Atp di Umago e di Bastad: in Svezia e in Croazia due tornei per gli azzurri

tennis cecchinato

Quest’anno gli Atp di Bastad (in Svezia) e di Umago (in Croazia) sono stati due tornei “azzurri”. Infatti la presenza trionfante dei tennisti italiani ha dominato. Nel primo in singolare si è imposto Fabio Fognini; nel secondo Marco Cecchinato. Il primo è arrivato in finale anche in doppio, insieme a Simone Bolelli. Tra l’altro il bolognese partiva dalle qualificazioni in singolare ed è giunto sino ai quarti dove ha perso da Gasquet. Il tennista di Budrio, però, si è tolto la più grade delle soddisfazioni: quella di eliminare al primo turno la testa di serie n. 1, ovvero Diego Schwartzman. Certo i due atleti azzurri non sono riusciti a portare a casa il titolo in doppio, ma hanno regalato molte emozioni. Non da ultimo, dei sorrisi sono venuti dalla videochiamata (al figlio Federico ed alla moglie Flavia Pennetta probabilmente), dopo la vittoria, del tennista ligure (mentre mandava dei baci affettuosi). Enorme la sua soddisfazione. Per quanto abbia ringraziato tutti gli organizzatori per l’ottima gestione del torneo appunto, però forse è stato un po’ pregiudicante per la coppia azzurra giocare immediatamente dopo (circa mezzora) che Fognini (attuale n. 13 del ranking) aveva disputato la finale: faticosa, tra l’altro, perché terminata al terzo set e molto lottata con Gasquet. Dopo aver finito il match decisivo, infatti, è dovuto di nuovo scendere in campo nella finale di doppio, subito a seguire. Evidentemente stanco, non è bastato un generoso Bolelli (che molto si è impegnato e ha cercato di fare, dandosi da fare per prendere l’iniziativa): ha dominato il gioco più rapido e veloce della coppia avversaria, basato su attimi, in cui occorrevano solo saldi riflessi per rispondere ad attacchi sporadici ed estemporanei; un po’ di sfortuna ha fatto il resto -con colpi usciti davvero di poco-. Un terzo set forse sarebbe stato giusto, ma non c’è stato. Forse se Fabio avesse speso meno nella finale di singolare le cose sarebbero potute andare diversamente. Sicuramente bello il fatto di aver ritrovato questa coppia solida di nuovo insieme, da veri amici, compagni di squadra in Coppa Davis e campioni seri. Non è da escludere, infatti, che Fabio abbia scelto di disputare il torneo di Bastad invece che quello di Umago proprio per la presenza dell’amico. Il ligure, infatti, in Croazia avrebbe difeso il titolo, conquistato due anni prima, quando vinse in finale nel 2016. Certo qui in Svezia i due atleti azzurri avrebbero potuto scrivere un esito diverso all’ultima pagina, se gli organizzatori avessero concesso una pausa più lunga al neo campione: giocare alle ore 18 invece che alle 17 italiane la finale di doppio non sarebbe poi cambiato molto per loro, ma avrebbe dato più tempo di recupero al ligure.

Tante le emozioni che gli azzurri hanno comunque regalato; innanzitutto il fatto che Bolelli stesso era ad un passo dalla semifinale e tutti gli italiani sognavano una finale tutta azzurra tra Fabio e Simone. Invece il tennista di Budrio si è fatto sorprendere dal talentuoso e coraggioso Laaksonen, in una rimonta strepitosa. Il nostro giocatore conduceva 6/1 (tutto facile e senza storia il primo parziale, quasi un’esibizione di tutto il suo miglior tennis e dei suoi colpi più belli e talentuosi; un vero e proprio show per Bolelli); poi avanti 3-0 con break nel secondo, sembrava tutto fatto, storia conclusa e invece il mach si è riaperto con la rimonta di Laaksonen fino al 3-3 e poi il break che lo ha portato in vantaggio sul 6-5, dove ha servito e chiuso per 7/5. Al terzo Bolelli è stato sempre più in difficoltà e si è piegato all’avversario, complice anche un po’ di stanchezza. Ma tanto amaro per lui, che è uscito dal campo molto rattristato e deluso per l’occasione sfumata.

