IL GIUDIZIO

poletti-camusso-675-675x275Dopo una lunga attesa arriva finalmente il verdetto della Consulta sul referendum sull’articolo 18 voluto dal sindacato della Cgil. Il quesito referendario che avrebbe reintrodotto l’art.18 e smontato il Jobs act, è stato bocciato dalla Corte Costituzionale.
Nell’odierna camera di consiglio la Corte Costituzionale ha dichiarato: ammissibile la richiesta di referendum denominato “abrogazione disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti” (n. 170 Reg. Referendum); ammissibile la richiesta di referendum denominato “abrogazione disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)” (n. 171 Reg. Referendum); inammissibile la richiesta di referendum denominato “abrogazione delle disposizioni in materia di licenziamenti illegittimi ” (n. 169 Reg. Referendum).
Ma la Cgil non si arrende, Susanna Camusso dopo la sentenza ha annunciato: “Continueremo la nostra iniziativa contrattuale e valuteremo di ricorrere alla Corte Europea, perché siamo convinti di aver rispettato le regole”. Mentre da parte del Professor Vittorio Angiolini, legale che ha rappresentato le istanze della Cgil di fronte alla Corte Costituzionale sui referendum sul Jobs Act l’attenzione resta sui voucher: “Ora sui voucher è necessario che il Governo appronti modifiche sostanziali”. E aggiunge: “Prima del referendum, con la tracciabilità dei voucher – spiega l’avvocato – c’era già stato un intervento correttivo che però non è stato sufficiente. Anche una nuova normativa che venisse predisposta ora, deve soddisfare il quesito referendario. Lo strumento dei voucher, che è stato introdotto per le prestazioni occasionali e per rendere trasparente il lavoro nero, è stato usato in maniera scorretta e impropria. Serve una modifica che riformi la sostanza dell’istituto”.
“Da oggi inizia la campagna elettorale sui due sì al referendum sui voucher e sugli appalti, sarà una grande e impegnativa campagna elettorale, il tema è: ‘Libera il lavoro'”, ha detto Susanna Camusso. “Da oggi chiederemo tutti i giorni al governo la data in cui si voterà”. La richiesta del segretario Cgil sui voucher è: nessun correttivo ma il coraggio di azzerarli. “Abbiamo sentito il presidente del consiglio parlare di correttivi. I voucher sono uno strumento malato, bisogna avere il coraggio di azzerare una cosa che promette solo malattia”, ha affermato. Infine, per rispondere ad alcune critiche che erano piovute sul suo sindacato, Camusso ha detto che la Cgil utilizza in voucher l’equivalente di 3 persone e mezzo all’anno, secondo dati forniti dall’Inps.
La decisione come al solito ha diviso il mondo politico tra chi commenta positivamente il giudizio della Consulta e chi invece parla di una sentenza “politica”. La prima a sottolinearlo è stata proprio la Camusso: “Si è dato per scontato l’intervento del governo e dell’Avvocatura che invece non era dovuto ed è stata una scelta politica”.
“Prendiamo atto con rispetto e grande soddisfazione del pronunciamento della Corte Costituzionale sui quesiti referendari. Ciò consente di proseguire, senza cesure, il percorso di riforma del mercato del lavoro, per migliorarne le condizioni nei confronti dei lavoratori rendendolo, nel contempo, più efficiente”. Afferma Lorenzo Guerini, vicesegretario del Partito Democratico.
Su Twitter Andrea Marcucci, senatore Pd, scrive: “Una decisione ineccepibile della Consulta sull’articolo 18. Jobs act è una buona legge, sui voucher sono necessarie modifiche”.


Da parte di Sinistra Italiana invece la decisione è inconcepibile. “Con tutto il dovuto rispetto per le sentenze della Corte Costituzionale, non condividiamo la decisione di dichiarare inammissibile il più importante e significativo tra i referendum sul lavoro, quello sull’art. 18”. Afferma la capogruppo di Sinistra italiana al Senato Loredana De Petris, presidente del Gruppo Misto. “Dal momento che in circostanze analoghe erano stati dichiarati ammissibili altri referendum, è difficile evitare il dubbio che abbiano prevalso considerazioni di natura politica più che costituzionale”. Dice ancora la capogruppo di Sinistra italiana che invita il Governo ad agire: “Ora è dovere del governo fissare subito la data dei due referendum approvati dalla Corte e non cercare di aggirarli con espedienti e trucchi. Ricordiamo che il quesito referendario propone l’abolizione dei voucher e non una loro semplice revisione: rimaneggiare i voucher per evitare il referendum significherebbe espropriare il popolo del suo diritto costituzionale a esprimersi col referendum”.
Fuori dal coro invece il giudizio di Cesare Damiano, Pd. “I problemi sollevati dai referendum sul lavoro – afferma Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro alla Camera – vanno comunque affrontati perché evidenziano alcune criticità: l’abuso dei voucher, la tutela dei lavoratori nella catena degli appalti e la crescita, dopo il Jobs Act, dei licenziamenti per motivi disciplinari. Tocca ora alla politica intervenire, indipendentemente dalla tenuta dei Referendum”.
Dalla Lega invece arriva invece l’invito alla Corte Costituzionale di affrettarsi sulla legge elettorale. “La Consulta ha lavorato bene, dimostrando piena autonomia, adesso ci aspettiamo che lavori altrettanto bene, e rapidamente, per arrivare subito ad una sentenza sulla legge elettorale, in modo da poter tornare al voto il prima possibile”. Lo afferma il senatore Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato e responsabile organizzazione e territorio della Lega Nord. “Comunque il dato che politicamente oggi emerge è che, a poco più di un mese dal referendum che lo ha spazzato via e dalle sue dimissioni, Renzi ormai non conta proprio più nulla”, conclude.
Non entra nel merito della sentenza, ma attacca il Governo il vicepresidente M5s della Camera, Luigi Di Maio: “Questa primavera saremo chiamati a votare per il referendum che elimina la schiavitù dei voucher. Sarà la spallata definitiva al Pd, a quel partito che ha massacrato i lavoratori più di qualunque altro e mentre lo faceva osava anche definirsi di sinistra!”

Legge elettorale. In attesa della Consulta

Legge elettrale_consultaDopo la pausa natalizia Matteo Renzi torna al Nazareno per riprendere in mano i principali dossier. Tanti i temi sul tavolo, a partire dalla legge elettorale. Su cui, però, il Pd non imprimerà accelerazioni. Per ora. Due sono gli obiettivi del leader Pd nelle prossime settimane: riorganizzare la segreteria del partito con innesti nuovi e prendere in mano il pallino della legge elettorale pur nella consapevolezza di una realtà politica abbastanza chiara, cioè che difficilmente qualcosa si muoverà veramente tra i partiti prima della riunione della Consulta sull’Italicum il 24 gennaio.

