Upb: L’economia italiana perde colpi

crisiL’economia italiana perde colpi e cresce l’incertezza e si avvertono segnali di rallentamento ciclico e si profila un progressivo indebolimento della ripresa. In sintesi questo il quadro delineato dall’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio, nella nota sulla congiuntura di ottobre nella quale sottolinea il crescente peso dell’incertezza: “Incombono forti rischi di peggioramento del quadro economico internazionale” si legge nella nota.

La debolezza della fase ciclica si riflette nelle stime dei modelli Upb di breve periodo, che ipotizzano per il terzo trimestre una crescita congiunturale del Pil pari allo 0,1 per cento (in una banda di confidenza simmetrica, compresa tra 0,0 e 0,2 per cento), che risente della volatilità del ciclo industriale e delle incertezze del contesto internazionale.

“Nell’ultimo scorcio d’anno risulterebbe confermata la stessa dinamica produttiva del terzo trimestre, a fronte di margini d’incertezza comunque più elevati – si legge nel documento dell’Upb -. Tale profilo condurrebbe a un incremento del Pil nel 2018, aggiustato per il calendario, dell’1 per cento. Considerando che l’anno in corso ha tre giorni lavorati in più del 2017 la variazione nei conti annuali potrebbe attestarsi all’1,1 per cento”. L’Ufficio parlamentare di bilancio conferma quindi la stima sul 2018, effettuata in occasione dell’esercizio di validazione del quadro macroeconomico contenuto nella NaDef, leggermente al di sotto della previsione del Governo. Le attese di bassa crescita nella seconda metà del 2018 incidono anche sul trascinamento statistico per il prossimo anno, che sulla base delle previsioni per l’anno in corso risulterebbe molto contenuto (0,2 per cento).

Soffermandosi sulle previsioni a breve e medio termine, l’Upb segnala che “incombono significativi e crescenti fattori di rischio collegati ai timori che possano realizzarsi scenari sfavorevoli. A livello internazionale vi è incertezza sugli sviluppi degli interventi protezionistici e sulle tendenze dei mercati delle materie prime energetiche. Resta inoltre forte l’incognita di repentini incrementi dell’avversione al rischio degli operatori dei mercati finanziari, che si ripercuoterebbero rapidamente sul quadro macroeconomico dell’economia italiana”.

Redazione Avanti!

Censis, a causa della crisi gli italiani sono più infelici

Polo unico di tutela della malattia

PUBBLICATI I DATI DEL II TRIMESTRE 2018

È stato recentemente pubblicato l’osservatorio Inps sul polo unico di tutela della malattia contenente i dati relativi al II trimestre 2018.

In questo trimestre si registra un incremento del numero dei certificati in confronto all’analogo lasso di tempo dell’anno precedente per il settore privato (+3,9%) mentre si rileva una diminuzione per il settore pubblico (-2,2%). All’ascesa del numero dei certificati nel settore privato corrisponde un rialzo meno che proporzionale del numero dei giorni di malattia (+1,1%) mentre nel comparto pubblico alla diminuzione del numero dei certificati si osserva un decremento più che proporzionale dei giorni di malattia (-4,8%).

Nel secondo trimestre del 2018, per le visite mediche d’ufficio del settore privato, si osserva, rispetto al trimestre precedente, una drastica contrazione del tasso di idoneità, vale a dire il rapporto tra il numero di visite con esito di idoneità al lavoro e il numero di visite effettuate. Questo indicatore si riduce da 40 a 15 ogni cento visite. Anche il tasso di riduzione prognosi si abbassa in modo marcato passando da 6,3 a 4,2.

Questi risultati sono da imputare, in buona parte, alla sospensione, a partire dal marzo 2018, dell’utilizzo del modello statistico di data mining “Savio” che consentiva all’Inps di concentrare le visite mediche di controllo sui casi in cui è più ragionevole ipotizzare che il certificato medico del lavoratore riporti una prognosi non coerente con lo stato di salute.

A tale riguardo, si ricorda che la sospensione del modello “Savio” è stata decisa a seguito dell’intervento del Garante della privacy il quale ha avviato un procedimento sanzionatorio nei confronti dell’Istituto per la violazione di più norme vigenti a tutela della riservatezza dei dati personali.

A questo proposito, è bene chiarire che, tra le variabili considerate nel modello Savio, non vi sono assolutamente i dati nosologici relativi alla malattia da cui è affetto il lavoratore, dato particolarmente sensibile e quindi soggetto a specifiche restrizioni di trattamento da parte della legislazione sulla privacy.

L’Istituto confida, in ogni caso, nella collaborazione con il Garante della Privacy sotto gli auspici della Commissione Lavoro del Senato (presso la quale sia l’Inps che il Garante sono stati auditi sull’argomento) al fine di trovare una soluzione al problema che da un lato, permetta di tutelare la privacy dei lavoratori e, dall’altro di evitare un ulteriore spreco di risorse pubbliche, consentendo all’Inps di svolgere in maniera efficiente ed efficace le visite mediche di controllo per la malattia.

Assistenza fiscale: nuovo servizio Inps
I contribuenti che hanno presentato il modello 730, indicando l’Inps quale sostituto d’imposta per l’effettuazione dei conguagli fiscali, possono verificare tramite il servizio “Assistenza fiscale (730/4): servizi al cittadino”, presente sul sito istituzionale, le risultanze contabili inviate all’Inps dall’Agenzia dell’Entrate, da caf o associazioni o professionisti abilitati.

Oltre alla funzione di consultazione delle risultanze contabili e delle eventuali trattenute o rimborsi effettuati mensilmente sulle prestazioni erogate in applicazione di tali risultanze, il servizio consentiva inoltre di effettuare on line, entro lo scorso 30 settembre, la richiesta di annullamento e di variazione della seconda rata d’acconto Irpef o della cedolare secca .

Addio carta o mail

ORA IL PERSONALE SI SCEGLIE CON LA VIDEOINTERVISTA

Addio vecchio pezzo di carta e addio anche alla formale, ma impersonale mail. La nuova frontiera del recruitment, ossia del reperimento delle persone da assumere, è video, anzi è un’intervista video. Ad indicare la direzione da intraprendere anche alle piccole e media aziende per ora sono più di 300 grandi aziende presenti in Francia, Europa e Asia che usano piattaforme dedicate come parte integrante del processo di selezione dei futuri impiegati; tra queste imprese ci sono Ing Direct, Burger King, Blablacar, Leroy Merlin, Lvmh, Crédit Agricole, Sephora, Deloitte, Swatch, Cartier, Gazprom.

Principale operatore del mercato per le soluzioni di video recruitment è Visiotalent, una start-up in rapida ascesa fondata nel 2014 dagli imprenditori francesi Gonzague Lefebvre e Louis Coulon. Con sede principale a Lille, Visiotalent ha attualmente di una rete di uffici dislocati nelle città francesi di Parigi, Lione e Nantes, oltre alle nuove aperture di Milano, Madrid e Bruxelles. La piattaforma consente, infatti, ai professionisti delle risorse umane di invitare i candidati a registrare una video intervista online a supporto della propria candidatura, con benefici per le aziende in termini di tempo, costi ed efficacia del processo di selezione. Fin dal suo lancio, Visiotalent è stato utilizzato da centinaia di migliaia di candidati in più di 75 paesi.

I video colloqui sono una pratica sempre più diffusa all’interno del processo di pre-selezione dei candidati. Durante questa prima fase, al candidato viene richiesto di rispondere ad alcune domande predefinite dal selezionatore e di registrare un video tramite webcam o smartphone. Per i recruiter questo sistema è un modo per rendere più efficiente, veloce e meno dispendioso il processo di pre-selezione. Il video colloquio è anche un’occasione unica per i candidati in quanto dà loro la possibilità di esprimersi al di là del proprio cv e mostrare la propria personalità. Il video consente, infatti, di far emergere le ‘soft skills’, oggi importanti quanto le ‘hard skills’, ma impossibili da individuare sulla base di un semplice curriculum.

La nuova frontiera del recruitment in azienda è dunque la videointervista. Ma come affrontare al meglio un video colloquio? Labitalia lo ha recentemente chiesto ad Andrea Pedrini, Country Manager Italia di Visiotalent, azienda leader nel campo del video recruitment. “Innanzitutto, occorre scegliere – ha spiegato Pedrini – l’ambiente adatto. La scelta del luogo in cui registrare il video è molto importante: l’ambiente deve essere confortevole e tranquillo in modo da permettere una registrazione ottimale di suoni e immagini. È consigliabile impostare il telefono in modalità silenziosa, spegnere il televisore e limitare tutti quei rumori di sottofondo che potrebbero creare interruzioni o interferire con la registrazione”. Anche la luce fa la sua parte. “E’ preferibile evitare ambienti bui o eccessivamente illuminati -prosegue- e attenzione anche a non posizionarsi controluce. Lo sfondo deve essere il più neutro e professionale possibile: per esempio, è meglio effettuare la registrazione dal soggiorno, piuttosto che dalla cucina o dal bagno”, ha ricordato Pedrini. Il dispositivo utilizzato – computer o smartphone – deve essere posizionato su una superficie piana e stabile. Non bisogna, infine, scordarsi di verificare che microfono, webcam e connessione Internet funzionino correttamente.

