Gas Naturale. Un progetto di comunicazione digitale

The Gazometro or gasometer of Rome

The Gazometro or gasometer of Rome

Il 5 dicembre sul palcoscenico del Gazometro illuminato di “blu gas”, l’intera filiera industriale per la prima volta riunita a sostegno di una grande strategia di comunicazione su una risorsa sostenibile, e ora anche rinnovabile grazie al contributo del biometano. Madrina della serata Cristiana Capotondi insieme a Casa Surace e Antonino Cannavacciuolo.

Per la prima volta tutti i protagonisti del mondo industriale del Gas uniscono le loro forze per dar vita a una grande campagna di comunicazione sul gas naturale, risorsa sostenibile ed essenziale per il sistema energetico.

Le associazioni ANIGAS, ASSOGAS, IGAS, che rappresentano la quasi totalità della industry del gas con il particolare contributo di Eni, Snam, Italgas ed Edison, hanno sviluppato con AgiFactory, il Brand Journalism Lab di Agi, una strategia innovativa di comunicazione, a forte vocazione digitale, incentrata sul portale http://www.naturalmentegas.com e sui canali social (Facebook, Twitter, Linkedin, Instagram). L’obiettivo: costruire un’informazione corretta e veritiera su questa risorsa preziosa, far conoscere l’importanza del gas naturale come fonte e vettore energetico sicuro e sostenibile, sia dal punto di vista ambientale che economico, e ora anche rinnovabile grazie al biometano. Il gas sarà infatti essenziale per sostenere il processo di decarbonizzazione del mix energetico nazionale. Decarbonizzazione che, tra l’altro, è protagonista di COP24, la conferenza dell’ONU sul clima in corso a Katowice in questi giorni.

La risposta alla domanda del Pianeta

Il Pianeta pone, con forza ed urgenza, una richiesta di attenzione reale e concreta all’ambiente e di uno sforzo per contrastare il cambiamento climatico. Per far fronte a questa esigenza una risposta è rappresentata da: “Il Gas, Naturalmente”. Su questa idea si sviluppa la strategia di comunicazione elaborata da AgiFactory e presentata oggi nella sede del Lab di Agi, in via del Commercio, simbolicamente ai piedi del Gazometro, illuminato di “blu gas” per l’occasione. Madrina della serata e del progetto Cristiana Capotondi, da sempre vicina a temi di natura ambientale, che ha incontrato sul palco Salvatore Ippolito, Amministratore Delegato di AGI, e il professor Matteo Di Castelnuovo – Direttore di MaGER (Master in green Management, Energy and CSR) della Bocconi. Ad illustrare la strategia di comunicazione Daniele Chieffi, Head of Digital Communication and Content Factory AGI. Insieme a loro Casa Surace, influencers portatori sani di senso di appartenenza e comunità e Antonino Cannavacciuolo, lo chef con il sentimento ed il calore nel DNA.

L’ecosistema MaGasine

Il team di creativi, brand journalists, video producers e storytellers di AgiFactory ha messo in campo MaGasine un vero e proprio ecosistema con al centro la testata online IL GAS, NATURALMENTE – diretta da Marco Pratellesi. Intorno al giornale una galassia di profili social e una nutrita squadra di testimonial (la stessa Cristiana Capotondi, Casa Surace e lo chef Cannavacciuolo) e influencers, con il compito di raccontare le storie del Gas e di valorizzare, senza pregiudizi, le qualità di quella che è una risorsa naturale, che sostanzialmente non produce polveri sottili, in grado di abbattere le emissioni dirette di carbonio nell’atmosfera, producendo energia più sostenibile. E restituire così alla parola Gas il significato che gli è proprio e che riguarda tanto il Pianeta e le sue necessità, quanto la vita delle persone.

Saper raccontare anche le loro storie rappresenta l’anima di questo sforzo comunicativo. L’obiettivo è di narrare non solo un elemento naturale, ma anche il suo utilizzo le opportunità di sviluppo che implica nel settore industriale e nella generazione di energia, fino a quello più noto, il portato quotidiano e familiare di una risorsa preziosa: il gas, naturalmente.

A “vigilare” sul rigore scientifico di tutto ciò che verrà raccontato e diffuso in MaGasine, un Comitato scientifico presieduto dallo stesso professor Matteo Di Castelnuovo e composto da eminenti personalità scientifiche come, fra gli altri, Houda Allal, direttore generale OME (Observatoire Méditerranéen de l’Energie), Davide Tabarelli, Presidente e fondatore di NE Nomisma Energia eprofessore a contratto presso Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica, Ambientale e dei Materiali dell’Università di Bologna, Miguel Vazquez, head of Energy Innovation Area presso FSR (Florence School of Regulation).

I numeri del gas naturale in Italia:

Oltre 70 miliardi di mc di consumo annuo, circa un 1/3 del consumo di energia primaria dell’intero Paese destinati per il 41% agli usi civili e per circa il 55% a quelli industriali e termoelettrici. La distribuzione locale del gas è gestita da aziende private e a partecipazione pubblica che attraverso le proprie reti raggiungono oltre 7.000 Comuni e l’82% delle famiglie italiane.

Il gas naturale produce circa il 48% dell’energia elettrica consumata in Italia, soddisfa il 53% dei fabbisogni domestici, serve 23 milioni di clienti finali tra cui famiglie, utenti commerciali o piccole industrie, ed alimenta oltre un milione di veicoli (circa il 75% di quelli circolanti in Europa).

