La ripresa economica senza nuova occupazione

cerco lavoro disoccupazioneDopo un decennio di crisi, l’economia italiana sembra dare segni di ripresa: il PIL tende, sia pure stentatamente, a crescere; le esportazioni, che secondo alcuni osservatori hanno “salvato l’Italia” durante la crisi, aumentano; ma l’occupazione resta al palo. All’apparente contraddizione l’”Espresso” del 13 agosto scorso dedica due articoli: uno, “Il lavoro dov’è”, di Luca Piana e Francesco Sironi ed un altro, “Quanta propaganda sulle statistiche”, che riporta il testo di un colloquio di Luca Piana con Enrico Giovannini, già presidente dell’Istat dal 2009 al 2013 e già Ministro del lavoro nel governo di Enrico Letta.

La lettura degli articoli non offre un’univoca spiegazione della contraddizione, in quanto diverse sono le cause alle quali essa è ricondotta; ma la non univocità del perché, nonostante la crescita, il PIL, non vada di pari passi con l’aumento dei livelli occupazionali, non impedisce di cogliere la tendenza secolare che, per quanto evidente, sembra non attrarre la necessaria attenzione delle forze politiche e sindacali del Paese; non impedisce cioè di capire che una ripresa fondata sull’approfondimento capitalistico di medie imprese orientate ad operare sul mercato globale, al fine di conservarsi competitive, devono necessariamente frenare la domanda di lavoro. Per rendersi conto di ciò, è utile considerare gli effetti che, secondo Piana e Sironi, sarebbero stati determinati dalla crisi iniziata dieci anni or sono, integrando il loro discorso con alcune osservazioni avanzate da Giovannini.

I dati statistici – affermano Piana e Sironi – “raramente mentono: l’Italia è un Paese più povero di un decennio fa. Gli ultimi numeri dell’Istat dicono che lo scorso giugno i disoccupati restavano 2,8 milioni, più del doppio rispetto all’ultimo momento d’oro vissuto dall’economia nazionale, la primavera del 2007”. Ciononostante, a parere di Piana e Sironi, se si allarga lo sguardo sull’intero panorama industriale italiano, l’idea di un “sistema industriale in disarmo” tenderebbe a traballare. Dopo il crollo, verificatosi all’inizio della Grande Recessione, le esportazioni si sono riprese e sono cresciute secondo ritmi pressoché costanti, superando i livelli pre-crisi; anche il PIL ha iniziato, a partire dalla metà del 2013, a risalire lentamente, sebbene la ferita della recessione sia ancora aperta. Questi trend, però, secondo Piana e Sironi, non si traducono “nella crescita dei posti di lavoro che servirebbe”.

Oggi, in Italia, gli occupati sono circa 23 milioni, un tetto che è molto vicino a quello raggiunto negli anni d’inizio della crisi; esistono, quindi, tanti occupati, ma anche tanti disoccupati. “Quali sono – si chiedono Piana e Sironi – le ragioni di questo paradosso, che impedisce a molti di percepire i miglioramenti generali e distrugge la fiducia delle persone?” Le cause sono numerose; una di queste è certamente il fatto che il tessuto produttivo nazionale è sempre stato un po’ a “macchia di leopardo”, nel senso che l’economia italiana ha funzionato “a più velocità”, per la presenza, non solo del divario Nord-Sud, ma anche di specializzazioni e territori che hanno saputo resistere agli esiti della crisi, mentre altri sono rimasti fermi. Questo stato di cose ha concorso a tenere schiacciati verso il basso i redditi personali e a comprimere la domanda globale del sistema-Italia; sono andate bene solo le industrie medie che sono state capaci di “esportare e di insediarsi all’estero”, mentre quelle di grande dimensione, che non sono state all’altezza di affrontate la concorrenza dell’economia globalizzata, sono andate solitamente fuori mercato. Le industrie che hanno saputo inserirsi con successo nel mercato internazionale sono state, dunque, quelle di “taglia media”, grazie alla loro capacità di conservarsi in equilibrio nelle loro dimensioni.

Le “medie eccellenti”, però, cioè quelle industrie che, nonostante la crisi, sono riuscite a reggere l’impatto col mercato globale, per quanto abbiano “permesso all’Italia di tenere botta“ negli anni bui della recessione, non potranno mai assorbire la forza lavoro che ha perso la stabilità occupativa con la crisi delle industrie di grandi dimensioni. Dal punto di vista del lavoro, perciò, la mutata struttura della base industriale dell’Italia dà da pensare, nel senso che – come sostengono Piana e Sironi – se “questo è uno dei più radicali problemi” ereditati dalla recessione, che condanna al “nanismo (o meglio, alla ‘medietà’)” il sistema produttivo nazionale, l’unica speranza per i tanti disoccupati è riposta sulla possibilità che le industrie maggiori sopravvissute agli anni della crisi riescano a reinserirsi sul mercato.

A tal fine, però, queste industrie devono crescere, e per riuscirvi devono aumentare la loro efficienza produttiva “robotizzandosi”, accentuando il livello di automazione dei loro processi produttivi; qui sta, dal punto di vista del lavoro, l’altro radicale problema, in quanto, com’è noto, l’automazione dei processi implica “distruzione” di opportunità occupazionali, non un aumento dei posti di lavoro. In questo caso, la capacità di fare fronte a questo secondo radicale problema, dipenderà, secondo Piana e Sironi, dalla possibilità che a produrre i sistemi di automazione sia la stessa industria italiana; quindi, dalla possibilità per le industrie che si automatizzano di disporre di forza lavoro dotata della necessaria formazione; fatto, quest’ultimo, non sempre scontato, anche per via delle differenze territoriali, concludono Piana e Sironi, “che alla fine frenano l’Italia intera”.

Il problema delle scarse opportunità di lavoro assume dimensioni ben più preoccupanti, se le considerazioni di Piana e Sironi vengono integrate da quelle di Giovannini; a parere dell’ex presidente dell’Istat, la contraddizione tra la debole ripresa e la permanenza dell’alto numero dei disoccupati, oltre che dalle tendenze evidenziate dei giornalisti dell’”Espresso”, dipende anche da altri fattori, quali la crescita della popolazione (per via dell’immigrazione), l’allungamento dell’età pensionabile (che ostacola le nuove leve della forza lavoro ad entrare nel mondo della produzione) e soprattutto l’abolizione “delle garanzie dell’articolo 18 che proteggevano dal licenziamento i dipendenti delle aziende con più di 15 addetti”.

Questa abolizione, sostiene Giovannini, ha cambiato la struttura produttiva dell’economia italiana, portando le imprese “a superare quella soglia dimensionale che un tempo era ritenuta invalicabile”, determinando così, con la loro crescita e la ricerca di maggiore efficienza per reggere alla concorrenza, una contrazione dei posti di lavoro. Considerando, perciò, tutti i cambiamenti che hanno caratterizzato la struttura dell’economia italiana e le regole del mercato del lavoro, Giovannini ritiene che le certezze di poter ridurre l’alto numero dei disoccupati sarebbero poche, anche perché una crescita dimensionale delle imprese, necessaria per contrastare la disoccupazione, è ostacolata dalla propensione, tipica dell’imprenditorialità italiana, a conservare il controllo familiare dell’azienda.

Per ridare slancio all’occupazione, Giovannini non ha che da proporre tre “ricette”, dal “fiato corto”, perché affidate all’iniziativa di una classe politica poco credibile: la prima dovrebbe consistere nell’accelerare il tasso di crescita dell’economia nazionale, perché gli imprenditori percepiscano che l’Italia si è “rimessa davvero in moto”; la seconda dovrebbe essere volta a rilanciare il settore delle costruzioni per la riqualificazione di “edifici e città”; un’attività, questa, che crea posti di lavoro a più alto valore aggiunto; la terza, infine, dovrebbe consistere nel rilanciare l’occupazione attraverso la promozione di nuove imprese, avendo cura che il sostegno assicurato loro non sia limitato al momento della costituzione, ma sia esteso anche alla fase della loro crescita e definitiva affermazione.