La seconda raccomandazione è di impostare correttamente tutti i dispositivi per far sì che siano “attivi e funzionanti”. “Informazioni sui requisiti tecnici – browser, velocità di connessione Internet, gestione delle impostazioni sono solitamente fornite dal selezionatore o direttamente dal tool di video colloquio. È, comunque, sempre consigliabile fare un test dei dispositivi prima dell’inizio del colloquio”, ha consigliato Pedrini.

Terza cosa importante: “Essere ben preparati e avere fiducia in se stessi e nelle proprie capacità comunicative è la chiave per un colloquio di successo. La maggior parte delle piattaforme di video colloquio permette ai partecipanti di testare in anticipo il tool. Visiotalent, ad esempio, accompagna i candidati, passo dopo passo, durante tutta la fase di preparazione, fornendo loro tutorial specifici, programmi di coaching e un modulo di training che simula l’intervista vera e propria, ma con domande fittizie”.

Quarto suggerimento da esperto: “Essere sintetici – ha detto Pedrini – e andare al ‘dunque’. Il tempo mediamente concesso per rispondere a ciascuna domanda varia tra i trenta secondi e i due minuti. Può sembrare breve, ma è solitamente sufficiente per permettere al candidato di articolare una risposta esaustiva. L’importante è parlare in modo chiaro ed esprimersi correttamente, senza fretta. La risposta deve adattarsi al tempo a disposizione: occorre essere sintetici e utilizzare frasi brevi, motivando le proprie affermazioni (da evitare ‘humm’ e altri tic linguistici). È meglio parlare di tre elementi in dettaglio, piuttosto che di una dozzina senza avere modo di svilupparli”.

Infine, va considerato che “il video colloquio è un’opportunità per distinguersi”, ha osservato Pedrini. “Allo stesso tempo, l’utilizzo di questo tipo di tecnologia – ha proseguito – consente ai selezionatori d’individuare più rapidamente e con maggiore accuratezza il potenziale dei candidati. Non bisogna, inoltre, dimenticarsi che la prima impressione è importante. Un abbigliamento appropriato darà al selezionatore la sensazione che il candidato stia prendendo seriamente la propria candidatura. Il dress code dipende dal settore aziendale: è quindi opportuno informarsi in anticipo sul tipo di abbigliamento richiesto e scegliere un vestiario consono”.

Crisi

CENSIS, ORA ITALIANI PIÙ INFELICI

Aspettative in calo, diseguaglianze sociali, rancore, chiusura e repressione, sullo sfondo di una società che ha rinunciato a consumi e investimenti. Sono queste le caratteristiche dell’eredità lasciata all’Italia dalla crisi del 2008 secondo la ricerca ‘Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo’ condotta dal Censis in collaborazione con Conad.

L’analisi sull’Italia, presentata di recente a Roma, mostra un Paese che nutre un forte disagio per il presente, ha una grande nostalgia del passato (7 italiani su 10 sostengono che si stava meglio prima) ed è incapace di investire nel proprio futuro. Le ragioni sono tante: dalla bassa natalità (dal 1951 a oggi si sono persi 5,7 milioni di giovani), alla progressiva scarsità di reddito (rispetto alla media della popolazione, le famiglie giovani, con meno di 35 anni, hanno un reddito più basso del 15% e una ricchezza inferiore del 41%), dalla crisi sociale allo smarrimento della cultura del rischio personale.

Carlo Pareto

Il mito della decrescita felice immobilizza il Paese

La crisi che blocca l’Italia è economica ma anche sociale e il progetto Censis-Conad si pone l’obiettivo di stimolare l’avvio di una riflessione comune tra tutti gli attori della società civile per dare visibilità e forza a idee e esperienze concrete.

rancorePesante eredità quella della crisi economica del 2008 che sta consegnando l’Italia ad un futuro di paure e rancore, impoverita di quelle fughe in avanti servite nei decenni passati a dare corpo al miracolo economico e ad una potenza economica a livello mondiale. Aspettative decrescenti, diseguaglianze sociali, paura di scendere nella scala sociale hanno generato la società del rancore, una società frammentata, debole, chiusa, regressiva. Che ha rinunciato a consumi e investimenti, motore insostituibile di sviluppo.

È a partire da tale scenario che Censis e Conad uniscono competenze e forze per dare vita ad un progetto di ricerca, comunicazione e confronto aperto a tutti gli attori del vivere sociale – cittadini, politica, istituzioni e imprese – per favorire l’avvio di una riflessione comune che si trasformi in una nuova spinta propulsiva a costruire il futuro di ciascuno e del Paese.
Il progetto è stato presentato stamattina a Palazzo Giustiniani dal responsabile aree politiche sociali del Censis Francesco Maietta. Alla presentazione è seguita la tavola rotonda Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo con il giornalista Luca De Biase, il filosofo Maurizio Ferraris, il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii e l’amministratore delegato di Conad Francesco Pugliese, moderata dalla giornalista Maria Latella.Screenshot 2018-09-26 13.46.53

La crisi che blocca l’Italia è economica ma anche sociale e il progetto Censis-Conad si pone proprio l’obiettivo di stimolare l’avvio di una riflessione comune, portando in evidenza i costi che il Paese pagherà nel caso la società restasse intrappolata nella propria paura, nella nostalgia del passato, nel rancore. Una riflessione che dovrà dare visibilità e forza a idee e esperienze concrete.
Le attività prevedono la valorizzazione delle conoscenze attuali, continuando al contempo a individuare ulteriori fonti specifiche per il progetto; la loro divulgazione, portando la riflessione sui contenuti nei luoghi più significativi del Paese sia per il progetto sia per Conad; un’intensa campagna di comunicazione dando visibilità a tre roadshow territoriali (uno al Nord, uno al Centro e uno al Sud) con il coinvolgimento di stakeholder, testimonial, esperti, referenti istituzionali, politici… e alimentando Osserva Italia di Repubblica.it – l’osservatorio quotidiano sugli stili di vita degli italiani e sulle loro aspettative per il futuro – con notizie, dati e commenti.
A chiusura del progetto, Censis e Conad daranno vita ad un evento di alto profilo culturale e sociale che ruota attorno alla presentazione dell’immaginario collettivo contemporaneo degli italiani, all’incontro con grandi personalità sui temi affrontati, alla consegna del premio Top Imaginary Contest al personaggio pubblico che più ha fatto presa sullo stato d’animo degli italiani e a una lectio magistralis di un personaggio pubblico che incarna al meglio il nuovo immaginario collettivo rivolta agli studenti delle scuole medie superiori e universitari.Screenshot 2018-09-26 13.47.07

«Malanimo, fastidio per gli altri, soprattutto se diversi, e tante paure: ecco l’immaginario collettivo degli italiani oggi, in cui ogni sfida è percepita come una minaccia, mai come una opportunità. L’opposto dei miti, dei sogni e dei desideri dell’Italia dello sviluppo, della ricostruzione e del miracolo economico: un progresso sociale interrotto dalla grande crisi del 2008», afferma il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii. «Un tempo erano tv, cinema e carta stampata a diffondere miti positivi, obiettivi da raggiungere e riti collettivi, mentre oggi domina l’autoreferenzialità di internet e social network. Vincono immaginari personalizzati e reversibili, uniti da risentimento e paura».

«Abbiamo sviluppato questo progetto con il Censis perché siamo interessati ad approfondire la relazione che si instaura tra le persone, tra loro e le comunità di cui sono parte integrante, e che inevitabilmente hanno un impatto sui consumi», sottolinea l’amministratore delegato di Conad Francesco Pugliese. «Serve con urgenza un pensiero di comunità e questo è ciò che ogni cittadino si attende dalla politica e dalle istituzioni. La vera sfida è conoscere a fondo territori e comunità; è saper costruire una relazione a misura dei bisogni della persona, abbandonando la cultura del rancore e la paura che ostacolano la ripresa del Paese per passare a una società con rinnovate aspirazioni e capacità di crescere».

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L’analisi Censis sull’Italia restituisce l’immagine di un Paese che nutre un forte disagio per il presente, ha una grande nostalgia del passato (7 italiani su 10 sostengono che “si stava meglio prima”) ed è incapace di investire nel proprio futuro. Le ragioni sono tante: dalla bassa natalità (dal 1951 a oggi si sono “persi” 5,7 milioni di giovani) alla progressiva scarsità di reddito (rispetto alla media della popolazione le famiglie giovani, con meno di 35 anni di età, hanno un reddito più basso del 15% e una ricchezza inferiore del 41%), dalla crisi sociale allo smarrimento della cultura del rischio personale, indispensabile per rimettere in moto la crescita e i meccanismi di ascesa della scala sociale.
Crescono, alimentati dal rancore, i pregiudizi verso ciò che è “diverso”: 7 italiani su 10 sono contrari al matrimonio con una persona più vecchia di almeno vent’anni o dello stesso sesso, oltre che a quello con persone di differente religione, in particolare islamica. 4 su 10, poi, non vedono di buon occhio l’unione con immigrati, asiatici o africani.
Il 95% degli italiani è convinto che per fare strada nella vita occorra conoscere le persone giuste, oppure provenire da una famiglia agiata (88%, diversamente da tedeschi, 61%; inglesi, 54%; francesi, 44%; svedesi, 38%) o avere fortuna (93% rispetto all’89% dei tedeschi, 77% dei francesi, 69% degli svedesi e 62% degli inglesi).
Eppure nell’ultima fase della recessione e nella timida ripresa congiunturale gli italiani dispongono di una liquidità totale di 911 miliardi di euro (cresciuta di 110 miliardi tra il 2015 e il 2017), pari al valore di un’economia che, nella graduatoria del Pil dei Paesi europei post Brexit, si colloca dopo Germania, Francia e Spagna, ma prima dei Paesi Bassi e della Svezia. Insomma, l’Italia ha smarrito la capacità di guardare avanti e si limita a utilizzare le risorse di cui dispone senza tuttavia seguire un preciso programma. Lo dimostra anche l’incidenza degli investimenti sul Pil scesa al 17,2% e che colloca l’Italia a distanza dalla media europea (20,5% escluso il Regno Unito, 21,1% con il Regno Unito), da Francia (23,5%), Germania (20,1%) e Spagna (21,1%).

