La politica estera di Trump: minacce e poi abbracci

trump dazi“Farò scattare lo shutdown se i democratici non voteranno per la sicurezza del confine, che include il muro al confine col Messico”. Questa è una delle ultime minacce emerse da uno dei tanti tweet del presidente Donald Trump.

Minacciare e poi indietreggiare consiste di una strategia del 45esimo presidente. La usa non solo nelle questioni interne ma anche nei suoi rapporti con leader esteri. In tempi recenti lo ha fatto con il leader coreano Kim Jong-un. Dopo avere minacciato di distruggere la Corea del Nord, Trump ha cambiato strategia ed ha annunciato che si sarebbe incontrato con Kim Jong-un. Infatti, l’incontro è avvenuto a Singapore  lo scorso giugno e secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, la Corea del Nord ha accettato l’idea della denuclearizzazione della penisola. Seguirono incontri fra Mike Pompeo, segretario di Stato americano, e leader coreani alla conclusione dei quali i coreani hanno accusato gli americani di comportamenti da gangster. Pompeo ha minimizzato sostenendo che tutto sta procedendo bene. La consegna dei resti di 55 presunti soldati americani morti nella Guerra di Corea (1950-53) è stato un buon segnale che Trump ha particolarmente gradito, ringraziando Kim profusamente. Adesso però, il Washington Post ci informa che nuove immagini satellitari dei servizi di intelligence americana indicano che la Corea del Nord ha iniziato a costruire altri missili intercontinentali. In effetti, si è ritornati al punto di partenza anche se bisogna ammettere che la retorica bellicosa al momento sembra essere finita.

Trump però ha usato la stessa strategia di minacce e poi fatto passi indietro anche con gli alleati. In questo caso si è trattato di possibili guerre di dazi. Dopo avere dichiarato il NAFTA (Trattato nordamericano di libero scambio) sfavorevole agli Usa il 45esimo presidente ha minacciato di stracciarlo. Alla fine Trump ha imposto dazi sull’acciaio e alluminio costringendo Justin Trudeau, primo ministro canadese, a ricambiare con dazi di 12,6 miliardi su importazioni dagli Stati Uniti. Al G7 del mese di giugno il 45esimo presidente si è comportato in modo arrogante, lasciando l’incontro un giorno prima della fine. Poi  parecchi tweet dall’Air Force One sono venuti a galla attaccando personalmente Trudeau di essere “disonesto e debole” aggiungendo anche che aveva dato indicazioni di non “appoggiare il documento finale del G7”.

Al vertice Nato a Bruxelles il presidente americano ha continuato i suoi attacchi agli alleati, dichiarando che la Germania ha stabilito accordi sul gas e il petrolio con la Russia e paga “miliardi  e miliardi di dollari ogni anno a Mosca”  e che la Germania è “completamente controllata dalla Russia”. Pochi giorni dopo in un’intervista al giornale londinese The Sun, il 45esimo presidente ha criticato aspramente il primo ministro britannico Theresa May per il suo debole tentativo di mettere in pratica Brexit. Il giorno dopo però ha cambiato rotta dichiarando che la May è “una donna formidabile”. Questi attacchi agli alleati sono alla fine sfociati in un dietrofront di Trump concluso pochi giorni fa in un incontro con Jean-Claude Junker, il presidente della Commissione Europea,  nel quale i due leader sembrano avere sventato una guerra di dazi.

Trump ha usato una simile minaccia contro il presidente iraniano Hassan Rouhani il quale aveva iniziato la guerra verbale dicendo che una guerra con “l’Iran è la madre di tutte le guerre”. Il 45esimo presidente ha ribattuto in un tweet con caratteri maiuscoli avvertendolo gli iraniani di “Fare attenzione” e di “non minacciare mai più gli Stati Uniti o subirebbero conseguenze mai viste nella storia”. Dopo una settimana però Trump ha fatto marcia indietro, annunciando che sarebbe pronto ad incontrarsi con il presidente iraniano  in qualunque posto senza precondizioni.

Come aveva fatto con Kim Jong-un e gli alleati, Trump ha fatto marcia indietro, assumendo un tono conciliatorio, in effetti suggerendo che forse aveva sbagliato. Il presidente Rouhani però fino ad adesso non ha accettato l’invito, tenendo in mente l’esperienza della Corea del Nord. Bisogna ricordare però che Trump aveva già cercato di incontrare Rouhani lo scorso settembre quando il presidente iraniano ha fatto un discorso  alle Nazioni Unite. La leadership iraniana ha rifiutato.

Gli iraniani non hanno affatto digerito il ritiro di Trump dell’accordo sul nucleare  che era stato firmato dall’amministrazione di Barack Obama, i Paesi del consiglio di sicurezza Onu, la Germania e l’Iran. Inoltre, Trump aveva annunciato nuove sanzioni per punire l’Iran.

La situazione economica in Iran è precaria in parte a causa delle sanzioni e quindi un vertice con Trump avrebbe potuto migliorare la situazione. In ogni probabilità Rouhani ha capito che le affermazioni alternanti di Trump che un giorno minaccia l’Armageddon e poi fa marcia indietro totale rendono qualunque accordo con l’America poco affidabile.

Ci sarà anche una visione antitetica sui vertici che Trump ha fatto il suo cavallo di battaglia per negoziare mentre gli iraniani li vedono in modo più cauto quando non sono preceduti da negoziati.

La strategia di minacce e poi marcia indietro favorita da Trump non si applica però a Vladimir Putin per cui il presidente americano ha sempre espresso parole dolcissime. L’ex direttore della Fbi James Comey, licenziato da Trump nel maggio del 2017, ha recentemente mandato un tweet chiedendo ai lettori di fare una lista di tutti gli individui attaccati da Trump e poi chiedersi perché Putin non fa parte della lista. Una domanda alla quale ci darà la risposta il procuratore speciale Robert Mueller che sta investigando il Russiagate.

Domenico Maceri

Corea del Nord e Usa siglano accordo sul nucleare

trump corea

Si è concluso oggi, 12 giugno 2018, a Singapore il primo storico summit tra il presidente Donald J. Trump degli Stati uniti d’America ed il presidente Kim Jong Un della Repubblica democratica popolare di Corea (DPRK).

Il presidente Trump e il presidente Kim Jong Un hanno condotto un complessivo, profondo e sincero scambio di opinioni sulle questioni relative per lo stabilimento di nuove relazioni Usa-Dprk e sulla costruzione di un regime di pace robusta e duratura nella Penisola coreana. Il presidente Trump s’è impegnato a fornire garanzie di sicurezza alla Dprk ed il presidente Kim Jong Un ha ribadito la sua ferma e incrollabile determinazione per una completa denuclearizzazione della Penisola coreana.

Convinti che stabilire nuove relazioni Usa-Dprk contribuirà alla pace e alla prosperità della Penisola coreana e del mondo e riconoscendo che la costruzione di una reciproca fiducia potrà promuovere la denuclearizzazione della Penisola coreana, il presidente Trump ed il presidente Kim Jong Un hanno stabilito quanto segue:

1. Gli Stati uniti e la Dprk s’impegnano a stabilire nuove relazioni Usa-Dprk in accordo con il desiderio dei popoli dei due Paesi alla pace e alla prosperità.

2. Gli Stati uniti e la Dprk uniranno i loro sforzi nel costruire un regime di pace duratura e stabile nella Penisola coreana.

3. Ribadendo la Dichiarazione di Panmunjom del 27 aprile 2018, la Dprk s’impegna a lavorare verso una completa denuclearizzazione della Penisola coreana.

4. Gli Stati uniti e la Dprk s’impegnano a recuperare i resti dei prigionieri di guerra, con l’immediato rimpatrio di quelli già identificati.

Avendo preso atto che il summit Usa-Dprk, il primo nella storia, è stato un evento epocale di grande significato per superare decenni di tensioni e ostilità tra i due Paesi e per l’apertura di un nuovo futuro, il presidente Trump e il presidente Kim Jong Un si sono impegnati a realizzare pienamente e rapidamente quanto stipulato in questa dichiarazione. Gli Stati uniti e la Dprk si sono impegnati a proseguire i negoziati, guidati dal segretario di Stato Usa Mike Pompeo e i relativi alti funzionari Dprk, alla prima data possibile, per implementare gli esiti del summit Usa-Dprk.

