Jobs Act, la Consulta ne cancella un pezzo

Consulta - votazione

La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo 3, comma 1, del decreto legislativo 23/2015 sul contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, il Jobs Act, nella parte, non modificata dal Decreto Dignità, che determina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato. In particolare, secondo la Corte, la previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è “contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro” sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione. Tutte le altre questioni sollevate relative ai licenziamenti sono state dichiarate inammissibili o infondate. La sentenza sarà depositata nelle prossime settimane.

Le conseguenze della decisione non sono ancora chiare, ma saranno con ogni probabilità molto ampie: la principale sarà che i giudici potranno decidere con maggiore autonomia l’ammontare dell’indennizzo che i datori di lavoro dovranno pagare ai loro dipendenti licenziati in maniera ingiustificata. Le conseguenze si rifletteranno sia su chi ha cause di licenziamento in corso, che – soprattutto – sulle decisioni future di assumere o licenziare da parte dei datori di lavoro.

A sollevare le questioni davanti alla Consulta, che ieri le ha esaminate dopo un’udienza pubblica, era stata la sezione lavoro del tribunale di Roma: con il suo atto di rimessione alla Corte, il giudice della Capitale avanzava dubbi su diversi punti del ‘Jobs Act’. In particolare, secondo il tribunale, il contrasto con la Costituzione non veniva ravvisato nell’eliminazione della tutela reintegratoria – salvi i casi in cui questa è stata prevista – e dell’integrale monetizzazione della garanzia offerta al lavoratore, quanto in ragione della disciplina concreta dell’indennità risarcitoria, destinata a sostituire il risarcimento in forma specifica, e della sua quantificazione.

I Comuni italiani contro il ‘decreto Milleproroghe’

Municipio

Protestano i Comuni italiani contro il ‘decreto Milleproroghe’. Lo ha denunciato Antonio Decaro, presidente dell’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), nel corso di un’audizione alla Camera: “Nel dl Milleproroghe è stato fatto un furto con destrezza ai danni delle periferie. Con un emendamento notturno al Senato, sono stati tolti soldi alle periferie, un vero e proprio furto con destrezza. Per la prima volta c’era un investimento importante per le periferie, per dare risposte immediate all’emergenza abitativa. Sembrava l’occasione giusta a porre rimedio a un disagio economico e sociale, che esiste, lo dicono tutti. È successo che con un emendamento sono saltati fondi per 1,6 miliardi che sarebbero andati a quasi 20 milioni di abitanti, un terzo della popolazione italiana. Per questo, ha concluso, è necessario porre rimedio. Se non accadrà ci opporremo in tutte le sedi: faremo ricorso al Tar e alla Corte Costituzionale e tutti i sindaci sono pronti a venire a protestare davanti a Montecitorio. Il Milleproroghe era stato approvato il 7 agosto al Senato, ma andrà in seconda lettura alla Camera l’11 settembre. In quest’occasione l’emendamento che blocca il bando per le periferie potrebbe essere ancora modificato. Chiediamo di porre rimedio a un errore gravissimo dal punto di vista sociale, economico e anche dei rapporti reciproci tra le istituzioni. Se non accadrà, useremo dal punto di vista giuridico tutti gli strumenti a disposizione: il ricorso al tribunale amministrativo e alla Corte Costituzionale e, se sarà necessario, tutti i sindaci sono disponibili a venire qui a sfilare con i cittadini davanti a Montecitorio con le fasce tricolore”.

L’appello è arrivato, oltre che dall’Anci, anche da Ance, Legambiente, Fondazione Riuso e Audis.

La polemica era scoppiata proprio ad agosto, quando il governo aveva bloccato la seconda tranche del Piano periferie dei governi Renzi e Gentiloni, che prevedeva 2,1 miliardi di finanziamenti dallo Stato e con effetti calcolati in 3,9 miliardi di cofinanziamenti. Le prime convenzioni (24) erano state firmate nella primavera del 2017, le altre 96 a fine 2017: e proprio queste sono state bloccate, fino al 2020. Secondo la sottosegretaria Laura Castelli lo stop era stato necessario per rispettare una sentenza della Corte costituzionale, la 74 del 2018, che stabilisce che serve un’intesa con gli enti territoriali (quindi le Regioni) nell’assegnazione dei fondi e che non si può intervenire solo su richiesta del Comune. Il governo prevede quindi di dirottare i fondi già stanziati (140 milioni nel 2018, 320 nel 2019, 350 nel 2020 e 220 nel 2021) in un fondo che serva per favorire gli investimenti delle città metropolitane, delle Province e dei Comuni, non solo per quelli che hanno partecipato al bando. Una scelta che i Comuni non appoggiano, tutt’altro: anche perché molti Comuni dei 96 coinvolti intanto hanno già investito nella progettazione, come Milano, dove il sindaco Sala ribadisce il furto con destrezza. O Bologna, che denuncia il rischio di perdere progetti per 18 milioni di euro messi in cantiere. O del Veneto, che perde 150 milioni: i sindaci se la sono presa con la Lega, mandante politico dell’operazione. Sul piede di guerra il Pd, che però ha votato l’emendamento.

Il presidente dell’Anci ha concluso: “Parliamo di strade, risanamenti edilizi, sicurezza idrogeologica e sismica, giardini, parchi giochi, scuole, infrastrutture indispensabili a ridare decoro ai luoghi più poveri e abbandonati in città grandi, medie e piccole. Al nord, al centro, al sud indipendentemente dal colore politico di chi li governa”.

Dunque, anche il decreto ‘milleproroghe’, tra i primi provvedimenti del governo Conte, non va incontro alle necessità dei cittadini come viene demagogicamente propagandato da Lega e M5S, ma complicherebbe i problemi anziché semplificarli.

Roma, 05 settembre 2018

Salvatore Rondello

Tassa sui rifiuti sempre più alta. Raddoppiata in sette anni

Lavoratori Statali

BUONI PASTO, AD AGOSTO SI CAMBIA

Novità in arrivo sul fronte dei buoni pasto degli statali. Dopo la disdetta della convenzione con Qui!Group, ora si sta lavorando per risolvere la situazione prima possibile evitando di danneggiare ulteriormente i dipendenti pubblici. In particolare, “entro i primi giorni di agosto dovrebbe esserci un nuovo fornitore che erogherà i buoni pasto”, ha annunciato il ministro per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno, accogliendo la notizia come “un primo significativo passo in avanti”.

Il caos sui buoni pasto è esploso dopo che la Consip ha annunciato la risoluzione della convenzione con la società Qui!Group “per reiterato, grave e rilevante inadempimento delle obbligazioni contrattuali”. Tra i disservizi contestati al fornitore la mancata spendibilità dei buoni emessi ed il mancato rimborso degli stessi alle imprese esercenti. Da qui la chiusura dell’accordo con il fornitore di Qui!Ticket correndo il rischio di lasciare migliaia di lavoratori senza buoni pasto.

Corte Costituzionale

CONGEDO STRAORDINARIO E INDENNITÀ DI MATERNITÀ

Il congedo straordinario è “neutro” ai fini del riconoscimento dell’indennità di maternità al di fuori del rapporto di lavoro. In particolare, nel calcolo del limite dei 60 giorni tra l’inizio della maternità e la fine del rapporto di lavoro – periodo massimo che può intercorrere tra i due eventi (inizio maternità e fine rapporto di lavoro) per avere diritto all’indennità – non si tiene conto degli eventuali giorni di congedo straordinario di cui la lavoratrice gestante abbia fruito per assistenza al coniuge convivente oppure a un figlio, portatori di handicap in situazione di gravità.