Il governo conferma la linea di non voler giocare in prima persona la partita. Oggi nell’incontro con i capigruppo e i ministre Boschi e Finocchiaro, Gentiloni ha ribadito che l’esecutivo faciliterà la ricerca di intese politiche che nasceranno tra i partiti. Il ministro per i rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro  non ha avuto né ha in agenda incontri a breve con capigruppo o leader politici.

Insomma la matassa è molto complicata al momento e anche l’intenzione dichiarata del Pd di aprire un tavolo con i partiti per un confronto sulla legge elettorale si scontra con la contrarietà di Fi e M5S. E, secondo fonti anche dem, ha soprattutto valore tattico per non far abbassare la guardia sul tema. I partiti non scopriranno le proprie carte prima della sentenza della Consulta che stabilirà che cosa sia salvabile e che cosa non lo sia dell’Italicum. In base alla decisione dei giudici della Corte Costituzionale, sarà chiaro a tutti il campo da gioco: al Pd se insistere su un Italicum magari rivisto oppure provare la via del Mattarellum.

“Dobbiamo prendere atto che, nonostante i nostri inviti reiterati agli altri partiti a sedersi a un tavolo sulla legge elettorale, la risposta è stata un no e quindi non ci resta che attendere la sentenza della Consulta” attesa per il 24 gennaio ha affermato il capogruppo Pd Ettore Rosato parlando con i cronisti alla Camera. “Il Mattarellum è la proposta approvata all’unanimità dall’assemblea Pd e non la archiviamo” .

Mentre il ballottaggio è un altro dei punti della discussione. “Il ballottaggio – ha detto Lorenzo Guerini in una intervista al Quotidiano Nazionale – è, da sempre, una bandiera del Pd. Se la Consulta dovesse decidere di non abolirlo, la nostra proposta di legge elettorale non potrà prescinderne”. “La nostra proposta è stata, da subito, molto chiara. Confronto immediato con tutti i partiti per arrivare rapidamente a un’intesa politica sulla nuova legge elettorale. Abbiamo proposto il Mattarellum” che “coniuga rappresentanza e governabilità” e “siamo interessati e disponibili al confronto con tutti e siamo consapevoli che, senza il Pd, non si fa alcuna nuova legge elettorale”.

Corte Costituzionale, come funziona, cosa decide

Consulta-BesostriNei prossimi giorni sono attese sentenze su due materie di grande importanza per l’agenda politica, il jobs act e l’italicum. Visto il notevole impatto di alcuni recenti pronunciamenti, già da diversi mesi la consulta e le sue decisioni sono al centro dell’attenzione.

Funzioni e attività della corte costituzionale

L’articolo 134 della costituzione italiana prevede che la corte costituzionale, oltre a giudicare la legittimità delle leggi, sia competente sui conflitti tra organi dello stato, sui conflitti tra stato e regioni, che giudichi sulle accuse al presidente della repubblica e stabilisca l’ammissibilità delle richieste di referendum abrogativi.

Il giudizio di legittimità costituzionale avviene di solito in via incidentale. Cioè se nel corso di un qualsiasi processo un giudice, di sua iniziativa o su richiesta di una delle parti, ritiene dubbia la costituzionalità di una norma può rinviarla al giudizio della corte costituzionale. Per esempio, nel caso dell’ultima sentenza che ha dichiarato incostituzionali alcune parti della legge 40, la questione è stata sollevata dal tribunale di Napoli nel corso di un processo penale in cui alcuni medici erano accusati di reati previsti da questa legge. Il giudice aveva dei dubbi sulla costituzionalità di queste norme ed avendone valutata la «rilevanza e la non manifesta infondatezza» ha deciso di porre alla corte la questione di legittimità costituzionale. In questo modo i giudici svolgono un ruolo di “portiere del giudizio di costituzionalità” evitando che la consulta venga investita da troppe richieste non rilevanti.

Il ricorso in via principale invece avviene per i conflitti di attribuzione tra stato e regione, o tra regioni. Questo succede quando una di queste istituzioni ritiene che un’altra abbia invaso, con un atto legislativo, la sua sfera di competenza. In questo caso può essere fatto ricorso presso la corte in via principale, senza quindi dover prima passare da un giudice ordinario. Quando il ricorso riguarda atti non legislativi è chiamato conflitto tra enti. Questo tipo di conflitti, un tempo abbastanza limitati, dopo la riforma costituzionale del 2001 sono molto aumentati, arrivando a pesare di più sul totale dei giudizi.

Per atti non legislativi, alla corte compete anche il giudizio sui conflitti tra poteri dello stato. È questo ad esempio il caso di conflitti tra un ministro e un pubblico ministero o tra un ministro e il capo dello stato.

La corte giudica inoltre sull’ammissibilità dei referendum abrogativi dopo che l’ufficio centrale della corte di cassazione ha ritenuto regolari le richieste. La consulta valuta innanzitutto che il quesito non tocchi materie che la costituzione esplicitamente esclude dal voto referendario: leggi tributarie, leggi di bilancio, leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, leggi di amnistia e di indulto. Inoltre la corte negli anni ha ritenuto di estendere il proprio giudizio anche a principi generali ricavabili dalla costituzione.

Infine la corte giudica sulle accuse al presidente della repubblica, che possono essere di alto tradimento o attentato alla costituzione. Affinché questo processo sia avviato il presidente della repubblica deve essere messo sotto stato di accusa dalla maggioranza assoluta del parlamento, in seguito il processo viene portato avanti dalla corte costituzionale con l’aggiunta di sedici giudici popolari (cittadini sopra i cinquant’anni estratti a sorte). Questo tipo di giudizio non ha per ora mai avuto luogo anche se per ben tre volte è stato proposto l’avvio della procedura. Tuttavia solo una volta, nel 1991, la messa in stato d’accusa è stata formalmente presentata in parlamento dal Pds nei confronti dell’allora presidente Cossiga.
La composizione della corte

Dato il suo ruolo di garanzia la corte deve esprimere il massimo dell’imparzialità e della competenza, per questo la costituzione ha previsto che i suoi componenti venissero scelti da diverse istituzioni con procedimenti complessi. Innanzitutto, per essere nominati, i membri della corte devono provenire o da supreme magistrature o essere professori ordinari di diritto, oppure avvocati con almeno venti anni di esperienza. Dei quindici membri che la compongono, un terzo viene eletto dalle supreme magistrature, un terzo dal parlamento in seduta comune e un terzo dal capo dello stato.

