Trump da imprevedibile diventa inaffidabile

FINLAND-US-RUSSIA-POLITICS-DIPLOMACY-SUMMITDietrofront. Donald Trump ha mandato al macero velocemente le strette di mano, i sorrisi, gli ammiccamenti d’intesa con Vladimir Putin. Il pieno accordo proclamato al vertice di Helsinki dal presidente americano con il collega russo è svanito in appena 24 ore. Nell’incontro di lunedì 16 luglio nella capitale finlandese aveva dato ragione a Putin e torto ai magistrati e ai servizi segreti statunitensi: nessuna interferenza del Cremlino nella campagna elettorale americana del 2016, per sostenere lui contro la democratica Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca.

La marcia indietro del presidente americano, appena tornato a Washington, è stata improvvisa e netta: «Intendevo dire il contrario». Dalla Casa Bianca ha annunciato di «voler fare una precisazione» perché era stato frainteso al summit di Helsinki. Ha aggiunto: «Ho piena fiducia e sostegno nell’intelligence degli Stati Uniti» e «accetto» le conclusioni dei servizi segreti sulle ingerenze russe nelle elezioni presidenziali. Comunque ha ribadito: «Non c’è stata nessuna collusione» con la sua campagna elettorale.

Trump ha capovolto le posizioni espresse ad Helsinki con un acrobatico triplo salto mortale politico. Nella conferenza stampa seguita al vertice con Putin aveva attaccato e scaricato il procuratore speciale Robert Mueller: l’inchiesta «è un disastro per il nostro Paese». Quindi aveva criticato pesantemente l’Fbi e la «corrotta Hillary Clinton», la sua ex avversaria. Aveva martellato: «Io neanche conoscevo Putin. Nessuna collusione». Complimenti a scena aperta, invece, per l’uomo forte del Cremlino: «È bello essere qui con te». E si era augurato una «relazione straordinaria» con l’uomo che governa da venti anni la Russia con un pugno di ferro senza tanti riguardi per le opposizioni e i giornalisti. Aveva appoggiato Vladimir Putin che aveva smentito tutte le accuse di ingerenza e si era solo limitato ad ammettere di aver parteggiato per l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca «perché aveva parlato di normalizzare le nostre relazioni» a differenza di Hillary Clinton.

Il Russiagate, cioè le indagini sull’ipotesi di collusione tra il Cremlino e il comitato elettorale del miliardario americano, è un brutto problema sia per Trump sia per Putin: il primo rischia di restare politicamente azzoppato, il secondo di rimanere sfigurato come un autocrate che regna con le spie. Il procuratore speciale Mueller, ex capo dell’Fbi, ha incriminato 12 agenti del servizio segreto militare russo per aver organizzato e gestito l’hackeraggio dei computer del Comitato nazionale democratico durante la campagna presidenziale del 2016. Nell’operazione è coinvolta, questa è l’ultima novità, anche un’altra funzionaria russa “infiltrata” nel voto di due anni fa, Maria Butina.

Trump, appena rientrato in patria, ha dovuto fare i conti con una gigantesca ondata di critiche corali: dai repubblicani (il suo stesso partito) ai democratici, dagli uffici federali ai giornali. Paul Ryan, speaker repubblicano della Camera, era impietoso: «Non ci sono dubbi che la Russia abbia interferito nella campagna elettorale». Il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer attaccava: «Ha creduto al Kgb e non alla Cia». John Brennan, capo della Cia all’epoca del presidente Obama, accusava: è «poco meno di un tradimento…È totalmente succube di Putin».

Trump ha cercato di rompere l’assedio nel quale si era cacciato. Adesso c’è tutta una politica da rivedere. È singolare che Trump attacchi i tradizionali alleati occidentali del G7, della Nato e dell’Unione europea difendendo i governi e i movimenti populisti e vada a braccetto con Mosca, la super potenza antagonista da sempre degli Stati Uniti d’America. È singolare che capovolga le fondamentali scelte della politica estera americana degli ultimi 70 anni basate sull’alleanza e la cooperazione con la Ue, il Regno Unito, il Giappone, la Corea del Sud e il Canada.

L’intesa privilegiata tra Trump e Putin, i due leader populisti e sovranisti affezionati ai toni e alle azioni forti, è durata poco. Il miliardario americano segue un motto: «Voglio essere imprevedibile». Ma questa volta il presidente americano, l’anti Barack Obama, rischia di passare da imprevedibile a inaffidabile sia agli occhi dei vecchi alleati, sia a quelli dei nuovi amici e dei nemici. Il quadro non è confortante.

Adesso sarà arduo affrontare il 25 luglio il vertice a Washington con il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker sui dazi americani imposti alla Ue. Juncker arriverà vittorioso sulle ali dell’accordo del 17 luglio con il Giappone, che azzera o riduce progressivamente i dazi tra Bruxelles e Tokio. Juncker viaggia in rotta di collisione con Trump: «Non c’è protezione nel protezionismo».

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Putin alzala voce e sfodera nuova arma nucleare

putin

Vladimir Putin sfodera due nuove armi strategiche e avverte gli Usa e la Nato: “Ora ci ascolterete”. A meno di tre settimane dalle elezioni presidenziali che lo riconfermeranno con ogni probabilità capo del Cremlino, il presidente russo ha usato l’annuale discorso sullo stato della nazione per segnalare che un’eventuale corsa agli armamenti degli Usa e i prolungati tentativi della Nato di “contenere” la Russia non troveranno Mosca impreparata. In diretta tv a reti unificate, Putin ha rivelato che il Paese ha sviluppato una serie di nuovi sistemi di difesa, tra cui un nuovo prototipo di missile che “può raggiungere qualsiasi punto del mondo” e un’arma supersonica che non può essere intercettata dai sistemi anti-missile americani.

