Tecnologie informatiche e “Grande Convergenza” secondo Richard Baldwin

convergenza

Richard Baldwin, docente di economia internazionale in diverse Università del mondo e al MIT, nel volume “La Grande Convergenza. Tecnologie informatiche, web e nuova globalizzazione”, sostiene che, con l’avvento delle tecnologie informatiche, “è cambiato il modo in cui si è soliti pensare la globalizzazione”. La sua tesi è che, verso la fine del secolo scorso, i cambiamenti rivoluzionari verificatisi nelle tecnologie della comunicazione e dell’informazione hanno avuto un impatto rivoluzionario sull’economia globale; un effetto semplice da intuire, ma che può essere adeguatamente spiegato solo inquadrandolo nella prospettiva del processo storico durante il quale sono maturate le condizioni che ne hanno determinato l’accadimento.

Quello della globalizzazione – afferma Baldwin – è un fenomeno antico; esso però ha compiuto un grande balzo in avanti solo verso la fine del XIX secolo, quando la macchina a vapore e la pace globale (assicurata al mondo per quasi un intero secolo dall’equilibrio tra le grandi potenze convenuto al Congresso di Vienna, dopo le guerre napoleoniche) hanno ridotto il costo del trasporto dei beni. Il fenomeno della globalizzazione ha fatto poi un secondo balzo in avanti, verso il 1990, allorché le tecnologie informatiche hanno ridotto il costo di trasferimento delle idee e della conoscenza. La “vecchia” e la “nuova” globalizzazione – sostiene Baldwin – hanno avuto “effetti sostanzialmente differenti sulla geografia economica mondiale”.

Nel corso del XIX secolo, la lenta ma continua diminuzione dei costi di trasporto ha dato luogo “a un ciclo di scambi commerciali, industrializzazione e crescita, che ha prodotto uno dei più drammatici rovesciamenti di fortune: le antiche civiltà asiatiche e mediorientali, che da quattro millenni dominavano il mondo, in meno di due secoli [sono state] soppiantate dai moderni Paesi ricchi”. Questo risultato, denominato dagli storici “Grande Convergenza”, spiega, secondo Baldwin, come tanto potere economico sia “passato di mano”, concentrandosi in pochi Paesi.

La globalizzazione, iniziata dopo le guerre napoleoniche, è stata associata alla rapida industrializzazione degli odierni Paesi economicamente avanzati, rappresentati attualmente dal gruppo di quelli più ricchi, indicato con la sigla “G7” e comprendente Stati Uniti, Germania, Giappone, Francia, Regno Unito, Canada e Italia. Il processo ha dato inizio a “una spirale di agglomerazione, innovazione e crescita industriale in grado di autoperpetuarsi, portando ad un nuovo assetto dell’economia mondiale. Dal 1820 al 1990, la quota del reddito globale del “G7” è passata da circa un quinto a quasi due terzi; l’aumento vero e proprio però è cessato a partire dagli anni Ottanta del XX secolo, addirittura invertendosi verso il 1990. Da questa data, la quota del reddito globale del “G7” ha continuato a contrarsi, sino a tornare al livello che aveva raggiunto all’inizio del XIX secolo; fatto, questo, che, a parere di Baldwin, spiega perché la natura della globalizzazione si sia modificata a partire dagli anni prossimi al 1990.

Il cambiamento epocale, che contraddistingue la “nuova” globalizzazione da quella “vecchia” del XIX secolo, è “stato altrettanto duro” anche con riferimento al prodotto dell’industria mondiale; dal 1990, la quota di tale prodotto ascrivibile al “G7” si è contratta, sino a ridursi a meno del 50%, mentre sei soli Paesi, tra quelli in via di sviluppo (Cina, Corea del Sud, India, Polonia, Indonesia e Tailandia), “hanno rappresentato la contropartita positiva del saldo negativo del G7”. La quota di prodotto industriale del resto del mondo non ha risentito di questi cambiamenti; assume però rilievo il fatto che la quota di prodotto industriale mondiale della sola Cina è salita, a partire dalla fine del secolo scorso, dal 3% circa a quasi un quinto.

Baldwin definisce “Grande Convergenza” quanto si è verificato dopo il 1990 a livello globale; allo stato attuale, ad essa di deve l’origine dell’”avversione per la globalizzazione nutrita da gran parte della popolazione dei Paesi ricchi”, a causa del manifestarsi al loro interno del fenomeno della disoccupazione strutturale irreversibile. Infatti, gli effetti del traumatico cambiamento delle quote del PIL e della produzione industriale, verificatisi nei Paesi ricchi, si sono manifestati in termini così accelerati, da non lasciare alle economie che li subivano il tempo di adeguarvisi. Ciò che, tuttavia, resta da spiegare, sostiene Baldwin, è il fatto che il ridimensionamento del “G7” sia avvenuto a favore di un così ristretto numero di Paesi in via di sviluppo, nonostante che il basso costo del trasporto commerciale e delle idee fosse disponibile per tutti. Per una plausibile spiegazione di tale fatto, occorre concentrare la riflessione sulle modalità in presenza delle quali si sono affermate, prima, la “vecchia”, e dopo, la “nuova” globalizzazione.

Quando il trasporto marittimo dipendeva dall’energia eolica e quello terrestre dall’energia animale, nulla poteva essere spedito convenientemente, se non a breve distanza; ciò – afferma Baldwin – “rendeva la produzione ostaggio del consumo”, nel senso che, essendo le persone tendenzialmente stanziali, l’alto costo del trasporto comportava che i beni fossero prodotti nel luogo dove essi venivano consumati; pertanto, poteva dirsi che la produzione fosse “forzatamente ‘impacchettata’ con il consumo”. Si può quindi pensare all’espansione della “vecchia” globalizzazione come a un progressivo “scioglimento” del forzato “impacchettamento”. Tuttavia – avverte Baldwin – non erano solo i costi del trasporto commerciale a generare il vincolo territoriale sulla produzione, in quanto vi contribuivano tre diversi costi determinati dalla distanza: il costo di trasporto dei beni, del trasporto delle idee e del trasporto delle persone.

