Previdenza. Congedo di maternità anche per le disoccupate

Previdenza

CONGEDO DI MATERNITÀ  ANCHE PER LE DISOCCUPATE

Se si decide di dare le dimissioni una volta scoperto di essere incinta non si perde il diritto al congedo di maternità, che è l’indennità sostitutiva riconosciuta dall’Inps nei 5 mesi in cui la lavoratrice è obbligata ad assentarsi dal lavoro.

Il congedo di maternità, infatti, spetta anche alle lavoratrici che risultano essere disoccupate o sospese, purché soddisfino determinati requisiti.

Nel dettaglio, per percepire l’indennità sostitutiva Inps per 5 mesi (nei 2 precedenti al parto e nei 3 successivi) è necessario che dalla sospensione del lavoro e l’inizio del congedo non siano trascorsi più di 60 giorni. Qualora siano trascorsi più di 60 giorni, l’indennità di maternità sarà corrisposta solo nel caso in cui la donna risulti essere allo stesso tempo titolare della Naspi (indennità di disoccupazione), che viene sospesa per tutti i 5 mesi. Ricordiamo infatti che per le dimissioni motivate da maternità (quindi quelle presentate dal 1° giorno in cui si viene a conoscenza del proprio stato al compimento del 1° anno di età del figlio) viene riconosciuta la giusta causa e, quindi, si mantiene il diritto alla Naspi.

Se, invece, il congedo ha inizio dopo questa data e non è stata riconosciuta la Naspi, allora l’indennità di maternità spetta solo se questo periodo è inferiore ai 180 giorni e negli ultimi 2 anni ci siano almeno 26 contributi settimanali versati. A tutte queste lavoratrici, quindi, nei 5 mesi coperti dal congedo di maternità, l’Inps riconosce un’indennità sostitutiva pari all’80% della retribuzione precedentemente percepita.

Inpdap-prestiti.it

IL PORTALE FINANZIARIO SUI PRESTITI INPDAP

Inpdap-prestiti.it è il punto di riferimento per tutti i dipendenti e i pensionati del settore pubblico e statale che desiderano richiedere un prestito approfittando di tassi agevolati.

Un primo aiuto per scegliere il finanziamento migliore tra quelli disponibili adeguando la richiesta a quelle che sono le proprie necessità. E tutto avviene in maniera semplice ed immediata grazie ad un menù intuitivo e ricco di alternative costantemente aggiornate.

Inpdap-prestiti.it è un sito che si prefigge di fornire un valido supporto a tutti i dipendenti e pensionati pubblici e statali con iscrizione alla Gestione ex Inpdap.

Non è collegato ne all’ex Inpdap né all’Inps che ne ha assorbito le funzioni con il Decreto Salva Italia. I prestiti Inpdap, di cui il sito fornisce un’utile panoramica, sono finanziamenti a condizione agevolata richiesti direttamente all’Inps o, in alternativa, a società finanziarie o banche convenzionate con l’istituto.

Attualmente si parla di grandi nomi come Pitagora, IBL Banca, Sigla Credit e Findomestic. Il portale si prefigge di seguire gli utenti non solo per la scelta del prestito migliore ma anche in altri importanti ambiti:

– innanzitutto nello stabilire quello che è l’importo massimo richiedibile in base alle proprie caratteristiche creditizie. Come procedere? Si parte sempre dal calcolo del piano di ammortamento, ovvero del rimborso rateale, effettuato in base all’importo dello stipendio (o pensione);

– è possibile simulare il prestito per visualizzarne le possibili rate (minima e massima) semplicemente utilizzando come parametri di ricerca l’ammontare dello stipendio e la propria data di nascita;

– con la stessa semplicità, gli utenti possono effettuare l’operazione inversa partendo dall’importo desiderato e ottenendo una lista dei prestiti consigliati e della relativa durata.

Fidarsi dei servizi forniti da Inpdap-prestiti.it non è difficile. Basta dare un’occhiata a quelli che sono i servizi che offre a tutti coloro che decideranno di consultarne le pagine. Un menù semplice ed intuitivo, ideale anche per chi non è molto abituato a navigare sul web. Il tutto per un totale di 4 diverse sezioni che ben descrivono tutti i servizi di cui è possibile avvalersi, con la massima professionalità e con un unico grande consiglio iniziale, quello di fare sempre i preventivi prima di ogni finanziamento. È completamente gratis e può fare davvero la differenza tra una scelta e l’altra. Le sezioni principali del sito sono 4:

– Prestiti

– Piccolo prestito Inpdap

– Cessione del quinto Inpdap

– Dipendenti pubblici

Prestiti. Ciò che contraddistingue questa sezione di Inpdap-prestiti.it è la concretezza. Tutti i servizi offerti spiegati uno per uno, con una dovizia di particolari difficile da trovare altrove. Ben 7 le sotto-categorie che, alla fine, corrispondono a tutti i prodotti disponibili sul portale. Ecco una breve panoramica di alcuni di essi.

Prestiti per dipendenti pubblici e statali, contraddistinti da condizioni vantaggiose e basati sulla

cessione del quinto online. Si tratta di prestiti ottenibili anche se vi sono altri prestiti in corso e di cui la busta paga è l’unica garanzia.

Prestiti Inpdap Pluriennali, basati sulla cessione del quinto e che possono essere diretti o garantiti. Nel primo caso sono concessi per esigenze di famiglia o personali e vengono rimborsati fino a 10 anni. Il lavoratore deve essere iscritto alla Gestione Unitaria, avere 4 anni di servizio e un contratto a tempo indeterminato. Anche il Tfr viene usato a garanzia. Nel secondo caso, il prestito viene concesso garantendo l’importo in caso di morte, perdita del lavoro o riduzione dello stipendio. Per ottenerlo occorre un certificato di buona salute.

Prestiti a dipendenti statali, con cessione del quinto, e rimborso fino a 120 mesi. Caratteristica importante il tasso fisso per tutta la durata.

Insieme a questi, su Inpdap-prestiti.it sono presenti anche altre tipologie di prestito riservati a tutti i

dipendenti e pensionati pubblici e statali. Si parla, ad esempio, in maniera approfondita dei pensionati Inpdap, dei dipendenti comunali, dei dipendenti para pubblici. Tutte categorie che possono accedere ai tassi agevolati e che possono consultare gratuitamente le pagine del sito per arrivare a scegliere il finanziamento migliore nella maniera più consapevole possibile.

Piccolo prestito Inpdap. Merita una sezione a sé su Inpdap-prestiti.it il piccolo prestito Inpdap. Questo è richiedibile con una procedura guidata direttamente all’interno del portale. Si tratta di piccole somme di denaro richiedibili per affrontare piccoli imprevisti. Il piano di rimborso è compreso tra 1 e 4 anni e prevede l’erogazione di un importo minimo pari ad una mensilità di stipendio e massimo pari a 8 mensilità Attenzione però! Il lavoratore che desiderasse inoltrare richiesta non deve avere altre trattenute in busta paga.

Cessione del quinto Inpdap. La cessione del quinto è un finanziamento che inpdap-prestiti.it propone come prestito previa cessione, per l’appunto, del 20% del netto del proprio stipendio. È rimborsabile fino a 120 mesi e garantisce un tasso fisso per tutta la sua durata.

Dipendenti pubblici. Utili servizi su Inpdap-prestiti.it per i dipendenti pubblici che possono richiedere piccoli prestiti a breve termine o pluriennali se iscritti alla Gestione Unitaria rimborsando con cessione del quinto fino a 120 mesi.

Consulenti lavoro

STRUMENTI IN DL DIGNITA’ NON ADDATTI CONTRO PRECARIETA’

“I consulenti del lavoro, pur considerando molto positivi alcuni interventi del decreto Dignità, come quello sugli effetti delle delocalizzazioni, e condividendo che il contrasto alla precarietà sia un obiettivo da perseguire con la massima determinazione, osservano che gli strumenti utilizzati dal decreto non sembrano i più adatti allo scopo”. E’ quanto si legge nel documento di osservazioni e proposte sul decreto Dignità che il Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro ha presentato oggi in audizione alla Camera dei deputati. I consulenti chiedono di “riportare la durata massima del contratto a termine alla misura di trentasei mesi: ciò garantisce maggiori certezze in funzione della continuità della prestazione lavorativa”. “L’intenzione di reintrodurre le causali per legittimare la stipula del contratto a termine – dicono – può essere confermata imponendo tale requisito per i rapporti di lavoro di durata superiore a ventiquattro mesi”.

“Sempre al fine di impedire -sostengono- momenti di incertezza interpretativa, la formulazione delle causali deve essere riconsiderata affinché possano garantire gli obiettivi prefissi con il decreto senza introdurre motivi di ulteriore difficoltà applicativa e interpretativa, causa di contenzioso”. “In particolare, la causale di natura sostitutiva di lavoratori assenti dovrebbe essere articolata in modo tale da essere connessa a qualsiasi tipo di assenza sia volontaria che involontaria e senza che vi sia una correlazione specifica con una singola motivazione, potendo così essere utilizzata per sostituire la complessiva assenza di un lavoratore a prescindere dalle specifiche motivazioni”, chiariscono.

Riguardo ai termini di impugnazione del contratto a tempo determinato, per i consulenti, “non vi sono ragioni apparenti per giustificare il prolungamento del termine per verificare l’effettività della sussistenza delle ragioni giustificatrici l’apposizione del termine al contratto”. “Individuare un periodo più lungo, ha come effetto certo l’aumento della latenza del contenzioso e l’allontanamento del momento della sua definizione. Non si ravvisano altrimenti giovamenti nell’ampliamento previsto dal decreto legge”, aggiungono.

Sulle modifiche apportate all’indennizzo nelle ipotesi di licenziamento, sottolineano, “si ritiene opportuno valutare l’impatto della riforma in rapporto alla sua ratio, al suo impatto e, infine, alle sue criticità”. “La ratio della novella legislativa – precisano – risulta non particolarmente comprensibile. Si tratta di un aumento delle indennità da riconoscere in caso di licenziamento invalido. Non appaiono immediatamente evidenti i vantaggi occupazionali che si avrebbero o la limitazione della precarietà che ne dovrebbe conseguire. Si tratta di un intervento relativo a un momento patologico e non ordinario della gestione del rapporto di lavoro”. In generale, ribadiscono, “è l’intervento che desta perplessità”. “Infatti, si nota, da un lato, una scarsa efficacia intrinseca – proseguono – nella dichiarata lotta alla precarietà e, dall’altro lato, una conseguenza negativa sugli istituti collegati”.

“Uno su tutti: il meccanismo premiale dell’offerta conciliativa, introdotto – ricordano – dal Jobs act, che, attualmente, prevede un sistema snello e rapido, grazie al quale le parti, in relazione alla legittimità del licenziamento, possono operare le proprie valutazioni di opportunità e decidere in via preventiva di comporre la potenziale lite”.

L’aumento del minimo della indennità in caso di condanna diminuisce l’appetibilità dell’offerta. Conseguentemente, depotenzia l’efficacia dell’istituto deflattivo, aumentando l’accesso al contenzioso, conseguenza evidentemente sfavorevole alle dinamiche del mondo del lavoro, che da sempre persegue celerità e certezza, attraverso la predisposizione di soluzioni alternative al contenzioso, per assicurare l’effettività della tutela sostanziale dei diritti in gioco”, concludono i consulenti del lavoro.

Carlo Pareto

Pensioni, la quota 41: come funziona e quali sono i costi

Pensioni

COS’E’ QUOTA 41

Il tema pensioni è caldo in questi giorni. Il governo sta cercando, infatti, una soluzione per attuare la riforma delle pensioni, indicata nel contratto, senza mettere a rischio i conti dell’Inps. Per questo motivo tra le ipotesi possibili c’è quella di un passo indietro in merito alla quota 41, ovvero lo strumento che consente di andare in pensione, indipendentemente dall’età anagrafica, una volta maturati 41 anni di contributi.

Secondo Boeri la quota 41 aggiunta alla quota 100 (con cui invece si può andare in pensione, una volta compiuti 64 anni, se la somma dell’età anagrafica e dei contributi maturati dà come risultato 100) costerà 11 miliardi di euro nell’immediato, 18 miliardi a regime; una spesa ingente per lo Stato ed è per questo che si sta anche valutando l’idea di portare la quota 41 a quota 42, innalzando di un anno il requisito contributivo previsto. Al momento però si tratta solamente di indiscrezioni, poiché la quota 41 per tutti non fa ancora parte del nostro ordinamento e, stando alle ultime notizie sulle pensioni, non lo farà prima del 2020.