Usando, per la prima volta, grandi schermi su cui passavano video e grafici, Putin ha mostrato i suoi ‘gioielli’: il super missile balistico intercontinentale Rs-28 Sarmat (Satan 2 secondo la denominazione Nato); un nuovo missile da crociera con un sistema di propulsione nucleare, invulnerabile ai sistemi anti-aerei; droni subacquei e altre armi che, ha spiegato, la Russia ha sviluppato in seguito all’uscita unilaterale degli Stati Uniti dal Trattato anti missili balistici (Abm) firmato nel 1972 con l’Unione Sovietica. “Non avete ascoltato il nostro Paese allora, ci ascolterete adesso”, ha ammonito il presidente russo, riferendo che alcune armi sono già state testate. E dalla platea, dove sedevano i parlamentari, i governatori delle regioni, rappresentanti delle confessioni religiose e delle società statali, si è levato un scroscio fragoroso di applausi. “Abbiamo detto diverse volte ai nostri partner che avremmo preso delle misure in risposta al dislocamento dei sistemi antimissili americani”, ha continuato il capo di Stato, denunciando anche il rafforzamento dell’Alleanza atlantica a Est. Tra le armi portate come esempio dello sviluppo della tecnologia militare russa, Putin ha citato per primo il famigerato Sarmat, che sostituirà il sovietico Satan. A detta del presidente, Sarmat ha una gittata che lo mette “in grado di attaccare sia passando dal Polo Nord che dal Polo Sud”. Si tratta della risposta russa allo scudo anti-missile Usa schierato in Europa orientale, ma Putin ha tenuto a sottolineare che le caratteristiche del nuovo missile lo rendono in grado di superare la resistenza di qualsiasi sistema di difesa missilistica.

Il ministero della Difesa russo aveva già detto di aver tenuto con successo un lancio-test a ottobre. Il nuovo arsenale russo, presentato dal capo del Cremlino, comprende anche armi ipersoniche e un missile da crociera con traiettoria di volo imprevedibile e con gittata illimitata, che neutralizza cosi’ qualsiasi forma di difesa missilistica di aria e terra e che grazie alla propulsione nucleare potrebbe volare “all’infinito”.

Si tratta comunque di armi di cui la Nato era già a conoscenza e che confermerebbero un quadro già noto: la Russia, fatta eccezione per la sua Marina ancora arretrata, è ormai al passo con la realtà occidentale. “Qualsiasi uso di armi nucleari contro la Russia o contro i suoi partner, grandi o piccoli, sarà considerato come un attacco nucleare, la nostra risposta sarà istantanea”, ha scandito Putin, ribadendo che “i tentativi di contenimento della Russia non sono riusciti”. “È tempo di ammetterlo – ha insistito – questo non è un bluff”.
Il presidente russo ha dosato minacce e aperture: Mosca, ha assicurato, “non minaccia e non intende aggredire nessuno” e che anzi, auspica una collaborazione “equa e paritaria” sia con gli Usa che con l’Ue. Di certo Putin ha speso il 40% del tempo del suo discorso, parlando di armi e Difesa. La prima ora del messaggio alle Camere riunite del Parlamento era stata più convenzionale, con la promessa di un generale miglioramento delle condizioni di vita e del clima di investimenti nel Paese, per una prospettiva di aumento del Pil pro capite del 50%, entro il 2025, e di dimezzamento del numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà (20 milioni oggi). Putin ha anche avvisato che “l’arretratezza tecnologica” è la più grande minaccia per la sovranità del Paese e che colmare questo gap deve essere una priorità assoluta, al di là di chi sarà il nuovo presidente.

Sia la prima, che la seconda e più aggressiva parte del discorso possono comunque essere lette in chiave prettamente pre-elettorale, più che come una reale sfida all’Occidente. La promessa di una vita migliore, nonostante gli strascichi della prolungata crisi economica, e quella di tornare a essere una superpotenza militare, in grado di contrastare i nemici esterni che la accerchiano, sono due cardini della narrativa putiniana, su cui si basa la popolarità del presidente, che si appresta a reggere il Paese ancora per sei anni. (AGI)

Siria: tregua fragile a Ghouta. Cresce lo scandalo aiuti

Siria-guerra-Iran-RussiaLa tregua umanitaria in Siria ha abbassato il livello di violenza ma non ha messo a tacere le armi a Ghouta est, la roccaforte assediata dei ribelli a est di Damasco, da nove pesantemente bombardata dalle forze pro-Assad. Nel primo giorno di pausa negli attacchi tra le 9 e le 14 ci sono stati sporadici attacchi: il lancio di razzi da parte dei lealisti ha causato la morte di un bambino morto e il ferimento di altre sette persone.

Intanto, proprio dalla Siria, arriva una notizia che getta nuove ombre sugli operatori umanitari, dopo lo scandalo che ha investito Oxfam e altre Ong: alcune donne siriane, in cambio degli aiuti, sarebbero state costrette a prostituirsi o a subire abusi sessuali da parte di operatori che lavoravano per le Nazioni Unite o per organizzazioni di volontariato. A denunciarlo è un rapporto pubblicato dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), intitolato “Voices from Syria 2018”. L’indagine ha preso le mosse dalle denunce presentate da alcune donne nel 2015 ma un’inchiesta della Bbc sostiene che gli abusi non sono cessati. Operatori umanitari hanno riferito all’emittente britannica che lo sfruttamento delle donne era arrivato a un livello tale che molte siriane per lungo tempo hanno evitato di recarsi nei centri di distribuzione degli aiuti, perché era dato per scontato che chi aveva ricevuto cibo aveva accettato il ricatto sessuale.

