CEFFONE AL POPOLO

balcone di maio governo

“Non era mai capitato a nessuno la bocciatura della manovra economica. Mai! Tutti d’accordo, anche i governi sovranisti alleati di Salvini. E ora? A giorni le agenzie di rating esprimeranno il loro giudizio sulla tenuta del debito italiano. Basta scendere di un livello – scalino ‘spazzatura’ – e l’acquisto dei nostri titoli di stato precipita. Bel casino”. Commenta così Riccardo Nencini, segretario del Psi, la bocciatura da parte della Ue della manovra economica. Nencini prosegue: “Mutui più cari, aumento del debito pro capite, investimenti in calo, fuga dei capitali, spread alle stelle. Meno posti di lavoro. Il governo reagisce attaccando l’Europa. La verità? La manovra non convince nessuno. Il ceffone al popolo lo sta dando il governo” ha concluso Nencini.

Ieri l’Unione europea ha bocciato la manovra del governo e subito dopo si è aperta una crisi istituzionale con la Presidenza della Repubblica. Inoltre sembrerebbe spaccato il centro destra con la Lega e Fratelli d’Italia che attaccano l’Ue e Forza Italia che la difende. Dunque, l’Italia è divisa tra europeisti ed antieuropeisti, ma la posta in palio è molto più alta. Sono in gioco la democrazia, l’Unione europea, le libertà dei popoli ed il loro benessere economico e sociale. L’invito dell’Ue a modificare la finanziaria è stato molto chiaro. Entro tre settimane il governo dovrebbe presentare una nuova proposta, ma già si sa che non ci sarà nessun cambiamento.

La Commissione europea ha scritto: “Le misure incluse nel documento programmatico di bilancio 2019 dell’Italia indicano un chiaro rischio di fare marcia indietro rispetto alle riforme che il Paese aveva adottato. In particolare, la possibilità di pensionamenti anticipati inverte la rotta rispetto a precedenti riforme delle pensioni che sottendono alla sostenibilità a lungo termine del consistente debito pubblico italiano. L’introduzione di un condono fiscale potrebbe scoraggiare il rispetto, già basso, delle norme fiscali, premiando implicitamente i comportamenti che non rispettano le leggi, compensando in gran parte l’effetto positivo del rafforzamento della fatturazione elettronica. Data la dimensione significativa dell’economia italiana nell’area euro, la scelta del governo italiano di aumentare il deficit di bilancio, sebbene debba far fronte alla necessità di affrontare problemi legati alla sostenibilità delle finanze pubbliche, crea rischi di ricadute negative per gli altri Stati membri dell’Eurozona”.

Il leader della Lega e vicepremier, Matteo Salvini, ha già puntualizzato: “La manovra non cambia. Dopo la bocciatura dell’Ue al provvedimento il governo italiano tira dritto. Da Bruxelles possono anche mandare 12 letterine, ma la manovra non cambia”.

Ma anche il sottosegretario all’Economia M5S, Laura Castelli, ha detto: “Non ci sarà nessuna revisione. Quella manovra è ciò che serve. Abbiamo detto la verità sui numeri e non facciamo come i Governi precedenti che sparavano cifre esilaranti per poi ottenere norme catastrofiche. Avete capito dalle dichiarazioni di Conte e di Tria la posizione”.

Salvini ha anche rincarato la dose: “Se insistono a tirare schiaffoni a caso mi verrebbe voglia di dare più soldi agli italiani. Tutte le manovre passate negli anni scorsi a Bruxelles hanno fatto crescere il debito di 300 miliardi di euro. Noi siamo qua per migliorare la vita degli italiani, mi sembra un attacco pregiudiziale, la contestazione principale è che non bisogna toccare la legge Fornero che è nel programma del 90% dei partiti tranne che del Pd: è un attacco all’ economia italiana perchè qualcuno vuole comprare le nostre aziende sottocosto”.

Poi, Salvini, sulla Rai ha detto: “Di Rai non ne parlo io, c’è un presidente ed un amministratore delegato che stanno cercando professionalità interne accantonate da anni anche per ragioni politiche. La Rai merita tanto e da spettatore, quando vedo che ci sono programmi pregiudizialmente schierati a sinistra cambio canale. Siamo il primo governo che ha l’informazione pubblica tutta contro, non faccio il ‘piangina’, tiro diritto ma spero che la Rai sia equilibrata e dia spazio a tante voci”.

Il premier Giuseppe Conte, riferendosi alla sua visita in Russia ha scritto: “Questa mattina all’Expocentre di Mosca ho incontrato gli imprenditori italiani. Donne e uomini preparati e vincenti che portano in alto il made in Italy in Europa e nel mondo. A loro ho ribadito che l’Italia è un Paese che gode di buona salute, i fondamenti della nostra economia sono solidi. Il Governo farà la sua parte per far crescere le imprese italiane. C’è un grande impegno in tal senso, come dimostrano anche le misure contenute nella manovra”.

Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, ospite a Bologna del congresso della Camera del Lavoro, ha detto: “Se il Governo non apre il confronto, penso che dobbiamo essere molto netti e dare una risposta di mobilitazione e di iniziative. Ma dobbiamo essere altrettanto netti tra di noi e dirci che non è scontato, senza un lavoro preparatorio, che le masse ci seguano”.

Le provocazioni e le cadute di stile si ripetono in continuazione. L’eurodeputato leghista Angelo Ciocca, al termine di una conferenza stampa della Commissione a Strasburgo, ha messo la sua scarpa sopra i fogli che Moscovici aveva usato come traccia per il suo discorso sul documento programmatico di bilancio italiano. Il commissario Europeo agli Affari Economici e Finanziari, Pierre Moscovici, ha commentato: “L’episodio della scarpa made in Italy è grottesco. All’inizio si sorride e si banalizza perché è ridicolo, poi ci si abitua ad una sorda violenza simbolica e un giorno ci si risveglia con il fascismo. Restiamo vigili. La democrazia è un tesoro fragile”.

Sulla vicenda è intervenuto anche il vicepremier, Matteo Salvini che ha affermato: “Non voglio uscire dall’Europa, non voglio uscire dall’euro, voglio che i miei figli crescano in Europa. Non voglio sbattere le scarpe sui tavoli, però lasciate che gli italiani lavorino”. A chi gli ha chiesto del gesto dell’europarlamentare Ciocca, che ha simbolicamente ‘calpestato’ la relazione dei commissari sulla manovra italiana, Salvini ha tagliato corto: “L’Europa non la cambi con le provocazioni…”.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non è la prima volta che richiama il Governo ‘all’equilibrio di bilancio’ ma, martedì 23 ottobre, ha voluto declinarlo in una logica che non è quella dell’«astratto rigore» ma a tutela delle famiglie e del risparmio, in una prospettiva di «equità e con uno sguardo lungo sullo sviluppo». Si può dire che i suoi avvisi stanno diventando una goccia, ripetuti in ogni occasione possibile e con una finalità chiara: evitare che l’Italia vada a sbattere.