Altre emozioni sono venute anche da Marco Cecchinato. Il tennista siciliano in Croazia ha dato proprio spettacolo, vincendo una finale giocata benissimo contro l’argentino (molto insidioso) Guido Pella. 6/2 7/6(4) il risultato finale, che dimostra quanto l’italiano sia partito bene e abbia dominato il primo parziale, mentre nel secondo stava rischiando di far rientrare in partita Pella (era avanti di un break) e si è andati al giusto tie-break, dove ha giocato benissimo: più aggressivo, rischiando di più e soprattutto regalando pochi punti e pochi errori all’avversario (dopo i primi punti persi, ha conquistato gli ultimi tutti di fila). Ormai il tennista nostrano è diventato n. 22 del mondo e si prepara già ai discorsi finali di ringraziamento a chiusura di premiazione come i veri campioni; davanti agli occhi soddisfatti della fidanzata sugli spalti, oltre ai suoi di gioia. E Cecchinato ha continuato a fare bene anche all’Atp di Amburgo, dove ha vinto un primo turno non facile contro il francese Gaël Monfils, decisamente in giornata. Dopo aver trovato il break decisivo nel primo set, che ha chiuso per 6/4, il francese si è portato subito avanti nel punteggio, dominando la partita con un gioco molto aggressivo e mettendo in seria difficoltà Marco, che non sembrava molto in giornata. Tutti ormai lo davano già negli spogliatoti e sotto la doccia, altri lo criticavano perché non aveva partecipato invece a Gstaad (da non confondere con il nome simile del torneo di Bastad, almeno nella pronuncia), dove c’era meno competizione, invece che giocare un torneo così importante come quello qui in Germania. Al contrario, scelta decisamente coraggiosa di confrontarsi con i più grandi in un torneo come quello di Amburgo (sempre di prestigio) proprio per crescere di più tennisticamente. Sugli spalti ad assistere al suo match c’era proprio la testa di serie n. 1 Thiem. L’austriaco, tra l’altro, si è sbarazzato facilmente del giovane francese Corentin Moutet per 6/4 6/2, ma il ragazzo ha fatto vedere molte cose buone (soprattutto con grossi colpi in accelerata), ma Dominic ha giocato in maniera strepitosa piazzando ogni tiro alla perfezione, da tutti i punti di vista, con delle mazzate da manuale, quasi a punire il più giovane ‘esordiente’, annichilendolo e imponendosi con il dominio e l’egemonia del più forte ed esperto, del più ‘anziano’ verrebbe da dire, ma vista la giovane età dei due non è forse il termine più adatto. Per quanto riguarda l’azzurro, invece, Marco Cecchinato pian piano ha ritrovato la fiducia e la concentrazione, riuscendo a pareggiare i conti nel secondo set per poi andare in vantaggio e portare il match al terzo set. La chiave è stata proprio la smorzata millimetrica che ama eseguire e che gli riesce alla precisione, ma drop-shot che lo stava tradendo in questa circostanza in cui era soprattutto Monfils a rifilargli delle spinose e velenose palle corte. Dopo aver vinto il secondo set per 6/3, con il break decisivo sul 5-3, nel terzo aveva più sicurezza di sé e la lotta è stata più alla pari. Match equilibrato che, ancora una volta, il siciliano ha sbloccato con il break fondamentale nel finale, strappando il servizio avanti sul 5-4. Non facile giocare dopo la finale in Croazia, con appena un giorno di recupero: la stanchezza sicuramente si faceva sentire. Bravo a rimanere calmo e concentrato. Ad Amburgo, poi, a proposito degli avversari di Bolelli- da segnalare che Laaksonen ha perso da Bedene (per 6/3 1/6 6/4), mentre Schwartzman ha vinto al terzo sul giovane Ruud (per 6/4 2/6 6/2). Anche Gasquet, avversario in finale di Fognini a Bastad dicevamo, ha conquistato il derby francese contro Paire per 7/6 6/4, come già accaduto in maniera simile contro Chardy ad s-Hertogenbosch dove in finale riuscì a portare a casa il titolo per 6/3 7/6.

A proposito dell’Open in Svezia, Fognini ha vinto bene il primo set in finale proprio contro Gasquet per 6/3; poi si è un po’ deconcentrato ed è come uscito dal match (molto falloso e quasi irriconoscibile), merito anche del campione transalpino, che si è imposto nel secondo parziale per 6/3; ma nel terzo è stata la reazione d’orgoglio del tennista ligure che non ha lasciato più scampo a Gasquet: ha iniziato ad avere fretta di chiudere e nel giro di poco il campione azzurro ha messo il sigillo sul torneo per 6/1; un parziale netto che gli rende merito e gli fa di certo onore. Grande prova di maturità la sua, soprattutto per il montare della stanchezza. Tra l’altro nelle semifinali Fognini aveva avuto un duro match (speculare, in cui si era fatto rimontare nel secondo set, avanti di uno) contro Fernando Verdasco: show di Fognini nel primo che rifila un severo 6/1 allo spagnolo; innervosito, l’altro ha reagito diventando sempre più aggressivo e riuscendo a sfruttare un lieve calo del ligure per strappargli il servizio, trovando il break per portare a casa il secondo set per 6/4. Poi Fognini ha riordinato le idee (infatti stava insistendo troppo sul pericoloso dritto mancino di Verdasco e stava scambiando troppo da fondo con lui; un gioco più aggressivo a rete gli è stato utile) ed è riuscito a venire a capo di un difficile ed equilibrato terzo set, che ha chiuso per 7/5. Buone, soprattutto, le percentuali di servizio, in particolare di prime, del tennista azzurro in questo torneo. Di certo non è stata una semifinale così faticosa come la sua, quella del francese Gasquet (che ha imposto un netto 6/2 6/3 in poco più di un’ora a Laaksonen). Questo nella finale tra i due si è sentito. Proprio Laaksonen ha impedito di avere Bolelli (un altro italiano) in semifinale. Il bolognese vince bene in maniera convincente ai quarti il primo set per 6/3. Mette in scena davvero un buon tennis di ottimo livello, con accelerazioni di precisione e potenza, buon servizio (con qualche aces) e solido da fondo nello scambio, ma a suo agio anche in attacco in avanzamento a rete. Sembrava tuto facile e destinato ad evolversi per il meglio. Nel secondo set, infatti, il tennista di Budrio conduceva 3-0. Poi, forse un po’ di stanchezza, forse un po’ di deconcentrazione, forse un po’ di sfortuna complice, ha iniziato a commettere qualche errore gratuito in più (con qualche palla uscita di pochissimo) e lo svizzero è riuscito a strappargli un 6/2 e a portarlo al terzo set. Un po’ innervosito, infastidito e confuso, è sembrato un po’ disorientato, quasi a chiedersi: ma come ho fatto a perdere il secondo set per 6/2? La verità è che lo ha fatto scambiare troppo da fondo, mentre avrebbe dovuto attaccarlo di più col dritto ad uscire in avanzamento (schema che per lui si è dimostrato vincente). Allungando gli scambio da fondo lo ha rimesso in partita e l’altro ha trovato ritmo e regolarità e si è fatto più insidioso. Tanto che, nel finale di partita, era il tennista di Budrio a sbagliare di più e l’altro è riuscito a fargli il break necessario che gli ha regalato la semifinale e il 6/4 decisivo. Un posto in semifinale che forse Bolelli aveva intravisto troppo presto, dando per finita una partita che stava appena cominciando e aprendosi. Comunque si è dimostrato un tennista molto cresciuto, in grado di esprimere un buon tennis, con un buono schema in attacco, da vero tennista di doppio (e forse da erba più che da terra). Comunque resterà quel memorabile 7/6 6/3 che ha rifilato a Schwartzman in un’ora e 54 minuti di gioco all’Atp di Svezia. In sintesi; Atp di Bastad e di Umago: tre finali (due di singolare e una di doppio) per tre campioni, tre talenti azzurri.