Agi Factory è il primo Brand Journalism Lab italiano. L’approccio di Agi Factory nei confronti della comunicazione del brand è caratterizzato da due elementi fondamentali: il primo è l’autorevolezza di Agi, Agenzia Giornalistica Italia, dal quale eredita l’alta professionalità giornalistica e l’attenzione all’approfondimento e alla verifica dei fatti oltre alla capacità di coniugare innovazione e velocità nel trattare l’informazione anche sui temi più complessi o sensibili. Il secondo è l’heritage di Eni, dalla quale ereditala visione aziendale, la consolidata esperienza necessaria per muoversi in ambito corporate e l’attenzione per le necessità delle grandi imprese. Agi Factory mette il fact checking prima di tutto, anche quando crea contenuti per un’azienda e racconta la sua vera storia. Perché le storie vere non solo siano le più efficaci, ma anche le più belle da condividere.

“In punta di piedi” di D’Alatri: la danza per dire ‘no’ alla mafia

In-punta-di-piedi“In punta di piedi”, per la regia di Alessandro D’Alatri, è un altro di quei film che raccontano la lotta alla mafia in modo diverso, commovente e profondo, ma non struggente o straziante. Sulla linea seguita da quelli di “Liberi sognatori” su Canale Cinque. “‘In punta di piedi’ è una storia di donne”, ha spiegato Bianca Guaccero – una delle attrici protagoniste con Cristiana Dell’Anna – presentando il film a “I soliti ignoti”. Il suo personaggio, Lorenza, è un po’ un’eroina moderna e contemporanea per la sua volontà ferrea di dire ‘no’ al potere mafioso, esattamente come Emanuela Loi (con Greta Scarano) e Renata Fonte (con Cristiana Capotondi) in “Liberi sognatori”. Senza paura e rischiando la vita. Ma non sarà sola. Nella sua battaglia sarà seguita da Nunzia (Cristiana Dell’Anna), madre della piccola Angela – che sogna di diventare una ballerina come la sua amica del cuore Lucia -. Entrambe le piccole hanno undici anni e amano danzare, da qui il titolo “In punta di piedi”; esso, però, si riferisce non solo al fatto di indossare le scarpette e ballare sulle punte dei piedi a danza, ma anche all’espressione – ad esempio – ‘entrare in punta di piedi’, ossia piano piano, lentamente, poco a poco. Ed è quello che fa la mafia, che si infila nella vita quotidiana e semplice delle persone comuni e cerca di controllarla con le intimidazioni, i ricatti, la violenza; anche a scapito di vittime innocenti, come la piccola Lucia; lei morirà in un agguato diretto a Vincenzo (padre di Angela) da parte della camorra, che voleva colpire sua figlia – che era insieme a Lucia appunto, ferita a morte per errore -; invece lui farà in tempo a salvarla, almeno quella volta, mentre per l’altra non ci sarà nulla da fare. Omicidio in pieno giorno di quella che “era solo una bambina”, “non c’entrava nulla”; e anche se la sua amica Angela era la figlia di un camorrista, pure lei non ha colpa, come tutti i figli dei camorristi, diceva la madre di Lucia al marito a proposito di Angela, che non voleva che la figlia la frequentasse, quando andava a casa loro. Le due erano amiche (vere amiche, sincere, innocenti e schiette, al di là di ogni interesse che non fosse quello umano) e studiavano insieme oltre ad andare nella stessa scuola di danza (Angela ne avrebbe potute scegliere altre, ma volle frequentare quella dove andava la sua migliore amica, anche litigando con il padre, per diventare brava come lei). Il parroco, al suo funerale, dirà che i camorristi sono: “degli assassini che impongono con il terrore le loro regole di un sistema fallato e malato”. Infatti Vincenzo era diventato un ‘delinquente’, aveva ucciso per mostrare fedeltà al clan degli Scissionisti, di cui diventerà capo. Dunque, da quel momento per Angela è rischioso girare, perché tutti loro sono presi di mira e i camorristi si possono rivalere in ogni istante su di loro a loro insaputa, in maniera inaspettata, perché la mafia colpisce di spalle, a tradimento, per un regolamento di conti insensato. Diventa pericoloso persino andare a danza, per questo il padre non ce la vuole mandare. Ma Angela non sente ragioni e fugge di casa, e si incontra con la sua amica Lucia. Purtroppo, però, ormai il padre ha scatenato la ‘guerra’ e i mafiosi non sentono ragioni. Per gli uomini come Vincenzo in posti come Secondigliano non ci sono possibilità: o con la mafia o contro di essa, a proprio rischio e pericolo. Nessun compromesso, non c’è modo di mediare: la fedeltà e sudditanza ad essa deve essere massima. Ma che vita è quella per cui ci si deve sempre nascondere, fuggire e scappare per non farsi prendere e uccidere? – si chiede Nunzia, moglie di Vincenzo e madre di Angela -. Per i giovani come sua figlia qui a Secondigliano non c’è niente, non ci sono prospettive per il futuro. Se si rincorre una speranza, è solo nell’andare lontano per trovarla. Lei sognava di andare a Parigi in viaggio con il marito; ora spera che la figlia possa andarvi con Lorenza (che è stata ballerina della Scala) e che la danza la possa portare via da tutto questo orrore, questo dolore e questa sofferenza di questa violenza indiscriminata a fratricida: perché la mafia e la camorra uccidono come la droga che ha portato via il figlio Alberto a Lorenza poco prima di incontrare Angela e la mamma. Ma, di fronte a questa camorra che vuole impedire a questa gente di vivere, di ballare e sognare, c’è chi come Lorenza sarebbe potuta allontanarsi e invece ha deciso di restare perché qui ci è nata e vorrebbe regalare la speranza di un domani migliore a tutti i ragazzi del posto in particolare. “Il mio sogno -dice – era far capire ai ragazzi che si può ancora sognare, si deve sperare e avere fiducia e soprattutto non smettere mai di sognare appunto e rincorrere i propri desideri”. A Secondigliano si muore e basta, imbruttiti dalla violenza della criminalità organizzata e della camorra, non a caso il verbo ‘salvare’ viene più volte ripetuto da donne come Nunzia e Lorenza: donne forti e coraggiose che hanno saputo prendere l’iniziativa di opposizione e contrasto a questi soprusi, in maniera diversa. Per dare una visione nuova, non più offuscata dal pessimismo di una distruzione totale.