Dalle valutazioni di Piana, Sironi e Giovannini emerge una condizione non certo esaltante riguardo al possibile futuro dell’economia italiana. Tuttavia, come afferma Giuseppe Berta in “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?”, se è inevitabile un ridimensionamento sul piano strettamente economico, ciò non deve essere recepito come una sorta di autoripiegamento rispetto allo spazio occupato dal Paese nel passato; ma, al contrario, esso deve essere considerato come la premessa per “riguadagnare” al Paese una prospettiva certa e stabile, in funzione della quale poter effettuare scelte responsabili. Con quali forze?

La risposta a questa domanda può essere formulata solo ipotizzando che venga risolto un altro radicale problema, che pesa sulle sorti future del Paese, consistente nel trovare il modo di ricuperare la sinistra socialista e riformista ai suoi valori originari, attualizzati in funzione di tutti i cambiamenti avvenuti nel funzionamento dei moderni sistemi sul piano economico e su quello sociale. Ma quali sono le condizioni perché i partiti socialdemocratici, modernizzandosi, possano contribuire a fare riguadagnare al Paese una prospettiva certa e stabile riguardo al proprio futuro? Si può rispondere a questa ulteriore domanda, seguendo i suggerimenti formulati da Emiliano Brancaccio, economista dell’Università del Sannio, in un articolo pubblicato sull’”Espresso” del 6 agosto di quest’anno, dal titolo di per sé eloquente: “Si chiama destra il morbo della sinistra, Entrata in crisi al guinzaglio dei liberisti rischia di scomparire in coda agli xenofobi”

Passata di moda l’”idea blairista dell’obsolescenza delle socialdemocrazia e dell’esigenza di una ‘terza via’”, ci si sta convincendo che il socialismo riformista sia entrato in crisi perché “una volta al governo ha attuato politiche di destra”. Di destra sono state le politiche del lavoro; in molti Paesi, fra i quali l’Italia, il calo della protezione del lavoro è avvenuto col sostegno di maggioranze parlamentari sostenute dai partiti socialdemocratici, nonostante che le ricerche in materia, condivise dalle istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), abbiano chiarito che le riforme adottate in difesa del lavoro non hanno contribuito a sostenere l’occupazione.

Altra causa del mancato sostegno dell’occupazione va rinvenuta nella privatizzazione, che in Italia ha portato alla distruzione dell’”economia pubblica”; anche in questo caso, col sostegno dei partiti socialisti riformisti sulla base di motivazioni che studi delle stessa OCSE sono valsi a smentire; tali studi, infatti, hanno messo in rilievo che la dismissione delle grandi imprese pubbliche in base all’assunto che esse fossero inefficienti non corrispondeva al vero, evidenziando che le grandi imprese pubbliche presenti in molti Paesi avevano sempre avuto indici di redditività significativamente superiori alle imprese private e un rapporto tra profitti e capitale investito pressoché uguale.

Infine, l’altra causa che ha contribuito ad abbassare le garanzie occupazionali della forza lavoro sono state le politiche di liberalizzazione finanziaria e di apertura ai movimenti internazionali di capitale; anche il sostegno alla realizzazione di tali politiche da parte dei partiti socialisti è stato pressoché totale, sebbene le organizzazioni internazionali, prima favorevoli alla liberalizzazione, abbiano poi espresso critiche ad una circolazione senza regole dei capitali, per gli effetti negativi sulla stabilità dei singoli sistemi economici.

In sostanza, conclude Brancaccio, “alla compulsiva ricerca di un’identità alla quale conformarsi, i partiti socialisti, [incluso quello italiano], hanno insomma applicato le ricette tipiche della destra liberista senza badare ai loro effetti reali, e con una determinazione talvolta persino superiore a quella delle istituzioni che le avevano originariamente propugnate”. Può ciò che resta del Partito socialista italiano riscattarsi prima di una sua possibile scomparsa definitiva? Si può rispondere di si, solo se esso sarà disposto ad aggiornare la propria visione del sistema-Italia, affrancandosi dalle posizioni di destra, sinora condivise, e da quelle di una finta sinistra riformista della quale è ora alleato.

Ciò può essere realizzato, innanzitutto con l’assunzione dell’obiettivo di modificare l’attuale welfare State, non più all’altezza di garantire un reddito alla generalità degli Italiani, spostando la riflessione dal problema dell’occupazione a quello della distribuzione equa del reddito; in secondo luogo, con l’ulteriore assunzione dell’obiettivo di attuare una politica di riacquisizione pubblica di buona parte del patrimonio produttivo privatizzato, per ricostituire quell’”economia pubblica”, che aveva consentito all’Italia di passare dalla periferia al centro del mondo fra i Paesi più industrializzati. Solo modernizzando la propria ideologia politica, conformandola agli obiettivi descritti, il socialismo riformista può riproporsi al Paese con una proposta credibile di progresso materiale e sociale.

Gianfranco Sabattini

Il lavoro non c’è né per giovani né per ultracinquantenni

disoccupazione (1)L’occupazione in Italia oscilla fra il più ed il meno (come a maggio, secondo l’Istat) ma le questioni di fondo restano le stesse. Tre per l’esattezza. La prima è, come ci si poteva sbagliare, costituita dalla disoccupazione giovanile che risale a maggio al 37%, con un non irrilevante +1,8%. La seconda è che l’aumento della occupazione è merito dei lavoratori ultracinquantenni, intrappolati dalla legge Fornero e dalla mancanza di vera flessibilità, che si vedono allungare a vista d’occhio il traguardo della pensione. Ed è la conseguenza di scelte compiute proprio da coloro che poi si stracciano le vesti condannando il presunto scontro generazionale. Infine c’è la classe di lavoratori di punta, quella che va dai 35 ai 49 anni, che inanellano performance desolatamente deludenti. Come corollario un’altra notizia che suona come l’ennesimo segnale d’allarme e che fatalmente sarà ignorato: rispetto a maggio 2016 i lavoratori indipendenti sono calati di ben 172 mila unità. Quello che era un bacino occupazionale che funzionava anche da… ammortizzatore in tempi di crisi offrendo opportunità di lavoro, oggi dimostra di non riuscire più a tenere neppure le proprie posizioni. E su questo punto il piatto delle proposte politiche piange di brutto.
A maggio l’Istat registra complessivamente 141 mila occupati in più. Se si vuole però vederci più chiaro si scopre che la crescita del lavoro dipendente, 313 mila unità si scompone in 114 mila posti di lavoro permanenti e 199 mila a termine. Insomma torna a crescere la precarietà. Inoltre gli occupati ultracinquantenni sono molti di più degli altri, ben 407 mila, un gigantesco tappo sociale che potrebbe esplodere da un momento all’altro. In termini di classe d’età infatti si scopre che il tasso tendenziale del segmento più giovane, 15-24 anni, scende del 5,8%, quello successivo fino ai 34 anni dello 0,8% e quello che lambisce i 50 anni cede dell’1,8%. Solo gli ultracinquantenni conservano il segno positivo: +5,3%. Il tasso di occupazione resta pertanto inchiodato al 57,7%, uno dei più bassi rispetto ai Paesi nostri competitori.

Di fronte a questi dati impallidiscono sia le autocongratulazioni ben note, sia le vuote invocazioni a fare del lavoro il tema centrale della politica. Non ci voleva molto a comprendere che con la fine degli incentivi, le ristrutturazioni e le crisi industriali in corso, l’assenza di politiche del lavoro attive, un mercato del lavoro ingessato, si rischiava di scivolare in una situazione di stallo parzialmente lenita dalla lenta ripresa che per fortuna sta reggendo.

