MINACCE E STALLO

diciottiPresidio-720x491Sono giorni di stallo in cui l’Italia continua a perdere credibilità agli occhi del mondo, ieri il segretario del Psi, Riccardo Nencini ha affermato: “Quel che preoccupa di più è l’inerzia del presidente del Consiglio. Il ministro dell’interno viola palesemente la legge tenendo bloccata la nave italiana Diciotti e da Palazzo Chigi rimbomba un silenzio terrificante”. Riccardo Nencini sottolinea: “Craxi impose al Presidente degli Stati Uniti il rispetto del diritto internazionale. Basterebbe un filo di quel coraggio, e di quella autonomia, per restituire onore all’Italia”.
Intanto è alta tensione sulla Nave Diciotti, ancora ferma al Porto di Catania con i migranti a bordo, alcuni di loro stamattina hanno iniziato lo sciopero della fame, mentre la Cgil ha chiesto di mandare i medici a bordo, ma la richiesta è stata respinta. “Immigrati della Diciotti in sciopero della fame? Facciano come credono – ribatte però il ministro degli Interni Matteo Salvini – In Italia vivono 5 milioni di persone in povertà assoluta (1,2 milioni di bambini) che lo sciopero della fame lo fanno tutti i giorni, nel silenzio di buonisti, giornalisti e compagni vari”.
Nel frattempo, secondo quanto riportato dal Guardina, i magistrati della Procura di Agrigento sono intenzionati a raggiungere il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, a Roma, per interrogarlo a proposito della presunta detenzione illegale di migranti a bordo della nave della Guardia Costiera. Al momento, però, la procura di Agrigento non conferma la ricostruzione e fonti del Viminale hanno smentito la notizia, precisando che non sono in programma interrogatori del ministro.
A difendere Salvini, l’altro vicepremier Luigi Di Maio, accusando l’Ue: “L’Europa nasce intorno a principi come la solidarietà, se non è in grado di ridistribuire 170 persone allora ha un serio problema”, ha detto ospite di Agorà. Parole pronunciate mentre a Bruxelles stava per prendere il via la riunione degli sherpa sulla questione migranti. Un vertice finito, ancora una volta, con un nulla di fatto. Di Maio ha confermato il possibile taglio dei 20 miliardi di contributi all’Unione: “Non vogliamo essere presi in giro. Diamo 20 miliardi ogni anno all’Ue e ce ne rientrano poco più di 10. Vogliamo anche contribuire al bilancio, ma se c’è un progetto, una volontà di aiutarci in maniera reciproca. Altrimenti io con 20 miliardi altro che quota 100 per superare la Fornero, faccio quota 90 o 80…”.
Ma da Rimini, dove è in corso il meeting di Comunione e Liberazione, interviene il ministro degli Esteri Enzo Moavero che stronca la minaccia di Di Maio all’Ue: “Versare i contributi è un dovere legale. Ci confronteremo su questo e altre questioni”. Tuttavia il ministro resta vicino alle posizioni del Governo. “Sono convinto – ha sottolineato Moavero – che per gestire i flussi migratori occorra spostare l’attenzione dalla foce (gli sbarchi) alla sorgente, vale a dire ai paesi d’origine. Qui l’Unione deve investire, e tanto, per portare pace e democrazia, nonché per migliorare le condizioni socio-economiche ed eliminare le cause che inducono a lasciare la propria terra natale”. Per quanto riguarda invece i paesi “è indispensabile un’azione Ue, a fianco delle agenzie Onu, per assistere i migranti lungo i drammatici esodi verso il nostro continente e ove possibile, aiutarli a rientrare”.
Dall’Europa non gradiscono i toni. “Le minacce non aiutano a trovare le soluzioni”, dicono i portavoce della Commissione Europea al briefing di mezzogiorno rispondendo alle domande dei giornalisti sul caso Diciotti, mentre è in corso a Bruxelles la riunione fra gli sherpa di 12 paesi, fra cui l’Italia, per trovare una soluzione durevole alla questione degli sbarchi dei migranti. “La commissione lavora intensamente per trovare una soluzione per la Diciotti” – hanno detto i portavoce – “in Europa le minacce non servono a niente, l’unico modo di risolvere questioni in Europa è lavorare insieme in maniera costruttiva. Sono gli stati membri che devono trovare una soluzione e la commissione li aiuta a trovare un terreno comune. Lo facciamo sempre e anche in questo caso concreto”.
Il presidente del Consiglio interviene su Fb subito dopo la fumata nera nella riunione europea sull’immigrazione: “L’Italia è costretta a prendere atto che l’Europa oggi ha perso una buona occasione: in materia di immigrazione non è riuscita a battere un colpo”. E ancora: “È noto a tutti che l’Italia sta gestendo da giorni, con la nave Diciotti, una emergenza dai risvolti molto complessi e delicati. Ancora una volta misuriamo la discrasia, che trascolora in ipocrisia, tra parole e fatti”. Quindi avverte: “L’Italia ne trarrà le conseguenze”.
Intanto le bandiere rosse del sindacato sventolano al porto di Catania. La Cgil manifesta solidarietà ai migranti della Diciotti con un sit-in. “Più passano le ore e più mi convinco che questa vicenda sia un’arma di distrazione di massa, sulla pelle dei migranti. Non c’è nessuna invasione, viene agitata perché il governo, e Salvini in primo luogo, sa che è meglio parlare di questo che dei veri problemi del Paese: dal lavoro alla fuga dei capitali”, dice Alfio Mannino, organizzatore della protesta.

Tutto il potere ai cutu

Tutto il potere ai cutu

Nel 1832, Don Giuseppe Benedetto Cottolengo, con Don Giovanni Bosco e altri definito un dei “santi sociali torinesi”, fondò nel capoluogo subalpino La Casa della Divina Provvidenza” una meritoria istituzione destinata a dare riparo, ricovero e assistenza a pazienti rifiutati dagli ospedali, perché affetti da gravi patologie croniche fisiche e mentali.

Nel corso degli anni La Casa divenne una delle istituzioni sanitarie più importanti della città e altre sedi furono aperte in altri siti.