Non a caso Mattarella ha parlato della necessità di «scongiurare che il disordine della pubblica finanza produca contraccolpi pesanti anzitutto per le fasce più deboli, per le famiglie che risparmiano pensando ai loro figli, per le imprese che creano lavoro». Un rischio che c’è per una somma di ragioni: per le conseguenze di uno strappo con l’Europa; per l’indicatore dello spread che è tornato a sfiorare quota 320 e che comporta un aggravio di spesa pubblica a danno, di misure che potrebbero andare ai più svantaggiati; per il sistema del credito che è sotto pressione; per le previsioni sul Pil che molti istituti indipendenti danno sotto la quota prevista dal Governo. Insomma, è evidente che ci sono elementi di preoccupazione anche se non drammatici, anche se non di allarme.

Tra l’altro al Colle spetta la firma sulla legge di bilancio che nessuno mette in discussione anche se qualche valutazione inizia a essere fatta. Il punto è che lo stesso Governo (nella lettera alla Ue) dichiara apertamente di aver violato regole Ue che hanno piena copertura in Costituzione e dunque non è escluso che Mattarella possa dire qualcosa nel momento del suo via libera. Se quindi per il Governo la strada che si apre da qui a tre settimane è complicata, lo è pure per il capo dello Stato che ha l’obiettivo di portare verso una ricucitura con l’Europa con mediazioni che allenterebbero la tensione anche sui mercati, vero motivo di timore per il sistema.

Allora, quelle parole di ieri danno una mano a chi nell’Esecutivo vuole usare questo tempo per negoziare, davvero, con Bruxelles. È vero che tutti mostravano la faccia più dura, a cominciare da Di Maio e Salvini, ma nel premier così come in Tria e in una parte della Lega (sensibile alle preoccupazioni del Nord produttivo) e pure in alcuni settori dei 5 Stelle (area Fico) si punta a ritrovare un dialogo. Martedì dopo la bocciatura della Ue non era il giorno giusto per far intravedere cambiamenti sulla manovra, sarebbe stato un cedimento repentino verso Bruxelles, ma davanti ci sono tre settimane di trattativa e di “esame” dei mercati.

Ecco quella di Mattarella è la mano tesa a chi non chiude le porte a correzioni di rotta. Una sponda ai “dialoganti” della maggioranza ma collaborativa con tutto il Governo tant’è che in precedenza aveva subito firmato il decreto fiscale. Un richiamo in “pace” fatto per preparare il terreno a chi volesse cominciare un’opera di disarmo in una guerra con l’Ue dagli esiti incerti.

Ma nel governo giallo-verde c’è veramente qualche anima dialogante? E se invece non ci fosse ? Il governo si aspettava la risposta negativa dell’Ue. Dunque, è legittimo pensare che la manovra è stata volutamente congegnata provocatoriamente per finalità poco chiare ma diverse dalle demagogiche dichiarazioni per accattivarsi il consenso popolare.

Il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, intervenendo di fronte alle commissioni Esteri congiunte di Camera e Senato, ha sottolineato: “L’Unione Europea ci riserva una bocciatura sulla manovra e chiede un nuovo documento: ora l’Italia ha tre settimane di tempo per rispondere, con il Governo italiano che esclude comunque un nuovo documento. L’ultima parola spetta ai Parlamenti nazionali, la Commissione può comunque aprire una procedura per disavanzo eccessivo: queste sono le dinamiche istituzionali”.

L’esecutivo Lega-Movimento 5 Stelle è dunque convinto di “essere sulla strada giusta” come è stato confermato dal vice premier Di Maio. Non ci resta che attendere le prossime mosse. Lo scontro avverrà in Parlamento dove attualmente non ci sono i numeri per una modifica. Lascio immaginare ai lettori gli sviluppi ulteriori. Il proscenio è brutto assai.

Salvatore Rondello

Incubo patrimoniale e allarme da spread

patrimoniale

Resta l’incubo patrimoniale. Lo spread continua a tormentare l’esecutivo Conte-Salvini-Di Maio: il differenziale dei tassi d’interesse tra i titoli del debito pubblico italiano e quelli tedeschi supera ancora la pericolosa soglia 300. Non solo: la Borsa di Milano perde altri colpi.

Il governo grillo-leghista, però, ha più volte escluso l’introduzione dell’imposta sui patrimoni. «Non ci sarà nessuna patrimoniale». Giuseppe Conte ha solennemente smentito ogni ipotesi di imposta patrimoniale alla fine del Consiglio dei ministri di sabato 20 ottobre. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, seduti accanto al presidente del Consiglio, hanno respinto con ugual forza l’idea di ricorrere alla tassa più temuta dai contribuenti italiani e di tutto il mondo.

Qualche giorno prima a Radio radicale era stato Salvini a formulare una secca smentita: «Non ci saranno né patrimoniali né prelievi dai conti correnti, non chiederemo fedi nuziali in pegno» (il riferimento è stato agli appelli di “oro alla patria” del fascismo per finanziare la guerra). Il segretario della Lega, vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha assicurato: «Fa tutto parte della fantasia». In precedenza il capo politico del M5S aveva garantito: «Smentisco che finirà con una patrimoniale. Per me la patrimoniale è una tassa illiberale».

L’allarme patrimoniale però continua a girare: terrorizza i risparmiatori ed è innescato dallo spread raddoppiato a 300 ed esploso a metà ottobre fino a 340 punti, il livello più alto dal 2013. Sono due le cause della vorticosa salita dello spread che ha fatto aumentare pesantemente i tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico italiano: 1) le critiche della commissione europea al governo Lega-M5S sfociate martedì 23 ottobre nell’invito a rivedere, atto inedito, la bozza della manovra economica 2019 considerata «una deviazione senza precedenti» delle regole per l’euro, 2) lo scontro nel governo tra Di Maio e Salvini sul condono penale previsto dalla prima versione del decreto legge sulla “pace fiscale”.

Ma se i due vice presidenti del Consiglio alla fine hanno trovato l’accordo per modificare il decreto, invece i dissensi tra il governo Conte-Salvini-Di Maio e Bruxelles sulle linee della legge di Bilancio 2019 sono scoppiati. Il 23 ottobre, il giorno della bocciatura della Ue, lo spread è risalito fino a quota 318 per chiudere la seduta a 315. La Borsa di Milano, invece, ha concluso la seduta perdendo un altro 0,86%. La più dura reazione dall’interno dell’esecutivo giallo-verde è arrivata da Salvini: «Non attaccano un governo, ma un popolo».