Nunzia saprà proteggere la figlia, ma al contempo la porterà di nascosto a danzare da Lorenza e la farà andare con lei sino a Parigi, saprà capire ciò che è giusto fare. Angela “ha un talento naturale” per la danza – le spiega Lorenza – e delle volte, “anche se è pericoloso, vale la pena rischiare e correre il pericolo e il rischio (di lottare per la propria libertà metaforicamente)” – aggiunge, riferendosi al fatto che deve continuare a ballare a tutti i costi l’insegnante -. E lei così farà, seguirà il suo consiglio, anche andando contro il volere del marito e del suo clan.
Lorenza, da parte sua, fa anche dell’altro, oltre a dare questo suggerimento prezioso, lancerà un messaggio sociale molto importante nella sua scuola. La sua palestra è una specie di roccaforte contro la mafia, a difesa della libertà e dei diritti di ciascun essere umano. Come mostrato in altri film quali “L’oro di Scampia” con Beppe Fiorello, spesso lo sport salva molti giovani dal “perdersi” in questi posti e “vendersi” alla mafia. Un po’ come hanno fatto vedere a “Prodigi-la musica è vita” per molti Paesi del Terzo Mondo, in Africa ad esempio, in cui la musica e la danza hanno dato speranza contro la povertà a queste terre e popolazioni che non hanno niente se non il sorriso e la voglia di vivere e ridere; per questo molti progetti dell’Unicef sono stati finalizzati a far sì che le scuole di musica e danza nate spontaneamente potessero continuare a vivere, come le scuole costruite per insegnare e dare istruzione ai più piccoli, perché anch’esse sono scuola di vita per loro e simbolo di speranza e di sviluppo. Nella sua ‘enclave di umanità’, Lorenza vuole costruire la sua fortezza sicura di amore, con la danza emblema di questa battaglia in nome di una giusta causa: quella di ritrovare fiducia nel domani. Qui lei non si fa sottomettere, qui “si fanno le cose come vanno fatte” (e non secondo come vuole o vorrebbe la mafia, dettando le sue regole). Qui lei insegna a modo suo, cercando di educare nella maniera più corretta, costruttiva e positiva le sue giovani allieve. Per lei la danza è bellezza (in libertà), ma è anche sacrificio e rispetto; la danza, però, diventa bellezza quando è veramente libera di esprimersi, libertà pura in movimento, senza costrizioni né vincoli. Ma non si ferma qui, a fare cioè della danza la sua arma vincente e di forza, per una battaglia non violenta; va oltre istruendo le sue ragazze su un rapporto diverso, anche con e nell’amore. Perché esistono diverse forme di amore, ovvero di passione: quello per la danza, così come quello per un ragazzo. Però, spiega, se un ragazzo vuole impedire loro di ballare, il suo non è vero amore: è prepotenza; non vuol dire che non voglia bene alla sua fidanzata, le vuole bene, ma in modo sbagliato; tuttavia, spetta a loro ragazze dire quello che provano quando danzano. Perché, spesso, spiega una ballerina della scuola, “quando danzo mi sento come se le cose brutte non ci fossero più”.
La forza del film di D’Alatri non è solo la straordinaria interpretazione delle attrici (in una scena la commozione fino alle lacrime sul volto di Bianca Guaccero è sembrata davvero reale, conoscendo la sua sensibilità; e impossibile non credere che sia vero, immedesimandosi nella situazione di lei che deve farsi carico di Angela, che la madre affida a lei con un ultimo quasi sacrificio). C’è anche l’associare e mettere in parallelo, avvicinando e affiancando, la delicatezza della danza e della gioventù alla feroce violenza della mafia; l’amicizia forte e vera delle due undicenni Angela e Lucia e l’opprimente e soffocante legame (di finto rispetto) che unisce Vincenzo al clan degli Scissionisti e della camorra, che annulla ogni tratto di umanità e della sua persona. Usare uno strumento quale il ballo, così sofisticato ed elegante, magnificente, per affrontare e trattare il tema della mafia (che è il contrario, il suo esatto opposto), delle conseguenze negative che porta e della distruttività che comporta il suo operato e per mostrare il suo agire attraverso un’azione criminale e terroristica quasi disumana e disumanizzante, è un artificio interessante e molto ricercato, curioso, che rende il tutto più fruibile; la semplicità realistica della recitazione degli attori protagonisti fa tutto il resto. “In punta di piedi” è un film – dunque – semplice, efficace, reale, riuscito, non banale; essenziale eppure esemplificativo al massimo, che entra nel cuore dello spettatore ‘in punta di piedi’, in maniera delicata, ma altrettanto profonda e intensa.