NODO SAVONA

savona-mattarellatagliatoResta il nodo del ministero dell’Economia. Da una parte le insistenze di Lega e 5 Stelle decisi a non mollare sul nome di Paolo Savona e dall’altra le resistenze del Quirinale. Il premier incaricato, Giuseppe Conte, è salito nel pomeriggio al Colle per provare a mediare con il presidente della Repubblica. Il nome dell’economista non convince del tutto Sergio Mattarella, soprattutto per le sue posizioni critiche sull’euro. L’incontro dunque non è per scogliere la riserva o per la presentazione della lista dei Ministri bensì si tratta ancora di un incontro informale, interlocutorio, durante il quale Conte riferirà al capo dello Stato gli sviluppi delle trattative per la formazione della lista dei ministri.

La giornata di oggi per Conte è stata, ancora una volta, complessa. Prima l’incontro – durato oltre 90 minuti – in via Nazionale, a Roma, con il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, “in cui si è discusso dello stato dell’economia italiana”. Poi il vertice con Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Dopo l’incontro con i due leader, Conte non aveva escluso di poter tornare già oggi a riferire al presidente Mattarella: “Al Colle oggi? Vedremo…”. “Procede tutto per il meglio – ha assicurato Di Maio -. L’incontro è andato bene. Sulla squadra di governo la parola spetta al presidente Conte e al presidente della Repubblica”. Alla domanda se sia disposto a rinunciare al superministero del Lavoro, Di Maio ha risposto: “Non mi pare si stia discutendo di nomi, si sta discutendo dell’assetto di governo per realizzare il programma elettorale. Quando giurerà la squadra? Questo dovete chiederlo al presidente”. Al termine della riunione Conte è andato via in taxi seguito dalla scorta, così come era arrivato. “Abbiamo doverosamente parlato dello stato dell’economia italiana – ha detto Conte ai cronisti – c’è stato un aggiornamento”. Il premier incaricato ha poi ricordato che la prossima settimana ci sarà la relazione finale di Banca d’Italia.

Ma il nodo evidentemente non è solo quella Savona. A complicare il quadro arrivano le pressioni di Bruxelles accompagnate dai primi segnali di impazienza della commissione. A pensare che soli pochi giorni fa era arrivato qualche segnale di incoraggiamento. La preoccupazione di Bruxelles è evidentemente in crescita sia per lo stallo che non si sblocca sia per le dichiarazioni di programma che vogliono mettere insieme politiche tali da mandare all’aria i conti dello Stato. Tanto che lo spread in pochi giorni è tornata superare quota 200.

“Risalire una china per cinque lunghi anni come l’Italia ha fatto – ha detto il presidente del Consiglio uscente Paolo Gentiloni – non è semplice: purtroppo ad andare fuori strada non servono cinque anni ma pochi mesi, a volte poche settimane”. “Bisogna curare le ferite ancora aperte – ha aggiunto – ma farlo cercando di andare avanti, mantenere qualità, responsabilità e impegni nell’azione di governo. Credo sia molto importante e sia l’unico messaggio che è giusto mandare al governo che nei prossimi giorni sostituirà quello che io ho presieduto”. Ma la preoccupazione è anche dell’Europa: “L’Italia non si comporti da irresponsabile – ha detto Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione a margine dell’Ecofin –.  Sul governo italiano prima di tutto dobbiamo vedere le proposte politiche concrete, il programma di stabilità che il governo deve presentare. Ma il nostro messaggio dalla Commissione è molto chiaro: è importante che l’Italia continui a rispettare politiche macroeconomiche e di bilancio responsabili”.