Divenne il luogo di ricovero per disabili fisici e psichici, al punto che i torinesi principiarono a definire il nosocomio semplicemente Il Cottolengo, identificandolo come il luogo destinato ad ospitare i malati di mente.

Addirittura, ancora oggi, nel (brutto) vernacolo torinese con il termine “cutu”, una contrazione dialettale di Cottolengo, vengono apostrofate, non sempre bonariamente, le persone considerate poco intelligenti o dotate di scarsa vivacità intellettuale, in altre parole gli idioti e i cretini.

Questa la premessa. Ora veniamo al tema.

Negli ultimi giorni, attenuatosi, almeno apparentemente, il protagonismo di Salvini sul tema migranti, che ha occupato la scena mediatica per settimane, sono usciti allo scoperto altri membri del Governo, tutti (salvo uno) esponenti del M5S che hanno fatto a gara nell’esibizione di stravaganti proponimenti che rischiano di gettare l’Italia davvero in un mare di guai.

Perché se Salvini sta cavalcando, certo con robusto cinismo e preoccupante brutalità, un tema che tuttavia costituisce da anni un problema reale per Italia ed Europa, Di Maio e C. si stanno impegnando in una dissennata quanto scientifica opera di demolizione di tutto ciò che è legato all’innovazione ed alla crescita economica e sociale dell’Italia.

I nomi? Eccoli: Giggino Di Maio in primis che da settimane si sta maldestramente occupando, facendo danni, di tutti i temi che riguardano il mega ministero che ha preteso, dal cosiddetto decreto dignità alla questione ILVA (si potrebbe continuare, magari citando lo scontro con Boeri),e poi la terza carica dello stato Roberto Fico che come primo atto del suo mandato se l’ è presa con persone anziane colpevoli solo di essere stati parlamentari, e poi la Ministra Grillo che intende abolire l’obbligatorietà dei vaccini, mettendo a rischio la salute dei bambini e poi il Ministro Toninelli che, oltre a chiudere i porti ai migranti, dimostra evidentemente di essere un nemico giurato di qualsiasi crescita infrastrutturale, e poi il Guardasigilli Bonafede che ripristina le intercettazioni a strascico facendosi beffe dello stato di diritto, e poi il Ministro della famiglia Fontana (Leghista) impegnato nella sua crociata oscurantista contro mondo LGBT e poi la Ministra Lezzi che pretende di fermare il TAP infischiandosene dei trattati già stipulati e delle pesanti penali che graverebbero sulle spalle dei cittadini e infine il Carneade Conte, si, proprio lui il Similpremier, che rompe l’abituale assordante silenzio, per annunciare, dietro la pressione del suo dante causa Giggino, che il TAV non si fa più (!!!) salvo essere smentito (molto sommessamente) da Salvini, il cui q.i. gli consente almeno di comprendere quali sarebbero le ricadute economiche e sociali che produrrebbe una simile scelleratezza. Si potrebbe continuare citando i parlamentari grillini che non perdono occasione di occupare talk show e Tg per sostenere ed esaltare il lavoro dei colleghi impegnati al Governo.

La domanda è: cos’altro devono seguitare a proporre e fare simili personaggi perché l’opinione pubblica comprenda che l’Italia dal 4 marzo scorso è entrata in una spirale autodistruttiva ed è seduta sull’orlo di un vulcano?

Che si dia seguito all’idea di Davide Casaleggio, il padrone del M5s, che ritiene il Parlamento inutile?

Intanto, con le prossime nomine che il Governo dovrà fare e con le ricadute, basti pensare alla Rai, che avranno sul sistema dell’informazione pubblica, sarebbe auspicabile che anche gli italiani che li hanno votati inizino a riflettere sul fatto che tutto il potere è finito in mano ai cutu.

Emanuele Pecheux

Immigrazione, Salvini e Fico su sponde opposte

guardia costiera diciotti

Nella continua sfida tra Salvini e Di Maio su che tiene in mano la guida della maggioranza, si inserisce a intervalli regolari il premier Conte, tanto per non far dimenticare ai più distratti che esiste il presidente del Consiglio e si incarna nella sua persona. Lo fa in una lettera inviata Juncker e Tusk in cui chiede all’Europa un maggiore impegno sui temi migratoti. Punto sui cui il Ministro Salvini batte ormai senza sosta, facendo passare l’idea che l’Italia e il mediterraneo si trovino in una situazione di emergenza da controbbattere con tutti i mezzi. Nulla di più falso. Le emergenze sono altre, più profonde e più gravi. Ma nel dibattito politico non ve ne è traccia. Un modo per nascondere la polvere sotto il tappeto.

Per Conte “è essenziale dotarsi da subito di un meccanismo europeo di gestione rapida e condivisa dei vari aspetti relativi alle operazioni di Search and Rescue” attraverso “una sorta di cellula di crisi” che abbia il compito di “coordinare le azioni” degli Stati “riguardo all’individuazione del porto di sbarco e dei Paesi disposti ad accogliere le persone soccorse. Il mio suggerimento è che tale meccanismo venga coordinato dalla Commissione europea”. In una intervista al Fatto Quotidiano, il premier ha detto di aver inviato martedì scorso la missiva: “Martedì ho scritto la seconda lettera a Juncker e Tusk per chiedere che quel che è avvenuto domenica”, cioè la suddivisione dei migranti, “diventi una prassi, affidata non più alle nostre telefonate ai partner, ma a un gabinetto o comitato di crisi sotto l’egida della Commissione Ue, che poi si faccia mediatrice con i vari governi”. Il premier annuncia inoltre che c’è in cantiere “una riforma organica, direi rivoluzionaria, del fisco, basata su due aliquote e una no tax area, consentiremo a chi ha col fisco pendenze senza colpa di azzerarle”. “Giuro che non ci saranno condoni”, assicura inoltre il premier. “La Costituzione impone giustamente la progressività fiscale e noi la rispetteremo”, ha aggiunto.