Sin dall’inizio del XIX secolo, tali costi hanno iniziato a diminuire, ma non tutti insieme: quelli riguardanti il trasporto dei beni sono “caduti verticalmente un secolo e mezzo prima dei costi di comunicazione. E i contatti personali diretti sono ancora oggi molto costosi”. L’avvento della “nuova” globalizzazione può essere spiegato, secondo Baldwin, nella prospettiva della storia dell’”estinzione a cascata” dei vincoli espressi dalle tre categorie dei costi di trasporto. Rispetto alla commercializzazione dei beni, i costi di circolazione delle idee e delle persone sono diminuiti molto più lentamente e il diverso andamento della diminuzione ha determinato una catena di cause ed effetti, producendo “enormi differenze di reddito fra gli odierni Paesi sviluppati (indicati nel loro insieme come il ‘Nord’ del mondo) e quelli in via di sviluppo (il ‘Sud’)”.

A seguito di ciò, i mercati si sono espansi globalmente, mentre la produzione industriate si è concentrata localmente (di fatto, nei Paesi del “Nord” del mondo), con la conseguenza che anche l’innovazione è risultata concentrata territorialmente, in quanto le idee erano ancora molto costose da trasferire. Di conseguenza, sono bastati pochi decenni perché si approfondissero le asimmetrie tra i Paesi del “Nord” e quelli del “Sud”; asimmetrie che definiscono ancora oggi il panorama economico del pianeta. In ultima analisi, sostiene Baldwin, lo squilibrio tra i Paesi del Nord e quelli del Sud del mondo è stato provocato dalla “combinazione di bassi costi commerciali e alti costi di comunicazione”.

Verso il 1990, la “nuova” globalizzazione ha avuto un’accelerazione, a seguito della rivoluzione delle tecnologie informatiche, che è valsa a ridurre drasticamente il costo di trasferimento delle idee e a determinare un secondo “spacchettamento” della “vecchia” globalizzazione; ciò perché il radicale abbassamento del trasferimento delle idee ha comportato, con la delocalizzazione, il deradicamento delle fabbriche dal luogo in cui si erano affermate.

In particolare, la delocalizzazione di alcune fasi del processo produttivo industriale in Paesi a basso costo salariale ha comportato il trasferimento all’estero di molti posti di lavoro precedentemente coperti nei Paesi più sviluppati; ciò, però, ha anche comportato che, per realizzare l’adattamento delle fasi dei processi produttivi trasferite all’estero con quelle rimaste nella madrepatria, fosse operata una “rivoluzione della catena globale del valore”, a seguito della quale sono stati abbattuti i rigidi confini territoriali della conoscenza. Ciò è valso a combinare il know-how tecnologico del “G7” con i lavoratori a basso costo salariale dei Paesi in via di sviluppo, facilitando il trasferimento della conoscenza dai Paesi del “Nord” a quelli del “Sud” del mondo. Resta ancora da spiegare perché tale trasferimento abbia favorito la crescita e lo sviluppo di cosi pochi Paesi del “Sud”.

La risposta al quesito, a parere di Baldwin, può essere formulata considerando che il costo di trasferimento delle persone, correlato alle retribuzioni dei manager e dei tecnici, ha continuato a conservarsi alto; ragione, questa, che ha giustificato la propensione del “G7” a scegliere di delocalizzare in prossimità dei grandi Paesi industriali. Tuttavia, è accaduto che, mentre l’impatto sull’economia globale del secondo “spacchettamento” è risultato fortemente concentrato, la “’Grande Convergenza’ ha costituito, invece, un fenomeno molto più diffuso, a causa degli effetti a catena. Infatti, lo sviluppo di quei Paesi che hanno tratto giovamento dalla diminuzione del costo di trasferimento delle idee, ha determinato un aumento del reddito, che a sua volta, ha causato il “superciclo dei prodotti di base”; questi ultimi hanno avuto ad oggetto l’esportazione di materie prime da parte di quei Paesi del “Sud” del mondo che non erano stati coinvolti dai processi di delocalizzazione delle attività industriali dei Paesi del “Nord” del mondo.

Baldwin ritiene che la possibile e ulteriore evoluzione della globalizzazione ammetta la possibilità di un terzo “spacchettamento”, che potrà (o potrebbe) determinarsi se il costo di trasferimento dei manager dovesse diminuire nella stessa misura in cui sono diminuiti, a partire dal 1990, i costi di coordinamento delle fasi produttive delocalizzate con quelle rimaste nel Paese d’origine. Ciò accadrà (o potrà accadere) quando il miglioramento dell’intelligenza artificiale consentirà ai manager e tecnici di un Paese di fornire servizi in un altro Paese, senza esservi materialmente presenti. In altri termini, è possibile che il terso “spacchettamento” consenta ai manager e tecnici dei Paesi del “Nord” del mondo di fornire i loro servizi in un altro Paese, senza la loro presenza fisica.

La mutata natura nel tempo della globalizzazione ha dato origine a diverse forme di ripercussione sull’economia globale; quella connessa alla “nuova” globalizzazione dovrebbe indurre, conclude Baldwin, i governi, soprattutto quelli dei Paesi di più antico sviluppo, “a cambiare il modo di pensare le proprie politiche”. In particolare, dovrebbero ripensare le proprie politiche economiche, tenendo conto che la “denazionalizzazione del vantaggio competitivo” ha modificato le opzione a disposizione di tutti i Paesi; soprattutto i governi dei Paesi ricchi dovrebbero tener conto che questo cambiamento comporta che le attività produttive, per conservarsi competitive a livello globale, devono poter “mischiare e abbinare” i vantaggi competitivi garantiti dai loro Paesi con quelli dei Paesi di delocalizzazione, in modo da sceglier tra questi quelli che consentono le “maggiori efficienze di costo”.

Il mutamento della natura della globalizzazione ha determinato per tutti Paesi (sviluppati e in via di sviluppo) “la fine delle politiche di sviluppo di una volta, come pure delle ingenue politiche industriali nazionalistiche”. Esso, però, ha anche comportato la fine, o quanto meno l’inadeguatezza, della tradizionale politica sociale che i Paesi ricchi avevano adottato soprattutto a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale. La “nuova” globalizzazione ha, infatti, vanificato il patto sociale tra capitale e lavoro che sottendeva il sistema welfaristico e che rendeva compatibile la dinamica del mercato del lavoro con il progresso tecnologico.