Per quanto riguarda, infine, i loro avversari citati, possiamo dire che (al successivo torneo di Amburgo), Monfils ha perso dall’argentino Leonardo Mayer per 6/1 7/6; mentre Schwartzman si è poi sbarazzato con un doppio 6/2 del giovane tedesco Masur al secondo turno; mentre Verdasco è stato sconfitto al terzo set (dopo una dura battaglia) dal talento brasiliano Tiago Monteiro, con il punteggio di 3/6 6/2 7/5 a favore del più giovane tennista.

Barbara Conti

Roland Garros 2018: 11 volte Rafa. L’impresa di Ceck, il riscatto di Simona

nadal

Un Roland Garros 2018 memorabile per tanti motivi, anche grazie ad una nota d’azzurro merito del nostro Marco Cecchinato. Il “Ceck”, come tutti lo chiamano affettuosamente, è arrivato infatti ben oltre l’immaginabile, spingendosi fino alle semifinali ed arrendendosi solo a Dominic Thiem. Il tennista siciliano ha combattuto alla pari per ben due set interi con l’austriaco e perdendoli per 7/5 e 7/6, con molte palle break e set points a disposizione, prima di crollare per 6/1 nel terzo set; dopo due ore di gioco, infatti, nell’ultimo parziale si è ritrovato sotto 5/0 dopo solamente un quarto d’ora di gioco, indice di quanto fosse stremato. Rassegnato, ma soddisfatto, sicuramente stanco, ha alzato le spalle come un atleta che aveva dato tutto e a cui non restava che accontentarsi e godersi l’ottimo risultato raggiunto, sapendo di aver fatto tutto il possibile per inseguire la finale; un sapore dolce-amaro per lui, che aveva intravisto l’impresa ancora più miracolosa di poter persino strappare un set al n. 8 (ed ora n. 7) del mondo. Perdere per ben 12 punti a 10 il tie-break del secondo set di certo gridava vendetta, ma il palermitano non ce la faceva davvero più: provava a spingere più sui colpi, a scorciare gli scambi cercando subito la soluzione vincente; ma stavolta i colpi gli uscivano anche di un soffio e le palle corte non passavano la rete per poco; in più aveva corso tantissimo e tirato di velocità e potenza per tantissime ore sul campo, contro molti top ten e altri campioni (non ultimo Novak Djokovic). Con condizioni meteo difficili (dal caldo asfissiante, alla pioggia umida che ha provocato l’interruzione dei match, sospensione che ha portato anche al rinvio alla giornata successiva, con partite stravolte in quanto in condizioni totalmente differenti appunto).

Ora Cecchinato ha raggiunto la posizione n. 27 del mondo, in pochissimi mesi, un record che conferma anche la precedente vittoria all’Atp di Budapest (su Millman per 7/5 6/4) e dunque che non è una meteora, ma un vero e proprio talento che il capitan Barazzutti dovrà tenere in considerazione in vista dei prossimi appuntamenti di Coppa Davis. Il suo servizio e i suoi aces, il suo dritto, ma particolarmente i suoi passanti di rovescio ad una mano, le sue smorzate, hanno impressionato positivamente il pubblico parigino e mondiale; le sue straordinarie capacità difensive, la sua enorme regolarità da fondo, ma anche la sua capacità di attacco e di aggressività al momento giusto, lo hanno reso un tennista completo, in grado di competere con chiunque e di essere temibile anche dai più “grandi”: solo un Thiem al meglio della forma ha potuto arrestare la sua ascesa e corsa verso il sogno, ossia bissare l’impresa che riuscì a Francesca Schiavone nel 2010. Un percorso iniziato in salita per Marco, ma terminato con il conseguimento di un importante obiettivo raggiunto di crescita professionale, innanzitutto: solo l’esperienza di poter continuare a giocare a questo alto livello, tanti altri Grand Slam e tanti altri Roland Garros in primis, gli darà quell’abitudine a competere a ritmi così elevati, che lo renderanno ancor più tennista da top ten, cui sicuramente ambisce e traguardo che ora può assolutamente porsi e che intravede con più facilità più vicino. Già ai 64esimi, qui a Parigi, aveva dovuto rimontare al quinto set Marius Copil, due set sotto nel punteggio: dopo aver perso i primi due per 6/2 e 7/6, è andato a vincere gli altri tre per 7/5 6/2 e ben 10 a 8 nel quinto e ultimo; più facile poi imporsi sull’argentino omonimo Marco Trungelliti: netto il parziale di 6/1 7/6 (ma ha concesso solamente un punto all’avversario) e di nuovo 6/1; dopo è stata la volta dei campioni: prima ha eliminato Carreno Busta per 2/6 7/6(5) 6/3 6/1; un solo set ha lasciato anche a Goffin agli ottavi, che ha battuto per 7/5 4/6 6/0 6/3 (sicuramente quel ko al terzo set rimarrà nella storia, dove ha espresso davvero il suo miglior tennis, diventando in-giocabile per il belga); dopo quattro set ha costretto anche il ritrovato campione serbo Novak Djokovic ad arrendersi ai quarti:; l’azzurro parte bene e si porta avanti per 6/3 7/6, poi ha un calo e Nole rimonta con un duro 6/1 al terzo set, infine al quarto si va nuovamente al tie-break – lottatissimo – che l’italiano conquista per 13 punti ad 11, con il serbo a un passo dal completare la rimonta ed allungare il match al quinto, il che forse lo avrebbe potuto persino vedere favorito a quel punto: bravo Ceck a riconcentrarsi, ritrovare le energie e riordinare le idee e spengere l’entusiasmo del serbo. Battere teste di serie del genere, in un torneo del genere, è da pochi. Il tutto, in più, a soli 25 anni. Fin dove potrà arrivare nessuno lo sa, sicuramente però il tennis italiano ha trovato un nuovo beniamino da aggiungere agli altri.