Già nei giorni scorsi c’è stato il declassamento dei titoli del debito pubblico italiano da parte di Moody’s, una delle maggiori agenzie di valutazione internazionali: ora potrebbe essere il turno di altre società di rating. Così il Tesoro per vendere Bot e Btp (necessari per pagare stipendi, pensioni e appalti) è costretto ad aumentare fortemente i tassi d’interesse. Si è parlato anche del lancio di speciali titoli destinati ai risparmiatori italiani per sopperire alla fuga degli investitori esteri cominciata alcuni mesi fa.

Da una parte c’è l’esigenza di ridurre il deficit pubblico e dall’altra di realizzare le costose promesse elettorali di grillini e leghisti (pensione e reddito di cittadinanza, rimborso dei risparmiatori frodati dalle banche, modifica della legge Fornero sulle pensioni, “pace fiscale”, riduzione delle imposte iniziando con la flat tax per i lavoratori autonomi con partita Iva).

Un dialogo resta aperto tra il “governo del cambiamento” e la commissione europea, tuttavia ancora non si vede una possibile mediazione, auspicata anche dal presidente della Bce Mario Draghi, per evitare una rottura (ma il ministero dell’Economia steserre studiando su come ridurre il deficit). C’è il pericolo di un avvitamento dello spread fino 400-500 punti, un livello insostenibile, da crac per i conti pubblici del Belpaese.

Il fallimento della Grecia nel 2014-2015 è un drammatico incubo. Il premier ellenico Alexis Tsipras contestò la politica di austerità della Ue e riuscì ad ottenere il salvataggio del paese, restando nell’euro, a prezzo di grandissimi sacrifici. Allora la patria di Pericle e di Aristotele vide lo spread alle stelle e visse la tragedia sociale del taglio delle pensioni, degli stipendi pubblici, dei servizi negli ospedali e dei bancomat bloccati per mancanza di fondi. Gli investitori internazionali portarono i capitali all’estero e i greci (almeno quelli che poterono) trasferirono i loro conti correnti in euro in altre banche europee o dei “paradisi fiscali”. Un analogo meccanismo di fuga è già iniziato in Italia dopo la salita dello spread e le cadute della Borsa di Milano.

Fa paura soprattutto l’imposta sui patrimoni. Quando uno Stato rischia la bancarotta ricorre alla patrimoniale, uno degli strumenti usati nei casi di emergenza finanziaria. E l’imposta patrimoniale è il principale spauracchio dei risparmiatori.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Gas, il Tip e Tap del governo che smentisce se stesso

TAP-Trans-Adriatic-Pipeline

Il M5S si sta accorgendo che la campagna elettorale è una cosa mentre governare è un’altra. Tra la varie promesse vi era anche quella di fermare i lavori della Tap. Il Gasdotto Trans-Adriatico, che dalla frontiera greco-turca attraverserà Grecia e Albania per approdare in Italia permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dall’area del Mar Caspio in Italia e in Europa. L’idea di bloccare tutto è stata un modo per prendere qualche voto in più dalle regioni interessate dal passaggio dell’infrastruttura. Una promessa sciagurata, perché si trattava di interrompere la realizzazione di un’opera strategica. In campagna elettorale lo hanno detto, promesso e ribadito in tutte le salse possibili: la Tap verrà fermata.  Ora, spiega Barbara Lezzi, ministra per il Sud del governo gialloverde, non è così sicuro che avverrà lo stop. Anzi. “Nelle prossime 24-36 ore – ha detto – prenderemo una decisione, ma il sentiero è molto stretto. Resta un’opera non strategica scelta da un altro governo e agevolata da un altro governo. Abbiamo fatto adesso questa analisi dei costi dall’interno dei ministeri. Questi costi il Paese non può permetterseli e noi non ce la sentiamo di addossarli sui cittadini. Non abbiamo nulla di cui vergognarci, non avevamo a nostra disposizione una serie di dati che forniremo pubblicamente”. È una sconfitta per il governo? “Assolutamente no. Ho vissuto come una sconfitta il trattato del 2013”.

Insomma una ammissione chiara che quella promessa, per fortuna non realizzabile, era stata fatta a vanvera, ossia senza aver studiato la situazione e la normativa. Senza aver fatto i conti con i costi e con i benefici. Insomma una sparata improvvisata per lisciare il pelo agli elettori. Aggiunge Sergio Costa, ministro dell’Ambiente: “Abbiamo le mani legate dal costo troppo alto che dovremmo far pagare al Paese per fermare l’opera, ha osservato, un costo che per senso di responsabilità non possiamo permetterci. Ci saranno verifiche sulle cartografie. Ragioniamo in termini non solo tecnici ma anche di diritto amministrativo per non aprire un contenzioso che darebbe effetti devastanti. Se invece non ci sono profili di illegittimità abbiamo le mani legate non perché non l’abbiamo voluto noi”. Parole che non fanno che confermare le impressioni di improvvisazione. Si è parlato senza sapere. Senza leggere le carte.

Insomma il governo sta per rinunciare. Fermare il progetto costerebbe troppo. È questo l’esito dell’incontro di lunedì 15 ottobre a Palazzo Chigi, incontro a cui hanno preso parte il premier Conte, i ministri Costa e Lezzi e alcuni esponenti della politica salentina a Cinquestelle (consiglieri regionali e comunali), l’area della Puglia maggiormente coinvolta dal progetto. Un incontro molto delicato. “Le conseguenze economiche dell’abbandono del progetto del gasdotto Tap sono tutte da dimostrare”, ha detto ieri sera il sindaco di Melendugno, Marco Potì, dopo l’incontro a Palazzo Chigi. Potì ha riferito il ragionamento esposto dal sottosegretario allo Sviluppo, Andrea Cioffi. “Sono stati calcolati 20 miliardi di penali come costo di abbandoni l’opera si è detto che costa 4,5 miliardi, contrattualizzati con le varie ditte. Al momento è stato realizzato l’80% per 3,5 miliardi, per cui quelli occorrerebbe risarcirli. Inoltre, ci sarebbero eventuali altre penali, relative al mancato utile, ecc., a cui bisogna aggiungere il mancato utile sui flussi del gas per 11,2 miliardi di euro. Inoltre se questo gas non arriva ai clienti con cui hanno fatto i contratti ma si vende sul mercato turco, costerebbe 7 miliardi di euro. Il totale sarebbe 20 miliardi”.

