Amalia Signorelli. L’Italia e le conseguenze antropologiche della crisi

signorelliChe la crisi, che ormai quasi da un decennio condiziona la vita politica ed economica del Paese, abbia avuto un impatto sulla psicologia degli italiani e sul loro prevalente stile di vita è nell’esperienza di tutti; questo impatto negativo sulla cultura condivisa, intesa antropologicamente come capacità di far fronte alla situazione di indeterminatezze dello stato presente, è stato per lo più trascurato nel dibattito pubblico e ignorato dalla classe politica. Il saggio dell’antropologa Amalia Signorelli, col suo recente libro “La vita al tempo della crisi”, vale a coprire il “vuoto” conoscitivo consolidatosi riguardo alla recente esperienza esistenziale degli italiani.

A partire dall’anno 2007, il termine “crisi” – afferma l’autrice – “si è collocato al centro del nostro lessico; e fino agli inizi del 2015 non è stato più possibile farne a meno ogni volta che si voleva esaminare, spiegare, valutare un accadimento o un fatto di quelli che si collocano [come sono appunto quelli che hanno concorso a fare ‘scoppiare’ la crisi] tra la dimensione pubblica e quella privata delle nostre esistenze”. Per molti italiani, la crisi, almeno nei suoi aspetti finanziari, è stata per lungo tempo indicata con termini che la configuravano come un fenomeno misterioso; termini come “spread”, “prime rate” o “default” erano quelli più ricorrenti nei resoconti dei mass-media riguardanti lo svolgersi della crisi. Non è trascorso molto tempo, afferma la Signorelli, perché agli effetti finanziari seguissero anche quelli economici, i quali sono risultati “ben più comprensibili”, per via del fatto che essi si sono ripercossi direttamente sulle persone, attraverso l’aumento della disoccupazione, la chiusura di molte attività produttive, l’aumento della povertà assoluta e relativa, la riduzione del livello dei consumi, il peggioramento delle prestazioni del sistema di protezione sociale, e altro ancora.

A peggiorare la situazione ha concorso il fatto che la crisi non è stata percepita “secondo lo schema classico del ciclo delle crisi capitaliste”; al contrario, gli esperti che hanno commentato i fatti del giorno, ne hanno imputato la causa a “precise scelte di politica finanziaria” di natura tecnica, decise nell’illusione di poter rilanciare il processo di accumulazione e suggerite dall’ideologia neoliberista della Mont Pelerin Society. Inoltre, per molte persone, gli effetti della crisi emersa nel 2007/2008 sono stati avvertiti “come una calamità che ha fatto saltare abitudini ed equilibri […], stili di vita, visioni del mondo e sistemi di valori, senza che le cause fossero del tutto chiare”.

Anche se negli ultimi tempi, molte fonti dell’establishment hanno affermato la sopravvenienza di un’inversione di tendenza, dal punto di vista della vita quotidiana dei cittadini non può dirsi che la crisi sia finta e che, almeno dal punto di vista economico, il Paese si sia inserito in un processo che, in prospettiva, possa portarlo al conseguimento di risultati di ben altro spessore rispetto a quelli annunziati. Ciò non impedisce che il merito della timida ripresa, pur essendo la risultante di spinte per lo più di origine esterna, se lo attribuiscano i politici pro tempore al governo, sebbene molti critici valutino poco appropriati i provvedimenti governativi che avrebbero promosso la “ripresina”, in quanto adottati per ragioni prevalentemente elettorali.

Questo stato delle cose è all’origine, a parere della Signorelli, di due contraddizioni: la prima è espressa dal fatto che, dopo aver subito gli esiti della “brutale durezza” della crisi, la debole speranza di un futuro migliore non sottrae la maggioranza dei cittadini alla frustrazione dovuta al perdurare ancora oggi dell’incertezza riguardo alle cause della crisi ed ai rimedi che si intendono adottare per rendere più stabile e consistente la ripresa. La seconda contraddizione deriva dalla circostanza, in fondo conseguenza della precedente, che, mentre si afferma l’inversione di tendenza in fatto di crescita, non viene precisato in cosa tale inversione dovrebbe consistere: il futuro deve essere garantito dal ripristino della situazione preesistente lo scoppio della crisi, oppure nella creazione di un sistema economico-finanziario nuovo?

All’interrogativo non viene data alcuna risposta credibile, costringendo gli Italiani a vivere – afferma l’antropologa – “all’interno di un orizzonte culturale assai nebuloso, dove si fanno sempre più labili i riferimenti che dovrebbero consentirci di stabilire un ordine, un sistema di ruoli, una gerarchia di valori”. Il persistere dell’incertezza sembra dare fondamento, a parere della Signorelli, che a “onta dei modesti segni di risveglio del ciclo produttivo […] le interpretazioni di ciò che accade sono contraddittorie, le previsioni difficili”.

Di fronte alla perdurante incertezza, è inevitabile il consolidarsi del contrasto tra una classe politica, guidata sino a poco tempo fa da un premier che ostentava un “esuberante ottimismo” e la popolazione che presenta invece uno stato d’animo depresso, non sapendo se ciò sia dovuto a una condizione esistenziale causata dalle difficoltà quotidiane, oppure si tratti, più verosimilmente, “di una vera e proprie crisi culturale. L’antropologa propende per la seconda ipotesi, che si sarebbe affermata con una radicalità così profonda “da non passare senza lasciare un segno sul gruppo o sui gruppi umani in essa coinvolti”. Per dare fondamento al suo convincimento, l’antropologa ricorre a strumenti analitici propri del suo campo di studi antropologici: in particolare, ricorre all’uso del concetto di “presenza” e alla sua entrata in crisi.

La “presenza” – afferma la Signorelli – indica “lo stare al mondo in modo tipicamente ed esclusivamente umano […], avendo coscienza di sé, del mondo e di sé nel mondo”; ciò “non è solo coscienza e conoscenza del mondo: è anche agire nel mondo”, con la “presenza”, costruita attraverso contenuti culturali condivisi che, in quanto tali, sono anche sociali. La presenza al mondo di ogni soggetto – sottolinea l’antropologa – “non è una condizione statica, acquisita una volta e per sempre: al contrario è una situazione dinamica che si rinnova di fronte alle situazioni esistenziali che le si propongono”. Per andare oltre queste situazioni, la “presenza” individuale e collettiva “può scoprirsi inadeguata ed entrare in crisi”, che è crisi della capacità umana di essere presente nel mondo. Quando ciò accade, si perde la capacità di valutare e di decidere, che viene sostituita con l’angoscia d’essere “preda di forze oscure incontrollabili, di un destino incerto e inconoscibile del quale appare impossibile essere gli artefici”.

Quando diventa preda dell’angoscia, il soggetto perde la capacità di dare un “significato ed un valore ai propri accadimenti” e, precipitando in una crisi culturale, perde la consapevolezza della propria “presenza” nel mondo; gli viene così negata la possibilità di trasformare la crisi esistenziale in routine, per cui non gli restano – afferma la Signorelli – che due vie di fuga: da un lato, quella di un confronto razionale con il “negativo” iscritto nella sua esistenza; dall’altro lato, quella di esorcizzare il “negativo” esistenziale, con l’appellarsi ai santi in paradiso, perché gli restituiscano la capacità perduta di valutare e di decidere.

