Vicenza, governare in maniera più pacata

migranti skyl PD, LeU e PSI della provincia di Vicenza sollecitano le forze del centrodestra che oggi governano il Veneto e l’Italia a fare maggior attenzione a quanto realmente accade nei territori.
E’ il caso delle presunte richieste fatte pochi giorni fa da alcuni migranti alla Questura di Vicenza. Alcuni organi di stampa si sono affrettati a riportare e mettere in risalto la richiesta di collegamenti Sky e aria condizionata, mettendo in secondo piano la richiesta legittima di una Carta d’identità.

Ecco così che oggi i media riportano le dichiarazioni scandalizzate dei principali esponenti del centrodestra vicentino che parlano di “presunti rifugiati” e di “masse di persone che vengono in Italia a fare le vacanze”.
Poche ore fa la verità riportata da una valida giornalista del Corriere della Sera del Veneto che, correttamente e forse in maniera solitaria, ha contattato la Questura e la Prefettura per chiedere come realmente si fossero svolti i fatti.

In Questura vi è stato un incontro con i rappresentanti dei migranti, ma per parlare di ordine pubblico.
In Prefettura vi è stato un incontro con la cooperativa che gestisce il centro culturale San Paolo, ma si è parlato della richiesta di residenza per i migranti stessi.
Nulla di scandaloso quindi se non forse la continua propensione del centrodestra a trasformare ogni refolo in una tempesta.

PD, LeUe PSI della provincia di Vicenza auspicano che si torni a far politica (e in alcuni casi informazione) in maniera più pacata e costruttiva. Pacatezza e desiderio di costruire più che distruggere, due virtù troppo spesso accantonate da chi fa politica con le parole più che con i fatti.

Luca Fantò
Segretario regionale PSI Veneto

“Dreamers 1968: come eravamo, come saremo” al Museo di Trastevere

dreamers_2Archivio Riccardi sarà protagonista nella grande mostra fotografica e multimediale, in esposizione dal 5 maggio al 2 settembre 2018 al Museo di Roma in Trastevere, realizzata in occasione del 50° anniversario del 1968, a cura di AGI Agenzia Italia e resa possibile dalle numerose fotografie realizzate da Carlo Riccardi insieme a quelle provenienti dall’archivio storico di AGI, ANSA, AP Associated Press, Contrasto, RAI-RAI TECHE, Corriere della Sera, Il Messaggero, La Stampa, l’Espresso, e tanti altri.

L’iniziativa nasce da un’idea di Riccardo Luna, direttore AGI, e intende delineare un vero e proprio percorso nell’Italia del periodo: un racconto per immagini e video del Paese di quegli anni per rivivere, ricordare e ristudiare quella storia. Tra queste immagini spiccano le foto provenienti dai cassetti dell’Archivio Riccardi: la copertina all’intero progetto della mostra, che ritrae il preludio della battaglia di Valle Giulia, il 1 marzo del 1968, è proprio di Carlo Riccardi.

«Il 1968 fu un anno particolare anche per noi fotografi – ha dichiarato ai margini della conferenza stampa della mostra il novantaduenne Carlo Riccardi – quel primo marzo a Valle Giulia ha significato molto, ha in qualche modo preso vita la figura del fotoreporter da battaglia urbana, quello che per tutti gli anni successivi usciva dalle agenzie per andare a “prendere le botte”.

Quel giorno da una parte ci stavano le forze dell’ordine con gli elmetti, i manganelli, le camionette corazzate, i camion con gli idranti, le bombe lacrimogene. Dall’altra gli studenti. Al centro noi fotografi.
Non era la prima volta in quei mesi, a Roma e in altre città, che polizia e studenti si scontravano. Ma la violenza non era mai arrivata a quel punto: due ore e mezzo d’ira e di sangue. È un puro caso che non abbiamo fotografato morti.

Nel maggio 1968 tutte le Università erano occupate, in seguito nel 1969 ci fu l’esplosione degli scioperi degli operai in fabbrica, che si saldò con il movimento degli studenti che contestavano i contenuti arretrati e parziali dell’istruzione, e rivendicavano l’estensione del diritto allo studio anche ai giovani di condizione economica disagiata.

La Polizia era già intervenuta per sgomberare le prime forme di occupazione e di autogestione che all’epoca non consistevano altro che in fermi tentativi di instaurare un dialogo con i docenti, sostituendosi ad essi quando tali tentativi fallivano miseramente. C’erano già state forme di violenza urbana, quando i più estremisti facevano degenerare una manifestazione in scontri con le Forze dell’Ordine, primo e più logico bersaglio delle proteste più veementi. Ma tutte queste manifestazioni si erano risolte con qualche “carosello” della Polizia o al massimo qualche arresto per resistenza.»

Il lavoro di studio, recupero e restauro delle foto dell’Archivio Riccardi è affidato all’agenzia AGR e all’Istituto Culturale Quinta Dimensione. Maurizio Riccardi, fotografo e figlio di Carlo, con la collaborazione di Giovanni Currado, Marino Paoloni e un pool di volontari, tenta da anni di rendere fruibile l’archivio al grande pubblico attraverso mostre e pubblicazioni. Nel solo 2018 sono previste oltre 4 grandi esposizioni tra cui quelle dedicate alla figure di Aldo Moro e a Paolo VI.

«Le foto recuperate fin ora nel nostro archivio – ha dichiarato Maurizio Riccardi – mostrano il preludio di quel giorno, ma anche le manifestazioni operaie dei mesi a venire e i numerosi sgomberi all’interno della Sapienza.
Un mix di pacifici e allo stesso tempo vivaci cortei, affiancate alle foto delle violenze repressive che avevano come sfondo gli imponenti edifici dell’Università, tra saluti romani sulle scalinate della facoltà di giurisprudenza e quelle “corse” verso l’obiettivo del fotografo che simboleggiavano il desiderio di raggiungere, in fretta e tutti insieme, quella rivoluzione sociale da troppo tempo attesa, ma che, come sappiamo, produrrà solo ulteriore scontro sociale e inutile violenza».

L’Archivio Fotografico Riccardi, iscritto presso la Soprintendenza Archivistica del Lazio di Roma in qualità di Patrimonio di interesse nazionale, è composto da oltre tre milioni di negativi originali, che ritraggono altrettanti momenti più o meno noti della vita politica, sociale e di costume che hanno caratterizzato gli ultimi settant’anni di Storia italiana.

CARLO RICCARDI (1926) è il primo paparazzo della “Dolce Vita”. Amico di Ennio Flaiano, Federico Fellini e di Totò, ha raccolto in un grande archivio settant’anni di Storia italiana. I suoi scatti sono esposti in mostre permanenti a Pechino, Roma e San Pietroburgo. Negli anni cinquanta crea la rivista «Vip» e lavora per «Il Giornale d’Italia» e «Il Tempo». Ha documentato sette elezioni papali: quelle di Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco I. Di recente ha pubblicato il libro fotografico Sophia Loren – Se mi dice bene (Armando, 2014) in omaggio agli 80 anni della grande attrice.