Sul terreno siriano gli occhi restano puntati su Ghouta est e sulla fragile ‘pausa umanitaria’: secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, le truppe lealiste hanno lanciato quattro razzi contro la localita’ di Yisrin e i jet hanno bombardato siti non identificati ad Arbin, Kafr Batna e Al Iftiris, mentre due elicotteri delle forze governative hanno lanciato due bombe-barili ad Al Shifunia.

Anche l’Onu ha detto di aver ricevuto notizie di esplosioni a Ghouta Est, ma non è chiaro cosa sia accaduto. Le autorità siriane hanno consentito la creazione di un corridoio umanitario per facilitare l’uscita dei civili dalla martoriata area. Ma Mosca e Damasco hanno accusato ‘gruppi terroristici’ (come chiamano i ribelli) di aver lanciato colpi di mortaio sul corridoio umanitario, impedendo l’evacuazione di feriti e civili. “Il passaggio umanitario è stato aperto alle 9 del mattino per consentire ai civili di lasciare l’area ma i miliziani hanno cominciato a sparare, e non un solo civile ha lasciato la zona”, ha denunciato il generale russo, Viktor Pankov.

Quanto alla possibilità di aumentare il numero di ore giornaliere di tregua, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha sottolineato che “dipenderà da come si comportano i gruppi terroristici, se apriranno il fuoco o meno, se le loro provocazioni continueranno o meno”. Ma inrealtà, come ha detto il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, ricevuto a Mosca dal collega Serghei Lavrov, la Russia “e’ l’unico attore internazionale che può esercitare influenza sul regime di Damasco” per una tregua umanitaria nel martoriato Paese. La Francia, da parte sua, proporrà un piano in quattro punti per l’attuazione della tregua ordinata dall’Onu in Siria. Il piano, che avrebbe già l’ok di tre gruppi ribelli presenti a Ghouta, prevede punti di controllo ad al-Wafedin per il transito dei convogli umanitari, l’evacuazione d’urgenza dei feriti e dei soggetti più deboli, soprattutto bambini, e un meccanismo per controllare il rispetto dell’accordo.

Sulla Siria resta l’ombra delle armi chimiche che sarebbero state impiegate dal regine anche nei giorni scorsi contro Ghouta est. Il New York Times ha riferito che la Corea del Nord ha fornito al governo di Damasco valvole, termometri e materiale edilizio resistente agli acidi da utilizzare nella produzione di armi chimiche, con almeno 40 carichi inviati tra il 2012 e il 2017. È quanto emergerebbe da un rapporto di oltre 200 pagine stilato dagli investigatori dell’Onu chiamati a verificare il rispetto delle sanzioni a Pyongyang. Stado il documento, tecnici nordcoreani sarebbero stati avvistati negli impianti chimici e nelle strutture missilistiche in territorio siriano. Notizie di combattimenti anche dal fronte di Afrin, la provincia a maggioranza curda al confine con la Turchia sotto attacco dalle forze di Ankara dove due civili sono stati uccisi e altri nove feriti mei bombardamenti delle forze turche. Si tratta di “una nuova violazione” della tregua chiesta dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu con la risoluzione votata all’unanimità sabato scorso.

“I giochi di guerra sulla pelle della popolazione siriana continuano nonostante gli appelli delle Nazioni Unite e dell’Europa, che anche io rinnovo, al cessate il fuoco”, ha detto il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, intervenendo alla cerimonia di avvicendamento del Capo di Stato maggiore dell’Esercito. E’ necessario, ha aggiunto, “non continuare a considerare la Siria come un luogo in cui ci si confronta militarmente, ignorando la realtà di un popolo e di un Paese da anni martoriato dalla guerra”. (AGI)

PROVA DI FORZA

missilecoreanordProva di forza di Seul, che ha testato questa mattina i propri missili balistici simulando un attacco a un sito nucleare nordcoreano, in risposta al test atomico condotto ieri da Pyongyang. Nel test di questa mattina all’alba erano coinvolti i missili terra-terra Hyunmoo-2A e i caccia F-15K che hanno colpito bersagli nel Mar del Giappone in una simulazione di attacco del sito nucleare nord-coreano di Punggye-ri, ha spiegato il Comando Congiunto sud-coreano. Lo scopo dell’esercitazione, ha sottolineato il portavoce Roh Jae-cheon, “non è solo quello di distruggere l’origine della provocazione ma anche la leadership del nemico e di sostenere le nostre forze in caso di minaccia alla sicurezza del nostro popolo”. Il test è stato condotto dall’aeronautica sud-coreana, ma in fase di preparazione, ha spiegato il Ministero della Difesa di Seul, ci sono anche nuove esercitazioni congiunte con gli Stati Uniti per una prova di forza contro le provocazioni di Pyongyang. Il test di ieri, secondo la revisione delle stime di Seul citate oggi dall’agenzia di stampa Yonhap, ha sprigionato una carica esplosiva di cinquanta chilotoni, circa cinque volte la potenza del precedente test nucleare di Pyongyang, del 9 settembre 2016, e ha generato una scossa sismica di 5.7 gradi sulla scala Richter. Il test nucleare di Pyongyang avrebbe tra i suoi effetti anche quello di un primo sì allo spiegamento dello scudo anti-missile statunitense Thaad nel sud-est della Corea del Sud.

L’esercitazione di oggi segue di poche ore le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump sulla possibilità di un attacco alla Corea del Nord. “Vedremo”, aveva detto Trump, che aveva in seguito sottolineato, su Twitter, la possibilità di interrompere tutti i rapporti commerciali con i Paesi che fanno affari con la Corea del Nord “oltre ad altre opzioni”. Minaccia lanciata che non è piaciuta però alla Cina che la ha definita inaccettabile e ingiusta”. Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, James Mattis, che ieri ha avuto un meeting con Trump e altri alti funzionari della Sicurezza Usa, aveva aperto alla possibilità di una “imponente risposta militare” nel caso di una diretta minaccia militare della Corea del Nord a territori statunitensi, tra cui la base militare di Guam, nell’Oceano Pacifico, già minacciata di attacco dal regime di Kim Jong-un il mese scorso. Gli Stati Uniti non vogliono “l’annullamento totale” della Corea del Nord, ma, ha aggiunto, “abbiamo molte opzioni per farlo”. In programma, per oggi, anche una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per discutere di eventuali sanzioni nei confronti di Pyongyang dopo l’ultimo test nucleare.