Che cosa implica tutto ciò – si chiede Baldwin – sul piano della politica sociale, per i Paesi che non intendono bloccare il cambiamento intrinseco alla logica con la quale evolve la globalizzazione? La risposta di Baldwin non ammette dubbi: “Poiché il progresso [economico] viene dal cambiamento e il cambiamento causa dolori, i governi che vogliono sostenere il progresso devono […] escogitare il modo per far partecipare i cittadini a gioie e dolori del progresso”. Per i governi del “G7”, perciò, la “nuova” globalizzazione comporta che essi devono “proteggere i lavoratori, non i posti di lavoro. Inoltre, proprio perché l’odierna globalizzazione richiede più flessibilità dai lavoratori, è tanto più importante garantire che tale flessibilità non ne precarizzi la vita. I governi devono fornire sicurezza economica e aiutare i lavoratori ad adattarsi al mutamento delle circostanze”.

In futuro, se la globalizzazione dovesse continuare a rappresentare la principale forza trainante del cambiamento, questo sarà quasi certamente determinato dalla diminuzione dei “costi della telepresenza e della telerobotica innescate dalla rivoluzione della presenza virtuale”. I governi e il mondo produttivo (imprese e sindacati), se non saranno in grado di bloccare l’evoluzione della globalizzazione, dovranno necessariamente pensare a riformare i meccanismi distributivi attuali, che andranno riproposti in modo da garantire, a chi suo malgrado viene espulso irreversibilmente dal mercato del lavoro, l’accesso a un reddito, che consenta di soddisfare le sue ordinarie esigenze di consumo, salvaguardando la propria dignità di cittadino.

Gianfranco Sabattini

 

Coree, nuovi passi in avanti per il dialogo

coreeLe due Coree hanno concordato di tenere il 14 giugno un vertice militare a Panmunjeom, nell’ambito degli sforzi per allentare ulteriormente le tensioni bilaterali. Tra i risultati di un altro dialogo “ministeriale” tenuto sempre nel villaggio di confine, le parti hanno poi concordato di tenere il 22 giugno un incontro a livello di Croce Rossa per trattare il dossier delle riunioni tra le famiglie separate dalla Guerra di Corea del 1950-53.

E’ stato stabilito oggi, 1 giugno, nell’ambito di un altro summit fra le delegazioni dei due Paesi. Un incontro che era stato fissato per una data precedente, ma al leader nordcoreano Kim Jong-Un non erano piaciute le esercitazioni militari congiunte fra Stati Uniti e Corea del Sud. Una volta terminate, il 25 maggio, Kim aveva accettato di incontrare il presidente Moon Jae-in per un secondo vertice, il 14 giugno, dopo quello storico di Aprile. Oggi invece, si è discusso di “come realizzare efficacemente e incisivamente gli accordi raggiunti dai due leader”, come ha dichiarato il ministro dell’Unificazione sudcoreano, Cho Myoung-gyon. Inoltre la delegazione di Seul vuole cercare di “creare un’atmosfera positiva per un summit fra Kim e Donald Trump”.

Un vertice militare è di fondamentale importanza, dopo le tensioni causate dalle continue minacce di attacchi nucleari da parte del leader della Corea del Nord, terminate solo da pochi mesi. Nel frattempo, però, ci sono altre questioni su cui lavorare, per la tanto agognata riunificazione fra i due Stati. Un percorso che prima di essere politico, cerca di passare per la cultura e la società. Entrambe le parti sono d’accordo nel dare vita a breve all’Ufficio intercoreano di collegamento a Kaesong, una città di confine, che è stata anche capitale del Nord. L’attenzione è posta prima di tutto su quelle famiglie che si sono dovute separare a causa della Guerra di Corea. Il 22 giugno è stato fissato un incontro per parlare proprio di questo. Già ad Aprile però avevano concordato di procedere con programmi di riunione a partire dal Giorno nazionale della liberazione, che si festeggia il 15 Agosto.

E proprio Agosto potrebbe essere un mese importante per l’unificazione dei due Paesi. A Giacarta, in Indonesia, saranno infatti inaugurati i Giochi asiatici 2018, ai quali potrebbe partecipare una squadra pancoreana, dopo che alle ultime olimpiadi invernali le due Coree avevano gareggiato unite. L’ultimo punto su cui si focalizzeranno Nord e Sud da qui in avanti sono i trasporti. La rete ferroviaria è uno dei principali strumenti di unificazione. Lo è stato per l’Italia e per gli Stati Uniti, ad esempio, e lo vuole essere anche per la Corea: le intenzioni sono quelle di ricollegare le tratte transfrontaliere, in modo che si possa attraversare il confine semplicemente salendo su un treno. “Sud e Nord hanno concordato di fare passi sostanziali per far avanzare le relazioni intercoreane in modo attivo e significativo, e per accompagnare una nuova era di prosperità, riconciliazione e pace”, si legge nella nota congiunta diffusa in occasione dell’incontro del 1 giugno.

Usa-Cina, finita la guerra commerciale: dazi sospesi

U.S. President Donald Trump takes part in a welcoming ceremony with China's President Xi Jinping at the Great Hall of the People in Beijing

Cina e Stati Uniti hanno deciso di rinunciare a ogni guerra commerciale e all’aumento dei rispettivi diritti doganali. Lo hanno annunciato gli organi di informazione ufficiali di Pechino.

Il tentativo di disgelo commerciale tra Stati Uniti e Cina passa attraverso un accordo con poche cifre e molte promesse: Pechino, dopo giorni di trattative tra delegazioni ai massimi livelli a Washington, ha acconsentito a nuovi impegni per l’acquisto di beni e servizi ‘made in Usa’. Ancora elusivo, però, l’obiettivo dell’amministrazione di Donald Trump posto fino a  più che dimezzare il deficit bilaterale nell’interscambio, tagliandolo di  200 miliardi di dollari l’anno da oltre 370 miliardi. Voci di un immediato sì cinese a simili nuove importazioni entro il 2020, ritenute impossibili dagli stessi analisti, sono state smentite da Pechino.