La velocità del cambiamento ha messo il mondo fuori controllo

Thomas_Hylland_Eriksen01_3032In “Fuori controllo. Un’antropologia del cambiamento accelerato”, Thomas Hylland Eriksen, antropologo norvegese, sostiene che l’alta velocità con cui il mondo sta cambiando mette capo ad una modernità che non ha bisogno di essere spiegata,; ciò perché è essa stessa “a includere il cambiamento”, sebbene quest’ultimo per molti decenni sia stato “sinonimo di progresso” e la narrazione che di esso veniva fatta facesse “propri gli elementi del miglioramento e dello sviluppo”. Quando ciò accadeva, la storia aveva un verso certo, che però negli ultimi decenni è diventato un’incognita; per cui l’”entusiasmo per lo sviluppo si è smorzato”, facendo riemergere delle piaghe, quali la povertà e le disuguaglianze distributive che si pensava fossero sul punto d’essere definitivamente rimosse.
La guerra e i conflitti sociali dominano oggi i rapporti tra i gruppi sociali esistenti all’interno dei singoli Paesi e tra i Paesi stessi, mentre le ideologie che li giustificano dominano la scena politica e quella culturale, inducendo l’opinione pubblica a pensare che le previsioni ottimistiche di molti economisti sia il risultato dell’impiego di una disciplina, la loro, divenuta in fatto di previsioni priva di credibilità scientifica. Inoltre, nonostante molti dei Paesi che maggiormente stanno sperimentando il cambiamento ad alta velocità siano retti da regimi democratici, gran parte dei loro cittadini – sostiene Eriksen – avverte che alcune trasformazioni, determinate da provvedimenti governativi, si sono verificate senza alcuna consultazione.
Molti mutamenti, che nel passato hanno concorso a migliorare le nostre condizioni di vita, si sono rivelati, a lungo andare, delle “armi a doppio taglio”, nel senso che essi, dopo essere stati recepiti positivamente, si sono poi rivelati causa di disagi esistenziali crescenti; a conferma di quanto ciò sia vero, basta pensare, come esempio paradigmatico, che l’energia a basso costo, resa accessibile nel recente passato dal progresso tecnologico, dopo aver favorito lo sviluppo delle industrie automobilistiche e migliorato la mobilità dei cittadini, si è trasformata, oggi, in causa dell’inquinamento ambientale e del cambiamento climatico.
Le vecchie idee sul progresso economico e sociale, che un tempo costituivano le principali ideologie di ogni orientamento politico, hanno perso la loro attualità; in particolare l’ideologia della sinistra, che storicamente ha sempre fatto proprie le istanze di riscatto dal bisogno e di equità distributiva, oggi si trova a dconfrontarsi con altre istanze delle quali è portatrice la modernizzazione del mondo contemporaneo, per via del fatto che, nella complessità dei moderni sistemi economici avanzati, un provvedimento assunto per fare fronte a una situazione non più desiderabile ha spesso – afferma Eriksen – “conseguenze impreviste più rilevanti” dei risultati attesi.
Tutto ciò rende difficile l’attività di governo volta a regolare le dinamiche economiche e sociali, anche perché chi si trova a ricoprire uno status ruolo di responsabilità pubblica può con una sua decisione “cambiare la vita di migliaia di persone con un tratto di penna”; ciò però significa che se chi decide tenesse conto del punto di vista di chi ne subisce le conseguenze, probabilmente la consultazione varrebbe a cambiare la decisone stessa. In altri termini, a parere di Eriksen, nel mondo contemporaneo, a causa della sua complessità, le decisioni prese “su piccola scala” (a livello dei cittadini) sono costantemente in conflitto con le decisioni di “scala più ampia” (quella del decisore pubblico), nel senso che ciò che può rappresentare un bene da un punto di vita globale, o astratto, può non esserlo da un punto di vista locale, o particolare.
Il contrasto tra le scale di riferimento è causato, in modo generalizzato, dalla globalizzazione, la cui governance sacrifica eccessivamente gli stati di bisogno locali; ciò, con riferimento ai molti problemi dell’umanità (quali il clima, le migrazioni, le disuguaglianze distributive e la crescita), è fonte di molti conflitti, a causa appunto dell’impatto che la soluzione globale dei problemi ha sulla percezione dei risultati a livello locale.
A parere di Eriksen, la responsabilità della mancata conciliazione tra le esigenze avvertite a livello delle due scale, quella globale e quella locale, è imputabile al regime ideologico del neoliberismo, “attualmente in auge, egemonico e globale”, il quale sostiene che tutte le questioni dell’esistenza, per essere affrontate razionalmente, devono essere tradotte “in questioni economiche e gestionali”; ciò, al fine di evitare “il dibattito sui problemi “sensibili”, quali quelli connessi con la giustizia sociale e le condizioni necessarie al benessere duraturo dell’umanità, considerata in tutte le sue articolazioni culturali.
In tal modo, il neoliberismo si caratterizza oggi per essere l’ideologia che ha causato la diffusione nel mondo di problemi connessi a “processi fuori controllo”, all’interno di aggregati umani diversi, ma interconnessi tra loro; ciò significa – afferma Eriksen – che la dinamica economica avviene in assenza di automatismi che “ne stabiliscano il limite massimo”. L’esempio più chiaro di processo fuori controllo è offerto, secondo Eriksen, dalla finanziarizzazione dei mercati, la cui “natura di commercio di beni fittizi […], unita all’irregolare ma frequente scoppio di bolle, assicura la costante instabilità del sistema a livello globale”.
La spinta a gestire la soluzione dei problemi a livello di scale superiori è intrinseca alla globalizzazione, i cui critici privilegiano invece soluzioni realizzate a livello di scale inferiori. Per Eiksen, la maggior parte dei “conflitti di scala” del mondo attuale avvengono quando le comunità locali avvertono d’essere “prevaricate da interessi di larga scala, quando le urgenze quotidiane di breve periodo hanno priorità rispetto alla sopravvivenza di lungo periodo, o quando le creazione di impiego a livello locale conta più della sostenibilità ambientale”.
Per spiegare il frequente “scoppio” di conflitti tra portatori di istanze globali e portatori di istanze locali, il termine “scontro di civiltà”, secondo Eriksen, non è adeguato, perché manca di descrivere esattamente i motivi dei conflitti più frequenti del mondo contemporaneo; l’assunto dello scontro di civiltà considera le differenze culturali come la forza scatenante e la causa primaria dei conflitti che esplodono lungo le “linee di faglia” che separano le civiltà, mentre pochi, “per non dire nessuno dei conflitti di cui siamo spettatori oggi si sviluppano lungo queste linee di faglia”.
Se è vero che molti conflitti coinvolgono comunità caratterizzate da culture diverse, è altrettanto vero che una parte dei conflitti avviene all’interno di comunità omogenee sul piano culturale; è, questa, la ragion per cui, per Eriksen, “il concetto di scontro tra ordini di grandezza” risulta più chiaro, versatile e utile nel decifrare le frizioni e le tensioni provocate dal neoliberismo globale.
Affrontare i problemi nella prospettiva di una scala più alta significa risolvere in termini ottimali i problemi del mondo; è, questo, un altro assunto sul quale è basato il successo dell’ideologia neoliberista, condivisa dalle oligarchie mondiali, che rinvengono la “bontà” della globalizzazione nella sua capacità di “rendere congruenti la scala politica e quella cognitiva, attraverso l’identificazione delle comunità nazionali in un una comunità globale”, plasmata questa in modo conforme agli interessi delle stesse oligarchie.
Le oligarchie sostengono perciò che salire di scala per la soluzione dei problemi economici sia sempre conveniente per tutti, senza considerare che ciò che può essere valutato conveniente a livello di scala superiore, può non esserlo a livello delle economie locali che ne subiscono le conseguenze. Il sacrificio delle economie periferiche, provocando la percezione da parte delle popolazioni locali d’essere prevaricate, si traduce in sicura fonte di reazione, che conduce inevitabilmente alla proposizione di alternative a livello locale.
La conseguenza dei conflitti, riconducibili alla diversa valutazione degli effetti della soluzione dei problemi economici a scale diverse, è che i portatori di interessi locali sono costretti ad effettuare una scelta e ogni qualvolta ciò accade – afferma l’antropologo Eriksen – la maggior parte degli individui “sceglie di fidarsi della propria esperienza piuttosto che degli eminenti dati degli esperti”, per poi determinare colpe e responsabilità.
In ogni caso, osserva Eriksen, se è vero che nelle società contemporanee complesse la conoscenza dei problemi da risolvere è spesso oggetto di contestazione, a seconda che essi siano affrontati a livello globale o a livello locale, non è meno vero che la contestazione è frequente anche a un medesimo livello di scala. Da ciò deriva che trovare colpe e responsabilità di quanto accade a un qualsiasi livello di scala non sia mai facile.
In ogni caso, al di là della ricerca del livello di scala più conveniente per la soluzione dei problemi, resta il fatto che l’esperienza evidenzia come la storia della modernità realizzata ad alta velocità sia “storia della dominazione e della prevaricazione della piccola scala da parte della grande scala”. Se si vogliono eliminare i conflitti, piuttosto che indugiare nella ricerca di quale sia la scala più conveniente per la soluzione dei problemi continuamente creati dalla dinamica della società complessa, occorre accettare – afferma Eriksen – la presenza di “universi culturali in conflitto, che cambiano a velocità diverse, e che riescono solo raramente a sincronizzarsi” e prendere coscienza di ciò che la storia degli ultimi decenni ha evidenziato: “ciò che giova a livello locale può rivelarsi catastrofico se proiettato a livello globale, e ciò che ha senso globalmente potrebbe rivelarsi catastrofico localmente”.
Oggi, ciò di cui si avverte il bisogno nella governance della economia integrata globalmente, conclude Eriksen, è che le risposte a tutti i problemi siano il risultato di un “processo continuo di ibridazione o creolizzazione culturale”; è, questa, una prospettiva radicalmente diversa da quella di stampo neoliberista, che vorrebbe gli esseri umani di tutto il mondo sempre più simili gli uni agli altri; occorre contrastarla una tale prospettiva, partendo dal presupposto che la globalizzazione non crea necessariamente delle “persone globali” e non produce esiti univoci, così come vorrebbero far credere i neoliberisti; cioè, non si tratta di un fenomeno che standardizza la percezione degli stati di bisogno degli uomini, rendendoli sensibili solo a prescrizioni preconfezionate; ragione, questa, che non esclude che, a livello locale, possano esistere esseri umani dotati di “una fibra culturale propria, unica e complessa”.
Per realizzare una governance globale dei problemi del mondo, realmente alternativa a quella sinora imposta dall’ideologia neoliberista, Eriksen si limita a suggerire la maturazione di un’”etica cosmopolita”, che orienti gli uomini di “buona volontà” a maturare la “capacità di ascoltare” la periferia; risorsa, questa, che sinora ha scarseggiato nel mondo contemporaneo.
L’auspicio dell’antropologo norvegese è senza alcun dubbio condivisibile; rimane però il convincimento che, nei confronti delle oligarchie neoliberiste, la sola “etica cosmopolita” non sia una risorsa sufficiente a ricondurre le soluzioni dei problemi complessi del mondo contemporaneo sotto la diretta responsabilità politica degli uomini, al pari di quanto accadeva prima che la velocità del cambiamento portasse il mondo, a causa dell’ideologia neoliberista, fuori da ogni possibile controllo.

La ripresa economica senza nuova occupazione

cerco lavoro disoccupazioneDopo un decennio di crisi, l’economia italiana sembra dare segni di ripresa: il PIL tende, sia pure stentatamente, a crescere; le esportazioni, che secondo alcuni osservatori hanno “salvato l’Italia” durante la crisi, aumentano; ma l’occupazione resta al palo. All’apparente contraddizione l’”Espresso” del 13 agosto scorso dedica due articoli: uno, “Il lavoro dov’è”, di Luca Piana e Francesco Sironi ed un altro, “Quanta propaganda sulle statistiche”, che riporta il testo di un colloquio di Luca Piana con Enrico Giovannini, già presidente dell’Istat dal 2009 al 2013 e già Ministro del lavoro nel governo di Enrico Letta.

La lettura degli articoli non offre un’univoca spiegazione della contraddizione, in quanto diverse sono le cause alle quali essa è ricondotta; ma la non univocità del perché, nonostante la crescita, il PIL, non vada di pari passi con l’aumento dei livelli occupazionali, non impedisce di cogliere la tendenza secolare che, per quanto evidente, sembra non attrarre la necessaria attenzione delle forze politiche e sindacali del Paese; non impedisce cioè di capire che una ripresa fondata sull’approfondimento capitalistico di medie imprese orientate ad operare sul mercato globale, al fine di conservarsi competitive, devono necessariamente frenare la domanda di lavoro. Per rendersi conto di ciò, è utile considerare gli effetti che, secondo Piana e Sironi, sarebbero stati determinati dalla crisi iniziata dieci anni or sono, integrando il loro discorso con alcune osservazioni avanzate da Giovannini.

I dati statistici – affermano Piana e Sironi – “raramente mentono: l’Italia è un Paese più povero di un decennio fa. Gli ultimi numeri dell’Istat dicono che lo scorso giugno i disoccupati restavano 2,8 milioni, più del doppio rispetto all’ultimo momento d’oro vissuto dall’economia nazionale, la primavera del 2007”. Ciononostante, a parere di Piana e Sironi, se si allarga lo sguardo sull’intero panorama industriale italiano, l’idea di un “sistema industriale in disarmo” tenderebbe a traballare. Dopo il crollo, verificatosi all’inizio della Grande Recessione, le esportazioni si sono riprese e sono cresciute secondo ritmi pressoché costanti, superando i livelli pre-crisi; anche il PIL ha iniziato, a partire dalla metà del 2013, a risalire lentamente, sebbene la ferita della recessione sia ancora aperta. Questi trend, però, secondo Piana e Sironi, non si traducono “nella crescita dei posti di lavoro che servirebbe”.