Da questo punto di vista non funzione neppure la frase di moda che richiama la necessità della politica del fare. Prima servono progetti, strategie di sviluppo, uno sforzo imponente in termini di investimenti.

E sarebbe utile impegnare le parti sociali a concorrere a scelte in grado di consolidare la crescita. Ma ancora una volta la politica sembra balbetta.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

Bankitalia, dare centralità al lavoro

Visco-BankitaliaTradizionalmente, una particolare attenzione è riservata alla relazione annuale della Banca d’Italia che si svolge il 31 maggio di ogni anno. Nelle considerazioni finali, il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, dopo aver ricordato la figura di Carlo Azeglio Ciampi scomparso il 16 settembre del 2016, nel corso del suo intervento, l’ultimo prima della scadenza del suo mandato ad ottobre prossimo, ha affermato: “Il debito pubblico e i crediti deteriorati rendono vulnerabili l’Italia. La centralità è il lavoro. Perché è qui che si vede l’eredità più dolorosa della crisi”.

Ha proseguito incalzando: “Gli squilibri vanno corretti tempestivamente, altrimenti prima o poi si pagano. Sul terreno delle riforme, su quello della finanza pubblica, per le banche servono altri passi in avanti. L’adeguamento strutturale dell’economia richiede di continuare a rimuovere i vincoli all’attività d’impresa, incoraggiare la concorrenza, stimolare l’innovazione mentre sul fronte della spesa pubblica deve tornare a crescere la spesa per investimenti pubblici in calo dal 2010”.

Davanti ad un pubblico molto qualificato, tra le importanti personalità presenti, ad ascoltare Visco in prima fila si trova Mario Draghi, che viene salutato pubblicamente dal Governatore quando nella relazione affronta il tema delle misure straordinarie decise dalla Bce nel 2014: “Do’ il benvenuto al presidente Bce. Le misure straordinarie decise da Francoforte nel 2014 hanno contrastato con successo i rischi di una spirale deflazionistica”.

Accanto a Draghi sono seduti l’ex premier Mario Monti e la presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi. Seduti in prima fila anche Antonio Fazio, Lamberto Dini e Fabrizio Saccomanni. Nelle sue considerazioni finali, Ignazio Visco ha toccato altri punti molto importanti della attuale situazione economica e sociale: “Il debito pubblico e i crediti cosiddetti deteriorati riducono i margini di manovra dello stato e degli intermediari finanziari; entrambi rendono vulnerabili l’economia italiana alle turbolenze sui mercati e possono amplificare gli effetti delle fluttuazioni cicliche. L’elevato debito pubblico è un fattore di vulnerabilità grave, condiziona la vita economica del paese.

La questione del lavoro è centrale ed è soprattutto su questo mercato che vediamo l’eredità più dolorosa della crisi. I pur significativi benefici in termini di occupazione si sono rivelati effimeri perché non sono stati accompagnati dal necessario cambiamento strutturale di molte parti del nostro sistema produttivo.

Non possiamo correre il rischio di intaccare la fiducia nelle banche e nel risparmio da esse custodito a causa degli interventi delle autorità con le norme Ue che hanno segnato una brusca cesura. Nell’applicazione delle nuove regole occorre evitare di compromettere la stabilità finanziaria e nel rispetto dei principi alla base del nuovo ordinamento europeo gli interventi devono preservare il valore dell’attività bancaria. Manca una efficace azione di coordinamento fra i diversi soggetti nazionali e sovranazionali sulla gestione delle crisi bancarie. In Italia, negli scorsi anni, si sono superate fasi di tensione anche gravi senza danni per i risparmiatori e per il sistema creditizio nel suo complesso.

La Banca d’Italia negli ultimi anni è stata criticata anche in maniera aspra, siamo stati accusati di non aver capito cosa accadeva o di essere intervenuti troppo tardi. Non sta a me giudicare, posso solo dire che l’impegno del direttorio è stato massimo.

E’ un’illusione pensare che la soluzione dei problemi economici nazionali possa essere più facile fuori dall’Unione economica e monetaria. L’uscita dall’euro, di cui spesso si parla senza cognizione di causa, non servirebbe a curare i mali strutturali della nostra economia; di certo non potrebbe contenere la spesa per interessi, meno che mai abbattere magicamente il debito accumulato. Al contrario, essa determinerebbe rischi gravi di instabilità.

Le conseguenze della doppia recessione sono state più gravi di quelle della crisi degli anni Trenta. Agli attuali ritmi di crescita il Pil tornerebbe sui livelli del 2007 nella prima metà del prossimo decennio. In Italia l’espansione dell’economia, ancorché debole, si protrae da oltre due anni, tuttavia restiamo indietro rispetto ai nostri partner in Europa. L’aumento del Pil nell’area euro dovrebbe essere prossimo, quest’anno, al 2%, circa il doppio del nostro paese. L’esigenza di superare la crisi, sollecita ancora, uno sforzo eccezionale. Non minore è l’impegno necessario per ritrovare un sentiero di crescita stabile ed elevata, per risolvere la questione del lavoro, così difficile da creare, mantenere, trasformare, questione centrale dei nostri giorni non solo sul piano dell’economia.

Gli squilibri vanno corretti tempestivamente, altrimenti prima o poi si pagano. Sul terreno delle riforme, su quello della finanza pubblica, per le banche servono altri passi in avanti, non retromarce. L’adeguamento strutturale dell’economia richiede di continuare a rimuovere i vincoli all’attività d’impresa, incoraggiare la concorrenza, stimolare l’innovazione. Deve tornare a crescere la spesa per investimenti pubblici in calo dal 2010.

Non c’è stata piena consapevolezza anche al livello politico dei rischi derivanti dalle norme sul bail in e della vendita, che era del tutto legittima secondo le norme, delle obbligazioni subordinate delle quattro banche finite in risoluzione.

Affinché si realizzi una piena convergenza dell’inflazione verso l’obiettivo della banca centrale serve ancora un grado elevato di accomodamento monetario. La revisione dell’orientamento della politica monetaria, da attuarsi con la necessaria gradualità, dovrà costituire la conferma che crescita della domanda e stabilità dei prezzi possono sostenersi autonomamente nel medio periodo”.

Riferendosi agli amministratori delle banche italiane, Ignazio Visco ha chiarito: “Posso solo assicurare che l’impegno del personale della Banca d’Italia e del Direttorio è stato sempre massimo. Le crisi bancarie, purtroppo, non sono una peculiarità dei nostri tempi. E, come dimostra la storia, non è sempre possibile prevenirle. Negli anni 70 abbiamo avuto Italcasse, Sindona, il Banco Ambrosiano. Poi a ridosso del processo di privatizzazione, negli anni 90, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, Sicilcassa. Oggi più che mai è importante partire dalla valutazione delle persone che guidano una banca. Quando si consolidano posizioni di dominio assoluto, aumenta il rischio che si sfrutti la propria intoccabilità per abusi e favoritismi”.

Alle belle parole del Governatore bisognerebbe auspicarsi che possano seguire i fatti. Altrimenti ascolteremmo soltanto “prediche inutili” come scrisse con rammarico Luigi Einaudi. Le crisi nella storia bancaria italiana ricordate dal Governatore Visco, nessun italiano vorrebbe che si ripetessero. Le qualità etiche delle persone designate a guidare una banca dovrebbero essere una condizione necessaria ed indispensabile preventiva all’assunzione degli incarichi dirigenziali. Purtroppo, molti amministratori delle banche italiane si trovano in chiara posizione di conflitto di interesse. Se per le piccole realtà bancarie la vigilanza compete tuttora alla Banca d’Italia, per le banche di grandi dimensioni l’esercizio della vigilanza compete direttamente alla BCE.