Per tentare la “via del confronto razionale”, occorre tener presente che chiunque voglia fare razionalmente i conti con lo stato di angoscia che lo affligge sul piano esistenziale, deve tener presenti i limiti delle spiegazioni della crisi condotte dal solo punto di vista economico; spiegazioni che trascurano il ruolo degli esseri umani come “attori della crisi, in quanto – afferma la Signorelli – protagonisti e vittime le cui decisioni e i cui comportamenti pongono in essere la crisi medesima o quanto meno la rendono possibile”. Siffatte spiegazioni, infatti, non tengono conto di alcuni aspetti del “negativo” che sono presenti oggi nella società italiana, ma che possono essere colti anche a livello globale; tali aspetti sono ben diversi da quelli che esistevano solo alcuni decenni fa.

Innanzitutto, secondo l’antropologa, l’Itala è uscita dalla “società della penuria”, diventando una la società italiana è divenuta una società dell’abbondanza, “nella quale molto raramente il negativo dell’esistenza può essere ricondotto alla scarsità dei beni primari”. In secondo luogo, le condizioni che nel passato potevano generare delle crisi non contemplavano, a differenza di oggi, l’aumento del livello dell’istruzione dell’intera popolazione. Ora, contrariamente a quanto sarebbe plausibile attendersi, la capacità dei singoli soggetti di andare oltre la “datità” dell’esistente tende a diminuire, mentre aumentano i tentativi di superare il negativo della crisi attraverso il ricorso a pratiche magico-religiose. In terzo luogo, ma non ultimo, gli accadimenti globali, l’implosione dell’URSS, la caduta del Muro di Berlino, la globalizzazione, ed altro ancora, hanno avuto un impatto sconvolgente anche a livello culturale, nel senso hanno annullato quasi del tutto l’importanza delle narrazioni totalizzati e coerenti della società, quali le storytelling evocate dall’ex-premier, rammaricandosi di non poterne disporre per governare il Paese; ora l’immagine della società che cresce in maniera coerente e stabile è stata sostituita da quella che la rappresenta come società stazionaria, o che cresce “attraverso deviazioni, percorsi secondari, interruzioni e concentramenti, abbandoni e recuperi, punti di coagulo e di dispersione”.

L’incertezza che caratterizza il presente rende difficile affrontare razionalmente il negativo della crisi, nel senso che rende impossibile “agire in termini di progetto”. Le difficoltà che impediscono ai soggetti di progettare, o quanto meno di nutrire la speranza di andare oltre il negativo del presente, possono essere considerate, a parere della Signorelli, uno dei sintomi più gravi dell’attuale crisi della “presenza”, in quanto comporta il “progressivo ritirarsi del soggetto dal mondo e del mondo dal soggetto, che porta con sé la perdita del significato e del valore del mondo per il soggetto e, specularmene, l’impossibilità per il soggetto di riconoscere a se stesso significato e valore in rapporto al mondo”. Secondo la Signorelli, la perdita del significato del valore del mondo per il soggetto è comprovata da situazioni oggettive in almeno tre ambiti della vita sociale italiana; la considerazione di queste situazioni permette di valutare lo spessore del negativo della crisi, ma anche una tenue possibilità di superarlo.

Un primo indicatore di “paralisi progettuale” è espresso dalla diminuzione della natalità; la diminuzione delle nascite ha assunto dimensioni preoccupanti, con un tasso di natalità che non consente di conservare, al limite, costante la popolazione, mentre la classe politica tenta di porre rimedio al saldo naturale negativo della popolazione con l’afflusso degli immigrati, senza considerare che una politica demografica di tal fatta, se può essere valida nel breve periodo, è assai poco probabile possa esserlo anche per quello lungo. Il secondo indicatore è rappresentato dalla “questione del lavoro”; nella società occidentale il lavoro soffre del fatto d’essere ancora, non solo una prescrizione morale, ma anche una ineludibile condizione esistenziale, in quanto vivere nella società capitalistica contemporanea, dove il lavoro manca o risulta instabile, è difficile pensare che la disoccupazione strutturale non abbia effetti devastanti sulla valutazione che ha di sé la forza lavoro disoccupata e priva di reddito, o quanto meno assistita dalla carità pubblica. Il terzo indicatore è fornito dall’assenteismo elettorale e dalla perdita di identità politica dell’elettore; situazione, questa, che vale a denunciare la rinuncia ad ogni possibile progetto da parte dei cittadini ed il loro “scivolamento verso posizioni qualunquiste”, che può essere letto come crisi della “presenza”, sia a livello individuale, che collettivo.

Esiste una prospettiva che consenta di uscire dal negativo della crisi che attanaglia il Paese? A parere della Signorelli esiste; malgrado la presenza di istituzioni che , con i loro provvedimenti, hanno non solo “funzionato da moltiplicatore sul piano culturale e psicologico” degli esiti negativi della crisi, ma anche fallito sul piano economico, nel senso che le misure anticrisi adottate si sono rivelate inadeguate e inefficaci, tali da rendere la ripresa una promessa sempre meno credibile. Quegli italiani che hanno conservato il desiderio di “fare qualcosa” avrebbero però scoperto un’alternativa idonea a compensare il discredito delle istituzioni governative, il volontariato ed altre forme d’impegno simili.

Queste forme di reazione all’immobilismo, pur con tutti i limiti, testimonierebbero, secondo l’antropologa Signorelli, l’esistenza di una residua capacità di “reagire alla sfiducia, al disgusto, alla noia che la politica attualmente ispira agli italiani”; per quanto non sia facile prevedere quale potrà essere l’esito di queste forme di impegno volontaristico, o per quanto questo possa essere considerato l’inizio di una reazione alla situazione presente, il futuro del Paese, affrancato dal negativo della crisi, non potrà che essere legato solo a “un filo di speranza”. Ma anche la speranza, se non sorretta da un progetto per il futuro, collettivamente condiviso e coinvolgente nell’azione l’intera collettività, è destinata a sicuro fallimento, perché il volontariato, sebbene encomiabile, è pur sempre impegno di gruppi limitati e non di tutti, come invece sarebbe necessario.