Oggi, in Italia, gli occupati sono circa 23 milioni, un tetto che è molto vicino a quello raggiunto negli anni d’inizio della crisi; esistono, quindi, tanti occupati, ma anche tanti disoccupati. “Quali sono – si chiedono Piana e Sironi – le ragioni di questo paradosso, che impedisce a molti di percepire i miglioramenti generali e distrugge la fiducia delle persone?” Le cause sono numerose; una di queste è certamente il fatto che il tessuto produttivo nazionale è sempre stato un po’ a “macchia di leopardo”, nel senso che l’economia italiana ha funzionato “a più velocità”, per la presenza, non solo del divario Nord-Sud, ma anche di specializzazioni e territori che hanno saputo resistere agli esiti della crisi, mentre altri sono rimasti fermi. Questo stato di cose ha concorso a tenere schiacciati verso il basso i redditi personali e a comprimere la domanda globale del sistema-Italia; sono andate bene solo le industrie medie che sono state capaci di “esportare e di insediarsi all’estero”, mentre quelle di grande dimensione, che non sono state all’altezza di affrontate la concorrenza dell’economia globalizzata, sono andate solitamente fuori mercato. Le industrie che hanno saputo inserirsi con successo nel mercato internazionale sono state, dunque, quelle di “taglia media”, grazie alla loro capacità di conservarsi in equilibrio nelle loro dimensioni.

Le “medie eccellenti”, però, cioè quelle industrie che, nonostante la crisi, sono riuscite a reggere l’impatto col mercato globale, per quanto abbiano “permesso all’Italia di tenere botta“ negli anni bui della recessione, non potranno mai assorbire la forza lavoro che ha perso la stabilità occupativa con la crisi delle industrie di grandi dimensioni. Dal punto di vista del lavoro, perciò, la mutata struttura della base industriale dell’Italia dà da pensare, nel senso che – come sostengono Piana e Sironi – se “questo è uno dei più radicali problemi” ereditati dalla recessione, che condanna al “nanismo (o meglio, alla ‘medietà’)” il sistema produttivo nazionale, l’unica speranza per i tanti disoccupati è riposta sulla possibilità che le industrie maggiori sopravvissute agli anni della crisi riescano a reinserirsi sul mercato.

A tal fine, però, queste industrie devono crescere, e per riuscirvi devono aumentare la loro efficienza produttiva “robotizzandosi”, accentuando il livello di automazione dei loro processi produttivi; qui sta, dal punto di vista del lavoro, l’altro radicale problema, in quanto, com’è noto, l’automazione dei processi implica “distruzione” di opportunità occupazionali, non un aumento dei posti di lavoro. In questo caso, la capacità di fare fronte a questo secondo radicale problema, dipenderà, secondo Piana e Sironi, dalla possibilità che a produrre i sistemi di automazione sia la stessa industria italiana; quindi, dalla possibilità per le industrie che si automatizzano di disporre di forza lavoro dotata della necessaria formazione; fatto, quest’ultimo, non sempre scontato, anche per via delle differenze territoriali, concludono Piana e Sironi, “che alla fine frenano l’Italia intera”.

Il problema delle scarse opportunità di lavoro assume dimensioni ben più preoccupanti, se le considerazioni di Piana e Sironi vengono integrate da quelle di Giovannini; a parere dell’ex presidente dell’Istat, la contraddizione tra la debole ripresa e la permanenza dell’alto numero dei disoccupati, oltre che dalle tendenze evidenziate dei giornalisti dell’”Espresso”, dipende anche da altri fattori, quali la crescita della popolazione (per via dell’immigrazione), l’allungamento dell’età pensionabile (che ostacola le nuove leve della forza lavoro ad entrare nel mondo della produzione) e soprattutto l’abolizione “delle garanzie dell’articolo 18 che proteggevano dal licenziamento i dipendenti delle aziende con più di 15 addetti”.

Questa abolizione, sostiene Giovannini, ha cambiato la struttura produttiva dell’economia italiana, portando le imprese “a superare quella soglia dimensionale che un tempo era ritenuta invalicabile”, determinando così, con la loro crescita e la ricerca di maggiore efficienza per reggere alla concorrenza, una contrazione dei posti di lavoro. Considerando, perciò, tutti i cambiamenti che hanno caratterizzato la struttura dell’economia italiana e le regole del mercato del lavoro, Giovannini ritiene che le certezze di poter ridurre l’alto numero dei disoccupati sarebbero poche, anche perché una crescita dimensionale delle imprese, necessaria per contrastare la disoccupazione, è ostacolata dalla propensione, tipica dell’imprenditorialità italiana, a conservare il controllo familiare dell’azienda.

Per ridare slancio all’occupazione, Giovannini non ha che da proporre tre “ricette”, dal “fiato corto”, perché affidate all’iniziativa di una classe politica poco credibile: la prima dovrebbe consistere nell’accelerare il tasso di crescita dell’economia nazionale, perché gli imprenditori percepiscano che l’Italia si è “rimessa davvero in moto”; la seconda dovrebbe essere volta a rilanciare il settore delle costruzioni per la riqualificazione di “edifici e città”; un’attività, questa, che crea posti di lavoro a più alto valore aggiunto; la terza, infine, dovrebbe consistere nel rilanciare l’occupazione attraverso la promozione di nuove imprese, avendo cura che il sostegno assicurato loro non sia limitato al momento della costituzione, ma sia esteso anche alla fase della loro crescita e definitiva affermazione.

Dalle valutazioni di Piana, Sironi e Giovannini emerge una condizione non certo esaltante riguardo al possibile futuro dell’economia italiana. Tuttavia, come afferma Giuseppe Berta in “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?”, se è inevitabile un ridimensionamento sul piano strettamente economico, ciò non deve essere recepito come una sorta di autoripiegamento rispetto allo spazio occupato dal Paese nel passato; ma, al contrario, esso deve essere considerato come la premessa per “riguadagnare” al Paese una prospettiva certa e stabile, in funzione della quale poter effettuare scelte responsabili. Con quali forze?

La risposta a questa domanda può essere formulata solo ipotizzando che venga risolto un altro radicale problema, che pesa sulle sorti future del Paese, consistente nel trovare il modo di ricuperare la sinistra socialista e riformista ai suoi valori originari, attualizzati in funzione di tutti i cambiamenti avvenuti nel funzionamento dei moderni sistemi sul piano economico e su quello sociale. Ma quali sono le condizioni perché i partiti socialdemocratici, modernizzandosi, possano contribuire a fare riguadagnare al Paese una prospettiva certa e stabile riguardo al proprio futuro? Si può rispondere a questa ulteriore domanda, seguendo i suggerimenti formulati da Emiliano Brancaccio, economista dell’Università del Sannio, in un articolo pubblicato sull’”Espresso” del 6 agosto di quest’anno, dal titolo di per sé eloquente: “Si chiama destra il morbo della sinistra, Entrata in crisi al guinzaglio dei liberisti rischia di scomparire in coda agli xenofobi”

Passata di moda l’”idea blairista dell’obsolescenza delle socialdemocrazia e dell’esigenza di una ‘terza via’”, ci si sta convincendo che il socialismo riformista sia entrato in crisi perché “una volta al governo ha attuato politiche di destra”. Di destra sono state le politiche del lavoro; in molti Paesi, fra i quali l’Italia, il calo della protezione del lavoro è avvenuto col sostegno di maggioranze parlamentari sostenute dai partiti socialdemocratici, nonostante che le ricerche in materia, condivise dalle istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), abbiano chiarito che le riforme adottate in difesa del lavoro non hanno contribuito a sostenere l’occupazione.

Altra causa del mancato sostegno dell’occupazione va rinvenuta nella privatizzazione, che in Italia ha portato alla distruzione dell’”economia pubblica”; anche in questo caso, col sostegno dei partiti socialisti riformisti sulla base di motivazioni che studi delle stessa OCSE sono valsi a smentire; tali studi, infatti, hanno messo in rilievo che la dismissione delle grandi imprese pubbliche in base all’assunto che esse fossero inefficienti non corrispondeva al vero, evidenziando che le grandi imprese pubbliche presenti in molti Paesi avevano sempre avuto indici di redditività significativamente superiori alle imprese private e un rapporto tra profitti e capitale investito pressoché uguale.

Infine, l’altra causa che ha contribuito ad abbassare le garanzie occupazionali della forza lavoro sono state le politiche di liberalizzazione finanziaria e di apertura ai movimenti internazionali di capitale; anche il sostegno alla realizzazione di tali politiche da parte dei partiti socialisti è stato pressoché totale, sebbene le organizzazioni internazionali, prima favorevoli alla liberalizzazione, abbiano poi espresso critiche ad una circolazione senza regole dei capitali, per gli effetti negativi sulla stabilità dei singoli sistemi economici.

In sostanza, conclude Brancaccio, “alla compulsiva ricerca di un’identità alla quale conformarsi, i partiti socialisti, [incluso quello italiano], hanno insomma applicato le ricette tipiche della destra liberista senza badare ai loro effetti reali, e con una determinazione talvolta persino superiore a quella delle istituzioni che le avevano originariamente propugnate”. Può ciò che resta del Partito socialista italiano riscattarsi prima di una sua possibile scomparsa definitiva? Si può rispondere di si, solo se esso sarà disposto ad aggiornare la propria visione del sistema-Italia, affrancandosi dalle posizioni di destra, sinora condivise, e da quelle di una finta sinistra riformista della quale è ora alleato.

Ciò può essere realizzato, innanzitutto con l’assunzione dell’obiettivo di modificare l’attuale welfare State, non più all’altezza di garantire un reddito alla generalità degli Italiani, spostando la riflessione dal problema dell’occupazione a quello della distribuzione equa del reddito; in secondo luogo, con l’ulteriore assunzione dell’obiettivo di attuare una politica di riacquisizione pubblica di buona parte del patrimonio produttivo privatizzato, per ricostituire quell’”economia pubblica”, che aveva consentito all’Italia di passare dalla periferia al centro del mondo fra i Paesi più industrializzati. Solo modernizzando la propria ideologia politica, conformandola agli obiettivi descritti, il socialismo riformista può riproporsi al Paese con una proposta credibile di progresso materiale e sociale.

