Onu: produzione industriale Italia da ‘Terzo Mondo’

produzione-industrialeNel periodo dal 2007 al 2016, la produzione industriale in Italia è scesa del 22%. Il dato include i timidi segnali di ripresa del 2014 e 2015 in cui il PIL complessivamente cresce di circa un punto percentuale. La decrescita è superiore a quella di Francia e Germania calcolata per lo stesso periodo e con gli stessi algoritmi. Oltre agli effetti della crisi economica mondiale, dovremmo chiederci quali fattori hanno contribuito a determinare in Italia il calo della produzione industriale. Principalmente sono intervenuti due fattori. Un fattore è la cosiddetta internazionalizzazione della produzione che ha visto molte aziende industriali di dimensioni medio-grandi e qualcuna di grandissime dimensioni come la FIAT trasferire parte della produzione all’estero.

L’altro fenomeno è l’invasione di aziende straniere che hanno acquistato importanti aziende italiane sia nel settore dei servizi, della produzione e del commercio al dettaglio. Se il primo fattore ha effetti maggiori e più diretti con ripercussioni occupazionali, il secondo fattore interviene indirettamente determinando una maggiore propensione all’importazione di merci prodotte all’estero.

I timidi segnali di crescita, che si registrano dal 2014, ad oggi sono insufficienti a recuperare nel medio periodo la perdita di produzione industriale accumulatasi negli ultimi nove anni. Le sorti per il miglioramento sembrano affidate soltanto alla piccola e media impresa, al turismo ed all’agricoltura. Il quadro produttivo dell’Italia somiglia sempre più a quello di un Paese marginalizzato o come ha sostenuto il Financial Times di qualche settimana fa con una prospettiva di appartenenza al “Terzo Mondo”.

Nel 1989, quando fu abbattuto il muro di Berlino ed iniziò la globalizzazione, l’Italia era la quinta potenza mondiale.
Sono venuti meno negli ultimi anni importanti fattori come gli investimenti nella ricerca scientifica ed un serio piano di sviluppo industriale per l’Italia in un mercato sempre più globalizzato.

Salvatore Rondello

Istat e Giovani Confindustria ottimisti su crescita

Marco Gay, presidente giovani Confindustria

Marco Gay, presidente giovani Confindustria

L’Italia vede la luce in fondo al tunnel della crisi, a dirlo è non solo l’Istat, ma anche i giovani di Confindustria.

L’Istituto di statistica certifica infatti che ad aprile nel nostro Paese migliora la produzione industriale: l’indice destagionalizzato della produzione industriale è aumentato dello 0,5% rispetto a marzo e nella media del trimestre febbraio-aprile la produzione è cresciuta dello 0,4% rispetto al trimestre precedente. Ma soprattutto l’indice della produzione industriale è aumentato in termini tendenziali, cioè rispetto allo scorso anno, dell’1,8% e nella media da gennaio ad aprile la produzione è aumentata dell’1,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Buone notizie insomma specie per alcuni settori: i comparti che registrano la maggiore crescita tendenziale sono quelli della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+6,3%), della fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (+5,9%) e della fabbricazione di prodotti chimici (+5,2%). Diminuzioni si rilevano, invece, nei settori dell’attività estrattiva (-15,7%), delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-3,3%) e della fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (-1,4%).

A fare eco alle buone notizie dell’Istat ci pensa Marco Gay, presidente dei giovani industriali italiani, che durante il tradizionale convegno di Santa Margherita Ligure ha affermato: “Se in tanti hanno paragonato questi anni di crisi a una guerra oggi forse possiamo dire: la guerra è finita”, scegliendo come immagine simbolo il muro di Berlino. “Oggi quel muro sta crollando”, dice Gay della fase di “stagnazione economica, sociale e politica”. E parlando di passi avanti, come le riforme fatte, sottolinea che “solo qualche anno fa ci sarebbe sembrato impossibile”. Ora che “il muro sta cadendo è il tempo di portare dall’altra parte tutti quelli che non hanno avuto il coraggio o i mezzi per superarlo fino ad oggi”. Adesso “la pace è tutta da costruire”. Gay non ha dimenticato di allargare l’orizzonte a una visione europea: “Niente paura dei cinesi che investono in Italia. Quando arrivano da noi diventano immediatamente imprenditori italiani”. Quello che invece bisogna temere sul serio per il leader dei giovani di Confindustria è la Brexit, bollata come “scelta suicida”.

Liberato Ricciardi

La “Grande Frattura”
e le responsabilità politiche

joseph_stiglitzIl libro di Joseph Stiglitz, “La Grande Frattura. La disuguaglianza e il modo per sconfiggerla”, è una raccolta di contributi pubblicati dall’inizio della “Grande recessione” che ha colpito l’economia mondiale nel 2008; essi hanno come filo conduttore il problema della “Grande Frattura”, ovvero della disuguaglianza distributiva della ricchezza e del reddito, che in tutte le società capitalistiche separa una ristretta minoranza dal resto della popolazione. Tuttavia, tutti i contributi, pur trattando prevalentemente gli aspetti economici della disuguaglianza, sono scritti nell’assunto che non sia possibile separare nettamente la politica dall’economia; dalla loro lettura affiora di continuo la descrizione dei nessi profondi esistenti tra politica ed economia, ovvero la descrizione degli effetti negativi del circolo vizioso che tali nessi alimentano ed amplificano; ciò perché un aumento della disuguaglianza economica si traduce in una crescente disuguaglianza politica, mentre un aumento di quest’ultima aumenta ulteriormente la prima.