Gianfranco Sabattini

Confindustria. Crescita inadeguata per uscire dalla crisi

lavoro_giovani_operai_Da un report del Centro Studi della Confindustria è emerso un quadro insoddisfacente per uscire dalla crisi attuale.
L’Italia rimane il fanalino di coda dell’Eurozona. Sfrutta bene il traino esterno, ma resta fanalino di coda con una crescita inadeguata ad uscire dalla crisi. Lo afferma la Confindustria nella sua “Congiuntura flash”. Anche nel primo trimestre 2017, il Pil italiano ha una attesa di aumento a ritmo lento, dopo il +0,2% nel quarto trimestre 2016 e un +0,3% nel terzo. Il ritmo, frenato dall’incertezza politica, rimane inferiore a quello dell’Eurozona (vicino al 2%). Industria ed export – prosegue la nota di Confindustria – trainano il Pil, ma la domanda interna risente dell’instabilità politica, quando ogni sforzo andrebbe dedicato al rilancio dell’economia e al sostegno dei posti di lavoro; il credito rimane erogato con il contagocce. I sentieri divaricanti dei tassi Fed e Bce (che non intende cambiare rotta) spingono il dollaro. Mentre i tassi sui titoli sovrani iniziano a riflettere tensioni economiche e non.
Gli indicatori congiunturali, comunque, si legge sempre nel Report, hanno un’intonazione un po’ più positiva in avvio d’anno. Il Pmi composito in gennaio è stabile (52,8, da 52,9 in dicembre) e nel terziario si segnala un lieve consolidamento (52,4, da 52,3). Rallenta invece il manifatturiero (53,0 da 53,2), per via della domanda interna come confermato, tra l’altro, dalla minore fiducia dei consumatori. Dopo il sorprendente incremento di dicembre con un +1,4%, la produzione industriale segna oltre l’1% a gennaio.
Sulla crescita pesa anche il credit crunch. Il credito alle imprese è scarso e questo resta un nodo per la crescita. I prestiti bancari hanno registrato +0.2% mensile a dicembre dopo il calo dello 0,2% di novembre anche se negli ultimi 4 mesi il ritmo di caduta si è attenuato. Segnali di perdita di slancio anche per gli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto tra fine 2016 e inizio 2017, dopo il +1,7% nel 3° 2016. Deboli anche gli investimenti in costruzione, in linea con la dinamica della produzione, anche se, annota ancora il Csc di Confindustria, a gennaio è risalita la fiducia degli imprenditori edili di 3,5 punti e le prospettive sono migliorate.
Gli istituti bancari, nell’erogare il credito, sono frenati anche dall’applicazione dei criteri di Basilea per valutare la solvibilità del rischio.
Per quanto riguarda l’Eurozona, infine, il Csc rileva come i tassi sovrani siano in aumento e gli spread europei si siano ampliati con il rischio che il trend prosegua sulla scia dell’incertezza dell’Eurozona.
Con la fine degli incentivi alle assunzioni, il naturale riallungamento degli orari smorzerà la creazione di posti di lavoro. Questa stima del Centro studi di Confindustria, prevede per il 2017 come l’intensità del loro recupero perderà slancio dopo +1,2% nel 2016 e +0,8% nel 2015 e sarà inferiore a quella del Pil, contrariamente a quanto avvenuto nel biennio precedente. In Italia, d’altra parte, prosegue la nota, le ore lavorate pro-capite sono ancora molto basse rispetto ai valori pre-crisi: nel 3° trimestre 2016 -1 ora e mezza a settimana rispetto a fine 2007, da un minimo di circa -2 ore a inizio 2015.
Nel 4° trimestre 2016 l’occupazione è rimasta pressoché ferma (-5mila addetti), come nel trimestre estivo (-10mila). I recenti lievi cali non intaccano gli ampi guadagni registrati nella prima metà dell’anno: in dicembre +242mila da fine 2015, a un totale di 22milioni e 783mila persone occupate, tornate così sui livelli della primavera 2009. Il tasso di disoccupazione nel 4° trimestre 2016 si è attestato all’11,9%, dopo essere rimasto ancorato all’11,6% dall’estate 2015. Il report della Confindustria conclude: “con la forza lavoro in espansione da inizio 2016, l’aumento riflette, appunto, lo stallo dell’occupazione”.
Dunque, le prospettive non sono allegre: l’unico dato che sarà in crescita, malauguratamente, è il disagio sociale degli italiani.

Salvatore Rondello

Italia in crisi. Quando la pizza diventa un lusso

pizza-napoletana-piattiE vuoi vedere che per colpa della spending review anche la routinaria serata in pizzeria è diventata un lusso non più sostenibile? Del resto tra sforbiciate, sacrifici e rinunce – ciò che un tempo era un’abitudine settimanale – allo stato attuale è solo un ricordo annebbiato Ma per forza! Chi si alza di buon’ora per recarsi in fabbrica o in ufficio è senz’altro più interessato al rosso (sempre più rosso) del suo conto corrente che alle piroette del soporifero scenario politico nazionale. Tra l’altro, sistematicamente, si tratta di “performances” barbose che non val la pena nemmeno commentare. Comprensibilmente, a chi “produce” come una balda formichina poco preme di scissioni, scaramucce e alterchi di ogni dove! La visione comune è “appiccicata” a un immediato pragmatismo casalingo, che parafrasato – significa saldare le bollette, far fronte alle scadenze, onorare il ticket del SSN, e ancora… duellare con tasse, tributi e balzelli, che non ammettono ritardi o discolpe. Diciamo che un po’ tutti, chi più chi meno, siamo “untori” di malasorte e dilemmi, cui nulla importa se il leitmotiv giornaliero sia imperniato sulle “peripezie” politiche di questo o quel partito! Peraltro, il cittadino è da tempo stremato da continui problemi e grattacapi, ma soprattutto svuotato come un calzino di averi e pecunie – in “un clima” complessivo che è plumbeo come il nero di una seppia oceanica.

In breve, lo stato d’animo ondeggia tra l’incertezza e il melanconico – ciò nonostante – che si può fare se l’andazzo “unitario” è paragonabile al sequel d’un film horror? Il popolo – operoso e tutt’altro che spendaccione –  si regalava talvolta il lusso strabiliante di una pizza “mordi e fuggi” estesa alla famiglia. Ora, visti i mala tempora “la margherita” (…o quel che è) la può solamente sognare – magari addobbata all’inverosimile e abbinata a una bottiglia di vino stappata da Morfeo. Visioni oniriche che fanno lo sberleffo a una cuccagna remota, in cui credevamo di star male, di essere vessati sino al fondo schiena, ma in cui, probabilmente, non coglievamo cosa ci avrebbe atteso come “piatto forte” di lì a breve tempo. D’altronde, la situazione ha davvero preso una piega spettrale se anche un break vespertino (tutt’altro che luculliano) è diventato una stramberia da scansare quanto una malattia esantematica! Il termometro del malessere non è però solo suggestionato dalla possibilità o meno di consumare aperitivi, sandwiches policromi o chissà quali eccentrici appetizers, ci mancherebbe! Malgrado ciò, questi lillipuziani godimenti regalavano alle masse taciturne una beffarda scheggia di serenità, che opportuna scrollava loro di dosso i grammi eccedenti di sfiga nauseabonda. A quanto pare, adesso, la serata fuori casa è diventata appannaggio delle classi più abbienti, mentre a quelle in carenza di talleri sono rimaste le controversie politiche che vanno “in onda” tutti i giorni – festività incluse.

Se ai tempi “della trisavola” si diceva che un buon risparmio valeva più di un lauto guadagno, sono purtroppo arrivati i momenti acquitrinosi in cui del sacro salvadanaio non è rimasto più nulla, manco i cocci. La gente ha tagliato in modo risoluto acquisti e svaghi tutt’altro che bizzarri, e tira la cinghia in modo così esagerato che alla fine si spezzerà. In ogni caso, quanto illustrato non ha certo il proposito di notificare l’ennesimo tsunami carico di iatture. Tuttavia, ciò che “svolazza” qua e là come un pipistrello degno delle mortifere novelle di Bram Stoker è una situazione davvero deprimente, e ancor di più lo è rinunciare a cose comuni – come, ad esempio, un trancio di pizza “in edizione” low cost!