Con l’accordo sottoscritto a Singapore, il presidente Donald J. Trump ed il presidente Kim Jong Un, si sono impegnati a cooperare per lo sviluppo delle nuove relazioni Usa-Dprk, per la promozione della pace, della prosperità e della sicurezza della Penisola coreana e del mondo.

L’impegno per lavorare a una completa denuclearizzazione della Corea del Nord è il punto principale emerso dallo storico incontro tra il presidente Usa Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un: il punto di partenza per gli altri sviluppi futuri.

Il presidente degli Stati Uniti d’America, in una conferenza stampa al termine dell’incontro, ha detto: “Il mio incontro con Kim è stato onesto, diretto e produttivo. Un vertice storico dal quale deriva un messaggio di pace.  Le sanzioni rimarranno in vigore fino alla completa denuclearizzazione. Parliamo di denuclearizzazione completa della Corea del Nord e sarà verificata”.

L’incontro tra Donald Trump e Kim Jong Un è avvenuto poco dopo le 9 (le 3 in Italia) con un copione scenico hollywoodiano: il presidente Usa e il leader nordcoreano si sono ritrovati sul patio del Capella Hotel, sull’isola di Sentosa, attraversando due porticati opposti.

Il leader nordcoreano, Kim Jong Un ha detto: “Abbiamo avuto un incontro storico, abbiamo deciso di lasciarci il passato alle spalle, abbiamo firmato un documento storico, il mondo vedrà un importante cambiamento. Vorrei esprimere gratitudine al presidente Trump per aver fatto accadere questo incontro”.

Poi la firma congiunta del documento (prima della quale uno 007 nordcoreano ha controllato la penna).

Dopo la firma del documento congiunto con il leader nordcoreano Kim Jong Un, il presidente americano Donald Trump ha detto: “Il processo di denuclearizzazione della Corea del Nord  inizierà molto velocemente”.

La Cina ha accolto favorevolmente il primo incontro assoluto tra Usa e Corea del Nord, tra Donald Trump e Kim Jong Un, esprimendo l’auspicio che le parti possano lavorare insieme per la denuclearizzazione della penisola. Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi ha commentato: “Il summit ha un importante e positivo significato, e ha dato via a una nuova storia. L’invito alle parti, inoltre, è di risolvere i nodi sulla sicurezza attraverso colloqui paritari”.

Con il tappeto rosso sistemato ovunque, i leader dei due Paesi si sono stretti la mano per la prima volta da 70 anni avendo come sfondo le bandiere dei due Paesi: è durata più di 10 secondi, con Trump che ha rafforzato il contatto col giovane leader poggiando brevemente anche la mano sinistra sul braccio destro di Kim.

Il ‘supremo comandante’ nordcoreano ha detto al tycoon in inglese; “Nice to meet you Mr. President”. Poi, i due si sono messi in posa per i flash dei fotografi e telecamere per immortalare lo storico momento. Trump prima di dare il via al faccia a faccia assistito dai soli interpreti,  durato circa 40 minuti, anticipando di avere con lui una relazione formidabile, ha detto: “E’ un onore essere qui”. Donald Trump, avendo Kim seduto sulla poltrona alla sua sinistra, ha detto di sentirsi veramente bene. Il leader nordcoreano ha ribattuto: “Non era facile arrivare qui… C’erano ostacoli ma li abbiamo superati per esserci”.

Alla fine del colloquio, mentre si spostavano in un’altra sala per il meeting allargato, Trump ha avuto il tempo per una battuta ad uso dei media:  “E’ andato molto, molto bene”.

Alla riunione dedicata alla questione del nucleare, hanno preso parte anche il segretario di Stato Mike Pompeo, il capo di gabinetto John Kelly e il consigliere sulla Sicurezza nazionale John Bolton; mentre per la parte nordcoreana, il braccio destro del leader Kim Yong-chol, il ministro degli Esteri Ri Yong-ho e Ri Su-yong, presidente della Commissione diplomatica della Suprema assemblea del popolo.

Sul nucleare con il leader nordcoreano, Trump ha detto: “Con Kim Jong Un risolveremo un grande problema, un grande dilemma, lavorando insieme ce ne faremo carico”.

Tra sorrisi, strette di mano e atmosfera cordiale, il meeting ha ceduto il testimone al pranzo di lavoro dove sono proseguire le conversazioni. Un menù a base di sapori asiatici e occidentali. Il menù degli antipasti ha previsto un cocktail di gamberetti con insalata di avocato, kerabu’ di mango verde condito con miele di lime e piovra fresca, cetriolo ripieno alla coreana (Oiseon). Poi i due leader si sono concessi una breve passeggiata. Il tycoon ha mostrato al leader coreano ‘the beast’, la macchina presidenziale del presidente americano. Il tycoon, nel singolare siparietto, ha aperto anche lo sportello.

In conclusione dell’incontro, Kim ha detto: “Ci saranno sfide davanti ma lavoreremo con Trump. Supereremo tutti i tipi di scetticismo e le speculazioni su questo summit e credo che questo sarà un bene per la pace”. Trump ha replicato fornendo assicurazioni: “Li risolveremo… e non vedo l’ora di lavorare con lei”.

Dunque, il summit di Singapore si è svolto in un clima di distensione. Con lo storico incontro sono state poste non soltanto le basi di un percorso pacifico nella penisola coreana, ma anche quelle per il superamento del regime comunista della Corea del Nord.

Dopo quasi settant’anni dalla guerra di Corea, con la separazione al trentottesimo parallelo delle due Coree, forse si stanno creando le premesse per una riunificazione del territorio coreano. Infatti, oggi non ci esistono più le motivazioni storiche che dettero origine alle due Coree.

Salvatore Rondello

Coree, nuovi passi in avanti per il dialogo

coreeLe due Coree hanno concordato di tenere il 14 giugno un vertice militare a Panmunjeom, nell’ambito degli sforzi per allentare ulteriormente le tensioni bilaterali. Tra i risultati di un altro dialogo “ministeriale” tenuto sempre nel villaggio di confine, le parti hanno poi concordato di tenere il 22 giugno un incontro a livello di Croce Rossa per trattare il dossier delle riunioni tra le famiglie separate dalla Guerra di Corea del 1950-53.

E’ stato stabilito oggi, 1 giugno, nell’ambito di un altro summit fra le delegazioni dei due Paesi. Un incontro che era stato fissato per una data precedente, ma al leader nordcoreano Kim Jong-Un non erano piaciute le esercitazioni militari congiunte fra Stati Uniti e Corea del Sud. Una volta terminate, il 25 maggio, Kim aveva accettato di incontrare il presidente Moon Jae-in per un secondo vertice, il 14 giugno, dopo quello storico di Aprile. Oggi invece, si è discusso di “come realizzare efficacemente e incisivamente gli accordi raggiunti dai due leader”, come ha dichiarato il ministro dell’Unificazione sudcoreano, Cho Myoung-gyon. Inoltre la delegazione di Seul vuole cercare di “creare un’atmosfera positiva per un summit fra Kim e Donald Trump”.

Un vertice militare è di fondamentale importanza, dopo le tensioni causate dalle continue minacce di attacchi nucleari da parte del leader della Corea del Nord, terminate solo da pochi mesi. Nel frattempo, però, ci sono altre questioni su cui lavorare, per la tanto agognata riunificazione fra i due Stati. Un percorso che prima di essere politico, cerca di passare per la cultura e la società. Entrambe le parti sono d’accordo nel dare vita a breve all’Ufficio intercoreano di collegamento a Kaesong, una città di confine, che è stata anche capitale del Nord. L’attenzione è posta prima di tutto su quelle famiglie che si sono dovute separare a causa della Guerra di Corea. Il 22 giugno è stato fissato un incontro per parlare proprio di questo. Già ad Aprile però avevano concordato di procedere con programmi di riunione a partire dal Giorno nazionale della liberazione, che si festeggia il 15 Agosto.