A chiusura degli incontri, una  dichiarazione congiunta cino-americana ha affermato ieri sera che i due paesi concordano sulla necessità di misure efficaci per ridurre significativamente il disavanzo degli Stati Uniti in beni con la Cina e che a questo fine la Cina aumenterà significativamente gli acquisti di beni e servizi statunitensi. Due settori vengono menzionati in particolare: agricoltura e energia. Gli Usa invieranno una squadra in Cina per definire i dettagli. Il nuovo capo-consigliere economico Larry Kudlow, ha separatamente menzionato anche i servizi finanziari.

Questi passi potrebbero trasformarsi in segnali di progressi a venire in una partita ancora complessa e tesa. La Casa Bianca  mantiene aperta la minaccia di dazi su 150 miliardi di importazioni dalla Cina per violazioni di proprietà intellettuale e furti di tecnologia che potrebbero scatenare  nuove rappresaglie. Ieri le parti si sono limitate a far sapere che su questo rafforzeranno la cooperazione nell’ambito di un approccio attivo per cercare di risolvere le loro preoccupazioni economiche e commerciali.

Altri concreti passi verso un allentamento della crisi sono avvenuti in occasione degli incontri negoziali. Ultimo la  fine di un’indagine anti-dumping  di Pechino sul sorgo statunitense, che lo aveva messo al bando da un mercato che l’anno scorso aveva assorbito  un miliardi di dollari  del raccolto. La Casa Bianca si è subito mossa per  riabilitare il gigante delle telecomunicazioni cinese Zte, accusato di violazione di sanzioni e di minacciare la sicurezza nazionale, proprio in cambio di aperture sull’agricoltura. Mentre ancora le authority cinesi hanno sbloccato l’acquisizione da 18 miliardi dei chip di memoria di Toshiba da parte del fondo Usa Bain Capital e considereranno un via libera alla fusione tra l’americana Qualcomm e Nxp.

La Casa Bianca, durante il negoziato, ha messo in chiaro le sue priorità: tra queste spicca il taglio di almeno 200 miliardi entro il 2020 del deficit commerciale bilaterale. Un’intesa iniziale su una lista di prodotti ‘made in Usa’ dei quali la Cina aumenterebbe gli acquisti quale gesto di progresso si è tuttavia fatta strada. Ma far decollare un simile accordo rimane un obiettivo difficile, anche per ragioni strettamente economiche e non politiche: funzionari statunitensi, oltre a numerosi esperti, ritengono che gli Stati Uniti, ormai vicini ai massimi dell’utilizzo della capacità produttiva, potrebbero al più offrire per l’export in Cina  altri 50 o 60 miliardi, dall’agricoltura alla tecnologia, nei prossimi due anni.

A dimostrazione dell’alta posta in gioco, il presidente Donald Trump ha visto di persona fin da giovedì il capo-delegazione cinese, il vice-premier Liu He. Una posta che va anche al di là del commercio. Pechino vanta forte influenza sulla Corea del Nord, alla vigilia del delicato e storico summit di denuclearizazione con gli Stati Uniti del 12 giugno a Singapore. Nei giorni scorsi Pyongyang ha sollevato dubbi sul vertice ed è emerso che la Casa Bianca, per evitare la riapertura di crisi, ha  accettato di cancellare esercitazioni militari  congiunte con la Corea del Sud su richiesta di Seul.

Questo annuncio, che arriva dopo negoziati di alto livello a Washington, segue mesi di tensioni tra le due potenze, con il presidente americano Donald Trump che ha più volte puntato il dito contro un rapporto commerciale squilibrato che rappresenta un pericolo per gli Stati Uniti. Le due parti sono arrivate ad una intesa. “Non si impegneranno in una guerra commerciale e non aumenteranno i rispettivi diritti doganali”, ha dichiarato il vice premier cinese Liu He, secondo l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua.

Il vice premier cinese, che questa settimana ha diretto a Washington la delegazione incaricata dei negoziati con il segretario americano al Tesoro Steven Mnuchin, ha spiegato che l’accordo era una necessità.

Gli effetti dell’intesa tra Usa e Cina hanno avuto anche ripercussioni sull’euro. In avvio di settimana l’euro ha segnato un nuovo minimo da dicembre a 1,1716 dollari. Successivamente la valuta europea ha recuperato in parte a 1,1738, in una giornata in cui non si sono manifestati dati macroeconomici di rilievo, mentre molti mercati europei sono stati chiusi o semichiusi per la festività di Pentecoste. Nel pomeriggio e in serata, invece, sul fronte dollaro sono attesi interventi di esponenti della Federal Reserve.

Secondo gli analisti, a spingere il dollaro ha contribuito, oltre al rialzo dei tassi sui titoli pubblici americani, anche l’intesa tra Usa e Cina sul commercio, che consente di proseguire le trattative e evita uno scontro aperto. All’opposto a zavorrare l’euro potrebbe contribuire anche la situazione di incertezza politica in Italia, con i negoziati sulla formazione di un governo M5S-Lega che sono stati accompagnati da alcune indiscrezioni sul contratto tra le due formazioni lette in maniera allarmistica dai mercati.

Salvatore Rondello

Giornata storica per le due Coree. Vertice tra i leader

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Si è trattato del primo vertice tra i leader dei due paesi da dieci anni a questa parte quello avvento venerdì tra i leader delle due Coree. l summit si è tenuto nella zona demilitarizzata di Panmunjom, sul confine tra Nord e Sud, in coincidenza con il trentesimo parallelo. Al termine dell’incontro i due capi di stato hanno rilasciato una dichiarazione congiunta nella quale hanno sancito che la guerra tra i due paesi è finita e si sono impegnati a lavorare per la completa denuclearizzazione della penisola coreana. La distensione dei rapporti tra i due paesi favorirà colloqui più distesi nel vertice tra Kim Jong-un e il presidente statunitense statunitense Donald Trump, in programma tra maggio e giugno.