L’elezione di cinque giudici da parte delle supreme magistrature è a sua volta ripartita in modo che tre giudici siano eletti dalla corte di cassazione, uno dal consiglio di stato e uno dalla corte dei conti. L’elezione avviene in ogni caso a maggioranza assoluta, con eventuale ballottaggio.

L’elezione da parte del parlamento è quella più complessa. Infatti per evitare nomine di parte, è richiesta una maggioranza dei due terzi dei componenti per i primi due scrutini e di tre quinti in quelli successivi.

Infine il presidente della repubblica nomina gli altri cinque membri, considerando le scelte del parlamento in funzione di riequilibrio.

I giudici sono eletti per nove anni (originariamente dodici) – una durata maggiore di ogni altra carica dello stato – e la loro successione avviene in modo graduale. In questo modo si cerca di evitare che cambiando troppi giudici in breve tempo, si modifichi bruscamente l’orientamento della corte. Dal 1956 a oggi sono già stati centodieci i giudici designati alla consulta , di cui quaranta eletti presidenti della corte. Non è richiesta una soglia minima di età per accedere alla corte ma in base agli altri requisiti richiesti di solito i giudici entrano in carica in età avanzata.
La corte è un organo collegiale e prende le sue decisioni collettivamente. Dunque è importante che la corte sia quanto più possibile al completo, per non rallentarne i lavori e perché è necessaria la presenza di almeno undici giudici affinché possa deliberare. I giudici dovrebbero essere 15, tuttavia spesso accade che siano meno a causa di ritardi, da parte del parlamento, nella sostituzione di un membro uscente. Nella seconda metà del 2015 si è arrivati ad avere solo dodici giudici costituzionali, giusto uno in più rispetto al numero legale. Finalmente a dicembre, arrivato al trentaduesimo scrutinio, il parlamento è riuscito a eleggere i tre giudici necessari a ripristinare il plenum. Ad oggi ne sono 14 e la nomina del membro mancante spetta al parlamento.

Il presidente è considerato primus inter pares, dunque il suo voto vale come quello degli altri giudici, eccetto in casi di parità. È eletto a maggioranza assoluta, con eventuale ballottaggio, per tre anni. Il mandato sarebbe rinnovabile, tuttavia accade spesso che un presidente non termini neanche il primo mandato, visto che solitamente la scelta ricade tra uno dei membri più anziani. Al presidente spetta di definire il calendario dei lavori e assegnare a ciascun giudice il compito di relatore per le cause. Di solito queste funzioni non sollevano problemi, ma per il giudizio di costituzionalità sull’italicum ha suscitato diverse polemiche la decisione di spostare l’udienza a dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre e poi al al 24 gennaio 2017.

La necessità di mantenere il carattere d’indipendenza e imparzialità della corte non ha impedito di designare giudici costituzionali che, negli anni, hanno avuto anche ruoli politici. Alcuni giudici costituzionali sono stati scelti tra ex parlamentari, membri dell’assemblea costituente, ministri e addirittura presidenti del consiglio, come nel caso di Giuliano Amato. Altre volte invece è successo che i giudici abbiano ricoperto ruoli di rilievo politico dopo aver concluso il loro mandato presso la corte, magari in virtù delle loro competenze. Questo è accaduto spesso durante governi cosiddetti “tecnici”, come nel caso del governo Ciampi o di quello Monti. Talvolta inoltre è capitato che alcuni giudici abbiano ricoperto ruoli politici sia prima che dopo il loro incarico alla consulta. È questo il caso dell’attuale presidente della repubblica che, prima di essere eletto alla corte costituzionale, è stato molti anni parlamentare, nonché ministro della difesa. Un altro caso eccellente è quello di De Nicola che dopo essere stato il primo presidente della repubblica e il primo presidente della corte costituzionale si è dimesso da questo ruolo ed è stato eletto al senato.
Per quanto riguarda la rappresentanza di genere, la corte costituzionale è stato un organo a composizione esclusivamente maschile fino al 1996 , quando l’avvocata Fernanda Contri è stata nominata giudice dal presidente Scalfaro. Dal 1956 a oggi sono state cinque le giudici della corte costituzionale rispetto a centocinque uomini (4,5%) . Attualmente sono tre le giudici in carica (20%). Dunque, anche se ancora in netta minoranza, si può vedere un progressivo riequilibrio di genere. È anche interessante notare che tranne l’ultima designazione femminile in ordine di tempo, quella di Silvana Sciarra, tutte le altre giudici sono state nominate da presidenti della repubblica.

Le principali sentenze di incostituzionalità degli ultimi anni

Nell’ultimo decennio alcune sentenze della corte hanno influito in maniera rilevante su temi di primo piano del dibattito politico nazionale. Tre in particolare hanno suscitato un certo scalpore: le sentenze sulla legge 40, sulla Fini-Giovanardi e sul porcellum.

La legge 40 sulla procreazione assistita è stata oggetto di ben quattro sentenze di illegittimità da parte della corte . Sentenze che hanno stabilito l’incostituzionalità di articoli molto importanti per l’impianto della legge, come il divieto per le coppie fertili, Il divieto di fecondazione eterologa, l’obbligo di impiantare al massimo tre embrioni tutti insieme e il divieto di selezione gli embrioni in caso di patologie genetiche (qui si può leggere la sentenza più recente).

Sulla Fini-Giovanardi – la legge che disciplinava l’uso delle sostanze stupefacenti – la corte costituzionale è intervenuta nel 2014. Con questa sentenza la consulta non è entrata nel merito del decreto ma sulla modalità della sua approvazione. Secondo la corte infatti la materia trattata era estranea all’oggetto del decreto e per questo incostituzionale. In questo modo la corte ha abrogato la Fini-Giovanardi ripristinando la disciplina precedente, ovvero la legge Iervolino-Vassalli.

Infine la sentenza che ha dichiarato incostituzionali alcuni aspetti del porcellum è stata importante per due ragioni. Prima di tutto per i suoi effetti politici, con il parlamento che ha dovuto formulare un’altra legge elettorale. La corte ha infatti dichiarato incostituzionale sia il premio di maggioranza senza soglia, che potrebbe portare a eccessive distorsioni nella rappresentanza, sia le liste bloccate troppo ampie, che non consentono all’elettore di capire chi sta effettivamente eleggendo. In secondo luogo la sentenza è importante da un punto di vista giuridico perché è una novità nell’azione di controllo della corte. Infatti non era mai successo prima che la consulta si pronunciasse su una legge elettorale. Questo perché la possibilità che durante un processo venga sollevata, in via incidentale, una questione di costituzionalità sulla legge elettorale è a dir poco remota. Tant’è che da più parti negli anni era stata sostenuta la necessità di una riforma che colmasse questa lacuna. Con questa decisione la corte ha sostanzialmente compiuto questa riforma tramite una sentenza, motivandola con la necessità di non avere zone franche rispetto al giudizio di costituzionalità.