E proprio Agosto potrebbe essere un mese importante per l’unificazione dei due Paesi. A Giacarta, in Indonesia, saranno infatti inaugurati i Giochi asiatici 2018, ai quali potrebbe partecipare una squadra pancoreana, dopo che alle ultime olimpiadi invernali le due Coree avevano gareggiato unite. L’ultimo punto su cui si focalizzeranno Nord e Sud da qui in avanti sono i trasporti. La rete ferroviaria è uno dei principali strumenti di unificazione. Lo è stato per l’Italia e per gli Stati Uniti, ad esempio, e lo vuole essere anche per la Corea: le intenzioni sono quelle di ricollegare le tratte transfrontaliere, in modo che si possa attraversare il confine semplicemente salendo su un treno. “Sud e Nord hanno concordato di fare passi sostanziali per far avanzare le relazioni intercoreane in modo attivo e significativo, e per accompagnare una nuova era di prosperità, riconciliazione e pace”, si legge nella nota congiunta diffusa in occasione dell’incontro del 1 giugno.

Frenata della Corea del Nord. Il vertice resta in bilico

Pyongyang-Corea-Nucleare Brusco stop della Corea del Nord alla distensione con la minaccia di cancellare l’attesissimo summit tra Kim Jong-un e Donald Trump. Il dittatore ha fatto sapere che potrebbe rinunciare al vertice se i colloqui saranno “a senso unico” sulla denuclearizzazione, vorranno cioè spingere Pyongyang ad abbandonare le sue armi nucleari. A meno di un mese, lo storico appuntamento del 12 giugno a Singapore appare quindi in bilico: gli Stati Uniti non possono continuare a parlare di denuclearizzazione “secondo il modello libico”, ha dichiarato il vice ministro degli Esteri del regime, Kim Kye-gwan, chiamando in causa in particolare il consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, John Bolton, che anche di recente aveva richiamato il caso libico.

Il dittatore nordcoreano è spaventato dalla prospettiva di incappare nella stessa sorte toccata al rais libico, Muammar Gheddafi, che smantellò il suo rudimentale programma nucleare negli anni 2000 in cambio di un alleggerimento delle sanzioni e poi, nell’ottobre 2011, fu rovesciato e ucciso in una delle tante rivolte della Primavera araba. Per una curiosa coincidenza Kim salì al potere proprio poche settimane dopo il brutale assassinio del “colonnello”, a Sirte.

Gli Usa comunque continuano i preparativi e la Casa Bianca si dice fiduciosa: si aspettava “pienamente” la minaccia nordcoreana e Trump è ancora pronto a incontrare il leader nord-coreano, ha dichiarato la portavoce, Sarah Sanders, aggiungendo che il presidente è preparato a “negoziati molto difficili”. È scesa in campo anche la Cina per esortare il Paese alleato a non fare retromarcia e a garantire “risultati sostanziali”.

Ma Pyongyang sembra fare sul serio. La Corea del Nord ha anche cancellato i colloqui di alto livello con il Sud annunciati martedì e previsti per oggi al villaggio sul confine inter-coreano di Panmunjom: è irritata dalle esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, le manovre “Max Thunder”, che coinvolgeranno un centinaio di aerei da guerra e forse anche i B-52 statunitensi. Seul ha confermato le esercitazioni militari, specificando che “su questo punto non ci sono divergenze” con Washington. Non è chiaro come il doppio passo indietro di Pyongyang si rifletta sulle intenzioni del regime di chiudere il sito di Punggye-ri, dove ha condotto i suoi test atomici: lo smantellamento sarebbe in corso da settimane, secondo le ultime immagini satellitari, e anzi alla cerimonia ufficiale di chiusura del sito la settimana prossima sono stati invitati diversi giornalisti anche internazionali. Alcuni analisti hanno ipotizzato all’agenzia Reuters che alla chiusura del sito possa corrispondere un tentativo di Pyongyang di nascondere le proprie armi nucleari. Pechino, intanto, chiede ufficialmente compostezza e di non perdere lo slancio verso la distensione degli ultimi mesi, e mantiene aperto il dialogo con Pyongyang. Una delegazione di alti funzionari del Partito dei Lavoratori nord-coreano, guidata dal vice presidente, Pak Thae-song, è arrivata nella capitale cinese, accolta dal presidente cinese, Xi Jinping. E Xi ha confermato l’appoggio della Cina alla dichiarata intenzione di Pyongyang di puntare sullo sviluppo economico e di migliorare le relazioni con la Corea del Sud e il resto del mondo.

La credibilità di Trump in caduta libera

trump dazi“Fu lui a dettare l’intera lettera. Non l’ho scritta io”. Così il dottor Harold Bornstein, ex medico personale di Donald Trump, mentre spiegava alla Cnn che la lettera resa pubblica nel dicembre del 2015 sull’eccellente salute dell’allora candidato presidenziale repubblicano era uscita dalla bocca del 45esimo presidente. Lo si era già sospettato all’epoca considerando tutti i superlativi sulla condizione fisica di Trump che riflettevano lo stile reboante dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Adesso sappiamo con certezza che si trattava di una falsità nonostante la firma del medico.
Il responsabile legale della lettera è il dottor Bornstein, ovviamente, ma Trump ha anche le responsabilità principali per la falsità. Si tratta in realtà di menzogne tipiche della sua campagna elettorale che sono continuate e infatti aumentate dopo l’elezione. In 466 giorni di presidenza Trump ha accumulato più di 3000 menzogne o dichiarazioni fuorvianti, secondo il fact-checking del Washington Post. All’inizio del conteggio Trump diceva una media di 4,9 falsità al giorno ma poi la cifra è arrivata a 6,5 al giorno e da due mesi è aumentata ancora a 9 al giorno. Ciononostante, l’82 percento degli elettori repubblicani approva l’operato di Trump. Le menzogne non sembrano importare e Trump continua a essere più spudorato nelle sue asserzioni fasulle. Una delle più recenti è stata di smentire se stesso dichiarando che nel caso di Stormy Daniels, la pornostar con cui ha avuto un rapporto, l’avvocato Michael Cohen è stato ripagato da Trump per i 130mila dollari dati alla Daniels per mantenere il silenzio.
Il rapporto fra politici e verità sempre suscita dubbi. Non pochi elettori credono che i politici dicano cose false durante la campagna elettorale e poi una volta finita l’elezione i vincitori si sposteranno verso posizioni che riflettono, anche se non completamente, la verità. Trump è un caso anomalo nel senso che la frequenza e il numero delle sue menzogne sono aumentate dopo la conquista della Casa Bianca. I suoi sostenitori non sembrano avere notato e continuano a fare quadrato attorno al loro prescelto. Non sono i soli ma nel caso di Trump si tratta di una situazione in cui i sostenitori sembrano essere completamente nel suo campo e lui lo sa. Durante la campagna elettorale Trump ha detto che potrebbe anche sparare qualcuno senza perdere voti. Un’esagerazione che grazie a Dio non è mai stata messa alla prova.
Il professor Daniel Effron della London Business School ha studiato perché gli elettori continuano a sostenere un candidato anche quando sanno che mente. Usando un campione di quasi 3000 individui di diverse persuasioni politiche Effron ha chiesto di leggere una serie di asserzioni false. Nonostante la falsità, chiarita in partenza ai partecipanti, le asserzioni false di Trump non dispiacquero ai suoi sostenitori. Gli fu poi chiesto di considerare se le asserzioni ovviamente false potrebbero essere vere in circostanze diverse. Questa possibilità di classificare il valore etico delle falsità ha chiarito ai ricercatori che gli elettori cercano candidati che confermino i loro giudizi morali.
Trump e i suoi collaboratori hanno intuito che i loro sostenitori possono essere mantenuti fedeli suggerendo possibilità quando confrontati con ovvie menzogne. Nel caso della falsità di un video su presunti terroristi musulmani pubblicizzato da Trump, per esempio, Sara Huckabee Sanders, portavoce del 45esimo presidente, ha chiarito che poco importa se il video sia vero o no. Ciò che importa è che “la minaccia è vera”. La paura del terrorismo è già ingranata nella mente e basta la ripetizione, vera o fasulla, per la conferma del pregiudizio.
In un altro caso simile, confrontata con un’ovvia falsità, Kellyanne Conway, una consigliera di Trump, ha detto che il 45esimo presidente parlava di “fatti alternativi” quando ha dichiarato falsamente che la folla al suo insediamento era la più grande nella storia americana.
Questa tecnica di insabbiare le acque ingarbugliando verità e falsità è stata utile a Trump a farsi eleggere e mantenersi in potere. Sfortunatamente questo approccio si scontra a volte con una realtà difficile da manipolare. Trump aveva detto di non avere avuto rapporti con Stormy Daniels ma adesso si sa che aveva mentito.
I suoi sostenitori continueranno a supportarlo ma i media conservatori hanno cominciato a dimostrare di avere perso la pazienza. Il Wall Street Journal, grande sostenitore di Trump, commentando il caso di Stormy Daniels, ha detto che le asserzioni del presidente erano false. La critica più aspra però è venuta a galla dalla Fox News, rete televisiva molto amica di Trump. Il conduttore Neil Cavuto, sostenitore di Trump, in una recente trasmissione, ha rilevato una lista di asserzioni dubbie dell’attuale inquilino alla Casa Bianca. Cavuto ha accusato Trump di “essere troppo occupato ad asciugare il pantano che non ha il tempo per sentire la puzza che lui stesso sta creando” e che “il pantano è di proprietà” di Trump. Cavuto ha concluso dicendo che lui non è lì per “fornire lezioni, solo i fatti” continuando che “le parole sono importanti”.
Le parole del presidente sono importanti non solo per gli americani ma anche per i leader dei Paesi del resto del globo. Trump ha già annunciato di lasciare l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran, dando un chiaro segnale che non solo le parole ma anche i trattati firmati dall’America possono essere stracciati. Kim Jong-un, il leader della Corea del Nord, ha dato indicazioni che sarebbe disposto alla denuclearizzazione del suo Paese richiedendo però una promessa di Trump che non invaderebbe il suo Paese. La parola di Trump? Anche se lo promette, lo potranno credere?