A stabilirlo è la sentenza n. 158/2018 della Corte costituzionale, che dichiara in parte l’illegittimità.

Pensioni Inps

I TEMPI DELLA 14ESIMA

I pagamenti della 14esima mensilità di pensione, avvenuti a luglio ammontano a circa 3.280.000, a settembre ne saranno corrisposti ulteriori 48.000.

La 14ma è stata attribuita d’ufficio dall’Inps, senza presentazione di alcuna domanda, in presenza di tutti gli elementi necessari per la verifica reddituale di ammissione al beneficio. “Tale modalità consente una forte semplificazione nell’erogazione dell’emolumento, consentendo nel contempo una maggiore tempestività” comunica l’Inps.

Per le elaborazioni d’ufficio sono utilizzati in automatico i redditi da prestazione, memorizzati nel casellario centrale dei pensionati presenti al momento della lavorazione. Per i redditi diversi, invece, spiega l’Inps, sono presi in esame quelli del 2017. In assenza delle informazioni relative all’anno scorso, per i redditi diversi da quelli da prestazione sono stati provvisoriamente utilizzati i redditi delle ultime campagne reddituali elaborate e, quindi, i redditi del 2015 e, in subordine, del 2014. È per tale ragione che la somma aggiuntiva viene corrisposta in via provvisoria e la sussistenza del diritto sarà verificata a consuntivo sulla base della dichiarazione dei redditi.

A seguito della campagna dell’Inps, volta al sollecito della presentazione delle dichiarazioni reddituali, nello scorso mese di giugno è stato, inoltre, possibile registrare i redditi 2015 trasmessi dagli interessati oltre i termini stabiliti: la disponibilità di questi dati ha consentito di effettuare un’ulteriore lavorazione d’ufficio per attribuire la 14esima a nuovi soggetti non pagati nel mese di luglio proprio per assenza di tali dichiarazioni. A settembre 2018 saranno perciò corrisposte d’ufficio ulteriori 48.000 quattordicesime: gli interessati riceveranno a breve la comunicazione. “Alle posizioni prive di notizie reddituali successive all’anno 2013 non è stato quindi possibile attribuire il beneficio. Qualora un pensionato ritenga di avere diritto al beneficio e non sia stato raggiunto da queste elaborazioni d’ufficio può presentare domanda di ricostituzione” segnala l’Inps.

A settembre 14esima per altri 48mila – A luglio l’Inps ha pagato d’ufficio 3 milioni e 280 mila quattordicesime e a settembre ne liquiderà altri 48mila a nuovi soggetti che hanno presentato in ritardo le dichiarazioni sui redditi. Lo comunica l’Istituto di previdenza spiegando che a seguito della campagna Inps lo scorso mese di giugno è stato possibile registrare i redditi 2015 trasmessi dagli interessati oltre i termini stabiliti: la disponibilità di questi dati ha consentito di effettuare un’ulteriore lavorazione d’ufficio per attribuire la 14ma.

Denunciata dottoressa

FALSE VISITE FISCALI

Visite fiscali a domicilio mai eseguite e firme false su verbali di accesso per controllo domiciliare: sono le contestazioni mosse dai finanzieri di Bergamo a una dottoressa, accusata di truffa aggravata ai danni dello Stato e di falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici. Grazie a un contratto stipulato con la Direzione Provinciale dell’Inps di Bergamo, avrebbe intascato, in quattro mesi, circa 20.000 euro. Le indagini sono partite da una denuncia di un dipendente della Procura bergamasca che, rientrato al lavoro dopo un periodo di malattia, ha trovato all’interno del proprio fascicolo personale un certificato medico per una visita di controllo in realtà mai avvenuta. Sono scattati così gli accertamenti sul conto della professionista e sulla lista delle visite da lei eseguite, più di 500. In 53 casi è stato accertato che non si era recata presso l’abitazione del lavoratore malato. Una volta scoperta, la dottoressa si è dimessa dall’incarico e ora dovrà restituire oltre 20 mila euro.

Fiscalità locale

TARI RADDOPPIATA IN 7 ANNI

Sempre più alta e in continua crescita la tassa sui rifiuti pagata da cittadini e imprese: nel 2017 è arrivata, complessivamente, a 9,3 miliardi di euro con un incremento di oltre il 70% (72%) corrispondente ad un incremento complessivo di 3,9 miliardi di euro negli ultimi 7 anni nonostante una significativa riduzione nella produzione dei rifiuti. Il dato emerge dal primo monitoraggio del portale di Confcommercio che parte oggi, consultabile al sito www.osservatoriotasselocali.it, uno strumento permanente dedicato alla raccolta e all’analisi di dati e informazioni sull’intero territorio relative alla tassa rifiuti (Tari) pagata da cittadini e imprese del terziario.

Lo scenario evidenzia come costi eccessivi e ingiustificati per cittadini e imprese derivino, in particolare, da inefficienza ed eccesso di discrezionalità di molte amministrazioni locali, da una distorta applicazione dei regolamenti e dal continuo ricorso a coefficienti tariffari massimi. La tassazione crescente è doppiamente ingiustificata se si considerano i dati riguardo alla produzione totale di rifiuti che, in controtendenza, nel periodo considerato ha subito un rallentamento. Le imprese, infatti, continuano a pagare di più nonostante la produzione dei rifiuti sia decresciuta (da 32,4 mln di tonnellate del 2010 a 30,1 mln nel 2016).

In particolare, i commercianti sottolineano come per le imprese del terziario, ci siano sempre più evidenti distorsioni e divari di costo tra medesime categorie economiche a parità di condizioni e nella stessa provincia. Ad esempio, un albergo con ristorante di 1.000 mq paga 4.210 euro l’anno a San Cesario (Le) mentre ne paga 7.770 euro l’anno a Lecce; per la stessa attività in provincia di Padova si passa da 4.189 euro/anno di Abano Terme a 5.901 euro/anno del capoluogo.

L’inefficienza delle Amministrazioni locali (in media, il 62% dei Comuni capoluogo di provincia registra una spesa superiore rispetto ai propri fabbisogni) costa a cittadini e imprese 1 miliardo l’anno a causa del mancato raggiungimento degli obiettivi comunitari di raccolta differenziata (siamo al 52% contro il 65% fissato a livello europeo);

In molti casi, rileva l’osservatorio di Confcommercio, le imprese pagano costi per un servizio mai erogato (con aggravi di oltre l’80%) o per il mancato riconoscimento della stagionalità delle attività. Ad esempio, nel primo caso, a Roma, un distributore di carburante di 300 mq paga 2.667 euro mentre l’importo corretto dovrebbe essere di 446 euro; nel secondo caso, un campeggio di 5.000 mq nel Comune di Fiumicino paga 13.136 euro quando per i soli 5 mesi di attività dovrebbe pagare 5.473, oppure uno stabilimento balneare di 600 mq, nello stesso comune, paga 1.037 euro a fronte dei 432 che dovrebbe pagare.

“I dati dell’Osservatorio sono la conferma di quanto le nostre imprese siano penalizzate da costi dei servizi pubblici che continuano a crescere in modo ingiustificato – sostiene Patrizia Di Dio, membro di Giunta di Confcommercio con delega all’ambiente – Negli ultimi sette anni la sola Tari è cresciuta di quasi 4 miliardi di euro. Bisogna, dunque, applicare con più rigore il criterio dei fabbisogni e dei costi standard nel quadro di un maggiore coordinamento tra i vari livelli di governo, ma soprattutto è sempre più urgente una profonda revisione dell’intero sistema che rispetti il principio europeo ‘chi inquina paga’”.