“La strada di casa”: in dodici episodi la via per giungere alla verità

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Su Rai Uno è andata in onda un’altra serie televisiva: “La strada di casa”, per la regia di Riccardo Donna; in dodici episodi. Altro ruolo drammatico per Alessio Boni, dopo “La ragazza nella nebbia” di Donato Carrisi. In quest’ultimo film interpretava il professor Loris Martini, principale indiziato della scomparsa (e forse dell’omicidio) di una giovane ragazza (Anna Lou) ad Avechot, su cui indaga l’agente Voegel (Toni Servillo).

In “La Strada di casa” c’è lo stesso tono di giallo-poliziesco, quasi un thriller al tempo stesso realistico e drammatico. Siamo a Torino (dove sono avvenute gran parte delle riprese). La location è quella della cascina Morra, dove il proprietario dell’azienda (Fausto Morra, Alessio Boni), con la sua famiglia, coltiva pannocchie da destinare al suo bestiame. Tutto bene finché un giorno non riceve un controllo a sorpresa di Paolo Ghilardi, ispettore veterinario della ASL di Torino; durante la verifica Ghilardi scopre che un bovino è affetto da tubercolosi. Però non farà in tempo a denunciare il tutto perché verrà trovato morto, ucciso prima di poter parlare. Principale indiziato è proprio, ovviamente, Fausto Morra. Soprattutto quando si risveglia dal coma, dopo cinque anni; perché –nel frattempo- ha un brutto incidente che lo getta in stato comatoso, da cui si riprende. L’indagine che ne nasce per scoprire la verità mobiliterà (come in “La ragazza nella nebbia” tutto il paese di Avechot) tutti coloro che ruotano intorno alla cascina, che è il principale interesse in gioco. Ognuno deve chiarire la sua posizione, avere un alibi, è ugualmente indiziato. Anche se tutte le colpe ricadono su Fausto. Un caso poliziesco, ma anche realistico dicevamo; perché, durante il periodo del suo coma, il controllo dell’azienda lo prende il figlio Lorenzo (Eugenio Franceschini), che -però- adotta un altro tipo di sistema di produzione e di coltivazione, più all’avanguardia, più tecnologico e più “bio”. Dunque un modo per mettere a confronto i due tipi di produzione e coltivazione, molto diffusi e in voga attualmente, e di cui ancora adesso si disquisisce parecchio.

Però il tema centrale non è questo esclusivamente del sistema produttivo. E la serie non è neppure meramente un giallo. Ci sono due connotazioni su cui si muove. Una è quella che riprende un po’ quella del film (in cui compare sempre Alessio Boni): “Di padre in figlia”, in cui (a Bassano del Grappa, in luogo di Torino) lui lasciava in eredità il ‘birrificio’ di famiglia alla figlia maggiore (Maria Teresa Franza, Cristiana Capotondi), delle tre avute dalla moglie (Franca Franza, Stefania Rocca). Diverse le analogie. In “Di padre in figlia” è Giovanni Franza, uomo rude e non molto benvisto per i suoi modi burberi e per le sue ambizioni prive di scrupoli. Tanto da litigare con il socio e amico Enrico Sartori (Denis Fasolo), estremamente onesto e che voleva adottare un altro modo di produrre birra, più artigianale ma più genuino; ma Giovanni gli ruberà la sua idea, che brevetterà. In “La strada di casa”, il divario tra i due sistemi di produzione compare lo stesso, anche se è rappresentato grazie alla presenza del figlio Lorenzo. Però c’è un contrasto tra soci dato da Fausto e dall’amico Michele (Thomas Trabacchi). Al posto di Franca Franza (Stefania Rocca) c’è la moglie Gloria (Lucrezia Lante Della Rovere) che, tra l’altro, ha un ruolo preponderante in quanto tradirà (durante il coma) il marito proprio con Michele. E poi ci sono le figlie; da una parte (in “Di padre in figlia”) avevamo Maria Teresa (come detto, Cristiana Capotondi) –diligente, seria, equilibrata, posata, che ama studiare e che si occuperà di riprende in mano il birrificio di famiglia- ed Elena (la minore, Matilde Gioli) -più effervescente e incosciente, che si metterà nei guai-. In “La strada di casa” abbiamo: Milena Morra (Benedetta Cimatti) e Viola Morra (Sabrina Martina). La prima rinuncerà a studiare medicina e a partire con il fidanzato (il fisioterapista Bashir, Alberto Boubakar Malanchino) per il Canada, per stare vicino al padre -come farà un po’ Maria Teresa in “Di padre in figlia”, che si riavvicinerà al padre dopo una dura lite e diverbio-. La seconda si metterà nei guai come Elena in “Di padre in figlia” (che rimane incinta), subendo una violenza dal suo professore: il professor Riccardi (Marco Cocci). E poi ci sono i figli maschi ultimogeniti. In “Di padre in figlia”, Giovanni Franza voleva un figlio maschio in eredità cui lasciare il birrificio. Finalmente lo avrà perché nasceranno due gemelli (un maschio, che chiamerà Antonio come suo padre, e una femmina, a cui daranno il nome di Elena); sarà proprio la nascita di questo figlio maschio il motore di tutto, poiché avrà tutte le attenzioni di Giovanni e le sorelle (soprattutto Maria Teresa) si sentiranno ferite, trascurate e ignorate. In “La strada di casa”, invece, la monetina da dieci lire ritrovata dal piccolo Martino Morra (Andrea Lobello) salverà il padre, permettendogli di fuggire dalla macchina in cui lo avevano rinchiuso (riuscendo ad aprire il portabagagli dove era stato messo). In più c’è una relazione sentimentale che unisce in modo particolare due protagonisti. In “Di padre in figlia” erano Maria Teresa e il figlio del socio del padre (Enrico Sartori), ovvero Riccardo Sartori; lei ne è da sempre innamorata, ma il ragazzo è attratto anche dalla sorella Elena, che rimarrà incinta non si sa se di lui o del figlio del sindaco Filippo Biasolin (Domenico Diele). In “La strada di casa”, Lorenzo Morra è fidanzato con Irene Ghilardi (Silvia Mazzieri), sorella di quel Paolo Ghilardi (l’ispettore della Asl trovato morto). E sarà lei con Lorenzo, come Maria Teresa e Riccardo, che cercheranno di fare chiarezza e rimettere in piedi i pezzi del puzzle della ditta o cascina. Non sarà facile, perché ognuno ha i suoi segreti e vi sono molti tradimenti. Se Gloria tradisce il marito con Michele, anche lui prima la tradiva con la moglie di un suo ex dipendente morto: Veronica (Christiane Filangieri), come -del resto- molto tradiva la moglie Franca, Giovanni Franza. E poi c’è chi, come l’agente Voegel de “La ragazza nella nebbia” (interpretato da Toni Servillo), indaga come un poliziotto – per lui è un caso di vita o di morte-: Ernesto Baldoni (Sergio Rubini), ex dirigente della Asl. A loro si unirà il redivivo Fausto Morra, che vuole scoprire la verità ad ogni costo, facendone una questione di principio.