Domenico Maceri
PhD, University of California

Giornata storica per le due Coree. Vertice tra i leader

coree

Si è trattato del primo vertice tra i leader dei due paesi da dieci anni a questa parte quello avvento venerdì tra i leader delle due Coree. l summit si è tenuto nella zona demilitarizzata di Panmunjom, sul confine tra Nord e Sud, in coincidenza con il trentesimo parallelo. Al termine dell’incontro i due capi di stato hanno rilasciato una dichiarazione congiunta nella quale hanno sancito che la guerra tra i due paesi è finita e si sono impegnati a lavorare per la completa denuclearizzazione della penisola coreana. La distensione dei rapporti tra i due paesi favorirà colloqui più distesi nel vertice tra Kim Jong-un e il presidente statunitense statunitense Donald Trump, in programma tra maggio e giugno.

“Non ci sarà più guerra nella penisola coreana, è iniziata una nuova era di pace”, si legge nella nota congiunta firmata dal leader della Corea del Nord, Kim Jong-un, e dal presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in. I due leader accettano di lavorare per la “completa denuclearizzazione della penisola coreana” e si sono impegnati a fare in modo che l’armistizio tra i due paesi del 1953 diventi un trattato di pace entro la fine dell’anno.  Dopo aver firmato la dichiarazione congiunta i due leader si sono stretti la mano e si sono abbracciati calorosamente. “Non ripeteremo gli errori del passato”, ha detto Kim Jong-un. “Siamo una stessa famiglia e dobbiamo garantire un futuro di pace alle nostre popolazioni”, ha aggiunto. Moon Jae-in, da parte sua, ha lodato “il coraggio e la determinazione” del suo omologo nordcoreano.

Il primo contatto tra Kim Jong-un e Moon Jae-in è avvenuto intorno alle 09.30 ora locale lungo la linea di confine tra Corea del Nord e Corea del Sud. Kim ha attraversato la linea di demarcazione tra i due paesi, entrando in territorio sudcoreano. Il leader di Pyongyang ha poi invitato Moon a fare il suo ingresso sul suolo della Corea del Nord. Kim Jong-un è stato così il primo leader della Corea del Nord a mettere piede in Corea del Sud dalla fine della guerra tra i due paesi nel 1953.

I due leader si sono poi ritirati nella Peace House di Panmunjom per iniziare i colloqui. Prima, però, Kim ha firmato il registro degli ospiti della struttura con un messaggio di pace. “Una nuova storia comincia ora. Dal punto di partenza della storia e dell’era di pace”, ha scritto il leader della Corea del Nord.

I due capi di stato sono rimasti chiusi nella Peace House per poco più di un’ora, prima di ritirarsi nei rispettivi territori con le rispettive delegazioni per pranzo. Secondo quanto emerso, il leader nordcoreano Kim Jong-un ha fatto una battuta al suo omologo sudcoreano che lascia intendere uno stop di Pyongyang nei suoi test nucleari. Parlando dei test missilistici Kim ha detto a Moon: “Ci penserò, per non svegliarti prima”. I media hanno interpretato la battuta come una promessa di interrompere i test nucleari, che solitamente vengono effettuati di prima mattina.

L’ultimo incontro tra i leader di Corea del Nord e Corea del Sud risaliva a più di dieci anni fa. Da allora la capacità nucleare e missilistica di Pyongyang è avanzata enormemente. Dopo la sanguinosa guerra che durò dal 1950 al 1953, i due paesi non firmarono mai un vero e proprio trattato di pace, limitandosi a un armistizio, il che significa che formalmente le Coree erano ancora in guerra. L’incontro tra Kim Jong-un e Moon Jae-in è arrivato dopo un graduale miglioramento delle relazioni tra le due Coree, che ha visto il suo apice in occasione delle Olimpiadi invernali tenute nel febbraio scorso a Pyeongchang, in Corea del Sud.

Il miglioramento delle relazioni tra Corea del Nord e Corea del Sud favorisce un clima disteso nel previsto incontro tra Kim Jong-un e Donald Trump, che dovrebbe tenersi tra maggio e giugno. La data del summit non è ancora nota, così come non si sa dove i due leader si vedranno. Qui alcune ipotesi. I rapporti tra Pyongyang e Washington si stanno facendo più rilassati, ma il presidente americano ha avvertito che se il vertice non si rivelerà fruttuoso abbandonerà il tavolo.

Macron negli Usa, scontro con Trump sull’Iran

French President Emmanuel Macron and U.S. President Donald Trump react in the courtyard after a joint news conference at the Elysee Palace in Paris

Per Donald Trump, l’accordo sul nucleare iraniano resta “un disastro”. Il presidente Usa lo ha detto chiaramente accogliendo alla Casa Bianca il suo omologo francese Emmanuel Macron, al secondo giorno della sua missione americana. Una missione tra i cui obiettivi c’era, appunto, quello di convincere Washington a non abbandonare l’intesa firmata nel luglio 2015 con Teheran. Almeno per ora, la strategia dell’amicizia non sembra aver premiato il capo dell’Eliseo, secondo cui “non esistono opzioni migliori” rispetto all’accordo con l’Iran.
Il presidente francese Emmanuel Macron e moglie Brigitte sono arrivati negli Usa per la prima visita di stato ufficiale dell’era Trump. “Questo è il momento per essere forti. Siamo forti e uniti, onorando il nostro passato e guardando al futuro con fiducia e orgoglio. I nostri paesi siano sempre amici nella nobile causa della pace e della solidarietà”, ha detto il presidente degli Stati Uniti ricevendo il capo di stato francese.
Sul tavolo ovviamente la lotta al terrorismo: “Insieme Stati Uniti e Francia vinceranno, entrambi lo affrontano in varie forme nei nostri territori, in Medioriente o in Africa, ed è insieme che combatteremo la proliferazione delle armi di distruzione di massa, sia in Iran che in Corea del Nord” ha detto Macron, che ha aggiunto: “Assieme saremo in grado di resistere ai nazionalismi aggressivi, che negano la storia e dividono il mondo. Costruiremo un nuovo multilateralismo che difenda democrazia e pluralismo”.
Trump ha criticato fortemente l’accordo nucleare con l’Iran definendolo “un disastro, un accordo terribile che non avrebbe mai dovuto essere fatto”, avvertendo il paese mediorientale che “se rilancia il programma nucleare avrà grossi problemi”. Di parere diverso Macron, che ha parlato di “intesa importante, e parte di una più ampia questione di sicurezza della regione”. Sulla situazione siriana il presidente Usa ha poi ringraziato la Francia per il suo appoggio al recente raid: “Con i nostri amici britannici, Usa e Francia hanno di recente intrapreso un’azione di risposta all’uso di armi chimiche da parte del regime siriano. Voglio ringraziare personalmente Macron, l’esercito francese e il popolo francese per la loro solida parthership”.
Restano tutti i contrasti sulle politiche ambientali. I due presidenti. “Non sempre andiamo d’accordo sulle soluzioni – ha detto Macron – Bisogna però agire perché in gioco c’è il destino dei nostri figli”.