La questione ha comunque sollevato un ampio dibattito e molti dubbi tra i costituzionalisti. Il punto sta nel fatto che l’oggetto dei due giudizi (quello davanti al giudice ordinario e quello costituzionale) dovrebbe essere diverso, o almeno così si è fin ora ritenuto in dottrina. In questo caso invece il ricorrente ha fatto causa alla presidenza del consiglio sostenendo che la legge elettorale (il porcellum) avesse leso il suo diritto di voto, violando quindi la costituzione. La questione posta al giudice ordinario e al giudice costituzionale era dunque la stessa. Così facendo si corre però il rischio svuotare il senso del giudizio per via incidentale, permettendo a chiunque di porre una questione di rilevanza costituzionale direttamente di fronte a un giudice.

Gennaio 2016: due sentenze decisive

Nei prossimi giorni la consulta dovrà decidere su due materie di primo piano nell’agenda politica nazionale . L’11 gennaio la corte dovrà rispondere sull’ammissibilità costituzionale del referendum abrogativo sul Jobs Act, mentre il 24 sarà la volta del giudizio di costituzionalità sull’Italicum.

Non è un caso che la corte si trovi a decidere sull’ammissibilità del referendum sul jobs act in questi giorni. Secondo la legge che disciplina la presentazione dei referendum, la corte ogni gennaio dedica al tema una speciale seduta, in cui racchiude tutti i giudizi di questo tipo per l’anno corrente. In questo modo la data in cui tenere i referendum abrogativi può essere stabilità tra il 15 aprile e il 15 giugno.

I quesiti referendari proposti dalla Cgil sono tre: il ripristino del reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa; l’eliminazione dei voucher; la responsabilità e il controllo sugli appalti. Il primo è quello su cui c’è maggiore incertezza sulla sua ammissibilità. Infatti il quesito non si limita a ripristinare l’articolo 18 per come era prima della riforma, ma prevede il reintegro anche per le imprese sopra i 5 dipendenti. Dunque, secondo alcuni commentatori, visto che si tratta di un referendum abrogativo, questa formulazione rischia di essere ritenuta inammissibile, in quanto non si limiterebbe ad abrogare una norma ma ne creerebbe una nuova.
Il secondo giudizio atteso a gennaio è sull’italicum. Tra le questioni ammesse dalla corte le più discusse riguardano il premio di maggioranza e i capolista bloccati. Rispetto al premio di maggioranza, in fase di approvazione dell’italicum, erano state considerate le motivazioni della corte fatte nella sentenza sul porcellum. Ed era stata inserita la soglia del 40% per accedere al premio di maggioranza, e il ballottaggio nel caso in cui nessuno raggiungesse quella quota. Adesso viene però contestata l’assenza di un quorum minimo di votanti, senza il quale, secondo i ricorrenti, può capitare che una minoranza molto ristretta di elettori garantisca a una lista una maggioranza di seggi troppo sproporzionata rispetto ai voti ricevuti. Rispetto al sistema dei capolista bloccati invece i ricorrenti contestano che «la grande maggioranza dei deputati […] verrà automaticamente eletta senza essere passata attraverso il vaglio preferenziale degli elettori».

OpenBlog

Legge elettorale. Craxi: “Discontinuità dal passato”

Legge elettrale_consulta “Dal dibattito politico interno al Partito democratico non sono giunte grandi indicazioni politiche e analisi convincenti sul negativo voto referendario, che ha costretto alle dimissioni il Governo Renzi”. Lo ha affermato in un nota Bobo Craxi. “Mi pare tuttavia – ha detto ancora – che una svolta’ consapevole degli indirizzi e degli obiettivi di un’azione di Governo non possano che giungere da una reale discontinuità con il recente passato. Il Matarellum che viene riproposto – ha aggiunto – mi sembra un sistema che non tiene conto delle chiare indicazioni di un Paese che vuole pluralismo politico e partecipazione democratica nella scelta dei suoi rappresentanti: quel sistema era figlio di una stagione diversa, che purtroppo, come si è visto, è franata insieme alla seconda Repubblica. Fanno molto gli spiritosi – ha proseguito Craxi – ma il ritorno al proporzionale appare assai più idoneo all’attuale situazione, rispetto alle alternative che si stanno mettendo in campo. Ho fatto appello affinché i socialisti si preparino a una nuova stagione. Attendo, naturalmente, che ai propositi venga dato un seguito positivo: un Psi ‘caudatario’ di un ‘giglio magico’ ormai appassito – ha concluso – non serve a niente ed a nessuno”

Il dossier sulla legge elettorale sarà ripreso dopo la pronuncia della Corte Costituzionale. Lo ha deciso l’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali abbiamo trovando l’accordo di Pd, FI e M5S. A renderlo noto è stato il deputato di FI Francesco Paolo Sisto al termine della riunione. “Dopo un breve dibattito – ha aggiuto – il presidente Andrea Mazziotti ha aggiornato i lavori al 10 gennaio prossimo”.

A sollevare il tema alla riunione dell’ufficio di presidenza della Commissione è stato Stefano Quaranta di Sinistra italiana, che ha sollecitato l’inizio del confronto sulla riforma dell’Italicum. Contrari si sono però dichiarati il capogruppo in Commissione del Pd, Emanuele Fiano, quello di M5s Danilo Toninelli e Francesco Paolo Sisto di Fi. Tutti e tre hanno sostenuto l’inutilità di iniziare la discussione prima della sentenza della Consulta sull’Italicum. Una alleanza che il capogruppo della Lega a Montecitorio Massimiliano Fedriga ha definito inedita e dettata dal desiderio di allungare la legislatura il più possibile. Ma certo è che votare con l’Italicum non è possibile per ovvie ragioni. Una dichiarazione che non è piaciuta ai Cinque Stelle che rispediscono l’accusa al mittente. “È la Lega che fa accordi sottobanco con il Pd, basta leggere le affermazioni di Salvini sul Mattarellum, e non di certo il Movimento Cinque Stelle. Siamo gli unici che hanno sempre affermato, coerentemente, di voler portare immediatamente il Paese alle urne”. ”Ci siamo opposti alla formazione dell’esecutivo Renzi-bis e, se fosse stato possibile, avremmo voluto votare un giorno dopo il secco no degli italiani alla riforma Boschi. Ribadiamo – proseguono i 5 Stelle – che occorre aspettare la sentenza della Consulta sull’Italicum per poi andare subito a votare con la legge che ne verrà fuori, che noi abbiamo chiamato Legalicum, con i dovuti correttivi al Senato”.