Nel frattempo, sperando in tempi indulgenti (sembra però tardino ad arrivare) si tira avanti come meglio si può, dicendo di no a tutto o a quasi, compresi i rigeneranti raid gastronomici a scadenza settimanale. Va da sé che “abdicare” in favore di una vita troppo sobria non è euforizzante, del resto sarebbe inammissibile e poco “di sinistra” asserire che tutto va bene, e soprattutto attestare proprio su questo giornale che la gente campa come un pascià! A tal proposito i socialisti qualcosa da dire l’avrebbero, in primis un suggerimento –, e cioè litigare meno e far gioco di squadra – fruendo di un’arcinota metafora calcistica. In tal modo, collaborando tutti assieme nella propria “metà campo”, la pizza (ma non solo quella) tornerà a essere godibile per tutti – nessuno escluso.

Stefano Buso

La crisi in tavola.
L’era della post fettina

tavola poveraCalato il sipario sulla bistecca “globale”, per alcune famigli italiane è diventato difficile persino mettere assieme il pranzo con la cena. Con queste sconfortanti premesse rincorrere suggerimenti culinari salubri o alla moda diventa comprensibilmente problematico…
E hai voglia ad urlare ai quattro venti che la crisi oramai è un frammento archeologico! Aprendo gli occhi sull’attuale situazione del Paese si rileva che i problemi sono tutt’altro che archiviati; economia stagnante, salari inadeguati rispetto al costo della vita, lavoro che scarseggia da Nord a Sud e difficoltà economiche di ogni peso e spessore. Il tutto “annaffiato” da una abbondante dose di malcontento, che contribuisce ad avvilire persino gli animi più resistenti. Tradotto – nulla o quasi di favorevole all’orizzonte –, per cui, con simili presupposti la buona tavola e le venerande consuetudini riconducibili sono finite nel cassetto – quantomeno per parecchi nostri connazionali.

Se ai tempi delle cosiddette “vacche grasse” proprio l’italica gente si distingueva per estro e fantasia culinaria sino a divenire un paradigma da emulare, negli ultimi anni sulle tavole nostrane si è visto un incontenibile ritorno di polpette, polpettoni e piatti del cosiddetto recupero, che hanno sostituito vivande di maggior prestanza gastronomica. Dopo la grande abbuffata degli anni 80 si è passati – chi più chi meno – a una sorta di digiuno forzoso, che prevede la messa al bando di tutti quegli alimenti e leccornie di natura troppo dispendiosa. E se da un lato il versante salutista chiosa (con comprensibile ragione!) che il pesce per via dei suoi peculiari principi nutritivi in primis gli Omega-3 andrebbe consumato qualche volta in più della carne, c’è chi non può permettersi di acquistare né questo e né quello!

In ogni caso, costo della vita a prescindere, mangiare si deve e possibilmente tutti i giorni, per cui parecchie persone essendo già alle prese con balzelli, rincari e aumenti inattesi cercano di destreggiarsi alla meno peggio “nella giungla” delle offerte vantaggiose. Ma come diavolo si fa, è davvero possibile nutrirsi spendendo poco? In realtà non è semplice, comunque seguendo il filo di questa necessità c’è chi nei mercati rionali o nei supermercati s’improvvisa scaltro investigatore per scovare i prodotti mangerecci più confacenti. Con un pizzico di fortuna e l’occhio vigile, sbirciando tra un cespo di lattuga, una cassetta di cicoria e uno scaffale colmo all’inverosimile di scatolame – capita di imbattersi nell’offerta imperdibile, e perciò opportuna per essere destinata a cottura.

Va detto che per mentalità e abitudine gran parte degli gli italiani predilige mangiare bene, e nei limiti del possibile in modo variato, quindi a tavola, comunemente, un primo piatto appetitoso e un secondo di sostanza (con annesso contorno di stagione!) non mancano quasi mai. Insomma, non scarseggia l’enfatizzata cultura gastronomica, né le conoscenze sui cibi più ragguardevoli o salutari. Quello che manca all’appello sono i talleri, ossia la moneta sonante per accedere ai basilari beni alimentari. Persino la dieta mediterranea che in sé è strutturata di tantissime cose buone e illustri prodotti tipici – come pasta, riso, olio extravergine d’oliva, formaggi e ortaggi rischia di essere accantonata proprio dove ha preso le mosse, e vale a dire nel nostro dinamico Bel paese. Del resto se determinati prodotti non sono più abbordabili, ecco che proprio il popolo – volente o nolente – indirizzerà la propria spesa su merce dalle connotazioni low cost.

Questa soluzione non è uno stile di vita scelto arbitrariamente, bensì un evidente ripiego – della serie – chiunque è consapevole che un taglio di carne di prim’ordine è più allettante rispetto “al cugino” di lignaggio meno nobile; ciò nonostante, se il bilancio famigliare non lo permette si sceglie, giocoforza, la carne che costa meno a scapito di tenerezza e qualità. Del resto, diciamocelo senza simulazioni: come può una famiglia monoreddito, oppure con entrate a dir poco modeste far tesoro dei diffusi consigli di buona cucina quando i prezzi dei prodotti necessari – compresi gli alimentari – oscillano quasi sempre verso l’alto? Per taluni, ahimè, persino il pane sta diventando un bel problema da affrontare, e la pagnotta – almeno quella – non dovrebbe mancare a chicchessia. La tavola imbandita con l’indispensabile non è certo un ghiribizzo del socialismo reale come qualcuno avrebbe da ridire, ma un diritto intangibile. Quindi, ben vengano i consigli nutrizionali, i passaparola che contemplano squisite ricette, leccornie e tanta buona gastronomia da realizzare tra le mura di casa, e che hanno il comprensibile fine di migliorare la qualità della vita di ognuno di noi. Tuttavia, qualche volta, sarebbe utile arrivasse sulla tavola anche una bella bisteccona, o perché no – una ghiotta spigola magari da preparare al sale. Scherzi a parte, la verità è sotto gli occhi di tutti: quando la crisi morde, diventa duro persino tirare a campare alla giornata, riuscire cioè a preparare un boccone presentabile per zittire i borborigmi gastrici – altro che mode e vezzi di alta cucina.

In verità, e nemmeno tanti lustri fa ci sono stati momenti in cui all’ora di pranzo non solo c’era il necessario ma persino il superfluo. Tuttavia, come si affermava in premessa di questo ciarliero scritto, ora siamo nella fase della polpetta tout court, e vale a dire del cibo avanzato e poi rigenerato all’inverosimile. Ma la domanda che più o meno tutti si fanno è – fino a quando potrà andare avanti un vivere così tormentato? Naturalmente il nostro auspico è quello che quanto prima arrivino gli agognati momenti copiosi, che nella zona cottura delle famiglie ritorni finalmente protagonista l’arcinota fettina di manzo; sì, proprio lei, da realizzare in un batter d’occhio in padella, in pratica al salto! Un piatto incredibilmente spiccio, anzi, supersonico, che strizzava l’occhiolino a chi doveva duellare con il tempo tiranno, e a pranzo aveva i minuti contati per realizzare qualcosa di caldo. Purtroppo, ora come ora tra i fornelli è rimasto, per l’appunto, solo il tempo ma senza il necessaire da mettere in pentola.
In epilogo – cultura culinaria, ricerca sopraffina tra i fornelli e quant’altro sono sinonimo di innegabile progresso oltre che d’indiscutibile sviluppo culturale, ma con una piccola puntualizzazione: prima è fondamentale far sì che la spesa per il cibo non sia più un lacrimevole salasso per il bilancio delle famiglie, bensì un’opportunità diffusa, poi si potrà argomentare addirittura di massimi sistemi gastronomici e di vivande ineguagliabili. La buona tavola è senza dubbio una conquista in termini di civiltà, ma per quanto possa risultare incredibile con in mala tempora fuori della porta persino un usuale uovo al tegamino è diventato una drammatica casualità, o un evento affatto scontato. A tempi migliori, dunque, a tavola e… non solo!