Salvatore Rondello

Amalia Signorelli. L’Italia e le conseguenze antropologiche della crisi

signorelliChe la crisi, che ormai quasi da un decennio condiziona la vita politica ed economica del Paese, abbia avuto un impatto sulla psicologia degli italiani e sul loro prevalente stile di vita è nell’esperienza di tutti; questo impatto negativo sulla cultura condivisa, intesa antropologicamente come capacità di far fronte alla situazione di indeterminatezze dello stato presente, è stato per lo più trascurato nel dibattito pubblico e ignorato dalla classe politica. Il saggio dell’antropologa Amalia Signorelli, col suo recente libro “La vita al tempo della crisi”, vale a coprire il “vuoto” conoscitivo consolidatosi riguardo alla recente esperienza esistenziale degli italiani.

A partire dall’anno 2007, il termine “crisi” – afferma l’autrice – “si è collocato al centro del nostro lessico; e fino agli inizi del 2015 non è stato più possibile farne a meno ogni volta che si voleva esaminare, spiegare, valutare un accadimento o un fatto di quelli che si collocano [come sono appunto quelli che hanno concorso a fare ‘scoppiare’ la crisi] tra la dimensione pubblica e quella privata delle nostre esistenze”. Per molti italiani, la crisi, almeno nei suoi aspetti finanziari, è stata per lungo tempo indicata con termini che la configuravano come un fenomeno misterioso; termini come “spread”, “prime rate” o “default” erano quelli più ricorrenti nei resoconti dei mass-media riguardanti lo svolgersi della crisi. Non è trascorso molto tempo, afferma la Signorelli, perché agli effetti finanziari seguissero anche quelli economici, i quali sono risultati “ben più comprensibili”, per via del fatto che essi si sono ripercossi direttamente sulle persone, attraverso l’aumento della disoccupazione, la chiusura di molte attività produttive, l’aumento della povertà assoluta e relativa, la riduzione del livello dei consumi, il peggioramento delle prestazioni del sistema di protezione sociale, e altro ancora.

A peggiorare la situazione ha concorso il fatto che la crisi non è stata percepita “secondo lo schema classico del ciclo delle crisi capitaliste”; al contrario, gli esperti che hanno commentato i fatti del giorno, ne hanno imputato la causa a “precise scelte di politica finanziaria” di natura tecnica, decise nell’illusione di poter rilanciare il processo di accumulazione e suggerite dall’ideologia neoliberista della Mont Pelerin Society. Inoltre, per molte persone, gli effetti della crisi emersa nel 2007/2008 sono stati avvertiti “come una calamità che ha fatto saltare abitudini ed equilibri […], stili di vita, visioni del mondo e sistemi di valori, senza che le cause fossero del tutto chiare”.

Anche se negli ultimi tempi, molte fonti dell’establishment hanno affermato la sopravvenienza di un’inversione di tendenza, dal punto di vista della vita quotidiana dei cittadini non può dirsi che la crisi sia finta e che, almeno dal punto di vista economico, il Paese si sia inserito in un processo che, in prospettiva, possa portarlo al conseguimento di risultati di ben altro spessore rispetto a quelli annunziati. Ciò non impedisce che il merito della timida ripresa, pur essendo la risultante di spinte per lo più di origine esterna, se lo attribuiscano i politici pro tempore al governo, sebbene molti critici valutino poco appropriati i provvedimenti governativi che avrebbero promosso la “ripresina”, in quanto adottati per ragioni prevalentemente elettorali.

Questo stato delle cose è all’origine, a parere della Signorelli, di due contraddizioni: la prima è espressa dal fatto che, dopo aver subito gli esiti della “brutale durezza” della crisi, la debole speranza di un futuro migliore non sottrae la maggioranza dei cittadini alla frustrazione dovuta al perdurare ancora oggi dell’incertezza riguardo alle cause della crisi ed ai rimedi che si intendono adottare per rendere più stabile e consistente la ripresa. La seconda contraddizione deriva dalla circostanza, in fondo conseguenza della precedente, che, mentre si afferma l’inversione di tendenza in fatto di crescita, non viene precisato in cosa tale inversione dovrebbe consistere: il futuro deve essere garantito dal ripristino della situazione preesistente lo scoppio della crisi, oppure nella creazione di un sistema economico-finanziario nuovo?

All’interrogativo non viene data alcuna risposta credibile, costringendo gli Italiani a vivere – afferma l’antropologa – “all’interno di un orizzonte culturale assai nebuloso, dove si fanno sempre più labili i riferimenti che dovrebbero consentirci di stabilire un ordine, un sistema di ruoli, una gerarchia di valori”. Il persistere dell’incertezza sembra dare fondamento, a parere della Signorelli, che a “onta dei modesti segni di risveglio del ciclo produttivo […] le interpretazioni di ciò che accade sono contraddittorie, le previsioni difficili”.

Di fronte alla perdurante incertezza, è inevitabile il consolidarsi del contrasto tra una classe politica, guidata sino a poco tempo fa da un premier che ostentava un “esuberante ottimismo” e la popolazione che presenta invece uno stato d’animo depresso, non sapendo se ciò sia dovuto a una condizione esistenziale causata dalle difficoltà quotidiane, oppure si tratti, più verosimilmente, “di una vera e proprie crisi culturale. L’antropologa propende per la seconda ipotesi, che si sarebbe affermata con una radicalità così profonda “da non passare senza lasciare un segno sul gruppo o sui gruppi umani in essa coinvolti”. Per dare fondamento al suo convincimento, l’antropologa ricorre a strumenti analitici propri del suo campo di studi antropologici: in particolare, ricorre all’uso del concetto di “presenza” e alla sua entrata in crisi.

La “presenza” – afferma la Signorelli – indica “lo stare al mondo in modo tipicamente ed esclusivamente umano […], avendo coscienza di sé, del mondo e di sé nel mondo”; ciò “non è solo coscienza e conoscenza del mondo: è anche agire nel mondo”, con la “presenza”, costruita attraverso contenuti culturali condivisi che, in quanto tali, sono anche sociali. La presenza al mondo di ogni soggetto – sottolinea l’antropologa – “non è una condizione statica, acquisita una volta e per sempre: al contrario è una situazione dinamica che si rinnova di fronte alle situazioni esistenziali che le si propongono”. Per andare oltre queste situazioni, la “presenza” individuale e collettiva “può scoprirsi inadeguata ed entrare in crisi”, che è crisi della capacità umana di essere presente nel mondo. Quando ciò accade, si perde la capacità di valutare e di decidere, che viene sostituita con l’angoscia d’essere “preda di forze oscure incontrollabili, di un destino incerto e inconoscibile del quale appare impossibile essere gli artefici”.

Quando diventa preda dell’angoscia, il soggetto perde la capacità di dare un “significato ed un valore ai propri accadimenti” e, precipitando in una crisi culturale, perde la consapevolezza della propria “presenza” nel mondo; gli viene così negata la possibilità di trasformare la crisi esistenziale in routine, per cui non gli restano – afferma la Signorelli – che due vie di fuga: da un lato, quella di un confronto razionale con il “negativo” iscritto nella sua esistenza; dall’altro lato, quella di esorcizzare il “negativo” esistenziale, con l’appellarsi ai santi in paradiso, perché gli restituiscano la capacità perduta di valutare e di decidere.