Dopo questa piacevole parentesi per noi italiani, veniamo ai vincitori. Innanzitutto partiamo proprio dal settore maschile, che ha visto affrontarsi in finale proprio l’austriaco Dominic Thiem opposto al campione di sempre: lo spagnolo Rafael Nadal. Rafa è riuscito ad alzare la coppa per l’undicesima volta qui a Parigi, dominando completamente la finale, giocando alla perfezione ogni colpo, respingendo ogni palla insidiosa dell’avversario. Prima di lui, ci riuscì otto volte solo il francese Max Décugis, prima del 1968. Da parte sua, Thiem guadagna una posizione in classifica e diventa il nuovo n. 7. Evidente la commozione di gioia di Nadal, ma Dominic si è reso protagonista di uno dei più bei ringraziamenti finali di sempre: “complimenti a Nadal, hai fatto qualcosa di straordinario per questo sport, la tua vittoria è stata un evento nella storia del tennis, una pagina importante che hai scritto giocando in maniera eccezionale; è stato un onore perdere contro di te e vorrei avere un’altra opportunità il prossimo anno per poter provare di nuovo ad affrontarti in finale e vincere, giocando di nuovo contro di te; spero il prossimo anno di riuscire a ringraziare il pubblico in francese. Per il momento un po’ di amaro per aver perso qui sia la finale juniores che quella dei professionisti adulti quest’anno” – ha detto, più o meno parafrasando le sue parole letterali, davanti agli occhi della sua fidanzata commossa Kiki Mladenovic -. Rafa è, così, l’indiscusso ‘moschettiere’ del Roland Garros, alzando ancora una volta la Coppa dei moschettieri dei campioni, anche se i romani lo definirebbero più un gladiatore. Proprio lui è l’esempio della difficoltà di giocare con condizioni metereologiche proibitive: prima la pioggia ha provocato la sospensione del suo match contro Diego Schwartzmann, con l’argentino avanti di un set (dopo aver vinto il primo per 6/4) e nel punteggio anche nel secondo; l’interruzione di certo ha alterato un po’ il match, ma la forza mentale del campione spagnolo è emersa ancora una volta. Poi i crampi alla mano nella finale, per l’enorme caldo che lo ha fatto sudare tantissimo e che lo ha costretto a chiamare il time-out medico. Di certo i risultati ottenuti non lasciano scampo ad equivoci: ha concesso un solo set a Schwartzmann, il resto ha battuto tutti gli avversari in tre set netti con un punteggio drastico, giustiziere di ben tre argentini: 6/2 6/1 6/1 a Pella, 6/3 6/2 6/2 a Gasquet, 6/3 6/2 7/6 a Marterer, 6/3 6/2 6/2 a Schwartzmann dopo aver incassato il 6/4 iniziale; 6/4 6/1 6/2 a Del Potro, prima di liquidare Thiem per 6/4 6/3 6/2. Sicuramente molta amarezza per quest’ultimo che pensava di potercela fare contro il 10 volte campione qui a Parigi, tanto che prima della finale aveva affermato: “so come battere Nadal” e ne era sicuro, forte del suo ultimo successo contro lo spagnolo al torneo di Madrid dove lo aveva sconfitto per 7/5 6/3 ai quarti; ma occorre ricordare che, nel precedente torneo di Monte Carlo, l’austriaco aveva perso, sempre ai quarti e sempre contro lo spagnolo, da lui con un netto 6/0 6/2.

La Coppa Suzanne Lenglen è andata, invece, per la prima volta alla rumena Simona Halep che inseguiva questo sogno da quando aveva 14 anni – come ha raccontato commossa -. Bello il momento della premiazione, durante la quale è stata ripercorsa in un video la carriera vincente qui al Roland Garros (per ben tre volte) dell’atleta che è andata a incoronare la Halep: la tennista spagnola Arantxa Sánchez Vicario. La tennista rumena è stata sostenuta da molte colleghe e colleghi, che hanno condiviso con lei la gioia meritata della vittoria; le hanno voluto manifestare solidarietà per un risultato tanto ambito, inseguito e – finalmente – raggiunto -: perché è l’esempio della forza vincente di chi non molla, non demorde, ma ostinatamente va avanti e ricerca di portare a termine il suo obiettivo. Infatti la tennista rumena ha vinto in rimonta al terzo set su un’avversaria ostica come Sloane Stephens (che aveva trionfato agli Us Open). 3/6 6/4 6/1 il risultato finale. L’americana sembrava destinata ad imporsi nuovamente e parte bene e forte. Soprattutto dalla sua aveva la vittoria nel 2017 agli Us Open su Madison Keys (per 6/3 6/0), avversaria che aveva battuto di nuovo in semifinale qui a Parigi con un doppio 6/4, e quella di quest’anno al torneo di Miami su Jelena Ostapenko per 7/5 6/1. Dopo il 6/3 6/1 ai quarti alla Kasatkina, agli ottavi il 6/2 6/0 alla Kontaveit (semifinalista a Roma con la Halep proprio, che agli Ibi aveva inseguito il titolo per bene due volte), solo la nostra Camila Giorgi le aveva dato del filo da torcere perdendo solamente al terzo set durissimo per 4/6 6/1 8/6. Sembrava destinata a dominare come Nadal. In più la giocatrice di Costanza veniva, non solo da due finali perse a Roma (nel 2017 e nel 2018) da Elina Svitolina, ma anche da altrettante due non maturate qui a Parigi: nel 2014 perse da Maria Sharapova per 4/6 7/6 4/6, mentre nel 2017 dalla Ostapenko per 6/4 4/6 3/6. Nessuno avrebbe pensato riuscisse in tanto. Invece è rimasta sempre lì nel match, ha lottato, ha aumentato la sua incisività ed aggressività, ha continuato a spingere e ad attaccare laddove possibile, fino a che l’altra non è calata leggermente in ritmo, potenza e solidità e lei ha potuto entrare maggiormente in partita sino a dominarla. Infatti, se le percentuali al servizio (di prime e seconde) sono state quasi sempre a favore della Stephens, quelle della Halep sono cambiate per quanto riguarda i vincenti (di più di Sloane) e gli errori non forzati (meno dell’americana). Questo ha fatto la differenza. Non solo l’ha incoronata regina del Roland Garros, come agli juniores del 2008, ma le ha regalato l’enorme soddisfazione di fare un torneo impeccabile. Ha battuto, infatti, in fila: dopo la Townsend per 6/3 6/1, la Petkovic (una delle prime a congratularsi con lei) per 7/5 6/0, la Mertens (vincitrice di tre tornei quest’anno: a Hobart, a Lugano e a Rabat) per 6/2 6/1, la Kerber in tre set per 6/7 6/3 6/2, la Muguruza per 6/1 6/4: sia la tedesca che la spagnola si sono complimentate con lei caldamente e sinceramente. Bello l’affetto delle colleghe e del suo staff, che è corsa subito ad abbracciare. Ci tiene davvero tanto al Roland Garros, ha tenuto a sottolineare, dando l’appuntamento al prossimo anno. Ed ora ci si sposta sull’erba per la stagione preparatoria all’altro Grand Slam molto atteso di Wimbledon.