Nel dibattito si inserisce il presidente della Camera Roberto Fico che durante la cerimonia del ventaglio mette al primo posto “il salvataggio di vite in mare”. E insiste con l’Europa, ribadendo che l’Italia è un Paese dell’Europa, “altrimenti l’Europa così non ha senso”. “Come terza carica dello Stato non posso non stare dove c’è sofferenza e ci sarò sempre. Il concetto di collaborazione, di comprensione e di dialogo per la pace io li ribadirò sempre. Ciò non toglie che io sarò un presidente istituzionale di garanzia verso le minoranze”, ha sottolineato Fico con parole che appaiono in netta antitesi rispetto a quelle del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, secondo il quale “nessuna minaccia potrà fermare la difesa dei confini e i rimpatri dei clandestini, la musica è cambiata”.

Sulla questione immigrazione è intervenuta anche la Conferenza episcopale italiana: “Rispetto a quanto accade – afferma la Cei in una nota ufficiale – non intendiamo né volgere lo sguardo altrove né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determinino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto”.

MONDO ARMATO

TRUMPIn una conferenza stampa fuori programma dopo rumors che avevano riferito di una sua minaccia a sfilarsi dall’Alleanza, il presidente americano si è detto contento dell’accordo raggiunto con i leader alleati. Ma da Fracia e Italia è arrivata subito la smentita: “Da noi nessuna spesa aggiuntiva”.

“Sono molto felice del risultato raggiunto. Molti Paesi si sono impegnati a spendere di più”, così ha detto Donald Trump in una conferenza lampo non programmata, a margine del summit Nato a Bruxelles. “Ho detto agli alleati – ha proseguito – che non ero contento delle spese della difesa. Gli Usa pagano il 90% e non è giusto, ma oggi abbiamo una Nato più forte di due giorni fa perché tutti si sono impegnati ad aumentare le spese della difesa. E anche velocemente”.

Lo ha minacciato o no, di uscire dalla Nato, è ancora un mistero, nonostante il presidente lituano e quello francese abbiano smentito. “Potrei farlo – ha rimarcato rispondendo alle domande dei giornalisti – ma probabilmente non è più necessario, perché dagli alleati sono arrivati 33 miliardi in più, un aumento degli impegni di spesa come mai prima”. Il premier italiano Giuseppe Conte, al termine del vertice Nato, ha però escluso spese aggiuntive: “L’Italia ha ereditato degli impegni di spesa per quanto riguarda il contributo alla Nato che noi non abbiamo alterato. Conte, tuttavia, ha fatto notare che “il problema posto dal presidente Trump esiste. Nel momento in cui gli Usa dicono che loro contribuiscono alle spese in modo eccessivamente gravoso rispetto agli altri altri Paesi è la realtà. Non possiamo dire che il problema non esiste, anche perché la Nato ha conosciuto un’evoluzione nel corso del tempo”. Conte infine smentisce l’ipotesi di uscita degli Usa dalla Nato: “Le mie orecchie non hanno ascoltato Trump minacciare l’uscita dalla Nato. Se poi ha fatto dichiarazioni a latere non lo so…”.

La sessione avrebbe dovuto avere come focus l’Afghanistan, l’Ucraina e la Georgia. Ma Trump è ritornato sui temi a lui più cari, twittando in prima mattinata contro la Germania, l’Europa, le spese Nato e il nodo commercio. “I presidenti” americani, twitta, “hanno provato per anni senza successo a far pagare di più la Germania e le altre nazioni ricche della Nato per la loro protezione dalla Russia” ma questi “pagano solo una frazione del costo”, invece “gli Usa pagano decine di miliardi di dollari in eccesso per sussidiare l’Europa, e perdono un sacco sul commercio!”. E prosegue: “Tutte le nazioni Nato devono rispettare il loro impegno del 2%, e questo deve alla fine salire al 4%!””, ribadendo quello che aveva già detto ieri.

Nuovo attacco alla Germania anche sul Nord Stream 2: “E per di più, la Germania ha appena iniziato a pagare la Russia, il Paese da cui vuole protezione, miliardi di dollari per i suoi bisogni energetici che derivano da un nuovo gasdotto dalla Russia. Non è accettabile!”. Macron lo ha però smentito sostenendo che non c’è stato nessun accordo.