Stefano Buso

Il sistema bancario naviga pericolosamente a vista

bancarottaDi fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l’Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali. Oggi sembra toccare all’Italia, domani chissà.

Ne è prova il fatto che le autorità preposte, a cominciare dalla Banca centrale europea, dalle banche centrali nazionali e dalla Commissione europea, navigano a vista, senza una chiara politica. Non si tratta, infatti, di tamponare gli effetti finanziari ed economici della grande crisi globale, ma di approntare misure che neutralizzino in modo definitivo la finanza della speculazione senza regole e che rimettano in moto lo sviluppo produttivo.

Gli attuali grandi problemi del sistema bancario italiano hanno due nomi: crediti inesigibili per oltre 200 miliardi di euro e gravissime responsabilità degli amministratori delle banche e degli organi di controllo della Banca d’Italia.

Il primo problema, ovviamente, è in gran parte dovuto agli effetti della crisi globale, che ha portato ad una drastica diminuzione nelle produzioni, nei commerci e nei consumi. Ciò ha messo molti imprenditori in ginocchio, rendendoli impossibilitati a mantenere la regolarità dei pagamenti e dei rimborsi per i prestiti precedentemente chiesti ed ottenuti.

Per il secondo problema si dovrebbe invece mettere sotto i riflettori le banche e soprattutto la Centrale Rischi della Banca di’Italia. Come è noto, le banche e le società finanziarie devono comunicare mensilmente alla Banca d’Italia il totale dei crediti verso i propri clienti, sia i crediti superiori a 30.000 euro che i crediti in sofferenza di qualunque importo. Il compito primario della Centrale Rischi è quello di valutare i crediti concessi per rafforzare la stabilità del sistema bancario. Si sottolinea inoltre che dal 2010 essa scambia queste informazioni con le altre banche centrali europee e con la Bce.

Come è possibile, dunque, che, sia a livello nazionale che a livello europeo, siano stati permessi e tollerati prestiti e altre operazioni finanziarie che, stranamente solo oggi, scopriamo essere ad altissimo rischio?

Comunque nel sistema europeo vi sono molte altre anomalie che meritano attenzione ed interventi correttivi. L’Autorità bancaria europea, per esempio, oggi giustamente analizza criticamente i crediti concessi dalle banche ma, nel contempo, permette un leverage altissimo per le banche. Permette cioè che siano sufficienti tre (3) euro di capitale per creare finanza per 100. Permette anche che certe attività finanziarie, come i cosiddetti asset di terza categoria, che sono in gran parte derivati asset backed security, trattati e tenuti fuori mercato e quindi con un valore altamente incerto, vengano contabilizzati dalle banche secondo criteri interni molto convenienti alle stesse.

Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l’intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto al contagio e a crisi sistemiche. Eppure Bruxelles, Francoforte, e spesso anche Berlino e Parigi, preferiscono, sbagliando, l’approccio nazionale a quello europeo. In questo modo si rischia di giocare al massacro.

Ce lo ricorda anche l’Office of Financial Research (OFR), l’agenzia del ministero del Tesoro americano, creata nel 2010 dalla legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank, con il compito di studiare i lati oscuri del sistema finanziario allo scopo di ridurne i rischi.

Nell’ultimo rapporto dello scorso dicembre l’OFR ammonisce che le banche americane di importanza sistemica si sono esposte per oltre 2 trilioni di dollari nei confronti dell’Europa, di cui circa la metà in derivati otc tenuti fuori bilancio.

Quando Wall Street  e le banche americane vendono derivati lo fanno per proteggersi da eventuali fallimenti; quando invece li acquistano esse offrono una copertura a eventuali crisi di altre banche. In questo caso di quelle europee.

Consapevoli delle difficoltà bancarie in Europa, gli Usa hanno lanciato questo allarme. L’OFR ne ne lancia anche un altro tutto interno al sistema di Wall Street. Avvisa che già alla fine del 2015 anche le assicurazioni americane sulla vita hanno abbondantemente superato i 2 trilioni di dollari in derivati finanziari. Il 60% di tale “montagna” sarebbe stato sottoscritto soltanto dalle 9 maggiori banche americane ed europee, quelle too big to fail: Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Morgan Stanley, Barclays, JPMorgan Chase e Wells Fargo.

L’allarme non è da sottovalutare, si ricordi che soltanto l’AIG, il gigante delle assicurazioni, a suo tempo dovette essere salvato con 182 miliardi di soldi pubblici!

Anche in questo caso si evince la urgenza di rispondere alla globalizzazione dei mercati finanziari e del sistema bancario con regole globali e condivise.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

*già sottosegretario all’Economia  **economista

Onu: produzione industriale Italia da ‘Terzo Mondo’

produzione-industrialeNel periodo dal 2007 al 2016, la produzione industriale in Italia è scesa del 22%. Il dato include i timidi segnali di ripresa del 2014 e 2015 in cui il PIL complessivamente cresce di circa un punto percentuale. La decrescita è superiore a quella di Francia e Germania calcolata per lo stesso periodo e con gli stessi algoritmi. Oltre agli effetti della crisi economica mondiale, dovremmo chiederci quali fattori hanno contribuito a determinare in Italia il calo della produzione industriale. Principalmente sono intervenuti due fattori. Un fattore è la cosiddetta internazionalizzazione della produzione che ha visto molte aziende industriali di dimensioni medio-grandi e qualcuna di grandissime dimensioni come la FIAT trasferire parte della produzione all’estero.

L’altro fenomeno è l’invasione di aziende straniere che hanno acquistato importanti aziende italiane sia nel settore dei servizi, della produzione e del commercio al dettaglio. Se il primo fattore ha effetti maggiori e più diretti con ripercussioni occupazionali, il secondo fattore interviene indirettamente determinando una maggiore propensione all’importazione di merci prodotte all’estero.

I timidi segnali di crescita, che si registrano dal 2014, ad oggi sono insufficienti a recuperare nel medio periodo la perdita di produzione industriale accumulatasi negli ultimi nove anni. Le sorti per il miglioramento sembrano affidate soltanto alla piccola e media impresa, al turismo ed all’agricoltura. Il quadro produttivo dell’Italia somiglia sempre più a quello di un Paese marginalizzato o come ha sostenuto il Financial Times di qualche settimana fa con una prospettiva di appartenenza al “Terzo Mondo”.