In molti non sanno, però, che la quota 41 può essere già richiesta da alcune categorie di lavoratori. Si tratta dei lavoratori precoci, ossia di coloro che prima di compiere il 19esimo anno di età hanno maturato almeno 12 mesi di contributi. Per poter accedere a questo strumento non è necessario che i 12 mesi siano continuativi. La quota 41, però, subirà una modifica dal primo gennaio 2019, complice l’adeguamento con le aspettative di vita che riguarderà da vicino anche la pensione di vecchiaia e quella anticipata; nel dettaglio, i lavoratori precoci dovranno maturare 41 anni e 5 mesi di contributi se vorranno smettere di lavorare in anticipo rispetto agli altri lavoratori.

Lavoro

FESTIVITA’ SOPPRESSE IN BUSTA PAGA

Le giornate di ex festività per il 2018 sono quattro. Lunedì 19 marzo (San Giuseppe); Giovedì 10 maggio (ex Ascensione 39° giorno dopo Pasqua ); Mercoledì 31maggio (ex Corpus Domini 60° giorno dopo Pasqua); Venerdì 29 giugno (San Pietro e Paolo).

Da ricordare che vengono riconosciute tali se le festività soppresse (sopraelencate) sono cadenti in un giorno lavorativo dal Lunedì al Venerdì. Nel 2018 non viene pertanto riconosciuto il quattro novembre (Festa dell’unità nazionale e delle forze armate) in quanto cade di domenica. Mentre, sempre nel corso di quest’anno, nessuna delle festività (25 aprile, 1° maggio e 2 giugno) coincide con la domenica per cui non si ha diritto ad ulteriori giornate di recupero.

Al lavoratore spetta annualmente un numero di permessi giornalieri retribuiti corrispondente a quello delle giornate, già indicate come festive e poi non riconosciute come tali da provvedimenti di legge.

Attenzione, per fruire interamente delle festività soppresse, occorre nei giorni summenzionati avere diritto all’intero trattamento economico. Pertanto nei giorni anzidetti per mantenere il diritto non bisogna chiedere la fruizione di aspettative, permessi non retribuiti ed anche giornate di Solidarietà. Come poi previsto dalla maggior parte dei contratti collettivi di lavoro, tutto il personale di ogni ordine e grado, dovrà tassativamente fruire dei permessi sostitutivi delle festività soppresse entro l’anno. Il godimento di tali permessi dovrà essere in ogni caso programmato da ciascun dipendente prima delle ferie annuali di spettanza in modo da essere effettivamente goduti improrogabilmente entro il 14 dicembre dell’anno di riferimento. Resta fermo che in caso di mancata fruizione parziale o totale delle giornate queste non verranno ne compensate ne monetizzate.

Saper quindi leggere la propria busta paga, anche per quanto attiene i riposi in questione, è molto importante, così da rendersi conto per tempo di eventuali errori commessi al riguardo dal datore di lavoro. Tuttavia non tutti sanno come fare; ad esempio, se si chiedesse cosa sono le festività soppresse molti lavoratori magari non saprebbero nemmeno di cosa parliamo.

Molti di loro probabilmente non conoscerebbero neppure la risposta ed è per questo che su un tema come questo è sempre opportuno fare chiarezza.

Nel dettaglio alla voce “festività soppresse”, che in busta paga si trova vicino agli spazi dedicati a ferie e permessi, si segnalano quei giorni che una volta il nostro ordinamento riconosceva come festività nazionali ma che oggi non lo sono più.

Più in particolare, ci sono delle festività che una volta erano riconosciute anche sul piano civile dalla legge 269/1949 e che di conseguenza permettevano al dipendente di assentarsi dal lavoro senza perdere il diritto alla retribuzione. Questi giorni, però, sono stati eliminati da successive disposizioni venendo così definiti come “festività soppresse”.

Anche se eliminate, però, le ex festività hanno comunque delle conseguenze retributive per il lavoratore e previdenziali in relazione ai suoi riflessi collegati alla contribuzione Inps. Nel caso in cui cadano in un giorno infrasettimanale e lavorativo, infatti, il dipendente può essere autorizzato ad assentarsi dal lavoro con un permesso di cui può beneficiare in qualsiasi momento. Quindi, per ogni festività soppressa al lavoratore viene riconosciuto un permesso extra compensativo della ricorrenza abolita. Tuttavia c’è la possibilità che alcune di queste tornino ad essere riconosciute a tutti gli effetti come festività nazionali e ad essere segnate in rosso sul calendario; al Senato, infatti, risulta presentato un disegno di legge che punta a reintrodurre le festività soppresse nel nostro ordinamento. L’intenzione sottesa nella proposta legislativa è quella di tornare al pre-1977, quando a studenti e lavoratori venivano garantiti più giorni di vacanza rispetto ad oggi. In questo modo, secondo i proponenti, si farebbe un omaggio non solo ai cristiani praticanti che potrebbero così “celebrare le festività riconosciute dalla loro religione”, ma anche ai lavoratori non credenti che beneficerebbero di un po’ di tempo libero da dedicare alle attività ricreative.

Consulenti del lavoro

SALE IL LAVORO STRANIERO IN ITALIA

Negli ultimi 10 anni, gli stranieri residenti in Italia sono aumentati di 1,825 milioni (+57,5%, arrivando a sfiorare la quota di 5 milioni), mentre gli italiani sono diminuiti di 325 mila unità (passando da 55.568 a 55.243 milioni, con un calo dello 0,6%). L’invecchiamento della popolazione italiana e la bassa natalità sono stati, quindi, compensati a livello numerico dagli immigrati stranieri di prima e di seconda generazione. I 5 milioni di residenti stranieri in Italia hanno un’età media di 34 anni, inferiore di 11 anni all’età media degli italiani. Pertanto, anche dal punto di vista del mercato del lavoro, quasi 4 stranieri su 5 (79,1%) sono in età lavorativa (15-64 anni), a fronte del 63% della popolazione italiana che è molto più anziana.

Rielaborando i dati della ‘Rilevazione continua sulle forze lavoro (Rcfl)’ dell’Istat, l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro inquadra e descrive un target complesso e eterogeneo, quello degli stranieri comunitari ed extracomunitari presenti in Italia, rispetto alla loro condizione nel mercato del lavoro. Analizzandone le caratteristiche, sia individuali che lavorative, è possibile fornire una descrizione sintetica di questa platea, confrontarla con quella italiana ed esaminare il suo andamento negli ultimi 10 anni.

Dieci occupati su 100 sono di origine straniera, con un tasso di occupazione del 60,6%, superiore di 3 punti percentuali al tasso di occupazione dei soli italiani (57,7%). Sono le regioni del Nord Italia ad attirare maggiormente gli stranieri e, in particolare, circa 6 su 10 si collocano fra Nord-Est e Nord-Ovest, più di un quarto nel Centro del Paese e il restante 15% nel Mezzogiorno. La loro quota è massima nel Lazio (14,6%) e minima nel Molise (4,1%). Fra le regioni con una quota di occupati sopra la media nazionale troviamo l’Emilia Romagna (13,2%), la Lombardia (12,9%), l’Umbria (12,7%) e la Toscana (12,2%).

Uno straniero su tre è occupato in professioni non qualificate, contro l’8% degli italiani. Inoltre, lo stipendio netto medio di un dipendente full time straniero è inferiore di oltre un quinto a quello di un italiano. Questo gap è dovuto essenzialmente alla concentrazione degli occupati stranieri in lavori meno qualificati e con un minore livello di retribuzione.

Se analizziamo le principali professioni, spiegano i consulenti del lavoro, vediamo che, per i maschi, il primo mestiere è legato all’edilizia (113 mila, pari ad un terzo degli occupati), mentre al secondo posto troviamo gli addetti allo spostamento delle merci, con 91 mila addetti stranieri. La metà dei venditori ambulanti (51 mila) sono di origine straniera. Osservando le professioni delle donne straniere, si nota invece una forte presenza nelle attività dei servizi domestici (246 mila occupate), seguite da 113 mila badanti, 83 mila cameriere e 42 addette ai servizi di pulizia presso imprese private. In queste 4 professioni si concentra il 66% dell’occupazione femminile straniera.

“L’analisi dell’osservatorio statistico dei consulenti del lavoro -spiega Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi consulenti del lavoro- certifica l’evoluzione e la trasformazione del mercato del lavoro negli ultimi anni e la graduale sostituzione dei lavoratori stranieri agli italiani in alcuni lavori. È un trend entrato a far parte della nostra economia che, inevitabilmente, si riflette a cascata su tutti gli altri indicatori economico-sociali: dal pagamento delle imposte -conclude- fino ai servizi sociali e assistenziali passando per il delicato nodo della partecipazione alla spesa previdenziale. Gli stranieri regolari in Italia sono, infatti, concentrati nell’età da lavoro 15-64 anni”.

Carlo Pareto

Sempre più persone accedono ai servizi con l’applicazione ‘Inps Mobile’

Consulenti del lavoro

FARI PUNTATI SU APE AZIENDALE

La Fondazione studi consulenti del lavoro, con la circolare n.13/2018, fa luce sull’Ape aziendale. Dal 13 aprile scorso, l’Inps ha infatti reso disponibile sul proprio sito il servizio che consente di fare domanda per l’anticipo finanziario a garanzia pensionistica, l’Ape volontario. “Questa possibilità ha aperto le porte anche alla cosiddetta Ape aziendale: un ulteriore strumento di flessibilità in mano ai datori di lavoro privati, che consente di incentivare l’esodo dei lavoratori”, spiegano i consulenti del lavoro. Nella circolare della Fondazione studi si ricorda che l’Ape aziendale è richiedibile “contestualmente alla domande dell’Ape volontario fino al 31 dicembre 2019, salvo ulteriori proroghe previste da future disposizioni normative”.

I consulenti, nella circolare, evidenziano con esempi pratici la natura, convenienza e modalità di calcolo della possibilità di uscita anticipata dal lavoro. Si ritiene, infatti, che l’Ape aziendale possa annoverarsi, se opportunamente usata, fra le iniziative più interessanti con cui favorire i ricambi generazionali nelle imprese. L’Ape aziendale consente, infatti, ai datori di lavoro e agli altri soggetti designati dalla norma di aumentare, direttamente e senza costi aggiuntivi, la posizione assicurativa del proprio lavoratore attraverso una ‘dote contributiva’ che comporta un incremento stabile della cosiddetta Quota C (Contributiva) della posizione assicurativa, senza alcun aumento delle settimane contributive utili ad avere diritto alla pensione.

I destinatari della misura sono i datori di lavoro privati, gli enti pubblici economici; gli Istituti autonomi case popolari, trasformati in base alle diverse leggi regionali in enti pubblici economici; gli enti che – per effetto dei processi di privatizzazione – si sono trasformati in società di persone o società di capitali ancorché a capitale interamente pubblico; le ex Ipab trasformate in associazioni o fondazioni di diritto privato, in quanto prive dei requisiti per trasformarsi in Asp, e iscritte nel registro delle persone giuridiche; le aziende speciali costituite anche in consorzio; i consorzi di bonifica; i consorzi industriali; gli enti morali; gli enti ecclesiastici. L’Ape aziendale è accessibile anche agli ‘enti bilaterali’ e ai Fondi di solidarietà bilaterali.

Innovazione

CRESCE USO APP MOBILE INPS

Sempre più persone accedono ai servizi messi a disposizione dall’Inps con l’applicazione ‘Inps Mobile’, utilizzabile su dispositivi Apple e Android. E’ quanto si legge in una nota dell’Inps. Fra quelli che l’Istituto ha da tempo reso disponibili, grande successo stanno ottenendo in particolare i servizi ‘Stato domanda’ e ‘Stato pagamenti’, che consentono agli utenti di acquisire importanti informazioni senza doversi recare agli sportelli. Con il servizio ‘Stato domanda’, fornendo il proprio codice fiscale e il proprio pin o spid, si può visualizzare lo stato di lavorazione di una richiesta presentata all’Istituto. Con il servizio ‘Stato pagamenti’, invece, sempre fornendo il proprio codice fiscale e il proprio pin o spid, ciascuno può visualizzare il dettaglio di un pagamento erogato dall’Istituto in suo favore, a fronte di una o più prestazioni pensionistiche o non pensionistiche.

Le informazioni visualizzabili si riferiscono all’ultimo pagamento erogato, in ordine cronologico, per ogni prestazione e con un orizzonte temporale non superiore agli ultimi due mesi precedenti alla data di consultazione. La finalità del servizio è, infatti, quella di fornire all’utente un riscontro immediato del pagamento disposto, in suo favore, dall’Inps per il mese corrente.