I no tap ovviamente sono sul piede di guerra: “Se non siete in grado di fermare l’opera dimettetevi”. È l’invito rivolto dal portavoce del Movimento No Tap, Gianluca Maggiore, agli esponenti di M5S. La ripresa dei lavori di costruzione dell’opera, fermi da maggio, è prevista a breve. La nave Adhemar de Saint Venant, che svolgerà i primi lavori propedeutici alla realizzazione del gasdotto nel tratto di mare antistante San Foca a Melendugno, si prepara a partire dal porto di Brindisi. A bordo sono in corso le ultime attività tecniche poi, se le condizioni meteomarine lo consentiranno, la nave salperà dalla banchina di Costa Morena, dove si trova ormeggiata da alcuni giorni.

MINACCE E STALLO

diciottiPresidio-720x491Sono giorni di stallo in cui l’Italia continua a perdere credibilità agli occhi del mondo, ieri il segretario del Psi, Riccardo Nencini ha affermato: “Quel che preoccupa di più è l’inerzia del presidente del Consiglio. Il ministro dell’interno viola palesemente la legge tenendo bloccata la nave italiana Diciotti e da Palazzo Chigi rimbomba un silenzio terrificante”. Riccardo Nencini sottolinea: “Craxi impose al Presidente degli Stati Uniti il rispetto del diritto internazionale. Basterebbe un filo di quel coraggio, e di quella autonomia, per restituire onore all’Italia”.
Intanto è alta tensione sulla Nave Diciotti, ancora ferma al Porto di Catania con i migranti a bordo, alcuni di loro stamattina hanno iniziato lo sciopero della fame, mentre la Cgil ha chiesto di mandare i medici a bordo, ma la richiesta è stata respinta. “Immigrati della Diciotti in sciopero della fame? Facciano come credono – ribatte però il ministro degli Interni Matteo Salvini – In Italia vivono 5 milioni di persone in povertà assoluta (1,2 milioni di bambini) che lo sciopero della fame lo fanno tutti i giorni, nel silenzio di buonisti, giornalisti e compagni vari”.
Nel frattempo, secondo quanto riportato dal Guardina, i magistrati della Procura di Agrigento sono intenzionati a raggiungere il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, a Roma, per interrogarlo a proposito della presunta detenzione illegale di migranti a bordo della nave della Guardia Costiera. Al momento, però, la procura di Agrigento non conferma la ricostruzione e fonti del Viminale hanno smentito la notizia, precisando che non sono in programma interrogatori del ministro.
A difendere Salvini, l’altro vicepremier Luigi Di Maio, accusando l’Ue: “L’Europa nasce intorno a principi come la solidarietà, se non è in grado di ridistribuire 170 persone allora ha un serio problema”, ha detto ospite di Agorà. Parole pronunciate mentre a Bruxelles stava per prendere il via la riunione degli sherpa sulla questione migranti. Un vertice finito, ancora una volta, con un nulla di fatto. Di Maio ha confermato il possibile taglio dei 20 miliardi di contributi all’Unione: “Non vogliamo essere presi in giro. Diamo 20 miliardi ogni anno all’Ue e ce ne rientrano poco più di 10. Vogliamo anche contribuire al bilancio, ma se c’è un progetto, una volontà di aiutarci in maniera reciproca. Altrimenti io con 20 miliardi altro che quota 100 per superare la Fornero, faccio quota 90 o 80…”.
Ma da Rimini, dove è in corso il meeting di Comunione e Liberazione, interviene il ministro degli Esteri Enzo Moavero che stronca la minaccia di Di Maio all’Ue: “Versare i contributi è un dovere legale. Ci confronteremo su questo e altre questioni”. Tuttavia il ministro resta vicino alle posizioni del Governo. “Sono convinto – ha sottolineato Moavero – che per gestire i flussi migratori occorra spostare l’attenzione dalla foce (gli sbarchi) alla sorgente, vale a dire ai paesi d’origine. Qui l’Unione deve investire, e tanto, per portare pace e democrazia, nonché per migliorare le condizioni socio-economiche ed eliminare le cause che inducono a lasciare la propria terra natale”. Per quanto riguarda invece i paesi “è indispensabile un’azione Ue, a fianco delle agenzie Onu, per assistere i migranti lungo i drammatici esodi verso il nostro continente e ove possibile, aiutarli a rientrare”.
Dall’Europa non gradiscono i toni. “Le minacce non aiutano a trovare le soluzioni”, dicono i portavoce della Commissione Europea al briefing di mezzogiorno rispondendo alle domande dei giornalisti sul caso Diciotti, mentre è in corso a Bruxelles la riunione fra gli sherpa di 12 paesi, fra cui l’Italia, per trovare una soluzione durevole alla questione degli sbarchi dei migranti. “La commissione lavora intensamente per trovare una soluzione per la Diciotti” – hanno detto i portavoce – “in Europa le minacce non servono a niente, l’unico modo di risolvere questioni in Europa è lavorare insieme in maniera costruttiva. Sono gli stati membri che devono trovare una soluzione e la commissione li aiuta a trovare un terreno comune. Lo facciamo sempre e anche in questo caso concreto”.
Il presidente del Consiglio interviene su Fb subito dopo la fumata nera nella riunione europea sull’immigrazione: “L’Italia è costretta a prendere atto che l’Europa oggi ha perso una buona occasione: in materia di immigrazione non è riuscita a battere un colpo”. E ancora: “È noto a tutti che l’Italia sta gestendo da giorni, con la nave Diciotti, una emergenza dai risvolti molto complessi e delicati. Ancora una volta misuriamo la discrasia, che trascolora in ipocrisia, tra parole e fatti”. Quindi avverte: “L’Italia ne trarrà le conseguenze”.
Intanto le bandiere rosse del sindacato sventolano al porto di Catania. La Cgil manifesta solidarietà ai migranti della Diciotti con un sit-in. “Più passano le ore e più mi convinco che questa vicenda sia un’arma di distrazione di massa, sulla pelle dei migranti. Non c’è nessuna invasione, viene agitata perché il governo, e Salvini in primo luogo, sa che è meglio parlare di questo che dei veri problemi del Paese: dal lavoro alla fuga dei capitali”, dice Alfio Mannino, organizzatore della protesta.

Tutto il potere ai cutu

Tutto il potere ai cutu

Nel 1832, Don Giuseppe Benedetto Cottolengo, con Don Giovanni Bosco e altri definito un dei “santi sociali torinesi”, fondò nel capoluogo subalpino La Casa della Divina Provvidenza” una meritoria istituzione destinata a dare riparo, ricovero e assistenza a pazienti rifiutati dagli ospedali, perché affetti da gravi patologie croniche fisiche e mentali.

Nel corso degli anni La Casa divenne una delle istituzioni sanitarie più importanti della città e altre sedi furono aperte in altri siti.

