Nessuna resipiscenza

Secondo l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti l’alleanza Lega/M5s sarà durevole perché poggia su un “patto di potere” che a lui ricorda il pentapartito degli anni 80 (sic!).
L’affermazione è stata resa nel corso dell’intervento dell’esponente del Pd al talk show serale de La 7 condotto dal genero di Enrico Berlinguer con il controcanto di un chierichetto tanto impertinente quanto irrilevante.
Che l’alleanza poggi su un patto di potere non c’è dubbio ma che c’entra il riferimento ad una alleanza risalente ad un’era politica lontana che comunque aveva caratteristiche di ben altra natura e complessità?
Paragonare un alleanza di governo di stampo nazionalpopulista al pentapartito infatti è un’offesa all’intelligenza degli spettatori più avvertiti e una grossolana semplificazione storica e politica che certo non sarà di alcuna utilità per acquisire consensi.
Non c’è dunque speranza per la sinistra riformista.
Marco Minniti, d’altra parte, nonostante i ripetuti tentativi di affrancamento dalle robuste radici terzinternazionaliste, antropologicamente resta un apparatchnik postcomunista che non perde occasione, più o meno consapevolmente, di mostrarsi tale.
La sua vicenda politica è esemplare.
Reggino di nascita, iscrittosi giovanissimo alla Fgci, entrò rapidamente a fare parte del Sinedrio del Pci del capoluogo calabrese fino a diventare il segretario della locale federazione dopo a un biennio trascorso a Botteghe Oscure ad imparare l’arte.
Nel 1989,con il crollo del Muro di Berlino, come molti suoi colleghi in Italia, si trovò nella condizione di essere l’ultimo federale del Pci diventando il primo del neonato Pds.
Ma l’anno di svolta nella carriera di Minniti fu il 1994 quando, segretario regionale del Pds calabrese, dopo la caduta di Occhetto strinse un sodalizio con Massimo D’Alema, sostenendo la sua candidatura alla segreteria nazionale.
Negli anni successivi l’ascesa di Minniti ai vertici del partito, mercé il fortissimo legame fiduciario con il Lider Maximo, fu inarrestabile e culminò, dopo il Congresso di Firenze del 1998 con la nomina a segretario organizzativo dei neonati Ds con l’incarico di dare attuazione all’operazione Cosa 2, ovvero al tentativo di liquidare definitivamente la presenza autonoma e organizzata dei socialisti, inglobandoli nel corpaccione dell’exPCI.
Nei pochi mesi in cui ricoprì l’incarico Minniti si applicò con fervore,furore e rigore alla realizzazione del mandato ricevuto.
Gli scarsi risultati ottenuti compiendo ogni sorta di nefandezze contro ciò che restava del ricostituito partito dei socialisti italiani, reclutando con blandizie e altro dirigenti e amministratori, non arrestarono la sua ascesa. Chiamato al governo da D’Alema seguitò, ricoprendo l’importante ruolo di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, a perseguire il disegno annessionista arrivando persino, nel 2000, alla vigilia delle elezioni regionali nella sua Calabria a mettere il veto sul candidato socialista (e probabile vincitore) alla presidenza per imporre un candidato a lui gradito che, neanche a dirlo, perse rovinosamente.
Negli anni successivi Minniti pur tra alti e bassi ha continuato, anche dopo la rottura con D’Alema, ad essere considerato uno dei più autorevoli dirigenti del Pd fino a diventare, è storia recente, Ministro dell’Interno del Governo Gentiloni.
Ricapitolando: un cursus honorum importante anche se singolare in cui i “patti di potere” sono stati la cifra dominante: quattro partiti (Pci, Pds, Ds, Pd),innumerevoli incarichi apicali, parlamentari e di governo.
Oggi, nella drammatica situazione in cui è precipitata la sinistra riformista, non c’è traccia di resipiscenza da parte sua ma la solita pretesa che caratterizza gli eredi della tradizione berlingueriana di indicare, anche dopo anni, vedi caso dopo che il settimanale L’Espresso ha avviato una riflessione spassionata su Craxi e il suo tempo, di indicare quelli che furono avversari (o nemici?) come il termine di paragone più appropriato per descrivere e/o definire i mali attuali della politica italiana.
Parafrasando Nanni Moretti, “con questi personaggi al timone il csx è destinato a perdere”.
Forse, visti i chiari di luna attuali (e le candidature alla segreteria nazionale di cui si parla) nel Pd, occorrerà farsene una ragione.