Nei primi 4 mesi del 2018 i contatti del servizio ‘Stato pagamenti’ sono stati 18.748.283, contro i 34.003.761 dell’intero 2017, con un picco nel mese di gennaio di 5.447.415 visite virtuali. I contatti del servizio ‘Stato domanda’ nel primo quadrimestre 2018 sono stati invece 5.978.612, a fronte dei 9.977.400 dell’anno precedente (in questo caso il numero maggiore di visite, 1.777.825, si è registrato nel mese di marzo).

Imprese e sindacati

INSIEME PER LA SICUREZZA SUL LAVORO

Parte dal Bhge Florence Learning Center l’iniziativa congiunta di Federmeccanica, Assistal e Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil per promuovere la cultura della sicurezza e le buone pratiche nei luoghi di lavoro. “Con la stipula del contratto nazionale del 26 novembre 2016, Federmeccanica, Assistal, Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil -spiega una nota delle sigle di datori e lavoratori della meccanica- hanno condiviso che la tutela della salute dei lavoratori impone la massima attenzione e responsabilità e che l’impegno in tale ambito debba essere totale e dettato da un profondo rispetto per la persona, che rappresenta il primo presupposto sia della cultura della sicurezza sia di un’efficace attività di prevenzione. A questo fine il nuovo ccnl ha previsto la costituzione della Commissione paritetica nazionale”.

L’incontro svoltosi di recente a Firenze, presso Bbghe-Nuovo Pignone, rappresenta la prima iniziativa pubblica della Commissione e l’inizio di un percorso congiunto che, lungo tutta l’Italia, porterà i temi della salute e della cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro nelle diverse tipologie di aziende e impianti che compongono il settore metalmeccanico.

A sancire la prima fase dei lavori della Commissione è stata la sottoscrizione, avvenuta nel corso del convegno fiorentino, di un protocollo di intesa con Inail rappresentato dal presidente, Massimo De Felice, che permetterà di perseguire gli obiettivi di conoscenza del fenomeno degli infortuni e delle malattie professionali nel settore metalmeccanico e della installazione di impianti e di svolgere con più efficacia la diffusione della cultura della sicurezza e delle attività di prevenzione.

“La scelta di organizzare questo evento presso un’azienda non è casuale -spiega la nota- ma dettata dalla volontà di far conoscere e approfondire gli esempi di ‘buone pratiche’ in materia di sicurezza che ogni giorno le aziende mettono in campo e che, come nel caso di Bhge-Nuovo Pignone, il controllo della sicurezza è esteso anche a tutta la filiera degli appalti. L’invito che le parti hanno rivolto alle istituzioni è quello di cominciare a premiare queste esperienze, attraverso un riconoscimento concreto affinché venga incentivata sempre più la diffusione di queste buone pratiche, tra le grandi aziende come nelle piccole (perché vi sono esempi virtuosi anche tra le Pmi)”.

“Federmeccanica – ha commentato Alberto Dal Poz, presidente di Federmeccanica – è impegnata a promuovere la sicurezza sul lavoro e la tutela dell’ambiente. Si tratta di diffondere la cultura della sicurezza e di farlo in maniera capillare, pervasiva. Occorre, quindi, agire sempre di più sulla leva informativa. La sicurezza è prevenzione, la sicurezza è responsabilità di ognuno e richiede il coinvolgimento attivo di tutti”.

“Questo è quello che abbiamo previsto nel nuovo contratto e per questo siamo qui oggi, insieme. Perché sicurezza e cooperazione vanno di pari passo. Le imprese, gli incaricati dalle aziende (Rspp, i preposti, il medico incaricato della sorveglianza sanitaria), assieme ai rappresentanti dei lavoratori in materia di sicurezza e a tutti i lavoratori, possono innescare un circuito virtuoso basato sul confronto e sull’ascolto reciproco. E’ importante che il nostro messaggio parta da un’azienda modello, una buona pratica che può rappresentare un esempio. Qui si fa la cultura della sicurezza, il nostro compito, il nostro impegno è diffonderla”, ha concluso Dal Poz.

Previdenza

PENSIONI PIÙ BASSE DAL 2019

Assegni più leggeri per chi andrà in pensione nel 2019. A partire dal prossimo anno, chi si ritirerà dal lavoro percepirà una pensione annua inferiore, mediamente, di oltre l’1% rispetto a chi ci è già andato o ci andrà quest’anno. Il decreto che lo stabilisce è il dm 15 maggio del ministero del lavoro, pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale, che fissa i coefficienti di trasformazione del montante contributivo validi dal 2019 al 2021 (i coefficienti che applicati al totale dei contributi versati durante la vita lavorativa, determinano l’importo annuo di pensione cui ha diritto il lavoratore).

Come ha opportunamente ricordato al riguardo ‘Italia Oggi’, da quando nel 2009 è stata introdotta la revisione dei coefficienti non ci sono mai state variazioni positive. Quella corrente è la numero quattro. Il quotidiano specializzato riporta anche un esempio: un lavoratore con 100 mila euro di contributi versati e 65 anni d’età, ha visto calare in questi anni la propria pensione di circa 900 euro. Il prossimo anno sarà di 5.245 euro, nel 2009 è stata di 6.136 euro.

Il quotidiano economico nazionale ha calcolato che se nel triennio 2013/2015, a parità di ogni altra condizione, gli assegni sono stati alleggeriti in media di circa il 3% rispetto al triennio precedente, 2010/2012, con il terzo taglio c’è stata una riduzione ulteriore di circa il 2%, sempre in media, portando a circa l’11% la riduzione, in media, di tutto il periodo che va dal 2009 al 2018.

La riforma Fornero ha agevolato chi rimarrà al lavoro fino a 70 anni e 7 mesi ma dal prossimo anno, ha ribadito il quotidiano ‘Italia Oggi’ entrerà in vigore un nuovo coefficiente: quello legato all’età di 71 anni.

Lavoro

ISPETTORI AD AMAZON ASSUMETE 1.30 INTERINALI

Oltre 1.300 lavoratori precari di Amazon Italia hanno il diritto di essere assunti dal colosso americano dell’e-commerce. È quanto stabilito dall’Ispettorato del lavoro che ha contestato ad Amazon di aver ‘sforato’ le quote consentite dalla legge di lavoratori “somministrati” e chiede la stabilizzazione degli oltre 1.300 lavoratori interinali utilizzati oltre i limiti. L’accertamento nei confronti di Amazon Italia Logistica era iniziato lo scorso 7 dicembre e il verbale, si legge sul portale dell’Ispettorato, è stato notificato il 30 maggio scorso.

L’Ispettorato del Lavoro contesta ad Amazon di aver ‘sforato’ le quote consentite dalla legge di lavoratori “somministrati” e chiede la stabilizzazione degli oltre 1.300 lavoratori interinali utilizzati oltre i limiti. E’ in sintesi la conclusione cui giunge l’Ispettorato che dipende dal ministero del Lavoro nel verbale con cui si conclude l’accertamento iniziato nei confronti di Amazon Italia Logistica lo scorso 7 dicembre. Il verbale, si legge sul portale dell’Ispettorato, è stato notificato il 30 maggio scorso.

“È stato contestato all’azienda di aver utilizzato, nel periodo da luglio a dicembre 2017, i lavoratori somministrati oltre i limiti quantitativi individuati dal contratto collettivo applicato. Si evidenzia infatti che l’impresa, a fronte di un limite mensile di 444 contratti di somministrazione attivabili, nel periodo suindicato, ha invece sensibilmente superato tale limite, utilizzando in eccesso un totale di 1.308 contratti per lavoratori somministrati” scrive l’Ispettorato.

“L’iniziativa ispettiva potrà consentire la stabilizzazione degli oltre 1.300 lavoratori interinali utilizzati oltre i limiti, i quali pertanto potranno richiedere di essere assunti, a tempo indeterminato, e a far data dal primo giorno di utilizzo, direttamente dalla società Amazon” prosegue la nota. In esito ad altri profili oggetto di accertamento non sono invece emerse irregolarità, né sono state accertate violazioni in tema di controllo a distanza dei lavoratori.

La replica dell’azienda – Amazon, scrive in una nota il colosso dell’e-commerce, “è un datore di lavoro corretto e responsabile”. “Rispettiamo il lavoro svolto dall’autorità ispettiva e ci impegniamo affinché tutte le osservazioni che ci vengono rivolte siano affrontate il più rapidamente possibile”. Nello specifico in questi giorni, sottolinea Amazon, “abbiamo ricevuto il verbale di accertamento e in esso non è riportato il numero di contratti in somministrazione, citato nei media e nel comunicato stampa dell’Ispettorato del Lavoro”.

Carlo Pareto

Donne e lavoro. Noi penultimi in Europa e ancora lontani dall’obiettivo della strategia di Lisbona

Evasione contributiva Inps

DEPENALIZZAZIONE RIDOTTA

Per l’evasione contributiva Inps ambito applicativo ristretto della depenalizzazione. L’imprenditore è infatti punibile se, nell’arco dell’anno (da dicembre a novembre dell’anno successivo), ha un debito con l’Inps che supera 10 mila euro. È quanto hanno sancito le Sezioni unite penali della Corte di cassazione che, con la recente sentenza n. 10424 del 7 marzo 2018, ha risolto una questione della massima particolare importanza.

La questione è approdata sul tavolo del Massimo consesso di Piazza Cavour non per un contrasto ma per mancanza di chiarezza della riforma sulla depenalizzazione, in particolare l’articolo 3 del dlgs 8 del 2016. La terza sezione penale ha quindi sottoposto al Primo presidente la seguente questione: «se, in tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei dipendenti, l’importo complessivo superiore a euro 10.000 annui, rilevante ai fini del raggiungimento della soglia di punibilità, debba essere individuato con riferimento alle mensilità di pagamento delle retribuzioni, ovvero a quelle di scadenza del relativo versamento contributivo».

Con una lunga quanto complessa motivazione le Sezioni unite prospettano le differenti conseguenze fra un calcolo che fa riferimento alle singole mensilità e uno che si riferisce invece all’intero anno. A pagina dieci della sentenza i Supremi giudici arrivano alla conclusione per cui «in tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei dipendenti, l’importo complessivo superiore ad euro 10.000 annui, rilevante ai fini del raggiungimento della soglia di punibilità, deve essere individuato con riferimento alle mensilità di scadenza dei versamenti contributivi». Sul punto la Cassazione ha spiegato che se è vero che il debito previdenziale sorge a seguito della corresponsione delle retribuzioni, al termine di ogni mensilità, è altrettanto vero che la condotta del mancato versamento assume rilievo solo con lo spirare del termine di scadenza indicato dalla legge.

Convenzione Inps – Ministero della Salute

COMUNICAZIONE DELLO STATO DI RICOVERO

L’Istituto Nazionale Previdenza Sociale e il Ministero della Salute hanno adottato una convenzione per la comunicazione dello stato di ricovero dei titolari di indennità di accompagnamento, indennità di frequenza, assegno sociale e assegno sociale sostitutivo di invalidità civile.

Grazie a tale convenzione, l’Inps acquisirà le informazioni in possesso del Ministero della Salute sullo stato di ricovero, allo scopo di operare la verifica del diritto delle prestazioni nei confronti dei soggetti che non presentano la prevista dichiarazione di responsabilità e il controllo di veridicità delle dichiarazioni o certificazioni presentate.

Il ricovero in strutture con oneri a carico del Ssn (di durata superiore a 29 giorni), infatti, implica la sospensione o la riduzione di alcune prestazioni erogate dall’Istituto.

I dati acquisiti permetteranno di ridurre gli adempimenti per i cittadini, in quanto le informazioni relative a ricoveri gratuiti – che attualmente sono trasmesse dagli utenti all’Inps tramite la presentazione del Modello Invalidità Civile Ricovero (Icric) – saranno inviate direttamente dal Ministero della Salute all’Istituto.

Questo consentirà all’Inps di risparmiare fino a 9 milioni all’anno, attualmente spesi per il servizio offerto dai Caf in relazione alla presentazione dei moduli Icric.

La semplificazione consentita dal protocollo, inoltre, faciliterà l’Istituto nel contrasto agli abusi.

Lavoro

POCHE DONNE OCCUPATE

Nello scorso otto marzo in cui le lavoratrici hanno ribadito il loro “no” alla violenza, i dati sull’occupazione femminile – pur in crescita secondo le ultime rilevazioni Istat a livelli da record – hanno fatto lanciare l’allarme anche sulla futura posizione previdenziale delle donne. Come ha ricostruito l’Osservatorio statistico dei Consulenti del Lavoro, con il 48,1% di occupazione femminile (49,3% nell’aggiornamento dell’Istituto da poco pubblicato) l’Italia è ancora ben lontana dall’obiettivo del 60% al 2010 indicato dalla strategia di Lisbona.