Divenne il luogo di ricovero per disabili fisici e psichici, al punto che i torinesi principiarono a definire il nosocomio semplicemente Il Cottolengo, identificandolo come il luogo destinato ad ospitare i malati di mente.

Addirittura, ancora oggi, nel (brutto) vernacolo torinese con il termine “cutu”, una contrazione dialettale di Cottolengo, vengono apostrofate, non sempre bonariamente, le persone considerate poco intelligenti o dotate di scarsa vivacità intellettuale, in altre parole gli idioti e i cretini.

Questa la premessa. Ora veniamo al tema.

Negli ultimi giorni, attenuatosi, almeno apparentemente, il protagonismo di Salvini sul tema migranti, che ha occupato la scena mediatica per settimane, sono usciti allo scoperto altri membri del Governo, tutti (salvo uno) esponenti del M5S che hanno fatto a gara nell’esibizione di stravaganti proponimenti che rischiano di gettare l’Italia davvero in un mare di guai.

Perché se Salvini sta cavalcando, certo con robusto cinismo e preoccupante brutalità, un tema che tuttavia costituisce da anni un problema reale per Italia ed Europa, Di Maio e C. si stanno impegnando in una dissennata quanto scientifica opera di demolizione di tutto ciò che è legato all’innovazione ed alla crescita economica e sociale dell’Italia.

I nomi? Eccoli: Giggino Di Maio in primis che da settimane si sta maldestramente occupando, facendo danni, di tutti i temi che riguardano il mega ministero che ha preteso, dal cosiddetto decreto dignità alla questione ILVA (si potrebbe continuare, magari citando lo scontro con Boeri),e poi la terza carica dello stato Roberto Fico che come primo atto del suo mandato se l’ è presa con persone anziane colpevoli solo di essere stati parlamentari, e poi la Ministra Grillo che intende abolire l’obbligatorietà dei vaccini, mettendo a rischio la salute dei bambini e poi il Ministro Toninelli che, oltre a chiudere i porti ai migranti, dimostra evidentemente di essere un nemico giurato di qualsiasi crescita infrastrutturale, e poi il Guardasigilli Bonafede che ripristina le intercettazioni a strascico facendosi beffe dello stato di diritto, e poi il Ministro della famiglia Fontana (Leghista) impegnato nella sua crociata oscurantista contro mondo LGBT e poi la Ministra Lezzi che pretende di fermare il TAP infischiandosene dei trattati già stipulati e delle pesanti penali che graverebbero sulle spalle dei cittadini e infine il Carneade Conte, si, proprio lui il Similpremier, che rompe l’abituale assordante silenzio, per annunciare, dietro la pressione del suo dante causa Giggino, che il TAV non si fa più (!!!) salvo essere smentito (molto sommessamente) da Salvini, il cui q.i. gli consente almeno di comprendere quali sarebbero le ricadute economiche e sociali che produrrebbe una simile scelleratezza. Si potrebbe continuare citando i parlamentari grillini che non perdono occasione di occupare talk show e Tg per sostenere ed esaltare il lavoro dei colleghi impegnati al Governo.

La domanda è: cos’altro devono seguitare a proporre e fare simili personaggi perché l’opinione pubblica comprenda che l’Italia dal 4 marzo scorso è entrata in una spirale autodistruttiva ed è seduta sull’orlo di un vulcano?

Che si dia seguito all’idea di Davide Casaleggio, il padrone del M5s, che ritiene il Parlamento inutile?

Intanto, con le prossime nomine che il Governo dovrà fare e con le ricadute, basti pensare alla Rai, che avranno sul sistema dell’informazione pubblica, sarebbe auspicabile che anche gli italiani che li hanno votati inizino a riflettere sul fatto che tutto il potere è finito in mano ai cutu.

Emanuele Pecheux

Immigrazione, Salvini e Fico su sponde opposte

guardia costiera diciotti

Nella continua sfida tra Salvini e Di Maio su che tiene in mano la guida della maggioranza, si inserisce a intervalli regolari il premier Conte, tanto per non far dimenticare ai più distratti che esiste il presidente del Consiglio e si incarna nella sua persona. Lo fa in una lettera inviata Juncker e Tusk in cui chiede all’Europa un maggiore impegno sui temi migratoti. Punto sui cui il Ministro Salvini batte ormai senza sosta, facendo passare l’idea che l’Italia e il mediterraneo si trovino in una situazione di emergenza da controbbattere con tutti i mezzi. Nulla di più falso. Le emergenze sono altre, più profonde e più gravi. Ma nel dibattito politico non ve ne è traccia. Un modo per nascondere la polvere sotto il tappeto.

Per Conte “è essenziale dotarsi da subito di un meccanismo europeo di gestione rapida e condivisa dei vari aspetti relativi alle operazioni di Search and Rescue” attraverso “una sorta di cellula di crisi” che abbia il compito di “coordinare le azioni” degli Stati “riguardo all’individuazione del porto di sbarco e dei Paesi disposti ad accogliere le persone soccorse. Il mio suggerimento è che tale meccanismo venga coordinato dalla Commissione europea”. In una intervista al Fatto Quotidiano, il premier ha detto di aver inviato martedì scorso la missiva: “Martedì ho scritto la seconda lettera a Juncker e Tusk per chiedere che quel che è avvenuto domenica”, cioè la suddivisione dei migranti, “diventi una prassi, affidata non più alle nostre telefonate ai partner, ma a un gabinetto o comitato di crisi sotto l’egida della Commissione Ue, che poi si faccia mediatrice con i vari governi”. Il premier annuncia inoltre che c’è in cantiere “una riforma organica, direi rivoluzionaria, del fisco, basata su due aliquote e una no tax area, consentiremo a chi ha col fisco pendenze senza colpa di azzerarle”. “Giuro che non ci saranno condoni”, assicura inoltre il premier. “La Costituzione impone giustamente la progressività fiscale e noi la rispetteremo”, ha aggiunto.

Nel dibattito si inserisce il presidente della Camera Roberto Fico che durante la cerimonia del ventaglio mette al primo posto “il salvataggio di vite in mare”. E insiste con l’Europa, ribadendo che l’Italia è un Paese dell’Europa, “altrimenti l’Europa così non ha senso”. “Come terza carica dello Stato non posso non stare dove c’è sofferenza e ci sarò sempre. Il concetto di collaborazione, di comprensione e di dialogo per la pace io li ribadirò sempre. Ciò non toglie che io sarò un presidente istituzionale di garanzia verso le minoranze”, ha sottolineato Fico con parole che appaiono in netta antitesi rispetto a quelle del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, secondo il quale “nessuna minaccia potrà fermare la difesa dei confini e i rimpatri dei clandestini, la musica è cambiata”.