Nel 1989, quando fu abbattuto il muro di Berlino ed iniziò la globalizzazione, l’Italia era la quinta potenza mondiale.
Sono venuti meno negli ultimi anni importanti fattori come gli investimenti nella ricerca scientifica ed un serio piano di sviluppo industriale per l’Italia in un mercato sempre più globalizzato.

Salvatore Rondello

Istat e Giovani Confindustria ottimisti su crescita

Marco Gay, presidente giovani Confindustria

Marco Gay, presidente giovani Confindustria

L’Italia vede la luce in fondo al tunnel della crisi, a dirlo è non solo l’Istat, ma anche i giovani di Confindustria.

L’Istituto di statistica certifica infatti che ad aprile nel nostro Paese migliora la produzione industriale: l’indice destagionalizzato della produzione industriale è aumentato dello 0,5% rispetto a marzo e nella media del trimestre febbraio-aprile la produzione è cresciuta dello 0,4% rispetto al trimestre precedente. Ma soprattutto l’indice della produzione industriale è aumentato in termini tendenziali, cioè rispetto allo scorso anno, dell’1,8% e nella media da gennaio ad aprile la produzione è aumentata dell’1,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Buone notizie insomma specie per alcuni settori: i comparti che registrano la maggiore crescita tendenziale sono quelli della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+6,3%), della fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (+5,9%) e della fabbricazione di prodotti chimici (+5,2%). Diminuzioni si rilevano, invece, nei settori dell’attività estrattiva (-15,7%), delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-3,3%) e della fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (-1,4%).

A fare eco alle buone notizie dell’Istat ci pensa Marco Gay, presidente dei giovani industriali italiani, che durante il tradizionale convegno di Santa Margherita Ligure ha affermato: “Se in tanti hanno paragonato questi anni di crisi a una guerra oggi forse possiamo dire: la guerra è finita”, scegliendo come immagine simbolo il muro di Berlino. “Oggi quel muro sta crollando”, dice Gay della fase di “stagnazione economica, sociale e politica”. E parlando di passi avanti, come le riforme fatte, sottolinea che “solo qualche anno fa ci sarebbe sembrato impossibile”. Ora che “il muro sta cadendo è il tempo di portare dall’altra parte tutti quelli che non hanno avuto il coraggio o i mezzi per superarlo fino ad oggi”. Adesso “la pace è tutta da costruire”. Gay non ha dimenticato di allargare l’orizzonte a una visione europea: “Niente paura dei cinesi che investono in Italia. Quando arrivano da noi diventano immediatamente imprenditori italiani”. Quello che invece bisogna temere sul serio per il leader dei giovani di Confindustria è la Brexit, bollata come “scelta suicida”.

Liberato Ricciardi

La “Grande Frattura”
e le responsabilità politiche

joseph_stiglitzIl libro di Joseph Stiglitz, “La Grande Frattura. La disuguaglianza e il modo per sconfiggerla”, è una raccolta di contributi pubblicati dall’inizio della “Grande recessione” che ha colpito l’economia mondiale nel 2008; essi hanno come filo conduttore il problema della “Grande Frattura”, ovvero della disuguaglianza distributiva della ricchezza e del reddito, che in tutte le società capitalistiche separa una ristretta minoranza dal resto della popolazione. Tuttavia, tutti i contributi, pur trattando prevalentemente gli aspetti economici della disuguaglianza, sono scritti nell’assunto che non sia possibile separare nettamente la politica dall’economia; dalla loro lettura affiora di continuo la descrizione dei nessi profondi esistenti tra politica ed economia, ovvero la descrizione degli effetti negativi del circolo vizioso che tali nessi alimentano ed amplificano; ciò perché un aumento della disuguaglianza economica si traduce in una crescente disuguaglianza politica, mentre un aumento di quest’ultima aumenta ulteriormente la prima.

I nessi che sono all’origine del circolo vizioso sono costituiti dall’interazione di quattro fenomeni, individuati da Siglitz nella disuguaglianza distributiva che si è creata in gran parte dei Paesi capitalisticamente avanzati, nella cattiva gestione delle singole economie, nella globalizzazione e nella qualità del ruolo del settore pubblico e del mercato. La crescente disuguaglianza è stata causa ed effetto della crisi del 2008 e del lungo malessere che ad essa ha fatto seguito. La cattiva gestione delle economie è dipesa dal ruolo negativo svolto dagli interessi particolari nei confronti della politica, sempre più aperta e disponibile a soddisfare gli interessi delle minoranze che detengono la maggior parte della ricchezza accumulata e che catturano la maggior parte del reddito prodotto. La globalizzazione, che se per un verso ha stimolato la crescita, per un altro verso, considerate le condizioni in presenza delle quali si è approfondita ed allargata, ha contribuito all’ampliamento della “Grande Frattura”. Il settore pubblico, sempre più indebitato, ha perso ogni capacità di effettuare interventi equilibratori e ridistributivi, mentre il mercato, sempre più deregolamentato, ha lasciato un crescente spazio al potere monopolistico delle grandi imprese e agli abusi del potere finanziario; fatto, quest’ultimo, che ha consentito alle banche di “darsi a pratiche di sfruttamento” e alle agenzie di rating di praticare comportamenti fraudolenti, fornendo alle banche stesse valutazioni creditizie elevate ed ignorando deliberatamente informazioni che avrebbero potuto condurre a una valutazione meno favorevole del credito concesso.

Il settore finanziario, secondo Stiglitz, è dunque la causa prima di tutto ciò che “è andato storto” nelle economie, essendo stato negli ultimi decenni il principale responsabile della crescita della disuguaglianza, dell’instabilità economica e dell’origine della scarsa performance dei sistemi economici avanzati. La liberalizzazione dei mercati finanziari, ottenuta con la deregolamentazione, “avrebbe dovuto consentire agli esperti di finanza di allocare meglio la scarsità del capitale e di gestire meglio il rischio; il risultato avrebbe dovuto essere una crescita più veloce e stabile”. Sennonché, osserva Stiglitz, è stato difficile fare funzionare bene il sistema economico senza un settore finanziario efficiente; ma il settore finanzio non è stato efficiente a causa della sua deregolamentazione, per cui non è stato possibile impedire, sia il danneggiamento dei risparmiatori e dei consumatori, che il suo orientamento a non assolvere le funzioni che avrebbe dovuto svolgere.

Per rimuovere le regole esistenti, il settore finanziario ha sviluppato una ideologia appropriata; questa ha promosso il convincimento che i mercati, se lasciati a sé stessi, conducono a risultati ottimali e stabili, sino a motivare la politica a liberalizzare ed a privatizzare il patrimonio pubblico, a limitare la tassazione progressiva, sulla base dell’assunto che essa avrebbe avuto degli effetti positivi sugli incentivi ad investire ed a produrre; inoltre, ha contribuito a radicare nel pensiero dei politici che il governo della moneta avrebbe dovuto concentrarsi sul controllo dell’inflazione e non sulla creazione di posti di lavoro. Infine, le scelte politiche “suggerite” dal settore finanziario hanno condotto alla grande recessione del 2008, a seguito della quale l’attenzione prevalentemente concentrata sull’urgenza di contenere i deficit dei conti pubblici ha condotto la politica a decidere tagli della spesa pubblica, che hanno danneggiato i cittadini, con la soppressione di molti diritti sociali e con l’aumento della povertà assoluta e relativa; effetti, questi ultimi, che a loro volta hanno aggravato gli esiti della recessione economica.