Le italiane tra i 15 e i 64 anni sono distanti – per occupazione – oltre tredici punti dalla media europea. Solo le greche sono “messe peggio”, mentre francesi, tedesche e inglesi sono ben oltre la soglia di 60 occupate su cento. Altre preoccupazioni emergono se si guarda alla qualità del lavoro, soprattutto delle madri. L’Osservatorio annota che “le poche donne che lavorano hanno per lo più carriere discontinue e con redditi inferiori agli uomini per il largo uso del part-time”. Osservazioni che si vedono direttamente in busta paga.

Secondo l’Osservatorio JobPricing, che ha redatto un rapporto sul gender gap salariale insieme al Progetto Libellula – network di aziende unite contro la violenza sulle donne – il divario di stipendio aggiornato al 2017 tra uomini e donne è di 2.900 euro annui, il 10,4%. Un dato migliore in confronto al 12,7% censito l’anno prima, ma è come se rispetto a un collega maschio una donna iniziasse a lavorare ugualmente al primo dell’anno, per incassare però lo stipendio dalla seconda settimana di febbraio. ( secondo Eurostat, il gap salariale italiano è tra i più bassi (6,1%) in Europa. Jobpricing considera solo i dipendenti del settore privato e la retribuzione annua lorda effettivamente erogata dall’azienda, non quella oraria).

Di nuovo l’Osservatorio dei Consulenti del Lavoro ha aggiunto che il 40,1% delle mamme tra 25 e 49 anni è a tempo parziale, contro il 26,3% delle donne senza figli e una percentuale inferiore al 10% per gli uomini. Così risulta difficile alimentare le posizioni previdenziali per la pensione di vecchiaia, dicono gli esperti. Basta guardare i dati Inps per capire come ciò si traduca in realtà: nonostante le donne che incassano assegni dall’Istituto siano più degli uomini (8,4 milioni, circa 860mila più dei maschi), solo un terzo di loro beneficia di pensioni di vecchiaia frutto della propria storia contributiva, contro i due terzi degli uomini. Le donne con assegno di sola vecchiaia prendono 14.960 euro l’anno, gli uomini 23.409 euro.

Altra correlazione chiara nei dati: più è alto il numero dei figli e minore è il tasso di istruzione, più è facile che una donna sia nella popolazione “inattiva”, quella che non ha né cerca lavoro. Le donne senza figli sono occupate al 70,8%, quando ne arriva uno si scende a 62,2%, con il secondo si passa al 52,6% e dal terzo si precipita a 39,7%. Se in presenza di una laurea la tenuta occupazionale è netta (il tasso di occupazione resta superiore al 70% anche in presenza di più figli), con una licenza media e piccoli in famiglia il tasso precipita al 35%. Chiara la spiegazione dei dati: a maggiore livello di istruzione corrispondono salari familiari più alti, che coprono i costi sostitutivi alla cura dei figli che vanno sotto il nome di asili nido o baby sitter. Senza questa possibilità, il lavoro di cura ricade ancora pesantemente sulle spalle delle donne.

Lavoro donne

ITALIA PENULTIMA IN UNIONE EUROPEA

Il tasso di occupazione femminile italiano (48,1%) è ancora distante dall’obiettivo che la strategia di Lisbona indicava del 60% per il 2010.

Attualmente l’Italia occupa il penultimo posto tra i paesi europei nella classifica dei tassi di occupazione delle donne dai 15 ai 64 anni con 13,2 punti percentuali di differenza rispetto alla media europea (61,3%). È messa peggio solo la Grecia (43,3%), mentre in Francia, Germania e Regno Unito, oltre 60 donne su 100 sono occupate. L’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro, in occasione della scorsa Festa delle donne dell’8 marzo, ha analizzato i riflessi della bassa partecipazione delle donne, ed in particolare delle madri, al mercato del lavoro ed ha messo a fuoco le gravi conseguenze anche sul piano pensionistico. Le poche donne che lavorano, infatti, hanno per lo più carriere discontinue e con redditi inferiori agli uomini per via del largo uso del part time: il 40,1% delle mamme 25-49 anni è impiegata a tempo parziale (contro il 26,3% delle donne senza ruolo genitoriale) mentre per gli uomini è una condizione residuale non arrivando al 10%. Carriere discontinue e orario di lavoro ridotto rappresentano condizioni che non consentono di alimentare in modo continuo le posizioni previdenziali utili all’accesso alla pensione di vecchiaia. In base ai dati Inps, nonostante le donne beneficiarie di prestazioni pensionistiche siano 8,4 milioni (862 mila in più degli uomini), solo il 36,5% beneficia della sola pensione di vecchiaia frutto della propria storia contributiva, contro il 64,2% degli uomini. Mentre l’assegno medio mensile delle donne con la sola pensione di vecchiaia è di 14.690 euro annui, con un gap di oltre un terzo rispetto a quello degli uomini (23.409 euro annui).

La gestione dei tempi di lavoro e di cura dei figli rappresenta una dimensione rilevante per il tema dell’occupazione femminile. Le donne con almeno un figlio registrano un tasso di occupazione inferiore di oltre 15 punti percentuali rispetto a quello delle donne senza figli. Al crescere del numero di figli diminuisce proporzionalmente il tasso di occupazione femminile. Prendendo a riferimento il tasso di occupazione delle donne senza figli (70,8%), questo scende di oltre 8 punti per le mamme con un solo figlio (62,2%), di oltre 18 punti in caso di due figli (52,6%) e di oltre 22 punti percentuali (39,7%) nel caso di almeno tre figli. Il livello di inattività delle donne fra i 25 e 49 anni è infatti speculare alle dinamiche occupazionali appena osservate: la presenza di figli porta una gran parte delle mamme (né occupate, né disoccupate) ad uscire dalle forze di lavoro entrando nella popolazione degli inattivi.

Nelle dinamiche occupazionali al femminile ha una sua rilevanza l’istruzione. Per le donne laureate la maternità non ha un impatto così significativo sulla partecipazione al mercato del lavoro. Il tasso di occupazione femminile per le donne laureate senza carichi familiari raggiunge l’83,8%. Le mamme laureate hanno una perdita di soli 7,2 punti percentuali del tasso di occupazione (76,6%). Anche con l’aumentare del numero di figli i livelli occupazionali delle donne laureate restano superiori al 70%. La disponibilità di risorse economiche permette alle donne occupate con alti stipendi di poter far fronte alla cura dei minori acquistando i servizi di cura sul mercato dei servizi privati. Dinamica molto diversa si osserva per le diplomate e per le donne con la sola licenza media. Ogni 100 diplomate senza figli ne risultano occupate 70,9, mentre in caso di almeno un figlio la percentuale scende al 59,4% (-11,5%). Ancora più grave è la condizione delle donne con la licenza media, che hanno un tasso di occupazione molto basso in mancanza di figli (51,6%), che scende ulteriormente di quasi 17 punti percentuali (35%) se sono mamme. Per le madri di famiglie numerose (con oltre 2 figli) meno istruite, il tasso di occupazione arriva a livelli minimi (23,6%). In questi casi i costi sostitutivi alla cura dei figli (asili nido e baby-sitter) non sono coperti dai livelli di reddito delle donne con medio o basso livello di istruzione.

Carlo Pareto

Inps. Solo un nuovo posto di lavoro su cinque è a tempo indeterminato

Lavoro

INPS: SOLO 1 POSTO SU 5 È FISSO

Solo un nuovo posto di lavoro su cinque è a tempo indeterminato. Lo segnala l’Inps in un report sul precariato recentemente diramato. Nei primi dieci mesi dell’anno, scrive l’Inps, sono stati creati oltre mezzo milione di posti in più ma alla crescita delle assunzioni il maggior contributo è stato dato dai contratti a tempo determinato (+28%) e dall’apprendistato (+26,3%); sono invece diminuite le assunzioni a tempo indeterminato (-3,7%), contrazione interamente imputabile alle assunzioni a part time. Tra le assunzioni a tempo determinato appare significativo – sottolinea l’Inps – l’incremento dei contratti di somministrazione (+21,7%) e ancora di più dei contratti di lavoro a chiamata che, con riferimento sempre all’arco temporale gennaio-ottobre, sono passati da 160mila (2016) a 363mila (2017), con un incremento del 126,4%. Questo significativo aumento – come, in parte, anche quello dei contratti di somministrazione e dei contratti a tempo determinato – può essere posto, evidenzia ancora l’Inps, in relazione alla necessità per le imprese di ricorrere a strumenti contrattuali sostitutivi dei voucher, cancellati dal legislatore a partire dalla metà dello scorso mese di marzo e sostituiti, da luglio e solo per le imprese con meno di 6 dipendenti, dai nuovi contratti di prestazione occasionale.

L’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni, informa l’Inps, è stata del 24% nei primi dieci mesi del 2017 mentre nel 2015, quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato, la quota di assunzione a tempo indeterminato era stata del 38,5%. Le trasformazioni complessive – includendo accanto a quelle da tempo determinato a tempo indeterminato anche le prosecuzioni a tempo indeterminato degli apprendisti – sono risultate nel periodo gennaio-ottobre 2017 310.000, un livello analogo a quello del medesimo periodo del 2016 (+0,5%). Per le cessazioni, la crescita è dovuta principalmente ai rapporti a termine (+25,8%) mentre le cessazioni di rapporti a tempo indeterminato risultano sostanzialmente stabili (+0,8%).

Istat

MENO PENSIONATI MA AUMENTA REDDITO

Nel 2016 i pensionati sono circa 16,1 milioni e percepiscono in media 17.580 euro lordi, 257 euro in più rispetto all’anno precedente. Lo rileva l’Istat specificando che tra il 2015 e il 2016 il numero di pensionati scende di 115mila unità e che per 3,2 milioni di famiglie la pensione é l’unica fonte monetaria di reddito. Le donne sono il 52,7% dei pensionati e ricevono in media importi annuali di circa 6mila euro inferiori a quelli degli uomini.

Le diminuzioni più rilevanti si riscontrano tra i pensionati di vecchiaia (quasi 94mila in meno), tra quelli di invalidità previdenziale (circa 57mila in meno) e tra i superstiti (quasi 29mila in meno). Sono invece in aumento i pensionati sociali (+5mila circa) e quelli d’invalidità civile (+52mila). Il reddito pensionistico sembra proteggere da situazioni di forte disagio economico. Nel 2015 l’incidenza delle famiglie a rischio di povertà tra quelle con pensionati (16,5%) è sensibilmente inferiore a quello delle altre famiglie (24,2%).

Professionisti

CONSULENTI DEL LAVORO ATTESTANO STATO DI DISOCCUPAZIONE

Stop alle incertezze sullo stato di disoccupazione dei lavoratori assunti tramite i Consulenti del lavoro. Lo prevede la Legge Finanziaria 2018 che assegna alla Fondazione Consulenti per il Lavoro la possibilità di ricevere dall’Anpal i dati relativi ai soggetti in stato di disoccupazione o a rischio di disoccupazione. Ciò permetterà alle agenzie per il lavoro, nonché agli iscritti all’albo nazionale dei soggetti accreditati ai servizi per il lavoro (ex art. 12 Dlgs. 150/2015, fra cui la Fondazione Consulenti per il Lavoro) di avere precisa contezza sullo stato dei lavoratori e sui loro precedenti occupazionali. I consulenti del lavoro, tramite della Fondazione Consulenti per il Lavoro, potranno dunque accedere legittimamente alla banca dati informativa dell’Anpal per confermare lo status occupazionale dei lavoratori in via di assunzione e la presenza di eventuali precedenti contratti a tempo indeterminato nella pregressa carriera degli stessi.

Tale informazione si rivelerà fondamentale per confermare definitivamente la legittimità della fruizione del nuovo incentivo occupazionale triennale per i giovani, varato nella stessa legge di stabilità 2018. “Scelta del legislatore assolutamente coerente e in linea con quanto deciso negli anni scorsi in materia di mercato del lavoro – ha commentato Marina Calderone, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro – scelte che confermano la centralità dei consulenti del lavoro rispetto alla gestione del rapporto di lavoro, anche per il ruolo di grande impulso dato alle politiche attive con la gestione di 8milioni di lavoratori”.

“Così – ha sottolineato – i datori di lavoro avranno la possibilità di avere la certezza dei presupposti dei rapporti di lavoro da instaurare e quindi la garanzia della legittimità della decontribuzione applicata in base alle nuove assunzioni agevolate, previste dalla Finanziaria 2018”.