Carlo Pareto

Istat, aumentano ancora i poveri in Italia

poveri 6L’Istat ha diffuso oggi il ‘Rapporto SDGs 2018 (Sustainable Development Goals) – Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia – Prime analisi’. Dal Rapporto dell’Istat fatto su direttive dell’ONU, è emerso che in Italia la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 30% (18.136.663 individui), in aumento rispetto all’anno precedente. Nel commento dell’Istat si legge: “L’obiettivo di Europa 2020 rimane quindi molto lontano. La povertà in Europa si mantiene stabile nel 2016 rispetto al 2015, con un’incidenza pari al 23,5% della popolazione (118 milioni di individui a rischio di povertà o esclusione sociale)”.
L’Italia si trova, quindi, sotto la media Ue di sei punti e mezzo percentuali.
L’indicatore di povertà o esclusione sociale corrisponde alla quota di persone che presentano almeno una delle seguenti situazioni: sono a rischio di povertà di reddito, sono gravemente deprivate materialmente, vivono in famiglie con una molto bassa intensità lavorativa.
Nel 2016, la povertà di reddito ha riguardato il 20,6% della popolazione (in aumento rispetto al 19,9% del 2015), la grave deprivazione materiale ha raggiunto il 12,1% (dall’11,5%) mentre la quota di chi vive in famiglie con una intensità di lavoro molto bassa è arrivata al 12,8% (dall’11,7% del 2015).
Le disparità regionali sono molto ampie sia per l’indicatore composito sulla povertà o esclusione sociale, sia per i tre indicatori in cui si articola.
Nel Mezzogiorno si riscontrano i valori maggiori per tutti e quattro gli indicatori: è a rischio di povertà o esclusione sociale quasi la metà degli individui (46,9%) contro uno ogni cinque del Nord (19,4%).
Questo significa che nel Nord Italia la media è migliore di quella Europea, mentre nel Meridione i valori il doppio della media Ue.
Nel 2017 sono stati stimati 5 milioni e 58mila gli individui in povertà assoluta (8,4% della popolazione). Le condizioni dei minori rimangono critiche: l’incidenza di povertà assoluta tra di essi è pari al 12,1%; in peggioramento la condizione di giovani, adulti e anziani.
Nel 2016 con il 19,1% del reddito disponibile per il 40% più povero della popolazione (indicatore utilizzato da Eurostat per confrontare i livelli di disuguaglianza tra i paesi Ue), l’Italia si pone al di sotto della media europea che, a sua volta, è diminuita nel tempo, passando dal 21,1% del 2011 al 20,9% del 2016.
Fino al 2007, la crescita in Italia dei redditi della popolazione a più basso reddito è stata più elevata di quella dei redditi complessivi. Dal 2008, a causa della crisi economica, le flessioni osservate sono state più pesanti per i redditi relativamente più bassi. Contestualmente, è aumentata la disuguaglianza del reddito disponibile, che ha toccato il valore minimo (5,2) nel 2007 e quello massimo (6,3) nel 2015.
Sempre nel rapporto, comparando il lavoro domestico tra i due sessi, i dati più recenti indicano che la quota di tempo giornaliero dedicato dalle donne al lavoro domestico e di cura non retribuiti è circa 2,6 volte quello degli uomini, era più del triplo nel biennio 2002-2003. Nonostante questo miglioramento, nel 2013-2014 l’Italia presentava il divario di genere più elevato fra tutti i paesi europei con dati disponibili.
Nel 2017 il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne di 25-49 anni con figli in età prescolare e il tasso di quelle senza figli continua ad essere basso, benché sia migliorato negli anni.
In Italia è in crescita la presenza delle donne nel Parlamento nazionale e nelle società quotate in borsa e, seppure in misura minore, negli organi decisionali e nei consigli regionali. Ma la presenza delle donne nei luoghi decisionali, economici e politici continua a rimanere bassa: un terzo nel Parlamento nazionale e nelle società quotate in borsa, un quinto nei consigli regionali e meno di un quinto negli organi decisionali (Autorità della privacy, Agcom, Autorità della concorrenza e del mercato, Corte Costituzionale, Consiglio Superiore della Magistratura, Ambasciatori, Consob).
Le diseguaglianze sociali ed economiche presenti in Italia continuano a persistere a livelli elevati ed in alcuni casi aumentano. Particolarmente significativi i dati del Mezzogiorno e del Nord Italia, che mostrano in modo sempre più evidente il divario tra la zona più povera e la zona più ricca del Paese.

Ok Consulta e Popolare di Sondrio sale in borsa

La Banca Popolare di Sondrio sale del 3,9% in Piazza Affari, dopo la decisione di ieri della Consulta, che ha ‘promosso’ la riforma delle banche popolari. Il titolo ha quindi invertito la rotta, dopo essere stato in perdita per tre sedute consecutive. Ieri la Corte Costituzionale ha rigettato tutte le questioni di legittimità sollevate contro la riforma delle banche popolari che prevede la trasformazione in Spapopolare-di-sondrio-640x342 per gli istituti con oltre 8 miliardi di attivi. Per Pop Sondrio, che insieme alla Popolare di Bari, non aveva ottemperato alla riforma dopo che il Consiglio di Stato aveva sollevato questioni di legittimità congelando il termine previsto di fine dicembre, si riapre la strada per la trasformazione in Spa che renderebbe la banca più contendibile. E anche se il titolo dell’istituto valtellinese è in rialzo del 4% circa a 3,31 euro ai massimi da inizio mese con scambi sostenuti e a fronte di un andamento debole dell’indice di borsa FTSE Mib (-0,6%) e del paniere dei bancari italiani (-0,7%), resta la preoccupazione. Gli effetti non sono stati dei migliori, con Banca Etruria, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca finite in dissesto, altre due – Pop Bari e Pop Sondrio – gettate in un limbo in attesa della Consulta e le altre cinque che devono fare i conti con i fondi esteri attratti dalle “sofferenze” (i crediti inesigibili) che in alcuni casi, come Creval e Ubi, sono ormai maggioranza. Con una decisione per alcuni analisti inattesa la Corte Costituzionale ha bocciato integralmente i ricorsi presentati da alcuni soci di minoranza contro la legge del 2015 che impone alle banche popolari con un attivo superiore a 8 miliardi di euro di trasformarsi in Spa. La bocciatura riguarda sia l’aspetto relativo alla costituzionalità del decreto ma anche quello sulla limitazione o rinvio sine die del diritto di recesso, che è disciplinata da un regolamento di Banca d’Italia.
Secondo Palazzo Spada il governo aveva violato la Carta scegliendo di usare un decreto legge senza che vi fossero “i caratteri di necessità e urgenza”, così come il meccanismo usato per blindare le trasformazioni in Spa bloccando il diritto di recesso ai soci contrari; scelta peraltro affidata a norme attuative scritte da Bankitalia grazie a una sorta di “delega in bianco” a un istituto “privo di legittimazione democratica. Per la Consulta, invece, tutto è rimasto nell’alveo della Costituzione. Il Consiglio di Stato ha invece cancellato il divieto imposto da Bankitalia ai soci degli istituti di creare una holding cooperativa per controllare le banche. La trasformazione in Spa per la Pop di Sondrio, adesso non più rinviabile, era stata congelata in attesa della pronuncia della Consulta. “A questo punto secondo noi è ipotizzabile che in un paio di mesi BP Sondrio convochi l’assemblea straordinaria per trasformarsi in Spa”, sostiene Equita Sim.