Gli interessi che legano a “doppio filo” gli USA e la Cina

usa cinaL’ordine mondiale, almeno nel momento attuale, sembra non soffrire di alcun pericolo riguardo alla sua stabilità; ciò, per via del fatto che le due massime potenze economiche globali, USA e Cina, non hanno interesse, per vari motivi, a deteriorare i loro rapporti. La Cina è impegnata sul fronte interno per rimediare ai profondi squilibri, approfonditisi malgrado l’impetuosa crescita sperimentata negli ultimi decenni.

La stabilizzazione dei risultati conseguiti è però strettamente legata alla possibilità di poter continuare ad espandere le proprie esportazioni verso il resto del mondo. Inoltre, come gli Stati Uniti, la Cina ha interesse a risolvere il problema della minaccia nucleare rappresentata dalla politica di Pyongyang, per garantire la stabilità dei traffici internazionali, necessaria per supportate la crescita delle proprie esportazioni.

Con riferimento agli USA, per quanto siano molti i motivi di possibili conflitti che potrebbero insorgere con la Cina, il problema del necessario “congelamento” della minaccia atomica della Corea del Nord li ha riavvicinati alla potenza asiatica in quanto, a parere di Carlo Jean, esperto di geopolitica e di studi strategici (“USA e Cina: competitori legati a filo doppio”, in Aspenia n. 79/2017), per Washington è indispensabile il sostegno di Pechino nel gestire l’”affaire” nordcoreano, “anche per la riluttanza di Seul a contemplare l’uso della forza, malgrado le pressioni di Donald Trump – che è persino giunto a minacciare la cancellazione dell’accordo di libero scambio tra i due Paesi per indurre la Corea del Sud ad allinearsi con le minacce americane di attacco preventivo”.

Gli USA, però, non hanno sinora definito una stabile strategia per spingere la Cina a collaborare per la risoluzione del problema della denuclearizzazione di Pyongyang, mostrando poco interesse alla proposta avanzata da Henry Kissinger, consistente nell’impegno che gli USA dovrebbero assumere nei confronti della Cina, in caso di collasso della Corea del Nord, a ritirare le forze americane attualmente dislocate nella penisola coreana, a cessare le esercitazioni militari congiunte con le forze di Seul e, soprattutto, a non favorire ciò che la Cina teme al di sopra di ogni altra minaccia: la possibile riunificazione delle due Coree.

Tuttavia, a parere di Jean, anche se gli USA fossero disposti a dare seguito alla proposta di Kissinger, la Cina avrebbe valide ragioni per continuare a nutrire seri dubbi sulla volontà di Washington di rispettare gli impegni assunti; ciò, per varie ragioni, antiche e moderne. Innanzitutto, perché la Cina non è, com’è noto, tanto disponibile a dimenticare i torti subiti, anche se lontani nel tempo, come quello che gli USA hanno “consumato” ai suoi danni, in occasione degli accordi di Versailles del 1919, allorché hanno promesso al Giappone i territori cinesi occupati dagli Stati europei. In secondo luogo, perché buona parte delle politica internazionale dell’amministrazione Obama è stata condotta col preciso intento di contenere la continua espansione internazionale degli interessi cinesi, cui ha fatto seguito la campagna presidenziale del 2016, nello svolgimento della quale Trump ha avuto modo di affermare che la Cina sottraeva posti di lavoro agli americani, “manipolando” la moneta e “barando al gioco” con la Corea del Nord. Infine, la diffidenza di Pechino nei confronti di Washington è alimentata dal fatto che il dibattito pubblico statunitense faccia trapelare che nei rapporti con la Cina persista il convincimento dell’esistenza della “Trappola di Tucidide”, evocante, al pari di quanto accaduto nei rapporti fra Atene e Sparta prima della guerra del Peloponneso, l’”inevitabilità di uno scontro fra la potenza egemone e una potenza emergente che ne insidi la superiorità”.

Non è detto però che sia destinata a materializzarsi la presunta inevitabilità di un conflitto armato o di una guerra commerciale; anzi sono molti, invece, i motivi che spingono le due potenze economiche globali a collaborare tra loro; a parere di Jean, fra questi, soprattutto da parte degli USA, vi è sicuramente la palese incapacità di “salvaguardare il ‘proprio’ ordine mondiale”, ma anche e soprattutto “la crescente consapevolezza di Washington di non poter gestire la questione nordcoreana senza il sostegno cinese”.

La propensione degli USA a collaborare con la Cina non è nuova, se si tiene conto del fatto che negli Stati Uniti, negli ultimi decenni, si sono affermate due “dottrine” contrapposte sulle relazioni con il grande Paese asiatico: la “dottrina Armitage” e la “dottrina Zoellick”. La prima, che trae il nome da Richard Armitage, consulente del Ministero della difesa americana ai tempi di Bush padre, sostiene l’inevitabilità di un conflitto e la necessità di contenere Pechino, sia sul piano economico che su quello strategico; la seconda, che trae il nome da Robert Zoellick, vice Segretario di Stato ai tempi di Bush figlio, sostiene, al contrario, l’essenzialità della Cina nel condividere, con gli Stati Uniti, le “responsabilità della conservazione del nuovo ordine mondiale”.

Questa seconda dottrina prevede la possibile gestione di tale ordine in regime di duopolio; la ragione che la ispira sta nell’assunzione della complementarità delle due economie, nella convinzione da parte americana che la Cina “non possa mai competere con gli Stati Uniti in una guerra commerciale, né che mai costituirà una seria minaccia militare agli interessi americani nel mondo, e neppure nel sistema Asia-Indo-Pacifico”. La dottrina Zoellick trova conforto nel fatto che, dopo il suo inserimento nell’economia mondiale e il particolare sviluppo dei comparti produttivi manifatturieri, la Cina ha reso la propria economia dipendente dal mercato mondiale e dalla disponibilità di grandi infrastrutture (quali sono le vie della seta in fase di realizzazione, con l’attuazione del progetto BRI-“Belt & Road Iniziative”) attraverso le quali importare le materie prime delle quali necessita e per esportare i propri manufatti.

Contrariamente alle tendenza protezionistiche attuali degli Stati Uniti, la Cina sarà interessata ad integrare sempre di più la propria economia nel mercato globale, diventando il principale sostenitore della globalizzazione e del multilateralismo economico, occupando il vuoto creato dall’attuale amministrazione americana, “nel dare priorità all’’America First’, rispetto alla leadership mondiale, che era stata l’obiettivo costante di Washington dopo il secondo conflitto mondiale”. A parere di Jean, la Cina persegue i propri obiettivi, ricorrendo in modo esclusivo a un “soft power”, in sostituzione di quello americano fondato sui “principi”, che le consente di accreditare le propria politica commerciale in termini pacifici; fatto questo che le permette anche di porre, sempre più nettamente, la propria politica commerciale mondiale in alternativa a quella americana.