Soldi, ferie e malattia

COSA CAMBIA PER GLI STATALI

Aran e sindacati hanno recentemente firmato l’Ipotesi di contratto collettivo nazionale di lavoro 2016 – 2018 per i pubblici dipendenti appartenenti alle Funzioni Centrali, nuovo comparto nel quale sono confluiti i precedenti comparti di Ministeri, Agenzie Fiscali, Enti Pubblici non Economici, Agid, Cnel ed Enac. Il primo contratto di lavoro del settore pubblico ad essere rinnovato dopo 8 anni di blocco della contrattazione nazionale che coinvolge circa 240 mila lavoratori. Il contratto riconosce aumenti economici a regime, pari a circa 85 Euro medi e prevede altresì, per il 2018, un elemento perequativo della retribuzione destinato solo alle categorie collocate nelle fasce più basse della scala parametrale. Sono riconosciuti anche gli arretrati contrattuali per il periodo 2016-2017. E’ L’Aran a fare il punto sul contratto del pubblico impiego appena siglato dai sindacati.

L’intesa, si legge nella nota, interviene anche sulle relazioni sindacali e su molti aspetti normativi (assenze, permessi e congedi, orario di lavoro e banca delle ore, ferie, codici disciplinari, rapporti di lavoro flessibile). C’era infatti la necessità di riscrivere alcune parti del contratto superate dalle norme di legge vigenti e, comunque, non più attuali. Inoltre, si è reso necessario armonizzare, in un unico quadro regolativo, le discipline contrattuali dei diversi comparti di provenienza.

In materia di relazioni sindacali, il nuovo contratto definisce nuove regole semplificate che valorizzano gli istituti della partecipazione sindacale, nel rispetto dei distinti ruoli dei datori di lavoro e delle organizzazioni sindacali. In questo ambito, è stato previsto un nuovo Organismo paritetico (“Organismo paritetico per l’innovazione”) che avrà il compito di instaurare un dialogo costruttivo e collaborativo con le organizzazioni sindacali. Sono state anche riviste ed aggiornate le materie attribuite alla contrattazione integrativa, con l’obiettivo di chiarirne il contenuto e la portata.

Sotto il profilo normativo, è stata elaborata una disciplina comune degli istituti del rapporto di lavoro quali l’orario, le ferie, i permessi, tra cui quelli, del tutto nuovi, previsti per l’effettuazione di terapie, visite specialistiche ed esami diagnostici. Il quadro generale degli istituti è stato rivisitato e aggiornato alla luce dei più recenti interventi legislativi.

Di particolare rilevanza, spiega la nota Aran, è l’introduzione della disciplina delle ferie solidali, che consente ai dipendenti con figli minori in gravi condizioni di salute, che necessitino di una particolare assistenza, di poter utilizzare le ferie cedute da altri lavoratori. Altre novità rilevanti riguardano le tutele introdotte per le donne vittime di violenza le quali, oltre al riconoscimento di appositi congedi retribuiti, potranno avvalersi anche di una speciale aspettativa. Per le stesse, viene altresì prevista la possibilità di ottenere il trasferimento ad altra sede in tempi rapidi e con procedure agevolate.

Ampliate le tutele riconosciute in caso di malattie gravi che richiedano terapie salvavita (quali chemioterapia ed emodialisi): infatti, le condizioni di miglior favore, prima previste per i soli giorni di assenza nei quali si effettuano le terapie, sono estese anche al periodo successivo nel quale sia impossibile tornare al lavoro, per gli effetti invalidanti dovuti alle terapie effettuate. Il contratto ha inoltre recepito le nuove disposizioni sulle Unioni civili, prevedendo che tutte le tutele del contratto riferite al matrimonio riguardino anche ciascuna delle parti dell’unione civile.

Aggiornate inoltre, prosegue la nota, le tipologie di rapporto di lavoro flessibile con particolare riguardo ai contratti di lavoro a tempo determinato, in coerenza con i principi di non discriminazione più volte affermati anche a livello europeo e con le modifiche normative recentemente introdotte. A tal fine, sono state estese ai dipendenti a tempo determinato alcune tutele (ad esempio, in materia di ferie e di diritto allo studio) Presso ciascuna amministrazione, è stato inoltre previsto un tetto complessivo per i rapporti di lavoro flessibile.

Il nuovo contratto collettivo, in attuazione della Riforma Madia, ha poi operato una revisione del codice disciplinare dei dipendenti pubblici, prevedendo specifiche sanzioni in caso di assenze ingiustificate in prossimità dei giorni festivi o per assenze collettive. Alla luce delle recenti modifiche legislative, è stato individuato un nuovo meccanismo per l’attribuzione degli incentivi economici al personale, che ha l’obiettivo di riconoscere premi aggiuntivi a coloro che abbiano ottenuto le valutazioni più elevate.

Il contratto ha infine creato le basi per promuovere un nuovo modello di “welfare contrattuale”, che consenta di sviluppare e diffondere sistemi analoghi a quelli già presenti nel settore privato. E’ stata prevista la possibilità di riconoscere ai dipendenti prestazioni integrative nei seguenti ambiti: sostegno al reddito della famiglia (aiuti economici e sussidi), supporto all’istruzione e promozione del merito dei figli (ad esempio borse di studio), contributi a favore di attività culturali, ricreative e con finalità sociale; prestiti a favore di dipendenti in difficoltà ad accedere ai canali ordinari del credito bancario o che si trovino nella necessità di affrontare spese non differibili; polizze sanitarie integrative delle prestazioni erogate dal servizio sanitario nazionale.

Carlo Pareto

Nel Mezzogiorno occupati in crescita. Ma ancora non recuperati i livelli pre-crisi

Tribunale Roma

RECUPERO INDEBITI INPS LEGITTIMO

Col provvedimento n. 26718/2017 il Tribunale di Roma, in qualità di giudice del lavoro, ha respinto il ricorso (ex art. 140 D. lgs. 206 del 2017) promosso dal Codacons e volto ad impedire all’Inps di recuperare le somme erogate indebitamente.

L’Autorità giudiziaria ha affermato in primo luogo l’assenza della legittimazione ad agire da parte dell’associazione ricorrente: il rapporto fra i pensionati e l’Inps non può essere ricondotto a un interesse collettivo dei consumatori ed utenti, anche in considerazione del fatto che le prestazioni indebite, o comunque erogate in eccedenza, non riguardano la totalità dei pensionati, essendo innumerevoli le situazioni in cui, nel corso del rapporto pensionistico, non si verifica alcuna ipotesi di indebita percezione di somme non spettanti.

Inoltre il Tribunale, nell’osservare che diverse sono le cause che possono dare luogo ad indebita erogazione, fra cui l’errore dell’Istituto ma anche il dolo dell’interessato, afferma che, posto che l’azione di recupero dell’indebito è effettuata dall’Inps sulla base delle specifiche disposizioni di legge, l’accoglimento del ricorso si porrebbe in contrasto con tutte le norme che disciplinano la modalità di recupero delle somme erogate e non dovute.

Infatti i recuperi effettuati dall’Inps nei confronti dei pensionati possono derivare da numerose tipologie di prestazioni indebitamente erogate, che nella maggior parte dei casi non traggono origine da errori dell’Istituto, e sono obbligatori in quanto previsti dalla normativa vigente.

Al riguardo giova ricordare che la maggiore causa di indebiti viene registrata in relazione a prestazioni collegate al reddito, le quali, in base alla legislazione vigente, sono erogate in via di anticipazione provvisoria in base a dati reddituali storici (quindi basati su annualità precedenti); nel momento in cui il dato reddituale relativo all’annualità cui si riferisce la prestazione viene poi certificato, l’Istituto è tenuto ad eseguire operazioni di conguaglio, che possono generare un debito (recupero indebito) o un credito (rimborso). In tali ipotesi i recuperi sono obbligatori in quanto espressamente previsti da specifiche disposizioni legislative.

Consulenti lavoro

CHIARIMENTI SU CIRCOLARE INPS CONCILIAZIONE VITA-LAVORO

A seguito della pubblicazione della circolare Inps numero 163 del 2017 sullo sgravio contributivo per i contratti collettivi aziendali contenenti misure di conciliazione vita-lavoro, anche la Fondazione Studi consulenti del lavoro è intervenuta con la circolare numero 11, per fornire maggiori chiarimenti sul tema.

Nel documento viene analizzato il decreto interministeriale del dicastero Lavoro e del ministero dell’Economia e finanze, che attua quanto previsto dall’articolo 25 del decreto legislativo 80 del 2015, per poi soffermarsi sulle condizioni di fruizione dello sgravio: dalle caratteristiche del contratto aziendale alle tempistiche e modalità di deposito dello stesso, dalla richiesta di ammissione all’agevolazione all’istruttoria Inps fino al calcolo del beneficio spettante al datore di lavoro.

“L’Inps -si legge nella circolare- ha chiarito che lo sgravio spetterà al datore di lavoro identificato dal proprio codice fiscale attraverso la presentazione della suddetta domanda su una sola delle posizioni contributive attive, che sarà l’unica cui spetterà la possibilità di fruire materialmente dello sgravio attraverso la relativa denuncia contributiva mensile. Lo sgravio concesso terrà in ogni caso conto dei dati relativi alla forza occupazionale del datore di lavoro anche se in parte riconducibile ad altri posizioni contributive Inps”.

Ma a basso reddito

AL SUD CRESCONO GLI OCCUPATI

Nelle regioni meridionali nel 2016 gli occupati sono aumentati dell’1,7%, pari a 101 mila unità, ma mentre le regioni centro settentrionali hanno recuperato integralmente la perdita di posti di lavoro avvenuta durante la crisi (+48 mila nel 2016 rispetto al 2008), in quelle meridionali la perdita di occupazione rispetto all’inizio della recessione è ancora pari a 381 mila unità. Il Mezzogiorno resta agganciato alla ripresa economica dell’Italia uscendo da una lunga recessione. Nel 2016 ha consolidato la ripresa registrando una performance per il secondo anno superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese. E le previsioni per il 2017 e il 2018 confermano che il Mezzogiorno è in grado di agganciare la ripresa, facendo segnare tassi di crescita di poco inferiori a quelli del Centro-Nord. Tuttavia, la ripresa congiunturale è insufficiente ad affrontare le emergenze sociali. E’ il quadro che emerge dal Rapporto Svimez 2017 presentato di recente alla Camera dei Deputati.

La resistenza alla crisi non è stata omogenea, tra regioni e tra settori. E anche se riparte l’industria meridionale, aumenta il lavoro ma con basse retribuzioni e cresce il part time involontario. Il Mezzogiorno è uscito dalla lunga recessione e nel 2016 ha consolidato la ripresa, registrando una performance per il secondo anno superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese. L’industria manifatturiera meridionale è cresciuta al Sud nel biennio di oltre il 7%, più del doppio del resto del Paese (3%); influiscono positivamente le politiche di sviluppo territoriale mentre restano le difficoltà delle imprese del Sud ad accedere agli strumenti di politica industriale nazionale. La stretta integrazione e interdipendenza tra Sud e Nord rafforza la necessità di politiche meridionaliste per far crescere l’intero Paese. Ottima la performance soprattutto al Sud delle esportazioni nel biennio 2015-2016.

Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è ancora il più basso d’Europa (35% inferiore alla media Ue), nonostante nei primi 8 mesi del 2017 siano stati incentivati oltre 90 mila rapporti di lavoro nell’ambito della misura “Occupazione Sud”. La povertà e le politiche di austerità deprimono i consumi. Il Sud è un’area non più giovane né tantomeno il serbatoio di nascite del Paese. Il Governo nell’ultimo anno ha riavviato le politiche per il Sud; fondamentali due interventi: le Zes e la “clausola del 34%” sugli investimenti ordinari.

Secondo le di stime Svimez, aggiornate a ottobre, nel 2017 il PIL italiano cresce dell’1,5%, risultato del +1,6% del Centro-Nord e del +1,3% del Sud. Nel 2018 il saggio di crescita del PIL nazionale si attesta all’1,4% con una variazione territoriale dell’1,4% nel Centro-Nord e dell’1,2% al Sud. A trascinare l’evoluzione positiva del PIL nel 2017 e nel 2018 l’andamento della domanda interna, che al Sud registra, rispettivamente, +1,5% e +1,4% (nel Centro-Nord, invece, aumenta quest’anno del +1,6% e il prossimo del +1,3%). Nel 2018 la Svimez prevede un significativo aumento sia delle esportazioni che degli investimenti totali, che cresceranno più nel Mezzogiorno che al Centro-Nord: le esportazioni del +5,4% rispetto a +4,3%, gli investimenti del 3,1% rispetto a +2,7%.