Trump diventa lord protettore di Conte

conte-trump2-625x350-1528530894Sorpresa ma non troppo. A Donald Trump piace il governo populista italiano. Il presidente degli Stati Uniti apprezza il nuovo esecutivo M5S-Lega, forse perché i cinquestelle e i leghisti gli ricordano le sue battaglie populiste contro l’establishment americano ed internazionale.
Trump, al vertice del G7 a Charlevoix in Canada dell’8 e 9 giugno, è andato in rotta di collisione con tutti i tradizionali alleati occidentali, ha dato ragione alle aperture del nuovo esecutivo italiano a Vladimir Putin: «Far rientrare la Russia nel G8 è nell’interesse di tutti». Giuseppe Conte ha usato le stesse identiche parole. Secondo il presidente del Consiglio «il ritorno di Mosca è nell’interesse di tutti». Trump ha evidenziato la sintonia con Conte in un incontro a due. Lo ha lodato: è «un bravo ragazzo. Sarà presto onorato a Washington. Farà un gran lavoro, la gente italiana ha scelto bene». Conte ha incassato gli elogi: «Il rapporto con Trump è stato da subito molto cordiale. C’è stata una grande apertura nei miei confronti. Ha espresso grande entusiasmo per questo governo…Con gli Usa il rapporto è strategico».
È una melodia per le orecchie di Luigi Di Maio e Matteo Salvini, il primo capo politico pentastellato e il secondo segretario leghista, entrambi vice presidenti del Consiglio. È, invece, una suonata piena di laceranti stecche per le orecchie di Germania, Regno Unito e Francia. L’apertura del presidente americano, che ha capovolto la precedente politica della Casa Bianca, spalanca la porta a Putin per il ritorno al G8 (se mai il Gruppo a 7 resterà in piedi) e per la cancellazione delle sanzioni economiche occidentali sollecitata da tempo dal M5S e dalla Lega. Angela Merkel, Theresa May e Emmanuel Macron, invece, vogliono il mantenimento delle sanzioni decise dopo l’annessione della Crimea da parte di Putin ai danni dell’Ucraina.
La convergenza tra il populismo americano e quello italiano, del resto, non è proprio una novità. Nei giorni infuocati della trattativa per dare vita al governo Conte, Washington per prima ha dato il disco verde alla nascita dell’esecutivo grillo-leghista. Trump si erge a lord protettore del governo populista italiano guardato invece con timore da Germania, Francia e Regno Unito.
L’esecutivo M5S-Lega è sotto attenta osservazione, in Italia e all’estero. È un caso senza precedenti: per la prima volta nella storia della Repubblica italiana il populismo ha conquistato il governo, non era mai accaduto in un paese dell’Europa occidentale. Adesso sono attesi con speranza o con paura, secondo le diverse opinioni, i primi provvedimenti del ministero Conte-Di Maio-Salvini.
Le crisi politiche sommate a quelle economiche sono il motore delle rivoluzioni: in alcuni casi sono violente, altre volte sono pacifiche. In Italia la rivoluzione è stata pacifica, realizzata il 4 marzo, attraverso libere elezioni.
Due diversi populismi hanno travolto gli equilibri consolidati della Seconda Repubblica: i partiti tradizionali del centro-destra e del centro-sinistra sono andati in frantumi. Le due forze populiste, fiere avversarie durante la campagna elettorale, hanno dato vita al “governo del cambiamento” e ora possono incrociare sia i consensi di Trump, ad ovest, sia quelli di Putin, ad est. Ne avranno bisogno: c’è il difficile problema di mantenere le grandi promesse fatte agli elettori su tasse, reddito di cittadinanza, lavoro, pensioni, immigrati.
Cinquestelle e Carroccio viaggiano tra convergenze e contrasti. Entrambi si sono sviluppati come forze d’opposizione anti sistema: con simpatie per Vladimir Putin e per Trump e fortemente ostili all’euro, alla Ue, alla Nato, agli Usa, alle élite e alle tecnocrazie nazionali ed internazionali. Poi ci sono i contrasti: Di Maio con decisione ha virato verso l’euro, la Ue, la Nato e l’alleanza con gli Usa allontanandosi dalle sirene di Mosca. Ma anche il segretario della Lega si è dato da fare, ha perfino adottato uno slogan simile a quello divenuto la cifra di Trump. Il presidente statunitense conquistò nel 2016 la Casa Bianca invocando dazi, taglio delle tasse e barriere contro gli immigrati. Martellava: “Prima l’America”. Salvini ha più che triplicato i voti promettendo: “Prima gli italiani”.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Dossier del tesoro, le incognite su Iva e flat tax

tesoro

L’agenda del neoministro dell’Economia è piena di incognite. Il professor Giovanni Tria, a via XX Settembre, dovrà confrontarsi con diversi dossier, come il Def, la flat tax, l’aumento delle aliquote Iva, il reddito di cittadinanza per chi ha perso il lavoro e le coperture per il superamento della legge Fornero.

Il primo scoglio è il Def , il documento di economia e finanza che dovrà essere votato alla Camera la prossima settimana dall’11 al 15 giugno. Per il Senato, la data sarà concordata con la presidente, Elisabetta Casellati.

Un altro dei temi caldi sul tavolo del Mef è la flat tax, (letteralmente ‘tassa piatta’), ossia un sistema fiscale non progressivo, basato su un’unica aliquota fissa. Il programma gialloverde prevede due aliquote fisse al 15 e al 20% per persone fisiche, partite IVA, imprese e famiglie che andrebbero a sostituire le cinque aliquote attuali, che vanno dal 23 al 43%. La riforma fiscale sarebbe inoltre caratterizzata da ‘un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali’. Una misura che, stando a quanto affermato dal neoministro Tria su ‘Formiche.net’, potrebbe essere finanziata anche attraverso l’aumento dell’Iva.

Sul 2019 pende la spada delle clausole di salvaguardia, la cui sterilizzazione non è ancora stata scongiurata. Se dovessero scattare, oltre al conseguente aggravio per i bilanci delle famiglie e un calo dei consumi si verificherebbe un effetto depressivo sulla produzione e un peggioramento dei livelli occupazionali. Per evitare l’aumento dell’Iva  Tria dovrà trovare 12,5 miliardi di euro per il 2019 e 19,1 miliardi di euro per il 2020. Se dovessero scattare le clausole di salvaguardia, a partire dal primo gennaio 2019 l’aliquota ordinaria passerebbe dal 22 al 24,2%, mentre quella ridotta salirebbe dal 10 all’11,5%. Negli anni successivi la situazione potrebbe peggiorare, fino a portare l’Iva ordinaria al 25% nel 2021 e quella agevolata al 13% nel 2020.

Un altro dei cavalli di battaglia del programma del governo dei giallo-verdi è il superamento della legge Fornero, tramite l’introduzione della cosiddetta ‘quota 100’, ossia la possibilità per i lavoratori di andare in pensione quando la somma dell’età anagrafica e degli anni di contributi versati è pari almeno a 100. Per attuare la riforma pensionistica, 5Stelle e Lega prevedono 5 miliardi, ma secondo una stima effettuata dal presidente dell’Inps, Tito Boeri la misura avrebbe un costo, di 15 miliardi per il primo anno e di un massimo di 20 miliardi all’anno per i successivi. Secondo il ministro Tria: “Allo stato attuale, una stima del costo mi sembra ancora velleitaria se non si chiarisce il meccanismo, anche perché l’abitudine di denunciarne l’impatto cumulandone il costo per un lungo periodo di tempo non contribuisce alla chiarezza in termini di impatto che è importante quanto il lungo periodo”.