I nessi che sono all’origine del circolo vizioso sono costituiti dall’interazione di quattro fenomeni, individuati da Siglitz nella disuguaglianza distributiva che si è creata in gran parte dei Paesi capitalisticamente avanzati, nella cattiva gestione delle singole economie, nella globalizzazione e nella qualità del ruolo del settore pubblico e del mercato. La crescente disuguaglianza è stata causa ed effetto della crisi del 2008 e del lungo malessere che ad essa ha fatto seguito. La cattiva gestione delle economie è dipesa dal ruolo negativo svolto dagli interessi particolari nei confronti della politica, sempre più aperta e disponibile a soddisfare gli interessi delle minoranze che detengono la maggior parte della ricchezza accumulata e che catturano la maggior parte del reddito prodotto. La globalizzazione, che se per un verso ha stimolato la crescita, per un altro verso, considerate le condizioni in presenza delle quali si è approfondita ed allargata, ha contribuito all’ampliamento della “Grande Frattura”. Il settore pubblico, sempre più indebitato, ha perso ogni capacità di effettuare interventi equilibratori e ridistributivi, mentre il mercato, sempre più deregolamentato, ha lasciato un crescente spazio al potere monopolistico delle grandi imprese e agli abusi del potere finanziario; fatto, quest’ultimo, che ha consentito alle banche di “darsi a pratiche di sfruttamento” e alle agenzie di rating di praticare comportamenti fraudolenti, fornendo alle banche stesse valutazioni creditizie elevate ed ignorando deliberatamente informazioni che avrebbero potuto condurre a una valutazione meno favorevole del credito concesso.

Il settore finanziario, secondo Stiglitz, è dunque la causa prima di tutto ciò che “è andato storto” nelle economie, essendo stato negli ultimi decenni il principale responsabile della crescita della disuguaglianza, dell’instabilità economica e dell’origine della scarsa performance dei sistemi economici avanzati. La liberalizzazione dei mercati finanziari, ottenuta con la deregolamentazione, “avrebbe dovuto consentire agli esperti di finanza di allocare meglio la scarsità del capitale e di gestire meglio il rischio; il risultato avrebbe dovuto essere una crescita più veloce e stabile”. Sennonché, osserva Stiglitz, è stato difficile fare funzionare bene il sistema economico senza un settore finanziario efficiente; ma il settore finanzio non è stato efficiente a causa della sua deregolamentazione, per cui non è stato possibile impedire, sia il danneggiamento dei risparmiatori e dei consumatori, che il suo orientamento a non assolvere le funzioni che avrebbe dovuto svolgere.

Per rimuovere le regole esistenti, il settore finanziario ha sviluppato una ideologia appropriata; questa ha promosso il convincimento che i mercati, se lasciati a sé stessi, conducono a risultati ottimali e stabili, sino a motivare la politica a liberalizzare ed a privatizzare il patrimonio pubblico, a limitare la tassazione progressiva, sulla base dell’assunto che essa avrebbe avuto degli effetti positivi sugli incentivi ad investire ed a produrre; inoltre, ha contribuito a radicare nel pensiero dei politici che il governo della moneta avrebbe dovuto concentrarsi sul controllo dell’inflazione e non sulla creazione di posti di lavoro. Infine, le scelte politiche “suggerite” dal settore finanziario hanno condotto alla grande recessione del 2008, a seguito della quale l’attenzione prevalentemente concentrata sull’urgenza di contenere i deficit dei conti pubblici ha condotto la politica a decidere tagli della spesa pubblica, che hanno danneggiato i cittadini, con la soppressione di molti diritti sociali e con l’aumento della povertà assoluta e relativa; effetti, questi ultimi, che a loro volta hanno aggravato gli esiti della recessione economica.

Alla responsabilità del settore finanziario nella determinazione della grande recessione del 2008, a parere di Stiglitz, va aggiunta la responsabilità di molti economisti; in particolare, di quelli che hanno concorso ad affermare il convincimento neoliberista che i mercati sarebbero riusciti a funzionare meglio, se lasciati liberi, in quanto dotati di forze intrinseche autoregolatrici.

Per porre un freno all’aggravamento della “Grande Frattura”, secondo Stiglitz, sarà necessario riportare il funzionamento dell’economia alla normalità, favorendo il supporto della formazione di un tasso di risparmio compatibile con il rilancio della crescita e dello sviluppo dell’economia, avendo sempre presente che un aumento del tasso di risparmio costituisce un fatto positivo per il rilancio della crescita e dello sviluppo a medio-lungo termine, mentre lo è meno se valutato nel breve termine. Il denaro risparmiato è denaro non speso, e se non viene speso, il motore dell’economia non “gira” a sufficienza; è questo il motivo, per cui le misure pubbliche finalizzate a migliorare il tasso di risparmio devono essere accompagnate da misure di altra natura, quali lo scoraggiamento dei consumi a debito, l’aumento delle tasse gravanti su grandi patrimoni, il rafforzamento della protezione sociale per i meno abbienti e il finanziamento di maggiori investimenti in istruzione, tecnologia e infrastrutture.

Stiglitz ritiene che l’insieme dei provvedimenti indicati sarebbe solo un primo passo per iniziare a porre rimedio alla “Grande Frattura”, costituendo questa l’ostacolo che soffoca qualsiasi tentativo di rimettere il sistema economico sulla via della crescita e dello sviluppo; sono diverse le ragioni, sempre secondo Stiglitz, per cui questo ostacolo, sin che durerà nel tempo, impedirà la ripresa. La più immediata è che la base della piramide sociale è troppo debole per trainare, con il consumo, la crescita economica; in secondo luogo, a causa dell’erosione del potere d’acquisto, le famiglie della base della piramide sociale, non sono più in grado di investire nel loro futuro; inoltre, la contrazione della quota del reddito prodotto dalla parte più povera del sistema sociale limita il gettito fiscale; infine, la disuguaglianza procede di pari passo con più frequenti cicli economici, che rendono incerti ed instabili la crescita e lo sviluppo.