Aumento apprezzabile dell’occupazione: +0,7% al Sud sia nel 2017 che nel 2018, e +0,8% in entrambi gli anni al Centro Nord. Secondo la Svimez, queste previsioni inglobano anche gli effetti della legge di Bilancio 2018, e scontano la mancata attivazione della clausola di salvaguardia relativa all’aumento delle aliquote Iva nel 2018 per circa 15 miliardi.

Forte ridimensionamento della Pa nel Mezzogiorno, in termini di risorse umane e finanziarie, tra il 2011 e il 2015: -21.500 dipendenti pubblici (nel Centro-Nord sono calati di -17.954 unità) e una spesa pro capite corrente consolidata della P.A. (fonte CPT) pari al 71,2% di quella del Centro-Nord. Un divario in valore assoluto di circa 3.700 euro a persona. La sfida di una maggiore efficienza della macchina pubblica al Sud passa per una sua profonda riforma ma anche per un suo rafforzamento attraverso l’inserimento di personale più giovane a più alta qualificazione. Ciò a dispetto dei luoghi comuni che descriverebbero un Sud inondato di risorse e dipendenti pubblici.

Nel 2016, 10 meridionali su 100 risultano in condizioni di povertà assoluta, contro poco più di 6 nel Centro Nord. L’incidenza della povertà assoluta nel 2016 nel Mezzogiorno aumenta nelle periferie delle aree metropolitane e nei comuni più grandi. Il rischio di cadere in povertà è triplo al Sud rispetto al resto del Paese, nelle due regioni più grandi, Sicilia e Campania, sfiora il 40%. E’ la fotografia scattata dal Rapporto Svimez 2017 presentato recentemente alla Camera.

L’emigrazione sembra essere l’unico canale di miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie meridionali. E infatti, alla fine del 2016 il Mezzogiorno ha perso altri 62 mila abitanti. Il saldo migratorio totale del Sud continua a essere negativo e sfiora le 28 mila unità, mentre nel Centro Nord è in aumento di 93.500. Il pendolarismo nel Mezzogiorno nel 2016 ha interessato circa 208 mila persone, di cui 54 mila si sono spostate all’interno del Sud, mentre ben 154 mila sono andate al Centro-Nord o all’estero. Questo aumento di pendolari spiega circa un quarto dell’aumento dell’occupazione complessiva del Mezzogiorno di circa 101 mila unità nel 2016.

A parere della Svimez, “l’introduzione del reddito di inclusione avvia un processo per dotare anche l’Italia di una forma universalistica di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale. Ma per ora l’impegno finanziario è assolutamente insufficiente: del Rei beneficerà soltanto il 38% circa degli individui in povertà assoluta per importi che sono generalmente compresi fra il 30 e il 40% della soglia di povertà assoluta per molte tipologie familiari”.

Carlo Pareto

Allarme per le partite Iva. Una su 4 sotto la soglia di povertà

Inps

RISCATTO LAUREA

Il riscatto della laurea ai fini pensionistici può essere richiesto da tutti i lavoratori iscritti alle gestioni Inps che abbiano già conseguito il titolo di studio, e non siano già coperti da contribuzione nel periodo di frequentazione dell’università. E’ consentito riscattare solo gli anni previsti dalla durata ordinaria del corso di laurea, se lo studente è andato fuori corso non avrà la possibilità di riscattare gli anni in più che ci ha impiegato per laurearsi.

Tutti i dettagli sul riscatto della laurea presso le gestione Inps sono contenuti in un approfondimento della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro del 19 settembre 2017, ripresi dal sito delle piccole-media imprese pmi.it. I riferimenti normativi fondamentali per il riscatto della laurea sono il decreto legislativo 184/1997 e la legge 247/2007.

Possono dunque riscattare la laurea gli iscritti a tutte le gestioni Inps, purché il periodo di studi sia precedente a quello in cui è stata istituita la gestione previdenziale. Nel caso, ad esempio, della gestione separata, la frequentazione dell’università deve essere successiva al 31 marzo 1996. Il riscatto della laurea può essere chiesto anche da chi è già titolare di trattamento pensionistico. Naturalmente, se lo si chiede per anticipare la pensione di vecchiaia, l’operazione andrà fatta prima dell’età pensionabile perché gli anni siano poi conteggiabili ai fini della maturazione della pensione. Possono chiedere il riscatto dalla laurea anche i soggetti inoccupati.

Come già riferito, una regola fondamentale consiste nel fatto che i periodi di cui si chiede il riscatto non devono essere coperti da contribuzione. Nell’ipotesi in cui, durante il corso di studi, ci sia stato un periodo limitato di lavoro durante il corso, ad esempio un impiego part-time, potrà essere chiesto il riscatto della laurea al netto dei periodi per i quali già risulta accreditata una contribuzione. Sono ammessi al riscatto tutti i titoli di laurea (vecchio ordinamento, laurea triennale, laurea magistrale, diplomi di specializzazione post-laurea, Accademia delle Arti e Conservatorio, dottorati di ricerca. Non sono inclusi, invece, i master universitari.

L’ammissione all’operazione è a titolo oneroso, ed il cui costo dipende da diversi fattori: collocazione cronologica del periodo di studio (prima o dopo il 1995, e prima e dopo il 2011), e modalità di calcolo della pensione (contributivo o retributivo).

Se il periodo di riscatto è valutato con metodo retributivo, il computo si effettua in base al principio della riserva matematica. Molto in sintesi, si conteggiano due diverse pensioni: quella senza riscatto, e quella che ingloba anche gli anni del corso di studi. La nuova pensione tiene conto di un beneficio corrispondente all’aumento delle settimane in quota A (media rivalutata degli ultimi 5 anni di contribuzione prima del pensionamento). Lo schema di calcolo: Pensione annua con riscatto – Pensione annua senza riscatto = Incremento pensionistico generato dal riscatto (Beneficio). Il beneficio pensionistico va a questo punto moltiplicato per un coefficiente attuariale legato a età, sesso e stato lavorativo del richiedente. Esempio: beneficio (calcolato in base allo schema sopra indicato) pari a 15mila 600 lordi annui. Coefficiente di un lavoratore di 63 anni pensionato pari a 16,68. Onere spettante: 260mila 200 euro.

Se invece il periodo di riscatto è valutato con il contributivo, il computo si effettua con il sistema a percentuale, che consiste nell’applicazione dell’aliquota contributiva in vigore al momento della domanda sull’imponibile previdenziale dello ultime 52 settimane. In pratica, si conteggiano gli ultimi 12 mesi di contribuzione obbligatoria precedenti alla richiesta di riscatto, si applica l’aliquota vigente (ad esempio, il 33% per l’Assicurazione generale obbligatoria), si calcola l’adeguamento per il periodo oggetto di riscatto. Esempio: retribuzione imponibile ultimi 12 mesi 40mila euro. Aliquota Ago 33%. Costo onere annuale 13mila 200 euro, per quattro anni di studi 52mila 800 euro.

Esiste poi uno specifico metodo di calcolo per gli inoccupati, che è simile a quello che si effettua per chi ha la pensione contributiva (quindi, su base percentuale) prendendo come riferimento il minimale reddituale della Gestione Commercianti per l’anno della domanda di riscatto. Per esempio, il minimale 2017 è pari a 15.548, quindi l’onere di riscatto è di 5mila 130,84 euro per ogni anno.

Giova infine ricordare che è possibile pagare l’onere di riscatto in 120 rate spalmate in dieci anni, senza interessi.

Inps

ESONERO VISITA FISCALE E LEGGE 104

In caso di possibile visita fiscale, l’esonero è prefigurato in determinati casi. Queste casistiche comprendono, ad esempio, malattie a rischio di vita, gravidanze complicate, infortuni sul luogo di lavoro. Anche per tutti coloro che beneficiano della cosiddetta Legge 104 è previsto l’esonero dalla visita fiscale. E’ bene ricordare che questa può essere effettuata in qualsiasi giorno della settimana, anche nei festivi, e già a partire dal primo giorno di malattia. Le fasce orarie in cui il lavoratore deve essere reperibile variano, però, in base al comparto in cui si lavora.

Per chi ha la Legge 104, per la visita fiscale l’esonero è prefigurato solamente in un caso, ovvero quando la patologia per la quale il lavoratore si assenta dal lavoro sia collegata ai motivi di invalidità che hanno dato diritto a beneficiare della predetta legge. Vediamo di chiarire meglio il concetto con due esempi. Un lavoratore con la Legge 104 legata a motivi cardiaci si assenta dal luogo di lavoro per riscontrate problematiche al cuore. Questo lavoratore è completamente esonerato dall’obbligo di reperibilità per la visita fiscale.

Se, invece, lo stesso lavoratore (beneficiario, quindi, della Legge 104 per problemi di cuore) si assenta dal lavoro per un’altra malattia (come può essere, ad esempio, un’influenza) egli non è esonerato e potrà, quindi, essere suscettibile di controllo medico fiscale. E’ molto importante che questa regola sia rispettata e conosciuta, in quanto sono molti i lavoratori che credono di essere esonerati semplicemente perché in possesso della Legge 104 per sé stessi o per un familiare vicino. Laddove l’esonero non sussista, la sanzione può essere molto pesante per il lavoratore che potrebbe perdere l’indennità per i giorni di malattia.

Se si guarda più da vicino la normativa si osserva che la Legge 104/92 è fatta a piena difesa dei diversamente abili, uomini e donne che presentano delle menomazioni a livello fisico o psichico tali da rendere il soggetto svantaggiato all’interno della società e anche dell’ambiente lavorativo. Chi beneficia della Legge 104 ha diritto a tre giorni di permesso ogni mese per le cure relative alla propria persona o a quelle di familiari. In questa ultima ipotesi la legge è applicabile per parenti o affini fino al terzo grado di parentela. Tutte le documentazioni vanno presentate all’Inps di competenza che, previo prima visita medica pluridisciplinare effettuata dall’Asl, valuterà caso per caso.

Partite Iva

I NUOVI POVERI

Partite Iva, i nuovi poveri. La crisi economica ha infatti colpito più duramente loro che i lavoratori dipendenti e i pensionati: una partita Iva su 4 infatti è finita sotto la soglia di povertà. L’allarme arriva dalla Cgia che in uno studio annota come le famiglie che vivono grazie ad un reddito da lavoro autonomo siano quelle più a rischio: nel 2015, infatti, il 25,8% dei nuclei familiari di questa categoria è riuscita a vivere stentatamente al di sotto della soglia povertà calcolata dall’Istat.

Un rischio povertà dunque maggiore di quello a cui può esporti un pensionato o un lavoratore dipendente: per quei nuclei in cui il capo famiglia ha come reddito principale la pensione, invece, il rischio, calcola la Cgia, si è attestato al 21%, mentre per quelle che vivono con uno stipendio/salario da lavoro dipendente il tasso si è fermato al 15,5%. Questo per dire che la crisi per la Cgia ha colpito soprattutto le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva: ovvero dei piccoli imprenditori, degli artigiani, dei commercianti, dei liberi professionisti e dei soci di cooperative. Il ceto medio produttivo, insomma, denuncia ancora, ” ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa”.

Dal 2008 ai primi 6 mesi di quest’anno, infatti, lo stock di lavoratori autonomi (ovvero, i piccoli imprenditori, gli artigiani, i commercianti, i liberi professionisti, i coadiuvanti familiari, etc.) è diminuito di 297.500 unità (-5,5%). Sempre nello stesso arco temporale, la platea dei lavoratori dipendenti presenti in Italia è invece aumentata di quasi 303.000 unità (+1,8%).

Sempre tra il 2008 e i primi mesi di quest’anno, a livello territoriale il popolo delle partite Iva ha segnato la contrazione più marcata in Emilia Romagna (-12,7 per cento), in Calabria (-12 per cento), in Liguria e in Abruzzo (entrambi i casi con una riduzione del 10,4 per cento). La ripartizione geografica più colpita da questa moria, invece, è stata il Mezzogiorno (-7 per cento).

Infine, il reddito delle famiglie con fonte principale da lavoro autonomo ha subito in questi ultimi anni (2008-2014) una “sforbiciata” di oltre 6.500 euro (-15,4 per cento), mentre quello dei dipendenti è rimasto quasi lo stesso (-0,3 per cento). In aumento, invece, il dato medio dei pensionati e di quelle famiglie che hanno potuto avvalersi dei sussidi (di disoccupazione, di invalidità e di istruzione) che sono stati erogati ai nuclei più in difficoltà (+8,7 per cento pari a +1.941 euro)

“A differenza dei lavoratori subordinati – ha fatto notare il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – quando un autonomo chiude definitivamente l’attività non dispone di alcuna misura di sostegno al reddito. Perso il lavoro ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di una nuova occupazione. In questi ultimi anni, purtroppo, non è stato facile trovarne un altro: spesso l’età non più giovanissima e le difficoltà del momento hanno costituito una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso forme di lavoro completamente in nero”.