Sulla questione immigrazione è intervenuta anche la Conferenza episcopale italiana: “Rispetto a quanto accade – afferma la Cei in una nota ufficiale – non intendiamo né volgere lo sguardo altrove né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determinino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto”.

MONDO ARMATO

TRUMPIn una conferenza stampa fuori programma dopo rumors che avevano riferito di una sua minaccia a sfilarsi dall’Alleanza, il presidente americano si è detto contento dell’accordo raggiunto con i leader alleati. Ma da Fracia e Italia è arrivata subito la smentita: “Da noi nessuna spesa aggiuntiva”.

“Sono molto felice del risultato raggiunto. Molti Paesi si sono impegnati a spendere di più”, così ha detto Donald Trump in una conferenza lampo non programmata, a margine del summit Nato a Bruxelles. “Ho detto agli alleati – ha proseguito – che non ero contento delle spese della difesa. Gli Usa pagano il 90% e non è giusto, ma oggi abbiamo una Nato più forte di due giorni fa perché tutti si sono impegnati ad aumentare le spese della difesa. E anche velocemente”.

Lo ha minacciato o no, di uscire dalla Nato, è ancora un mistero, nonostante il presidente lituano e quello francese abbiano smentito. “Potrei farlo – ha rimarcato rispondendo alle domande dei giornalisti – ma probabilmente non è più necessario, perché dagli alleati sono arrivati 33 miliardi in più, un aumento degli impegni di spesa come mai prima”. Il premier italiano Giuseppe Conte, al termine del vertice Nato, ha però escluso spese aggiuntive: “L’Italia ha ereditato degli impegni di spesa per quanto riguarda il contributo alla Nato che noi non abbiamo alterato. Conte, tuttavia, ha fatto notare che “il problema posto dal presidente Trump esiste. Nel momento in cui gli Usa dicono che loro contribuiscono alle spese in modo eccessivamente gravoso rispetto agli altri altri Paesi è la realtà. Non possiamo dire che il problema non esiste, anche perché la Nato ha conosciuto un’evoluzione nel corso del tempo”. Conte infine smentisce l’ipotesi di uscita degli Usa dalla Nato: “Le mie orecchie non hanno ascoltato Trump minacciare l’uscita dalla Nato. Se poi ha fatto dichiarazioni a latere non lo so…”.

La sessione avrebbe dovuto avere come focus l’Afghanistan, l’Ucraina e la Georgia. Ma Trump è ritornato sui temi a lui più cari, twittando in prima mattinata contro la Germania, l’Europa, le spese Nato e il nodo commercio. “I presidenti” americani, twitta, “hanno provato per anni senza successo a far pagare di più la Germania e le altre nazioni ricche della Nato per la loro protezione dalla Russia” ma questi “pagano solo una frazione del costo”, invece “gli Usa pagano decine di miliardi di dollari in eccesso per sussidiare l’Europa, e perdono un sacco sul commercio!”. E prosegue: “Tutte le nazioni Nato devono rispettare il loro impegno del 2%, e questo deve alla fine salire al 4%!””, ribadendo quello che aveva già detto ieri.

Nuovo attacco alla Germania anche sul Nord Stream 2: “E per di più, la Germania ha appena iniziato a pagare la Russia, il Paese da cui vuole protezione, miliardi di dollari per i suoi bisogni energetici che derivano da un nuovo gasdotto dalla Russia. Non è accettabile!”. Macron lo ha però smentito sostenendo che non c’è stato nessun accordo.

Trump diventa lord protettore di Conte

conte-trump2-625x350-1528530894Sorpresa ma non troppo. A Donald Trump piace il governo populista italiano. Il presidente degli Stati Uniti apprezza il nuovo esecutivo M5S-Lega, forse perché i cinquestelle e i leghisti gli ricordano le sue battaglie populiste contro l’establishment americano ed internazionale.
Trump, al vertice del G7 a Charlevoix in Canada dell’8 e 9 giugno, è andato in rotta di collisione con tutti i tradizionali alleati occidentali, ha dato ragione alle aperture del nuovo esecutivo italiano a Vladimir Putin: «Far rientrare la Russia nel G8 è nell’interesse di tutti». Giuseppe Conte ha usato le stesse identiche parole. Secondo il presidente del Consiglio «il ritorno di Mosca è nell’interesse di tutti». Trump ha evidenziato la sintonia con Conte in un incontro a due. Lo ha lodato: è «un bravo ragazzo. Sarà presto onorato a Washington. Farà un gran lavoro, la gente italiana ha scelto bene». Conte ha incassato gli elogi: «Il rapporto con Trump è stato da subito molto cordiale. C’è stata una grande apertura nei miei confronti. Ha espresso grande entusiasmo per questo governo…Con gli Usa il rapporto è strategico».
È una melodia per le orecchie di Luigi Di Maio e Matteo Salvini, il primo capo politico pentastellato e il secondo segretario leghista, entrambi vice presidenti del Consiglio. È, invece, una suonata piena di laceranti stecche per le orecchie di Germania, Regno Unito e Francia. L’apertura del presidente americano, che ha capovolto la precedente politica della Casa Bianca, spalanca la porta a Putin per il ritorno al G8 (se mai il Gruppo a 7 resterà in piedi) e per la cancellazione delle sanzioni economiche occidentali sollecitata da tempo dal M5S e dalla Lega. Angela Merkel, Theresa May e Emmanuel Macron, invece, vogliono il mantenimento delle sanzioni decise dopo l’annessione della Crimea da parte di Putin ai danni dell’Ucraina.
La convergenza tra il populismo americano e quello italiano, del resto, non è proprio una novità. Nei giorni infuocati della trattativa per dare vita al governo Conte, Washington per prima ha dato il disco verde alla nascita dell’esecutivo grillo-leghista. Trump si erge a lord protettore del governo populista italiano guardato invece con timore da Germania, Francia e Regno Unito.
L’esecutivo M5S-Lega è sotto attenta osservazione, in Italia e all’estero. È un caso senza precedenti: per la prima volta nella storia della Repubblica italiana il populismo ha conquistato il governo, non era mai accaduto in un paese dell’Europa occidentale. Adesso sono attesi con speranza o con paura, secondo le diverse opinioni, i primi provvedimenti del ministero Conte-Di Maio-Salvini.
Le crisi politiche sommate a quelle economiche sono il motore delle rivoluzioni: in alcuni casi sono violente, altre volte sono pacifiche. In Italia la rivoluzione è stata pacifica, realizzata il 4 marzo, attraverso libere elezioni.
Due diversi populismi hanno travolto gli equilibri consolidati della Seconda Repubblica: i partiti tradizionali del centro-destra e del centro-sinistra sono andati in frantumi. Le due forze populiste, fiere avversarie durante la campagna elettorale, hanno dato vita al “governo del cambiamento” e ora possono incrociare sia i consensi di Trump, ad ovest, sia quelli di Putin, ad est. Ne avranno bisogno: c’è il difficile problema di mantenere le grandi promesse fatte agli elettori su tasse, reddito di cittadinanza, lavoro, pensioni, immigrati.
Cinquestelle e Carroccio viaggiano tra convergenze e contrasti. Entrambi si sono sviluppati come forze d’opposizione anti sistema: con simpatie per Vladimir Putin e per Trump e fortemente ostili all’euro, alla Ue, alla Nato, agli Usa, alle élite e alle tecnocrazie nazionali ed internazionali. Poi ci sono i contrasti: Di Maio con decisione ha virato verso l’euro, la Ue, la Nato e l’alleanza con gli Usa allontanandosi dalle sirene di Mosca. Ma anche il segretario della Lega si è dato da fare, ha perfino adottato uno slogan simile a quello divenuto la cifra di Trump. Il presidente statunitense conquistò nel 2016 la Casa Bianca invocando dazi, taglio delle tasse e barriere contro gli immigrati. Martellava: “Prima l’America”. Salvini ha più che triplicato i voti promettendo: “Prima gli italiani”.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Dossier del tesoro, le incognite su Iva e flat tax