Per il senatore del Pd Vannino Chiti “dall’Assemblea nazionale del Pd è venuto un messaggio costruttivo: non è tempo di rese dei conti, blitz, corse isolate in avanti. Dopo il referendum – ha proseguito l’esponente dem – è necessario per il Pd rimettersi in cammino ritrovando la sintonia con i cittadini su lavoro, sviluppo, Sud, giovani, scuola, migranti. C’è un nuovo governo da sostenere con serietà. Non era un’alternativa responsabile ma propaganda la richiesta delle opposizioni di una corsa alle urne. Le elezioni si terranno al massimo fra poco più di un anno, probabilmente entro l’estate. Il governo Gentiloni e il Parlamento devono affrontare subito emergenze come il terremoto e la crisi di alcune banche; preparare l’anniversario dei Trattati di Roma e il G7 di Taormina”.
Ma soprattutto il Parlamento deve approvare due leggi elettorali serie: “Non è immaginabile – ha detto Chiti – andare al voto con la quasi certezza di due maggioranze diverse, forse opposte. Servono due leggi che assicurino rappresentanza, dando ai cittadini il potere di scegliere gli eletti, e che favoriscano la governabilità. È un’illusione pericolosa quella di poter ritornare alla prima fase di vita della Repubblica. La legge Mattarella sarebbe una buona soluzione: in ogni caso è la base di un confronto aperto per un’ampia, necessaria intesa nella maggioranza e con le opposizioni”.

Contrario al Mattarellum è Ncd: “Non credo – ha detto il ministro Alfano – che nell’attuale scenario tripolare il ‘Mattarellum’ sia la legge che funzioni meglio. Ma noi non ci scansiamo dal tema della governabilità: se si vuole procedere si faccia una legge proporzionale, con un premio di maggioranza equilibrato e rispettoso dei canoni di costituzionalità indicati dalla Corte”.

La Consulta dice no al Testamento biologico in Fvg

testamento_biologico_1La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la legge del Friuli Venezia Giulia sul testamento biologico, che prevedeva l’istituzione di un registro nazionale per le dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario e disposizioni per la raccolta delle volontà di donazione di organi e tessuti. La materia, ha stabilito infatti la Consulta, spetta allo Stato e non è di competenza regionale.
“Rispettiamo questa decisione della Corte Costituzionale che richiama le competenze statali in materia di diritti alla salute e principio di uguaglianza. La legge del Friuli Venezia Giulia era effettivamente molto dettagliata e incideva anche su tali diritti”. Questa la posizione dell’Associazione Luca Coscioni per le libertà civili in seguito alla sentenza della Corte Costituzionale.
“Data la sua incidenza su aspetti essenziali della identità e della integrità della persona – si legge infatti nella sentenza, depositata oggi, redatta dal giudice Marta Cartabia – una normativa in tema di disposizioni di volontà relative ai trattamenti sanitari nella fase terminale della vita – al pari di quella che regola la donazione di organi e tessuti – necessita di uniformità di trattamento sul territorio nazionale, per ragioni imperative di eguaglianza”. E proprio per questo motivo c’è una competenza esclusiva dello Stato. A impugnare la norma regionale era stata la Presidenza del Consiglio.
Ma Filomena Gallo, Segretario Associazione Luca Coscioni e Marco Cappato, Promotore della campagna Eutanasia legale e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni rispondono al proposito: “Proprio per rispondere alle obiezioni già avanzate dall’Avvocatura dello Stato, nelle proposte di legge di iniziativa popolare promosse dall’associazione Luca Coscioni (ad esempio quella depositata con olter 5.000 firme in regione Lombardia grazie in particolare all’associazione Enzo Tortora – Radicali Milano) ci siamo limitati a prevedere l’introduzione del testamento biologico nella tessera sanitaria intesa come supporto tecnico per l’espressione di volontà che sono oggi correntemente depositate presso notai, medici e Comuni. La giurisprudenza del caso Englaro, in particolare, ha chiarito la validità anche giuridica di volontà espresse persino oralmente, dunque a maggior ragione se inserite nella tessera sanitaria”.
Se la questione si arena con la decisione della Consulta, va ricordato che in Commissione Affari Sociali si è riusciti a trovare un accordo sulle norme sul biotestamento il cui testo base ora passa in sede referente per ulteriori approfondimenti e correzioni. Il 7 dicembre 2016 è stato presentato il testo unificato del progetto di legge (PDL) “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari” elaborato dal Comitato ristretto della XII Commissione permanente (Affari sociali) della Camera dei Deputati.
“La decisione della Corte costituzionale rappresenta al tempo stesso una occasione mancata, ma anche uno sprone la Parlamento italiano per accelerare l’esame della proposta di legge sul testamento biologico (relatrice Donata Lenzi, PD), approvata in Commissione affari sociali alla Camera dei Deputati e ora aperta agli emendamenti fino al 12 gennaio”, auspica l’Associazione Luca Coscioni che aggiunge: “Ci auguriamo che l’esame della legge possa procedere speditamente, tenendo in considerazione sia l’interesse di tanti malati sia un’opinione pubblica per la stragrande maggioranza favorevole al diritto di decidere anche per quando non si è più in grado di intendere e di volere.”

La Consulta ha detto sì al cognome materno per i figli

genitori_figli_bimbaLa Corte costituzionale ha detto sì al cognome materno per i figli. Ha infatti “accolto la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte di appello di Genova sul cognome del figlio” e dichiarato “l’illegittimità della norma che prevede l’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo, in presenza di una diversa volontà dei genitori”.

La Corte d’Appello di Genova ha sollevato la questione di legittimità davanti alla Consulta sul caso di una coppia italo-brasiliana che voleva assegnare al proprio figlio il doppio cognome e la cui richiesta era stata respinta. La Corte costituzionale si era già espressa sulla materia con una sentenza del 2006 nella quale, pur ritenendo che l’assegnazione del solo cognome del padre ai figli fosse un “retaggio di una concezione patriarcale della famiglia” aveva respinto l’illegittimità, chiedendo al Parlamento di legiferare. La legge, che sancisce la possibilità del doppio cognome, è stata approvata dalla Camera nel 2014 ed è ora ferma al Senato.