DIRITTO ALLA SALUTE

vaccini

L’estensione dei vaccini obbligatori decisa dal Governo e dal Parlamento è costituzionale. La Consulta (relatore Marta Cartabia) ha bocciato i ricorsi della Regione Veneto stabilendo la legittimità della disciplina sugli obblighi vaccinali introdotta dal Dl n. 73 del 7 giugno scorso, poi convertito nella legge 119/2017 in vigore dal 6 agosto. Ma ha anche specificato che “la mancata vaccinazione non comporta l’esclusione dalla scuola dell’obbligo dei minori, che saranno di norma inseriti in classi in cui gli altri alunni sono vaccinati”.

Esprime “grande soddisfazione” il ministro della Salute Beatrice Lorenzin “per la conferma di costituzionalità del decreto vaccini da parte della Consulta. I vaccini sono una conquista della scienza e una delle più importanti misure di prevenzione esistenti. Il Decreto protegge la salute dei nostri bambini e di tutta la comunità”.

“Le misure in questione – spiega ancora la Corte Costituzionale in una nota – rappresentano una scelta spettante al legislatore nazionale. Questa scelta non è irragionevole, poiché volta a tutelare la salute individuale e collettiva e fondata sul dovere di solidarietà nel prevenire e limitare la diffusione di alcune malattie”. Insomma per la Corte le questioni di legittimità sollevate dalla Regione Veneto sul decreto vaccini sono “non fondate”. La Consulta ha considerato anche il fatto che “tutte le vaccinazioni rese obbligatorie erano già previste e raccomandate nei piani nazionali di vaccinazione e finanziate dallo Stato nell’ambito dei Livelli essenziali di assistenza sanitaria”.

“Il passaggio da una strategia basata sulla persuasione a un sistema di obbligatorietà si giustifica alla luce del contesto attuale caratterizzato da un progressivo calo delle coperture vaccinali” ha detto ancora la Consulta, spiegando perché ha dichiarato “non fondate” le questioni di legittimità sollevate dalla Regione Veneto sul decreto vaccini. “E’ stato altresì considerato – si legge ancora nella nota diramata da Palazzo della Consulta – che la legge di conversione ha modificato il decreto legge riducendo sensibilmente le sanzioni amministrative pecuniarie e prevedendo che, in ogni caso, debbano essere precedute dall’incontro tra le famiglie e le autorità sanitarie allo scopo di favorire un’adesione consapevole e informata al programma vaccinale. Infine, la mancata vaccinazione – ricorda la Corte – non comporta l’esclusione dalla scuola dell’obbligo dei minori, che saranno di norma inseriti in classi in cui gli altri alunni sono vaccinati”.

Le questioni sottoposte dal Veneto al vaglio della Corte non mettevano in discussione l’efficacia delle vaccinazioni, attestata anche dall’Organizzazione mondiale della sanità, dall’Istituto superiore di sanità e da una lunga serie di piani nazionali vaccinali, ma la loro obbligatorietà, sospesa dalla Regione Veneto con una legge del 2007 che aveva introdotto un sistema di prevenzione delle malattie infettive basato solo sulla persuasione. Il Veneto lamentava l'”insussistenza” dei presupposti di “straordinaria necessità ed urgenza” richiesti per ricorrere alla decretazione di urgenza, oltre a ritenere lesi il diritto “all’autodeterminazione in materia sanitaria”, il diritto allo studio, i principi di ragionevolezza e proporzionalità e di buon andamento della pubblica amministrazione, nonché la “mancanza” della copertura finanziaria dei maggiori oneri sulle Regioni legati agli adempimenti sugli obblighi vaccinali imposti dal decreto varato la scorsa estate.

Secondo Zaia con questa sentenza dal dialogo ora si passa alla coercizione. “Come governatore io ho fatto solo il mio dovere, perché ho difeso un modello che esisteva da dieci anni, fondato sulla libertà di scelta e sul dialogo con le famiglie. Ora si passa alla coercizione”. Ma è comunque un valore costituzionale il diritto del cittadino alla salute e di conseguenza è dovere dello Stato difendere questo diritto anche imponendo un obbligo. Positivo invece il commento dell’Ordine medici secondo il quel la Corte Costituzionale con queste sentenza riconosce “la competenza dello Stato sulle misure in questione, in quanto ‘scelta volta a tutelare la salute individuale e collettiva e fondata sul dovere di solidarietà nel prevenire e limitare la diffusione di alcune malattie’”.

“Come abbiamo più volte ripetuto – continuano i medici – dispiace che l’attuale contesto storico e sociale abbia reso necessario il ricorso all’obbligatorietà per una scelta di salute che i cittadini avrebbero invece ragionevolmente dovuto rivendicare come un loro diritto. Dispiace vedere persone in piazza davanti alla Corte – rileva la Fnomceo in una nota – mosse anche da strumentalizzazioni da parte di interessi dubbi, che manifestano contro i loro stessi diritti e quelli dei propri figli, quelli cioè di avere a disposizione mezzi di prevenzione efficaci contro le malattie”.

La scheda

Dieci vaccini obbligatori per l’iscrizione a scuola da 0 a 16 anni. Pena la non iscrizione fino ai 6 anni, e il pagamento di multe per i genitori dai 6 anni in poi. È previsto l’obbligo di vaccinazione anche per i minori stranieri non accompagnati. I vaccini potranno essere prenotati anche in farmacia. Nasce l’Anagrafe nazionale vaccini, e vengono promosse iniziative di informazione e comunicazione sulle vaccinazioni. Questi i principali contenuti della legge sui vaccini approvata in via definitiva a luglio, e “avallata” oggi dalla Consulta che ha respinto il ricorso presentato dalla Regione Veneto.

Ecco i 10 punti chiave del provvedimento:

1) Vengono dichiarate obbligatorie per legge, secondo le indicazioni del Calendario allegato al Piano nazionale di prevenzione vaccinale vigente (età 0-16 anni) e in riferimento alla coorte di appartenenza, dieci vaccinazioni. a) anti-poliomelitica; b) anti-difterica; c) anti-tetanica; d) anti-epatite B; e) anti-pertosse; f) anti Haemophilusinfluenzae tipo B; g) anti-morbillo; h) anti-rosolia; i) anti-parotite; l) anti-varicella. Per queste ultime 4 è prevista una valutazione fra tre anni per l’eventuale eliminazione dell’obbligo. Non saranno dirimenti per l’iscrizione a scuola, ma saranno offerti gratuitamente (con un’offerta “attiva”, vale a dire con chiamata dalle Asl), i vaccini contro meningococco B, meningococco C, pneumococco e rotavirus (i primi due in origine erano previsti nel decreto come obbligatori). Sarà possibile procedere alla vaccinazione monocomponente per chi risulti già immunizzato per alcuni di questi vaccini. Per tutti gli altri, comunque, non saranno necessarie dieci punture, anzi. Ne basteranno due: sei vaccini possono essere somministrati insieme, con l’esavalente (anti-poliomielite, anti-difterite, anti-tetano, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-Haemophilus Influenzae tipo b), e altri quattro possono essere somministrati con il quadrivalente (anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella).

2) Tali vaccinazioni possono essere omesse o differite solo in caso di accertato pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate e attestate dal medico di medicina generale o dal pediatra di libera scelta. Se un bambino ha già avuto le patologie indicate deve farsi attestare tale circostanza dal medico curante che potrà anche disporre le analisi del sangue per accertare che abbia sviluppato gli anticorpi.

3) In caso di violazione dell’obbligo vaccinale ai genitori esercenti la responsabilità genitoriale e ai tutori è comminata la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 500 euro. Le sanzioni vengono irrogate dalle Aziende sanitarie. I genitori a cui l’Asl contesta la mancata vaccinazione possono provvedere entro il termine indicato a mettersi in regola. In origine la norma prevedeva anche la segnalazione al tribunale dei minori per l’eventuale perdita della patria potestà, passaggio cancellato in commissione.