Un altro dossier con il quale dovrà confrontarsi il neoministro Tria è quello del reddito di cittadinanza, che prevede 780 euro mensili per chi ha perso il lavoro. Un parametro basato sulla scala Ocse per nuclei familiari più numerosi. Nel contratto di governo si precisa che l’erogazione del reddito di cittadinanza presuppone un impegno attivo del beneficiario che dovrà aderire alle offerte di lavoro provenienti dai centri dell’impiego (massimo tre proposte nell’arco temporale di due anni), con decadenza dal beneficio in caso di rifiuto allo svolgimento dell’attività lavorativa richiesta. Per attivare la misura, secondo il M5S, sono necessari circa 17 miliardi di euro.

Dove troverà il neoministro Tria le risorse necessarie per la realizzazione del programma accattivante del nuovo Governo? La risposta agli italiani ancora non è stata data. L’ambiziosa sfida politica dei giallo-verdi è ardua, ma non impossibile. Il programma esposto al Senato dal Presidente Conte sembra un programma votato alla giustizia sociale similarmente al socialismo liberale.

Salvatore Rondello

Il presidente Mattarella e le iene della tastiera

Mattarella

Il governo giallo-verde con Conte presidente si è finalmente insediato, e in poche ore ha già dato buoni esempi del mix populista e squadrista dei suoi componenti. Un chiaro esempio dell’aria che tira è il pesante attacco al Quirinale, con minacce, intimidazioni e insulti soprattutto via web al presidente Mattarella. Un’ennesima campagna d’odio che potrebbe essere stata anche orchestrata da registi non tanto occulti.

Ne ha parlato anche il nostro segretario Riccardo Nencini in un post su fb, di cui riportiamo l’inizio: “L’attacco al Capo dello Stato che si sta consumando in queste ore è di una gravità inaudita. Mi rivolgo alle compagne e ai compagni di tutta Italia: organizzate presidi in difesa della Costituzione e di Mattarella, lasciate aperte le sezioni e le federazioni in difesa della legalità ed esprimiamo la nostra vicinanza al Presidente della Repubblica contro l’atteggiamento squadrista delle forze populiste”.

Premesso che chi scrive sta con Mattarella senza se e senza ma, riteniamo che bene ha fatto la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, a tentare di arginare l’attacco di Danilo Toninelli al presidente della Repubblica. Ma altri e ben più gravi fatti sono accaduti nell’ultima settimana di maggio, a cavallo tra il primo e secondo incarico a Conte, soprattutto su facebook dove iene della tastiera e odiatori di professione hanno imbastito un vero e proprio attacco al Quirinale, minacciando un assalto come quello alla Bastiglia, vedremo poi da chi, con minacce di morte, insulti al calor bianco e persino l’augurio a Mattarella di fare la stessa fine del fratello Pier Santi che, lo ricordiamo è stato ucciso dalla mafia.

Abbiamo già messo in evidenza altre volte le due realtà che ci troviamo ad affrontare dentro e fuori dal web. La prima è regolata dalle leggi (più o meno rispettate e applicate) e la seconda tipo pascolo brado, una terra di nessuno dove chiunque può insultare, infangare, minacciare e quant’altro con la quasi certezza di farla franca. E tutto questo sembra la normalità, anzi la nuova moda del vivere civile.

Mentre se un giornale o una radio o una televisione si azzarda a scrivere la metà delle cose che si sono lette tra i commenti della Rete sul presidente della Repubblica, o su un qualunque personaggio pubblico, succede un putiferio con processi, multe, provvedimenti disciplinari, e quant’altro. Perché sembra proprio che le regole siano state scritte e vadano applicate solo ed esclusivamente alla stampa chiamiamola “tradizionale”.

Niente da obiettare se non per i due pesi e due misure che ogni tanto conquistano le luci della ribalta. Allora decidiamoci: o è vietato insultare, offendere e minacciare il presidente della Repubblica o non lo è, così come sono vietate altre cose, altri modi di dire. Ma qualunque sia la scelta deve essere applicata dappertutto e non solo per la carta stampata e la televisione. E questo non significa che vogliamo l’impunità per tutti ma certezze per tutti, questo sì. O tutti dentro o tutti fuori, o regole uguali per tutti o nessuna regola.

Per spiegarci meglio, ricapitoliamo i fatti che hanno portato a una indagine della Procura di Roma che vede indagato per violazione dell’articolo 278 del codice penale, che si occupa delle offese all’onore e al prestigio del capo dello Stato, tale Vittorio Di Battista, padre di Alessandro, esponente grillino tra i più ortodossi e scrittore in erba con un congruo assegno di 400mila euro (versato da una casa editrice di proprietà della Fininvest) per il prossimo libro.

Di Battista padre in un post del 23 maggio scorso (poi rimosso) intitolato “I dolori di mister allegria” ha usato toni tra l’irridente e il minaccioso nei confronti del presidente Mattarella. Tra le altre cose gli suggeriva di andarsi a rileggere le vicende della Bastiglia e concludeva con “Forza, mister Allegria, fai il tuo dovere e non avrai seccature”.

E’ un assaggio de “Lo Stato siamo noi”?, le prove generali di quello che ci aspetta da questo governo di cattolici e fascisti? Sono già pronti i rosari intrecciati ai manganelli? Dobbiamo tirar fuori i materassi?

Mentre Roma indaga Di Battista padre, Palermo ha denunciato tre persone per attentato alla libertà e offesa all’onore e al prestigio del capo dello Stato. E le indagini, si spera, stiano continuando.

Tra un insulto e l’altro qualcuno ha trovato anche il tempo di chiarire meglio la filosofia di quanti si sentono già padroni dello Stato. Inutile spiegare che al 31 maggio scorso lo Stato non aveva padroni nel senso che intende il club dei compagnucci della terza repubblica.

Ci riferiamo a un pensionato di 70 anni di Vanzone con San Carlo, comune del Verbano, autore di una lettera anonima con minacce scritte a mano imbustata assieme a un proiettile, sempre indirizzata al presidente Mattarella. Ai carabinieri che lo hanno identificato e denunciato, l’anziano pensionato, che in casa aveva altri 14 proiettili, avrebbe confessato di avere agito in un momento di nervosismo.