Carlo Pareto

Cervelli in fuga, un esodo di mezzo milione

fuga_cervelliL’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, nel rapporto presentato oggi a Roma dal titolo “Il lavoro dove c’è”, ha fatto un’analisi degli spostamenti per motivi di lavoro negli anni della crisi. Nel rapporto vengono esaminati e fotografati i cambi di residenza e i comportamenti degli italiani partendo dalla crisi occupazionale del 2008, che ha cambiato le esigenze della popolazione e incrementato il numero di soggetti decisi a spostarsi in un’altra città per lavorare.
Dal 2008 al 2016  più di  500 mila italiani  si sono cancellati dall’anagrafe per trasferirsi all’estero. Al primo posto tra le destinazioni dei nuovi emigrati italiani c’è la Germania, seguita dal Regno Unito e dalla Francia.
A questo numero va aggiunto un altro dato: i quasi 300mila stranieri, soprattutto provenienti dai Paesi dell’Est, che in questi anni sono rimpatriati nel Paese di origine  non trovando più opportunità di lavoro in Italia.
L’indagine presenta e chiarisce gli aspetti di un altro fenomeno, per certi versi altrettanto significativo del trasferimento all’estero, ma spesso meno considerato: l’emigrazione interna tra le regioni d’Italia. L’Italia è un paese con opportunità molto diverse e una situazione di disomogeneità interna che non ha pari in Europa: per questo motivo i cambi di residenza da una regione a un’altra sono notevoli e frequenti.
Dal rapporto si evince che, tra il 2008 e il 2015, più di 380mila italiani si sono trasferiti da una regione del Sud in un altro territorio del Centro o del Nord Italia: si tratta principalmente di lavoratori qualificati che vedono nella fuga dal Mezzogiorno la via migliore per guadagnare di più.
È facile notare anche come il lavoro nelle città di residenza sia diminuito in questi anni e come le opportunità siano distribuite in modo diverso da territorio a territorio. Lavorare nel comune di residenza sembra, infatti, un privilegio riservato agli occupati tra i 15 e i 64 anni residenti in 13 grandi comuni con oltre 250mila abitanti, in cui Genova, Roma e Palermo superano il 90% di occupati residenti nel 2016. Inoltre, più di un occupato su dieci lavora in una provincia diversa da quella di residenza.
Questo spaccato conferma quanto già rilevato dallo stesso osservatorio nel rapporto annuale sulle dinamiche del mercato del lavoro nelle province italiane, in cui le possibilità occupazionali nelle 110 aree provinciali italiane si differenziano enormemente da Nord a Sud. Si passa, infatti, da un tasso di occupazione del 37% nella provincia di Reggio Calabria ad un tasso del 72% nella provincia di Bolzano.
Se il dato della mobilità è ben presente nei cambi di residenza, altrettanto si può dire per il pendolarismo, quotidiano ed interprovinciale, che può incidere fortemente sullo stipendio, la soddisfazione dei lavoratori e la qualità della vita.
Dal rapporto emerge, anche, che per le sue brevi distanze, l’intensità delle occasioni di lavoro e i servizi di trasporto efficienti, Milano è l’epicentro degli spostamenti interprovinciali in Italia.
Il capoluogo lombardo, infatti, è presente fra le province di destinazione o di partenza degli occupati ‘pendolari’ in ben 6 delle 10 principali tratte pendolari. Al primo posto ci sono i 118mila lavoratori che ogni giorno si muovono da Monza e Brianza per lavorare a Milano. Al secondo posto 59 mila lavoratori residenti a Varese che vanno abitualmente a lavorare in un comune della provincia di Milano mentre al terzo posto troviamo 48 mila residenti a Bergamo che raggiungono abitualmente il capoluogo lombardo per motivi di lavoro.
Nella Brianza bisognerebbe considerare anche i numerosi transfrontalieri che quotidianamente vanno a lavorare in Svizzera.
Nel settembre del 2015, aderendo all’obiettivo della legge delega n. 23/2014, di ‘internazionalizzazione dei soggetti economici operanti in Italia’ è apparso il decreto legislativo n. 147/2015, il quale ha introdotto, all’art. 16, un (nuovo) regime speciale per i lavoratori rimpatriati, apparentemente gemello del precedente. In realtà, la nuova agevolazione presentava diverse differenze. Lo sconto sull’imponibile, parificato fra i due sessi, si capovolgeva, spiegano i professionisti, limitandosi ad una esenzione del 30%; nella direzione di una maggiore appetibilità, la legge di Stabilità del 2016, ha ampliato l’agevolazione dal 30 al 50% dell’imponibile fiscale, a partire dall’anno d’imposta 2017.

I consulenti del lavoro ricordano quindi che il decreto legge Milleproroghe del 30 dicembre scorso (D.l. n. 244/2016, art. 3 c. 3-novies) ha introdotto una nuova finestra di adesione all’opzione, riservata ai soggetti che, trasferitisi in Italia entro il 31 dicembre 2015, rientrino nei requisiti di cui all’art. 2, c. 1 della L. 238/2010 a prescindere dal fatto che avessero o meno fruito del precedente regime fiscale agevolato.
Tutte le buone intenzioni del Parlamento per far ritornare gli emigranti in patria non avrebbero sortito effetto. Se ai giovani laureati non verranno offerte opportunità lavorative migliori di quelle che trovano all’estero, nessun incentivo fiscale sarà sufficiente per incoraggiare il loro ritorno in Italia.

Inps, Certificazione Unica per i pensionati all’Estero. 14esima Ex Travet. Figli a carico, arriva assegno da 200 euro al mese

Certificazione unica
PENSIONATI ALL’ESTERO

Con il messaggio numero 2239 del 2017 l’Inps fornisce alcuni chiarimenti in merito alla Certificazione Unica relativa ai redditi percepiti nel periodo di imposta 2016 da parte dei pensionati residenti all’estero. CU che è già stata resa disponibile Dallas, in qualità di sostituto d’imposta, a partire dal 28 febbraio 2017.
Certificazione Unica: come chiederla all’INPS
L’Istituto ricorda che i pensionati residenti all’estero possono richiedere la Certificazione Unica anche fornendo i propri dati anagrafici ed il numero di codice fiscale, ai seguenti numeri telefonici dedicati: 0039 – 06.59058000 – 0039 – 06.59053132, con orario 8-19 (ora italiana).
Più in particolare l’Istituto fornisce delucidazioni in merito ad alcune annotazioni particolari riportate sulle Certificazioni Uniche e alle relative implicazioni, riferite alle pensioni totalmente o parzialmente esenti da imposizioni fiscali in Italia, in applicazione di specifiche convenzioni strette con i Paesi esteri.
CU 2017: novità ed istruzioni
Ad esempio, viene analizzato il caso particolare dei pensionati fiscalmente residenti in Brasile e in Canada e vengono fornite indicazioni su come evitare le doppie imposizioni fiscali sul reddito, nei casi di esenzione totale, e limitare gli importi dei conguagli a debito derivanti dalla tassazione a consuntivo, nei casi di esenzione parziale.

Previdenza
BOERI INCONTRA DELEGAZIONE CINESE

Una delegazione del ministero degli Affari Civili della Repubblica Popolare Cinese, guidata dal viceministro Gong Pugang, ha completato in questi giorni la sua prima visita in Italia nell’ambito del progetto Eu-China Social Protection Reform. L’Eu-China Social Protection Reform Project – Sprp è un progetto cofinanziato dall’Unione europea e dal governo della Repubblica Popolare Cinese, in cui l’Inps è leader di un consorzio di istituzioni di Paesi europei; avviato nel 2014, avrà termine nel 2018. Lo comunica in una nota l’Inps.
L’obiettivo del progetto è quello di supportare il governo cinese nel processo di riforma del sistema di protezione sociale, rafforzandone l’equità e l’inclusione sociale. La Cina, infatti, nel corso dei prossimi decenni sarà interessata da un processo di invecchiamento demografico che potrebbe mettere a dura prova la tenuta della coesione sociale. La quota della popolazione anziana con più di 65 anni passerà dall’attuale 10,5% ad oltre il 25% del 2050.
La delegazione cinese, nel corso della sua visita a Roma, ha incontrato esponenti del ministero del Lavoro, tra i quali il viceministro Franca Biondelli, e ha visitato un centro della Caritas che offre assistenza in favore degli anziani. La delegazione, infine, ha incontrato una delegazione dell’Istituto nazionale della previdenza sociale, guidata dal presidente Tito Boeri. Nel corso del tavolo tecnico tenutosi con la delegazione del ministero degli Affari Civili, l’Inps ha presentato la struttura e il funzionamento dell’Isee, nonché le misure di assistenza sociale presenti in Italia. In particolare, l’Inps ha presentato al ministero degli Affari civili gli strumenti per la tutela degli invalidi civili e dei cittadini non autosufficienti, fra cui il progetto Home Care Premium, recentemente riformato dall’Istituto.

Pensioni
14ESIMA A 125MILA EX TRAVET

Gli ex dipendenti pubblici saranno “i grandi beneficiari” dell’estensione della 14esima ai pensionati: “Attualmente sono circa 8mila, saliranno a 125mila, con un incremento del 1500%”. Lo ha detto il presidente dell’Inps Tito Boeri a Radio Anch’io, a margine del Festival Economia di Trento, dando i primi numeri a disposizione dell’istituto dopo l’innovazione introdotta con l’ultima legge di Bilancio. Complessivamente, ha aggiunto “la platea di quelli che la riceverà sarà più ampia di quella prevista inizialmente”.

Figli a carico
ARRIVA L’ASSEGNO DA 200 EURO AL MESE

Un assegno universale (fino a 200 euro al mese) per i figli a carico fino ai 26 anni di età, che diminuisce all’aumentare dell’età. È quanto prevede il Ddl che delega il Governo a riordinare e potenziare le misure fiscali a sostegno della famiglia. Il provvedimento, a prima firma Stefano Lepri (Pd), è stato presentato al parlamento il 30 aprile del 2014 ed è attualmente in corso di esame in Commissione Finanze del Senato. Il disegno di legge stabilisce che, entro tre mesi dalla sua entrata in vigore, il governo dovrà adottare un Dlgs avente lo scopo di riordinare la disciplina vigente delle misure di sostegno dei figli a carico, indicando i principi e criteri direttivi cui uniformarsi.
Il riordino deve essere finalizzato alla previsione di un’unica misura universalistica di beneficio, per ciascun figlio a carico, il cui ammontare, che spetta al massimo fino al compimento del ventiseiesimo anno di età, deve essere assoggettato a una riduzione, a partire dal compimento della maggiore età. Nello specifico il beneficio, in base alle stime effettuate, potrebbe valere 200 euro fino a 3 anni, 150 euro da 3 a 18 anni e 100 dai 18 ai 26 anni. Il provvedimento, si spiega nel dossier di documentazione, ”è volto a superare la situazione di frammentarietà e disomogeneità che caratterizza la disciplina vigente, attraverso la previsione di un’unica misura generalizzata di beneficio per i minori a carico, sostitutiva di tutte le agevolazioni finora riconosciute”.