4) Non possono essere iscritti agli asili nido ed alle scuole dell’infanzia, pubbliche e private, i minori che non abbiano fatto le vaccinazioni obbligatorie. In tal caso, il dirigente scolastico segnala, entro 10 giorni, alla Azienda sanitaria competente il nominativo del bambino affinché si adempia all’obbligo vaccinale. Il genitore può anche autocertificare l’avvenuta vaccinazione e presentare successivamente copia del libretto. Chi è in attesa di vaccinare il bambino può comunque iscriverlo, presentando copia della prenotazione dell’appuntamento presso la azienda sanitaria locale.

5) Anche nella scuola dell’obbligo, i minori che non sono vaccinabili per ragioni di salute sono di norma inseriti dal dirigente scolastico in classi nelle quali non sono presenti altri minori non vaccinati o non immunizzati.

6) L’Agenzia del farmaco è coinvolta sul fronte della farmacovigilanza: predisporrà una relazione annuale con i dati degli eventi avversi associabili alla vaccinazione. Relazione che verrà trasmessa dal ministro al Parlamento. Stretta anche sui prezzi dei vaccini: dovranno essere sottoposti alla negoziazione obbligatoria dell’Aifa. Infine, la stessa Agenzia è sempre parte in giudizio in tutte le controversie riguardanti presunti danni da vaccinazioni e somministrazione di presunti farmaci non oggetto di sperimentazione.

7) I vaccini potranno essere prenotati anche in farmacia, gratuitamente. I genitori potranno invece recarsi all’Asl per ricevere informazioni sulle modalità e i tempi di vaccinazione dei propri figli. 8) Nasce l’Anagrafe nazionale vaccini, nella quale sono registrati tutti i soggetti vaccinati e da sottoporre a vaccinazione, le dosi ed i tempi di somministrazione e gli eventuali effetti indesiderati. Inoltre viene istituita una Unità di crisi permanente, promossa dal ministero della Salute, per monitorare l’erogazione del servizio e prevenire eventuali criticità.

9) Il ministero della Salute avvierà una campagna straordinaria di sensibilizzazione per la popolazione sull’importanza delle vaccinazioni per la tutela della salute. Nell’ambito della campagna, i ministeri della Salute e dell’Istruzione promuovono, dall’anno scolastico 2017/2018, iniziative di formazione del personale docente ed educativo e di educazione delle alunne e degli alunni, delle studentesse e degli studenti sui temi della prevenzione sanitaria e in particolare delle vaccinazioni, anche con il coinvolgimento delle associazioni dei genitori e le associazioni delle professioni sanitarie.

10) Saltata, per assenza di coperture, l’obbligatorietà anche per operatori sanitari e scolastici, questi dovranno comunque presentare nei luoghi in cui prestano servizio una autocertificazione attestante la propria “situazione vaccinale”.

La XVII legislatura
sotto una cattiva stella

Ci sono legislature fortunate e sfortunate, così come gli uomini. La XVII legislatura, l’attuale, sorta dalle elezioni politiche all’inizio del 2013, è sfortunata. Anzi, è sfortunatissima. È nata sotto una cattiva stella. Gli amanti della cabala indicano tutti i guai in quel 17, un numero ritenuto malaugurante.

Probabilmente la XVII legislatura repubblicana non finirà regolarmente all’inizio del 2018, ma qualche mese prima: si potrebbero aprire le urne tra settembre ed ottobre, in autunno. Nessuno ci avrebbe scommesso un euro, ma l’accordo sulla riforma elettorale sembra a portata di mano. Pd, M5S, Forza Italia e Lega Nord hanno praticamente raggiunto un’intesa sul cosiddetto “modello tedesco”, un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5% dei voti.

Matteo Renzi sta conducendo il confronto con tutte le forze politiche su come sostituire l’Italicum bocciato dalla Corte costituzionale e il traguardo sembra vicino. Al progetto, ancora da limare, praticamente si oppongono per motivi diversi solo Angelino Alfano e i parlamentari orlandiani del Pd. Il leader dei centristi della maggioranza non vede di buon occhio la soglia di sbarramento del 5%, considerata troppo alta. Invece l’ala del Pd sostenitrice di Andrea Orlando contesta il passaggio dal sistema maggioritario al proporzionale perché, dopo le elezioni, probabilmente porterebbe alla formazione di un governo di grande coalizione tra Renzi e Berlusconi.

Il segretario del Pd, però, va avanti. Da poco riconfermato alla guida del partito dalle elezioni primarie, vorrebbe andare alle urne al più presto per evitare il rischio di un logoramento di consensi (a dicembre dovrà essere approvata una manovra economica pesante, di circa 30 miliardi di euro, e si sono visti poco gli effetti della “ripresina” nei portafogli degli italiani). M5S, Forza Italia e Lega concorderebbero per motivi differenti. Beppe Grillo, in particolare, è pronto ad andare a votare “anche il 10 settembre” e Matteo Salvini preme da mesi per aprire “subito” le urne.

Fortuna, sfortuna. La XVII legislatura ha avuto un parto difficile e quattro anni di vita convulsa. Sin dalla partenza ha pesato l’instabilità politica. Le elezioni legislative all’inizio del 2013 non decretarono né la vittoria del centrosinistra, né del centrodestra, né dell’esordiente M5S, forte del 25% dei voti. È una “non vittoria”, commentò subito Pier Luigi Bersani, perché aveva ottenuto la maggioranza alla Camera ma non al Senato (il premio in seggi, per pochi voti in più rispetto al centrodestra, era scattato a Montecitorio, ma non a Palazzo Madama). I tentativi per formare un nuovo governo furono difficilissimi. L’allora segretario del Pd fallì. Ci riuscì invece l’allora vice segretario del Pd Enrico Letta, ma dovette dare vita ad un governo di grande coalizione con Silvio Berlusconi, l’avversario di sempre.

Letta resse appena un anno e, all’inizio del 2014, subentrò come presidente del Consiglio Matteo Renzi, il nuovo segretario del Pd. Il terremoto è continuato. Nello scorso dicembre è arrivata la terza “botta”. Renzi, dopo la sconfitta subita il 4 dicembre 2016 al referendum sulla riforma costituzionale, si è dimesso, lasciando a Paolo Gentiloni (suo amico e stretto collaboratore) la poltrona di presidente del Consiglio. All’assemblea nazionale del Pd del 19 dicembre indicò immediatamente la rotta la seguire: «Non abbiamo perso, abbiamo straperso», ma «ripartiamo da qui», il 41% di sì raccolti al referendum perso sulla riforma costituzionale.

Ora il braccio di ferro è sulle elezioni politiche anticipate. Alfano attacca: «Non capisco l’impazienza del Pd di portare l’Italia alle urne tre o quattro mesi prima: questa impazienza ha un costo salatissimo». Difensori del sistema maggioritario, 31 senatori orlandiani parlano del rischio «di un salto nel buio”, del pericolo di far scattare «spinte ad attacchi di speculazione finanziari».

Renzi, però, accelera. Alla direzione del Pd ha proposto di approvare il sistema elettorale alla tedesca «entro la prima settimana di luglio». Non è «un entusiasta di un sistema proporzionale con soglia al 5%». ma c’è l’esigenza di perseguire «un consenso più ampio possibile».. A chi suona l’allarme contro l’apertura anticipate delle urne ha ribattuto: «Succede di andare alle elezioni. Il veto di un piccolo partito non può costituire un blocco».

Sergio Mattarella sembra contrario alle urne anticipate. Ma il presidente della Repubblica difficilmente potrebbe resistere alle pressioni per lo scioglimento anticipato delle Camere, se la richiesta dovesse provenire da larga parte del Parlamento.