Ma le minacce, anche pesanti, al presidente della Repubblica via Internet sembrano essere diventate un must. Basta fare un passo indietro così da riportare alla luce un episodio di cui si sono perse le tracce e legato alla visita ufficiale in Sardegna di Mattarella del 2 ottobre 2017. Tra gli appuntamenti in agenda, la celebrazione a Ghilarza degli 80 anni della morte di Antonio Gramsci.

Le iene della tastiera si sono scatenate perché l’aereo presidenziale è atterrato nello scalo di Oristano-Fenosu, con reazioni tanto esagitate da far scattare le indagini della Digos e della polizia postale, come riporta un articolo del 4 ottobre 2017 apparso sul sito web del quotidiano La Nuova Sardegna: “Molto criticata è stata la decisione di utilizzare lo scalo di Fenosu per far atterrare l’aereo presidenziale. Una scelta che ha dato il via a commenti che definire coloriti sarebbe eufemistico. E si consideri che la redazione elimina i commenti più forti e offensivi”. Per non parlare di tutto quello che è apparso nel web.

Ma diffondere odio e minacce pesanti attraverso la Rete è una pratica che in Sardegna non fa quasi più notizia. Risale al 19 ottobre scorso, infatti, la clamorosa denuncia fatta da un avvocato che difende un ragazzo accusato di omicidio e processato a Nuoro. E proprio nel corso dell’udienza in Assise, l’avvocato ha letto i post di un sito (tempestivamente chiuso dopo la denuncia) dove tra insulti vari c’erano anche frasi tipo “Ma questo avvocato vuole vivere o morire?”. Per altri dettagli leggere qui.

Due episodi, magari commessi dalle stesse persone che si divertono a minacciare e insultare la gente perché tanto non li trova nessuno. Episodi che rischiano l’oblio, di essere archiviati nelle sabbie mobili della Rete che tutto risucchiano garantendo in molti casi l’impunità assoluta.

Sarà una cosa normale chiedere a che punto sono le indagini? Se sono così difficili, magari si può provare a chiedere in prestito ad altre procure, anche non sarde, qualche bravo investigatore, magari da Roma o da Palermo, che qualche risultato hanno ottenuto in poche ore. Il minimo che si possa chiedere è che queste persone vengano identificate (non pensiamo che un account falso possa essere un così grave ostacolo) e rinviate a giudizio.

Le minacce di morte, che suonano particolarmente gravi se rivolte al presidente della Repubblica, sono ammesse nei confronti di altre persone purché fatte su Internet? Perché è questo il messaggio che sta passando sinché non verranno denunciati questi sedicenti fabbricanti di odio e sciacalli della tastiera.

Antonio Salvatore Sassu

IN BILICO

dimaiosalvini

Sul Colle non si diradano le nebbie. L’oscurità continua ad avvolgere la nascita del nuovo governo, lasciando l’Italia ancora orfana di una guida. Il presidente Mattarella vuole vederci chiaro prima di nominare Giuseppe Conte presidente del Consiglio. Il rischio è quello di incaricare un premier senza poteri, un mero esecutore che Lega e 5 Stelle possono dirigere a proprio piacimento. La lista dei ministri già pronta e il programma preconfezionato non sono piaciuti al Capo dello Stato. Punti programmatici e guide dei dicasteri dovranno essere discussi dal premier con il presidente della Repubblica. E la procedura costituzionale dovrà essere rispettata. Non saranno ammesse altre superficialità. I tempi, quindi, rischiano di allungarsi.

A far crescere le perplessità del Quirinale arrivano i rumors sul curriculum vitae di Conte. Sembra infatti che il professore abbia gonfiato il suo background millantando studi alla New York University in realtà mai effettuati. “Una persona con questo nome non compare nei nostri archivi come studente o membro di facoltà” ha reso noto il New York Times in mattinata. Nel pomeriggio l’agenzia AdnKronos rivela di essere in possesso di uno scambio di email tra il giurista pugliese ed un collega americano che invece proverebbe la presenza di Conte nell’ateneo americano durante i mesi estivi dal 2008 al 2013. La vicenda, comunque, è ancora tutta da chiarire. Così come andrà fatta luce sul rapporto con il metodo stamina, che secondo Il Manifesto sarebbe stato caldeggiato dal professor Conte.

Il Movimento 5 Stelle, in un comunicato diffuso in tarda mattinata, difende la propria scelta di puntare sul docente, che per ora rimane il favorito alla corsa a Palazzo Chigi. Se, infatti, dopo attente verifiche, Mattarella dovesse concedere il suo nulla osta, entro giovedì l’Italia avrà un nuovo presidente del Consiglio. Diverso sarebbe il discorso qualora il Capo dello Stato dovesse palesare dei dubbi sulla scarsa rappresentatività del premier designato o sul programma di governo poco credibile. In quel caso il Presidente potrebbe convocare nuovamente Lega e 5 Stelle e comunicare loro che l’incarico deve essere affidato ad un soggetto che abbia un proprio programma da presentare in Parlamento ed una collocazione ben riconoscibile dai cittadini. Un politico, insomma. A quel punto il 5 Stelle punterebbe tutto su Di Maio e la sua voglia di diventare presidente del Consiglio. Ipotesi che non piace affatto alla Lega, che potrebbe cogliere la palla al balzo per tornare tra le braccia di Berlusconi e Meloni.

L’ennesimo problema in una situazione già complicatissima riguarda il ministero dell’Economia. Il nome di Paolo Savona per via XX Settembre non sarebbe gradito al Colle. Un ministro euroscettico, nel momento in cui i mercati tengono d’occhio l’Italia, non sarebbe ben visto né a Bruxelles né alla Bce. Salvini lo vuole a tutti i costi. L’alternativa valida potrebbe essere rappresentata da Giancarlo Giorgetti. La questione è dirimente per la Lega. I problemi da risolvere, però, sono diversi. E mentre il Governo Conte traballa, quello “di servizio” inizia a coltivare una flebile speranza.

F.G.