Stiglitz avverte che i provvedimenti appena indicati possono essere attuati secondo diverse strategie di crescita e sviluppo. In primo luogo, si dovrà tener conto che la crescita e lo sviluppo non possono essere conseguiti attraverso il solo innalzamento del PIL, e devono inoltre risultare sostenibili: non sarebbero tali, se il loro perseguimento fosse basato “sul degrado ambientale, su consumi sfrenati finanziati attraverso il debito, sullo sfruttamento di risorse naturali sempre più esigue, senza reinvestirne i proventi”. In secondo luogo, crescita e sviluppo devono essere inclusivi ed arrecare benefici alla maggioranza della popolazione, risultando strumentali alla rimozione del convincimento della validità del “trickle down”, ovvero dell’effetto a cascata; ciò perché un semplice aumento del PIL può comportare un peggioramento, anziché un miglioramento, della situazione economica per la maggior parte dei cittadini.

Inoltre, la crescita e lo sviluppo devono essere perseguiti attraverso il potenziamento della protezione sociale, considerato che nelle economie moderne le iniziative dei cittadini comportano l’assunzione di rischi che i singoli non possono assumersi, se non sono adeguatamente protetti. Ancora, è necessario un ruolo attivo dallo Stato in termini più incisivi che nel passato, considerato che senza l’iniziativa pubblica è molto difficile che siano effettuati gli investimenti nelle infrastrutture moderne senza le quali risulta impensabile qualsiasi ipotesi di crescita e sviluppo; ipotesi la cui concretizzazione va perseguita in presenza di mercati ben regolati: se questi sono lasciati liberi nel loro modo di operare senza alcuna regola, non funzioneranno bene, come ha ampiamente dimostrato l’esperienza vissuta in occasione della grande recessione, della quale il mondo sta ancora subendo gli esiti negativi.

Nel saggio di Stiglitz un aspetto meritevole di particolare considerazione è l’affermazione secondo la quale la crescita e lo sviluppo possono essere perseguiti attraverso innovazioni tecnologiche, che non siano quelle effimere, realizzate negli anni passati nel settore finanziario, ma quelle in grado di contribuire al miglioramento effetto del benessere dei cittadini. A tal fine, a parere di Stiglitz, sarà necessario che l’attività innovativa non sia lasciata esclusivamente all’iniziativa privata; se ciò accadesse, tale attività finirebbe per essere guidata dalla redditività immediata dell’innovazione: il parametro del rendimento immediato non è quello socialmente più appropriato per calcolare il contributo netto dell’innovazione, sia alla crescita ed allo sviluppo di medio-lungo periodo, sia al miglioramento della qualità della vita dei cittadini. È quest’ultima ragione che giustifica, in particolare, la necessità che, nei processi innovativi che si svolgono all’interno dell’intero sistema economico, sia lo Stato ad assumerne la guida.

Ironia della sorte, nei dibattiti suscitati dalla crisi ancora in corso nel nostro Paese, si parla del ruolo dello Stato imprenditore-innovatore come fosse una novità, dimenticando che la presenza dello Stato come regolatore e stabilizzatore dell’economia è sempre stata una caratteristica del sistema economico nazionale; ciò ha consentito all’Italia di modernizzarsi, sino a trasferirsi dalla periferia del mondo e diventare uno dei principali sistemi economici dell’intera area mondiale. I guai del nostro Paese, guarda caso, sono iniziati proprio nel momento in cui la destra e la sinistra politiche si sono arrese al neoliberismo, sacrificando e distruggendo tutto ciò che l’”economia mista” aveva assicurato al sistema sociale italiano: crescita, sviluppo, Stato sociale, inclusione e solidarietà, della cui perdita si lamentano oggi gli esiti negativi.

Gianfranco Sabbatini

Onu: le prime vittime
delle crisi sono le donne

UnfpaSessanta milioni di persone costrette a fuggire dai loro Paesi per situazioni di crisi, la cifra più alta dalla seconda guerra mondiale, circa un miliardo vive in zone di conflitto, oltre 100 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria, di questi 26 milioni sono donne. Questi alcuni dei dati contenuti nel rapporto annuale UNFPA sullo stato della popolazione, presentato in contemporanea mondiale e di cui Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo) ha curato, come di consueto, il lancio e la versione italiana.

Al centro del rapporto di quest’anno, dal titolo “Al riparo della tempesta. Un’agenda innovativa per le donne e le ragazze in un mondo in continua emergenza”, i bisogni delle donne e delle ragazze durante una crisi umanitaria. Sono infatti le donne e le ragazze che alle drammatiche conseguenze di un conflitto o di una catastrofe naturale aggiungono violenze, stupri, schiavitù, emarginazione sociale. A parlare ancora una volta sono i numeri: 507 morti quotidiane per complicazioni legate alla gravidanza e al parto, tre su cinque morti materne avvengono in situazioni di disastro naturale o conflitto, il 60 per cento delle persone denutrite e il 77 per cento delle bambine analfabete vivono in Stati fragili o in situazione post-conflitto, dove si verificano anche il 70 per cento delle morti infantili e il 64 per cento dei parti non assistiti da personale qualificato.
“Quando la protezione di famiglia e comunità viene a mancare – ha detto Giulia Vallese, rappresentante dell’UNFPA nell’illustrare il rapporto – donne e ragazze sono più vulnerabili. Troppo spesso in queste situazioni i loro bisogni, dall’assistenza medica, all’esigenza di avere servizi igienici separati e quindi sicuri, alla necessità di assorbenti, vengono trascurati e le conseguenze sono drammatiche”.