Barbara Conti

Nitto Atp Finals. Dimitrov incoronato a Londra miglior tennista dell’anno

dimitrovAppuntamento decisivo per i tennisti più forti del circuito Atp a Londra per le Nitto Atp Finals. Dopo le Next Gen Atp Finals di Milano, questo evento serviva a decretare il miglior tennista dell’anno, dopo aver “eletto” con quelle nostrane il più giovane talento. Una sorta di Laver Cup, con due gruppi: uno intitolato a Pete Sampras (assente), l’altro a Boris Becker (presente). È stato proprio quest’ultimo a premiare il vincitore, portando la pesantissima e maestosa coppa. Pesante anche perché valeva 1500 punti per il tennista più forte del 2017 che qui ha trionfato, ovvero il bulgaro Grigor Dimitrov, e un assegno di due milioni e mezzo di dollari; contro i 1300 punti e un milione 315mila dollari di montepremi per il finalista: il belga David Goffin. Nella finale ne sono successe delle belle; ad assistere Ivan Lendl, Matts Wilander e David Beckam. Viceversa, tra gli ospiti d’eccezione del torneo, si è vista (tra gli spalti nel team di Dominic Thiem, affianco alla sua mamma) la francese Kiki Mladenovic. Se le Atp Finals di Milano (cui ha assistito nella finale anche la nostra Roberta Vinci, oltre a Lea Pericoli e Nicola Pietrangeli) avevano regalato una sorpresa con la rivelazione di Chung, non meno sorprendenti sono state le Atp Finals di Londra dalla 02 Arena.
La finale. Innanzitutto l’ascesa esponenziale di Grigor Dimitrov, che diventa n. 3 del mondo, scavalca anche Alexander Zverev e guadagna circa 14 posizioni quest’anno, entrando tra i dominatori assoluti. Fuori Nadal, costretto al ritiro per il grave infortunio al ginocchio, nel match successivo sembrava out anche David Goffin (sempre per un problema al ginocchio: il belga ha giocato con una vistosa fasciatura). Tutti pensavano si sarebbe ritirato e soprattutto che non sarebbe potuto essere competitivo, dopo la sconfitta con Dimitrov per 6/0 6/2 (sbarazzatosi del lucky loser ripescato Carreno Busta con un doppio 6/1). Invece è arrivato in finale e ha lottato contro il bulgaro, portando il match al terzo set. All’inizio non una partita entusiasmante, con i due tennisti molto tesi ed emozionati. Nonostante percentuali lievemente migliori per Goffin, è Dimitrov a portare a casa il primo set per 7/5, giocando bene soprattutto gli ultimi due game in maniera più incisiva e aggressiva. David ben lo stava “legando” con scambi sul rovescio in back del bulgaro che non gli facevano male e che gli permettevano, poi, di spingere con il suo dritto e di spostare da fondo Grigor, impedendogli di venire in attacco a rete (dove è un falco) e facendolo correre molto. Nel secondo il bulgaro ha quattro palle break nel primo game d’apertura che non sfrutta, poi ha una nuova opportunità di fare break al belga sul 3-2, ma succede l’imprevedibile: sul 30-40 a suo favore, c’è l’overruling di Lahyani che chiama la palla di Goffin buona, invece che out come il giudice di linea; il belga vincerà il set per 6/4 e Dimitrov non riuscirà a salire 4-2. Nel terzo set parte bene il belga, che sembra favorito, ma al bulgaro poi riuscirà l’impresa mancata nel secondo set e farà break al belga sul 5-3 chiudendo per 6/3. Ma, oltre a complimentarsi con Goffin per l’ottimo lavoro svolto con il suo team (grande sportività dei due, che si sono abbracciati sinceramente a fine partita), l’augurio per ulteriori soddisfazioni future (entrambi quest’anno hanno vinto tre tornei) e per l’impegno di Coppa Davis di Goffin con il Belgio. Onore al merito al belga, che si dimostra un giocatore insidioso con la sua regolarità (lo stesso Dimitrov ha corso tanto). Non facile giocare una finale in cui la maggior parte del pubblico tifava Dimitrov (molte volte hanno disturbato il belga sul suo servizio ed è dovuto intervenire Lahyani). In più veniva da un suo successo personale: aver battuto in tre set (per 2/6 6/3 6/4), in rimonta quando era sotto di un set, Roger Federer fino a quel momento strepitoso e impeccabile; ha imbrigliato lo svizzero con lo scambio sul suo rovescio, impedendogli di venire avanti a rete a chiudere il punto con pochi scambi. E qui a Londra è anche stato in grado di battere Rafael Nadal in un match strepitoso e lottatissimo: 7/6(5) 6/7(4) 6/4 il punteggio con due tiebreak eccezionali.
Goffin si è continuato, successivamente, a dimostrare un “vincente” conquistando il primo incontro nello scontro di Coppa Davis con l’Australia (sulla terra rossa) 7/5 al quarto set contro Millman (dopo aver perso il primo set al tie-break).
Oltre a Federer, che tutti davano per vincitore assoluto, escono inaspettatamente Thiem e Zverev. Il primo, troppo falloso (ha commesso davvero tanti errori, soprattutto di rovescio) vince in tre set sul ripescato Carreno Busta al posto di Nadal per 63 36 64, venendo a capo di un match non facile (lo spagnolo stava entrando sempre più in partita e in controllo del match; poi, però, perde malamente sia con Goffin (addirittura in due set netti per 64 61) che con Dimitrov (per 63 57 75). L’altro da un buon Jack Sock (per 64 16 64 in un match molto altalenante), poi liquidato da Dimitrov in tre set (per 4/6 6/0 6/3, dopo aver perso il primo sempre più in partita) come lo spagnolo dal belga. Poi il tedesco sarà – al turno successivo – protagonista di una partita particolare con lo svizzero: 7/6(6) 5/7 6/1. Perde malamente il primo set, soprattutto perché gioca malissimo il tie break finale decisivo, ma comunque buono l’equilibrio che riesce a tenere con l’elvetico (più esperto, con cui si aggiudica il primo set); poi gioca molto bene il secondo set, invece, che porta a casa per 7/5; infine, inspiegabilmente, perde il terzo nettamente, inaspettatamente. Sicuramente positivo per lui il fatto di riuscire a recuperare, dopo essere sotto un set; ma deve lavorare sul fatto che poi crolla al terzo: problema di stanchezza fisica e quindi di tenuta fisica o mentale e di perdita di concentrazione? A fine stagione tutto può succedere e su questo aspetto potrà lavorare bene con Ferrero. Per lui, sicuramente, sarà fondamentale trovare più costanza e continuità durante i singoli match; a quel punto potrà veramente ambire a diventare n.1.
Ma è sembrato quasi come se, soprattutto il tedesco, non riuscisse a spingere la palla, come se la superficie fosse troppo lenta e pesante e la palla si piantasse e non rimbalzasse sufficientemente; ovviamente sia Thiem che Zverev prediligono una superficie più veloce. Infine, precisazione doverosa, il fatto che si giocava con le regole classiche del tennis mondiale e non con quelle “nuove” testate in via sperimentale alle Next Gen Atp Finals di Milano.