L’Italia nel pallone. Una sconfitta che lascia il segno. Ora rinnovarsi

ventura tavecchioGigi Buffon ha pianto a dirotto a fine partita: «Dispiace, abbiamo fallito…». L’Italia nel pallone. Il portiere della Nazionale di calcio esprime un sentimento diffuso tra gli italiani, grandi appassionati del pallone e degli azzurri. L’Italia battuta dalla Svezia (0-1 a Stoccolma e 0-0 a Milano) è una bruttissima notizia: non parteciperà al Campionato mondiale di calcio del 2018, non andrà a giocare in Russia.

Una disfatta. Non succedeva dal 1958, da 60 anni. Subito è scattata la caccia alle responsabilità. L’allenatore della nazionale Giampiero Ventura è il primo a pagare il conto. Il presidente della Federcalcio lo ha esonerato dall’incarico. Carlo Tavecchio ieri sera ha annunciato: «Ho parlato con Ventura e gli ho comunicato che non abbiamo più necessità della sua collaborazione». Ha indicato il prossimo appuntamento per lunedì: «Abbiamo pensato a profili di allenatori importanti e vedremo di portare possibilmente a termine una di queste ipotesi». Ora è caccia al nuovo grande allenatore della nazionale. Girano tanti nomi: Allegri, Ancelotti, Conte, Di Francesco, Mancini, Maldini, Montella, Ranieri. Tuttavia i nomi più gettonati sono Ancelotti e Maldini. Ventura era consapevole di essere la prima vittima («E’ un risultato pesantissimo…Chiedo scusa agli italiani»), invano ha cercato di temporeggiare ma pur perdendo il posto sembra che abbia salvato il suo super compenso.

L’Italia nel pallone. Sotto accusa è tutto il mondo del calcio. Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, chiede le dimissioni del presidente della Federcalcio. Carlo Tavecchio però temporeggia tra polemiche e accuse infuocate. Una parte della Federcalcio è in rivolta. Damiano Tommasi, Assocalciatori, ieri ha chiesto invano l’azzeramento delle cariche e nuove elezioni.

L’Italia nel pallone. La sconfitta di lunedì 13 novembre nello stadio San Siro a Milano lascia il segno. E’ il segnale che il glorioso pallone italiano si è sgonfiato. Il ministro per il Turismo Luca Lotti sollecita soluzioni radicali: «Il mondo del calcio va rifondato». Manca un disegno complessivo, dice a sorpresa Walter Veltroni, ex segretario del Pd, appassionato ed esperto di calcio, intervistato da Fabio Martini per ‘La Stampa’. Veltroni presidente della Federcalcio? La risposta non è né sì né no: «Nessuno me lo chiede». Ridisegna l’impero del pallone. Per la Federcalcio «andrebbero valorizzati personaggi capaci di incarnare valori come la competenza, l’autorevolezza e la terzietà rispetto ai poteri consolidati». Cita «Del Piero, Maldini, Costacurda, Vialli, Tardelli, Cabrini,Buffon…». Fa anche i nomi di possibili allenatori ritenuti persone serie e preparate come «Montella, Inzaghi, Di Francesco, Giampaolo, Gasperini».

L’Italia nel pallone. Per comprendere le dimensioni del disastro basta una notizia: sia la Lega calcio di serie A sia quella di serie B sono commissariate. Certo in queste condizioni è molto difficile combinare qualcosa di buono.

Eppure i club italiani (dalla Juve al Milan, all’Inter) sono famosi e contano tifosi in tutto il mondo, l’Italia è da sempre un nome celebre nel firmamento del calcio internazionale. Ora, però, è meglio prendere atto che l’Italia è una ex potenza calcistica. La Nazionale azzurra ha vinto quattro volte la Coppa del mondo: nel 1934, nel 1938, nel 1982, nel 2006. Due volte durante il regime fascista (1934 e 1938) con Benito Mussolini duce e capo del governo, una volta nella Prima Repubblica (1982, presidente della Repubblica Sandro Pertini e presidente del Consiglio Giovanni Spadolini), e una volta nella Seconda Repubblica (capo dello Stato Giorgio Napolitano e premier Romano Prodi). Una strana coincidenza: sia Mussolini, sia Spadolini, sia Prodi hanno avuto poca fortuna: il primo fu ucciso dopo la caduta del fascismo, il secondo scomparve assieme al Pri con la fine della Prima Repubblica, il terzo cadde per il disfacimento della sua coalizione di centro-sinistra.

Il calcio è una importante realtà dagli aspetti multiformi: è un fortissimo elemento di aggregazione sociale per ragazzi ed adulti su campi e campetti di tutti i tipi, è un affinatore di tecniche del pallone, costruisce fuoriclasse e squadre mito, cadenza le giornate degli italiani tra anticipi e posticipi del sabato e della domenica. E’ una grande passione degli italiani che non solo modella tendenze ma produce un gigantesco giro di affari e di interessi tra partite, diritti televisivi, pubblicità, fabbriche che sfornano magliette e scarpini. L’esclusione dell’Italia dai mondiali di calcio, solo per dirne una, porterebbe ad un danno complessivo di circa 100 milioni di euro (una media di 12 milioni di connazionali guarda una partita degli azzurri in televisione durante i Mondiali). Qualcuno arriva a mettere in conto la perdita dell’1% del reddito nazionale dopo l’esclusione dell’Italia dai Mondiali.

Il colpo è fortissimo per il “marchio” del calcio italiano e anche per la stessa immagine dell’Italia nel mondo. E’ un declino sportivo legato a quello politico: manca una strategia per lo sport come per gli altri settori della società. Se non ci sarà un rinnovamento tutto il mondo del calcio rischia di schiantarsi. Il primo segnale c’è stato a Milano lunedì 13 novembre.