Alla responsabilità del settore finanziario nella determinazione della grande recessione del 2008, a parere di Stiglitz, va aggiunta la responsabilità di molti economisti; in particolare, di quelli che hanno concorso ad affermare il convincimento neoliberista che i mercati sarebbero riusciti a funzionare meglio, se lasciati liberi, in quanto dotati di forze intrinseche autoregolatrici.

Per porre un freno all’aggravamento della “Grande Frattura”, secondo Stiglitz, sarà necessario riportare il funzionamento dell’economia alla normalità, favorendo il supporto della formazione di un tasso di risparmio compatibile con il rilancio della crescita e dello sviluppo dell’economia, avendo sempre presente che un aumento del tasso di risparmio costituisce un fatto positivo per il rilancio della crescita e dello sviluppo a medio-lungo termine, mentre lo è meno se valutato nel breve termine. Il denaro risparmiato è denaro non speso, e se non viene speso, il motore dell’economia non “gira” a sufficienza; è questo il motivo, per cui le misure pubbliche finalizzate a migliorare il tasso di risparmio devono essere accompagnate da misure di altra natura, quali lo scoraggiamento dei consumi a debito, l’aumento delle tasse gravanti su grandi patrimoni, il rafforzamento della protezione sociale per i meno abbienti e il finanziamento di maggiori investimenti in istruzione, tecnologia e infrastrutture.

Stiglitz ritiene che l’insieme dei provvedimenti indicati sarebbe solo un primo passo per iniziare a porre rimedio alla “Grande Frattura”, costituendo questa l’ostacolo che soffoca qualsiasi tentativo di rimettere il sistema economico sulla via della crescita e dello sviluppo; sono diverse le ragioni, sempre secondo Stiglitz, per cui questo ostacolo, sin che durerà nel tempo, impedirà la ripresa. La più immediata è che la base della piramide sociale è troppo debole per trainare, con il consumo, la crescita economica; in secondo luogo, a causa dell’erosione del potere d’acquisto, le famiglie della base della piramide sociale, non sono più in grado di investire nel loro futuro; inoltre, la contrazione della quota del reddito prodotto dalla parte più povera del sistema sociale limita il gettito fiscale; infine, la disuguaglianza procede di pari passo con più frequenti cicli economici, che rendono incerti ed instabili la crescita e lo sviluppo.

Stiglitz avverte che i provvedimenti appena indicati possono essere attuati secondo diverse strategie di crescita e sviluppo. In primo luogo, si dovrà tener conto che la crescita e lo sviluppo non possono essere conseguiti attraverso il solo innalzamento del PIL, e devono inoltre risultare sostenibili: non sarebbero tali, se il loro perseguimento fosse basato “sul degrado ambientale, su consumi sfrenati finanziati attraverso il debito, sullo sfruttamento di risorse naturali sempre più esigue, senza reinvestirne i proventi”. In secondo luogo, crescita e sviluppo devono essere inclusivi ed arrecare benefici alla maggioranza della popolazione, risultando strumentali alla rimozione del convincimento della validità del “trickle down”, ovvero dell’effetto a cascata; ciò perché un semplice aumento del PIL può comportare un peggioramento, anziché un miglioramento, della situazione economica per la maggior parte dei cittadini.

Inoltre, la crescita e lo sviluppo devono essere perseguiti attraverso il potenziamento della protezione sociale, considerato che nelle economie moderne le iniziative dei cittadini comportano l’assunzione di rischi che i singoli non possono assumersi, se non sono adeguatamente protetti. Ancora, è necessario un ruolo attivo dallo Stato in termini più incisivi che nel passato, considerato che senza l’iniziativa pubblica è molto difficile che siano effettuati gli investimenti nelle infrastrutture moderne senza le quali risulta impensabile qualsiasi ipotesi di crescita e sviluppo; ipotesi la cui concretizzazione va perseguita in presenza di mercati ben regolati: se questi sono lasciati liberi nel loro modo di operare senza alcuna regola, non funzioneranno bene, come ha ampiamente dimostrato l’esperienza vissuta in occasione della grande recessione, della quale il mondo sta ancora subendo gli esiti negativi.

Nel saggio di Stiglitz un aspetto meritevole di particolare considerazione è l’affermazione secondo la quale la crescita e lo sviluppo possono essere perseguiti attraverso innovazioni tecnologiche, che non siano quelle effimere, realizzate negli anni passati nel settore finanziario, ma quelle in grado di contribuire al miglioramento effetto del benessere dei cittadini. A tal fine, a parere di Stiglitz, sarà necessario che l’attività innovativa non sia lasciata esclusivamente all’iniziativa privata; se ciò accadesse, tale attività finirebbe per essere guidata dalla redditività immediata dell’innovazione: il parametro del rendimento immediato non è quello socialmente più appropriato per calcolare il contributo netto dell’innovazione, sia alla crescita ed allo sviluppo di medio-lungo periodo, sia al miglioramento della qualità della vita dei cittadini. È quest’ultima ragione che giustifica, in particolare, la necessità che, nei processi innovativi che si svolgono all’interno dell’intero sistema economico, sia lo Stato ad assumerne la guida.

Ironia della sorte, nei dibattiti suscitati dalla crisi ancora in corso nel nostro Paese, si parla del ruolo dello Stato imprenditore-innovatore come fosse una novità, dimenticando che la presenza dello Stato come regolatore e stabilizzatore dell’economia è sempre stata una caratteristica del sistema economico nazionale; ciò ha consentito all’Italia di modernizzarsi, sino a trasferirsi dalla periferia del mondo e diventare uno dei principali sistemi economici dell’intera area mondiale. I guai del nostro Paese, guarda caso, sono iniziati proprio nel momento in cui la destra e la sinistra politiche si sono arrese al neoliberismo, sacrificando e distruggendo tutto ciò che l’”economia mista” aveva assicurato al sistema sociale italiano: crescita, sviluppo, Stato sociale, inclusione e solidarietà, della cui perdita si lamentano oggi gli esiti negativi.

Gianfranco Sabbatini

Onu: le prime vittime
delle crisi sono le donne

UnfpaSessanta milioni di persone costrette a fuggire dai loro Paesi per situazioni di crisi, la cifra più alta dalla seconda guerra mondiale, circa un miliardo vive in zone di conflitto, oltre 100 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria, di questi 26 milioni sono donne. Questi alcuni dei dati contenuti nel rapporto annuale UNFPA sullo stato della popolazione, presentato in contemporanea mondiale e di cui Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo) ha curato, come di consueto, il lancio e la versione italiana.