MAURIZIO RICCARDI (1960), fotografo, è direttore dell’Agenzia di documentazione fotografica Agr. Dirige l’Archivio Riccardi e opera su tutta la sfera della comunicazione multimediale. Fra le sue mostre “Vita da Strega”, “I papi santi” e “Donne & Lavoro”. Ha pubblicato numerosi libri tra cui Africa perché (New Media, 2008), San Giovanni Paolo II. Il Papa venuto da lontano (Armando, 2014), e, con Giovanni Currado I tanti Pasolini (Armando, 2015), Gli anni d’oro del Premio Strega (Ponte Sisto, 2016), Il popolo della Repubblica (AGR, 2017). Nel 2011 ha dato vita alla galleria Spazio5, punto di riferimento culturale a Roma.

Severgnini, Montanelli e la Storia d’Italia

Beppe_SevergniniSul «Corriere della Sera» del 12 aprile, Beppe Severgnini presenta l’opera storica che Indro Montanelli pubblicò dal 1957 al 1985. Essa viene riproposta in sedici volumi e copre 2.500 anni di storia dall’Italia medievale «dei secoli bui» sino alle elezioni del 18 aprile 1948. Un piano caratterizzato dalla ricostruzione di eventi e dalla proposta di riflessioni che investono un processo storico di lungo periodo e sottendono il cosiddetto «metodo Montanelli» con la creazione di un’«opera monumentale di un genio del racconto».
Severgnini riconduce la gestazione dell’opera ad «un vago mistero» che tenta di spiegare con il ricorso alla sua «impressione» di giovane giornalista e con il conforto di Iside Frigerio, «custode della serenità del direttore», a cui tributa enfatici elogi di «cormorano-narratore», come si legge nel titolo del suo articolo. Un «vago mistero» che è chiarito in modo contraddittorio dal giornalista, laddove – sulla scia della voce «Storia d’Italia (Montanelli)» reperibile su Internet – fornisce la chiave per comprendere l’opera storica di Montanelli. Egli attinge e condivide che senza l’ausilio di Roberto Gervasi e poi di Mario Cervi lo scrittore toscano non avrebbe potuto dar sfogo alle «sue inconfondibili impronte, stilistiche e caratteriali».
Sulla base di osservazioni poco equilibrate e ispirate da eccessivi elogi, bisogna sottolineare che stile e carattere – seppure uniti ad un vivido amore per la storia – non possono dar vita a un’opera storica in grado di «formare e informare» i cittadini e permettere loro di capire «i disastri» dell’Italia odierna. Quella lode generosa, attribuita a Montanelli di possedere una «capacità di usare lo stile per volare sopra le cose» che lo rendono simile a un raro «narratore-cormorano», è il risultato di considerazioni personali dotate di scarsa conoscenza culturale degli eventi storici. Un motivo ripreso anche da Luigi Offeddu che in modo erroneo parla di «un modello proposto da Dino Buzzati e tradotto da Montanelli in un nuovo stile» (cfr. «Corriere della Sera», 16 aprile 2018, p. 31), che per il giornalista consiste nel linguaggio semplice, nella presentazione dei personaggi priva di ogni retorica e non aliena dalle loro debolezze (cose vere in parte).
L’articolo di Beppe Severgnini può essere considerato la più vivida testimonianza di quella mentalità «corporativa» che due suoi colleghi, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, hanno sottoposto ad aspre critiche nel loro libro La Casta (2007), però solo in riferimento alla classe politica. Per l’insigne giornalista, direttore dell’inserto settimanale «Corriere della Sera 7» e assiduo frequentatore del programma «Otto e Mezzo» di Lilli Gruber, Montanelli ha inaugurato un «metodo storico» che ha conquistato «un pubblico vastissimo», senza riscuotere la simpatia degli «storici di professione». La conclusione di Severgnini va nella direzione opposta a quella del giornalista obiettivo, consapevole dei principi elementari del lavoro compiuto dallo storico che studia, si documenta e cita la fonte da cui attinge le notizie.
Nulla di tutto ciò si ravvisa nell’indagine storica di Montanelli, che considera inutile la citazione del libro, del saggio o dell’articolo consultato, senza parlare delle fonti dirette come diari, memorie o carteggi. Un criterio «empio» di «fare storia», molto presente nel mondo giornalistico e diffuso anche in alcuni ambienti accademici: un criterio che nuoce gravemente al progresso e alla serietà degli studi storici. L’opera di Montanelli comincia con la pubblicazione della Storia di Roma, che apparve a puntate sulla «Domenica del Corriere», per essere poi pubblicata in volume (Longanesi, Milano 1957). L’invito gli fu rivolto dal vice direttore del «Corriere» Dino Buzzati, che lo incoraggiò due anni dopo a proseguire la sua opera con la Storia dei Greci (Rizzoli, Milano 1959).
Riguardo alla Storia di Roma, Sandro Gerbi – autore di alcuni saggi biografici su Montanelli – elenca una serie di giudizi meritevoli di essere ripresi e approfonditi. Egli ricorda quello di Roberto Contini, per il quale il suo racconto storico risulta «un po’ opaco, appesantito da confronti non indispensabili, scarso di coloritura e di accenti», mentre Bruno Maffi avanza forti riserve sulla «filosofia» di Montanelli, largamente improntata ad una «visione scettica, disincantata, della vita e della storia […] col risultato che tutto si appiana e si spiana, tutto è grigio ed uniforme, proprio dello stile semplificatorio del giornalismo corrente». Un giudizio, quello di Maffi, che può essere esteso ai giornalisti come Severgnini, che «non si preoccupa di approfondire e giustifica questo mancato sforzo con i dettami della saggezza millenaria». La conclusione di Maffi è chiara: «Che il metodo [di Montanelli] aiuti a capire la storia, sia pur semplificandola, lo nego; potrà aiutare la cultura generale come l’aiuta … Lascia o raddoppia. Per me, il tentativo di Montanelli è squallido, falsamente geniale e banalmente umoristico».
Nel rovesciamento di questo giudizio sull’opera storica di Montanelli, Severgnini adultera la realtà e la pone al servizio del suo editore. Alcuni esempi valgono forse a chiarire l’inconsistenza del cosiddetto «metodo Montanelli»: il volume su L’Italia di Giolitti (1900-1920), edito per la prima volta nel 1974, attinge abbondantemente dal libro L’Italia dal liberalismo al fascismo 1870-1925 (Roma-Bari 1973 vol. I) di Christopher Seton-Watson, per cui diventa difficile (ma non impossibile) stabilire che cosa sia dello storico inglese e che cosa del giornalista toscano. Medesimo discorso vale per il volume L’Italia della disfatta, almeno per la parte relativa al 25 luglio del 1943 e alla caduta del fascismo, che fa largo uso della ricostruzione storica reperibile nel volume 25 luglio crollo di un regime (Milano 1963) di Gianfranco Bianchi.
Severgnini cita il volume L’Italia di Giolitti, ma non sa che esso è superato dagli studi storici apparsi negli ultimi decenni, oltre ad essere inficiato da strafalcioni storici. Il caso di Gaetano Bresci, uccisore il 29 luglio 1900 di Umberto I, è un esempio eclatante per comprendere come la narrazione storica di Montanelli sia superata dai recenti studi volti a sottolineare il legame tra l’ex regina Maria Sofia e gli anarchici. Bresci lascia Paterson e viene in Italia per uccidere il sovrano per motivi pecuniari: eppure la via era stata indicata da Benedetto Croce nel suo articolo Gli ultimi Borbonici («La Stampa, 2 giugno 1926, poi in Id., Uomini e cose della vecchia Italia, Bari 1927, p. 406») quando aveva denunciato il legame perverso tra la regina borbonica e l’anarchico Errico Malatesta: una tesi sviluppata e documentata da Enrico Tuccinardi e Salvatore Mazzariello nel volume Architettura di una chimera. Rivoluzioni e complotti in una lettera dell’anarchico Malatesta reinterpretata alla luce di inediti documenti d’archivio (Mantova 2014).
Nella miriade di notizie sull’«età giolittiana», il giornalista toscano confonde il periodico L’Era nuova (13 giugno 1908-19 ottobre 1917) con la casa editrice omonima, ignora il dibattito tra anarchici individualisti e organizzatori (parla di «tal Ciancabilla»), confonde l’anarco-sindacalismo con il sindacalismo rivoluzionario e non comprende l’arringa difensiva di Francesco Saverio Merlino durante il processo a Bresci. Addirittura considera Napoleone Colajanni «socialista», quando il direttore della «Rivista Popolare di Politica, Lettere e Scienze Sociali» era un repubblicano, fervente seguace di Giuseppe Mazzini.
Nelle pagine dedicate al Partito socialista, Montanelli dimostra livore e confusione, riportando notizie tratte dal testo di Seton-Watson, che attribuisce impropriamente il famoso brano di Filippo Turati alla polemica con Enrico Ferri. Esso apparve invece sulla «Critica Sociale» (1° gennaio 1900) con il titolo Dichiarazioni necessarie: rivoluzionari od opportunisti? ed è diretto più agli anarchici che al socialista mantovano. Il brano, là dove Turati dice: «Verrà giorno che i fiocchi di neve formeranno valanga. Aumentare queste forze latenti, lavorandovi ogni giorno, è fare opera quotidiana di rivoluzione, assai più che sbraitare su pei tetti la immancabile rivoluzione, che non si decide a scoppiare», è scopiazzato da Montanelli per commentare la figura di Enrico Ferri (cfr. C. Seton-Watson, L’Italia dal liberalismo al fascismo, vol. I, cit., p. 309 e I. Montanelli, Storia d’Italia 1861-1919, vol. 6, Corriere della Sera, Varese 2003, p. 352).
Da Filippo Turati ad Enrico Ferri fino a Pietro Nenni si ha un susseguirsi di giudizi validi sul piano cronachistico e meno su quello storico, ma certamente non rispondenti ai giudizi di Severgnini o di Luciano Fontana. Il primo dice che Montanelli lascia un ritratto «formidabile» di Nenni, ma non specifica le sue caratteristiche fondamentali; mentre il secondo – nella scialba introduzione al volume L’Italia della Repubblica (2 giugno 1946 – 18 aprile 1948) pubblicata sul «Corriere» del 16 aprile – sottolinea l’«irruenza» di Nenni e all’asserzione impropria, secondo cui la vittoria della Democrazia Cristiana avrebbe «spazzato via dalla scelta degli italiani» il dibattito politico tra i vari partiti presenti sulla scena politica. Negli articoli di Montanelli, ignorati dal direttore del «Corriere della Sera», non si ritrova un simile giudizio, come si ricava anche dalle annotazioni di Nenni nei suoi Diari compresi tra il 1957 e il 1971(vol. II, pp. 27, 145, 552; vol. III, pp. 82, 185, 351, 607).
Le elezioni del 18 aprile 1948 e la sconfitta del Fronte popolare non lasciarono «affranto» Pietro Nenni (come sostiene Severgnini) o in preda all’«amarezza» (come dice Fontana) nel citare il medesimo brano sulla distanza dei socialisti dal Paese reale, ma indussero il leader romagnolo ad imboccare le «vie maestre del socialismo» nella lotta contro la maggioranza «clerico-moderata», in difesa dei valori laici dello Stato, di una critica costruttiva del piano Marshall, di una ripresa della lotta sindacale e di organi come i comitati di gestione, comitati per la lotta della terra e della Lega dei Comuni («Avanti!», 23 maggio 1948, ma si veda anche Meditazioni su una battaglia perduta, ivi, 1° maggio 1948).