A settembre i tedeschi voteranno per le elezioni politiche ed Angela Merkel punta ad essere confermata per la quarta volta cancelliera della Repubblica federale. A Renzi piacerebbe un abbinamento elettorale, evitando di andare alle urne nel 2018 in Italia con il peso di una manovra economica che non si presenta molto popolare.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Incertezza politica di oggi. L’esempio siciliano

Riportiamo qui di seguito l’ultimo articolo di un nostro vecchio compagno Stefano Massimino venuto a mancare lo scorso 12 marzo. Ringraziamo la figlia Angioletta per il contributo.

palermoI Partiti politici oggi hanno modificato le caratteristiche tradizionali che li distinguevano, individuabili nella prospettiva futura, relativa alla società civile, che proponevano in ogni loro azione politica, costituente un presupposto del risultato finale che volevano raggiungere.
Oggi tutto è diverso! Si parla di riforme, ma non si sa dove ci condurranno, nella società di domani.
Tutto ciò conduce l’opinione pubblica a non capire se la crisi economica, che da alcuni anni pesa sul Popolo Italiano e sul Popolo Europeo, sia da considerarsi crisi nel sistema o crisi del sistema.

Il sistema economico che caratterizza la società civile europea ha come elemento fondamentale il profitto, che ogni impresa deve ricavare per legittimare la sua sussistenza. Nella differenza, infatti, tra il prezzo di mercato del bene prodotto e il costo che serve per la produzione, si individua il profitto.
Elementi essenziali del costo sono stati il prezzo delle materie prime e la manodopera. La manodopera ha avuto delle modificazioni, ma la classe padronale è riuscita ancora a mantenerla ad un livello di poca incidenza sui costi.

Il contrasto tra i lavoratori e le imprese, a partire dal secolo scorso, ha creato la lotta di classe, che ha avuto inizio quando il primo imprenditore amò definirsi “padrone”.
La lotta sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori rappresenta l’epilogo di una lotta che ancora è più viva che mai.

I costi sono determinati dalla disponibilità dei capitali. Il loro prezzo, infatti, è rapportato parzialmente alla quantità dell’acquisto e, quindi, il capitale è elemento determinante del prezzo dei costi e della quantità del profitto.
La società di oggi, pertanto, è guidata dal capitale che è elemento essenziale della società liberista.

Un Partito socialista o, comunque, un Partito di sinistra, deve avere l’obiettivo di costituire una società socialista o, in ogni caso, fondata sul lavoro.

La Costituzione della Repubblica Italiana, con alcuni principi specificati negli artt. 36 e 37, ha individuato una società “dirigista”, i cui principi essenziali un Partito di sinistra deve rafforzare, con la collaborazione dei lavoratori, dei sindacati e di tutte le forze democratiche, per giungere all’obiettivo finale.

Renzi ha proposto diverse riforme, ma a parte il fatto che tali proposte non sono state ancora realizzate, dalle stesse non traspare l’obiettivo finale.
Tutto ciò è stato possibile verificarlo in questi ultimi tempi e non quando Renzi capeggiò la sua corrente, che gli ha consentito di vincere la battaglia per le primarie e per il Parlamento Europeo.

Nulla da dire, quindi, ai Compagni socialisti, guidati dal Segretario Nencini, sull’alleanza con Renzi. Nencini e suoi Compagni di cordata hanno il grande merito di avere ricostruito il P.S.I., distrutto dalle vicende di mani pulite. Contestare oggi Nencini è un grave errore, ancor più grave per le modalità in cui lo si contesta.

Chi scrive avverte, però, la responsabilità di suggerire al Compagno Nencini un riesame della situazione politica, per i fatti che si sono susseguiti dal momento in cui il Segretario ha raggiunto le intese politiche con l’ex capo del Governo, Matteo Renzi, fino ad oggi.

È anche necessaria, in ogni caso, una maggiore collaborazione in tutte le forme e su tutto il territorio nazionale, da parte dei tanti Compagni socialisti.
Le divisioni hanno portato danno al Partito; chi scrive ricorda la scissione dei “Vecchiettiani”, che non hanno raggiunto lo scopo prefissatisi ritornando al Partito e continuando la lotta all’interno del Partito, come corrente di sinistra.
Chi scrive faceva parte della corrente “Vecchiettiana”, ma non seguì il carissimo Compagno Vecchietti nella scissione, restando nel Partito per seguire le direttive del Compagno Nenni, che condussero alla realizzazione della politica di centro-sinistra.

Al Segretario Compagno Nencini, mi permetto di ricordare di intervenire incisivamente sulla vita del governo, il quale manca di ogni responsabilità necessaria per la soluzione dei problemi di ogni giorno.
In primis, bisogna avere le idee chiare su quello che è la politica regionale. Non può il Governo di Roma condannare la Regione Siciliana per inadempienze derivanti dalla mancanza di somme disponibili per aver cura di determinate opere.

Lo Stato Italiano ha concesso alla Sicilia uno Statuto Speciale che gli consentiva di affrontare i problemi essenziali per la vita della Regione, ma, giorno dopo giorno, ha vanificato i principi essenziali stabiliti nello Statuto stesso, in particolare in riferimento agli artt. 15, 37, 38, 40, e agli articoli che riguardano l’Alta Corte per la Sicilia.

L’art. 37 prevede, ad esempio, che le imprese aventi la sede centrale fuori dall’Isola, ma che in Sicilia hanno succursali, devono pagare alla Regione Siciliana le imposte relative a queste ultime.
Tutto ciò non è avvenuto dal 1946 ad oggi e, quindi, con l’applicazione dell’art. 37 dello Statuto la Regione stessa sarebbe creditrice di svariati miliardi nei confronti del governo centrale.

Ed ancora, l’Alta Corte per la Regione Siciliana, in cui tra i giudici figure di rilievo furono Luigi Sturzo, Andrea Finocchiaro Aprile, Aldo Sandulli, Tomaso Perassi, Gaspare Ambrosini, Giovanni Selvaggi, Augusto Ortona.
Fu costituita con l’approvazione dello Statuto Speciale e funzionò, senza soluzione di continuità, dal 1948 al 1955 pronunciando 83 decisioni. Alla fine di tale anno, fu costituita la Corte Costituzionale e i suoi membri prestarono giuramento il 15 dicembre 1955 e si riunirono per la prima volta il 23 gennaio 1956. Di essi, tre facevano parte dell’Alta Corte per la Regione Siciliana, uno con le funzioni di presidente, i quali rassegnarono le dimissioni dall’Alta Corte e dopo non sono stati più sostituiti. Di conseguenza l’organo non è stato più convocato.

La Commissione Tributaria Regionale di Palermo, Sezione X, presieduta da chi scrive, in data 03/02/2000, ha emesso un’ordinanza con la quale ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 22 del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112 (Riordino del servizio nazionale della riscossione, in attuazione della delega prevista dalla legge 28 settembre 1998, n. 337) davanti l’Alta Corte Costituzionale.
La Corte Costituzionale con ordinanza n. 161 del 22/05/2001, alla quale s’è rivolto il Presidente della Commissione Tributaria Regionale di Palermo, Dott. Guido Marletta, che ha rimesso la questione per il mancato funzionamento dell’Alta Corte, se prima aveva dichiarato il superamento dell’Alta Corte Costituzionale della Regione Sicilia ed il potere sostitutivo della stessa Corte Costituzionale, in questa occasione ha dichiarato l’irricevibilità dell’ordinanza, sancendo di fatto il riconoscimento stesso dell’Alta Corte Costituzionale della Regione Sicilia, da ritenersi, pertanto, ancora in vita, sebbene non in funzione.