Al centro del rapporto di quest’anno, dal titolo “Al riparo della tempesta. Un’agenda innovativa per le donne e le ragazze in un mondo in continua emergenza”, i bisogni delle donne e delle ragazze durante una crisi umanitaria. Sono infatti le donne e le ragazze che alle drammatiche conseguenze di un conflitto o di una catastrofe naturale aggiungono violenze, stupri, schiavitù, emarginazione sociale. A parlare ancora una volta sono i numeri: 507 morti quotidiane per complicazioni legate alla gravidanza e al parto, tre su cinque morti materne avvengono in situazioni di disastro naturale o conflitto, il 60 per cento delle persone denutrite e il 77 per cento delle bambine analfabete vivono in Stati fragili o in situazione post-conflitto, dove si verificano anche il 70 per cento delle morti infantili e il 64 per cento dei parti non assistiti da personale qualificato.
“Quando la protezione di famiglia e comunità viene a mancare – ha detto Giulia Vallese, rappresentante dell’UNFPA nell’illustrare il rapporto – donne e ragazze sono più vulnerabili. Troppo spesso in queste situazioni i loro bisogni, dall’assistenza medica, all’esigenza di avere servizi igienici separati e quindi sicuri, alla necessità di assorbenti, vengono trascurati e le conseguenze sono drammatiche”.

Situazione resa ancor più grave dal fatto che ormai non si tratta più di emergenza, bensì di crisi protratte che. in alcuni casi. vanno avanti da quasi vent’anni. “Il sistema di assistenza umanitaria – ha detto il Direttore generale per la Cooperazione allo sviluppo Giampaolo Cantini – non è più in grado di far fronte a tutte le necessità, perché con il moltiplicarsi delle aree di conflitto ci troviamo di fronte a un enorme impegno finanziario. A questo si aggiunge che, proprio in quei luoghi dove ci sarebbe più bisogno, gli operatori umanitari non sono riconosciuti come tali e non possono accedervi”.

Le ONG arrivano dove possono, come nel caso di Aidos che ha avviato un progetto in Giordania per le rifugiate siriane. “Nell’ambito della cooperazione internazionale italiana, il primo documento triennale di programmazione previsto dalla nuova legge di cooperazione 125/2014 non riporta riferimenti alla salute sessuale e riproduttiva”, ha detto la presidente dell’Aidos Maria Grazia Panunzi “l’Italia ha ora la possibilità di riconfermare il suo impegno a considerare prioritario l’empowerment delle donne, anche con il finanziamento di programmi specifici volti a garantire servizi per la salute sessuale e riproduttiva”.

Da parte sua Pia Locatelli, coordinatrice dell’Intergruppo parlamentare Salute globale e diritti delle donne, ha sottolineato l’impegno a farsi portavoce di queste istanze, anche con provvedimenti legislativi, così come è avvenuto per la campagna contro le mutilazioni genitali femminili o la mozione sui matrimoni forzati.

Quattro le raccomandazioni dell’Unfpa. Per prima cosa bisogna soddisfare tutti i bisogni più urgenti e riconoscere che la salute delle donne e i loro diritti non possono essere trattati come un ‘ripensamento’. Se una donna vive o muore durante una crisi e se la sua dignità è protetta dipende troppo spesso dall’accesso o meno a servizi sanitari compresi quelli sessuali e riproduttivi, nonché di prevenzione da violenza. In secondo luogo, occorre aumentare gli investimenti per la prevenzione delle crisi future: ad oggi, solamente cinque centesimi di un dollaro vengono spesi per prevenzione e preparazione, 60 centesimi per l’assistenza umanitaria immediata, mentre i rimanenti 35 sono spesi per al ricostruzione e riabilitazione.
Ancora, bisogna investire nella ‘resilienza’ – di governi, istituzioni, comunità ed individui: una via per favorire la capacità di recupero è attraverso uno sviluppo inclusivo ed equo e che rispetti i diritti di tutte e tutti. Il quarto punto, forse il più importante, è abbattere il muro che separa l’assistenza umanitaria dallo quella allo sviluppo.
Questo tipo di politiche, secondo l’Unfpa, possano aiutare a creare un mondo dove donne e ragazze non sono più svantaggiate su molteplici fronti ma dove abbiano i mezzi per realizzare il loro pieno potenziale – prima, durante e dopo una crisi.

Cecilia Sanmarco

Nel 2015 aumenta il risparmio delle famiglie

Risparmio-famiglieIn Italia ancora una famiglia su 4 è colpita dalla crisi e un italiano su 10 si trova in una condizione di indigenza assoluta. Tuttavia i nuovi dati pubblicati dall’Acri-Ipsos lasciano intravedere un po’ di luce. Per la prima volta dal 2011, il numero dei soddisfatti della propria situazione economica supera quello degli insoddisfatti.

L’indagine Acri-Ipsos sul risparmio offre uno scenario di miglioramento per gli italiani e il loro tenore di vita. In particolare, uno su 3, cioè il 36% degli intervistati, ha fiducia nel futuro dell’Italia  e di una ripresa economica, contro il 27% di sfiduciati. I giovani sono quelli che hanno dato risposte positive. L’atteggiamento di spesa, se prima era per un oculato risparmio, ora è più rilassato e sempre di più tornano ad acquistare beni e servizi. Tutto ciò si verifica tra le classi medie e più abbienti, e quindi con una fascia di reddito medio- alto, che oscilla tra i 50mila e i 70mila euro lordi l’anno.

La voci che registrano un incremento dei consumi notevole riguardano soprattutto la telefonia, il settore auto e l’elettronica. Ciononostante una famiglia su 4, cioè il 23, risponde che non riuscirebbe a far fronte a una spesa improvvisa di mille euro utilizzando proprie risorse, e quindi alla ricerca di un mini-finanziamento per saldare eventuali debiti o ritardi di pagamenti.

Altro dato rilevato dall’intervista Acri-Ipsos è la soddisfazione degli italiani per la moneta unica. Il 71%, vale a dire circa 3 italiani su 4, ha risposto negativamente sull’euro, anche se la maggior parte degli intervistati crede che la moneta comunitaria sarà utile sul lungo periodo. A credere che tra 20 anni l’euro sarà un vantaggio è il 51%, mentre il 36% pensa che l’euro sarà uno svantaggio anche tra 20 anni. Inoltre, il 13% sostiene di non avere un’opinione in merito.

Gli umori degli italiani sembrano non additare l’Europa come la causa della crisi nazionale; solo il 4% imputa ogni responsabilità all’Unione Europea. Il 48%, invece, sostiene che la causa della crisi risieda nel malgoverno del Paese negli ultimi 20 anni, soprattutto per non aver apportato le riforme strutturali e istituzionali necessarie. Ultimo dato rilevante è un 26% di intervistati che sostiene la ciclicità delle crisi dovute al sistema finanziario ed economico costituitosi dagli anni ’80, cioè agli albori della globalizzazione.

I dati rilevati dall’indagine Acri-Ipsos sono indicativi e parzialmente attendibili, dato il campione ristretto. Purtroppo, facendo un giro tra le zone sub-urbane di ogni città d’Italia, si riscontrano degrado e un malfunzionamento quasi totale di servizi pubblici, oltre che a scene quotidiane di nuovi poveri che rovistano nella spazzatura. La Politica italiana guarda al macrosistema economico, mentre andrebbero risolti i microproblemi di ogni giorno. È inutile cercare dei finanziatori internazionali, in quanto essi investiranno i loro capitali in borsa in un titolo finanziario, non sulle persone. I veri finanziatori investono su strutture fisiche, non digitali, su persone e lavoratori, non in base a stime e diagrammi cartesiani.

Manuele Franzoso