tesoro

L’agenda del neoministro dell’Economia è piena di incognite. Il professor Giovanni Tria, a via XX Settembre, dovrà confrontarsi con diversi dossier, come il Def, la flat tax, l’aumento delle aliquote Iva, il reddito di cittadinanza per chi ha perso il lavoro e le coperture per il superamento della legge Fornero.

Il primo scoglio è il Def , il documento di economia e finanza che dovrà essere votato alla Camera la prossima settimana dall’11 al 15 giugno. Per il Senato, la data sarà concordata con la presidente, Elisabetta Casellati.

Un altro dei temi caldi sul tavolo del Mef è la flat tax, (letteralmente ‘tassa piatta’), ossia un sistema fiscale non progressivo, basato su un’unica aliquota fissa. Il programma gialloverde prevede due aliquote fisse al 15 e al 20% per persone fisiche, partite IVA, imprese e famiglie che andrebbero a sostituire le cinque aliquote attuali, che vanno dal 23 al 43%. La riforma fiscale sarebbe inoltre caratterizzata da ‘un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali’. Una misura che, stando a quanto affermato dal neoministro Tria su ‘Formiche.net’, potrebbe essere finanziata anche attraverso l’aumento dell’Iva.

Sul 2019 pende la spada delle clausole di salvaguardia, la cui sterilizzazione non è ancora stata scongiurata. Se dovessero scattare, oltre al conseguente aggravio per i bilanci delle famiglie e un calo dei consumi si verificherebbe un effetto depressivo sulla produzione e un peggioramento dei livelli occupazionali. Per evitare l’aumento dell’Iva  Tria dovrà trovare 12,5 miliardi di euro per il 2019 e 19,1 miliardi di euro per il 2020. Se dovessero scattare le clausole di salvaguardia, a partire dal primo gennaio 2019 l’aliquota ordinaria passerebbe dal 22 al 24,2%, mentre quella ridotta salirebbe dal 10 all’11,5%. Negli anni successivi la situazione potrebbe peggiorare, fino a portare l’Iva ordinaria al 25% nel 2021 e quella agevolata al 13% nel 2020.

Un altro dei cavalli di battaglia del programma del governo dei giallo-verdi è il superamento della legge Fornero, tramite l’introduzione della cosiddetta ‘quota 100’, ossia la possibilità per i lavoratori di andare in pensione quando la somma dell’età anagrafica e degli anni di contributi versati è pari almeno a 100. Per attuare la riforma pensionistica, 5Stelle e Lega prevedono 5 miliardi, ma secondo una stima effettuata dal presidente dell’Inps, Tito Boeri la misura avrebbe un costo, di 15 miliardi per il primo anno e di un massimo di 20 miliardi all’anno per i successivi. Secondo il ministro Tria: “Allo stato attuale, una stima del costo mi sembra ancora velleitaria se non si chiarisce il meccanismo, anche perché l’abitudine di denunciarne l’impatto cumulandone il costo per un lungo periodo di tempo non contribuisce alla chiarezza in termini di impatto che è importante quanto il lungo periodo”.

Un altro dossier con il quale dovrà confrontarsi il neoministro Tria è quello del reddito di cittadinanza, che prevede 780 euro mensili per chi ha perso il lavoro. Un parametro basato sulla scala Ocse per nuclei familiari più numerosi. Nel contratto di governo si precisa che l’erogazione del reddito di cittadinanza presuppone un impegno attivo del beneficiario che dovrà aderire alle offerte di lavoro provenienti dai centri dell’impiego (massimo tre proposte nell’arco temporale di due anni), con decadenza dal beneficio in caso di rifiuto allo svolgimento dell’attività lavorativa richiesta. Per attivare la misura, secondo il M5S, sono necessari circa 17 miliardi di euro.

Dove troverà il neoministro Tria le risorse necessarie per la realizzazione del programma accattivante del nuovo Governo? La risposta agli italiani ancora non è stata data. L’ambiziosa sfida politica dei giallo-verdi è ardua, ma non impossibile. Il programma esposto al Senato dal Presidente Conte sembra un programma votato alla giustizia sociale similarmente al socialismo liberale.

Salvatore Rondello

Il presidente Mattarella e le iene della tastiera

Mattarella

Il governo giallo-verde con Conte presidente si è finalmente insediato, e in poche ore ha già dato buoni esempi del mix populista e squadrista dei suoi componenti. Un chiaro esempio dell’aria che tira è il pesante attacco al Quirinale, con minacce, intimidazioni e insulti soprattutto via web al presidente Mattarella. Un’ennesima campagna d’odio che potrebbe essere stata anche orchestrata da registi non tanto occulti.

Ne ha parlato anche il nostro segretario Riccardo Nencini in un post su fb, di cui riportiamo l’inizio: “L’attacco al Capo dello Stato che si sta consumando in queste ore è di una gravità inaudita. Mi rivolgo alle compagne e ai compagni di tutta Italia: organizzate presidi in difesa della Costituzione e di Mattarella, lasciate aperte le sezioni e le federazioni in difesa della legalità ed esprimiamo la nostra vicinanza al Presidente della Repubblica contro l’atteggiamento squadrista delle forze populiste”.