Secondo Jean, alla base della disponibilità di Washington a tollerare la continua espansione commerciale della Cina, e a consentire la prosecuzione della realizzazione delle grandi vie della seta, potrebbe esservi anche l’obiettivo degli USA di contenere la concorrenza della Russia nei Paesi dell’Asia centrale, che Mosca considera ricadenti all’interno della propria esclusiva zona di influenza. Per altro verso, l’interesse della Cina a collaborare con Washington potrebbe essere giustificato dalla necessità di attenuare lo stato di tensione causato dalla trasformazione della Corea del Nord in potenza nucleare. Ciò perché il governo cinese non possiederebbe il “livello di influenza e capacità di pressione su quello nordcoreano che gli Stati Uniti le attribuiscono”; ragione, quest’ultima, per cui la Cina, sempre in funzione della conservazione di stabili condizioni di pace nell’area del Pacifico, tende ad affievolire gli “intenti punitivi di Washington ai danni di Kim Jong-un, ma anche per evitare che a trarne vantaggio possa essere la Russia, che approfittando dell’instabilità strategica che il perdurante stato di tensione tra Stati Uniti e Corea del Nord potrebbe offrirle, anche solo come “possibile mediatore”, sebbene i suoi rapporti commerciali con la Corea del Nord siano del tutto trascurabili.

Le considerazioni sinora svolte sono di per sé sufficienti a lasciar prevedere l’interesse degli USA e della Cina ad approfondire la collaborazione economica, senza che ciò possa essere ostacolato dagli effetti del deficit commerciale e dell’indebitamento estero degli Stati Uniti. A parere di Jean, sia il deficit commerciale che l’indebitamento estero, e soprattutto il fatto che la Cina ne possieda una consistente quota, non possono compromettere l’interesse alla reciproca collaborazione. Ciò perché – afferma Jean – la competizione strategica e commerciale e la possibile manipolazione delle monete non “avvengono nel vuoto: sono inseparabili dalla geopolitica, dalla lotta politica interna e dagli equilibri economici e militari globali. Inoltre, lo scarso “interesse di Trump per i diritti umani”, tradizionale motivo con cui le precedenti amministrazioni americane erano solite giustificare in parte l’aggressività della loro politica estera, tende ad avvicinare ancora di più USA e Cina nella collaborazione sul piano della politica commerciale globale. Malgrado le minacce protezionistiche del nuovo presidente americano, lo scoppio di una guerra commerciale, almeno nella fase attuale, appare plausibilmente del tutto improbabile, in quanto le sue conseguenze sarebbero disastrose per entrambe le due superpotenze.

Concludendo, Jean è del parere che le relazioni fra Stati Uniti e Cina non siano destinate, almeno per ora, a deteriorarsi; sarà, infatti, “la politica interna, più che la geopolitica, a determinare il futuro dei rapporti fra Washington e Pechino”; per cui le preoccupazioni da molti avanzate “circa l’aumento della potenza militare cinese e il sorpasso del PIL americano da parte di quello cinese sono in gran parte ingiustificate”.

I problemi interni che la Cina dovrà affrontare per diminuire gli squilibri territoriali e sociali saranno di enorme portata. A tal fine, essa dovrà affrontare un’incisiva ristrutturazione economica, destinata ad avere “profondi riflessi sulle relazioni con gli Stati Uniti e con il resto del mondo”, non solo per l’intento, che sicuramente non vorrà abbandonare, di voler continuare a conservare un sistema economico liberista, per quanto gestito da un sistema politico fortemente centralistico ed autoritario, ma anche perché gli accresciuti squilibri territoriali e sociali non mancheranno di creare condizioni di instabilità, che varranno ad ostacolare la politica inaugurata da Xi Jinping. Questi, infatti, pur avendo rafforzato il proprio potere e quello del Partito Comunista Cinese, vuole aprire alla Cina una “nuova era”, dopo quella della liberalizzazione dell’attività economica voluta Deng Xiaoping; a tal fine, Xi avrà bisogno di stabilità, non solo interna, ma anche internazionale; pena la mancata possibilità di perseguire, entro il 2050, l’obiettivo di fare della Cina la più grande potenza economica mondiale.

La realizzazione dell’obiettivo renderà anche irrinunciabile l’approfondimento della collaborazione con gli USA; da un lato, perché sarà necessario il supporto del mercato interno statunitense per perseguire con successogli obiettivi interni e internazionali; da un altro lato, perché , assieme agli USA, la potrà meglio contenere, quantomeno in una posizione di stallo, la situazione critica dei rapporti con la Corea del Nord. Tuttavia, se la prospettiva di un continuo approfondimento della collaborazione tra gli Stati Uniti e la Cina può salvaguardare la conservazione di condizioni di stabilità e di pace a livello globale, non è privo di preoccupazioni il fatto che dal nuovo “condominio del mondo USA-Cina” sia estranea la Russia, proprio per questo propensa, come molti affermano, a “pescare nel torbido”, ovvero a creare situazioni di crisi, per trarne vantaggio.

Vien fatto di pensare che l’atteggiamento russo a livello internazionale, non sia la conseguenza di una politica premeditatemene aggressiva ai danni del resto del mondo, quanto l’esito degli effetti ereditati dal passato regime; quest’ultimo, avendo privilegiato costantemente l’industria pesante, ha impedito, dopo il crollo dell’URSS un processo di riconversione della struttura produttiva che si integrasse progressivamente nel mercato mondiale dei prodotti dei comparti produttivi leggeri, così come invece ha fatto la Cina. Oggi, perciò, alla Russia non resta che fare affidamento sulle esportazioni di materie prime, prevalentemente energetiche, che la estraniano dal mercato globale che conta, dove la Cina occupa una posizione dominante.

Il fatto che la Russia nella sua politica commerciale mondiale usi a volte la natura particolare delle sue esportazioni come strumento di ricatto può indurre a farla percepire come aggressiva e propensa a “pescare nel torbido”; per altro verso, però, il possibile fraintendimento dell’uso delle esportazioni, vale ad affermare la necessità che, al pari di quanto avvenuto all’indomani del crollo dell’URSS, i Paesi che l’hanno “aiutata” si adoperino per favorire una maggiore diversificazione della sua produzione nazionale, per supportare una sua crescente integrazione nel mercato mondiale. Ciò nell’interesse di tutti, per la conservazione di uno stabile ordine mondiale in condizioni di pace.

Gianfranco Sabattini

 