Se “la strada di casa” riprende i filoni tracciati da “Di padre in figlia” (fiction per la regia di Riccardo Milani), aggiunge un connotato nuovo. Innanzitutto si muove su due presupposti di fondo: “non si costruisce niente con i segreti”. Dunque se si vuole scoprire la verità, devono cadere tutte le maschere e ognuno non deve più mentire, non devono esserci più segreti, ma sincerità; perché -in mezzo ai molteplici tradimenti- per tornare ad avere fiducia l’uno nell’altro occorre parlarsi con chiarezza e trasparenza. Infatti tutto potrà cambiare quando padre e figlio si parlano e si confessano reciprocamente le loro posizioni, scoprendosi entrambi innocenti e allora -da quel momento- potranno procedere insieme alla ricerca della verità e della giustizia. E poi che “la vera vergogna è nascondersi”, ossia non riconoscere le proprie colpe, non confessare liberamente e apertamente, sinceramente, gli errori commessi e gli sbagli fatti. Fausto Morra diventerà un esempio per la figlia Viola quando dichiarerà dove ha peccato; così come lei denuncerà la violenza subita, senza più vergogna (e infatti la frase è pronunciata proprio da Viola).

Ma a tutto questo si aggiunge un’ultima nota aggiuntiva diversa che dà la serie tv (rispetto agli altri prodotti cinematografici citati). Con il fatto che Fausto Morra si risveglierà dal coma dopo cinque anni, si sollevano molti interrogativi. La perdita di memoria può far dimenticare tutto o vi sono cose che rimangono indelebili? Con la perdita di memoria, mutano anche i propri sentimenti? La perdita di memoria cancella anche l’onestà e l’integrità morale di una persona? Se l’assenza per coma cambia gli eventi, è azzerato tutto, si deve ripartire da zero o c’è sempre qualcosa, un appiglio da cui ricominciare? Il coma e la perdita di memoria, cambiano solo gli eventi o pure le persone con la loro identità e moralità, oppure queste rimangono eterne e sempre le stesse immutate e immutabilmente? Fausto deve recuperare la memoria con l’aiuto della psicanalista: la dottoressa Madrigali (Magdalena Grochowska), però c’è una scena che gli si ripresenta sempre davanti agli occhi e che deve cercare di ricostruire in toto. Allora vuol dire che la verità è immortale e non potrà mai essere cancellata, perché prima o poi verrà comunque a galla e si scoprirà? Possibile ricostruire un rapporto dopo un’assenza così lunga come quella sua di cinque per il coma? Di certo anche questo pone scelte etiche e morali. Ci si deve occupare esclusivamente del malato in coma o si è legittimati a ricostruirsi una vita (come fa Gloria)? Un po’ a richiamare le scelte aziendali: per il bene della cascina (che rappresenta però anche un po’ un bene di famiglia, una tradizione antica, le proprie origini), è giusto scendere a compromessi e corrompere anche o fare affari loschi? Giusto usare tecnologie più avanzate che aumentano la produzione, o bisogna sempre mantenere una linea produttiva più artigianale, ma più ridotta? Si devono fare sacrifici e rinunciare alla propria strada per salvaguardare questa proprietà che è un bene e un affare di famiglia (come fa Milena Morra)? In poche parole, come fare a trovare la propria strada? O meglio: la strada di casa? Cioè il proprio senso di identità e di appartenenza, un posto in cui riconoscersi. Dove tutto non è come sembra, come fare a riconoscere chi è sincero e chi no, di chi ci si può fidare e di chi no? Quando e quanto si deve essere sinceri? Si può mantenere un segreto a fin di bene, per proteggere una persona cui si tiene? Oppure mentire e dire una bugia è sempre negativo? Un po’ il segreto che distrugge, logora, dilania Lorenzo Morra (nei confronti di Irene Ghilardi).