Premesso che chi scrive sta con Mattarella senza se e senza ma, riteniamo che bene ha fatto la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, a tentare di arginare l’attacco di Danilo Toninelli al presidente della Repubblica. Ma altri e ben più gravi fatti sono accaduti nell’ultima settimana di maggio, a cavallo tra il primo e secondo incarico a Conte, soprattutto su facebook dove iene della tastiera e odiatori di professione hanno imbastito un vero e proprio attacco al Quirinale, minacciando un assalto come quello alla Bastiglia, vedremo poi da chi, con minacce di morte, insulti al calor bianco e persino l’augurio a Mattarella di fare la stessa fine del fratello Pier Santi che, lo ricordiamo è stato ucciso dalla mafia.

Abbiamo già messo in evidenza altre volte le due realtà che ci troviamo ad affrontare dentro e fuori dal web. La prima è regolata dalle leggi (più o meno rispettate e applicate) e la seconda tipo pascolo brado, una terra di nessuno dove chiunque può insultare, infangare, minacciare e quant’altro con la quasi certezza di farla franca. E tutto questo sembra la normalità, anzi la nuova moda del vivere civile.

Mentre se un giornale o una radio o una televisione si azzarda a scrivere la metà delle cose che si sono lette tra i commenti della Rete sul presidente della Repubblica, o su un qualunque personaggio pubblico, succede un putiferio con processi, multe, provvedimenti disciplinari, e quant’altro. Perché sembra proprio che le regole siano state scritte e vadano applicate solo ed esclusivamente alla stampa chiamiamola “tradizionale”.

Niente da obiettare se non per i due pesi e due misure che ogni tanto conquistano le luci della ribalta. Allora decidiamoci: o è vietato insultare, offendere e minacciare il presidente della Repubblica o non lo è, così come sono vietate altre cose, altri modi di dire. Ma qualunque sia la scelta deve essere applicata dappertutto e non solo per la carta stampata e la televisione. E questo non significa che vogliamo l’impunità per tutti ma certezze per tutti, questo sì. O tutti dentro o tutti fuori, o regole uguali per tutti o nessuna regola.

Per spiegarci meglio, ricapitoliamo i fatti che hanno portato a una indagine della Procura di Roma che vede indagato per violazione dell’articolo 278 del codice penale, che si occupa delle offese all’onore e al prestigio del capo dello Stato, tale Vittorio Di Battista, padre di Alessandro, esponente grillino tra i più ortodossi e scrittore in erba con un congruo assegno di 400mila euro (versato da una casa editrice di proprietà della Fininvest) per il prossimo libro.

Di Battista padre in un post del 23 maggio scorso (poi rimosso) intitolato “I dolori di mister allegria” ha usato toni tra l’irridente e il minaccioso nei confronti del presidente Mattarella. Tra le altre cose gli suggeriva di andarsi a rileggere le vicende della Bastiglia e concludeva con “Forza, mister Allegria, fai il tuo dovere e non avrai seccature”.

E’ un assaggio de “Lo Stato siamo noi”?, le prove generali di quello che ci aspetta da questo governo di cattolici e fascisti? Sono già pronti i rosari intrecciati ai manganelli? Dobbiamo tirar fuori i materassi?

Mentre Roma indaga Di Battista padre, Palermo ha denunciato tre persone per attentato alla libertà e offesa all’onore e al prestigio del capo dello Stato. E le indagini, si spera, stiano continuando.

Tra un insulto e l’altro qualcuno ha trovato anche il tempo di chiarire meglio la filosofia di quanti si sentono già padroni dello Stato. Inutile spiegare che al 31 maggio scorso lo Stato non aveva padroni nel senso che intende il club dei compagnucci della terza repubblica.

Ci riferiamo a un pensionato di 70 anni di Vanzone con San Carlo, comune del Verbano, autore di una lettera anonima con minacce scritte a mano imbustata assieme a un proiettile, sempre indirizzata al presidente Mattarella. Ai carabinieri che lo hanno identificato e denunciato, l’anziano pensionato, che in casa aveva altri 14 proiettili, avrebbe confessato di avere agito in un momento di nervosismo.

Ma le minacce, anche pesanti, al presidente della Repubblica via Internet sembrano essere diventate un must. Basta fare un passo indietro così da riportare alla luce un episodio di cui si sono perse le tracce e legato alla visita ufficiale in Sardegna di Mattarella del 2 ottobre 2017. Tra gli appuntamenti in agenda, la celebrazione a Ghilarza degli 80 anni della morte di Antonio Gramsci.

Le iene della tastiera si sono scatenate perché l’aereo presidenziale è atterrato nello scalo di Oristano-Fenosu, con reazioni tanto esagitate da far scattare le indagini della Digos e della polizia postale, come riporta un articolo del 4 ottobre 2017 apparso sul sito web del quotidiano La Nuova Sardegna: “Molto criticata è stata la decisione di utilizzare lo scalo di Fenosu per far atterrare l’aereo presidenziale. Una scelta che ha dato il via a commenti che definire coloriti sarebbe eufemistico. E si consideri che la redazione elimina i commenti più forti e offensivi”. Per non parlare di tutto quello che è apparso nel web.

Ma diffondere odio e minacce pesanti attraverso la Rete è una pratica che in Sardegna non fa quasi più notizia. Risale al 19 ottobre scorso, infatti, la clamorosa denuncia fatta da un avvocato che difende un ragazzo accusato di omicidio e processato a Nuoro. E proprio nel corso dell’udienza in Assise, l’avvocato ha letto i post di un sito (tempestivamente chiuso dopo la denuncia) dove tra insulti vari c’erano anche frasi tipo “Ma questo avvocato vuole vivere o morire?”. Per altri dettagli leggere qui.

Due episodi, magari commessi dalle stesse persone che si divertono a minacciare e insultare la gente perché tanto non li trova nessuno. Episodi che rischiano l’oblio, di essere archiviati nelle sabbie mobili della Rete che tutto risucchiano garantendo in molti casi l’impunità assoluta.

Sarà una cosa normale chiedere a che punto sono le indagini? Se sono così difficili, magari si può provare a chiedere in prestito ad altre procure, anche non sarde, qualche bravo investigatore, magari da Roma o da Palermo, che qualche risultato hanno ottenuto in poche ore. Il minimo che si possa chiedere è che queste persone vengano identificate (non pensiamo che un account falso possa essere un così grave ostacolo) e rinviate a giudizio.

Le minacce di morte, che suonano particolarmente gravi se rivolte al presidente della Repubblica, sono ammesse nei confronti di altre persone purché fatte su Internet? Perché è questo il messaggio che sta passando sinché non verranno denunciati questi sedicenti fabbricanti di odio e sciacalli della tastiera.

Antonio Salvatore Sassu