TUTTO È POSSIBILE

salvini berlusconi dimaioI presidenti delle Camere sono stati eletti con una prima convergenza che ha unito il centro destra ai 5 Stelle. Ora l’intesa sembra continuare. Bisogna aspettare che le consultazioni entreranno nel vivo per capire su quale strada continuerà la partita per il governo. Dopo l’intervista al Corriere nella quale Silvio Berlusconi apre a un governo Salvini escludendo l’ipotesi di una alleanza solo Lega-M5s, a parlare è il leader del Carroccio che come suo solito si scaglia contro i soliti bersagli: Europa e legge Fornero la cui demonizzazione ha fatto le fortune della sua campagna elettorale. Lo spunto questa volta viene dalla Catalogna: “I problemi fra Madrid e Barcellona – ha detto a Telelombardia – si risolvono dialogando, non con le manette”. “L’Unione Europea – ha aggiunto – ha dimostrato il suo nulla”. Dimenticando, o facendo finta di dimenticare visto che fino a ieri era parlamentare europeo, che l’Europa non può intervenire nelle vicende interne a un paese.

“Non è o Salvini o la morte” ha detto inoltre parlando della possibilità che invece di premier lui diventi ‘solo’ ministro. “A me – ha spiegato – interessa che l’Italia cambi. Sono pronto a metterci la faccia in prima persona e lavorare 24 ore su 24. Ma siccome voglio il cambiamento non è o Salvini o la morte”. “La coalizione che ha vinto è quella di centrodestra. Anche se non ha i numeri sufficienti per governare da sola ha vinto, quindi si parte dal programma di centrodestra”, ha sottolineato Salvini. E all’interno del centrodestra, ha ricordato, l’accordo era che chi prendeva un voto in più esprimeva il premier. “Sono pronto ma – ha aggiunto – non voglio fare il presidente del Consiglio a tutti i costi, con tutti perché altrimenti mi ammalo. Lo faccio se c’è la possibilità di approvare le leggi per cui gli italiani mi hanno dato il voto. Altrimenti se mi dicono va a fare il presidente di un governo dove ci son dentro tutti quanti e poi vediamo che cosa si riesce a fare in un anno no”.