Situazione resa ancor più grave dal fatto che ormai non si tratta più di emergenza, bensì di crisi protratte che. in alcuni casi. vanno avanti da quasi vent’anni. “Il sistema di assistenza umanitaria – ha detto il Direttore generale per la Cooperazione allo sviluppo Giampaolo Cantini – non è più in grado di far fronte a tutte le necessità, perché con il moltiplicarsi delle aree di conflitto ci troviamo di fronte a un enorme impegno finanziario. A questo si aggiunge che, proprio in quei luoghi dove ci sarebbe più bisogno, gli operatori umanitari non sono riconosciuti come tali e non possono accedervi”.

Le ONG arrivano dove possono, come nel caso di Aidos che ha avviato un progetto in Giordania per le rifugiate siriane. “Nell’ambito della cooperazione internazionale italiana, il primo documento triennale di programmazione previsto dalla nuova legge di cooperazione 125/2014 non riporta riferimenti alla salute sessuale e riproduttiva”, ha detto la presidente dell’Aidos Maria Grazia Panunzi “l’Italia ha ora la possibilità di riconfermare il suo impegno a considerare prioritario l’empowerment delle donne, anche con il finanziamento di programmi specifici volti a garantire servizi per la salute sessuale e riproduttiva”.

Da parte sua Pia Locatelli, coordinatrice dell’Intergruppo parlamentare Salute globale e diritti delle donne, ha sottolineato l’impegno a farsi portavoce di queste istanze, anche con provvedimenti legislativi, così come è avvenuto per la campagna contro le mutilazioni genitali femminili o la mozione sui matrimoni forzati.

Quattro le raccomandazioni dell’Unfpa. Per prima cosa bisogna soddisfare tutti i bisogni più urgenti e riconoscere che la salute delle donne e i loro diritti non possono essere trattati come un ‘ripensamento’. Se una donna vive o muore durante una crisi e se la sua dignità è protetta dipende troppo spesso dall’accesso o meno a servizi sanitari compresi quelli sessuali e riproduttivi, nonché di prevenzione da violenza. In secondo luogo, occorre aumentare gli investimenti per la prevenzione delle crisi future: ad oggi, solamente cinque centesimi di un dollaro vengono spesi per prevenzione e preparazione, 60 centesimi per l’assistenza umanitaria immediata, mentre i rimanenti 35 sono spesi per al ricostruzione e riabilitazione.
Ancora, bisogna investire nella ‘resilienza’ – di governi, istituzioni, comunità ed individui: una via per favorire la capacità di recupero è attraverso uno sviluppo inclusivo ed equo e che rispetti i diritti di tutte e tutti. Il quarto punto, forse il più importante, è abbattere il muro che separa l’assistenza umanitaria dallo quella allo sviluppo.
Questo tipo di politiche, secondo l’Unfpa, possano aiutare a creare un mondo dove donne e ragazze non sono più svantaggiate su molteplici fronti ma dove abbiano i mezzi per realizzare il loro pieno potenziale – prima, durante e dopo una crisi.

Cecilia Sanmarco

Nel 2015 aumenta il risparmio delle famiglie

Risparmio-famiglieIn Italia ancora una famiglia su 4 è colpita dalla crisi e un italiano su 10 si trova in una condizione di indigenza assoluta. Tuttavia i nuovi dati pubblicati dall’Acri-Ipsos lasciano intravedere un po’ di luce. Per la prima volta dal 2011, il numero dei soddisfatti della propria situazione economica supera quello degli insoddisfatti.

L’indagine Acri-Ipsos sul risparmio offre uno scenario di miglioramento per gli italiani e il loro tenore di vita. In particolare, uno su 3, cioè il 36% degli intervistati, ha fiducia nel futuro dell’Italia  e di una ripresa economica, contro il 27% di sfiduciati. I giovani sono quelli che hanno dato risposte positive. L’atteggiamento di spesa, se prima era per un oculato risparmio, ora è più rilassato e sempre di più tornano ad acquistare beni e servizi. Tutto ciò si verifica tra le classi medie e più abbienti, e quindi con una fascia di reddito medio- alto, che oscilla tra i 50mila e i 70mila euro lordi l’anno.

La voci che registrano un incremento dei consumi notevole riguardano soprattutto la telefonia, il settore auto e l’elettronica. Ciononostante una famiglia su 4, cioè il 23, risponde che non riuscirebbe a far fronte a una spesa improvvisa di mille euro utilizzando proprie risorse, e quindi alla ricerca di un mini-finanziamento per saldare eventuali debiti o ritardi di pagamenti.

Altro dato rilevato dall’intervista Acri-Ipsos è la soddisfazione degli italiani per la moneta unica. Il 71%, vale a dire circa 3 italiani su 4, ha risposto negativamente sull’euro, anche se la maggior parte degli intervistati crede che la moneta comunitaria sarà utile sul lungo periodo. A credere che tra 20 anni l’euro sarà un vantaggio è il 51%, mentre il 36% pensa che l’euro sarà uno svantaggio anche tra 20 anni. Inoltre, il 13% sostiene di non avere un’opinione in merito.

Gli umori degli italiani sembrano non additare l’Europa come la causa della crisi nazionale; solo il 4% imputa ogni responsabilità all’Unione Europea. Il 48%, invece, sostiene che la causa della crisi risieda nel malgoverno del Paese negli ultimi 20 anni, soprattutto per non aver apportato le riforme strutturali e istituzionali necessarie. Ultimo dato rilevante è un 26% di intervistati che sostiene la ciclicità delle crisi dovute al sistema finanziario ed economico costituitosi dagli anni ’80, cioè agli albori della globalizzazione.