Per tentare la “via del confronto razionale”, occorre tener presente che chiunque voglia fare razionalmente i conti con lo stato di angoscia che lo affligge sul piano esistenziale, deve tener presenti i limiti delle spiegazioni della crisi condotte dal solo punto di vista economico; spiegazioni che trascurano il ruolo degli esseri umani come “attori della crisi, in quanto – afferma la Signorelli – protagonisti e vittime le cui decisioni e i cui comportamenti pongono in essere la crisi medesima o quanto meno la rendono possibile”. Siffatte spiegazioni, infatti, non tengono conto di alcuni aspetti del “negativo” che sono presenti oggi nella società italiana, ma che possono essere colti anche a livello globale; tali aspetti sono ben diversi da quelli che esistevano solo alcuni decenni fa.

Innanzitutto, secondo l’antropologa, l’Itala è uscita dalla “società della penuria”, diventando una la società italiana è divenuta una società dell’abbondanza, “nella quale molto raramente il negativo dell’esistenza può essere ricondotto alla scarsità dei beni primari”. In secondo luogo, le condizioni che nel passato potevano generare delle crisi non contemplavano, a differenza di oggi, l’aumento del livello dell’istruzione dell’intera popolazione. Ora, contrariamente a quanto sarebbe plausibile attendersi, la capacità dei singoli soggetti di andare oltre la “datità” dell’esistente tende a diminuire, mentre aumentano i tentativi di superare il negativo della crisi attraverso il ricorso a pratiche magico-religiose. In terzo luogo, ma non ultimo, gli accadimenti globali, l’implosione dell’URSS, la caduta del Muro di Berlino, la globalizzazione, ed altro ancora, hanno avuto un impatto sconvolgente anche a livello culturale, nel senso hanno annullato quasi del tutto l’importanza delle narrazioni totalizzati e coerenti della società, quali le storytelling evocate dall’ex-premier, rammaricandosi di non poterne disporre per governare il Paese; ora l’immagine della società che cresce in maniera coerente e stabile è stata sostituita da quella che la rappresenta come società stazionaria, o che cresce “attraverso deviazioni, percorsi secondari, interruzioni e concentramenti, abbandoni e recuperi, punti di coagulo e di dispersione”.

L’incertezza che caratterizza il presente rende difficile affrontare razionalmente il negativo della crisi, nel senso che rende impossibile “agire in termini di progetto”. Le difficoltà che impediscono ai soggetti di progettare, o quanto meno di nutrire la speranza di andare oltre il negativo del presente, possono essere considerate, a parere della Signorelli, uno dei sintomi più gravi dell’attuale crisi della “presenza”, in quanto comporta il “progressivo ritirarsi del soggetto dal mondo e del mondo dal soggetto, che porta con sé la perdita del significato e del valore del mondo per il soggetto e, specularmene, l’impossibilità per il soggetto di riconoscere a se stesso significato e valore in rapporto al mondo”. Secondo la Signorelli, la perdita del significato del valore del mondo per il soggetto è comprovata da situazioni oggettive in almeno tre ambiti della vita sociale italiana; la considerazione di queste situazioni permette di valutare lo spessore del negativo della crisi, ma anche una tenue possibilità di superarlo.

Un primo indicatore di “paralisi progettuale” è espresso dalla diminuzione della natalità; la diminuzione delle nascite ha assunto dimensioni preoccupanti, con un tasso di natalità che non consente di conservare, al limite, costante la popolazione, mentre la classe politica tenta di porre rimedio al saldo naturale negativo della popolazione con l’afflusso degli immigrati, senza considerare che una politica demografica di tal fatta, se può essere valida nel breve periodo, è assai poco probabile possa esserlo anche per quello lungo. Il secondo indicatore è rappresentato dalla “questione del lavoro”; nella società occidentale il lavoro soffre del fatto d’essere ancora, non solo una prescrizione morale, ma anche una ineludibile condizione esistenziale, in quanto vivere nella società capitalistica contemporanea, dove il lavoro manca o risulta instabile, è difficile pensare che la disoccupazione strutturale non abbia effetti devastanti sulla valutazione che ha di sé la forza lavoro disoccupata e priva di reddito, o quanto meno assistita dalla carità pubblica. Il terzo indicatore è fornito dall’assenteismo elettorale e dalla perdita di identità politica dell’elettore; situazione, questa, che vale a denunciare la rinuncia ad ogni possibile progetto da parte dei cittadini ed il loro “scivolamento verso posizioni qualunquiste”, che può essere letto come crisi della “presenza”, sia a livello individuale, che collettivo.

Esiste una prospettiva che consenta di uscire dal negativo della crisi che attanaglia il Paese? A parere della Signorelli esiste; malgrado la presenza di istituzioni che , con i loro provvedimenti, hanno non solo “funzionato da moltiplicatore sul piano culturale e psicologico” degli esiti negativi della crisi, ma anche fallito sul piano economico, nel senso che le misure anticrisi adottate si sono rivelate inadeguate e inefficaci, tali da rendere la ripresa una promessa sempre meno credibile. Quegli italiani che hanno conservato il desiderio di “fare qualcosa” avrebbero però scoperto un’alternativa idonea a compensare il discredito delle istituzioni governative, il volontariato ed altre forme d’impegno simili.

Queste forme di reazione all’immobilismo, pur con tutti i limiti, testimonierebbero, secondo l’antropologa Signorelli, l’esistenza di una residua capacità di “reagire alla sfiducia, al disgusto, alla noia che la politica attualmente ispira agli italiani”; per quanto non sia facile prevedere quale potrà essere l’esito di queste forme di impegno volontaristico, o per quanto questo possa essere considerato l’inizio di una reazione alla situazione presente, il futuro del Paese, affrancato dal negativo della crisi, non potrà che essere legato solo a “un filo di speranza”. Ma anche la speranza, se non sorretta da un progetto per il futuro, collettivamente condiviso e coinvolgente nell’azione l’intera collettività, è destinata a sicuro fallimento, perché il volontariato, sebbene encomiabile, è pur sempre impegno di gruppi limitati e non di tutti, come invece sarebbe necessario.