Le olimpiadi invernali portano il disgelo tra le due Coree

coreeDopo le turbolenze tra Pyongyang e Washington che si sono riversate in parte anche sui rapporti tra le due coree, adesso è in atto la prima schiarita tra i due Stati, il merito non è solo delle olimpiadi, ma anche dell’intermediazione cinese.
Durante tavolo negoziale inaugurato oggi al villaggio di confine di Panmunjom tra le due Coree è stato ristabilito il loro collegamento telefonico militare, la cosiddetta ‘linea rossa’: Pyongyang ha comunicato di aver riattivato la linea oggi. La linea fu chiusa nel febbraio 2016 dalla Corea del Nord per protesta contro la chiusura per volere di Seul del complesso industriale di Kaesong, gestito congiuntamente dai due paesi e veniva usata per comunicare alle autorità nordcoreane spostamenti che coinvolgevano cittadini sudcoreani in entrata o uscita dal complesso di Kaesong, situato subito a nord della linea di demarcazione intercoreana.
Dopo i fruttuosi colloqui, positivi oltre ogni previsione, i funzionari di Pyongyang hanno offerto di inviare una delegazione ai Giochi in programma dal 9 al 25 febbraio, in un primo gesto di distensione con la Corea del Sud dopo mesi di escalation missilistica e nucleare. La delegazione sarà composta da funzionari di alto livello, atleti, un team di supporto e uno di artisti dello spettacolo, un gruppo di turisti, una squadra di dimostrazione di Taekwondo e un gruppo di giornalisti, secondo quanto dichiarato ai giornalisti presenti a Panmunjom dal vice ministro sudcoreano per l’Unificazione, Chun Hae-sung, che fa parte del gruppo di dirigenti di Seul presenti ai colloqui di oggi. Seul ha chiesto il dialogo militare con il Nord per allentare la tensione nella penisola coreana e ha proposto che gli atleti delle due Coree possano sfilare assieme in occasione delle cerimonie di apertura e di chiusura dei Giochi, come già avvenuto in occasione dei Giochi di Sydney 2000, Atene 2004 e delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006.
Per quanto riguarda le sanzioni e l’eventualità di alleggerirle nei confronti della vicina Pyongyang, poi il portavoce del ministero degli Esteri sudcoreano non ha specificato quali misure restrittive specifiche potranno essere cancellate, ma allo stesso tempo ha osservato che Seul intende “consultarsi strettamente” su questo tema con il comitato per le sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, gli Stati Uniti e “gli altri Paesi interessati”. Ma in realtà si tratta di una ‘tregua olimpica’ durante le Olimpiadi invernali di PyeongChang, che si terranno tra il 9 e 25 febbraio, per consentire alla delegazione di Pyongyang di recarsi all’evento, così da poter invitare anche alti esponenti nordcoreani all’evento.
“Sono arrivato qui con la speranza che le due Coree si parlino con atteggiamento sincero e fiducioso”, aveva dichiarato all’inizio dei colloqui il capo ella delegazione nord-coreana, Ri Son-gwon, che è capo del Comitato nord-coreano per la
Riunificazione Pacifica dei due Paesi. La notizia è stata subito accolta con favore da Pechino che già a novembre aveva tentato di allentare la tensione tra Pyongyang e Washington. La Cina “ha accolto con favore e sostiene i positivi sforzi fatti da entrambe le parti nell’alleviare le tensioni nella penisola”, ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lu Kang, auspicando che i colloqui possano segnare “un buon inizio” per entrambe le parti verso il miglioramento delle relazioni bilaterali e l’allentamento delle tensioni. Soddisfazione è stata espressa anche dal Cremlino. Crediamo che solo tramite il dialogo sia possibile allentare le tensioni nella penisola coreana”, ha dichiarato il portavoce Dmitri Peskov, aggiungendo che è “esattamente di quel dialogo, della cui necessità ha sempre parlato la Federazione russa”.
Ma il beneplacito per Seul non poteva che partire dallo storico alleato americano: prima dei colloqui, infatti, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, mettendo da parte le polemiche con Kim Jong-un degli ultimi giorni, aveva affermato che gli sarebbe piaciuto che i colloqui andassero oltre la partecipazione della Corea del Nord alle Olimpiadi Invernali di Pyeongchang, aggiungendo che gli Usa si sarebbero uniti ai colloqui “al momento appropriato”.

Il conflitto geo-politico-economico dell’area Asia-Pacifico

Kim Jong-un Corea del Nord con il cinese Liu Yunshan 70.mo fondazione PCCLa trasformazione della Corea del Nord, da Paese economicamente insignificante in potenza atomica, ha aggravato il conflitto di interessi tra i Paesi che compongono l’area dell’Asia-Pacifico e, in particolare, quello più preoccupante esistente tra le grandi potenze, non solo per ragioni difensive, ma anche e soprattutto economiche.

Per comprendere le ragioni dell’acuirsi della crisi attuale, per merito della decisione della Corea del Nord di trasformarsi in potenza nucleare, occorre avere presenti le possibili motivazioni di Pyongyang, liberate dal velo demonologico con il quale gli Stati Uniti d’America hanno sinora “dipinto” il regime nordcoreano. La Corea del Nord è stata presentata al mondo come Stato retto da una dittatura comunista, condannato a disintegrarsi per via del fatto che la sua popolazione sarebbe costretta alla fame e guidato da personale politico irrazionale. Nessuno di questi connotatati sembra essere vicino al vero.

Riguardo al fatto che la Repubblica Democratica di Corea sia una dittatura comunista, occorre considerare che da tempo è stata abbandonata l’ideologia marxista-leninista-stalinista della quale il fondatore della Repubblica aveva ammantato il suo nazionalismo. Secondo l’”Editoriale” di Limes n. 9/2017, la Repubblica coreana, come per Mao Zedong in Cina e Hồ Chí Minh in Vietnam, l’ideologia comunista è sempre stata una “superficiale verniciatura di una geopolitica anticoloniale”, che ha consentito l’accesso “alle risorse di Mosca e Pechino nella battaglia contro il regime sudcoreano supportato da Washington”.

Riguardo, invece, alle privazioni della popolazione sul piano economico, il regime nordcoreano ha ultimamente corretto la sua “economia di comando”, tollerando piccole iniziative a conduzione privata che alimentano un’economia informale, con esiti non trascurabili sul tenore di vita della popolazione. Negli ultimi anni, il PIL nordcoreano è cresciuto, a volte con tassi di incremento superiori a quelli sudcoreani, anche grazie “ad un’economia ‘illegale’, incentivata dal regime, imperniata sul contrabbando di ogni genere di merci”. In tal modo, per essendo la Corea del Nord molto distante sul piano economico dalla Corea del Sud, le previsioni di un suo prossimo sgretolamento sociale sono state sinora smentite.

Infine, contrariamente a quanto si sostiene, il personale politico, con Kim Jiong-un in testa, non sarebbe affatto afflitto da “turbe” irrazionali; ciò si ricaverebbe dall’obiettivo che, in sostanza, il regime nordcoreano persegue: difendere e conservare in vita la Repubblica Popolare di Corea con ogni mezzo, sino a giustificare, giudicandolo irrinunciabile, l’allestimento dell’arsenale nucleare, supportato da un efficiente sistema balistico intercontinentale.

L’arsenale atomico, secondo Riccardo Banzato (“Pechino non molla l’utile despota”, in Limes n. 9/2017), ha nel regime di Kim “una triplice funzione: sicurezza, legittimità prestigio. Prima e fondamentale raion d’etrê del programma nucleare nordcoreano è il fattore deterrenza, che assicura la sopravvivenza del regime di Pyongyang”; per Kim Jong-un, infatti, l’arsenale atomico servirebbe a frustrare qualsiasi tentativo di destabilizzare il Paese. A suggerire questa strategia sarebbero gli esempi di Saddam Hussein e Muammar Gheddafi; l’esperienza vissuta da questi due capi di Stato starebbe a dimostrare che la cacciata di entrambi non sarebbe avvenuta, se essi avessero avuto successo nel dotarsi di ordigni atomici.

Ma la ragione per cui la Corea del Nord tiene tanto a disporre di un arsenale atomico non è solo la sua aspirazione a conservarsi indipendente; ve ne sarebbe un’altra, dovuta al fatto che la sua leadership attuale si sentirebbe minacciata dal potente vicino asiatico, la Cina, che sinora ha garantito l’intangibilità del territorio nordcoreano contro ogni minaccia esterna; minaccia che, secondo l’”Editoriale” di Limes, la “tonante retorica antiamericana dei Kim” (la famiglia che ha espresso Kim Syngman Rhee, fondatore delle Repubblica Popolare di Corea, il figlio Kim Il Sung, suo successore, e il nipote Kim Jong-un, l’attuale presidente) non giustificherebbe affatto la “ricerca di scontro con gli Stati Uniti”; al contrario, esprimerebbe “la disperata necessità di accordarsi con Washington contro il nemico nascosto, la Cina”.

L’incubo di Pyongyang, ma anche di Seul, sarebbe quello di diventare evitare di cadere “colonia di Pechino”; così, i coreani sia del Nord, come quelli del Sud, tenterebbero di “sfuggire a tale destino”. Quel che Kim non riuscirebbe a capire sarebbe “perché mai gli Stati Uniti non vogliono accordarsi con lui per ostacolare l’espansionismo sinocentrico”. A testimonianza della diffidenza nordcoreana nei confronti della Cina, viene di solito ricordato che Pyongyang negli ultimi anni non ha mai esitato ad usare la “mano dura” contro il cosiddetto “partito cinese”, i cui membri hanno sempre sostenuto la convenienza per la Corea del Nord a rendere più stretti i rapporti col potente vicino; viene inoltre ricordato che quando la Cina ha inasprito le sanzioni decise dall’ONU contro la Corea del Nord, Pyongyang non ha esitato ad accusarla di colludere con le potenze imperialiste.