“Non ci sarà più guerra nella penisola coreana, è iniziata una nuova era di pace”, si legge nella nota congiunta firmata dal leader della Corea del Nord, Kim Jong-un, e dal presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in. I due leader accettano di lavorare per la “completa denuclearizzazione della penisola coreana” e si sono impegnati a fare in modo che l’armistizio tra i due paesi del 1953 diventi un trattato di pace entro la fine dell’anno.  Dopo aver firmato la dichiarazione congiunta i due leader si sono stretti la mano e si sono abbracciati calorosamente. “Non ripeteremo gli errori del passato”, ha detto Kim Jong-un. “Siamo una stessa famiglia e dobbiamo garantire un futuro di pace alle nostre popolazioni”, ha aggiunto. Moon Jae-in, da parte sua, ha lodato “il coraggio e la determinazione” del suo omologo nordcoreano.

Il primo contatto tra Kim Jong-un e Moon Jae-in è avvenuto intorno alle 09.30 ora locale lungo la linea di confine tra Corea del Nord e Corea del Sud. Kim ha attraversato la linea di demarcazione tra i due paesi, entrando in territorio sudcoreano. Il leader di Pyongyang ha poi invitato Moon a fare il suo ingresso sul suolo della Corea del Nord. Kim Jong-un è stato così il primo leader della Corea del Nord a mettere piede in Corea del Sud dalla fine della guerra tra i due paesi nel 1953.

I due leader si sono poi ritirati nella Peace House di Panmunjom per iniziare i colloqui. Prima, però, Kim ha firmato il registro degli ospiti della struttura con un messaggio di pace. “Una nuova storia comincia ora. Dal punto di partenza della storia e dell’era di pace”, ha scritto il leader della Corea del Nord.

I due capi di stato sono rimasti chiusi nella Peace House per poco più di un’ora, prima di ritirarsi nei rispettivi territori con le rispettive delegazioni per pranzo. Secondo quanto emerso, il leader nordcoreano Kim Jong-un ha fatto una battuta al suo omologo sudcoreano che lascia intendere uno stop di Pyongyang nei suoi test nucleari. Parlando dei test missilistici Kim ha detto a Moon: “Ci penserò, per non svegliarti prima”. I media hanno interpretato la battuta come una promessa di interrompere i test nucleari, che solitamente vengono effettuati di prima mattina.

L’ultimo incontro tra i leader di Corea del Nord e Corea del Sud risaliva a più di dieci anni fa. Da allora la capacità nucleare e missilistica di Pyongyang è avanzata enormemente. Dopo la sanguinosa guerra che durò dal 1950 al 1953, i due paesi non firmarono mai un vero e proprio trattato di pace, limitandosi a un armistizio, il che significa che formalmente le Coree erano ancora in guerra. L’incontro tra Kim Jong-un e Moon Jae-in è arrivato dopo un graduale miglioramento delle relazioni tra le due Coree, che ha visto il suo apice in occasione delle Olimpiadi invernali tenute nel febbraio scorso a Pyeongchang, in Corea del Sud.

Il miglioramento delle relazioni tra Corea del Nord e Corea del Sud favorisce un clima disteso nel previsto incontro tra Kim Jong-un e Donald Trump, che dovrebbe tenersi tra maggio e giugno. La data del summit non è ancora nota, così come non si sa dove i due leader si vedranno. Qui alcune ipotesi. I rapporti tra Pyongyang e Washington si stanno facendo più rilassati, ma il presidente americano ha avvertito che se il vertice non si rivelerà fruttuoso abbandonerà il tavolo.

Trump, il giustiziere a colpi di dazi

trump_cinaIl presidente Donald Trump ha firmato alla Casa Bianca il memorandum che ha come obiettivo i dazi contro la Repubblica Popolare Cinese. Annunciando la controffensiva nei confronti della Cina, con il varo di tariffe destinate a colpire le importazioni negli Stati Uniti, ha dichiarato: “Se ci tassano, noi tassiamo loro. Agiremo nei confronti della Cina, potrebbe essere un’azione da 60 miliardi di dollari. Vedo la Cina come amica, ho un grande rispetto per il presidente Xi, abbiamo un ottimo rapporto: ci stanno aiutando molto in Corea del Nord.

Ma abbiamo un deficit commerciale di 504 miliardi di dollari, qualcuno dice 375 miliardi in base al modo in cui si calcola. E’ comunque il deficit più ampio mai registrato da un paese ed è fuori controllo. Abbiamo un tremendo problema di furti di proprietà intellettuale, centinaia di miliardi di dollari su base annuale. Ho parlato con il presidente e con altri rappresentanti della Cina. Ho chiesto di ridurre immediatamente il deficit commerciale di 100 miliardi di dollari, è molto.  Se gli altri tassano del 25% una nostra auto e noi tassiamo una loro auto del 2%, non va bene. Ecco come ha fatto la Cina a ricostruire… Siamo impegnati in una ampia discussione, vediamo come andrà a finire. Molti paesi ci contattano per trattare, perché non vogliono pagare le tariffe previste per acciaio e alluminio. Stiamo iniziando una trattativa con l’Unione Europea, che ha barriere: loro possono fare affari con noi ma noi non possiamo fare affari con loro, non è equo. Il Nafta è stato molto penalizzante per gli Stati Uniti, dobbiamo migliorarlo o fare qualcos’altro. L’accordo con la Corea del Sud è molto squilibrato, deve essere modificato. Tutti vogliono trattare e in molti casi, forse tutti, troveremo un accordo. Stiamo facendo cose che avrebbero dovuto essere fatte tanti anni fa. Gli Stati Uniti sono stati oggetto di abuso da parte di tante altre nazioni che hanno tratto vantaggi. Faremo in modo che non accada più: forse è uno dei motivi per cui sono stato eletto, forse uno dei motivi principali. Abbiamo un deficit commerciale totale di 800 miliardi”.

Continuando, Trump ha affermato ancora: “Vogliamo rapporti reciproci. La parola chiave è reciprocità, a specchio: se ci tassano, noi tassiamo loro. Per molti anni non è stato così, in molti non riuscivano a credere di aver tratta vantaggio dai rapporti commerciali con gli Stati Uniti. Ho parlato più volte di pratiche commerciali scorrette. Abbiamo perso 60mila imprese nel nostro paese in pochi anni, almeno 6 milioni di posti di lavoro. Ora cominciano a tornare”.