Musical, fiducia, diritti e tradimento. Detroit, Hostiles e Sirene

detroitIl 23 novembre uscirà nelle sale “Detroit”, film per la regia di Kathryn Bigelow nella selezione ufficiale della XII Festa del cinema di Roma. In più in queste settimane è in onda la nuova fiction “Sirene” che, tra l’altro, ben descrive il tema del tradimento grazie al personaggio di Francesca, di cui veste i panni Lorena Cacciatore. Quest’ultima sta per sposarsi con Gegè de Simone (Michele Morrone) che, nonostante le sembianze umane, è il tritone Ares di cui è ancora perdutamente innamorata la sirena Yara (Valentina Bellè). Lei, con la sorella e la madre, finisce nel B&B di Salvatore Gargiulo (interpretato da Luca Argentero) detto Sasà, un allenatore di pallavolo. Per aiutare la giovane a riconquistare Gegè, Sasà cercherà di sedurre Francesca, che cede alle sue attenzioni nonostante sia a un passo dalle nozze. Dunque le sirene (richiamo un po’ al film “Splash” di Ron Howard del 1984, tanto che loro usano un motore di ricerca che invece di Google si chiama così) non conosceranno solo l’amore, ma anche il tradimento. E così sarà per gli umani. Tradimento in diversi sensi: sia per il fatto di avere un’altra relazione prima del matrimonio, sia per le bugie che ci si dice, sia per la confusione tra finzione e realtà, tra mondo umano e marino delle sirene. Tra ciò che si racconta e ciò che è.
Ma esiste un altro tipo di tradimento più ampio: il tradire i diritti inviolabili di una persona o la sua fiducia. Se Yara si sente privata del diritto di poter amare Ares (che sente “suo”) e, al contempo, di poter essere una sirena felice, è proprio il film “Detroit” ad illustrare la lotta per vedersi riconosciuti i propri diritti umani, ad essere se stessi, rispettati, secondo il riconoscimento dei diritti razziali, al di là di ogni discriminazione; anche in un’America multi-etnica e multi-culturale. Se Ares nella mitologia viene identificato come il dio della guerra, il film della Bigelow ben descrive un fatto storico, una sorta di guerra civile: quella che avvenne nel 1967 nella città degli Stati Uniti. All’epoca la polizia uccise tre afroamericani, su cui si accanì in maniera violenta (ferendo centinaia di altre persone innocenti), vittime della loro rabbia feroce e cieca e immotivata, basata su un odio xenofobo ingiustificato e irrazionale. Un po’ come avviene nelle banlieues parigine, qui la convivenza tra bianchi e neri è difficilissima e durissima. Non a caso l’America è stata la patria della guerra d’indipendenza e ha visto anche un’altra lotta per ottenere la “libertà” da ogni forma di ghettizzazione. Simile a quello che avvenne nel capoluogo della contea di Wayne (nel Michigan) lo è stato anche per gli indiani d’America (ridotti in schiavitù nelle loro “riserve”). Sterminati, denominati “pellerossa” o “indios” dai colonizzatori, furono salvati dai missionari cattolici, è il film “Hostiles” (regia di Scott Cooper, sempre nella selezione ufficiale della Festa del cinema di Roma 2017) a raccontare i duri e atroci scontri che agitarono il Messico e tutto il Sud America prevalentemente: intere popolazioni di indiani, ma anche di americani, sterminati con terribili razzie, saccheggi e distruzione di interi villaggi e famiglie. Sullo sfondo c’è questa parte di storia e la trama ben delinea la volontà di mettere fine a tutte queste sofferenze derivanti dal fatto di essere “ostili” (come cita il titolo del film). Nemici che si (auto)distruggono. Il protagonista è un capitano dell’esercito (interpretato da Christian Bale) che deve portare in salvo un capo Cheyenne (ferito in punto di morte che vuole tornare “a casa sua”, di cui veste i panni Wes Studi). Le loro vite si incroceranno a quella di una vedova a cui hanno ucciso tutta la famiglia (marito, due figlie e l’ultimogenito neonato): un’intensa ed eccellente Rosamund Pike, che spesso ha dovuto recitare senza parlare, solo con un’espressività del volto; spettacolare. Allora sembra che ci si chieda quasi: vale davvero la pena scontarsi? A cosa porta essere l’uno contro l’altro? Del resto è stato lo stesso Mahatma Ghandi a promuovere la nonviolenza (ahimsa) nella cosiddetta satyagraha (resistenza all’oppressione) con una resistenza pacifica non violenta nella disobbedienza civile. Pensiero che ha guidato molti altri noti difensori dei diritti civili: da Martin Luther King, a Nelson Mandela, ad Aung San Suu Kyi.
E che dire, a proposito di Italia, di “Una questione privata” di Paolo e Vittorio Taviani. Siamo nel 1943, tempo dunque di resistenza e di giovani che partono partigiani. Come Giorgio e Milton (interpretati da Luca Marinelli e Lorenzo Richelmy), che si contendono l’amore di Fulvia (Valentina Bellè). Milton scoprirà che forse lei l’ha tradito con l’amico Giorgio. Il film si regge sulla colonna sonora di “Over the rainbow”, e tratta le medesime tematiche della lotta per la liberazione dal regime di oppressione del (nazi)fascismo per il trionfo dell’unità e dell’uguaglianza, del tradimento (e della gelosia), sempre nella cornice bellica di una guerra come il conflitto mondiale. Basato sul capolavoro di Fenoglio, la trama è simile a quella di “Fango e gloria – la Grande Guerra”, per la regia di Leonardo Tiberi (del 2014) con Valentina Corti, Eugenio Franceschini e Francesco Martino che danno vita a un triangolo tra amicizia e amore. Agnese (Valentina Corti) è divisa tra il fidanzato Emilio (Francesco Martino) e le attenzioni dell’amico Mario (Eugenio Franceschini). I due giovani partiranno per il fronte e anche lei andrà a lavorare (come tutte le altre donne al posto degli uomini) in fabbrica, sognando il matrimonio con Emilio. Ambientato in Emilia Romagna è un docu-film, con immagini di repertorio ripescate dall’archivio dell’Istituto Luce e con la voce narrante del milite ignoto: un giovane sconosciuto morto per la patria, che non è stato possibile individuare, che potrebbe essere chiunque dei ragazzi partiti per il fronte con tante speranze.
Se l’impostazione di “Detroit” e “Hostiles” è la stessa, abbastanza drammatica nella sua rappresentazione cruda, dura e violenta – molto intensa e profonda -, a vincere il premio Panorama Italia nella sezione “Alice nella città” è stato un film divertente, che mostra un altro tipo di tradimento. Si tratta di una sorta di musical: “Metti una notte”, per la regia di Cosimo Messeri (con Amanda Lear, Cristiana Capotondi ed Elena Radonicich). Protagonista è lo stesso regista nei panni di Martino, un giovane entomologo (che studia gli insetti) molto erudito (usa solerzia invece di dire prontezza e scrupolosità nello svolgere un compito, un lavoro o un mestiere, un’attività). Tornato a Roma dalla Svizzera, lo zio gli chiederà di guardare la figlia di alcuni amici (Linda) poiché la sua babysitter (Gaia, interpretata da Cristiana Capotondi) è occupata; ma vi troverà anche la stravagante ed estroversa nonna della bimba (Lulù, Amanda Lear). Strada facendo incontrerà un suo vecchio amore del liceo: Tea (Elena Radonicich). O almeno così gli pare. Scoprirà che Tea non era Tea; e non solo per un eventuale scambio di persone, ma perché lei si approfitta dei suoi buoni sentimenti e lo inganna. Tradisce la sua fiducia. Così come spesso ci