“Per ora i 5 Stelle si sono dimostrati affidabili”, ha detto ancora. “Io le persone le giudico dai fatti, non dalle parole. Poi nei fatti, nei numeri uno si dimostra affidabile o non affidabile” ha spiegato aggiungendo che “quello che hanno detto, hanno fatto. Come Di Maio e Grillo hanno detto Salvini ha dato una parola e l’ha mantenuta, io apprezzo la gente che dice una cosa e poi la fa” e questo “vale anche per Berlusconi: alla fine abbiamo chiuso con il centrodestra compatto”. Sembrano passati anni luce, eppure era solo ieri, quando Salvini assicurava che con i 5 Stelle non avrebbe mai fatto nessuna alleanza. Comunque mettere insieme un governo non sarà facile, né, allo stato attuale, si intravede ancora la figura idonea a incarnare un patto che in teoria smentisce le solenni promesse politiche fatte agli elettori (gli uni hanno giurato mai con i cinquestelle, gli atri mai con Berlusconi).

Salvini ha detto, incassando un indubbio successo tattico, che adesso dovrà nascere un governo che dia agli italiani meno tasse e più pensioni. Fico vuole tagli ai costi della politica e reddito di cittadinanza, insomma i cavalli di battaglia grillini. Secondo i calcoli di Tito Boeri, il reddito di cittadinanza dovrebbe costare 30 miliardi di euro, mentre “stracciare” la riforma Fornero, come ha platealmente detto Salvini in campagna elettorale, costerebbe almeno 90 miliardi. Intanto, il conto della spesa parte già da 30 miliardi che bisogna trovare quest’anno: 12,4 per impedire che scatti l’aumento dell’Iva previsto dalla clausola di salvaguardia, 12 per rispettare gli impegni presi con la Ue facendo scendere il deficit pubblico allo 0,9%, il resto per i contratti del pubblico impiego e le spese incomprimibili. A qualcosa bisognerà rinunciare.

L’Economist premia Gentiloni. Pisani, Noi grande forza

gentiloni“Con la lista Insieme abbiamo deciso di assumerci la responsabilità del cambiamento. Nel simbolo c’è la più bella storia del nostro Paese. Il centrosinistra è più ampio del Pd. Votando la lista Insieme abbiamo l’opportunità di riaffermare un vero ideale socialista, riformista, ambientalista, di sinistra”. Così Maria Cristina Pisani, portavoce del Psi che ha aggiunto: “Siamo donne e uomini che non hanno mai perso contatto con la realtà, che non hanno mai tradito le loro responsabilità, donne e uomini che ancora oggi, candidandosi, hanno ribadito la pluralità del centrosinistra che non è soltanto il Pd, ma è una forza molto più ampia che in questi anni ha tenuto in vita con non poca fatica una ideologia e una identità senza mai lasciarsi trascinare dal qualunquismo e dal populismo del momento. Donne e uomini liberi, in cui riporre fiducia per governare con coraggio e responsabilità il nostro Paese. Per questo domenica in tutta Italia scegliamo la lista Insieme. Vota e fai votare Insieme”, ha concluso.
“Saremo una sorpresa”, è sicuro Riccardo Nencini, alla guida del Psi, intervistato dal Corriere della Sera: “vedo una grande mobilitazione e passione per la lista Insieme. Quando misuri i socialisti, i sondaggi non sono mai veritieri, gli elettori si nascondono”.
Nella campagna elettorale rileva “promesse sgangherate e una superficialità primordiale, il Paese avrebbe bisogno di responsabilità”, e Gentiloni può incarnarla: “responsabilità ed esperienza. L’età della rottamazione è finita”. Si profila un governo di larghe intese? “Per ora – risponde – il rischio è un governo Grillo, Meloni e Salvini. Domenica non si sceglie fra tre fronti, ma fra due blocchi valoriali”. Chi vincerà? “Il fronte repubblicano è in recupero. Se non dovesse farcela sarebbe il caos”, conclude.
“Il gioco è scoperto. Siccome nessuno dei tre poli avrà la maggioranza per governare da solo, l’inciucio tra grillini, Lega e Meloni è dietro l’angolo”. Così il vice ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Riccardo Nencini, promotore della Lista “Insieme”, candidato nel collegio uninominale del Senato di Arezzo e Siena per il centrosinistra, ha detto a margine della chiusura della sua campagna elettorale alla Borsa Merci di piazza Risorgimento ad Arezzo.
“Programmi compatibili – ha aggiunto Nencini – e soprattutto gli stessi valori: anti europeisti, filo russi, un calcio alla scienza”, ha concluso.
Contro il fronte populista si è espresso anche Paolo Gentiloni. “Stavolta la vera competizione è contro i populismi, quello dei Cinquestelle e quello che si è insediato nel centrodestra, una anomalia in cui convivono il Ppe e gli estremisti di destra”. È il ‘rischio’ messo in evidenza – in un’intervista al Corriere della Sera – dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, per il quale si sta andando “tra il disinteresse e il cinismo alle elezioni più importanti degli ultimi 25 anni, si sta decidendo se proseguire su una strada di economia di mercato, società aperta, welfare sostenibile, o se andare fuori strada”.

Intanto Oltremanica si guarda con timore all’Italia. “L’attuale premier Paolo Gentiloni è stato in carica poco piu’ di un anno, ma ha dimostrato di avere le abilità diplomatiche per gestire una bestia così ingombrante. E con Carlo Padoan, l’Italia ha avuto la fortuna di avere un astuto ministro dell’Economia che capisce la necessità della disciplina fiscale e delle riforme”. E, nell’interesse dell’Italia, “entrambi meritano di restare al proprio posto”. Così l’editoriale dell’Economist sulle elezioni italiane, intitolato “Povera Italia”.

Una democrazia partecipata, quello che manca

È un tempo malinconico per gli elettori italiani, indotti – a causa dei “criteri” assunti dai più potenti capipartito nella formazione delle liste – ad abbandonare il voto, astenendosi. Tra le riflessioni emerse in queste giornate c’è quella di Aldo Cazzullo, che mercoledì scorso 31 gennaio 2018 ha ospitato sul Corriere della Sera una lettera molto critica sulla vigente legge elettorale, nella quale si sostiene che con il sistema proporzionale “senza preferenze” e poi con i collegi uninominali “i futuri onorevoli siano scelti dai segretari di partito”.

Nel rispondere, Cazzullo conviene sulla considerazione che “il proporzionale consente davvero ai leader di designare i propri deputati”; sostiene poi che se non ci fosse stato il proporzionale ma fossero stati introdotti “soltanto collegi uninominali, i partiti sarebbero stati costretti a schierare i migliori, proprio per conquistare il seggio”.