Emanuele Pecheux

Così l’alieno Renzi,
si iscrisse al PSE …

Poco più di quindici anni fa, la ‘‘Cosa’ 2’ – e cioè la ricomposizione socialdemocratica della sinistra italiana – abortiva sul nascere per il sopravvenuto disinteresse dei padrini dell’operazione, D’Alema e Amato e per la congenita timidezza politica del suo partner minore, Boselli.

Dopo di che, alla ‘Cosa’ si è sostituita la Parola. E cioè il lungo tormentone sul Pd e sul suo rifiuto e della ‘Cosa’ e della Parola; rifiuto simboleggiato dalla mancata adesione al Pse. Un esercizio retorico cui noi socialisti abbiamo partecipato tutti (compreso chi scrive…) ma che ha interessato, nell’insieme, pochi intimi: appunto l’area Psi che vedeva nella mancata adesione l’occasione per una polemica a buon mercato; l’area cultural-politica rappresentata da Macaluso impegnata a contestare in toto le scelte e le omissioni che avevano segnato la nascita del Pd; e infine gli ex popolari, come la Bindi e Fioroni, in nome di quella cancellazione delle culture d’origine che, a loro modo di vedere, rappresentava l’implicita garanzia per la coesistenza reciproca all’interno del nuovo partito.

Una polemica, per inciso, del tutto autoreferenziale. E, ancora, una polemica nominalistica, in cui si chiedeva conto al Pd dei suoi collegamenti internazionali e non dei suoi comportamenti italiani. Quasi che il dichiararsi socialisti in Europa fosse più importante dell’esserlo concretamente nel nostro Paese.

Sia come sia il nostro tormentone può, da oggi, considerarsi archiviato. Nel senso che il nuovo segretario Pd ha ripreso in mano la pratica. Così da chiuderla entro breve tempo. E, in ogni caso, prima del prossimo congresso Pse, indetto guarda caso a Roma.

Ora, quella di Renzi non è solo una scelta corretta. È anche dal suo punto di vista una scelta perfettamente razionale.

Il sindaco di Firenze sa benissimo di essere, per gran parte degli iscritti al partito e anche per un’area non piccola degli elettori di sinistra, una sorta di alieno. Diciamo “uno diverso da noi” e perciò potenzialmente “capace di tutto” almeno sul piano delle scelte politico-culturali. E, allora, sa di non potersi assolutamente permettere di essere, anche, pregiudizialmente eretico. Ecco, dunque, l’apertura a Civati e Cuperlo; ecco il dialogo con Landini e con l’ala modernizzatrice del sindacato; ecco, soprattutto, l’ancoraggio al socialismo europeo e del Pd e, per la proprietà transitiva, dello stesso Renzi.

Fatto apparentemente singolare, il nuovo leader Pd consegue, così, nell’arco di poche settimane, un obbiettivo che i suoi predecessori non si erano mai sognato di raggiungere; di più che non si erano mai proposti di realizzare e, oltretutto, senza nemmeno suscitare, almeno per ora, le isteriche polemiche interne del passato (ricordate il “non voglio morire socialdemocratico/a”di bindian-fioroniana memoria, con annesse minacce di scissione?).

In realtà l’arma a disposizione degli oppositori è oggi scarica. Forse perché un conto è agitarla contro i vari Bersani e D’Alema, rappresentanti dell’“altra storia” mentre è tutt’altra ‘Cosa’ spianarla contro un “papa esterno”che, per inciso, con la cultura ex Pci non ha proprio nulla a che fare. O magari perché la cultura “cattolico-democratica”, che questi stessi oppositori intenderebbero rappresentare, non ha da tempo una consistenza unitaria.

E noi socialisti? Noi socialisti non saremo più i soli rappresentanti ufficiali in Italia (per quello che vale…) del socialismo europeo. Per diventarne in linea di principio quello che già siamo da tempo in linea di fatto: una componente del tutto marginale. E allora, delle tre l’una: o riterremo chiuso definitivamente il nostro ruolo di testimoni confluendo dignitosamente nel Pd. O cambieremo luogo e collocazione politica verso lidi di centro liberale. O, infine, dichiareremo riaperta la partita vera, quella della rinascita di una sinistra socialista/socialdemocratica non solo e non tanto in Europa, quanto nel nostro stesso Paese; assumendoci le nostre responsabilità nel contribuire a crearla.

Alberto Benzoni