I dati rilevati dall’indagine Acri-Ipsos sono indicativi e parzialmente attendibili, dato il campione ristretto. Purtroppo, facendo un giro tra le zone sub-urbane di ogni città d’Italia, si riscontrano degrado e un malfunzionamento quasi totale di servizi pubblici, oltre che a scene quotidiane di nuovi poveri che rovistano nella spazzatura. La Politica italiana guarda al macrosistema economico, mentre andrebbero risolti i microproblemi di ogni giorno. È inutile cercare dei finanziatori internazionali, in quanto essi investiranno i loro capitali in borsa in un titolo finanziario, non sulle persone. I veri finanziatori investono su strutture fisiche, non digitali, su persone e lavoratori, non in base a stime e diagrammi cartesiani.

Manuele Franzoso

L’ottimismo di Padoan: l’Italia sta uscendo dalla crisi

Padoan-crescita ItaliaPadoan sfoggia ottimismo e vede rosa per il futuro. “L’economia italiana sta uscendo dalla crisi: i numeri sono incoraggianti” sia in termini di “crescita, che di occupazione, che di redditi delle famiglie”. Ha detto il ministro dell’Economia in un videointervento nel convegno EY a Capri, aggiungendo che c’è “ancora qualche fatica” per i “problemi accumulati nel tempo”. Ma il peggio è passato. Padoan ha ricordato la fase positiva che sta attraversando l’economia italiana, ma ha anche aggiunto che l’uscita dalla crisi avviene “con qualche fatica, perchè l’Italia deve affrontare due problemi: uscire dalla crisi finanziaria globale che ci ha portato via quasi 10 punti di pil e affrontare problemi accumulati nel tempo molto prima della crisi, come i ritardi negli investimenti sedimentati uno sull’altro, che oggi rendono difficile la ripresa al di là di certi limiti”.

Il ministro ha sottolineato che “l’Italia ha enormi potenzialità e il compito della politica del governo è sfruttarle e farle esplodere in senso positivo”. Per questo, la politica del governo si poggia “su molti pilastri: riduzione fiscale, agenda di riforme strutturali, priorità data al sostegno alle imprese anche in termini di semplificazione perché possano investire di più”.

Il tutto affermato nel giorno in cui la Camera dà il rinvio del pareggio di bilancio. Quella regola capestro imposta dalla Ue e accettata da Berlusconi poco prima dell’arrivo del governo Monti quando lo spread era elle stelle. Il via libera della Camera al rinvio del pareggio di bilancio è stato indicato dal governo con la nota di aggiornamento al Def. La risoluzione, che aveva bisogno della maggioranza assoluta (316 voti favorevoli) è passata con 342 sì e 159 contrari. Il pareggio di bilancio viene così rinviato al 2018 e contemporaneamente si dà autorizzazione ad aumentare il rapporto deficit/Pil programmatico “nei limiti massimi indicati” nella relazione che accompagna la nota di aggiornamento al Def, cioè al 2,4% (dal 2,2% attualmente previsto), tenendo conto anche dell’ulteriore flessibilità che potrebbe essere concessa dalla Ue per il cosiddetto ‘sconto migranti’, (un ulteriore 0,2%).

E sempre oggi è iniziato l’esame della nota di aggiornamento del Def con il via libera della Camera alla risoluzione di maggioranza. La risoluzione, passata con 339 sì, 159 no e 6 astenuti, impegna il governo tra l’altro anche a prorogare gli sgravi per le assunzioni stabili e a introdurre flessibilità in uscita per le pensioni. Nella risoluzione la maggioranza chiede al governo di neutralizzare tutte le clausole di salvaguardia e di procedere con l’annunciato taglio di Tasi, Imu agricola. Ma anche di prevedere, già con la prossima legge di Stabilità, misure volte a “introdurre elementi di flessibilità” per l’uscita dal mondo del lavoro, che non siano “eccessivamente penalizzanti” e che garantiscano “trattamenti pensionistici adeguati”. Rispetto alla prima bozza del documento, diventa più ‘soft’ la richiesta di intervento sugli esodati, visto che non si parla più di intervento “definitivo” ma di un generico “intervento”.

Ma nello stesso giorno è arrivato il dato di un’indagine di Eurostat sulle forze lavoro potenziali da cui risulta che “in Italia oltre a 3,1 milioni di disoccupati ci sono 3,3 milioni di persone che non cercano impiego pur dicendosi disponibili a lavorare. La percentuale di questi “sfiduciati” nel nostro Paese è al 13% della forza lavoro nel secondo trimestre 2015, un dato quasi quattro volte quello Ue a 28 (3,7%). Il dato italiano sulle persone che pur disponibili a un impiego non cercano si confronta con l’1,2% in Germania, il 2,4% in Francia e il 3,9% in Spagna. L’Eurostat calcola tra le forze lavoro potenziali non solo coloro che non cercano pur essendo disponibili a lavorare ma anche chi cerca ma non è immediatamente disponibile (in Italia solo lo 0,4% della forza lavoro pari a circa 100.000 persone contro l’1% in Europa) e le persone sottoccupate in un part time involontario (3,1% in Italia, circa 780.000 persone, a fronte del 4,2% dell’Ue a 28).