“La coppia italo-brasiliana che si è vista negare la possibilità di dare al figlio anche il cognome della madre – ha detto Maria Cristina Pisani, Portavoce del PSI – finalmente ha avuto giustizia. Il parlamento ha perso l’occasione di mostrare la volontà di superare definitivamente quelle tare culturali che sono figlie di una società arcaica e patriarcale. Il pronunciamento della Consulta – ha proseguito – racconta di una Società che corre purtroppo più rapidamente della politica in quanto a diritti. Il testo è fermo da due anni in Commissione Giustizia al Senato. Non perdiamo l’occasione – ha concluso Pisani – di essere un Paese migliore. Si riavvii un confronto serio sul tema”.

Referendum, verso la decisione del Tar

tar-lazioUna lunga udienza, durata più di tre ore, per esaminare il ricorso, presentato da Movimento 5 Stelle e Sinistra Italiana, che contestano la formulazione del quesito del referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale. Numerosi gli avvocati che hanno preso la parola di fronte alla seconda sezione bis del Tar del Lazio, presieduta da Elena Stanizzi. Numerose le eccezioni sollevate in aula.  Se, da un lato, il Codacons ha chiesto di riunire tutti i ricorsi presentati sul quesito referendario, comprendendo quindi nella trattazione anche quello depositato dall’associazione dei consumatori e quello firmato dal presidente emerito della Consulta Valerio Onida, dall’altro, gli avvocati Giuseppe Bozzi, Enzo Palumbo e Luciano Vasques, che hanno presentato il ricorso di M5S e Sinistra Italiana, hanno chiesto, oltre all’annullamento nel merito del decreto con cui la presidenza della Repubblica ha indetto il referendum, la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale per verificare la legittimità della legge del 1970 sull’iter referendario e, in particolare, sull’articolo che è dedicato proprio alla formulazione del quesito. Tuttavia la decisione potrebbe arrivare tra martedì e mercoledì.

Il quesito a cui ha dato il suo via libera la Cassazione nello scorso agosto, ha sottolineato l’avvocato Luciano Vasques, “è eterogeneo e incomprensibile e l’assenza di tutele nell’ambito procedimentale consentirebbe di modificare a maggioranza intere parti della Costituzione violando il principio di Costituzione ‘rigida’ fissato dall’articolo 138 della Carta costituzionale”. A sostenere in udienza la legittimità del quesito sono stati l’Avvocatura dello Stato, nonché alcuni rappresentanti del ‘Comitato per il Sì, intervenuti in opposizione al ricorso del Movimento 5 Stelle e di Sinistra Italiana. “Non è vero che la formulazione del quesito – ha spiegato l’avvocato Salvatore Menditto, in rappresentanza del Comitato per il Sì – non consente la formazione della volontà dell’elettore, perché il testo richiama la legge di riforma e dunque consente a ogni cittadino di potersi informare andando a leggere la norma varata in Parlamento”.Dopo i comitati per il Sì e quelli per il No è nato anche il comitato per il forse: il “libero comitato del So”. Dario Stefàno e Luciano Uras, senatori eletti nelle file vendoliane di Sel (ma ora nel gruppo mistro), hanno lanciato la provocazione che sarà accompagnata da un documento, che sarà inviato alla sinistra ancora incerta. A quelli che ormai sono chiamati l’armata del “forse”, soprattutto del “forse Sì” e che vede arruolati Fabrizio Barca, ex ministro della Coesione, e il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda. Anche Giuliano Pisapia, leader della Sinistra ed ex sindaco di Milano, ha anticipato che “non sta dalla parte del No”. La variabile “cambiamento dell’Italicum”, la legge elettorale, fa la differenza.

Nencini: C’è la maggioranza per modificare l’Italicum

Italicum-Legge elettoraleLa Camera ha approvato la mozione presentata da Pd e Ap con la quale si impegna l’Aula “ad avviare” una discussione attraverso la quale i gruppi parlamentari esprimeranno le proprie posizioni e formalizzeranno le proprie proposte di modifica della legge elettorale. I Socialisti hanno votato a favore della mozione di maggioranza e nella dichiarazione di voto hanno già evidenziato quali sono le modifiche indicate dal Psi. Il segretario del Partito Riccardo Nencini ha ricordato come sono pochi mesi fa i socialisti fossero l’unica forza di maggioranza ad aver posto il tema. Un tema ora sposato e sostenuto dalla gran parte della maggioranza. Infatti la votazione di ieri si è conclusa con una ampia maggioranza che ha sostenuto una mozione unitaria: 293 voti a favore, 157 contrari e 13 astenuti.
Le uniche divisioni si sono registrate all’interno del Partito Democratico la cui minoranza ha votato contro. Ne parliamo con il segretario del Psi Riccardo Nencini

Nencini-Congresso PsiChe cosa cambia ora che la mozione è stata approvata?
Comincia a prevalere la linea di chi sosteneva che l’Italicum è modificabile. Fino a 4 mesi fa l’argomento era tabù, oggi si assumono impegni per presentare proposte di modifica e per ricercare almeno l’unità della coalizione di  governo.

I socialisti hanno presentato delle proprie proposte di modifica…
I socialisti hanno già presentato un disegno di legge che prevede di spalmare il premio di maggioranza su tutta la coalizione che ha vinto. Ma siamo pronti a valutare proposte che vengano incardinate su piccoli collegi uninominali.

Sei ottimista sul fatto che si troverà una sintesi?
Il tempo in cui si affronterà la riforma della legge elettorale sarà successivo al voto sul referendum costituzionale. Oggi la maggioranza per modificare la legge c’è. La domanda è come verrà modificata. Per ora però registriamo un fatto positivo.

Quale?
Un anno fa noi socialisti eravamo gli unici a parlare della necessità di porre modifiche all’Italicum. Oggi c’è un coro.

Il Pd si è diviso ancora. 21 senatori hanno presentato una mozione per Mattarellum 2.0. Tu che pensi?
Penso che il vento che sta spazzando il Pd dal proprio interno non riguarda i singoli nodi, ma riguarda tutto, dai provvedimenti che arrivano in Aula fino alle grandi questioni ancora aperte. Insomma è un malessere più ampio e non contingente alle questioni all’ordine del giorno.

Secondo te perché questo cambiamento nella posizione del presidente del Consiglio che riteneva immodificabile l’Italicum?
Per due motivi. Primo perché si è allargato il fronte di chi lo chiede. Secondo perché il voto amministrativo ha dimostrato che l’Italicum può mettere il Paese nelle mani di una forza che ha ottenuto il 25% del consenso degli elettori.

I 5 Stelle ora propongono il proporzionale e le preferenze. Un ritorno al passato proposto da una forza che si presenta come il nuovo…
È la terza volta che i 5 Stelle cambiamo idea sul modello di legge elettorale da adottare. Ora sspettiamo di vedere se sarà l’ultima.