Le due ordinanze (quella della Commissione Tributaria Regionale di Palermo, sezione X, e quella della Corte Costituzionale) sono state trasmesse ai Presidenti della Camera dei Deputati, del Senato, dell’Assemblea della Regione Siciliana ed al Presidente della Regione Siciliana, ma nessuno ha capito che con l’ordinanza della Corte Costituzionale era venuto il momento di riprendere il discorso per la ricomposizione dell’Alta Corte per la Regione Siciliana.

Se è vero, come è vero, che la violazione dell’art. 37 ha sottratto alla Sicilia ingenti somme di denaro, è anche vero che l’art. 40 dello Statuto, mai applicato, ha impedito lo sviluppo economico della Regione. Così pure, il mancato rinnovo dei componenti dell’Alta Corte Costituzionale ha impedito il funzionamento della stessa e la mancata applicazione dell’art. 15 dello Statuto ha impedito lo sviluppo degli Enti Locali, che con l’abrogazione delle Provincie e l’istituzione dei liberi consorzi avrebbero, mediante l’individuazione di zone omogenee, determinato un migliore sviluppo per le zone produttive.

La Corte Costituzionale, con sentenza del 9 marzo 1957, n. 38, in seguito al ricorso del Presidente del Consiglio, Antonio Segni, ha ritenuto di considerare soppressa l’Alta Corte per violazione dell’art. 134 della Costituzione, che prevede un unico organo della giurisdizione costituzionale, senza accorgersi, però, che, come riportato in Ordinanza N. 604, emessa dalla X Sezione della Commissione Tributaria di Palermo il 3 febbraio 2000, relatore ed estensore il sottoscritto, “… il predetto art. 134 si riferisce alle Regioni a Statuto ordinario e non a quelle a Statuto speciale, e tanto meno alla Sicilia, il cui Statuto può ben essere definito “Specialissimo”.
Con la sentenza n. 6 del 1970, la Corte Costituzionale ha affrontato la questione della competenza penale dell’Alta Corte, prevista dall’art. 26 dello Statuto, sostenendo che la citata norma, nonché tutte le altre relative all’istituzione dell’Alta Corte, “contrastano con la Costituzione, nel loro insieme, perché in uno Stato unitario, anche se articolato in un largo pluralismo di autonomie (art. 5 Cost.), il principio dell’unità della giurisdizione costituzionale non può tollerare deroghe di sorta”.
La Corte Costituzionale, così esprimendosi, colloca la Sicilia fra le Regioni a Statuto ordinario, superando l’art. 116 della Costituzione stessa che così regola la materia: “Alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige, al Friuli Venezia Giulia e alla Valle d’Aosta, sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia, secondo Statuti Speciali adottati con leggi costituzionali”.
Dall’esame di quest’ultima norma costituzionale è facile dedurre che la stessa Costituzione, nel dettare le regole generali della convivenza nazionale, abbia esplicitamente previsto delle eccezioni, più o meno marcate, per la Sicilia e per le altre quattro Regioni”.
In ogni caso, esiste anche il problema che la Corte Costituzionale non poteva risolvere un problema simile perché di competenza degli Organi legislativi, inoltre i giudizi penali, per i reati commessi dal Presidente o dagli assessori della Regione Siciliana rimangono certamente di competenza dell’Alta Corte e non della Corte Costituzionale.
Chi scrive è un autonomista siciliano ed ha il coraggio di dire che le Regioni devono avere ognuna uno Statuto che riporti, nell’essenziale, principi costituzionali uguali per tutti, come la legislazione esclusiva e quella integrativa previste rispettivamente dagli artt. 14 e 17 dello Statuto della Regione Siciliana.
Ma vi è di più!
La legislazione esclusiva su alcune materie deve essere concessa anche agli Enti Locali specie per le competenze che dovranno essere loro attribuite con l’abrogazione delle Provincie.
Lo Stato, insomma, deve riformare la sua mentalità nei confronti della politica territoriale, perché la parte essenziale della sua politica viene rappresentata in tutto il territorio nazionale.

Stefano Massimino

Legge elettorale. Lauricella:
Tempi ancora lunghi

Legge_elettorale_ItalicumSi procede a rilento sulla legge elettorale. Pare non ci sia più tanta fretta di giungere a un’intesa su un nuovo sistema. Alla Commissione Affari Costituzionali sono state presentate ad oggi ben 28 proposte di legge. Sembra improbabile che per il 27 marzo ci sia un testo pronto da presentare in Aula. Ne abbiamo parlato con l’onorevole del Pd Giuseppe Lauricella, professore di diritto costituzionale all’Università di Palermo.

Onorevole Lauricella dopo la sentenza della Consulta che ha modificato in parte l’italicum come si possono armonizzare le due leggi di Camera e Senato? Lei ha presentato una proposta di legge che va in questa direzione. Ci spiega perché?
GIUSEPPE-LAURICELLALa mia proposta di legge, presentata subito dopo l’esito del referendum costituzionale e prima della sentenza della Corte, coincide con i principi fatti salvi dalla Corte stessa. La proposta prevede l’estensione del sistema, già previsto per la Camera, al Senato: eliminazione del ballottaggio, premio di maggioranza, che viene assegnato alla lista che raggiunga il 40 per cento dei voti validi, sia alla Camera che al Senato, su base nazionale. Con tale soluzione, l’omogeneità, richiesta dal Presidente Mattarella e dalla Stessa sentenza della Corte costituzionale, verrebbe garantita. Infatti, se la lista raggiunge il 40 per cento in entrambe le elezioni di Camera e Senato, la maggioranza è omogenea. Se, invece, nessuna lista raggiunge tale risultato, i seggi vengono distribuiti proporzionalmente tra tutte le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento e, pertanto, la maggioranza di governo risulterà omogenea perché formata dalla stessa coalizione in entrambe le Camere. La mia proposta ha il pregio di non rinunciare all’idea maggioritaria e di prevedere il risultato proporzionale quale soluzione residuale.

Le due soglie di sbarramento da lei proposte non rendono farraginoso il sistema elettorale?
Le soglie di sbarramento presenti nei sistemi attualmente in vigore – 3 per cento su base nazionale per l’elezione della Camera e 8 per cento su base regionale per l’elezione del Senato – possono creare una disomogeneità certa. La mia proposta prevede la stessa soglia del 3 per cento, su base nazionale, per la Camera, mentre il 4 per cento, su base regionale, per il Senato. In tal modo, le forze presenti in una Camera corrisponderebbero a quelle del Senato, semplificando, anzi, agevolando il sistema.

Il 40 per cento per il premio di maggioranza non è un po’ troppo alto per poterlo raggiungere?
È alto se si fa riferimento alle forze e alla situazione politica di oggi. A parte il fatto che un sistema elettorale dovrebbe essere pensato per durare nel tempo e, dunque, prescindendo dalle esigenze di parte e contingenti, porre una soglia del 40 per cento per ottenere il premio di maggioranza è ragionevole per due ordini di fattori. In primo luogo, perché offre un livello di legittimazione adeguato in favore della forza politica che dovesse raggiungerla, atteso che persino la Corte costituzionale, nella recente sentenza, ha ritenuto tale misura (correlata al premio del 54 per cento dei seggi) “non manifestamente irragionevole”, quasi a voler dire che sotto tale misura potrebbero sorgere dubbi di costituzionalità. In secondo luogo, perché la possibilità di raggiungere tale soglia, può finire con il favorire la polarizzazione del voto, nel senso del c.d. “voto utile”, facendo aumentare la probabilità di raggiungerla. Non va, comunque, sottaciuta la proposta di prevedere anche il premio alla coalizione. È evidente che, in tale caso, la coalizione verrebbe formata prima delle elezioni, unicamente per avere maggiori possibilità di raggiungere la soglia e vincere le elezioni, con conseguenze già note nel rapporto tra maggioranza e governo. Ma se ciò serve ad agevolare la modifica della legge elettorale, mi sembra il male minore.