In Italia resta basso il tasso di occupazione complessivo (solo il 56,3% delle persone tra i 15 e i 64 anni) anche se in lieve crescita nel secondo trimestre e larga l’area dell’inattività. Coloro che sono disponibili a lavorare ma non cercano attivamente lavoro, sono cresciuti tra il secondo trimestre 2012 e lo stesso periodo del 2015 di quasi mezzo milione di unità da 2.847.000 a 3.325.000 persone. Tra questi gli scoraggiati, ovvero coloro che dichiarano di non cercare pensando di non riuscire a trovare un posto di lavoro nel secondo trimestre 2015 erano 1.572.000 persone (da 1.286.000 di tre anni prima). La percentuale di coloro che non cercano pur essendo disponibile è cresciuta nell’ultimo anno di 0,4 punti in Italia a fronte del -0,1 punti nell’Ue a 28.

Redazione Avanti!

 

Governo. Obiettivo 2018

Lotti-Nencini“Governo. Obiettivo 2018”. Questo il titolo del dibattito – svoltosi durante la seconda giornata della Festa dell’Avanti! in corso a Roma, a Villa Osio – che ha visto la partecipazione di Riccardo Nencini, segretario nazionale del Psi, nonché viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, e Luca Lotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Introdotto da Mauro Del Bue e moderato da Fabio Martini de “La Stampa” l’incontro ha toccato diversi temi: dalle riforme all’emergenza migranti, passando per la Legge di Stabilità di prossimo e

RIFORME – Sull’attività parlamentare da poco ripresa, Nencini ha ricordato che due sono le scadenze del Parlamento: in primo luogo la riforma del Senato, che deve essere chiara, sicura e stabile; poi la legge sulle unioni civili e, contestualmente, la Legge di Stabilità”. Il sottosegretario Lotti ha voluto sottolineare la necessità di superare “il bicameralismo perfetto – il cui meccanismo, che prevede il passaggio da una Camera all’altra per apportare anche le più piccole modifiche, – tende a bloccare l’attività parlamentare”. Lotti ha poi aggiunto che “se sarà necessario ci rivolgeremo ad altre forze politiche. Sicuramente ci sono problemi all’interno del partito – ha ammesso – ma siamo disponibili alla discussione, per individuare alternative, ma senza allungare i tempi. Sono certo che troveremo la quadra: questa è una riforma necessaria e importante per il Paese”. Il sottosegretario ha poi aggiunto che non esistono “né pallottolieri, né conte di voti”.

EMERGENZA MIGRANTI – Sul tema dell’emergenza immigrazione, in particolare la svolta Merkel e la tenuta del governo sulla linea della distribuzione dei migranti, il segretario del Psi ha sottolineato che – “reagendo in questo modo, l’Europa si sta assumendo le sue responsabilità”, indicando la necessità di rivedere gli accordi di Dublino e il diritto di asilo. Lotti ha fatto presente che oggi – dopo un anno – “l’Italia è presa a esempio, e l’Europa ci sta dando ragione sul fatto che il problema dell’immigrazione non è un problema solo italiano, bensì europeo”.

LEGGE DI STABILITA’ – E’ stato poi affrontato il tema della Legge di Stabilità che arriverà a breve, e che secondo Nencini “sarà significativa per gli investimenti che prevede, e per il pacchetto degli incentivi fiscali che passano attraverso la defiscalizzazione”. Lotti ha inoltre sottolineato che con la manovra – in particolare il taglio sull’Imu – sarà in grado di far ripartire il prodotto interno, dando slancio ai cittadini”.

Silvia Sequi

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Futuro non ‘entusiasmante’
per la Regione Sardegna

EconomiaDi recente è stato presentato dal CRENoS,  il “22° Rapporto 2015” sull’economia della Sardegna; in esso si “analizza nel dettaglio il contesto economico” sul quale sono basate le previsioni formulate dai suoi estensori. In realtà, si tratta di previsioni espresse al condizionale, dato che la situazione economica regionale, per quanto non presenti ulteriori tendenze al deterioramento rispetto all’anno passato, continua ad offrire prospettive poco incoraggianti.

Gli analisti hanno però trovato qualche segnale incoraggiante nel fatto che le aspettative, riferite al sistema economico nazionale, di un futuro più roseo, “soprattutto in termini di maggiore occupazione e migliori condizioni di lavoro, sembrerebbero finalmente basarsi su elementi concreti”, espressi da fattori interni (Jobs Act) ed esterni (effetto Expo, calo del prezzo del petrolio, politiche monetari comunitarie permissive e riduzione del tasso di cambio euro rispetto al dollaro) che inducono a prevedere che qualche effetto positivo possa “ricadere” anche sulla Sardegna. Gli analisti, però, riguardo alla possibilità che ciò possa accadere mettono subito le mani avanti per precauzione, considerando che sempre le previsioni del governo italiano si “sono rivelate sistematicamente più ottimistiche” sugli effetti attesi rispetto a quelli reali; fatto, questo, che li induce ad affermare che “la cautela è d’obbligo”, in quanto l’incertezza nei confronti del sistema economico italiano è ancora molto alta.

In questo quadro, poco rassicurante per l’economia dell’intero Paese, le prospettive dell’economia della Sardegna, autonomamente considerata, non lasciano spazio ad alcuna previsione sia in termini di crescita che in termini di occupazione. Le stime della crescita per il 2015 sono ancora negative (-0,4%) ed inferiori alla media nazionale, in parte addolcite dalla previsione dell’uscita dalla recessione dell’economia regionale nel 2016, in considerazione del fatto che appare possibile che la Sardegna possa sperimentare una timida crescita pari allo 0,3%.

