Return Fund”, si scopre che la quota di investimento sui titoli di stato italiani è molto più alta rispetto a quelli emessi da Parigi. Per David Zhan : “L’incertezza politica permane ma non siamo così preoccupati dall’avanzare del partito populista Movimento 5 Stelle”. Da cosa deriva questa certezza? dallo stop subito dal partito guidato da Beppe Grillo alle ultime amministrative e dal fatto che la Costituzione italiana impedisce a un partito di indire un referendum su un trattato internazionale. In altre parole, sarebbe scongiurata la possibilità dell’uscita dalla Ue. E se anche i Cinquestelle andassero al governo (“non è inverosimile”) si troverebbero “a sfide simili a quelle di Renzi nel portare avanti le riforme”.

Ancora meglio il giudizio sulla situazione economica dell’Italia. La crescita? “Dovrebbe accelerare e potremmo vedere il rapporto debito-Pil dell’Italia stabilizzarsi quest’anno piuttosto che continuare a crescere”. L’emergenza banche? Qualche istituto “necessita di ristrutturazioni e di ricapitalizzazioni, ma si tratta principalmente di banche più piccole perché quelle grandi sono in buona salute e molte operazioni di ristrutturazione sono già in corso”. Inoltre, secondo il report “è improbabile che la Bce innalzi presto i tassi e qualunque stop agli acquisti sarà comunque graduale e quindi non vediamo uno scenario disastroso per l’Italia”.

Diverso nel report di Franklin Templeton il discorso per la Francia: “Il rapporto debito/Pil sta salendo più velocemente rispetto all’Italia e la disoccupazione rimane elevata”. Poi arriva una severa bocciatura che colpisce direttamente il neo presidente: “Riteniamo che il mercato sia eccessivamente ottimista nel prezzare la capacità di Macron di condurre le riforme. La sua capacità di costruire una nuova maggioranza è sicuramente un segnale positivo, ma il suo partito è formato da esponenti sia di destra che di sinistra, per cui potrebbe dover affrontare alcuni problemi dovendo considerare entrambe le correnti del suo governo”.

Oltre al report del Franklin Templeton, va ricordato che la bilancia commerciale tra Italia e Francia segna un attivo per l’Italia ormai da diversi anni. Probabilmente, questa realtà spinge il capitalismo francese ad investire in Italia per realizzare i profitti che non riesce più ad ottenere in Francia.

La difesa degli interessi italiani forse bisognava già esercitarla molto tempo prima, ma non è mai troppo tardi. Le prese di posizione per chiedere il rispetto della dignità e delle regole sono un atto dovuto.

In questa vicenda Italia-Francia, è preoccupante il silenzio assordante dell’Europa che non interviene per far rispettare le regole comunitarie sottoscritte dai Paesi aderenti.

La crisi in atto tra Italia e Francia fa emergere la crisi in cui versa la stessa Europa. Una crisi superabile soltanto dalla volontà di costituire al più presto una confederazione od una federazione di stati.

Salvatore Rondello

Banche, il Psi vota per la Commissione d’Inchiesta

banca marcheL’Aula della Camera ha dato il via libero definitivo con 426 voti favorevoli e tre astenuti, all’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario. “Noi socialisti sosteniamo la scelta di una Commissione d’inchiesta sulle banche: è assolutamente necessario fare luce sui casi di cattiva gestione del risparmio, sulla mancanza di morigeratezza gestionale, sugli errori del passato, per indicare e per correggere; perché è assolutamente intollerabile che i risparmiatori e i contribuenti vengano chiamati a patire le conseguenze delle commistioni di interessi e delle scelte azzardate speculative”. Ha detto la deputata Pia Locatelli, intervenendo alla Camera per dichiarazione di voto sulla proposta di legge di istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario.
Composta da venti deputati e venti senatori, la commissione avrà un anno di tempo per chiudere i lavori. I componenti avranno il compito di verificare “la gestione degli istituti di credito che sono rimasti coinvolti in situazioni di crisi”, i criteri di remunerazione dei manager, il corretto collocamento al pubblico di prodotti ad alto rischio e “l’efficacia delle attività di vigilanza sul sistema bancario e sui mercati finanziari poste in essere dagli organi preposti, cioè Bankitalia e Consob.
“Quello che va certamente approfondito è il tema delicatissimo del controllo pubblico: ovvero se non è stato sufficientemente approfondito, oppure se gli organismi preposti non abbiano gli strumenti necessari per incidere efficacemente in questi casi”, ha detto ancora la Capogruppo dei socialisti alla Camera e ha così espresso il voto favorevole del Psi.
Alla commissione inoltre, limitatamente all’oggetto delle indagini di sua competenza, non può essere opposto il segreto d’ufficio né il segreto professionale o quello bancario, fatta eccezione per il segreto tra difensore e parte processuale nell’ambito del mandato. È previsto invece l’obbligo del segreto per i componenti della Commissione, i funzionari e il personale addetti alla Commissione stessa, nonché per ogni altra persona che collabora.