Gianfranco Sabattini

Confindustria. Crescita inadeguata per uscire dalla crisi

lavoro_giovani_operai_Da un report del Centro Studi della Confindustria è emerso un quadro insoddisfacente per uscire dalla crisi attuale.
L’Italia rimane il fanalino di coda dell’Eurozona. Sfrutta bene il traino esterno, ma resta fanalino di coda con una crescita inadeguata ad uscire dalla crisi. Lo afferma la Confindustria nella sua “Congiuntura flash”. Anche nel primo trimestre 2017, il Pil italiano ha una attesa di aumento a ritmo lento, dopo il +0,2% nel quarto trimestre 2016 e un +0,3% nel terzo. Il ritmo, frenato dall’incertezza politica, rimane inferiore a quello dell’Eurozona (vicino al 2%). Industria ed export – prosegue la nota di Confindustria – trainano il Pil, ma la domanda interna risente dell’instabilità politica, quando ogni sforzo andrebbe dedicato al rilancio dell’economia e al sostegno dei posti di lavoro; il credito rimane erogato con il contagocce. I sentieri divaricanti dei tassi Fed e Bce (che non intende cambiare rotta) spingono il dollaro. Mentre i tassi sui titoli sovrani iniziano a riflettere tensioni economiche e non.
Gli indicatori congiunturali, comunque, si legge sempre nel Report, hanno un’intonazione un po’ più positiva in avvio d’anno. Il Pmi composito in gennaio è stabile (52,8, da 52,9 in dicembre) e nel terziario si segnala un lieve consolidamento (52,4, da 52,3). Rallenta invece il manifatturiero (53,0 da 53,2), per via della domanda interna come confermato, tra l’altro, dalla minore fiducia dei consumatori. Dopo il sorprendente incremento di dicembre con un +1,4%, la produzione industriale segna oltre l’1% a gennaio.
Sulla crescita pesa anche il credit crunch. Il credito alle imprese è scarso e questo resta un nodo per la crescita. I prestiti bancari hanno registrato +0.2% mensile a dicembre dopo il calo dello 0,2% di novembre anche se negli ultimi 4 mesi il ritmo di caduta si è attenuato. Segnali di perdita di slancio anche per gli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto tra fine 2016 e inizio 2017, dopo il +1,7% nel 3° 2016. Deboli anche gli investimenti in costruzione, in linea con la dinamica della produzione, anche se, annota ancora il Csc di Confindustria, a gennaio è risalita la fiducia degli imprenditori edili di 3,5 punti e le prospettive sono migliorate.
Gli istituti bancari, nell’erogare il credito, sono frenati anche dall’applicazione dei criteri di Basilea per valutare la solvibilità del rischio.
Per quanto riguarda l’Eurozona, infine, il Csc rileva come i tassi sovrani siano in aumento e gli spread europei si siano ampliati con il rischio che il trend prosegua sulla scia dell’incertezza dell’Eurozona.
Con la fine degli incentivi alle assunzioni, il naturale riallungamento degli orari smorzerà la creazione di posti di lavoro. Questa stima del Centro studi di Confindustria, prevede per il 2017 come l’intensità del loro recupero perderà slancio dopo +1,2% nel 2016 e +0,8% nel 2015 e sarà inferiore a quella del Pil, contrariamente a quanto avvenuto nel biennio precedente. In Italia, d’altra parte, prosegue la nota, le ore lavorate pro-capite sono ancora molto basse rispetto ai valori pre-crisi: nel 3° trimestre 2016 -1 ora e mezza a settimana rispetto a fine 2007, da un minimo di circa -2 ore a inizio 2015.
Nel 4° trimestre 2016 l’occupazione è rimasta pressoché ferma (-5mila addetti), come nel trimestre estivo (-10mila). I recenti lievi cali non intaccano gli ampi guadagni registrati nella prima metà dell’anno: in dicembre +242mila da fine 2015, a un totale di 22milioni e 783mila persone occupate, tornate così sui livelli della primavera 2009. Il tasso di disoccupazione nel 4° trimestre 2016 si è attestato all’11,9%, dopo essere rimasto ancorato all’11,6% dall’estate 2015. Il report della Confindustria conclude: “con la forza lavoro in espansione da inizio 2016, l’aumento riflette, appunto, lo stallo dell’occupazione”.
Dunque, le prospettive non sono allegre: l’unico dato che sarà in crescita, malauguratamente, è il disagio sociale degli italiani.

Salvatore Rondello

Italia in crisi. Quando la pizza diventa un lusso

pizza-napoletana-piattiE vuoi vedere che per colpa della spending review anche la routinaria serata in pizzeria è diventata un lusso non più sostenibile? Del resto tra sforbiciate, sacrifici e rinunce – ciò che un tempo era un’abitudine settimanale – allo stato attuale è solo un ricordo annebbiato Ma per forza! Chi si alza di buon’ora per recarsi in fabbrica o in ufficio è senz’altro più interessato al rosso (sempre più rosso) del suo conto corrente che alle piroette del soporifero scenario politico nazionale. Tra l’altro, sistematicamente, si tratta di “performances” barbose che non val la pena nemmeno commentare. Comprensibilmente, a chi “produce” come una balda formichina poco preme di scissioni, scaramucce e alterchi di ogni dove! La visione comune è “appiccicata” a un immediato pragmatismo casalingo, che parafrasato – significa saldare le bollette, far fronte alle scadenze, onorare il ticket del SSN, e ancora… duellare con tasse, tributi e balzelli, che non ammettono ritardi o discolpe. Diciamo che un po’ tutti, chi più chi meno, siamo “untori” di malasorte e dilemmi, cui nulla importa se il leitmotiv giornaliero sia imperniato sulle “peripezie” politiche di questo o quel partito! Peraltro, il cittadino è da tempo stremato da continui problemi e grattacapi, ma soprattutto svuotato come un calzino di averi e pecunie – in “un clima” complessivo che è plumbeo come il nero di una seppia oceanica.

In breve, lo stato d’animo ondeggia tra l’incertezza e il melanconico – ciò nonostante – che si può fare se l’andazzo “unitario” è paragonabile al sequel d’un film horror? Il popolo – operoso e tutt’altro che spendaccione –  si regalava talvolta il lusso strabiliante di una pizza “mordi e fuggi” estesa alla famiglia. Ora, visti i mala tempora “la margherita” (…o quel che è) la può solamente sognare – magari addobbata all’inverosimile e abbinata a una bottiglia di vino stappata da Morfeo. Visioni oniriche che fanno lo sberleffo a una cuccagna remota, in cui credevamo di star male, di essere vessati sino al fondo schiena, ma in cui, probabilmente, non coglievamo cosa ci avrebbe atteso come “piatto forte” di lì a breve tempo. D’altronde, la situazione ha davvero preso una piega spettrale se anche un break vespertino (tutt’altro che luculliano) è diventato una stramberia da scansare quanto una malattia esantematica! Il termometro del malessere non è però solo suggestionato dalla possibilità o meno di consumare aperitivi, sandwiches policromi o chissà quali eccentrici appetizers, ci mancherebbe! Malgrado ciò, questi lillipuziani godimenti regalavano alle masse taciturne una beffarda scheggia di serenità, che opportuna scrollava loro di dosso i grammi eccedenti di sfiga nauseabonda. A quanto pare, adesso, la serata fuori casa è diventata appannaggio delle classi più abbienti, mentre a quelle in carenza di talleri sono rimaste le controversie politiche che vanno “in onda” tutti i giorni – festività incluse.

Se ai tempi “della trisavola” si diceva che un buon risparmio valeva più di un lauto guadagno, sono purtroppo arrivati i momenti acquitrinosi in cui del sacro salvadanaio non è rimasto più nulla, manco i cocci. La gente ha tagliato in modo risoluto acquisti e svaghi tutt’altro che bizzarri, e tira la cinghia in modo così esagerato che alla fine si spezzerà. In ogni caso, quanto illustrato non ha certo il proposito di notificare l’ennesimo tsunami carico di iatture. Tuttavia, ciò che “svolazza” qua e là come un pipistrello degno delle mortifere novelle di Bram Stoker è una situazione davvero deprimente, e ancor di più lo è rinunciare a cose comuni – come, ad esempio, un trancio di pizza “in edizione” low cost!

Nel frattempo, sperando in tempi indulgenti (sembra però tardino ad arrivare) si tira avanti come meglio si può, dicendo di no a tutto o a quasi, compresi i rigeneranti raid gastronomici a scadenza settimanale. Va da sé che “abdicare” in favore di una vita troppo sobria non è euforizzante, del resto sarebbe inammissibile e poco “di sinistra” asserire che tutto va bene, e soprattutto attestare proprio su questo giornale che la gente campa come un pascià! A tal proposito i socialisti qualcosa da dire l’avrebbero, in primis un suggerimento –, e cioè litigare meno e far gioco di squadra – fruendo di un’arcinota metafora calcistica. In tal modo, collaborando tutti assieme nella propria “metà campo”, la pizza (ma non solo quella) tornerà a essere godibile per tutti – nessuno escluso.

Stefano Buso

La crisi in tavola.
L’era della post fettina

tavola poveraCalato il sipario sulla bistecca “globale”, per alcune famigli italiane è diventato difficile persino mettere assieme il pranzo con la cena. Con queste sconfortanti premesse rincorrere suggerimenti culinari salubri o alla moda diventa comprensibilmente problematico…
E hai voglia ad urlare ai quattro venti che la crisi oramai è un frammento archeologico! Aprendo gli occhi sull’attuale situazione del Paese si rileva che i problemi sono tutt’altro che archiviati; economia stagnante, salari inadeguati rispetto al costo della vita, lavoro che scarseggia da Nord a Sud e difficoltà economiche di ogni peso e spessore. Il tutto “annaffiato” da una abbondante dose di malcontento, che contribuisce ad avvilire persino gli animi più resistenti. Tradotto – nulla o quasi di favorevole all’orizzonte –, per cui, con simili presupposti la buona tavola e le venerande consuetudini riconducibili sono finite nel cassetto – quantomeno per parecchi nostri connazionali.