Tuttavia, malgrado l’esistenza di questi presunti atteggiamenti anticinesi e nonostante le minacce atomiche di Kim non “disturbino” il progetto di Xi Jimping di fare della Cina una potenza globale, Pechino non può permettersi il rompere i rapporti con Pyongyang. Il principale motivo che ancora oggi giustifica la riluttanza ad abbandonare la Corea del Nord, secondo Banzato, ha origini geopolitiche, conseguenti alla Guerra di Corea (1950-1953); dopo l’armistizio di Panmunjeom, con l’appoggio prevalente della Repubblica Popolare Cinese, il regime di Kim Il-sung si è consolidato. L’intervento delle truppe cinesi a fianco della Corea del Nord nella guerra del 1950-1953 non è scaturito “solo dalla solidarietà ideologica nella lotta all’imperialismo capitalista statunitense”, ma anche da “due fondamentali interessi strategici”.

Il primo interesse strategico della Cina, nello schierarsi in pro di Pyongyang, è stato il prestigio che essa avrebbe potuto acquisire in “caso di vittoria contro gli Stati Uniti agli occhi degli altri Paesi socialisti”; fatto questo che avrebbe consentito alla Cina di “estendere la propria influenza su una penisola coreana unificata sotto l’egida dell’alleato Kim Il-sung”. Il secondo interesse strategico che ha spinto la Cina ad estendere la propria solidarietà alla Corea del Nord nella guerra del 1950-1953 ha dato origine al “principale motivo per cui nessun leader cinese ha sin qui troncato i rapporti con il problematico vicino”; ciò, perché la difficoltà di controllare un confine tanto esteso, com’è quello cinese, ha spinto Pechino a privilegiare la tendenza a circondarsi di Paesi alleati che fungessero “da cuscinetti contro possibili invasioni nemiche”. La Corea del Nord, a causa della sua posizione geografica, ha sempre svolto questo ruolo, rappresentando anche l’”ideale isolante” contro la Corea del Sud filoamericana, in cui hanno sempre stazionato numerose truppe e sono stati installati sistemi balistici.

Tutto ciò però poteva aver senso prima che la Cina fosse ammessa al WTO e si trovasse impegnata a consolidare il crescente miglioramento della sua posizione economica nel mercato mondiale. Ora, di fronte all’escalation del confronto tra la Corea del Nord e gli USA, secondo Zhu Feng, Preside dell’Istituto Affari Internazionali e Direttore esecutivo del Chine Center of the South Chine Sea dell’Università di Nanijing (Nanchino), la Cina, per non compromettere il successo della sua proiezione verso l’esterno, ha abbandonato la posizione che la vedeva incerta, se “opporsi nettamente a Pyongyang o conservare l’equilibrio tra questa e l’alleanza tra Corea del Sud e Stati Uniti”; dopo il test nucleare svolto dalla Corea del Nord nel febbraio 2013, sostiene l’analista cinese (“La Corea del Nord non è amica della Cina”, in Limes n. 9/2017), “Pechino ha assunto una posizione ferma”, appoggiando tutte le sanzioni proposte dagli Stati Uniti e adottate dal Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Oltre a consigliare il proseguimento del dialogo tra tutti i Paesi dell’Area-Pacifico più direttamente coinvolti nella disputa tra Washington e Pyongyang sul nucleare, la Cina – afferma Zhu Feng – ha cambiato in maniera decisiva la sua posizione per diverse ragioni. In primo, luogo perché si sarebbe resa conto che Pyongyang è divenuta ostile, oltre che al resto del mondo, anche alla Repubblica Popolare Cinese; in secondo luogo, perché la Corea del Nord avrebbe cessato do svolgere il ruolo di “Paese cuscinetto”; in terzo luogo, perché le posizioni di Pyongyang minacciano di sfuggire ad ogni controllo e di causare un conflitto indesiderato tra le grandi potenze.

Tuttavia, lo stesso analista avverte che, per risolvere il problema del nucleare nordcoreano, la strategia cinese non è sufficiente; occorre anche che Stati Uniti e Corea del Sud coordinino la loro strategia con quella della Cina, al fine di gestire al meglio il futuro nordcoreano. Washington e Seul, però, dovranno accantonare il proposito di aumentare progressivamente la dislocazione di sistemi balistici nel Sud della penisola coreana. Ciò servirà ad affievolire la percezione di Pechino che, secondo un altro analista cinese, Yang Xilian, Senior Advisor del Chine Institute for International Strategic Studies (“La crisi coreana serve agli USA per colpire la Cina”, in Limes n. 9/2017), l’”approccio puramente repressivo e sordo al dialogo di Washington” sia utilizzato solo per usare la denuclearizzazione di Pyongyang “per fare pressioni sulla Cina”.

Stando così le cose, l’”Editoriale” di Limes si chiede se, dal punto di vista geopolitico, irrazionali non siano gli Stati Uniti. Rifacendosi all’analisi critica che l’influente politologo di Harvard Graham Allison ha di recente formulato contro la geopolitica statunitense, l’”Editoriale” rileva che nel Pacifico gli USA sarebbero “impegnati in una battaglia persa”, in quanto sarebbe divenuto del tutto fuori luogo difendere la “Pax Americana”, conquistata con la seconda guerra mondiale.

Infatti, gli USA continuerebbero a non accorgersi che “quello status quo non esiste più a causa dell’ascesa della Cina”, destinata ad ascendere al ruolo di “numero Uno” mondiale. Ma gli Usa, restii a riconoscere il loro ridimensionamento a livello globale, da decenni avrebbero gestito la “pratica nordcoreana” in modo del tutto coerente con la loro propensione a conservare ad ogni costo la posizione egemonica acquisita; ciò ha consentito alla Corea del Nord di metterli di fronte all’ineludibile dilemma: di accettarla come “Stato ‘normale’ ammesso nei circuiti commerciali e finanziari internazionali”, cessando di essere pedina della politica di contenimento della Cina, oppure di sottostare al ricatto espresso dai suoi “missili balistici, sempre più precisi e armati con la Bomba”.

Quale che sia la scelta degli USA riguardo alla pratica nordcoreana, ciò che maggiormente preoccupa è il clima di incertezza che sta diffondendosi tra i principali attori asiatici che circondano la Corea del Nord; l’incertezza, dovuta al calo di affidabilità dell’attuale amministrazione americana, non è solo della Cora del Sud e del Giappone (i Paesi più direttamente minacciati da Kim in quanto alleati degli USA), ma anche della stessa Cina; ciò perché Pecchino è ancora lasciata nel dubbio se l’America voglia realmente trovare un’intesa con tutti i Paesi interessati per liberare Pyongyang dalle sue paure, in cambio del suo disarmo atomico; oppure, se le dichiarazioni di apertura di Donald Trump verso la Cina nascondano in realtà l’intento, al fine di conservare lo status quo, di ostacolare l’obiettivo di Xi Jinping di volere fare della Cina l’attore geopolitico più importante a livello globale.

Al resto del mondo non resta che augurarsi che il gioco, condotto a carte coperte nell’Area-Pacifico, non induca tutti i giocatori coinvolti a non “rischiare” otre ogni limite ragionevole. Sarebbe grave, se fosse vero, che un piccolo Paese come la Corea del Nord, che aspira a conservare la propria indipendenza e ad essere accettato dalla comunità internazionale, fosse costretto a dotarsi di un arsenale atomico, solo per sottrarsi agli effetti dei giochi di potere tra gli USA e la Cina; due grandi potenze che aspirano a conservare, la prima, o a conquistare, la seconda, una posizione egemonica a livello mondiale, col rischio d’essere entrambe vittime di ciò che lo stesso Graham Allison chiama “trappola di Tucidide”: la paura per il potere acquisito da Atene ha portato alla nascita di Sparta, rendendo inevitabile la guerra.

Gianfranco Sabattini