Queste due valutazioni, meritano delle precisazioni: perché non sempre, anzi…, il proporzionale è stato ed è “senza preferenze”: nella vituperata Prima repubblica, quando per l’elezione della Camera vigeva il sistema proporzionale, gli elettori potevano esprimere le proprie preferenze scegliendo da un lungo elenco di candidati che ogni partito proponeva, dopo votazioni interne e discussioni che non duravano una notte o mezza giornata e non si risolvevano in un blitz dell’ultima ora, ma coinvolgevano tanti iscritti e militanti, i quali – non sempre ma di solito – premiavano chi aveva più provata capacità ed esperienza. Non era il segretario di partito a decretare dispoticamente l’elezione dei parlamentari, ma neanche le assemblee di partito: l’ultima parola spettava ai cittadini. Certo, sotto le preferenze potevano nascondersi le cordate opache, i voti di scambio ed altro ancora: ma non c’è sistema elettorale che sia immune da usi distorti… quando si vuol fare il male.

Sempre nella diffamata Prima repubblica tutti i candidati per il Senato venivano proposti in collegi uninominali, quindi i partiti erano “costretti schierare i migliori”, per usare le parole di Cazzullo.

Dunque esisteva nel vecchio sistema elettorale proprio un mix – possiamo dirlo? – “virtuoso” che univa proporzionale “con preferenze” per la Camera (non “senza preferenze” come ora) e uninominale con “costrizione” a schierare i migliori per il Senato. Eppure, come accennato, le preferenze – oggi tanto rimpiante – furono demonizzate come fonte di intrigo con gli elettori, mentre l’uninominale al Senato non venne più di tanto decantato.

In questa stagione, ricorrendo i 40 della morte di Aldo Moro, lo storico Guido Formigoni ha ricordato che quel leader “prendeva in Puglia 200 mila preferenze, girando per tutti i paesi con i contadini che accorrevano ai suoi discorsi”. E’ un esempio dei più fulgidi, di come andava allora. Avevamo un sistema che, imperniato sui partiti – come previsto dai padri della Costituzione repubblicana, “la più bella del mondo” – restava parimenti aperto alle scelte e valutazioni degli elettori. Era una repubblica dei partiti e dei cittadini, con tanti vizi ma probabilmente migliore di quella attuale: negli scorsi anni Novanta si è abbattuta, a che pro?

Nicola Zoller

L’anno accademico della Scuola Normale di Pisa
e l’antifascismo

University building on Piazza dei Cavalieri in Pisa, Tuscany, Italy

Sul «Corriere della Sera» (18 ottobre 2017, p. 40) Pier Luigi Vercesi dedica un articolo alla Scuola Normale Superiore di Pisa, la quale nei giorni 18 e 19 di questo mese inaugura l’apertura dell’anno accademico. Il titolo reboante – L’antifascismo e il merito. Alfabeto di un’istituzione – non corrisponde alla sostanza dell’articolo, che trae pari pari notizie da Wikipedia e da un saggio di Andrea Mariuzzo su «La Scuola Normale di Pisa negli anni Trenta» (2016).

L’incipit riprende un giudizio di Benito Mussolini sulla Scuola Normale come «un nido di vipere», considerata non un’istituzione «d’indipendenza intellettuale», ma un centro di «malessere ideologico» tollerato solo per il sostegno d’intellettuali come Giovanni Gentile, Gioacchino Volpe e Giuseppe Bottai. Il giudizio, riportato nei Taccuini mussoliniani (il Mulino, Bologna 1990, p. 405), è molto più articolato, come si ricava da quello successivo in cui il duce – non intimorito dall’attività politica della Scuola Normale – la definisce una «locanda i cui dozzinanti pensano di considerare cultura minore quella della rivoluzione, senza la quale quei piccoli chierici non esisterebbero» (p. 444).

Nel prosieguo dell’articolo l’autore riprende da Wikipedia alcune note cronachistiche sulla fondazione della Scuola (18 ottobre 1810), sulla crisi didattica e sul significato che essa assume nel periodo successivo all’Unità d’Italia fino all’ascesa al potere di Mussolini. Nulla viene detto sull’antifascismo degli oppositori al regime mussoliniano, che si sviluppa nel corpo studentesco grazie all’attività di Vittorio Enzo Alfieri, di Armando Sedda e di Umberto Segre. L’arresto dei tre normalisti, avvenuto il 23 aprile 1928, è emblematico per comprendere lo scenario culturale dell’istituzione pisana. Il 2 maggio di quell’anno il Consiglio direttivo condannò i tre allievi «sospettati di mene contrarie al regime» e riaffermò «la propria fede, e la propria disciplina alle direttive del Governo nazionale».

L’avversione al regime di Mussolini – come ricordò più volte Aldo Capitini – nacque proprio come contrasto alle sue scelte politiche e al progetto culturale di Giovanni Gentile, nominato commissario della Normale nel 1928. Egli, che tre anni prima ne aveva pubblicato la storia dal decreto napoleonico alle riforme del periodo unitario, rilanciò l’istituzione pisana con il famoso discorso del 1932, con cui affermò il suo carattere elitario «a base ugualitaria», senza distinzione di censo e di provenienza regionale. Il discorso, pronunciato durante l’inaugurazione dei nuovi locali, è invece ricondotto «al proposito originario di selezionare un cenacolo intellettuale, “né di ricchi, né di poveri: tutti uguali, perché tutti liberi da cause materiali”»: un giudizio vago espresso da Gentile che impone e nasconde un’adesione alle direttive del duce, che non partecipò all’inaugurazione per la scarsa considerazione rivolta ai normalisti, avvezzi a «covare ostilità nell’ombra e tramutantisi, alla luce del sole, in genuflessioni al fascismo (Y. De Begnac, op. cit., p. 444».

Da questo cedimento al regime si sottraggono Claudio Baglietto e Aldo Capitini, entrambi animati da un forte fervore antimilitarista e pacifista. Il rifiuto del Concordato e la critica alla Chiesa per la mancata denuncia dell’autoritarismo fascista convinse Baglietto a recarsi nel 1932 in Germania con la scusa di seguire i corsi di Heidegger. La scelta del giovane, quella di sottrarsi al clima bellicista del fascismo, destò vive preoccupazioni nella direzione della Normale: Gentile considerò Baglietto uno «sciagurato» che «parla di religione», senza aver compreso la filosofia intesa «come rinnovamento morale» del fascismo. In realtà Baglietto, «il primo obiettore di coscienza» della storia d’Italia, condannò il servizio militare, foriero di nuove guerre per opera di un regime che esaltava le virtù guerriere e conclamava il bellicismo di Stato.

La visione pacifista di Baglietto influenzò la personalità di Capitini, che – pur essendo segretario-economo della Scuola Normale – si oppose all’iscrizione obbligatoria al Partito nazional fascista (Pnf), imposto nel 1931 ai docenti e poi esteso a tutto il personale universitario. Il rifiuto dell’intellettuale umbro fu dettato dal suo dissenso verso la politica mussoliniana, le cui ragioni morali vennero ricondotte alla violenza intrinseca dell’ideologia fascista e all’assenza di uno spirito religioso come «educazione all’amore» e alla convivenza civile.