Gli Stati Uniti esentano l’Unione Europea, l’Australia, l’Argentina, il Brasile e la Corea del Sud dalle tariffe relative all’importazione di acciaio e alluminio. Lo ha detto Robert Lighthizer, rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti.

Lighthizer ha detto: “Il presidente Donald Trump ha sospeso l’imposizione delle tariffe mentre sono in corso trattative. Abbiamo l’Europa, l’Australia, l’Argentina, il Brasile. Chi sto dimenticando? Ovviamente la Corea, dove stiamo negoziando”.

L’esenzione era già stata accordata a Canada e Messico. Lo scorso 8 marzo Trump ha annunciato tariffe su acciaio (25%) e alluminio (10%) destinate ad entrare in vigore oggi.

Dopo i provvedimenti contro la Cina, Wall Street ha reagito negativamente. Ma, anche le borse asiatiche sono oggi in forte ribasso.

Salvatore Rondello

Dopo Davos, Ue pronta a reagire ai dazi Usa

Participants arrive at the congress centrre prior to the opening of the World Economic Forum in Davos on January 21, 2014. Some 40 world leaders gather in the Swiss ski resort Davos to discuss and debate a wide range of issues including the causes of conflicts plaguing the Middle East, and how to reinvigorate the global economy.   AFP PHOTO  ERIC PIERMONT        (Photo credit should read ERIC PIERMONT/AFP/Getty Images)

 AFP PHOTO ERIC PIERMONT (Photo credit should read ERIC PIERMONT/AFP/Getty Images)

Dopo le dichiarazioni fatte dal presidente Usa, Donald Trump, in materia di commercio, c’è stata l’alzata di scudi dell’Unione Europea. Il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Junker, ha affermato: “L’Ue è pronta ad agire in modo rapido e appropriato nel caso in cui le sue esportazioni siano colpite da misure restrittive Usa”.
Donald Trump ha criticato l’UE dicendo: “L’Unione Europea è stata ingiusta con gli Stati Uniti in termini di scambi commerciali”.
Dopo aver imposto dazi sui pannelli solari e sulle lavatrici, prendendo di mira soprattutto Cina e Corea del Sud, Donald Trump ora punta l’occhio su Bruxelles. Ma, contemporaneamente, si manifesta possibilista per il rientro degli Stati Uniti nell’accordo sul clima di Parigi, in parte per il suo buon rapporto con il presidente francese Emmanuel Macron. Proprio Macron sarà il primo leader ospitato dalla Casa Bianca di Trump per una visita di stato. Ai microfoni della televisione inglese Itv, Trump ha detto: “Mi piace Emmanuel”. Poi il presidente americano è tornato a parlare di clima, sollevando dubbi sulla scienza che sta dietro al cambiamento climatico con le frasi seguenti: “C’è un raffreddamento, c’è un surriscaldamento. Prima non si chiamava cambiamento climatico, ma riscaldamento climatico. Ma anche questo termine, non ha funzionato bene visto che c’era un raffreddamento un po’ ovunque. Le calotte di ghiaccio avrebbero dovuto sciogliersi, ma al contrario stanno registrando record”. Affermazioni in linea con le precedenti prese di posizione sul tema del presidente che, nel 2014, twittò: “Le calotte polari sono a livelli record, la popolazione di orsi polari cresce. Dov’è il riscaldamento globale?”. Nonostante lo scetticismo Trump ribadisce di essere aperto a rientrare nell’accordo di Parigi a condizione che si tratti di un buon accordo per gli Stati Uniti. All’apparente apertura sul clima, si fanno più aspre le critiche commerciali all’Europa. È evidente che Trump ha fatto, con le intese sul commercio, un suo cavallo di battaglia. Trump recentemente, a Davos, ha affermato che sul fronte commerciale preferisce le intese bilaterali a quelle multilaterali spingendosi a dire: “Sarei più duro di Theresa May nelle trattative per la Brexit”.
Gli scambi commerciali sono uno dei temi al centro del discorso sullo Stato dell’Unione del presidente, in calendario martedì, con l’accordo di libero scambio del Nafta nel mirino. L’intervento al Congresso è l’occasione per Trump per delineare la sua politica economica, con l’atteso piano per le infrastrutture, e per chiedere un approccio bipartisan sui temi più sensibili, soprattutto l’immigrazione. In tutto Trump parlerà direttamente agli americani per 60 minuti senza filtro, in un discorso ‘calmo’ stile Davos, come riferisce l’amministrazione mantenendosi comunque cauta. Il timore è che Trump parli a mano libera, lasciandosi andare a commenti e affermazioni controverse. La paura è soprattutto che si pronunci sul Russiagate. Il discorso sullo Stato dell’Unione arriva proprio nel mezzo delle indagini sulle interferenze russe sul voto del 2016 e del fallito tentativo di Trump di licenziare il procuratore speciale Robert Mueller. Rompendo il silenzio degli ultimi giorni, alcuni senatori repubblicani già hanno avvertito il presidente che cacciare Mueller significherebbe la fine della presidenza.
Dunque, a breve, si profilano interessanti sviluppi sul proscenio politico degli USA.