La portavoce dell’Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Federica Mogherini, ha definito le sanzioni addizionali dell’Unione Europea contro la Corea del Nord “un’opzione, ma ogni decisione viene presa dal Consiglio dei ministri degli Esteri Ue”. Catherine Ray, portavoce dell’alto rappresentante, ha spiegato che l’Ue si aspetta che il Consiglio di sicurezza dell’Onu prenda una “posizione ferma e efficace” sulla Corea del Nord. “Coordiniamo come sempre la nostra azione con il Consiglio di sicurezza e le sue decisioni”, ha detto la portavoce. “L’Ue oggi ha già in atto misure autonome estremamente estese”, ha ricordato Ray.

La questione nord-coreana sarà discussa in una riunione informale dei ministri degli Esteri a Tallinn questa settimana. Una condanna forte è arrivata anche dalla presidenza di turno del G7 che allo stesso tempo “esprime solidarietà ai paesi della regione per le conseguenze dell’irresponsabile comportamento di Pyongyang. La Corea del Nord è il solo paese che ha effettuato test nucleari nel XXI secolo, continua a sfidare la comunità internazionali con gravi, ripetute e ancora in corso violazioni del diritto internazionale. I test nucleari sono una provocazione intollerabile e rappresentano una sfida diretta alla comunità internazionale”. Il documento è firmato da Paolo Gentiloni, Justin Trudeau, Emmanuel Macron, Angela Merkel, Shinzo Abe, Theresa May, Donald Trump, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk. Il presidente del consiglio Gentiloni ha rilanciato in un tweet il comunicato aggiungendo che “i leader del G7 sono uniti contro le provocazioni nucleari della Nord Corea che minacciano la pace”.

Giappone e Corea del Sud chiedono “le più forti misure possibili” contro Pyongyang, “a un livello completamente nuovo”, dopo l’ultimo test nucleare di ieri condotto dal regime di Kim Jong-un. Nel corso di una conversazione telefonica avuta questa mattina, ora locale, il presidente sud-coreano, Moon Jae-in, e il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, hanno discusso del coordinamento da tenere dopo il test nucleare nord-coreano di ieri. Moon ha sottolineato l’importanza di portare le pressioni e le sanzioni “al massimo livello, in modo da costringere la Corea del Nord a tornare al tavolo dei negoziati”.

Ieri, Abe aveva parlato al telefono con il presidente Usa, Donald Trump, e ha ribadito che “Giappone e Stati Uniti sono insieme al 100%”. Abe ha poi reso noto di avere parlato anche con il presidente russo, Vladimir Putin, sulla questione nord-coreana. Intensa attività di contatti anche da parte della Corea del Sud. Nella giornata di ieri, la ministro degli Esteri sud-coreana, Kang kyun-wha, aveva parlato al telefono anche con il segretario di Stato Usa, Rex Tilllerson, la responsabile per le Politiche Estere e di Sicurezza dell’Unione Europea, Federica Mogherini, il ministro degli Esteri di Tokyo, Taro Kono, e il ministro degli Esteri britannico, Boris Johnson, per il coordinamento dopo l’ultimo test nucleare nord-coreano. Nei colloqui con Abe Trump ha affermato che gli Stati Uniti sono pronti a utilizzare il proprio arsenale nucleare nel caso in cui la Corea del Nord continui a minacciare il paese e o i suoi alleati. Il presidente americano, riferisce una nota della Casa Bianca, ha ribadito al premier giapponese “l’impegno degli Stati Uniti nella difesa della patria e degli alleati mettendo in campo le potenzialità diplomatiche, convenzionali e nucleari oggi nella nostra disponibilità”.

Da parte sua da Mosca il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha affermato che la Russia “è pronta a partecipare a tutte le discussioni riguardanti la Corea del Nord all’interno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, come pure in altri formati”. Peskov, ha anche ricordato che “il presidente Vladimir Putin ha più volte sottolineato che l’unico modo per risolvere il problema è discuterne con tutte le parti interessate” e che le sanzioni “non hanno portato risultato positivo”.

MISSILI SULLA SIRIA

siria usa

Spaventa l’escalation che potrebbe innescarsi dopo l’attacco Usa in Siria. Una nave da guerra russa è entrata nel Mediterraneo e si starebbe dirigendo verso i due cacciatorpedinieri americani che hanno lanciato l’attacco in Siria della scorsa notte. Lo riporta Fox News. “Attaccando una base aerea siriana, gli Stati Uniti sono arrivati “ad un passo dallo scontro con la Russia”: lo scrive su Facebook il premier russo, Dmitri Medvedev.

Il raid Usa

“Nessun bambino dovrebbe patire un simile orrore”. Con queste parole, il presidente Usa, Donald Trump, ha dato il ‘via libera’ al raid americano contro la base aerea di Shayrat, nella provincia di Homs, quella da dove, secondo l’intelligence Usa, erano partiti i raid con le armi chimiche che avevano ucciso decine di civili nella provincia di Idlib. È stato il primo attacco americano da quando è cominciata la guerra civile in Siria: 59 missili Cruise lanciati da due navi americane nel Mediterraneo.

Furente il Cremlino che parla di “aggressione contro uno Stato sovrano, in violazione del diritto internazionale e con un pretesto inventato”, aggressione che – aggiunge Mosca – porterà “danni considerevoli” alle relazioni tra Russia e Stati Uniti. Come prima mossa concreta, Mosca ha sospeso la cooperazione con gli Usa per evitare incidenti nei cieli siriani. La Russia ha anche chiesto l’immediata riunione del Consiglio di sicurezza Onu.