Nel discorso inaugurale pronunciato il 6 novembre 1933, Gentile considerò le posizioni antifasciste di Baglietto e Capitini come «le conversioni degli spiriti scapestrasti, le quali, perciò, più danno nell’occhio e colpiscono le fantasie». Contro i normalisti avversari del regime, il filosofo siciliano indicò l’esempio di Dante e di altri insigni scrittori come Tommaso d’Aquino, Manzoni, Rosmini e Lambruschini, che avevano vissuto la religiosità come immanenza del divino nell’uomo, senza cedere nel misticismo cattolico. Eppure anche nelle file dell’intellettualità della Scuola Normale furono presenti giovani cattolici come Vittore Branca, Giovanni Getto, Arsenio Frugoni, Landolino Giuliano e Paolo Emilio Taviani. Il gruppo si fece portatore delle tensioni vissute dal cattolicesimo organizzato di fronte al regime mussoliniano, che nei primi anni Trenta celebrava i suoi trionfi africani con la conquista dell’Etiopia e la proclamazione dell’impero italiano (9 maggio 1936). A differenza del quadro generale presentato da Vercesi, che considera la Scuola Normale come un’istituzione esemplare durante il regime fascista, essa fu succube di stridenti contraddizioni, che si aggravarono con la «furia contro riformatrice del Ministro De Vecchi di Val Cismon», come si legge nel discorso pubblicato proprio quell’anno da Giovanni Gentile su «La nostra Università e il problema dei giovani». Come direttore della Normale egli avviò iniziative celebrative come le edizioni nazionali delle opere di Ugo Foscolo e di Alessandro Manzoni, ma fu consapevole dei suoi limiti e della sua incapacità ad avviare in Italia la ricerca scientifica. Dalla sua intensa attività, inficiata da numerose ombre, scaturì un vivace dibattito culturale che diede vita ad impegni politici diversi come quello di Guido Calogero e di Ranuccio Bianchi Bandinelli, l’uno liberalsocialista e l’altro comunista. La legislazione razziale del 1938 tradì il progetto gentiliano di selezionare un cenacolo intellettuale, travolto dall’esclusione degli allievi di origine ebraica: furono discriminati ad esempio Bruno Bassani, Giorgio Fuà e Paul Oskar Kristeller, quest’ultimo sostituito con un docente segnalato dal consolato tedesco. Gli anni del Secondo conflitto mondiale si ripercossero in modo negativo sulla Scuola Normale, che vide molti suoi allievi costretti ad arruolarsi per poi maturare scelte di lotta antifascista, come fu nel caso di Carlo Azeglio Ciampi, Giuliano Lenci, Alessandro Natta e Giovanni Pieraccini.

Nunzio Dell’Erba

Carta stampata italiana
in scena l’ultimo atto

Editoria-finanziamentiIl crollo è rapido, verticale, drammatico, inarrestabile. Carta stampata ultimo atto: le copie vendute di giornali in dieci anni, in media, si sono più che dimezzate. Molti quotidiani e settimanali è inutile cercarli nelle edicole: hanno chiuso (l’ultima vittima è “l’Unità”, la testata legata al Pd, un tempo la potente voce del Pci).

Vanno malissimo i grandi e medi quotidiani nazionali, reggono un po’ meglio la “botta” quelli regionali e locali. I dati Ads (Accertamento diffusione stampa) danno il quadro impietoso della tragedia nei primi mesi di quest’anno. ‘Il Corriere della Sera’ ha dimezzato le vendite rispetto allo stesso periodo del 2007: poco più di 200 mila copie al giorno contro le quasi 430 mila del 2007.

E’ appena sopra la soglia delle 200 mila copie pur restando il maggiore giornale italiano. Chi sta peggio è ‘la Repubblica’: ha dimezzato e naviga a quota 180 mila. “La Stampa” viaggia sulle 120 mila copie, sempre la metà rispetto a dieci anni fa. “Il Sole 24 Ore” ha addirittura ha perso i due terzi delle vendite: è sceso a 58 mila da 180 mila. Nel baratro sono finiti “Il Giornale” e “Libero”: il primo è sotto le 60 mila copie contro quasi 160 mila, il secondo è calato a meno di 25 mila rispetto a oltre 100 mila. “Il Fatto Quotidiano”, inesistente nel 2007, è a circa 35 mila copie ma in discesa rispetto agli anni scorsi.

La carta stampata è in picchiata. Calano sia i giornali di centrosinistra, sia di sinistra, sia di centrodestra, sia di destra, sia cinquestelle. Scendono quelli prossimi all’area della maggioranza di governo e anche quelli vicini alle varie opposizioni. Vanno giù anche le testate economiche (di recente “Il Sole 24 Ore” di proprietà della Confindustria è inciampato in un brutto scandalo). Le agenzie di stampa hanno subito un terribile contraccolpo: alcune hanno chiuso i battenti, altre si sono fuse, praticamente tutte convivono con una crisi permanente (i contratti di solidarietà, per evitare i licenziamenti, sono quasi divenuti una regola).

I giornali online, soprattutto quelli emanazione dei grandi quotidiani della carta stampata, come il Corriere.it e Repubblica.it, vanno bene, ma non riescono a compensare le perdite. Sia gli abbonamenti dei quotidiani digitali sia la pubblicità su internet salgono ma non bastano ancora a riequilibrare il tracollo delle vendite nelle edicole.

Le conseguenze negative sono a cascata: la pubblicità si è squagliata;l’occupazione dei giornalisti e dei poligrafici (quei pochi sopravvissuti alle nuove tecnologie d’impaginazione digitale) è in picchiata; la disoccupazione e la cassa integrazione sono pane quotidiano; il deficit dell’Inpgi (l’istituto di previdenza dei giornalisti) è da collasso per i costi dell’assistenza fornita a chi ha perso il lavoro e per le spese conseguenti alle migliaia di prepensionamenti realizzati dagli editori che hanno dichiarato lo stato di crisi aziendale.

Carta stampata ultimo atto. È tutto un mondo che va in frantumi. Le edicole sono decimate, chiudono cinque chioschi al giorno. Delle 40 mila dei tempi d’oro ne restano circa la metà, le altre sono scomparse o aprono solo mezza giornata. A Roma, in particolare, la crisi è forte. Hanno chiuso i battenti circa 200 edicole. I motivi? Vado dal mio giornalaio di via Gregorio VII e domando se si vendono i giornali. Mi guarda stupito per la domanda: “Pochi, vendiamo pochi giornali. Sempre di meno. E’ tutta colpa di internet”. I giovani comprano i giornali, o in edicola vengono solo gli anziani? La risposta è immediata: “E chi li vede i giovani! Zero giovani comprano i giornali! Vanno su internet. Leggono lì le notizie!”. Per la crisi delle vendite molte edicole hanno chiuso… Annuisce: “E’ vero. La situazione è difficile. Noi resistiamo”.