Se ai tempi delle cosiddette “vacche grasse” proprio l’italica gente si distingueva per estro e fantasia culinaria sino a divenire un paradigma da emulare, negli ultimi anni sulle tavole nostrane si è visto un incontenibile ritorno di polpette, polpettoni e piatti del cosiddetto recupero, che hanno sostituito vivande di maggior prestanza gastronomica. Dopo la grande abbuffata degli anni 80 si è passati – chi più chi meno – a una sorta di digiuno forzoso, che prevede la messa al bando di tutti quegli alimenti e leccornie di natura troppo dispendiosa. E se da un lato il versante salutista chiosa (con comprensibile ragione!) che il pesce per via dei suoi peculiari principi nutritivi in primis gli Omega-3 andrebbe consumato qualche volta in più della carne, c’è chi non può permettersi di acquistare né questo e né quello!

In ogni caso, costo della vita a prescindere, mangiare si deve e possibilmente tutti i giorni, per cui parecchie persone essendo già alle prese con balzelli, rincari e aumenti inattesi cercano di destreggiarsi alla meno peggio “nella giungla” delle offerte vantaggiose. Ma come diavolo si fa, è davvero possibile nutrirsi spendendo poco? In realtà non è semplice, comunque seguendo il filo di questa necessità c’è chi nei mercati rionali o nei supermercati s’improvvisa scaltro investigatore per scovare i prodotti mangerecci più confacenti. Con un pizzico di fortuna e l’occhio vigile, sbirciando tra un cespo di lattuga, una cassetta di cicoria e uno scaffale colmo all’inverosimile di scatolame – capita di imbattersi nell’offerta imperdibile, e perciò opportuna per essere destinata a cottura.

Va detto che per mentalità e abitudine gran parte degli gli italiani predilige mangiare bene, e nei limiti del possibile in modo variato, quindi a tavola, comunemente, un primo piatto appetitoso e un secondo di sostanza (con annesso contorno di stagione!) non mancano quasi mai. Insomma, non scarseggia l’enfatizzata cultura gastronomica, né le conoscenze sui cibi più ragguardevoli o salutari. Quello che manca all’appello sono i talleri, ossia la moneta sonante per accedere ai basilari beni alimentari. Persino la dieta mediterranea che in sé è strutturata di tantissime cose buone e illustri prodotti tipici – come pasta, riso, olio extravergine d’oliva, formaggi e ortaggi rischia di essere accantonata proprio dove ha preso le mosse, e vale a dire nel nostro dinamico Bel paese. Del resto se determinati prodotti non sono più abbordabili, ecco che proprio il popolo – volente o nolente – indirizzerà la propria spesa su merce dalle connotazioni low cost.

Questa soluzione non è uno stile di vita scelto arbitrariamente, bensì un evidente ripiego – della serie – chiunque è consapevole che un taglio di carne di prim’ordine è più allettante rispetto “al cugino” di lignaggio meno nobile; ciò nonostante, se il bilancio famigliare non lo permette si sceglie, giocoforza, la carne che costa meno a scapito di tenerezza e qualità. Del resto, diciamocelo senza simulazioni: come può una famiglia monoreddito, oppure con entrate a dir poco modeste far tesoro dei diffusi consigli di buona cucina quando i prezzi dei prodotti necessari – compresi gli alimentari – oscillano quasi sempre verso l’alto? Per taluni, ahimè, persino il pane sta diventando un bel problema da affrontare, e la pagnotta – almeno quella – non dovrebbe mancare a chicchessia. La tavola imbandita con l’indispensabile non è certo un ghiribizzo del socialismo reale come qualcuno avrebbe da ridire, ma un diritto intangibile. Quindi, ben vengano i consigli nutrizionali, i passaparola che contemplano squisite ricette, leccornie e tanta buona gastronomia da realizzare tra le mura di casa, e che hanno il comprensibile fine di migliorare la qualità della vita di ognuno di noi. Tuttavia, qualche volta, sarebbe utile arrivasse sulla tavola anche una bella bisteccona, o perché no – una ghiotta spigola magari da preparare al sale. Scherzi a parte, la verità è sotto gli occhi di tutti: quando la crisi morde, diventa duro persino tirare a campare alla giornata, riuscire cioè a preparare un boccone presentabile per zittire i borborigmi gastrici – altro che mode e vezzi di alta cucina.

In verità, e nemmeno tanti lustri fa ci sono stati momenti in cui all’ora di pranzo non solo c’era il necessario ma persino il superfluo. Tuttavia, come si affermava in premessa di questo ciarliero scritto, ora siamo nella fase della polpetta tout court, e vale a dire del cibo avanzato e poi rigenerato all’inverosimile. Ma la domanda che più o meno tutti si fanno è – fino a quando potrà andare avanti un vivere così tormentato? Naturalmente il nostro auspico è quello che quanto prima arrivino gli agognati momenti copiosi, che nella zona cottura delle famiglie ritorni finalmente protagonista l’arcinota fettina di manzo; sì, proprio lei, da realizzare in un batter d’occhio in padella, in pratica al salto! Un piatto incredibilmente spiccio, anzi, supersonico, che strizzava l’occhiolino a chi doveva duellare con il tempo tiranno, e a pranzo aveva i minuti contati per realizzare qualcosa di caldo. Purtroppo, ora come ora tra i fornelli è rimasto, per l’appunto, solo il tempo ma senza il necessaire da mettere in pentola.
In epilogo – cultura culinaria, ricerca sopraffina tra i fornelli e quant’altro sono sinonimo di innegabile progresso oltre che d’indiscutibile sviluppo culturale, ma con una piccola puntualizzazione: prima è fondamentale far sì che la spesa per il cibo non sia più un lacrimevole salasso per il bilancio delle famiglie, bensì un’opportunità diffusa, poi si potrà argomentare addirittura di massimi sistemi gastronomici e di vivande ineguagliabili. La buona tavola è senza dubbio una conquista in termini di civiltà, ma per quanto possa risultare incredibile con in mala tempora fuori della porta persino un usuale uovo al tegamino è diventato una drammatica casualità, o un evento affatto scontato. A tempi migliori, dunque, a tavola e… non solo!

Stefano Buso

Il sistema bancario naviga pericolosamente a vista

bancarottaDi fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l’Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali. Oggi sembra toccare all’Italia, domani chissà.

Ne è prova il fatto che le autorità preposte, a cominciare dalla Banca centrale europea, dalle banche centrali nazionali e dalla Commissione europea, navigano a vista, senza una chiara politica. Non si tratta, infatti, di tamponare gli effetti finanziari ed economici della grande crisi globale, ma di approntare misure che neutralizzino in modo definitivo la finanza della speculazione senza regole e che rimettano in moto lo sviluppo produttivo.

Gli attuali grandi problemi del sistema bancario italiano hanno due nomi: crediti inesigibili per oltre 200 miliardi di euro e gravissime responsabilità degli amministratori delle banche e degli organi di controllo della Banca d’Italia.

Il primo problema, ovviamente, è in gran parte dovuto agli effetti della crisi globale, che ha portato ad una drastica diminuzione nelle produzioni, nei commerci e nei consumi. Ciò ha messo molti imprenditori in ginocchio, rendendoli impossibilitati a mantenere la regolarità dei pagamenti e dei rimborsi per i prestiti precedentemente chiesti ed ottenuti.