La disfatta di San Siro e di Ventura rischia di restare immortalata nei libri di storia da studiare sui banchi di scuola, come il disastro di Lissa e dell’ammiraglio Persano, la clamorosa sconfitta subìta nel 1866 dall’allora moderna flotta italiana per mano delle vecchie navi da guerra austriache. Ma l’Italia monarchica e liberale seppe superare quel disastro, recuperò il terreno perduto e poi nel 1918 arrivò la vittoria contro l’Impero asburgico nella Prima Guerra Mondiale.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

La lezione di Riace: migranti non crisi, ma opportunità

Di Mimmo Lucano, anni 58, Sindaco di Riace in provincia di Reggio Calabria, nessuno sapeva praticamente niente. Anche oggi Lucano, al terzo mandato consecutivo, resta uno sconosciuto per la stragrande maggioranza dei suoi compatrioti e invece è un personaggio autorevolissimo fuori dai confini patri. Il miracolo lo ha fatto la rivista Fortune inserendolo al 40.mo posto tra i primi 50 ‘potenti’ della terra e la vicenda è stata lo spunto al senatore Buemi per proporre una legge che consenta ai migranti, in attesa di un permesso, di svolgere dei lavori socialmente utili come attività di volontariato.


Terni, immigrati volontari svolgono lavori socialmente utili per la cura dei beni comuni

Terni, immigrati volontari svolgono lavori socialmente utili per la cura dei beni comuni

Di Mimmo Lucano, anni 58, Sindaco di Riace in provincia di Reggio Calabria, nessuno sapeva praticamente niente e si parla al massimo dei famosi bronzi di Riace. Anche oggi Lucano, insegnante di scuola superiore (chimica) in aspettativa, al terzo mandato consecutivo con la sua Lista civica L’altra Riace (sinistra), resta uno sconosciuto per la stragrande maggioranza dei suoi compatrioti e invece è un personaggio autorevolissimo fuori dai confini patri. Come mai? Il miracolo lo ha fatto la rivista Fortune inserendolo al 40.mo posto tra i primi 50 ‘potenti’ della terra insieme al Papa, a Christine Lagarde, Angela Merkel e Bono Vox. E sapete perché? Perché Mimmo Lucano ha avuto un’idea, Mimmo Lucanoun’ottima idea, quando un barcone nel 1998 ha scaricato una torma di curdi in fuga da fame e guerra sulla spiaggia del suo comune e anziché cominciare a tuonare contro la piaga dei migranti, a invocare un aiuto per allontanarli, gli ha messo a disposizione delle case abbandonate dai suoi compaesani fuggiti anch’essi alla ricerca di fortuna e gli ha dato la possibilità di imparare un mestiere. Diciotto anni dopo Riace ospita migranti di 20 diverse nazionalità, non è più un comune in via di abbandono ed è stato preso a modello dall’Unione Europea per studiare rimedi alla crisi dei rifugiati. C’è da dire che la notorietà di Mimmo Lucano all’estero non è cosa nuova perché come scrive Giorgio dell’Arti, “nel 2010 Lucano si era classificato terzo nella classifica di City Majors, network internazionale che monitora e premia il lavoro dei sindaci di tutto il mondo, in base a criteri come istruzione, sanità, sicurezza”. Noto all’estero, poco più di un’ombra in Italia.

Nemo propheta in patria dicevano i latini, e così la notorietà internazionale dello sconosciuto nostro compatriota, è legato al suo impegno nel campo dell’immigrazione, alle iniziative con cui il Comune di Riace ha dato ospitalità a oltre seimila immigrati che hanno ripopolato il piccolo paesino della Locride. Molti di loro non se ne sono più andati e hanno avviato anche una serie di attività artigianali e imprenditoriali. Nello sbarco di un gruppo di profughi curdi “Lucano – ricorda Fortune – vide un’opportunità. Offrì loro gli appartamenti abbandonati e formazione professionale. Diciotto anni dopo, è salutato come il salvatore del paese, la cui popolazione oggi include migranti di una ventina di nazioni, e per aver rivitalizzato la sua economia”. “Nonostante il suo impegno per i profughi gli abbia messo contro la mafia e lo Stato, il modello di Lucano viene studiato e adottato nel picco della crisi dei profughi in Europa”.

La vicenda a suggerito al senatore socialista Enrico Buemi un disegno di legge – presentato ieri a prima firma Buemi e già sottoscritto dai senatori Conte, Mastrangeli, Fravezzi, Panizza, Palermo, Scavone, Laniece – che si muove lungo la medesima direttrice pensata da Lucano, volta a consentire ai migranti, in attesa di un permesso, di svolgere dei lavori socialmente utili come attività di volontariato. Il lavoro di pulizia dei muri della città può essere un esempio di altre e più ampie attività di valorizzazione del patrimonio pubblico, spesso fatiscente, mal curato o in condizioni di pericolo per la cittadinanza. Competenze e possibilità che sono oggi in capo ai Sindaci, ai Presidenti di provincia o di Regione.

La classifica di Fortune

La classifica di Fortune

E nel presentare il ddl, Buemi rileva come sia “rimarchevole che lo Stato italiano non solo non abbia preceduto riconoscimenti del genere con proprie iniziative di sostegno, ma – soprattutto – difetti di una strumentazione seria per agevolare comportamenti virtuosi di questo genere anche nelle molte altre realtà locali, che fronteggiano casi di ridislocamento di migranti”. In questo senso vengono citati i casi di San Lazzaro di Savena, di Budrio e Sasso Marconi per ricordare “che in Emilia Romagna opera un protocollo tra Regione, Prefetto di Bologna, sindacati e altre realtà (tra cui la stessa Legacoop), che regola le attività che i profughi possono svolgere per dare un contributo a chi li ospita: per esempio pulire strade, curare parchi e giardini pubblici. Secondo il protocollo, ai profughi che accetteranno di svolgere queste attività in modo volontario, verranno garantiti, oltre all’assicurazione, percorsi di orientamento e formazione”.

Dunque, sembra suggerire il ddl di Buemi, visto che ormai sono arrivati e continuano ad arrivare, che rimandarli a casa spesso non solo non è giusto, ma anche molto difficile, perché non trasformare un problema in un’opportunità, in un vantaggio collettivo?
Comunque Mimmo Lucano a rivinto anche le ultime elezioni senza cavalcare il tema della paura dei migranti, ma facendo l’esatto contrario. Dunque, ragionare si può.