Gianfranco Sabattini

Il lavoro non c’è né per giovani né per ultracinquantenni

disoccupazione (1)L’occupazione in Italia oscilla fra il più ed il meno (come a maggio, secondo l’Istat) ma le questioni di fondo restano le stesse. Tre per l’esattezza. La prima è, come ci si poteva sbagliare, costituita dalla disoccupazione giovanile che risale a maggio al 37%, con un non irrilevante +1,8%. La seconda è che l’aumento della occupazione è merito dei lavoratori ultracinquantenni, intrappolati dalla legge Fornero e dalla mancanza di vera flessibilità, che si vedono allungare a vista d’occhio il traguardo della pensione. Ed è la conseguenza di scelte compiute proprio da coloro che poi si stracciano le vesti condannando il presunto scontro generazionale. Infine c’è la classe di lavoratori di punta, quella che va dai 35 ai 49 anni, che inanellano performance desolatamente deludenti. Come corollario un’altra notizia che suona come l’ennesimo segnale d’allarme e che fatalmente sarà ignorato: rispetto a maggio 2016 i lavoratori indipendenti sono calati di ben 172 mila unità. Quello che era un bacino occupazionale che funzionava anche da… ammortizzatore in tempi di crisi offrendo opportunità di lavoro, oggi dimostra di non riuscire più a tenere neppure le proprie posizioni. E su questo punto il piatto delle proposte politiche piange di brutto.
A maggio l’Istat registra complessivamente 141 mila occupati in più. Se si vuole però vederci più chiaro si scopre che la crescita del lavoro dipendente, 313 mila unità si scompone in 114 mila posti di lavoro permanenti e 199 mila a termine. Insomma torna a crescere la precarietà. Inoltre gli occupati ultracinquantenni sono molti di più degli altri, ben 407 mila, un gigantesco tappo sociale che potrebbe esplodere da un momento all’altro. In termini di classe d’età infatti si scopre che il tasso tendenziale del segmento più giovane, 15-24 anni, scende del 5,8%, quello successivo fino ai 34 anni dello 0,8% e quello che lambisce i 50 anni cede dell’1,8%. Solo gli ultracinquantenni conservano il segno positivo: +5,3%. Il tasso di occupazione resta pertanto inchiodato al 57,7%, uno dei più bassi rispetto ai Paesi nostri competitori.

Di fronte a questi dati impallidiscono sia le autocongratulazioni ben note, sia le vuote invocazioni a fare del lavoro il tema centrale della politica. Non ci voleva molto a comprendere che con la fine degli incentivi, le ristrutturazioni e le crisi industriali in corso, l’assenza di politiche del lavoro attive, un mercato del lavoro ingessato, si rischiava di scivolare in una situazione di stallo parzialmente lenita dalla lenta ripresa che per fortuna sta reggendo.

Da questo punto di vista non funzione neppure la frase di moda che richiama la necessità della politica del fare. Prima servono progetti, strategie di sviluppo, uno sforzo imponente in termini di investimenti.

E sarebbe utile impegnare le parti sociali a concorrere a scelte in grado di consolidare la crescita. Ma ancora una volta la politica sembra balbetta.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

Bankitalia, dare centralità al lavoro

Visco-BankitaliaTradizionalmente, una particolare attenzione è riservata alla relazione annuale della Banca d’Italia che si svolge il 31 maggio di ogni anno. Nelle considerazioni finali, il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, dopo aver ricordato la figura di Carlo Azeglio Ciampi scomparso il 16 settembre del 2016, nel corso del suo intervento, l’ultimo prima della scadenza del suo mandato ad ottobre prossimo, ha affermato: “Il debito pubblico e i crediti deteriorati rendono vulnerabili l’Italia. La centralità è il lavoro. Perché è qui che si vede l’eredità più dolorosa della crisi”.

Ha proseguito incalzando: “Gli squilibri vanno corretti tempestivamente, altrimenti prima o poi si pagano. Sul terreno delle riforme, su quello della finanza pubblica, per le banche servono altri passi in avanti. L’adeguamento strutturale dell’economia richiede di continuare a rimuovere i vincoli all’attività d’impresa, incoraggiare la concorrenza, stimolare l’innovazione mentre sul fronte della spesa pubblica deve tornare a crescere la spesa per investimenti pubblici in calo dal 2010”.

Davanti ad un pubblico molto qualificato, tra le importanti personalità presenti, ad ascoltare Visco in prima fila si trova Mario Draghi, che viene salutato pubblicamente dal Governatore quando nella relazione affronta il tema delle misure straordinarie decise dalla Bce nel 2014: “Do’ il benvenuto al presidente Bce. Le misure straordinarie decise da Francoforte nel 2014 hanno contrastato con successo i rischi di una spirale deflazionistica”.

Accanto a Draghi sono seduti l’ex premier Mario Monti e la presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi. Seduti in prima fila anche Antonio Fazio, Lamberto Dini e Fabrizio Saccomanni. Nelle sue considerazioni finali, Ignazio Visco ha toccato altri punti molto importanti della attuale situazione economica e sociale: “Il debito pubblico e i crediti cosiddetti deteriorati riducono i margini di manovra dello stato e degli intermediari finanziari; entrambi rendono vulnerabili l’economia italiana alle turbolenze sui mercati e possono amplificare gli effetti delle fluttuazioni cicliche. L’elevato debito pubblico è un fattore di vulnerabilità grave, condiziona la vita economica del paese.

La questione del lavoro è centrale ed è soprattutto su questo mercato che vediamo l’eredità più dolorosa della crisi. I pur significativi benefici in termini di occupazione si sono rivelati effimeri perché non sono stati accompagnati dal necessario cambiamento strutturale di molte parti del nostro sistema produttivo.

Non possiamo correre il rischio di intaccare la fiducia nelle banche e nel risparmio da esse custodito a causa degli interventi delle autorità con le norme Ue che hanno segnato una brusca cesura. Nell’applicazione delle nuove regole occorre evitare di compromettere la stabilità finanziaria e nel rispetto dei principi alla base del nuovo ordinamento europeo gli interventi devono preservare il valore dell’attività bancaria. Manca una efficace azione di coordinamento fra i diversi soggetti nazionali e sovranazionali sulla gestione delle crisi bancarie. In Italia, negli scorsi anni, si sono superate fasi di tensione anche gravi senza danni per i risparmiatori e per il sistema creditizio nel suo complesso.

La Banca d’Italia negli ultimi anni è stata criticata anche in maniera aspra, siamo stati accusati di non aver capito cosa accadeva o di essere intervenuti troppo tardi. Non sta a me giudicare, posso solo dire che l’impegno del direttorio è stato massimo.

E’ un’illusione pensare che la soluzione dei problemi economici nazionali possa essere più facile fuori dall’Unione economica e monetaria. L’uscita dall’euro, di cui spesso si parla senza cognizione di causa, non servirebbe a curare i mali strutturali della nostra economia; di certo non potrebbe contenere la spesa per interessi, meno che mai abbattere magicamente il debito accumulato. Al contrario, essa determinerebbe rischi gravi di instabilità.

Le conseguenze della doppia recessione sono state più gravi di quelle della crisi degli anni Trenta. Agli attuali ritmi di crescita il Pil tornerebbe sui livelli del 2007 nella prima metà del prossimo decennio. In Italia l’espansione dell’economia, ancorché debole, si protrae da oltre due anni, tuttavia restiamo indietro rispetto ai nostri partner in Europa. L’aumento del Pil nell’area euro dovrebbe essere prossimo, quest’anno, al 2%, circa il doppio del nostro paese. L’esigenza di superare la crisi, sollecita ancora, uno sforzo eccezionale. Non minore è l’impegno necessario per ritrovare un sentiero di crescita stabile ed elevata, per risolvere la questione del lavoro, così difficile da creare, mantenere, trasformare, questione centrale dei nostri giorni non solo sul piano dell’economia.

Gli squilibri vanno corretti tempestivamente, altrimenti prima o poi si pagano. Sul terreno delle riforme, su quello della finanza pubblica, per le banche servono altri passi in avanti, non retromarce. L’adeguamento strutturale dell’economia richiede di continuare a rimuovere i vincoli all’attività d’impresa, incoraggiare la concorrenza, stimolare l’innovazione. Deve tornare a crescere la spesa per investimenti pubblici in calo dal 2010.

Non c’è stata piena consapevolezza anche al livello politico dei rischi derivanti dalle norme sul bail in e della vendita, che era del tutto legittima secondo le norme, delle obbligazioni subordinate delle quattro banche finite in risoluzione.

Affinché si realizzi una piena convergenza dell’inflazione verso l’obiettivo della banca centrale serve ancora un grado elevato di accomodamento monetario. La revisione dell’orientamento della politica monetaria, da attuarsi con la necessaria gradualità, dovrà costituire la conferma che crescita della domanda e stabilità dei prezzi possono sostenersi autonomamente nel medio periodo”.

Riferendosi agli amministratori delle banche italiane, Ignazio Visco ha chiarito: “Posso solo assicurare che l’impegno del personale della Banca d’Italia e del Direttorio è stato sempre massimo. Le crisi bancarie, purtroppo, non sono una peculiarità dei nostri tempi. E, come dimostra la storia, non è sempre possibile prevenirle. Negli anni 70 abbiamo avuto Italcasse, Sindona, il Banco Ambrosiano. Poi a ridosso del processo di privatizzazione, negli anni 90, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, Sicilcassa. Oggi più che mai è importante partire dalla valutazione delle persone che guidano una banca. Quando si consolidano posizioni di dominio assoluto, aumenta il rischio che si sfrutti la propria intoccabilità per abusi e favoritismi”.