fidiamo troppo dell’altro, anche di chi non conosciamo. Martino è un uomo onesto, sincero, un po’ ingenuo, crede fermamente nella sincerità degli altri e nella loro buona fede. Si fida insomma e si comporta con altruismo e generosità. Mentre “la gente è quello che sembra”; cioè se uno somiglia a un delinquente o un ingannatore, un truffatore, probabilmente lo è. E lui sarà molto ingannato e raggirato. Un po’ incompreso, denigrato e deriso per il suo interloquire iperbolico e filosofeggiante, è lui stesso ad ammettere che “a volte la testa gli parte e le parole non tengono il passo”. Ossia resta senza parole, incapace di esprimere i propri sentimenti e di (re)agire. Per questo lo zio ritiene che, per uscire dal suo “marasma sentimentale” ci voglia “qualcosa di più travolgente”. La sua lezione è: “detesta gli errori, ma comprendi gli erranti”. Sbagliare è umano e, in fondo, la vita è “un misto di ansia e fatalità”, che ha in sé la parola fato: “bisogna crederci, è tutta un’illusione”. Bella la parte finale in cui, per la prima volta, dopo tanti battibecchi Gaia e Martino riescono a parlarsi solo guardandosi negli occhi. Il film ci insegna in maniera delicata a non tradire mai la fiducia dell’altro, i suoi sentimenti, ad accettarlo così com’è.
In questo validissimi altri due film della sezione “Alice nella città” della Festa del cinema di Roma. Entrambi sempre una sorta di musical: il genere è ritornato in auge qui alla Festa del cinema di Roma e non accadeva dai tempi dello strepitoso “Mental” di P.J. Hogan (con Liev Schreiber, Toni Collette, Anthony LaPaglia, Caroline Goodall); una commedia strabiliante che, attraverso la musica, trattava la malattia mentale. E mentale è proprio l’aggettivo giusto per descrivere il più corretto approccio all’altro, alla diversità, ossia basandosi sull’affinità empatica, emotiva, irrazionale: quell’alchimia che provoca una reazione chimica incontrollata e istintiva, naturale, senza passare per l’aspetto fisico esterno e l’esteriorità e l’avvenenza fisica. Quasi una scossa che la nostra psiche, anche a livello inconscio, subisce (che ci fa riconoscere tutti simili se non uguali, o comunque ci mette in sintonia con l’altro e ci si intende al volo).
Quella che vuole dare, ad esempio, il protagonista di “Freak show” (basato sul romanzo di James St. James), diretto da Trudie Styler (con Alex Lawther, Bette Midler, Annasophia Robb, Abigail Breslin, Laverne Cox): Billy Bloom (con l’interpretazione da premio Oscar di Alex Lawther). Discriminato, emarginato, quasi ghettizzato e vittima di bullismo perché considerato diverso e non conforme ai canoni comuni e sociali condivisi nel suo liceo, combatterà la sua battaglia per il rispetto della persona umana nella sua diversità e nei suoi diritti inviolabili a modo suo. Affronterà intolleranza, violenza e bullismo in maniera drastica. Amando vestirsi in maniera eccentrica, deciderà di candidarsi a reginetta del liceo, nelle elezioni di fine anno. Andando contro tutto e tutti, contravvenendo a qualsiasi moda e regola tradizionali e più conformiste e conservative. Isolato da tutti, anche in maniera offensiva, perché omosessuale, lui porterà avanti l’idea di tirare fuori, proteggere, manifestare, esibire senza vergogna, difendere e lottare per mostrare la parte freak che c’è in ognuno di noi. Il “freak” letteralmente è una “persona eccentrica, stravagante, strana” perché magari vista come diversa; in realtà Billy (omaggio forse a Billy Elliot per la sua passione per la danza) si riferisce alla parte più infantile, nel senso di incontaminata, schietta e sincera, immune da ogni forma di preconcetto, pregiudizio o di odio, per cui non si teme di essere se stessi. Anzi il suo invito è a comportarsi con il cuore, in maniera spontanea, senza temere il giudizio degli altri o solo per farsi “accettare” dalla massa. Paladino di questa libertà assoluta di essere autentici, senza censure, senza limiti né vincoli né obblighi o costrizioni. Non ha paura di andare sino in fondo a questa lotta per un ideale in cui crede molto (al di là di quale sarà l’esito delle votazioni dei suoi compagni). E la musica non poteva che essere la protagonista e il volano perfetto per veicolare un messaggio del genere. Pensiamo in passato alle canzoni “Freak of nature” di Anastacia o “Il bimbo dentro” di Tiziano Ferro.
E che dire, poi, dell’altro film (non meno forte emotivamente, sempre a musical) di “Saturday Church” di Damon Cardasis, che si regge sull’intensità espressiva di Luka Kain? Il giovane attore veste i panni del protagonista Ulysses ovvero Ulisse (che vive una sorta di Odissea personale che è un romanzo di formazione molto struggente). Anche lui vittima di bullismo perché omosessuale, vivrà esperienze molto forti soprattutto perché un ragazzo adolescente di colore del Bronx. Un 14enne come lui a New York per crescere deve conoscere realtà molto dure, che condividerà con altri neri come lui di una comunità transgender. Non sarà facile farsi accettare e superare certi traumi di violenze e abusi, ma la musica può aiutare ad estraniare la sofferenza che si ha dentro quantomeno: diventa un modo per parlare, comunicare e comprendersi, capirsi e aiutarsi. Molto sensibile, per quelli come Ulisse è facile rimanere terribilmente feriti dalla crudeltà di un mondo violento. Il diritto ad essere liberi sarà una dura conquista: un po’ come andare in Chiesa il sabato, luogo dove si è tutti uguali e fratelli e ci si vuole bene, ci si rispetta e ci si aiuta uno con l’altro (forse questo un po’ il senso del titolo: senso di comunità da riscoprire, ritrovare e diffondere). Film come “Freak show” non premiato, ma che tratta in modo simile temi speculari. Per il diritto alla diversità gridato da più fronti. Nel cast di “Saturday Church” (in cui molto rigida e un po’ bigotta, autoritaria e severa è la zia Rose del ragazzo) anche: Margot Bingham, Regina Taylor, Marquis Rodriguez.
Infine, a proposito di accoglienza, inclusione, rispetto e accettazione dell’altro, lotta all’emarginazione anche attraverso la religione, non si può non citare un altro interessante film (non premiato) della sezione “Alice nella città”: “Beyond the sun” di Graciela Rodriguez Gilio e Charlie Mainardi. Un invito a scoprire il Vangelo e a praticarlo con coraggio, in maniera semplice e spontanea, con il Catechismo e soprattutto parlando a Dio attraverso un raccoglimento intimo e il dialogo (parola quanto mai importante che viene introdotta). “La paura è un’illusione”, con “forza e coraggio” si può arrivare a scoprire e sentire la fede, a conoscere e diffondere la parola di Gesù, seguendo il suo esempio (come fecero gli apostoli). Questo l’insegnamento per cinque bambini di culture e mondi diversi, da parte dello stesso Santo Padre. Eccezionalmente, infatti, Papa Francesco appare nel film per esortare a seguire un cammino apostolico, per quanto insidioso e difficile, ma senza paura appunto; nonostante possa risultare astioso e pericoloso a tratti, irraggiungibile o impossibile da conseguire e perseguire. L’amore di Dio è in ogni cosa, la parola di Gesù e gli insegnamenti della religione e del cristianesimo sono nelle piccole cose della vita di tutti i giorni, nei semplici gesti.