I 59 missili Tomahawk lanciati dai cacciatorpedinieri Uss Porter e Uss Ross hanno semidistrutto la base aerea. “Occorrera’ tempo per valutare i danni”, ha precisato il governatore di Homs. Ma sono morti 6 militari siriani, tra i quali un generale di Brigata aerea. La base è stata distrutta. In una nota, il Pentagono ha definito la risposta americana “proporzionata” rispetto all’odiosa azione di Assad contro la sua gente. Il raid americano è scattato alle 20:40 ora statunitense, quando in Siria erano le 04:40, le 03:40 in Italia. Una portavoce del Pentagono americano ha aggiunto che l’attacco è un evento “one-off”: dunque si tratta di un’azione isolata e non è prevista al momento un’escalation militare americana in Siria.

Il presidente americano, Donald Trump, sceglie dunque il pugno di ferro contro il regime di Bashar al Assad, che ritiene responsabile dell’attacco chimico a Khan Sheikhoun. “Anche bellissimi neonati sono stati crudelmente assassinati in questo barbaro attacco: Assad ha stroncato la vita di uomini, donne e bambini innocenti e per molti è stata una morte lenta e brutale”, ha detto Trump, parlando in diretta tv, dalla Florida, dove riceveva il presidente cinese Xi Jinping, da lui stesso informato del blitz missilistico. L’attacco è arrivato dopo un lungo vertice tra alti funzionari della Casa Bianca, il ministro della Difesa Jim Mattis, il segretario di Stato Rex Tillerson e il consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster. Una mossa a pochi giorni dal viaggio di Tillerson in Russia; e secondo alcuni analisti, la decisione di velocizzare l’intervento servirà agli Stati Uniti anche per dare un maggior peso politico all’incontro con il ministro degli Esteri russo, Serghey Lavrov.

La Russia è il maggior alleato del presidente siriano e oltre ad aiutare militarmente l’esercito governativo, ha bloccato la quasi totalità delle iniziative diplomatiche al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ha già parlato anche la Cina che condanna “l’uso delle armi chimiche da parte di qualsiasi Paese”. Con Trump anche la Germania: “Il raid (americano) è comprensibile”. Da Londra arriva il “pieno appoggio” del governo britannico per una “azione appropriata”. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu condivide “il messaggio forte e chiaro” lanciato dagli Usa, e auspica che sia recepito anche da Teheran e Pyongyang. Dal composito fronte anti-Damasco esulta la Turchia, che parla di attacco “positivo” contro la “barbarie” di Assad. Plaudono a Trump anche L’Arabia Saudita e il premier australiano, Malcolm Turnbull.

L’attacco americano contro la Siria mostra come il presidente Donald Trump sia pronto “ad azioni decisive per rispondere ad atti odiosi”, ha spiegato Rex Tillerson, parlando con i cronisti in Florida. Il consigliere per la sicurezza nazionale, il generale McMasters, ha spiegato che a Trump sono state presentate tre opzioni per rispondere alla strage con il gas in Siria. Lui ha detto di concentrarsi su due di queste e poi ieri ha preso la decisione finale ordinando il raid. All’ira di Mosca, si è unita la condanna dell’Iran, il principale alleato regionale di Damasco: Teheran “condanna energicamente” i bombardamenti statunitensi in Siria e ritiene che “rafforzino i gruppi terroristici”, ha detto il portavoce del ministero degli esteri, Bahran Ghasemi, aggiungendo che gli attacchi americani “un’azione unilaterale pericolosa, distruttiva e che viola i principi del diritto internazionale”.

L’Unione europea era stata informata della probabilità di un’imminente svolta degli Stati Uniti sulla Siria. Dopo l’attacco della notte scorsa, l’alto rappresentante Federica Mogherini ha seguito durante la notte gli eventi assieme ai servizi diplomatici di Bruxelles. L’Ue, si apprende, sta coordinando gli Stati membri e il capo della diplomazia ha già ricevuto, fra le altre, la telefonata del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. E’ inoltre in contatto con gli Stati Uniti e con le Nazioni Unite.

Con questa salva di missili Tomahawk, il presidente americano accontenta in patria il partito dei falchi, che da sempre preme perché la Casa Bianca intervenga contro Damasco. “Diversamente dalla precedente amministrazione, il presidente ha affrontato un momento cruciale in Siria ed ha agito. Per questa ragione merita il sostegno del popolo americano” hanno detto in comunicato ufficiale congiunto i senatori repubblicani John McCain e Lindsey Graham, tra i primi a fare pressioni su Trump. I repubblicani infatti non hanno mai perdonato a Barack Obama di non esser intervenuto nel 2013, nonostante fosse stato provato l’uso di armi chimiche dal governo di Assad che sanciva il superamento “della linea rossa”. Il presidente americano fu accusato di aver indebolito la leadership degli Stati Uniti.

Ma anche esponenti democratici al Congresso hanno espresso il loro appoggio all’attacco ordinato da Trump. “Assicurarsi che Assad sappia che quando commette tali riprovevoli atrocità pagherà un prezzo è corretto”, ha detto Chuk Schumer, leader della minoranza democratica al Senato. E il suo omologo alla Camera dei rappresentanti, Pelosi, ha avvertito che “la crisi in Siria non sarà risolta da una notte di attacchi aerei”, però ha osservato che l’attacco ordinato dal presidente è “una risposta proporzionata all’uso delle armi chimiche da parte del regime”.