Alle belle parole del Governatore bisognerebbe auspicarsi che possano seguire i fatti. Altrimenti ascolteremmo soltanto “prediche inutili” come scrisse con rammarico Luigi Einaudi. Le crisi nella storia bancaria italiana ricordate dal Governatore Visco, nessun italiano vorrebbe che si ripetessero. Le qualità etiche delle persone designate a guidare una banca dovrebbero essere una condizione necessaria ed indispensabile preventiva all’assunzione degli incarichi dirigenziali. Purtroppo, molti amministratori delle banche italiane si trovano in chiara posizione di conflitto di interesse. Se per le piccole realtà bancarie la vigilanza compete tuttora alla Banca d’Italia, per le banche di grandi dimensioni l’esercizio della vigilanza compete direttamente alla BCE.

Salvatore Rondello

Amalia Signorelli. L’Italia e le conseguenze antropologiche della crisi

signorelliChe la crisi, che ormai quasi da un decennio condiziona la vita politica ed economica del Paese, abbia avuto un impatto sulla psicologia degli italiani e sul loro prevalente stile di vita è nell’esperienza di tutti; questo impatto negativo sulla cultura condivisa, intesa antropologicamente come capacità di far fronte alla situazione di indeterminatezze dello stato presente, è stato per lo più trascurato nel dibattito pubblico e ignorato dalla classe politica. Il saggio dell’antropologa Amalia Signorelli, col suo recente libro “La vita al tempo della crisi”, vale a coprire il “vuoto” conoscitivo consolidatosi riguardo alla recente esperienza esistenziale degli italiani.

A partire dall’anno 2007, il termine “crisi” – afferma l’autrice – “si è collocato al centro del nostro lessico; e fino agli inizi del 2015 non è stato più possibile farne a meno ogni volta che si voleva esaminare, spiegare, valutare un accadimento o un fatto di quelli che si collocano [come sono appunto quelli che hanno concorso a fare ‘scoppiare’ la crisi] tra la dimensione pubblica e quella privata delle nostre esistenze”. Per molti italiani, la crisi, almeno nei suoi aspetti finanziari, è stata per lungo tempo indicata con termini che la configuravano come un fenomeno misterioso; termini come “spread”, “prime rate” o “default” erano quelli più ricorrenti nei resoconti dei mass-media riguardanti lo svolgersi della crisi. Non è trascorso molto tempo, afferma la Signorelli, perché agli effetti finanziari seguissero anche quelli economici, i quali sono risultati “ben più comprensibili”, per via del fatto che essi si sono ripercossi direttamente sulle persone, attraverso l’aumento della disoccupazione, la chiusura di molte attività produttive, l’aumento della povertà assoluta e relativa, la riduzione del livello dei consumi, il peggioramento delle prestazioni del sistema di protezione sociale, e altro ancora.

A peggiorare la situazione ha concorso il fatto che la crisi non è stata percepita “secondo lo schema classico del ciclo delle crisi capitaliste”; al contrario, gli esperti che hanno commentato i fatti del giorno, ne hanno imputato la causa a “precise scelte di politica finanziaria” di natura tecnica, decise nell’illusione di poter rilanciare il processo di accumulazione e suggerite dall’ideologia neoliberista della Mont Pelerin Society. Inoltre, per molte persone, gli effetti della crisi emersa nel 2007/2008 sono stati avvertiti “come una calamità che ha fatto saltare abitudini ed equilibri […], stili di vita, visioni del mondo e sistemi di valori, senza che le cause fossero del tutto chiare”.

Anche se negli ultimi tempi, molte fonti dell’establishment hanno affermato la sopravvenienza di un’inversione di tendenza, dal punto di vista della vita quotidiana dei cittadini non può dirsi che la crisi sia finta e che, almeno dal punto di vista economico, il Paese si sia inserito in un processo che, in prospettiva, possa portarlo al conseguimento di risultati di ben altro spessore rispetto a quelli annunziati. Ciò non impedisce che il merito della timida ripresa, pur essendo la risultante di spinte per lo più di origine esterna, se lo attribuiscano i politici pro tempore al governo, sebbene molti critici valutino poco appropriati i provvedimenti governativi che avrebbero promosso la “ripresina”, in quanto adottati per ragioni prevalentemente elettorali.

Questo stato delle cose è all’origine, a parere della Signorelli, di due contraddizioni: la prima è espressa dal fatto che, dopo aver subito gli esiti della “brutale durezza” della crisi, la debole speranza di un futuro migliore non sottrae la maggioranza dei cittadini alla frustrazione dovuta al perdurare ancora oggi dell’incertezza riguardo alle cause della crisi ed ai rimedi che si intendono adottare per rendere più stabile e consistente la ripresa. La seconda contraddizione deriva dalla circostanza, in fondo conseguenza della precedente, che, mentre si afferma l’inversione di tendenza in fatto di crescita, non viene precisato in cosa tale inversione dovrebbe consistere: il futuro deve essere garantito dal ripristino della situazione preesistente lo scoppio della crisi, oppure nella creazione di un sistema economico-finanziario nuovo?

All’interrogativo non viene data alcuna risposta credibile, costringendo gli Italiani a vivere – afferma l’antropologa – “all’interno di un orizzonte culturale assai nebuloso, dove si fanno sempre più labili i riferimenti che dovrebbero consentirci di stabilire un ordine, un sistema di ruoli, una gerarchia di valori”. Il persistere dell’incertezza sembra dare fondamento, a parere della Signorelli, che a “onta dei modesti segni di risveglio del ciclo produttivo […] le interpretazioni di ciò che accade sono contraddittorie, le previsioni difficili”.

Di fronte alla perdurante incertezza, è inevitabile il consolidarsi del contrasto tra una classe politica, guidata sino a poco tempo fa da un premier che ostentava un “esuberante ottimismo” e la popolazione che presenta invece uno stato d’animo depresso, non sapendo se ciò sia dovuto a una condizione esistenziale causata dalle difficoltà quotidiane, oppure si tratti, più verosimilmente, “di una vera e proprie crisi culturale. L’antropologa propende per la seconda ipotesi, che si sarebbe affermata con una radicalità così profonda “da non passare senza lasciare un segno sul gruppo o sui gruppi umani in essa coinvolti”. Per dare fondamento al suo convincimento, l’antropologa ricorre a strumenti analitici propri del suo campo di studi antropologici: in particolare, ricorre all’uso del concetto di “presenza” e alla sua entrata in crisi.

La “presenza” – afferma la Signorelli – indica “lo stare al mondo in modo tipicamente ed esclusivamente umano […], avendo coscienza di sé, del mondo e di sé nel mondo”; ciò “non è solo coscienza e conoscenza del mondo: è anche agire nel mondo”, con la “presenza”, costruita attraverso contenuti culturali condivisi che, in quanto tali, sono anche sociali. La presenza al mondo di ogni soggetto – sottolinea l’antropologa – “non è una condizione statica, acquisita una volta e per sempre: al contrario è una situazione dinamica che si rinnova di fronte alle situazioni esistenziali che le si propongono”. Per andare oltre queste situazioni, la “presenza” individuale e collettiva “può scoprirsi inadeguata ed entrare in crisi”, che è crisi della capacità umana di essere presente nel mondo. Quando ciò accade, si perde la capacità di valutare e di decidere, che viene sostituita con l’angoscia d’essere “preda di forze oscure incontrollabili, di un destino incerto e inconoscibile del quale appare impossibile essere gli artefici”.

Quando diventa preda dell’angoscia, il soggetto perde la capacità di dare un “significato ed un valore ai propri accadimenti” e, precipitando in una crisi culturale, perde la consapevolezza della propria “presenza” nel mondo; gli viene così negata la possibilità di trasformare la crisi esistenziale in routine, per cui non gli restano – afferma la Signorelli – che due vie di fuga: da un lato, quella di un confronto razionale con il “negativo” iscritto nella sua esistenza; dall’altro lato, quella di esorcizzare il “negativo” esistenziale, con l’appellarsi ai santi in paradiso, perché gli restituiscano la capacità perduta di valutare e di decidere.

Per tentare la “via del confronto razionale”, occorre tener presente che chiunque voglia fare razionalmente i conti con lo stato di angoscia che lo affligge sul piano esistenziale, deve tener presenti i limiti delle spiegazioni della crisi condotte dal solo punto di vista economico; spiegazioni che trascurano il ruolo degli esseri umani come “attori della crisi, in quanto – afferma la Signorelli – protagonisti e vittime le cui decisioni e i cui comportamenti pongono in essere la crisi medesima o quanto meno la rendono possibile”. Siffatte spiegazioni, infatti, non tengono conto di alcuni aspetti del “negativo” che sono presenti oggi nella società italiana, ma che possono essere colti anche a livello globale; tali aspetti sono ben diversi da quelli che esistevano solo alcuni decenni fa.