Daniele Unfer

ORA CAMBIARE L’ITALICUM

Italicum-fiducia-renziSull’Italicum la Corte Costituzionale rinvia senza attendere l’udienza fissata per il 4 ottobre, ma con 15 giorni d’anticipo. La Consulta pronuncia così una parola di chiarezza su una questione che aveva già alimentato, non poco, il dibattito politico e le prese di posizione. Si evita così, nelle intenzioni della Corte, il rischio di una interferenza con il lavoro del legislatore nel momento in cui si apre la discussione di una eventuale modifica della legge elettorale. La decisione di posticipare l’esame a nuova data – molto probabilmente a metà gennaio – è stata assunta dal presidente Paolo Grossi dopo aver sentito il collegio dei giudici. Una decisione che non è dispiaciuta neppure al Quirinale in quanto abbassa le tensioni del dibattito politico e allenta il legame tra legge elettorale e referendum. Insomma ora il Parlamento può discutere più liberamente senza la spada di Damocle della Consulta.

La decisione è legata soprattutto all’esigenza di non interferire con il lavoro del legislatore, in una fase in cui è emersa una volontà politica di mettere mano all’Italicum, dichiarata dallo stesso Renzi, e già sono state presentate mozioni in tal senso in parlamento. Favorevole alla mozione di maggioranza il Segretario del Psi Riccardo Nencini per il quale “sarebbe opportuno che la coalizione di maggioranza presentasse una mozione per modificare l’Italicum”. “È il momento giusto – ha aggiunto Nencini – ora che il dibattito sulla modifica della legge elettorale si è aperto e c’è ampia condivisione”.

I centristi di Area Popolare hanno chiesto al Pd di presentare una mozione di maggioranza per modificare l’Italicum, in particolare il capogruppo Maurizio Lupi ha chiesto al Partito democratico di varare un documento comune da presentare per la discussione di domani alla Camera. La posizione dei centristi è infatti determinate in quanto al Senato costituiscono l’ago della bilancia. Ap chiede una mozione di maggioranza (e in alternativa fa sapere che ne presenterà una propria) per cambiare la legge. “Auspichiamo e lavoriamo fino a quando sarà possibile che si presenti una mozione di maggioranza. E’ una richiesta che facciamo al Pd. Se non sarà possibile, presenteremo la nostra mozione”, ha detto il capogruppo alla Camera Maurizio Lupi. Richiesta che ottiene un’apertura dai dem e la maggioranza si riunisce per discutere del testo della mozione comune. Un documento, però, viene precisato, “snello” che non leghi sin da ora il Pd a intenzioni e azioni messe nero su bianco finché non si conoscerà l’esito del referendum. La riunione del gruppo Pd, prevista per questa sera, viene quindi spostata a domani, prima delle votazioni in Aula.

I Cinque Stelle, dopo la decisione della Consulta, hanno depositato una mozione che sarà votata mercoledì in cui si chiede di cancellare l’Italicum. “Secondo noi – si legge in una nota – deve essere adottato un sistema elettorale con formula proporzionale da applicarsi in circoscrizioni medio-piccole in quanto, oltre a garantire rappresentatività e vicinanza agli elettori, favorisce l’aggregazione fra le forze politiche piccole e medio-piccole, spingendole a mettere insieme le loro idee, se conciliabili, dentro forze politiche più grandi ma coese e favorisce l’omogeneità interna dei partiti e dei movimenti, disincentivando frantumazioni e scissioni”. Il modello proposto dal M5S prevede anche “modalità di espressione della preferenza da parte degli elettori”. Secondo i Pentastellati “l’Italicum va cancellato tout court in quanto non è una legge migliorabile perché è antidemocratica e incostituzionale”.

In discussione da domani nell’aula di Montecitorio anche la mozione di Sinistra Italiana che per prima ha depositato la richiesta di cambiare le legge elettorale.

 

Ginevra Matiz

Contrasto alla povertà: necessario un riordino degli interventi

Povertà

BOERI, RIORDINO ANCHE SU PRESTAZIONI ESISTENTI
La Banca d’Italia e l’Inps condividono la necessità di un riordino degli interventi in materia di contrasto alla povertà in modo da avere uno strumento universale ma l’Istituto di previdenza con il presidente, Tito Boeri, sottolinea la necessità di intervenire anche sulle prestazioni esistenti e non solo su quelle future come prevede il ddl per evitare che la transizione verso il nuovo sistema sia troppo lunga. Bankitalia sottolinea che il provvedimento all’esame della Camera rappresenta un ”passo importante nella giusta direzione” dato che il nostro Paese finora era privo di uno strumento universalistico, ma ricorda la necessità di controlli adeguati dato che il nuovo sistema comporterà lo stanziamento di ”risorse non trascurabili”.

La povertà assoluta nel nostro Paese durante la crisi è più che raddoppiata passando dal 3% al 7% della popolazione (circa 4 milioni di persone, un milione delle quali minori). E’ cambiata anche l’incidenza della povertà. Prima della crisi era maggiore tra le persone sole con più di 65 anni mentre ora è aumentata nelle altre tipologie, specialmente nelle famiglie con figli. E avere un lavoro, avverte Bankitalia ”non mette al riparo dal rischio di povertà”. I lavoratori a basso salario sono passati durante la crisi dal 24% al 28%. La Banca d’Italia segnala che spendiamo per disoccupazione, famiglia, abitazione e bambini il 13% della spesa sociale (710 euro pro capite) contro il 20% della media dell’area euro (1.160 euro medi). ”L’Italia è uno dei pochissimi paesi europei – evidenzia l’ex banca cemtrale – in cui manca una misura nazionale di sostegno per tutte le persone povere. I diversi strumenti di contrasto alla povertà operano privi di una logica unitaria, risultando caratterizzati da requisiti di accesso diversi”. Il ddl invece avrebbe un approccio ”organico”. Sarà però necessario – avverte – ”limitare i possibili incentivi a permanere indefinitamente nel programma”. Nella sua audizione Boeri ha condiviso la necessità di uno strumento universale di contrasto alla povertà ma non la scelta di operare il riordino solo per i trattamenti futuri senza quindi agire sullo stock. ”Poichè i nuovi interventi verranno finanziati nell’ambito della capienza del nuovo Fondo che viene posto in essere – ha affermato – il rischio di non riuscire a tutelare tutta la popolazione identificata come bisognosa d’aiuto è tutt’altro che scongiurato. Bisognerà a quel punto operare delle scelte alquanto discutibili fra poveri di serie A e di serie B”. Boeri comunque si è detto contrario a intervenire anche sulle pensioni di reversibilità come ipotizzato dal ddl perché su queste c’è già stato negli anni scorsi un intervento importante in termini di riduzioni dell’importo nel caso di redditi del coniuge superstite superiori a tre volte il trattamento minimo.