Barbara Conti

Un super-David Goffin ferma l’Italia
di Coppa Davis

tennis coppa italiaUn valido Bolelli, un buon Seppi e un generoso Lorenzi non bastano all’Italia del tennis di Coppa Davis per accedere alla semifinale. La squadra capitanata da Barazzutti si ferma ai quarti sconfitta a Charleroi dal Belgio, che a settembre giocherà la semifinale contro l’Australia. Per i padroni di casa il campione assoluto è stato David Goffin, che contro Paolo Lorenzi ha messo in campo un gioco impeccabile. L’azzurro le ha provate tutte, ma alla fine si è dovuto arrendere al talento e alla maggiore completezza di colpi del belga. Un po’ rassegnatosi nel finale, forse gli è mancata un po’ di determinazione e grinta nel credere in una possibile rimonta. Ḕ sembrato un po’ frenato dal fatto di essere consapevole del livello superiore dell’avversario, a cui è riuscito tutto. Tuttavia, a onor del vero, merito a Lorenzi per il fatto di aver sempre lottato e resistito, anche se a tratti un po’ sfiduciato. Facile subentri la rassegnazione quando di fronte hai un giocatore che tiene bene lo scambio, poi accelera da fondo e chiude il punto; oppure che ti passa quando lo attacchi; che serve bene e che ti scavalca con un lob con precisione quando sei a rete. Inutile dire che il belga ha corso su tutte le palle, anche le smorzate, coprendo bene il campo e, soprattutto, rispondendo con altrettante palle corte di estrema precisione. La tenuta di Goffin era cosa nota; che fosse un giocatore ostico era una certezza; sulla sua agilità, mobilità, resistenza fisica, duttilità e capacità di visione di gioco non vi erano dubbi; ma nel match decisivo contro Lorenzi è stato davvero ispirato. Ḕ uscito bene dagli scambi, abbastanza brevi e forse troppo corti e su tempi troppo rapidi per Paolo, prendendo sempre l’iniziativa e gestendo il gioco. Forse è questo che ha penalizzato l’italiano, che non è riuscito a gestire l’impostazione del match. Non ha tenuto in mano le redini del gioco, ma soprattutto ha dovuto subire il divario di chances non sfruttate con l’altro. A fare la differenza non è stato tanto il parziale di colpi vincenti, quanto le occasioni maturate: Goffin non ne ha sprecata quasi nessuna, realizzando quasi tutte le palle break che gli si sono proposte. Non a caso, infatti, se l’incontro è iniziato abbastanza duro, ma equilibrato per l’azzurro, subito alla prima opportunità c’è stato il break decisivo nel primo set: dal 4-3 il belga è volato 5-3 per andare a chiudere 6/3. E addirittura in apertura di secondo si è portato immediatamente sull’1-0: stessa storia, sempre un altro 6/3. 6/2 il terzo, lottato, con una serie di break e contro break vinta da Goffin, con un Lorenzi rassegnato e stanco nel finale. Forse non avrebbe potuto fare di più, di certo affrontare la partita con più rilassatezza gli avrebbe giovato. Forse avrebbe dovuto tentare prima di mandarlo fuori giri variando la tipologia di colpi, con più back, lob e smorzate, spostandolo sia lateralmente che in avanti nel campo. Forse non fosse stato il match decisivo, avrebbe dato un altro rendimento. Non facile giocare rilassato quando sai che l’esito dei quarti dipende da te. Il Belgio stava vincendo per 2-1, grazie alla rimonta nel doppio, dopo la sconfitta nei due singolari da parte di Lorenzi e Seppi (entrambi bravi, ma non abbastanza da dominare gli incontri). Sentire la responsabilità del destino della propria squadra può spaventare: sicuramente Paolo un po’ ha percepito il peso di un ruolo che di solito spetta a Fognini. Ma il ligure era fuori, messo ko dall’infortunio che lo ha colpito e dai dolori al polso destro e al tallone sinistro. Tennista ugualmente di grossa personalità come gli altri azzurri, ha maggiore carattere, riuscendo a rendere al meglio nei momenti decisivi, che sa giocare molto bene. Questa più profonda aggressività, cattiveria agonistica, grinta e tenacia mancano un po’ nelle fasi clou dei match a Lorenzi e Seppi. Sicuramente capitan Barazzutti dovrà trovare un “sostituto” di Fognini in Davis. Un compito arduo, ma delle piacevoli soprese per lui ci sono state. Se Goffin è stato l’uomo-Davis per il Belgio, per l’Italia lo è stato Simone Bolelli nel doppio. Magnifico il modo in cui ha trascinato Seppi. La nuova coppia con Andreas è stata una gradita rivelazione. Con il suo potente dritto in accelerata, l’altoatesino si è dimostrato un’ottima spalla. Tuttavia è stato il tennista di Bologna ha “dettare” la tattica di gioco: buono il servizio, ottima tenuta di rete con cui ha coperto il net, intervenendo anche in diagonale sulle traiettorie degli scambi a chiudere; validi i passanti di rovescio in top spin a una mano. A tratti ha attuato un interessante schema: lob a scavalcare l’avversario e fondamentali che ha “caricato”, accelerando per chiudere prima lo scambio da vero doppista. Ottimi i recuperi e la solidità che ha dimostrato, dando sicurezza ad Andreas, consigliandolo e suggerendogli dritte di gioco. Sicuro di sé, ha infuso convinzione