I dati relativi al mercato del lavoro inducono gli analisti a scorgere solo “indizi che, con cauto ottimismo, possono essere interpretati come l’inizio di un’inversione di tendenza”. Tra questi indizi, uno di un qualche rilievo è individuato nella dinamica “delle attivazioni e cessazioni di rapporti di lavoro”; tale dinamica evidenzia, da una parte, una crescita sia dei rapporti attivati che di quelli cessati (considerata come sintomo di un maggior dinamismo del mercato del lavoro), mentre, dall’altra, fa emergere un tasso di crescita delle attivazioni maggiore di quello delle cessazioni. Quest’ultimo fatto, secondo gli analisti, si presta ad essere interpretato come “una rinnovata fiducia da parte delle imprese sarde”, che sembra essere confermata dalla diminuzione delle ore di “Cassa Integrazione in Deroga”.

Gli indizi positivi relativi al mercato del lavoro originano soprattutto dalle buone performance dei comparti del commercio, degli alberghi e dei ristoranti, per via dell’impatto positivo esercitato su di essi dal comparto del turismo che, nel 2014, ha presentato un aumento degli arrivi e delle presenze; alla performance positiva del turismo, secondo gli analisti del CRENOS, si deve forse anche il notevole aumento delle esportazioni del comparto agricolo e di quello delle attività agro-alimentari, dovuto probabilmente all’”effetto vetrina” che i turisti attivano, contribuendo in tal modo a favorire la ripresa dell’occupazione.

Tra gli aspetti positivi viene anche sottolineato, come avviene da anni, dacché in Sardegna è sorta Tiscali, la buona performance dell’Isola relativamente al comparto dell’ICT, sebbene, osservano gli analisti, da questo comparto “non si possa certo aspettare lo stesso impatto occupazionale dell’industria manifatturiera”, ma solo possibili ricadute positive in termini di conoscenza tecnologica e di spirito innovativo.

Nel complesso, tuttavia, gli analisti riconoscono che i pochi elementi positivi riscontrati riguardo alle condizioni attuali in cui versa il sistema economico regionale non sono sufficienti per permettere “di assumere un atteggiamento di ottimismo incondizionato sugli andamenti futuri delle principali grandezze economiche”; ciò anche in considerazione, da un lato, della persistente eccessiva frammentazione del tessuto imprenditoriale sardo, che continua a registrare “un sottodimensionamento delle imprese”, nonché una quota di addetti che lavorano in micro-imprese nettamente superiore a quella media nazionale e, dall’altro lato, della scarsa fiducia dei soggetti economici nei confronti delle istituzioni pubbliche.

L’analisi degli aspetti reali compiuta dagli analisti di CRENOS risulta confermata dall’analisi compita dal punto di vista finanziario dall’annuale rapporto della Banca d’Italia, “L’economia della Sardegna”. Dal punto di vista del mercato del credito, il 2014 è stato caratterizzato da una contrazione dei finanziamenti concessi alla clientela; essi sono diminuiti del 2,5%, anche se il fenomeno è risultato in attenuazione rispetto al 2013. La persistente debolezza della domanda di finanziamenti ha pesato sulla dinamica del credito ai comparti produttivi, soprattutto verso quello delle costruzioni, caratterizzato, tra l’altro, da un’elevata incidenza di nuove esposizioni deteriorate; per contro, i depositi detenuti presso le banche dalle famiglie e dalle imprese, hanno continuato ad aumentare seguendo una dinamica simile al quella media nazionale; gli effetti di questo sintomo avrebbero dovuto costituire uno stimolo per orientare gli analisti di CRENOS a tentare di analizzare quali siano le possibili destinazioni del risparmio regionale, al fine di suggerire al governo della Sardegna le possibili azioni per un suo proficuo impiego all’interno dell’Isola.

E’ questo un punto dolente della politica regionale volta a promuovere la crescita e lo sviluppo dell’Isola; sulla bassa propensione ad investire dei sardi un ruolo importante è sicuramente esercitato dalla fiducia dei cittadini nei riguardi delle pubbliche istituzioni. Su questo aspetto, gli analisti del CRENOS si limitano a riferire dei risultati di un’indagine condotta da Nicholas Charron, Lewis Dijkstra e Victor Lapuente nel corso del 2014, tramite la somministrazione di un questionario a un campione di cittadini degli Stati membri dell’Unione Europea; l’indicatore di qualità delle istituzioni è stato costruito con l’unione di tre sotto-indicatori relativi alla corruzione percepita dai cittadini, all’imparzialità del sistema dei servizi pubblici e alla qualità del sistema istituzionale. L’indicatore ha espresso livelli bassi di qualità istituzionale per l’intera Italia, ma con differenze marcate con riferimento alle singole regioni. La Sardegna si è classificata al 178° posto sulle 206 regioni prese in esame e al 14° posto rispetto alle 21 regioni in cui è suddivisa dal punto di vista amministrativo il Paese.

La debolezza della Sardegna da quest’ultimo punto di vista è confermato dai risultati di una recente ricerca di Livia De Giovanni e Francesca G.M. Sica, pubblicati sulla “Rivista di Politica Economica, X-XII/2014”, col titolo “Attrattività e competitività dei territori italiani”. L’Isola, secondo i risultati delle due ricercatrici, occupa il 15 posto nella classifica delle regioni italiane stilata in funzione dell’attrattività, registrando punti di debolezza per tutti i parametri presi in esame e posizionandosi in penultima ed ultima posizione rispettivamente per “salute” e “infrastrutture”.

Sarebbe utile che il Rapporto CRENOS iniziasse ad orientare l’attenzione verso l’individuazione dei “centri” all’interno della struttura istituzionale complessiva della regione che alimentano la corruzione o che sono all’origine della conservazione di ingiustificati privilegi; fatti, questi, che impediscono la rimozione del suo stato di arretratezza. Ciò consentirebbe di indicare le riforme che sarebbero necessarie ad elevare il livello della qualità del sistema istituzionale.