Contro blocco rivalutazioni

PENSIONI, IN ARRIVO NUOVA ONDATA DI RICORSI
È in arrivo nei tribunali italiani una nuova ondata di ricorsi contro l’annullamento della rivalutazione delle pensioni. Sono già 5 mila quelli presentati in tutta Italia attraverso ‘Rimborsopensioni.it’, (un’iniziativa di G.C.P. Gestione Crediti Pubblici), che ha prorogato al 15 aprile il termine per aderire al prossimo ricorso cumulativo per soddisfare il sempre crescente numero di richieste. Un’iniziativa diversa, ma comunque importante, rispetto a quella annunciata dai sindacati sabato scorso alla manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil per chiedere al governo di cambiare la legge Fornero, che sono pronti a scendere di nuovo in piazza il 19 maggio a Roma sul tema della rivalutazione degli assegni pensionistici, oltre che sul fisco, reversibilità, welfare e non autosufficienza. Al 31 dicembre, data entro cui presentare ricorso per evitare di far cadere in prescrizione il diritto al rimborso, potrebbero essere 6 milioni le persone che si saranno rivolte ai tribunali italiani: tanti sono infatti i pensionati interessati dalla sospensione della rivalutazione delle pensioni disposta dal Governo Monti con il decreto ‘Salva Italia’ (circa il 36% dei pensionati italiani). Hanno diritto a chiedere il rimborso degli arretrati e la rivalutazione della propria pensione tutti i beneficiari di una pensione di importo uguale o superiore a 1.450 euro lordi al mese. Sul blocco dell’indicizzazione, dichiarato incostituzionale dalla Consulta nel 2015, è intervenuto anche il governo Renzi che ha riconosciuto soltanto una parte degli arretrati, con il cosiddetto ‘bonus Poletti’ o, in molti casi, niente. “Il ricorso consiste nella richiesta al giudice competente di ritenere la non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale e di rinviare la causa alla Corte Costituzionale. Qualora la Consulta dichiari l’illegittimità costituzionale della norma, – viene spiegato in una nota – il giudizio sarà praticamente vinto e si avrà diritto alla ricostituzione della pensione secondo i parametri precedenti al decreto Renzi”.

Pensioni

POLETTI: OK 80 EURO SE COMPATIBILI CON I CONTI
L’ipotesi di allargare gli 80 euro anche alla platea delle pensioni minime, anticipata dal presidente del consiglio Matteo Renzi, trova favorevole il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. “Questo è un tema – ha recentemente spiegato ai microfoni Radio 24 – che è presente da quando si decise il bonus degli 80 euro ai lavoratori due anni fa; naturalmente questa è una questione che va affrontata all’interno della legge di stabilità perché abbiamo una ovvia esigenza di compatibilità rispetto all’utilizzo delle risorse; sono favorevole naturalmente – ha aggiunto il ministro – al fatto che anche le pensioni più basse abbiano un loro adeguamento. Lo dovremo vedere dentro a questo contesto generale di equilibrio della nostra economia e del nostro bilancio”.

“Gli 80 euro alle pensioni minime? E’ un tema da approfondire. Non è una riforma delle pensioni, si tratta di alcuni accorgimenti per il sostegno delle pensioni basse e sarà fatto da qui alla fine della legislatura, il 2018”. Lo ha affermato anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, parlando a Omnibus su La7. “I tempi – ha affermato – non so prevederli. Non è la priorità. La visione deve essere d’insieme. A un certo punto arriveremo al tema di sostenere il reddito di pensioni molto basse. Quanto costa il provvedimento? Capisco che il tema delle pensioni sia un tema sexy, ma stiamo parlando solo di un tema, non c’è una istruttoria sul tema”. Nannicini è intervenuto anche sulla riforma Fornero osservando che “c’è stata una ingenerosità politica verso il ministro Fornero e un eccesso di accanimento”. “Per me – ha concluso – è facile dare solidarietà alla Fornero rispetto alle polemiche che non guardano alla sostanza dei problemi”.

Padoan: già messa in atto ambiziosa riforma – “Occorrono misure strutturali, in Europa e in Italia bisogna agire sugli effetti dell’invecchiamento demografico”. Lo ha riferito il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, intervenendo a Milano. “Negli anni l’Italia ha messo in atto una delle più ambiziose riforme del sistema pensionistico – ha proseguito – gli indicatori europei ci segnalano fra i migliori esistenti: eventuali interventi non possono che partire da questa considerazione”.

Brunetta, 80 euro? Renzi venditore tappeti – “Renzi si comporta come un venditore di tappeti. In enorme difficoltà rispetto alla vicenda lucana, il petrolio, le dimissioni della Guidi, i problemi della Boschi, la magistratura, in gravissima crisi col suo governo, tira fuori un’arma di distrazione di massa e usa in maniera strumentale, inaccettabile, la categoria forse più debole della società: i pensionati al minimo”. Lo ha denunciato Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, intervenendo a “La telefonata di Maurizio Belpietro”, su Canale 5. “Io dico evviva, dia pure questi 80 euro in più a circa 2 milioni di pensionati, non posso che dire evviva. Ma è una promessa improvvisata, non ci sono i soldi, e usata strumentalmente per parlare d’altro”. Rispetto alle cose che ha detto avrebbe fatto, dall’uscita dalla crisi alle tasse, Renzi “sta mettendo la polvere sotto al tappeto”: “Il Paese non cresce, siamo in deflazione, siamo in recessione, siamo gli ultimi in Europa, i consumi non sono ripartiti, il reddito non è ripartito, e questo 2016 sarà probabilmente un anno di totale crisi: deflazione e recessione”, ha sottolineato Brunetta. Anche sul fronte lavoro, il jobsact (“il Flop Act, come lo chiamo io”) “ha peggiorato la situazione. Dopo aver drogato per un anno il mercato del lavoro, appena è stata tagliata della metà l’incentivazione ai datori di lavoro, nel senso della decontribuzione, l’occupazione è diminuita, e il mercato del lavoro sembra nuovamente precipitare nella crisi”. “Basta vedere i numeri stessi che Padoan propone. Sono degli imbroglioni, dei venditori di tappeti. Nei documenti ufficiali dicono che la spesa pubblica non è stata tagliata di un euro e i soldi erogati, gli 80 euro, i 500 euro, tutto quello che è stato erogato è stato fatto in deficit, che Renzi chiama gioiosamente flessibilità, ma in realtà sono debiti”.

Carlo Pareto
c.pareto@alice.it