a Seppi che ne ha fatto un punto di riferimento: più volte lo è andato a cercare per confrontarsi con lui. Bolelli è apparso molto concentrato, deciso e determinato; quasi che sentisse il peso dell’impegno che gli spettava, da più esperto e veterano. Anzi, forse meno in soggezione rispetto al doppio con Fabio, la cui amicizia e stima potrebbero in certi frangenti “bloccarlo”. Quando Bolelli gioca a tutto braccio può insegnare molto. Continuare con questa coppia per Barazzutti potrebbe diventare un’arma vincente. Così come altra positiva scoperta è stata quella di Alessandro Giannessi. Nell’ultimo match di singolare l’italiano, n.122 Atp, ha battuto Joris De Loore in due set con il punteggio di 6-4 7-6(9), dopo un’ora e 20 minuti di gioco. L’azzurro ha assolutamente convinto per la sicurezza di gioco, per la caparbietà con cui è sceso in campo, con la lucidità e la tranquillità di tattica e visione di gioco degne dei campioni. Per lui si prospetta un futuro roseo. Una risorsa da non sprecare, ma da sfruttare, per la Coppa Davis. Ha dimostrato grande maturità nel giocarsi la sua partita al meglio, al 100% senza esitazioni, con una precisione tecnica e di schema tattico stupefacenti. Forse era già pronto per poter giocare lui contro Goffin, provando l’effetto sorpresa; anche puntando sul fatto che aveva dalla sua l’incoscienza e la scelleratezza, la spregiudicatezza di chi non deve dimostrare niente, ha tutto da guadagnare e nulla da perdere, di chi può godersi il suo momento di gloria senza tremare per la paura di sbagliare, perché sa che ha già vinto e ottenuto molto e tantissimo anche solo ad essere lì. Un discorso che può fare meno chi come Lorenzi, da n. 38 Atp, ha su di sé più aspettative in Davis e forse pretende di più (troppo) da se stesso. Per Paolo una sconfitta “pesante” quella contro il belga David Goffin, incassata in poco meno di due ore. Ora l’importante è non pensarci su troppo, andare avanti, reagire e lavorarci sopra, riflettendo soprattutto su questi nuovi scenari aperti: la nuova coppia di doppio Bolelli-Seppi e il neo singolarista Giannessi, che già aveva infervorato lo scorso anno il Foro Italico durante le pre-qualificazioni e le qualificazioni degli Internazionali Bnl d’Italia. Assolutamente all’altezza dei big, rispetto ai quali non ha nulla di meno. Davvero una buona notizia per l’Italia e gli azzurri. Anche perché, con il tempo e l’esperienza, avrà modo di crescere ancor di più e maturare ulteriormente, anche se ha già dato prova di avere un’attitudine e un approccio corretti e giusti ai match e di avere un buon self-control, anche dal punto di vista della tenuta mentale e psicologica.

Barbara Conti

Tennis, Indian Wells: super Flavia Pennetta

Pennetta“È stata una battaglia all’ultimo punto”. È riuscita a dire solamente queste parole Flavia Pennetta per commentare la sua strabiliante vittoria su Maria Sharapova. Affrontare la numero due del mondo sul cemento rovente di Indian Wells non è certo impresa facile. Ma la brindisina ha vinto di carattere. Una vittoria ottenuta con la Tenacia (che rima con la “t” di tennis”) di chi ha avuto il coraggio e la forza di non mollare. Un trionfo soprattutto mentale, ed è per questo che riportiamo la notizia: per invitare a lottare sempre, sino “all’ultimo punto” appunto come ha detto Flavia, anche quando di fronte si ha un’avversaria più forte e più favorita. Nonostante l’impresa possa sembrarci impossibile, occorre dare il massimo per arrivare poi anche al risultato più improbabile: la rimonta di un match che sembrava a senso unico. La 33enne tennista italiana vince sulla russa in tre set, sotto di un set e in difficoltà, in ben oltre due ore di gioco. 3/6 6/3 6/2 il risultato finale.

E la siberiana non le regala nulla, anzi concede pochissimo. La testa di serie numero 15 va subito sotto nel punteggio: 3-1 per Masha. Poi, improvvisamente, scoppia in lacrime. Tutti non capiscono il motivo, ma già le era capitato in passato. La tensione, si sa, è difficile da controllare, ma Pennetta ha sempre dimostrato una forte personalità, un carattere carismatico e deciso che l’ha aiutata a risollevarsi anche quando tutto sembrava perduto (infortuni compresi). Serve bene, ottime prime che mettono un po’ in crisi Maria che stenta ad indovinare le traiettorie in risposta. Non demorde e sposta l’avversaria, facendo molte smorzate a rete, che costringono la numero due al mondo ad avanzare, a sprecare energie. La brindisina stanca la russa, che si lascia sorprendere dalla rimonta dell’azzurra nel secondo set. Flavia si incita e al terzo il risultato è ribaltato: è lei ad andare subito sul 3-1. E da quel momento nessuno può più fermarla, neppure il talento della siberiana che gioca il suo miglior tennis; ma l’italiana può competere alla pari, scambiando sia di dritto che di rovescio colpi in top spin che viaggiano ad elevata velocità e potenza: c’è chi parla di un braccio di ferro degno dei migliori tennisti maschili e la precisione è massima.