Questa edicola è una delle poche che non ha chiuso ed ha mantenuto il vecchio meccanismo: apertura dalla mattina presto alla sera, due persone fisse e altre due di aiuto, due famiglie impegnate nell’impresa. Gli introiti da giornali sono calati, ma altri servizi introdotti (lotterie istantanee, ricariche telefoniche, pagamento delle bollette domestiche e delle multe, vendita dei libri e dei biglietti dell’autobus) hanno un po’ compensato i conti.

Carta stampata ultimo atto. In altri posti non è andata così. L’edicola di piazza Antonio Mancini sul Lungotevere Flaminio, nella quale andavo ogni tanto a comprare i giornali, ha chiuso l’anno scorso. Ora è in vendita. Eppure era in una buona posizione: al capolinea degli autobus dell’Atac, uno dei più importanti di Roma. La ragazza che cominciava a lavorare alle 7 di mattina si lamentava che non ce la faceva a reggere, e alla fine ha mollato! In molti altri casi gli edicolanti hanno venduto l’attività ad extra comunitari, in gran parte bengalesi, che hanno ritmi di lavoro estenuanti e si contentano di margini economici più ridotti (per motivi analoghi sono stati i protagonisti della rinascita dei negozi di frutta e verdura, un tempo scomparsi nella città eterna).

I giornali online gratuiti su internet, la crisi economica, l’abbassamento della qualità dei quotidiani di carta è stata la miscela esplosiva della devastante crisi dell’informazione. La concentrazione dei giornali sempre più forte nelle mani di pochi editori sta accentuando problemi e danni. Gli oligopoli editoriali fanno il bello e il cattivo tempo. Finora, però, hanno causato tempo brutto, grandinate terribili e ben poco sole sull’informazione.

Il gruppo Espresso sta allargando il suo impero: al settimanale, a ‘Repubblica’, ai giornali regionali e alle radio locali, ultimamente ha aggiunto ‘La Stampa’ e ‘Il Secolo XIX’. Carlo De Benedetti è riuscito ad acquisire le due testate della famiglia Agnelli (in ritirata dall’Italia si è disfatta anche del ‘Corriere della Sera’ comprato da Urbano Cairo). L’Ingegnere, un tempo proprietario della fallita Olivetti, ha dato vita a una concentrazione editoriale formidabile, cedendo solo poche testate locali per non superare i livelli di concentrazione vietati dalle leggi sulla stampa.

Non ha fatto mistero sull’obiettivo del “contenimento dei costi”, prima già ridotti tagliando pesantemente gli organici dei redattori ricorrendo ai prepensionamenti finanziati dallo Stato, e ora da realizzare con l’operazione fusione. Ridurre i costi è un traguardo rispettabile, ma insufficiente a rilanciare i giornali se manca un progetto per migliorare la qualità del prodotto e per potenziare gli investimenti non solo sulle tecnologie digitali. In seriosi convegni gli editori continuano a ripetere: non si salvano i giornali senza l’aumento della qualità del prodotto ma poi non arrivano scelte conseguenti.

E la carta stampata continua a inabissarsi. La spiegazione c’è. Troppo spesso gli editori utilizzano le testate per difendere i propri interessi collaterali imprenditoriali, industriali, finanziari, politici. Oppure i giornali danno spazio ad avvenimenti ad effetto, ma poco rilevanti rispetto al altri sottovalutati o ignorati. I lettori sfiduciati così, in gran parte, non comprano più i giornali accontentandosi di ascoltare le notizie dai telegiornali o di leggerle su internet. La prima vittima è l’occupazione. Gli amministratori dei giornali si limitano a tagliare fortemente gli organici, a centralizzare e concentrare i servizi, ad assumere pochissimi giovani dopo una lungo lavoro da precari.

La parola d’ordine è flessibilità. I giornalisti, davanti alla grave crisi e alle innovazione tecnologiche, hanno accettato d’impaginare direttamente i propri articoli e di scrivere un pezzo sia per il quotidiano su carta sia uno praticamente in tempo reale per la versione web della testata. Alle volte confezionano anche dei servizi televisivi per la web tv del quotidiano online. In alcuni casi c’è stato un arricchimento della professionalità dei redattori, in molti altri un impoverimento per gli scadenti contenuti dovuto al lavoro multiplo (soprattutto quando si scrivono più articoli anche per le diverse piaffaforme).

Carta stampata ultimo atto. Serve una svolta, dei progetti con al centro la qualità e l’innovazione dell’informazione per immaginare e realizzare un rilancio. Ma restano nel limbo i contenuti di questi sacri principi per la rinascita della stampa. Si parla poco delle capacità dei giornalisti e della loro autonomia professionale, la base di un giornale di successo. Si va imponendo una ricetta distruttiva: pochi giornalisti legati in redazione alla “cucina”, un’impostazione sempre più accentrata e omologata dei quotidiani, e una miriade di collaboratori esterni mal pagati e sotto ricatto (in molti casi un articolo viene compensato con 10 euro lordi). E’ come se si volessero fare dei giornali senza giornalisti, ma con dei comunicatori ubbidienti impaginatori di notizie selezionate secondo gli interessi di chi comanda.

Eppure si è aperta una grande occasione da cogliere per rilanciare l’informazione. Si tratta della “nuova frontiera” dei giornali online in forte espansione, con immense potenzialità di penetrazione per la capacità d’informare in tempo reale i lettori sugli avvenimenti italiani ed internazionali. I quotidiani sul web e quelli di carta stampata possono offrire una considerevole complementarietà: i primi possono dare in maniera sintetica ed immediata le notizie, i secondi possono approfondire i temi e fornire le chiavi di lettura a una valanga d’informazioni altrimenti confuse e poco comprensibili.

Carta stampata ultimo atto. Nel consiglio di amministrazione di fine luglio della Gedi (la nuova società editoriale nata dalla fusione del gruppo Espresso con ‘La Stampa’ e il ‘Secolo XIX’) si è parlato degli utili prodotti dall’accorpamento dei giornali di De Benedetti con quelli ex Agnelli, ma non dei piani editoriali per il futuro. Carlo, 82 anni, ha passato le consegne al figlio Marco De Benedetti, 54 anni, nominato presidente della Gedi. L’Ingegnere rimarrà unicamente presidente onorario: ma questa è soltanto un’altra successione dinastica in una proprietà di famiglia che, in questo caso, è un grande impero multimediale. Le precedenti incoronazioni dinastiche nei grandi gruppi imprenditoriali italiani, in genere, non hanno portato bene.

Rodolfo Ruocco

«Norme obsolete, servono tutele ma più concorrenza»
Corriere della Sera
Intervista a Riccardo Nencini

Oggi pomeriggio il governo incontrerà le associazioni dei tassisti, ma intanto lo sciopero dei taxi va avanti da quasi una settimana con pesanti conseguenze sulla mobilità nelle grandi città, senza contare la pessima figura che il Paese sta facendo agli occhi dei turisti che arrivano da ogni parte del mondo.