C’è anche un altro punto che non trova d’accordo molti parlamentari. I capilista bloccati. Si può intervenire per modificarlo?
Le critiche ai capilista bloccati mi sembrano un’ipocrisia. La stessa Corte ha affermato che tale scelta appartiene al potere che la Costituzione attribuisce ai partiti politici. In ogni caso, l’affidare ai partiti la scelta dei capilista bloccati non mi sembra più “lesiva” rispetto alla scelta dei capilista imposti dai partiti – e, dunque, di fatto, bloccati – fino agli inizi degli anni novanta, o ai candidati dei collegi “sicuri” dei collegi uninominali. I capilista bloccati sono previsti anche nella mia proposta: se non li avessi previsti, nessuno avrebbe preso in considerazione la proposta stessa. Ma il tema c’è e spero si possa risolvere. Ma non con le preferenze. Sembrerò politicamente scorretto, ma pensò che oggi le preferenze possono persino essere criminogene, perché rischiano di favorire non la qualità dei candidati ma la quantità dei detentori dei pacchetti di voti. Ritengo che le preferenze vadano superate, dando rilievo all’offerta politica di ciascuna forza politica, chiamata ad assumersi la responsabilità non solo per la proposta politica ma anche per la formazione delle liste, come, peraltro, è sempre avvenuto, tranne quando si è delegato alle c.d. “parlamentarie” o alla scelta via web. Le liste dovrebbero essere totalmente bloccate, come avviene in molti altri sistemi elettorali esteri, dove non si prevedono voti di preferenze. Sistema, peraltro, costituzionalmente legittimo, come di recente ribadito dalla stessa Corte costituzionale.

Tutto comunque è rinviato a dopo il congresso del PD non crede?
Penso che andrà proprio così. E mi sembra politicamente logico. D’altra parte, visto l’evolversi della situazione, non mi sembra che vi sia più neanche l’urgenza. Invece, spero che vi sia, in tempi ragionevoli, davvero la volontà di correggerla per rispondere all’esigenza di omogeneità manifestata dal Presidente della Repubblica e dalla Corte costituzionale. Diversamente, andremmo a votare con i sistemi vigenti, certamente disomogenei, che condurrebbero all’impossibilità di formare maggioranze omogenee e, dunque, ad un nuovo scioglimento delle Camere. Scenario che nessuno può sperare e che non si può consentire.

A proposito di congresso. Lei si è schierato con Orlando. Perché?
Credo che il Partito democratico abbia bisogno di un segretario che faccia il segretario e si dedichi a tempo pieno al Partito. Non ci possiamo più consentire un segretario che conquisti la segreteria come viatico per guidare il governo. Il Partito quale ponte per accedere al governo. Sarebbe, probabilmente, un colpo letale. Il Partito ha bisogno di essere ripensato, ricostruito, ristrutturato partendo dalla periferia, dal territorio. Tornare ad essere la sede del confronto, del dialogo, per costruire le scelte condivise, dal centro alla periferia. Ripensare alla partecipazione quotidiana e non solo nelle occasioni elettorali. Ecco, in questo senso credo che Orlando sia la scelta adeguata. Renzi avrebbe dovuto pensare ad un altro ticket: Orlando alla segreteria e lui al futuro governo. Il ticket con Martina mi fa sospettare che Renzi continui a non pensare a dedicarsi al Partito ma, piuttosto, a utilizzare il Partito per tornare al governo, lasciando Martina alla guida del Partito.
Dunque, voti Renzi ma ti ritrovi Martina segretario, artatamente legittimato dal ticket. Ma non presentato come segretario. Ecco perché per la segreteria scelgo Orlando, candidato per fare il segretario.

Ida Peritore

Si allungano i tempi per la legge elettorale

urna-elettoraleSlitta l’approdo in aula alla Camera della legge elettorale, inizialmente programmato per il 27 febbraio e subito arrivano le accuse incrociate di voler allungare i tempi. Il presidente della Commissione Affari costituzionali, Andrea Mazziotti, invierà a breve una lettera alla presidente della Camera Laura Boldrini, per comunicare che la Commissione non terminerà i propri lavori in tempo per quella data. Nella seduta odierna di oggi Mazziotti, che è anche relatore, ha illustrato altre quattro proposte di legge depositate nonché la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Si è quindi deciso di procedere a alcune audizioni su punti precisi della normativa elettorale, che si svolgeranno venerdì della prossima settimana, dato che nel frattempo la Commissione dovrà esaminare il decreto sicurezza. A questo punto la Commissione non riuscirà a concludere i lavoro entro la mattina di lunedì prossimo, 27 febbraio, così da rispettare il calendario. Di qui la lettera di Mazziotti a Boldrini.

L’invito della Corte costituzionale al Parlamento a varare una legge elettorale che favorisca la formazione di maggioranze parlamentari omogenee, deve avere un seguito concreto. altrimenti significherebbe “tradire lo spirito del nostro sistema costituzionale”. Ha detto ancora il relatore alla legge elettorale, Andrea Mazziotti, illustrando in Commissione la sentenza della Consulta sull’Italicum. “A conclusione della sentenza – ha detto Mazziotti – la Corte ha richiamato l’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 sulla legge di riforma, che ha confermato un assetto costituzionale basato sulla parità di posizione e funzioni delle due Camere elettive. In tale contesto, la Corte ha quindi rilevato che ‘la Costituzione, se non impone al legislatore di introdurre, per i due rami del Parlamento, sistemi elettorali identici, tuttavia esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non ostacolino, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee’. “Quello della Corte – ha quindi aggiunto Mazziotti – non è un banale commento. E’ un monito all’intero Parlamento: non dare al Paese una legge omogenea e funzionante, magari per meri interessi di partito, significa tradire lo spirito del nostro sistema costituzionale. E di questo – ha concluso – tutti noi dovremo tenere conto”.

Su tutte le furie i 5 Stelle che parlano di melina. “La verità – scrivono in una nota i deputati M5S della commissione Affari costituzionali – è che non vogliono farci votare per arrivare a maturare la pensione a settembre”. La risposta arriva direttamente dal Pd: “Il Pd in queste settimane non ha mai chiesto di far slittare la data di arrivo in Aula della legge elettorale, non ha chiesto audizioni, non ha chiesto il rinvio della discussione. Ha chiesto di far partire la discussione su una proposta di legge a prima firma Nicoletti che ricalca il cosiddetto Mattarellum e si è detto disponibile a lavorare in qualsiasi giorno della settimana. Sono altri gruppi politici di opposizione che, legittimamente, hanno chiesto di attendere il deposito della sentenza della consulta e l’analisi di quella sentenza. Dunque, per il rinvio della data del 27 febbraio, i 5 stelle si rivolgano ad altri”. Lo dichiara il capogruppo Pd in commissione Affari costituzionali della Camera Emanuele Fiano.

Interviene anche il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio per il quale “occorre mettere in salvo il confronto sulla legge elettorale, sottraendola al conflitto in atto nel Pd, pur comprendendo che, probabilmente, una equilibrata formula elettorale, senza posizioni privilegiate per nessuno, potrebbe aiutare i dibattiti nei partiti. Togliere i capilista bloccati, infatti, non è solo un atto di giustizia nei confronti del popolo sovrano, ma anche una regola che consente una battaglia aperta e leale dei candidati nelle stesse liste”.