Davvero un ottimo tennis messo in campo dalle due campionesse, che dimostrano una volta di più l’alta qualità del loro gioco. Nonostante le lacrime, dunque, tutto si conclude per il meglio per l’italiana, che già aveva dovuto sconfiggere un’altra avversaria molto temibile: Samantha Stosur, battuta per 64 62. Maria Sharapova, invece, aveva eliminato la Azarenka con il punteggio netto di 6-4 6-3. Dopo gli ottavi vinti egregiamente sulla russa, per la brindisina c’è ad attenderla Sabine Lisicki nei quarti. Per il resto, tutto come da pronostico nel torneo con le vittorie di Serena Williams e Simona Halep. Ma ci tenevamo a sottolineare questa vittoria di Flavia Pennetta: non tanto per il risultato in sé, ma in quanto è stata di carattere, di personalità, di forza mentale, prima ancora che tecnica e tattica o fisica. Perché il tennis è anche capacità di resistere, è passione, è mettere il cuore e il mordente nell’ottenere il traguardo. Quelle lacrime di Flavia stanno a ricordare e dimostrare anche questo. Questo il messaggio che vogliamo diffondere tramite questo sport eccezionale, soprattutto rivolgendoci ai giovani: siano nuove promesse del tennis o non. Questo atteggiamento vale sempre ed è sempre vincente, anche nella vita.

Anche se avesse perso Flavia, sarebbe stata comunque una sconfitta di dignità. Come lo è stata quella di Fabio Fognini nella Coppa Davis. Il tennista era sugli spalti e ci ha ricordato il match giocato contro il Kazakistan, che ha visto l’eliminazione della nazionale azzurra. Fabio Fognini, schierato al posto di Simone Bolelli, nell’incontro di singolare aveva ceduto ad Aleksandr Nedovyesov per 7-6(5) 3-6 4-6 6-3 7-5, in tre ore e 41 minuti. Dando il massimo appunto. Perdendo con dignità e coraggio dunque. Questo conta: sia che si vinca o che si perda, l’importante è non mollare, lottare sempre su ogni singolo punto, cercando di fare tutto il possibile. Si può vincere con orgoglio, come Flavia Pennetta, o uscire sconfitti, ma con onestà; però giocando sempre con la voglia di fare bene e dare tutto in campo. Anche questo è il tennis italiano. E questo deve essere il Tennis in assoluto.

Quello dei grandi campioni. Certo la vittoria di Flavia Pennetta risolleva l’umore patriottico del tennis italiano appunto, dopo l’amara sconfitta contro il Kazakistan, ma soprattutto lascia l’importante insegnamento che vale molto di più una vittoria di coraggio, o una sconfitta con dignità, di una vittoria che non si è guadagnata. Lo spettacolo per il pubblico è dato anche da questo, poiché gli spettatori sanno cogliere l’amore che ogni atleta mette durante una partita. E questo gli azzurri sanno donarlo. Oltre agli esempi di Flavia e di Fabio, anche quello di Sara Errani, ad esempio, ci viene in mente: non si è ritirata nella finale contro Serena Williams agli internazionali BNL d’Italia di Roma.

Anche lei una tennista (ma molti altri esempi potremmo portare, di tennisti/e italiani/e e non) che abbiamo visto piangere in campo: la sensibilità di un’atleta, non solo sulle corde e sulla racchetta, ma anche nel cuore, quello con cui scende in campo; un’atleta che sa emozionarsi e sa emozionare quando gioca, che mette passione nei colpi e nel suo tennis, che non è fatto solo di esecuzione perfetta di fondamentali o altro, ma anche di testa, di intelligenza tattica e di cuore appunto. Questo fa di un atleta un grande campione e questo porta a vittorie straordinarie come quella di Flavia. Perché prima di essere grandi tennisti e tenniste si è grandi uomini e grandi donne, di grande umanità. Questo è il tennis che ci piace vedere e di cui ci piace parlare. Per offrire un esempio diverso dalla violenza negli spalti che circonda lo sport troppo spesso di recente. La sana competitività e il sano sport sono soprattutto questo. E contrastano anche con il doping che troppe volte opprime le discipline sportive a livello mondiale.

Barbara Conti 

L’Italia in semifinale di Coppa Davis dopo 16 anni

Fognini-Murray-DavisDopo 16 anni l’Italia di Coppa Davis torna in semifinale nel girone mondiale.

Gli azzurri non tradiscono le attese del pubblico italiano e di tutta Napoli, dove si è giocato, attuando una rimonta che sa di una delle migliori vittorie ottenute in questi ultimi anni dai ragazzi guidati da Corrado Barazzutti. Per un week-end di grande tennis e strategia tattica. Vittoria per 3-2 dunque sia per l’Italia che per la Svizzera, che si incontreranno a settembre in semifinale. Anche Roger Federer non ha deluso le aspettative vincendo la partita fondamentale per superare il turno contro il Kazakhstan, battendo per 7-6 6-2 6-3 il kazako Golubev.

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Tennis: l’Italia c’è, batte l’Argentina e va avanti in Davis

Fognini-Berlocq-DavisDa Parigi all’America il tennis italiano c’è: gli/le azzurri/e, tra alti e bassi, delusioni e gioie, sconfitte e successi, trionfi goduti e traguardi solamente sfiorati, sono sempre comunque al centro del panorama mondiale e internazionale di tennis, e si dimostrano sempre più capaci di competere a grosso livello. Nonostante qualche amaro passo falso. Continua a leggere