Innanzitutto, secondo l’antropologa, l’Itala è uscita dalla “società della penuria”, diventando una la società italiana è divenuta una società dell’abbondanza, “nella quale molto raramente il negativo dell’esistenza può essere ricondotto alla scarsità dei beni primari”. In secondo luogo, le condizioni che nel passato potevano generare delle crisi non contemplavano, a differenza di oggi, l’aumento del livello dell’istruzione dell’intera popolazione. Ora, contrariamente a quanto sarebbe plausibile attendersi, la capacità dei singoli soggetti di andare oltre la “datità” dell’esistente tende a diminuire, mentre aumentano i tentativi di superare il negativo della crisi attraverso il ricorso a pratiche magico-religiose. In terzo luogo, ma non ultimo, gli accadimenti globali, l’implosione dell’URSS, la caduta del Muro di Berlino, la globalizzazione, ed altro ancora, hanno avuto un impatto sconvolgente anche a livello culturale, nel senso hanno annullato quasi del tutto l’importanza delle narrazioni totalizzati e coerenti della società, quali le storytelling evocate dall’ex-premier, rammaricandosi di non poterne disporre per governare il Paese; ora l’immagine della società che cresce in maniera coerente e stabile è stata sostituita da quella che la rappresenta come società stazionaria, o che cresce “attraverso deviazioni, percorsi secondari, interruzioni e concentramenti, abbandoni e recuperi, punti di coagulo e di dispersione”.

L’incertezza che caratterizza il presente rende difficile affrontare razionalmente il negativo della crisi, nel senso che rende impossibile “agire in termini di progetto”. Le difficoltà che impediscono ai soggetti di progettare, o quanto meno di nutrire la speranza di andare oltre il negativo del presente, possono essere considerate, a parere della Signorelli, uno dei sintomi più gravi dell’attuale crisi della “presenza”, in quanto comporta il “progressivo ritirarsi del soggetto dal mondo e del mondo dal soggetto, che porta con sé la perdita del significato e del valore del mondo per il soggetto e, specularmene, l’impossibilità per il soggetto di riconoscere a se stesso significato e valore in rapporto al mondo”. Secondo la Signorelli, la perdita del significato del valore del mondo per il soggetto è comprovata da situazioni oggettive in almeno tre ambiti della vita sociale italiana; la considerazione di queste situazioni permette di valutare lo spessore del negativo della crisi, ma anche una tenue possibilità di superarlo.

Un primo indicatore di “paralisi progettuale” è espresso dalla diminuzione della natalità; la diminuzione delle nascite ha assunto dimensioni preoccupanti, con un tasso di natalità che non consente di conservare, al limite, costante la popolazione, mentre la classe politica tenta di porre rimedio al saldo naturale negativo della popolazione con l’afflusso degli immigrati, senza considerare che una politica demografica di tal fatta, se può essere valida nel breve periodo, è assai poco probabile possa esserlo anche per quello lungo. Il secondo indicatore è rappresentato dalla “questione del lavoro”; nella società occidentale il lavoro soffre del fatto d’essere ancora, non solo una prescrizione morale, ma anche una ineludibile condizione esistenziale, in quanto vivere nella società capitalistica contemporanea, dove il lavoro manca o risulta instabile, è difficile pensare che la disoccupazione strutturale non abbia effetti devastanti sulla valutazione che ha di sé la forza lavoro disoccupata e priva di reddito, o quanto meno assistita dalla carità pubblica. Il terzo indicatore è fornito dall’assenteismo elettorale e dalla perdita di identità politica dell’elettore; situazione, questa, che vale a denunciare la rinuncia ad ogni possibile progetto da parte dei cittadini ed il loro “scivolamento verso posizioni qualunquiste”, che può essere letto come crisi della “presenza”, sia a livello individuale, che collettivo.

Esiste una prospettiva che consenta di uscire dal negativo della crisi che attanaglia il Paese? A parere della Signorelli esiste; malgrado la presenza di istituzioni che , con i loro provvedimenti, hanno non solo “funzionato da moltiplicatore sul piano culturale e psicologico” degli esiti negativi della crisi, ma anche fallito sul piano economico, nel senso che le misure anticrisi adottate si sono rivelate inadeguate e inefficaci, tali da rendere la ripresa una promessa sempre meno credibile. Quegli italiani che hanno conservato il desiderio di “fare qualcosa” avrebbero però scoperto un’alternativa idonea a compensare il discredito delle istituzioni governative, il volontariato ed altre forme d’impegno simili.

Queste forme di reazione all’immobilismo, pur con tutti i limiti, testimonierebbero, secondo l’antropologa Signorelli, l’esistenza di una residua capacità di “reagire alla sfiducia, al disgusto, alla noia che la politica attualmente ispira agli italiani”; per quanto non sia facile prevedere quale potrà essere l’esito di queste forme di impegno volontaristico, o per quanto questo possa essere considerato l’inizio di una reazione alla situazione presente, il futuro del Paese, affrancato dal negativo della crisi, non potrà che essere legato solo a “un filo di speranza”. Ma anche la speranza, se non sorretta da un progetto per il futuro, collettivamente condiviso e coinvolgente nell’azione l’intera collettività, è destinata a sicuro fallimento, perché il volontariato, sebbene encomiabile, è pur sempre impegno di gruppi limitati e non di tutti, come invece sarebbe necessario.

Gianfranco Sabattini

Confindustria. Crescita inadeguata per uscire dalla crisi

lavoro_giovani_operai_Da un report del Centro Studi della Confindustria è emerso un quadro insoddisfacente per uscire dalla crisi attuale.
L’Italia rimane il fanalino di coda dell’Eurozona. Sfrutta bene il traino esterno, ma resta fanalino di coda con una crescita inadeguata ad uscire dalla crisi. Lo afferma la Confindustria nella sua “Congiuntura flash”. Anche nel primo trimestre 2017, il Pil italiano ha una attesa di aumento a ritmo lento, dopo il +0,2% nel quarto trimestre 2016 e un +0,3% nel terzo. Il ritmo, frenato dall’incertezza politica, rimane inferiore a quello dell’Eurozona (vicino al 2%). Industria ed export – prosegue la nota di Confindustria – trainano il Pil, ma la domanda interna risente dell’instabilità politica, quando ogni sforzo andrebbe dedicato al rilancio dell’economia e al sostegno dei posti di lavoro; il credito rimane erogato con il contagocce. I sentieri divaricanti dei tassi Fed e Bce (che non intende cambiare rotta) spingono il dollaro. Mentre i tassi sui titoli sovrani iniziano a riflettere tensioni economiche e non.
Gli indicatori congiunturali, comunque, si legge sempre nel Report, hanno un’intonazione un po’ più positiva in avvio d’anno. Il Pmi composito in gennaio è stabile (52,8, da 52,9 in dicembre) e nel terziario si segnala un lieve consolidamento (52,4, da 52,3). Rallenta invece il manifatturiero (53,0 da 53,2), per via della domanda interna come confermato, tra l’altro, dalla minore fiducia dei consumatori. Dopo il sorprendente incremento di dicembre con un +1,4%, la produzione industriale segna oltre l’1% a gennaio.
Sulla crescita pesa anche il credit crunch. Il credito alle imprese è scarso e questo resta un nodo per la crescita. I prestiti bancari hanno registrato +0.2% mensile a dicembre dopo il calo dello 0,2% di novembre anche se negli ultimi 4 mesi il ritmo di caduta si è attenuato. Segnali di perdita di slancio anche per gli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto tra fine 2016 e inizio 2017, dopo il +1,7% nel 3° 2016. Deboli anche gli investimenti in costruzione, in linea con la dinamica della produzione, anche se, annota ancora il Csc di Confindustria, a gennaio è risalita la fiducia degli imprenditori edili di 3,5 punti e le prospettive sono migliorate.
Gli istituti bancari, nell’erogare il credito, sono frenati anche dall’applicazione dei criteri di Basilea per valutare la solvibilità del rischio.
Per quanto riguarda l’Eurozona, infine, il Csc rileva come i tassi sovrani siano in aumento e gli spread europei si siano ampliati con il rischio che il trend prosegua sulla scia dell’incertezza dell’Eurozona.
Con la fine degli incentivi alle assunzioni, il naturale riallungamento degli orari smorzerà la creazione di posti di lavoro. Questa stima del Centro studi di Confindustria, prevede per il 2017 come l’intensità del loro recupero perderà slancio dopo +1,2% nel 2016 e +0,8% nel 2015 e sarà inferiore a quella del Pil, contrariamente a quanto avvenuto nel biennio precedente. In Italia, d’altra parte, prosegue la nota, le ore lavorate pro-capite sono ancora molto basse rispetto ai valori pre-crisi: nel 3° trimestre 2016 -1 ora e mezza a settimana rispetto a fine 2007, da un minimo di circa -2 ore a inizio 2015.
Nel 4° trimestre 2016 l’occupazione è rimasta pressoché ferma (-5mila addetti), come nel trimestre estivo (-10mila). I recenti lievi cali non intaccano gli ampi guadagni registrati nella prima metà dell’anno: in dicembre +242mila da fine 2015, a un totale di 22milioni e 783mila persone occupate, tornate così sui livelli della primavera 2009. Il tasso di disoccupazione nel 4° trimestre 2016 si è attestato all’11,9%, dopo essere rimasto ancorato all’11,6% dall’estate 2015. Il report della Confindustria conclude: “con la forza lavoro in espansione da inizio 2016, l’aumento riflette, appunto, lo stallo dell’occupazione”.
Dunque, le prospettive non sono allegre: l’unico dato che sarà in crescita, malauguratamente, è il disagio sociale degli italiani.

Salvatore Rondello