Le olimpiadi invernali portano il disgelo tra le due Coree

coreeDopo le turbolenze tra Pyongyang e Washington che si sono riversate in parte anche sui rapporti tra le due coree, adesso è in atto la prima schiarita tra i due Stati, il merito non è solo delle olimpiadi, ma anche dell’intermediazione cinese.
Durante tavolo negoziale inaugurato oggi al villaggio di confine di Panmunjom tra le due Coree è stato ristabilito il loro collegamento telefonico militare, la cosiddetta ‘linea rossa’: Pyongyang ha comunicato di aver riattivato la linea oggi. La linea fu chiusa nel febbraio 2016 dalla Corea del Nord per protesta contro la chiusura per volere di Seul del complesso industriale di Kaesong, gestito congiuntamente dai due paesi e veniva usata per comunicare alle autorità nordcoreane spostamenti che coinvolgevano cittadini sudcoreani in entrata o uscita dal complesso di Kaesong, situato subito a nord della linea di demarcazione intercoreana.
Dopo i fruttuosi colloqui, positivi oltre ogni previsione, i funzionari di Pyongyang hanno offerto di inviare una delegazione ai Giochi in programma dal 9 al 25 febbraio, in un primo gesto di distensione con la Corea del Sud dopo mesi di escalation missilistica e nucleare. La delegazione sarà composta da funzionari di alto livello, atleti, un team di supporto e uno di artisti dello spettacolo, un gruppo di turisti, una squadra di dimostrazione di Taekwondo e un gruppo di giornalisti, secondo quanto dichiarato ai giornalisti presenti a Panmunjom dal vice ministro sudcoreano per l’Unificazione, Chun Hae-sung, che fa parte del gruppo di dirigenti di Seul presenti ai colloqui di oggi. Seul ha chiesto il dialogo militare con il Nord per allentare la tensione nella penisola coreana e ha proposto che gli atleti delle due Coree possano sfilare assieme in occasione delle cerimonie di apertura e di chiusura dei Giochi, come già avvenuto in occasione dei Giochi di Sydney 2000, Atene 2004 e delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006.
Per quanto riguarda le sanzioni e l’eventualità di alleggerirle nei confronti della vicina Pyongyang, poi il portavoce del ministero degli Esteri sudcoreano non ha specificato quali misure restrittive specifiche potranno essere cancellate, ma allo stesso tempo ha osservato che Seul intende “consultarsi strettamente” su questo tema con il comitato per le sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, gli Stati Uniti e “gli altri Paesi interessati”. Ma in realtà si tratta di una ‘tregua olimpica’ durante le Olimpiadi invernali di PyeongChang, che si terranno tra il 9 e 25 febbraio, per consentire alla delegazione di Pyongyang di recarsi all’evento, così da poter invitare anche alti esponenti nordcoreani all’evento.
“Sono arrivato qui con la speranza che le due Coree si parlino con atteggiamento sincero e fiducioso”, aveva dichiarato all’inizio dei colloqui il capo ella delegazione nord-coreana, Ri Son-gwon, che è capo del Comitato nord-coreano per la
Riunificazione Pacifica dei due Paesi. La notizia è stata subito accolta con favore da Pechino che già a novembre aveva tentato di allentare la tensione tra Pyongyang e Washington. La Cina “ha accolto con favore e sostiene i positivi sforzi fatti da entrambe le parti nell’alleviare le tensioni nella penisola”, ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lu Kang, auspicando che i colloqui possano segnare “un buon inizio” per entrambe le parti verso il miglioramento delle relazioni bilaterali e l’allentamento delle tensioni. Soddisfazione è stata espressa anche dal Cremlino. Crediamo che solo tramite il dialogo sia possibile allentare le tensioni nella penisola coreana”, ha dichiarato il portavoce Dmitri Peskov, aggiungendo che è “esattamente di quel dialogo, della cui necessità ha sempre parlato la Federazione russa”.
Ma il beneplacito per Seul non poteva che partire dallo storico alleato americano: prima dei colloqui, infatti, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, mettendo da parte le polemiche con Kim Jong-un degli ultimi giorni, aveva affermato che gli sarebbe piaciuto che i colloqui andassero oltre la partecipazione della Corea del Nord alle Olimpiadi Invernali di Pyeongchang, aggiungendo che gli Usa si sarebbero uniti ai colloqui “al momento appropriato”.

Pyeongchang 2018, Mattarella: “In Corea da protagonisti, l’Italia con voi”

Il Presidente della Repubblica ha ricevuto al Quirinale gli atleti olimpici e paralimpici che dal 9 febbraio 2018 gareggeranno per l’Italia nei Giochi invernali: “E’ come se venissimo tutti con voi”. Arianna Fontana e Florian Planker i portabandiera

mattarella2ROMA – “Tutta l’Italia sarà con voi”. Con questo messaggio il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha consegnato il Tricolore ad Arianna Fontana e Florian Planker, i portabandiera olimpico e paralimpico dell’Italia ai Giochi invernali di Pyeongchang che si terranno in Corea del Sud dal 9 al 25 febbraio 2018.

SAREMO PROTAGONISTI” – Gli atleti azzurri sono stati ricevuti al Quirinale dal Capo dello Stato, che ha voluto caricarli in vista delle prossime competizioni. “La bandiera italiana non rappresenta solo il fatto che voi sarete l’Italia ai Giochi, ma anche il fatto che con voi viene tutta l’Italia, è come se tutti noi venissimo con voi”, ha aggiunto Mattarella. Il Presidente auspica che i Giochi possano favorire a far ritornare un clima di pace: “Andate a vivere una avventura di grande fascino e importanza. Non si arriva facilmente a rappresentare il nostro Paese ai Giochi, è un lungo e impegnativo percorso quello che avete fatto, ma entusiasmante, e che ha come obiettivo partecipare a quel clima particolare di fratellanza che rappresentano i Giochi. Poi arrivano le competizioni e le medaglie, speriamo. E questa è una gara che fate con voi stessi innanzitutto, ed è un traguardo sempre nuovo quello che voi inseguite. Vogliamo essere protagonisti. Auguri e in bocca al lupo”.

MALAGO’: “SIMBOLO PER IL PAESE” – C’era ovviamente anche Giovanni Malagò, presidente del Coni: “Ci impegniamo, signor Presidente, ad andare in Corea per disputare un’Olimpiade da protagonisti, per cercare di vincere sul campo contro i nostri avversari e fuori con i nostri comportamenti. Vogliamo essere un simbolo positivo per il Paese, facendoci interpreti e messaggeri dei suoi precisi insegnamenti e dei suoi puntuali incoraggiamenti”. Gli azzurri saranno in totale 130, un record. Molto emozionata la portabandiera Arianna Fontana, campionessa di short track: “Oggi è un giorno incredibile per me, pieno di emozioni e di orgoglio. Quel giorno in cui entrerò nello stadio e sventolerò il tricolore – ha aggiunto l’azzurra rivolgendosi a Mattarella – vedrà tre diverse me: una da bambina, con la passione dello sport, una da quindicenne che ha appena intravisto l’olimpico dei giganti dello sport e poi la donna che vedete oggi, pronta ad affrontare ogni sfida per aiutare il nostro Paese”.