Tensione Grecia-Turchia.
E la Nato spaventa Putin

nave russiaSi respira aria tesa tra Paesi confinanti. La Grecia già in apprensione per la riunione di lunedì per cercare di trovare un nuovo compromesso con il Fondo Monetario Internazionale e con i ministri delle Finanze europei, ha rischiato un incidente diplomatico con la vicina Turchia. Una nave militare da pattugliamento turca ha aperto il fuoco questa mattina nell’area attorno all’isola greca di Farmakonisi, nell’Egeo orientale in una zona rivendicata dalla Turchia. Lo stato maggiore greco definisce “serio” l’incidente. La pattuglia turca ha lasciato la zona dopo l’intervento della fregata greca Nikiforos. Ieri le autorità di Ankara hanno emesso un servizio internazionale di avviso (Navtex) informando della volontà di condurre un’esercitazione militare nell’area ad est dell’isola di Farmakonisi. Da Atene, precisa però il ministero della Difesa, era stata negata l’autorizzazione a questa esercitazione, in quanto si sarebbe svolta nelle acque territoriali elleniche. L’unità navale greca Nikiforos è stata inviata prontamente nell’area fino a quando la nave turca ha abbandonato le acque territoriali della Grecia. Lo scorso 5 febbraio l’esercito greco si era detto preoccupato per una possibile mossa a sorpresa dalla marina turca nel Mar Egeo.
Dalla parte Atlantica nel frattempo cresce la tensione, mai sopita, con il Cremlino. Nonostante il continuo invito al dialogo da entrambe le parti, gli screzi non mancano. L’ultimo quello che ha fatto infuriare il Cremlino è stato l’annuncio da parte del segretario generale, Jens Stoltenberg dell’invio di navi da guerra nel mar Nero. Misure che secondo il segretario della Nato consentono “un’aumentata presenza navale nel Mar Nero per addestramento, esercitazioni e ‘situation awareness’ e una funzione di coordinamento della Forza navale stanziale per operare assieme alle altre forze alleate”. Il Mar Nero è un punto nevralgico e dolente per la Russia perché è diviso tra Stati membri dell’Alleanza, la Russia, l’Ucraina e nel bel mezzo ospita la penisola di Crimea che è il principale oggetto di discordia tra i due blocchi. La reazione non si è fatta attendere. “Il contenimento della Russia è ufficialmente la nuova missione della Nato, l’ampliamento ulteriore del blocco è indirizzato a questo scopo”, ha detto Putin sottolineando che questo atteggiamento già era “presente nel passato” ma ora la Nato “crede di aver trovato una motivazione più seria”. “Si sono accelerati i processi di dislocamento degli armamenti strategici e non fuori dai confini nazionali degli stati principali che fanno parte dell’Alleanza”, ha sottolineato Putin.
Ma i contrasti non si fermano nel territorio dell’Est Europa, anche sulla Libia si accelerano le divisioni. La Nato ha annunciato che aiuterà la Libia a organizzare le sue forze di difesa e sicurezza. Ieri infatti, a margine della riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza, il segretario generale Jens Stoltenberg ha annunciato la richiesta formale del premier libico Fayez al-Sarraj. Aiuto che colpirebbe in primis Haftar, spalleggiato dal Cairo e Mosca.
Anche sull’intermediazione di Trump nei rapporti con Putin sembrano scemare tutte le speranze. “Voglio ricordarvi che da mesi mettiamo in chiaro che non intendiamo indossare gli occhiali rosa e non abbiamo mai nutrito inutili illusioni. Quindi non abbiamo niente di cui essere delusi”. La risposta arriva dal portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, secondo cui “non c’è nulla di cui essere delusi”, innazitutto perchè a Mosca nessuno si è fatto illusioni anzitempo. E “tanto più che non ci sono ancora stati sostanziali contatti tra i due capi di Stato . E non è noto quando ci saranno, esattamente”.

Ucraina. Ok di Putin a missione Ocse, gelo con la Merkel

vladimir-putin-angela-mer-008Dopo un anno di stallo, il formato ‘Normandia’(l’incontro fra Russia e Ucraina, mediato da Germania e Francia) è tornato a riunirsi, senza grandi aspettative, ma alla fine qualcosa ha prodotto.
Vladimir Putin “ha accettato” la proposta di una missione armata dell’Osce nel Donbass, lo ha annunciato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, sottolineando che il Presidente russo ha chiesto di “attivare l’elaborazione di questa questione” durante l’attuale presidenza Osce della Germania. Inoltre, sempre secondo Peskov, il Cremlino ha valutato “positivamente” il vertice di ieri a Berlino.
“Entro la fine di novembre, dobbiamo approvare una tabella di marcia. Sarà un documento sull’attuazione di tutti gli accordi di Minsk”, ha detto Poroshenko in conferenza stampa, dopo il vertice nella capitale tedesca. Un lavoro che sarà svolto nel prossimo mese dai ministri degli Esteri dei 4 Paesi.  Il presidente ucraino aveva chiesto l’istituzione di una forza dell’Osce, organizzazione sicurezza e cooperazione europea, per garantire sicurezza nelle regioni orientali del Paese dove nonostante l’accordo di Minsk i combattimenti non sono mai cessati del tutto.
“Come avevo già previsto”, ha detto Merkel, non c’è stato “alcun miracolo ma abbiamo parlato di un processo che ha molte sfaccettature” e “questo è il progresso di oggi”, la “stesura di una roadmap, quindi di un ‘sequenziamento’ dei diversi passi” che non erano indicati in “maniera così dettagliata” nell’accordo di Minsk.
Il governo tedesco ha insistito fino all’ultimo momento per non parlare soltanto delle violazioni degli accordi di stabilizzazione in Ucraina e che fosse messo sul tavolo anche il tema della crisi umanitaria ad Aleppo. A tale riguardo Angela Merkel ha affermato:”La situazione è ancora più disastrosa di prima. E questo è chiaramente dovuto agli attacchi aerei siriani e russi su persone non protette, ospedali e medici. Naturalmente si parlerà di questo”.
Putin è arrivato a Berlino dopo aver annunciato una tregua di otto ore in Siria. L’annuncio è stato fatto prima dell’incontro con i due leader europei e il Presidente ucraino.
Anche il presidente francese Francois Hollande, da sempre grande oppositore di Assad, aveva detto che si sarebbe impegnato a “fare di tutto” assieme alla cancelliera tedesca Angela Merkel affinché la tregua ad Aleppo sia “prolungata”.
Poco prima dell’incontro al tavolo con i Presidenti Poroshenko e Hollande, il cancelliere tedesco ha quindi fatto sapere che sarebbe stata dura nei confronti della Russia sulla questione ucraina e siriana. Il portavoce del governo, Steffen Seibert, ha espresso delusione di fronte ai brutali attacchi e alla cattiva situazione umanitaria ad Aleppo. Inoltre ha dichiarato che un cessate il fuoco di poche ore non sarà sufficiente a rendere la situazione migliore. Putin dal canto suo ha detto che vuole maggiore chiarezza da parte degli Usa nel dividere gruppi ribelli dai terroristi. Altro tema caldo è l’Ucraina orientale. Per mesi i diplomatici tedeschi e francesi hanno cercato invano di compiere progressi nel campo della sicurezza e nello sviluppo politico. Mosca chiede chiarezza sul futuro politico della regione di Luhansk e Donetsk, prima di accettare di un cessate il fuoco, e secondo gli osservatori dell’Ocse oltre la metà di tutte le violazioni del cessate il fuoco sono state a discapito delle truppe ucraine più che per i separatisti.