Il miglioramento delle istituzioni è oggi considerato, non una pre-condizione, come normalmente ha sempre affermato la tradizione degli studi economici, ma un importante “fattore produttivo”, senza il quale risulta impossibile il superamento della stagnazione e dell’arretratezza dei sistemi economici. Accade, infatti, che la bassa qualità delle istituzioni sia la causa delle mancanza delle fiducia e dell’ottimismo che sono gli “ingredienti” che concorrono a fare lievitare la generale mobilitazione di tutte le forze produttive delle quali dispone potenzialmente un’area piccola o grande che sia; forze, queste, che in Sardegna sono state sinora scoraggiate da un’organizzazione istituzionale centralistica e burocratica che è servita solo a soddisfare interessi “particulari” del tutto estranei a quelli dell’intera società civile dell’Isola.

Gianfranco Sabattini 

 

 

Campania: quale futuro
per l’agricoltura?

Vigneto Area FlegreaIndubbiamente, per i Campi  Flegrei, l’agricoltura rappresenta un’attività poco conosciuta. La conformazione del territorio esposto verso il mare tende a spostare gli interessi economici verso quest’ultimo settore, lasciando l’agricoltura la parte dell’economia di terra flegrea, per così dire, marginale. Eppure l’agricoltura nei “Campi  Ardenti”, è legata a tradizioni secolari ed è andata sempre a braccetto con la pesca e la cucina, contribuendo allo sviluppo delle attività commerciali – ristorative, su cui si fonda gran parte dell’economia di molti comuni quali, Pozzuoli,  Bacoli, Monte di Procida e delle vicine isole di Procida ed Ischia.

Purtroppo la crisi finanziaria delle economie globali ha sicuramente “falciato” un settore già provato. Negli ultimi  tempi è  purtroppo diminuito ancora il numero degli agricoltori in produzione e, fra l’altro, i prezzi dei prodotti acquistati dagli agricoltori sono aumentati del 2,1% e quelli dei prodotti venduti sono calati dell’1,5 %. Quindi, per ora, la tendenza già registrata in passato non si ferma, né si stabilizza. Intanto, però, rischiano di scomparire quelle poche medio-piccole imprese, che finora hanno preservato la biodiversità, la località e quindi la cultura dei nostri territori e che hanno il futuro segnato se non ci saranno cambiamenti forti.

L’agricoltura, come gli altri settori dell’economia nazionale, non è immune dai processi di industrializzazione. Ma l’idea che si possa produrre cibo senza contadini è utopica. Cerchiamo di non arrivare a questo.

Rosario Scavetta

Mezzogiorno al collasso. Non si nasce e non c’è lavoro

Mezzogiorno_lavoro_giovani_ferrovieÈ stato pubblicato il rapporto Svimez, elaborato dall’associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, relativo all’anno 2014. I dati sono allarmanti e le prospettive future non rasserenano gli esperti. I consumi nell’Italia meridionale sono stati i due terzi di quelli del Centro-Nord.
Dal 2000 al 2013 l’Italia è stato il Paese dell’Eurozona che è cresciuto meno, +20,6% rispetto alla media europea del +37,3%. Il Bel Paese è cresciuto meno anche della Grecia, ferma a quota +24%. La situazione economico-sociale è sicuramente critica. Infatti il numero degli occupati al Sud arriva a 5,8 milioni, il livello più basso dal 1977. Il balzo indietro di quarant’anni mostra diverse problematiche, tra cui l’affanno del mercato del lavoro, le costanti migrazioni di giovani meridionali verso le regioni del Nord, o addirittura all’estero, e l’incapacità della Politica di invertire la decrescita, sia morale sia economica, del nostro Paese.

Il tasso di disoccupazione nel 2014 in Italia si è attestato al 12,8%, con una media tra il 9,5% del Centro- Nord e il 20,5% del Sud. I posti di lavoro su tutto il territorio nazionale sono cresciuti di 88.400 unità mentre al Sud ne sono stati persi 45mila. Inoltre, degli 811mila lavoratori che hanno perso il lavoro, tra il 2008 e il 2014, ben 576 mila sono residenti nelle regioni meridionali.

I dati relativi alla disoccupazione giovanile al Sud sono ancora più drammatici: tra il 2008 e il 2014 sono stati persi 622mila posti di lavoro tra gli under34 (-31,9%) e ne ha guadagnati 239 mila tra gli over 55. Il tasso di disoccupazione tra gli under 24, vero tallone d’Achille della contemporaneità, è del 56%, un dato più alto anche della Spagna. Il capitolo “povertà” è ancora più angosciante. Basti sapere che negli ultimi tre anni, dal 2011 al 2014, le famiglie italiane assolutamente povere sono cresciute di 390 mila nuclei, con punte del +37,8% al Sud. Nel 2015, un italiano su tre è a rischio povertà.

Il rapporto Svimez, poi, si sofferma sui dati economici. Il settore manifatturiero e quello industriale non sono affatto fuori dalla recessione. L’industria, in senso stretto, segna al Sud un -3,6% mentre il manifatturiero, tra il 2008 e il 2014, ha perso il 34,8% della produzione. Di conseguenza gli investimenti in infrastrutture, servizi marketing e formazione sono calati fino a -59,3%.

In questo scenario si aggiunge anche il sensibile calo delle nascite. A livello demografico al Sud, nel 2014, si sono registrate solo 174 mila nascite. Per trovare un indice così basso di natalità occorre fare un balzo indietro nel tempo di 150 anni, cioè durante l’Unità d’Italia. Le previsioni contenute nel rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno non sono in miglioramento. Davvero difficile da qui dire che siamo fuori dalla crisi.

Manuele Franzoso