Senatore Nencini, che cosa pensa di questa protesta ad oltranza?
«Penso che i tassisti svolgono un servizio pubblico – dice il viceministro dei Trasporti, Riccardo Nencini, che oggi, insieme col ministro Graziano Delrio, incontrerà le associazioni di categoria -. Per questo voglio, ancora una volta, fare un appello a bloccare la protesta, avendo il governo accettato rapidissimamente di incontrare le associazioni».

I tassisti replicano che sono pronti al confronto con voi a patto che venga ritirato l’emendamento Lanzillotta al decreto Milleproroghe che, secondo loro, aprirebbe la porta a una liberalizzazione selvaggia.
«Innanzitutto osservo che ci sono posizioni disparate nel mondo delle associazioni dei tassisti, con alcune importanti che non scioperano. Il tavolo di confronto serve proprio per discutere delle questioni di merito e cercare un punto di equilibrio, premesso che una regolamentazione risoluta del settore è indispensabile».

Perché?
«Perché le norme che regolano il sistema risalgono a una ventina di anni fa mentre nel frattempo è cambiato il mondo della mobilità. Adesso è indispensabile la riforma, senza penalizzare i tassisti che hanno fatto un investimento sulla loro professione e mettendo un argine forte all’abusivismo. Come ha detto il ministro Delrio, è una buona occasione per una riforma complessiva».

Ma non ci potevate pensare prima, anziché prorogare di anno in anno le vecchie norme?
«Non c’è dubbio che le proroghe siano state utilizzate in eccesso».

Il Garante per gli scioperi nei servizi pubblici ha detto che il fermo a oltranza dei taxi viola la legge. Perché il governo non interviene per far rispettare le norme?
«Il mio reiterato appello a sospendere la protesta non è casuale. E al tavolo di confronto parleremo anche delle modalità della protesta».

Come pensate di convincere i tassisti?
«Partiamo dal fatto che la riforma non è più rinviabile. Sia l’autorità per la concorrenza sia quella per i trasporti hanno affermato che non possono più esserci norme lesive della concorrenza. Detto questo, il governo vuole impostare la riforma anche su altri due capisaldi: la tutela di chi ha investito denaro nell’attività di tassista; l’innovazione per tener conto di quanto sia cambiata la mobilità alla luce dei progressi della tecnologia».

Se non facciamo nulla, rischiamo anche una censura da parte della commissione europea?
«Il punto non è questo. In Italia la riforma va fatta, indipendentemente da quello che dice l’Europa».

Con l’apertura alla concorrenza si potranno creare opportunità di lavoro per i giovani?
«il mercato in parte si è già aperto, ma in maniera diatonica rispetto alle norme in vigore e questo dimostra che c’è bisogno di una nuova regolamentazione, che possa sì favorire la creazione di posti di lavoro, ma regolari e non abusivi».

Uber è una minaccia o una opportunità?
«Consentire al cittadino la migliore mobilità possibile al costo più basso è una opportunità, a patto che avvenga dentro un sistema regolamentato che offra garanzie sia agli utenti sia alle imprese».

Enrico Marro

Pisapia. Locatelli: “I socialisti pronti al dialogo”

Pisapia-unioni civili“Scendo in campo di nuovo. Ieri a Milano, oggi in Italia”. “Mi metto al servizio di un impegno politico collettivo. Il protagonista non sono io. Sono loro: le associazioni che lavorano sul territorio, le amministrazioni locali, il  volontariato laico e cattolico”. Così in una intervista a ‘Il  Corriere della Sera’, Giuliano Pisapia. “Campo progressista. Un progetto del tutto nuovo, che nasce con una grandissima ambizione: offrire altro, rivoluzionare la politica, cambiarla nel profondo. Vogliamo unire storie e percorsi diversi e costruire una casa comune, per riunire chi vuole fare qualcosa per la società e non trova il  modo”. E circa l’ipotesi che qualcuno dirà che fa la stampella di  Renzi e del Pd, Pisapia spiega: “Non ho mai fatto la stampella di nessuno, e a Renzi ho sempre detto quello che pensavo”.

Parole accolte con interesse dai socialisti. “L’iniziativa di Pisapia volta a riunire la sinistra –ha detto Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera – è una proposta senza dubbio interessante e da prendere in considerazione. I socialisti sono disponibili al dialogo e da sempre favorevoli alla creazione di un’area progressista che riunisca la parte riformista e laica del Paese”. “L’Italia – ha proseguito Locatelli – ha bisogno di ritrovare la strada di uno sviluppo sano ed equilibrato, per creare nuove opportunità di lavoro, ridurre le diseguaglianze e rinvigorire il progetto europeo. C’è bisogno di ridare voce a un vasto elettorato di sinistra smarrito e confuso sostenendo un programma riformista in parte già avviato in questa legislatura. Per le sue capacità, la sua storia, l’ex Sindaco di Milano ha le carte in regola per sostenere un progetto politico che va in questa direzione, un progetto – ha concluso l’esponente socialista – che proprio a Milano ha col riformismo socialista una lunga e solida tradizione”.

Una intervista che ha suscito interessi ampi nel centro sinistra. Sono diversi infatti i commenti alla decisione dell’ex sindaco di Milano di “scendere in campo”. Il ‘Campo progressista’ lanciato da Giuliano Pisapia, “dal punto di vista del messaggio politico, è certamente interessante, dal punto di vista dell’impatto che può avere bisogna valutare: quando capiremo se è un partito o meno, sarà più facile tirare le conclusioni”, ha detto il primo cittadino del capoluogo lombardo, Giuseppe Sala.

Il senatore Pd Luigi Manconi va dritto al sodo:”Da cittadino, da militante politico e da parlamentare, intendo aderire al progetto da lui  promosso che prende il nome di Campo Progressista. Penso che sia una proposta utile a tutto il centro sinistra, al fine di rilanciare l’iniziativa civica, la mobilitazione delle persone in carne e ossa, il rinnovamento delle idee e delle modalità dell’azione politica”.

Iniziativa utile e positiva viene definita da Antonio Bassolino: “Guarda giustamente in avanti, a sinistra, e si muove  nel solco della migliore e originaria impostazione dell’Ulivo e  del Partito Democratico”.

L’iniziativa di Giuliano Pisapia piace anche a Lorenzo Dellai e Paolo Ciani, rispettivamente Presidente e Coordinatore Nazionale di  Democrazia Solidale. “Merita senz’altro attenzione. Essa cerca di cogliere una domanda di partecipazione politica alla quale i partiti di oggi in larga parte non riescono a corrispondere” affermano in una nota.

Stesso positivo commento da parte del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti: “L’idea di tornare a unire una parte della sinistra che sui propri contenuti fa una scelta di governo e collaborazione è una sfida importante che aiuterà, quale che sia la legge elettorale, il rafforzamento del campo di forze del centrosinistra. E’ una sfida a cui guardare con rispetto ed  attenzione”.