Francesco Carci

Dalla Ue una lista nera
dei paradisi fiscali

paradisi-fiscali1Spinta dai continui scandali fiscali che hanno lasciato sempre più indignata l’opinione pubblica, l’Unione europea ha deciso di fare ciò che non aveva mai osato finora: compilare una lista dei ‘paradisi fiscali’, cioè quelle giurisdizioni che favoriscono l’evasione ai danni dei cittadini di tutto il mondo. Nella speranza che, esponendoli alla pubblica gogna e forse anche al rischio di future sanzioni, comincino a collaborare con le autorità fiscali europee smettendo di aiutare gli evasori. “Il processo non si ferma qui, ora dobbiamo aumentare la pressione”, ha detto il commissario agli affari economici Pierre Moscovici. I ‘paradisi’ individuati dalla Ue sono 17: Samoa e Samoa americane, Bahrain, Barbados, Grenada, Guam, Corea del Sud, Macao, isole Marshall, Mongolia, Namibia, Palau, Panama, Santa Lucia, Trinidad e Tobago, Tunisia, Emirati Arabi.

Altri 47 sono invece stati inseriti in una ‘lista grigia’, perché si sono impegnati a cooperare. Ci sono, tra gli altri, anche Svizzera, Turchia, San Marino, Andorra, le Cayman, Jersey e Bermuda. La Ue aveva cominciato dieci mesi fa a valutare i Paesi da inserire nell’elenco. Si partiva da una lista di oltre 90 nomi, da analizzare applicando i criteri individuati dalla Commissione europea: trasparenza, equa tassazione e attuazione degli standard Ocse sullo spostamento dei profitti (BEPS).

Lo screening è stato fatto da esperti nazionali, che a gennaio scorso inviarono a tutti una lettera per informarli dell’avvio del processo. Ad ottobre, ne hanno inviata un’altra per informare chi sarebbe finito accusato per favoreggiamento dell’evasione. Alcuni si sono quindi impegnati a collaborare entro l’anno, e sono cosi’ stati depennati. Solo in 17 non hanno manifestato alcun ‘pentimento’. Per loro, scatteranno per ora le ‘sanzioni amministrative’ decise dall’Ecofin: gli Stati membri potranno cioè decidere di aumentare il monitoraggio, fissare ritenute d’acconto, e nessun fondo europeo potrà essere utilizzato da società che hanno sede in quei Paesi. Per Moscovici bisogna ora lavorare a sanzioni vere, e soprattutto assicurarsi che i 47 della lista grigia facciano quanto promesso. Stessa preoccupazione di Oxfam, che voleva “sin da subito una blacklist Ue più lunga” e che non escludesse i Paesi Ue, perché secondo l’ong almeno 4 “consentono oggi a grandi corporation di minimizzare il proprio carico fiscale”. Archiviata la black list, si passa ora al lavoro sulla riforma dell’Unione economica e monetaria (EMU). La Commissione ha finalizzato il documento che illustra le prossime tappe, cercando un difficile equilibrio tra Nord e Sud, socialisti e popolari, austerità e crescita. Ci sarà la linea di bilancio dell’Eurozona che voleva Macron, e l’incorporamento delle regole di bilancio del Fiscal Compact nei Trattati, come segale ai rigoristi. Ma per accontentare i Paesi del Sud, il fondo salva-Stati Esm aprirà un ‘paracadute’ sul salva-banche, e diventerà anche un Fondo monetario Ue, pronto a intervenire in caso di choc economici o per aiutare gli investimenti.

Nord Corea: Trump a Kim “non metterci alla prova”

korea nord

“Non ci sottovalutare, non metterci alla prova”. Un duro monito lanciato direttamente al dittatore nordcoreano, Kim Jong-un, quello di Donald Trump, dal podio del parlamento di Seul. Sarebbe un “errore di calcolo fatale” quello del regime di Pyongyang se continuasse con le sue provocazioni perché ‘the Donald’, è stato il messaggio, non è Barack Obama. “Questa è un’amministrazione molto diversa rispetto a quella che gli Stati Uniti hanno avuto in passato – ha tenuto a sottolineare Trump, avvertendo Kim che, se non rinuncerà al suo programma nucleare, sarà annientato.

“Le armi che stai acquistando non ti stanno rendendo più sicuro ma stanno esponendo il tuo regime ad un grave rischio”, ha affermato il presidente americano. “Ogni passo che fai in questo buio sentiero aumenta il pericolo che hai davanti – ha insistito – la Corea del Nord non è il paradiso che tuo nonno ha immaginato ma un inferno che nessuna persona merita”.

Trump ha dunque reclamato “una completa e verificabile denuclearizzazione della penisola coreana” e invitato tutte le nazioni responsabili ad unire le forze nell’isolare Pyongyang, Cina e Russia comprese. Trump vedrà il presidente cinese Xi Jinping oggi a Pechino e il presidente russo Vladimir Putin ai vertici Apec e Asean in Vietnam e nelle Filippine. “Il mondo non può tollerare la minaccia di un regime canaglia”, ha sottolineato Trump, prima di marcare il contrasto tra le due Coree, indicando come la prosperità economica di Seul sia la prova del fallimento di Pyongyang. “Quando la guerra di Corea è iniziata nel 1950 le due Coree avevano un Pil pro capite pressoché identico ma entro gli anni Novanta la ricchezza del Sud ha superato quella del Nord di 10 volte e oggi l’economia della Corea del Sud è oltre 40 volte più grande.”, ha asserito il presidente Usa.

Trump ha dunque elencato le atrocità del regime e proposto “un sentiero verso un futuro molto migliore”. Il miliardario ha anche voluto ricordare che è passato un anno dalla sua elezione ed è riuscito perfino a pubblicizzare il suo resort di golf del New Jersey, sottolineando come gli Women’s Us Open siano stati vinti da una grande atleta coreana nel suo club di Bedminster. L’intervento, durato 35 minuti, si è chiuso tra gli applausi una standing ovation.