Consulenti
FESTIVAL DEL LAVORO A TORINO

L’organizzazione della prossima edizione del Festival del Lavoro di Torino, in programma dal 28 al 30 settembre, entra nel vivo. E’ quanto annuncia il Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro su ‘Italia Oggi’.
Prima tappa del percorso di avvicinamento, spiegano i professionisti, è stato l’avvio di un tavolo istituzionale dal titolo ‘Il lavoro che cambia’, per capire e gestire l’impatto della digitalizzazione del lavoro sulla società del futuro. Il confronto ha preso il via lo scorso 31 maggio dal ministero del Lavoro e ha visto la partecipazione delle principali istituzioni del mondo del lavoro a cominciare dal Consiglio nazionale dell’ordine. L’iniziativa nasce per promuovere una riflessione strutturata su un argomento di ampio respiro e in linea con quello assunto quest’anno dall’Organizzazione internazionale del lavoro per il suo centenario e dal G7 italiano, dedicato appunto al rapporto tra ‘Scienza, tecnologia e lavoro’.
“Siamo orgogliosi di poter partecipare ad una sfida così avvincente e importante per il futuro dell’Italia”, ha dichiarato la presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, Marina Calderone. “Le tecnologie determineranno nel tempo – ha spiegato Calderone – la perdita di posti di lavoro, ma anche la nascita di nuove figure professionali se si sapranno efficientare i processi produttivi e diversificare in modo adeguato le prestazioni lavorative. Noi -ha continuato- abbiamo iniziato un percorso di studio e al Festival del Lavoro daremo il nostro contributo, con una serie di documenti e riflessioni, affinché si possa guardare al lavoro in un’ottica diversa e cogliere, da un lato, i vantaggi e le opportunità che nascono dalla rivoluzione tecnologica e, dall’altro lato, mettere in moto un sistema economico che assicuri dignità a tutti i componenti della società”.
Come detto, le riflessioni della categoria sul lavoro di domani saranno al centro del Festival del Lavoro 2017, la kermesse organizzata dal Consiglio nazionale e dalla Fondazione studi consulenti del lavoro, che per la sua ottava edizione ha scelto una location d’eccezione: la città di Torino. Il Centro Congressi Lingotto del capoluogo piemontese ospiterà dal 28 al 30 settembre il Festival del Lavoro prima di lasciare la scena al ‘G7 Lavoro’ fino al 1° ottobre.
Durante la tre giorni, ricca di dibattiti in contemporanea con i maggiori rappresentanti del mondo istituzionale, politico, sindacale, accademico e imprenditoriale, i consulenti del lavoro discuteranno non solo di riforme e previdenza, ma anche di temi caldi come le nuove tutele per i lavoratori autonomi, la sussidiarietà degli Ordini, il welfare aziendale, la sicurezza, l’immigrazione e l’etica del lavoro. I principali argomenti che muovono l’agenda politica e condizionano lo sviluppo e l’economia del Paese.

Carlo Pareto

Pensioni, part time agevolato stessa sorte
del Tfr in busta: un flop

Pensioni

FLOP DEL PART TIME AGEVOLATO

La norma sul part time agevolato verso la pensione si preannuncia un flop, così come accaduto per quella sul Tfr in busta paga: dal 2 giugno 2016, data di entrata in vigore del decreto che dava la possibilità ai lavoratori che avrebbero maturato il requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia entro il 31 dicembre 2018 di andare in part time verso la pensione, le domande accolte dall’Inps sono state appena 200. La norma infatti prevedeva l’accordo tra lavoratore e impresa ma vantaggi soprattutto per il dipendente.

Poletti, si cambia “Le cose vanno sperimentate e quando, come in questo caso, non danno buoni risultati bisogna prenderne atto. Si utilizzeranno strumenti diversi”. Lo ha recentemente affermato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, rispondendo a Prato ai giornalisti che gli avevano chiesto un commento sui dati relativi al part time agevolato.

Dubbi dall’Inps. Anche il presidente dell’Inps, Tito Boeri commentando i primi dati a luglio sull’utilizzo dello strumento (100 richieste nel primo mese) aveva messo in guardia sugli “interventi estemporanei e parziali” con “costi amministrativi superiori alle somme erogate”. La misura, sulla quale è stata attivata una campagna di comunicazione istituzionale per far conoscere a lavoratori e imprese i vantaggi dello strumento, è stata finora fallimentare in tutte le regioni con 33 domande accolte in Lombardia, 21 nel Lazio, solo una in Molise, Basilicata e Valle d’Aosta e 5 rispettivamente in Liguria e nelle Marche. La misura che prevede la possibilità per le persone che maturano 67 anni e sette mesi di età entro il 2018 con almeno 20 anni di contributi, previo accordo con il datore di lavoro, di ridurre l’orario in una misura compresa tra il 40% e il 60% non può essere usato nel settore pubblico né naturalmente per il lavoro autonomo. Impresa e lavoratore firmano un contratto di riduzione dell’orario con una durata pari al periodo tra la firma dell’accordo e il raggiungimento del requisito della pensione. Di fatto l’opzione è preclusa alle donne dato che chi può usare lo strumento deve essere nato prima del maggio 1952 e le donne nate prima di questa data sono in grandissima maggioranza uscite dal lavoro entro il 2016.

Con il part time agevolato si riceve ogni mese in busta paga, in aggiunta alla retribuzione per il part-time, una somma esentasse corrispondente ai contributi previdenziali a carico del datore di lavoro sulla retribuzione per l’orario non lavorato. Per il periodo di riduzione della prestazione lavorativa, lo Stato riconosce al lavoratore la contribuzione figurativa corrispondente alla prestazione non effettuata, in modo che alla maturazione dell’età pensionabile il lavoratore percepirà l’intero importo della pensione. Il contratto di part time agevolato è vantaggioso per i lavoratori vicini alla pensione ma meno conveniente per le aziende che pagano una quota in più rispetto alle ore lavorate. Secondo i calcoli effettuati dai Consulenti del lavoro su classi di retribuzioni annue lorde che vanno dai 25.000 ai 43.000 euro un lavoratore che firma un contratto di part time agevolato al 40% delle ore (16 a settimana a fronte delle 40 dell’orario intero) ha in busta paga il 72% della retribuzione mentre l’impresa ha una riduzione del costo del lavoro del 49% (a fronte di una riduzione dell’orario del 60%). La contribuzione figurativa, commisurata alla retribuzione corrispondente alla prestazione lavorativa non effettuata, è stata riconosciuta nel limite massimo di 60 milioni di euro per il 2016, 120 milioni per il 2017 e 60 milioni per il 2018, cifre a questo punto, almeno per l’anno scorso,

Consulenti lavoro

PIU’ DONNE AL VERTICE SOCIETA’ CONTROLLO PUBBLICO

Invertire la tendenza che finora ha visto quasi esclusivamente i professionisti di sesso maschile ricoprire incarichi al vertice di società gestite da amministrazioni pubbliche. Con questo obiettivo il Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, tramite la sua commissione per le Pari opportunità, ha recentemente siglato un protocollo d’intesa con il dipartimento delle Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri volto a favorire l’incontro tra domanda e offerta di professioniste iscritte agli albi nelle posizioni di vertice di società controllate dallo Stato e da enti pubblici, in rispetto degli obblighi di ‘equilibrio di genere’ previsti e delle politiche in materia di pari opportunità tra uomo e donna. L’accordo, presentato assieme agli altri ordini professionali che hanno aderito all’iniziativa (Avvocati, Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, Ingegneri), prevede per le professioniste la possibilità di inserire il proprio curriculum vitae all’interno della ‘Banca dati delle professioniste per le pubbliche amministrazioni’ denominata Pro-RetePA, realizzata dal dipartimento e disponibile all’indirizzo prorete-pa.pariopportunita.gov.it. La Banca dati ha la funzione di agevolare la ricerca delle professionalità necessarie a ricoprire ruoli determinanti nelle società di indirizzo pubblico, promuovere la partecipazione delle donne ai processioni decisionali economici ed individuare nuovi modelli di governance basati sulla parità di genere e sul merito. Grazie a questa iniziativa le consulenti del lavoro potranno mettere le competenze e le conoscenze specialistiche acquisite a disposizione della pubblica amministrazione che, a sua volta, potrà contare su un insieme di professionalità a cui attingere per le nomine. A precisarlo è stata direttamente la presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, Marina Calderone: “Il Consiglio nazionale, attraverso la propria commissione Pari opportunità, svilupperà progetti ed azioni volti a rafforzare l’accesso e la rappresentanza del comparto professionale femminile negli organi istituzionali ed associativi”. “In particolare -ha ricordato Calderone – assieme alle professioni appartenenti al Comitato unitario delle professioni che hanno aderito all’iniziativa, realizzeremo corsi formativi per i professionisti che vorranno ricoprire un ruolo nei cda di aziende e società pubbliche o partecipate amministrate dalla Pubblica amministrazione e sensibilizzeremo i nostri consigli provinciali a diffondere l’accordo”.

Economia

NUOVO PANIERE ISTAT

Ogni anno, l’Istat rivede l’elenco dei prodotti che compongono il paniere di riferimento della rilevazione dei prezzi al consumo finalizzata a misurare l’inflazione. L’aggiornamento tiene conto delle novità emerse nelle abitudini di spesa delle famiglie e in alcuni casi arricchisce la gamma dei prodotti che rappresentano consumi consolidati. Nel paniere utilizzato nel 2017 per il calcolo degli indici NIC (per l’intera collettività nazionale) e FOI (per le famiglie di operai e impiegati) figurano 1.481 prodotti elementari, raggruppati in 920 prodotti, a loro volta raccolti in 405 aggregati. Per il calcolo dell’indice IPCA (armonizzato a livello europeo) viene invece impiegato un paniere di 1.498 prodotti elementari, raggruppati in 923 prodotti e 409 aggregati. Nel 2017 entrano nel paniere 12 nuovi beni e servizi: i Preparati di carne da cuocere, i Preparati vegetariani e/o vegani, i Centrifugati di frutta e/o verdura al bar, la Birra artigianale, gli Smartwatch, i Dispositivi da polso per attività sportive, le Soundbar (barre amplificatrici di suoni), l’Action camera, le Cartucce a getto d’inchiostro, le Asciugatrici, le Centrifughe e i Servizi assicurativi connessi all’abitazione. Escono dal paniere le Videocamere tradizionali (sostituite dall’Action camera). Nel complesso, le quotazioni di prezzo rilevate ogni mese per la stima dell’inflazione sono circa 706.500, di cui più di 493.000 raccolte sul territorio dagli Uffici comunali di statistica e, oltre 137.500 centralmente dall’Istat. Le restanti 76.000 quotazioni provengono dalla base dati dei prezzi dei carburanti del Ministero dello Sviluppo economico. Sono 80 i comuni che contribuiscono alla stima dell’inflazione per il paniere completo; la copertura territoriale dell’indagine è pari all’83,7% in termini di popolazione provinciale. Altri 16 comuni partecipano alla stima dell’inflazione solo per un sottoinsieme di prodotti (tariffe locali e alcuni servizi); il loro peso sul paniere NIC è del 6,0%, mentre la copertura territoriale dell’indagine è del 92,4%. Da quest’anno è invece completa la copertura territoriale per il monitoraggio dei prezzi dei carburanti (benzina, gasolio, GPL e metano). Sono circa 41.700 le unità di rilevazione (punti vendita, imprese e istituzioni) presenti nei comuni, mentre ammontano a quasi 8.000 le abitazioni presso le quali sono rilevati i canoni d’affitto. Così, l’inflazione dello 0,5% misurata a dicembre 2016 con il vecchio paniere, a gennaio del 2017, con l’introduzione del nuovo paniere, è passata a 0,9% diventando la più alta dal 2013. Ma quale sarebbe stata l’inflazione a dicembre scorso se fosse stata misurata anch’essa, per assurdo, con l’applicazione del nuovo paniere ? Una legittima curiosità per gli italiani ed anche per gli studiosi di economia che amano i confronti statistici possibilmente su basi tendenzialmente omogenei.

Fisco

EQUITALIA: RECORD INCASSI 2016

Incasso record per Equitalia che nel 2016 ha riscosso 8,7 miliardi di debiti dei cittadini con il fisco, segnando un +6,17% rispetto al 2015, cioè oltre mezzo miliardo in più. A trainare il saldo positivo resta il Centro-Nord (dalla Toscana alla Valle d’Aosta) che fa segnare oltre 4,8 miliardi, mentre nelle regioni del Centro-Sud (Umbria e Lazio comprese) la riscossione sfiora i 3,9 miliardi. Al top la Lombardia, in cui Equitalia ha incassato oltre 1,8 miliardi, (+0,2%) seguita da Lazio, 1,28 miliardi (+8,8%) e Campania (875 milioni, +5,6%). I risultati record di Equitalia “confermano che le riforme messe in atto dal governo in questi tre anni, l’impegno alla lotta all’evasione e al recupero delle risorse con nuovi strumenti, così come i nostri progetti per costruire un nuovo rapporto coi cittadini grazie anche all’impegno e alla professionalità dei dipendenti vanno nella giusta direzione “. A dirlo è stato di recente l’ad di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini, commentando i dati del 2016. Secondo i dati diffusi dall’ente di riscossione lo scorso anno a beneficiare del risultato record della riscossione è stata innanzitutto l’Agenzia delle Entrate, per la quale sono stati riscossi 4,66 miliardi di euro, 414,6 milioni di euro in più rispetto al 2015 (+ 9,75%). Molto positivo, evidenzia Equitalia, anche il saldo per conto dell’Inps, che nel 2016 sfiora i 2,5 miliardi (+5,5%), 124 milioni di euro in più rispetto al 2015. In leggera flessione, invece, il dato relativo ai Comuni, per i quali sono stati riscossi nel 2016 530 milioni di euro, 20 in meno rispetto al 2015.

Carlo Pareto