Per il secondo problema si dovrebbe invece mettere sotto i riflettori le banche e soprattutto la Centrale Rischi della Banca di’Italia. Come è noto, le banche e le società finanziarie devono comunicare mensilmente alla Banca d’Italia il totale dei crediti verso i propri clienti, sia i crediti superiori a 30.000 euro che i crediti in sofferenza di qualunque importo. Il compito primario della Centrale Rischi è quello di valutare i crediti concessi per rafforzare la stabilità del sistema bancario. Si sottolinea inoltre che dal 2010 essa scambia queste informazioni con le altre banche centrali europee e con la Bce.

Come è possibile, dunque, che, sia a livello nazionale che a livello europeo, siano stati permessi e tollerati prestiti e altre operazioni finanziarie che, stranamente solo oggi, scopriamo essere ad altissimo rischio?

Comunque nel sistema europeo vi sono molte altre anomalie che meritano attenzione ed interventi correttivi. L’Autorità bancaria europea, per esempio, oggi giustamente analizza criticamente i crediti concessi dalle banche ma, nel contempo, permette un leverage altissimo per le banche. Permette cioè che siano sufficienti tre (3) euro di capitale per creare finanza per 100. Permette anche che certe attività finanziarie, come i cosiddetti asset di terza categoria, che sono in gran parte derivati asset backed security, trattati e tenuti fuori mercato e quindi con un valore altamente incerto, vengano contabilizzati dalle banche secondo criteri interni molto convenienti alle stesse.

Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l’intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto al contagio e a crisi sistemiche. Eppure Bruxelles, Francoforte, e spesso anche Berlino e Parigi, preferiscono, sbagliando, l’approccio nazionale a quello europeo. In questo modo si rischia di giocare al massacro.

Ce lo ricorda anche l’Office of Financial Research (OFR), l’agenzia del ministero del Tesoro americano, creata nel 2010 dalla legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank, con il compito di studiare i lati oscuri del sistema finanziario allo scopo di ridurne i rischi.

Nell’ultimo rapporto dello scorso dicembre l’OFR ammonisce che le banche americane di importanza sistemica si sono esposte per oltre 2 trilioni di dollari nei confronti dell’Europa, di cui circa la metà in derivati otc tenuti fuori bilancio.

Quando Wall Street  e le banche americane vendono derivati lo fanno per proteggersi da eventuali fallimenti; quando invece li acquistano esse offrono una copertura a eventuali crisi di altre banche. In questo caso di quelle europee.

Consapevoli delle difficoltà bancarie in Europa, gli Usa hanno lanciato questo allarme. L’OFR ne ne lancia anche un altro tutto interno al sistema di Wall Street. Avvisa che già alla fine del 2015 anche le assicurazioni americane sulla vita hanno abbondantemente superato i 2 trilioni di dollari in derivati finanziari. Il 60% di tale “montagna” sarebbe stato sottoscritto soltanto dalle 9 maggiori banche americane ed europee, quelle too big to fail: Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Morgan Stanley, Barclays, JPMorgan Chase e Wells Fargo.

L’allarme non è da sottovalutare, si ricordi che soltanto l’AIG, il gigante delle assicurazioni, a suo tempo dovette essere salvato con 182 miliardi di soldi pubblici!

Anche in questo caso si evince la urgenza di rispondere alla globalizzazione dei mercati finanziari e del sistema bancario con regole globali e condivise.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

*già sottosegretario all’Economia  **economista

Onu: produzione industriale Italia da ‘Terzo Mondo’

produzione-industrialeNel periodo dal 2007 al 2016, la produzione industriale in Italia è scesa del 22%. Il dato include i timidi segnali di ripresa del 2014 e 2015 in cui il PIL complessivamente cresce di circa un punto percentuale. La decrescita è superiore a quella di Francia e Germania calcolata per lo stesso periodo e con gli stessi algoritmi. Oltre agli effetti della crisi economica mondiale, dovremmo chiederci quali fattori hanno contribuito a determinare in Italia il calo della produzione industriale. Principalmente sono intervenuti due fattori. Un fattore è la cosiddetta internazionalizzazione della produzione che ha visto molte aziende industriali di dimensioni medio-grandi e qualcuna di grandissime dimensioni come la FIAT trasferire parte della produzione all’estero.

L’altro fenomeno è l’invasione di aziende straniere che hanno acquistato importanti aziende italiane sia nel settore dei servizi, della produzione e del commercio al dettaglio. Se il primo fattore ha effetti maggiori e più diretti con ripercussioni occupazionali, il secondo fattore interviene indirettamente determinando una maggiore propensione all’importazione di merci prodotte all’estero.

I timidi segnali di crescita, che si registrano dal 2014, ad oggi sono insufficienti a recuperare nel medio periodo la perdita di produzione industriale accumulatasi negli ultimi nove anni. Le sorti per il miglioramento sembrano affidate soltanto alla piccola e media impresa, al turismo ed all’agricoltura. Il quadro produttivo dell’Italia somiglia sempre più a quello di un Paese marginalizzato o come ha sostenuto il Financial Times di qualche settimana fa con una prospettiva di appartenenza al “Terzo Mondo”.

Nel 1989, quando fu abbattuto il muro di Berlino ed iniziò la globalizzazione, l’Italia era la quinta potenza mondiale.
Sono venuti meno negli ultimi anni importanti fattori come gli investimenti nella ricerca scientifica ed un serio piano di sviluppo industriale per l’Italia in un mercato sempre più globalizzato.

Salvatore Rondello

Istat e Giovani Confindustria ottimisti su crescita

Marco Gay, presidente giovani Confindustria

Marco Gay, presidente giovani Confindustria

L’Italia vede la luce in fondo al tunnel della crisi, a dirlo è non solo l’Istat, ma anche i giovani di Confindustria.

L’Istituto di statistica certifica infatti che ad aprile nel nostro Paese migliora la produzione industriale: l’indice destagionalizzato della produzione industriale è aumentato dello 0,5% rispetto a marzo e nella media del trimestre febbraio-aprile la produzione è cresciuta dello 0,4% rispetto al trimestre precedente. Ma soprattutto l’indice della produzione industriale è aumentato in termini tendenziali, cioè rispetto allo scorso anno, dell’1,8% e nella media da gennaio ad aprile la produzione è aumentata dell’1,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Buone notizie insomma specie per alcuni settori: i comparti che registrano la maggiore crescita tendenziale sono quelli della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+6,3%), della fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (+5,9%) e della fabbricazione di prodotti chimici (+5,2%). Diminuzioni si rilevano, invece, nei settori dell’attività estrattiva (-15,7%), delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-3,3%) e della fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (-1,4%).

A fare eco alle buone notizie dell’Istat ci pensa Marco Gay, presidente dei giovani industriali italiani, che durante il tradizionale convegno di Santa Margherita Ligure ha affermato: “Se in tanti hanno paragonato questi anni di crisi a una guerra oggi forse possiamo dire: la guerra è finita”, scegliendo come immagine simbolo il muro di Berlino. “Oggi quel muro sta crollando”, dice Gay della fase di “stagnazione economica, sociale e politica”. E parlando di passi avanti, come le riforme fatte, sottolinea che “solo qualche anno fa ci sarebbe sembrato impossibile”. Ora che “il muro sta cadendo è il tempo di portare dall’altra parte tutti quelli che non hanno avuto il coraggio o i mezzi per superarlo fino ad oggi”. Adesso “la pace è tutta da costruire”. Gay non ha dimenticato di allargare l’orizzonte a una visione europea: “Niente paura dei cinesi che investono in Italia. Quando arrivano da noi diventano immediatamente imprenditori italiani”. Quello che invece bisogna temere sul serio per il leader dei giovani di Confindustria è la Brexit, bollata come “scelta suicida”.

Liberato Ricciardi