Siria, ripresi i raid. Salta
il summit con Mosca

siria-bombe-cloroSono ripresi raid intensi su Aleppo e dintorni, nel nord della Siria, raid aerei governativi siriani e russi secondo quanto riferito dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) e giornalisti presenti ad Aleppo orientale assediata dalle forze lealiste. Il Centro di documentazione delle violazioni in Siria ha contato 51 civili uccisi nelle ultime 48 ore nella regione di Aleppo.

La situazione in Siria è “estremamente complicata” e le accuse lanciate da Gran Bretagna e Stati Uniti contro la Russia sono “inaccettabili”: lo ha denunciato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, replicando al ‘processo’ alla Russia e al regime di Bashar Assad durante la riunione d’emergenza sulla Siria del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. “Riteniamo del tutto inaccettabile il tono della retorica dei rappresentanti di Gran Bretagna e Stati Uniti e notiamo che questo può causare gravi danni al processo di soluzione della crisi e ai nostri rapporti bilaterali”, ha affermatato Peskov.

Il “tono” di alcuni funzionari britannici e americani è generalmente “inaccettabile”, ha aggiunto il portavoce Peskov. Tale “retorica”, ha aggiunto, può provocare “grande danno” al processo di pace in Siria e alle “relazioni bilaterali”. Lo riporta la Tass. Peskov ha inoltre sottolineato che al momento “non ha senso” tenere un summit sulla Siria e ha definito la situazione come “molto difficile”.

Intanto in Siria proseguono i bombardamenti su Aleppo che non risparmiano alcun obiettivo: nelle ultime ore è stato colpito l’ospedale Omar bin Abdelaziz, situato nel quartiere assediato di Maadi, reso inagibile da un raid aereo che ha causato un numero ancora non chiaro di feriti.  Dalla città, l’attivista Abu Muyahed al Halabi, della rete di opposizione Red Sham, ha detto che sono stati gli aerei russi ad attaccare il centro ospedaliero e che “ci sono stati solo feriti lievi, tra i quali alcune infermiere e medici”.

Nel suo intervento il Cremlino ha anche bocciato l’idea di un vertice internazionale sulla Siria: “La situazione per ora è troppo amorfa per incontrarsi ad alto livello”, ha spiegato Peskov, aggiungendo che bisogna capire “a livello di esperti” le ragioni dei problemi esistenti e chi ne è responsabile. Secondo il portavoce presidenziale, inoltre, la divisione tra opposizione moderata e terroristi in Siria, su cui si è impegnata Washington, non è ancora arrivata.

“Quello che la Russia sta sponsorizzando in Siria non è lotta al terrorismo, ma barbarie”, aveva denunciato l’ambasciatrice americana all’Onu, Samantha Power, ricordando i 150 raid delle precedenti 72 ore. “Mosca”, aveva rincarato il collega britannico, Matthew Rycroft, “collabora col regime siriano per commettere crimini di guerra”. “Il caos in Medio Oriente”, aveva replicato il rappresentate russo Churkin, “lo avete provocato voi, distruggendo l’equilibrio del passato. Ora usate i terroristi di al Nusra per abbattere il governo siriano”. L’inviato di Damasco, Bashar Jaafari, ha assicurato che “la vera guerra al terrorismo non è ancora cominciata. L’avvento della vittoria siriana è imminente, e porterà all’applicazione di tutte le risoluzioni del Palazzo di Vetro”.  La riunione d’urgenza del Consiglio era stata richiesta dagli americani per denunciare l’offensiva russo-siriana che ha fatto saltare la tregua negoziata il 9 settembre scorso dal segretario di Stato, John Kerry, e dal ministro degli Esteri, Serghei Lavrov.

Siria. Raffica di attentati dell’Isis, oltre 100 morti

siria bUna vera e propria carneficina quella che si è consumata stamattina in Siria. In un territorio già allo stremo una raffica di attentati simultanei rivendicati dall’Isis ha portato alla morte di 120 persone, secondo quanto riportano l’agenzia di stampa Sana e l’Osservatorio siriano per i diritti umani.
Il Sedicente Stato Islamico ha colpito la parte siriana in prossimità del Mar Egeo: tre attentati suicidi nella provincia di Latakia, a Tartus e nella vicina località di Jableh, sulla costa mediterranea della Siria, dove è situata una base navale russa, a Tartus un’autobomba è esplosa nei pressi di una fermata dell’autobus, un attentatore suicida si è fatto saltare in aria all’interno della stazione del bus e un terzo ha azionato la sua cintura esplosiva in una zona residenziale zona di fronte, mentre a Jableh un’autobomba guidata da un kamikaze è esplosa in un parcheggio e poi tre attentatori suicidi si sono fatti saltare in aria nella stessa area, nei pressi della società dell’energia elettrica e di un ospedale. siria attacchi
“L’aumento delle tensioni e delle attività terroristiche in Siria non può che suscitare una grande preoccupazione”, ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, il cui Paese è uno dei principali alleati del regime di Damasco.
Nel mirino infatti sono finite proprio le due città costiere nella provincia di Latakia: Jableh e Tartus che si trova 60 chilometri più a sud di Jableh, entrambe a maggioranza alawita e per questo considerate fedeli al regime di Assad. È la prima volta che il feudo di Assad viene colpito così duramente. Proprio nelle ultime ore la Russia aveva infatti proposto alla coalizione internazionale guidata da Washington di attaccare insieme, dal 25 maggio, i gruppi armati che non stanno rispettando il cessate il fuoco, compreso il Fronte al-Nusra. Ma il Pentagono aveva liquidato la proposta affermando: “Non collaboreremo e non ci coordineremo con i russi” sulle operazioni militari.
Gli attentati di queste ultime ore sono stati anche l’occasione per i turchi di alzare il tiro e puntare il dito contro la Comunità internazionale, e l’Europa in particolare, accusata di non fare abbastanza contro i terroristi della vicina Siria. Secondo Erdogan, la comunità internazionale ha iniziato ad occuparsi della crisi siriana quando “sono comparsi i rifugiati nelle strade dell’Europa e le organizzazioni terroristiche come lo Stato islamico hanno iniziato ad attaccare i cittadini europei. Solo allora i leader europei hanno capito di non poter più ignorare il problema”. Per il presidente turco, “si sarebbero potuti evitare molti problemi legati alla Siria se si fosse intervenuti nelle prime fasi del conflitto. Ma non è ancora troppo tardi se i leader europei oggi sono pronti a prendersi le giuste responsabilità”.

Maria Teresa Olivieri

Russia-NATO: anno nuovo,
vecchie tensioni

L'omaggio di Putin all'Armata Rossa

L’omaggio di Putin ai reduci dell’Armata Rossa

Iniziato il nuovo anno, la sfida a distanza tra la Nato e la Russia già si arricchisce di nuovi tasselli, che dimostrano come persista il clima di tensione registrato nel 2015. L’ultimo episodio sono le dichiarazioni del Ministro della Difesa della Federazione Russa, Serghej Shoigu, che, martedì 12 gennaio, ha affermato che nel 2016 la Russia realizzerà tre nuove divisioni militari da disporre sul proprio confine occidentale, quello europeo. In aggiunta, lo stesso Shoigu ha annunciato l’entrata in funzione di cinque nuovi reggimenti nucleari strategici, con l’obiettivo di un generale rafforzamento del potenziale militare russo. Il Ministro non cita le ragioni di tali manovre, ma è chiaro che le tensioni con la NATO ne sono la causa principale.

L’anno appena passato è stato segnato da diversi punti di frizione: la crisi ucraina, le imponenti manovre militari da parte delle forze dell’Alleanza Atlantica e delle forze russe, i propositi di costruzione di un sistema antimissilistico americano in Europa, l’intervento diretto di Mosca nella crisi siriana, la crisi tra la Russia e la Turchia e, da ultimo, l’allargamento della NATO al Montenegro, in un’area di tradizionale influenza russa, solo per citare i principali. Tutti passaggi che hanno mostrato come, rispetto agli anni 2000, i rapporti tra le due ex-superpotenze della Guerra Fredda abbiamo subito un chiaro peggioramento. Non che non siano mancate occasioni di confronto e di dialogo, in particolare sul tema della Siria e più in generale della lotta al terrorismo, ma questi sono stati molto spesso alternati a vere e proprie prove muscolari. Le dichiarazioni del Ministro della Difesa lasciano presagire che anche il 2016 sarà un anno di tensioni, acuite ulteriormente dal rinnovo delle sanzioni europee contro Mosca e dalle intenzioni dei vertici della NATO di non fermare l’allargamento verso Est.

Che questo sia il vero punto cruciale lo ha dichiarato apertamente il Presidente russo Vladimir Putin in un’intervista concessa alla Bild, in cui ha ricordato come al crollo dell’Unione Sovietica erano state date garanzie che la NATO non avrebbe toccato la sfera d’influenza del Cremlino. Secondo Putin, tali promesse non sono state rispettate, a causa della volontà americana di sedere sul trono dell’Europa come unica e sola vincitrice, e questo è alla radice delle crisi di oggi. D’altro canto, nell’intervista al giornale tedesco, il Presidente russo ha inviato anche segnali di apertura verso una ripresa del dialogo, dichiarando che la Russia non mira ad alcun ruolo di superpotenza, ma esclusivamente alla difesa dei propri interessi. È stata ribadita la necessità di collaborare con i Paesi occidentali nella lotta al terrorismo, di riprendere il dialogo tra Russia e NATO e di intraprendere un percorso costituzionale in Siria e in Ucraina. Punti di contatto, dunque, ci sono. Sta ora ai principali protagonisti politici dimostrare che le relazioni tra l’Occidente e la Russia possono essere caratterizzate non da tensioni e prove di forza, ma da concreta collaborazione in merito alle tante sfide presenti sullo scenario internazionale.

Riccardo Celeghini