Molto originale come gli altri nell’affrontare temi particolari e insidiosi con disinvoltura e nel parlare in maniera semplice e diretta, molto chiara, al pubblico di ogni età. Per una sorta di piccola grande rivoluzione non-violenta (per ritornare al punto di partenza d’avvio).

“La mafia uccide solo d’estate”: il bambino che sogna il trionfo dell’amore

Dalla Chiesa-assassinato-PifNella giornata della Legalità, il 23 maggio scorso, Rai Uno ha mandato in onda un film che parla di mafia dal punto di vista di un bambino: “La mafia uccide solo d’estate”, diretto e interpretato da Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, che ha scritto il soggetto con Michele Astori e Marco Martani), e  con Cristiana Capotondi. Il film, uscito nel 2012, racconta in maniera semplice cosa significhi vivere a Palermo a stretto contatto con la mafia tentando di contrastarla. É stato lo stesso presidente della Repubblica Mattarella, ad affermare che “La mafia si può sconfiggere”. Non va dimenticato, infatti, che il capo dello Stato ha perso il fratello Piersanti per mano di cosa nostra durante il mandato di Presidente della Regione Siciliana. E il presidente del Senato Pietro Grasso, ha voluto evidenziare che si tratta di un fenomeno complesso, al contempo economico, politico e sociale.

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Interessante la scelta di due bambin quali protagonisti; Arturo e Flora, che da adulti saranno interpretati da Pif e Cristiana Capotondi. SiIl film evidenzia che la lotta si può condurre sia dall’interno (come Arturo che rimane sempre nella sua Palermo) che dall’esterno (come Flora che si deve trasferire in Svizzera, per poi tornare nella capitale siciliana). La lotta alla mafia è come un gesto d’amore per questa terra di cui ci vengono mostrati i mille volti: il caldo di un sole cocente, i dolci, le tradizioni, lo spirito d’animo dei cittadini vivaci e brillanti. Questo legame per Palermo e più in generale per la Sicilia, è forte come la storia d’amore infinita nata  quando erano bambini, tra Arturo e Flora. E il film ci dice che sono proprio i giovani come lui che devono avere il coraggio di ribellarsi e lottare contro la mafia perchè ogni cittadino può e deve fare qualcosa e cambiare è possibile.

Non bisogna rassegnarsi all’idea di partenza del film, quando il protagonista dice: “Crescendo cominciai a capire che a Palermo nulla è come sembra, è una città piena d’insidie”, occorre piuttosto avere il coraggio di affrontare la mafia con coraggio e determinazione, come farà Arturo. Pif ci mostra quanto la mafia sia profondamente infiltrata nella popolazione siciliana e non solo e, ce ne rappresenta i connotati universali, per ribadire l’importanza di conoscere bene il fenomeno per poterlo sconfiggere ed affrontare.

Gli adulti invece, nel tentativo di proteggerli, raccontano troppo spesso ai più piccoli che la mafia non esiste. Certo non è facile ammetterlo per chi ci convive da secoli.

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Ma i bambini assorbono tutto quello che vedono e sentono, fanno proprie tutte le notizie che ascoltano alla televisione, Arturo infatti è convinto fermamente che Andreotti abbia ragione quando afferma che “La mafia è solo in Campania, Calabria o Puglia e non in Sicilia”; ma presto i fatti lo smentiranno e tutti i palermitani saranno costretti ad arrendersi all’evidenza. È la Palermo degli attentati a Falcone e Borsellino, degli omicidi in pieno giorno in mezzo alla strada. Un pericolo in cui versa tutta la città poiché quelle bombe possono colpire chiunque, anche civili innocenti come Flora e la sua casa. La mafia, così, sembra minare, colpire, quasi “inquinare” quel simbolo di un amore sincero, puro, schietto, spontaneo, innocente. E, così, con gli occhi ingenui di un bambino, Arturo ha quell’incoscienza, quella curiosità, quella volontà e quel coraggio spregiudicato per interrogarsi, cercare la verità e desiderare la giustizia, come spesso chiedono anche gli adulti.

Una battuta di Flora è illuminante per comprendere il clima di tensione in cui la mafia ha condannato a vivere i siciliani; quando Arturo le porta dei fiori e dei cioccolatini lei gli domanda: “Si possono mangiare i cioccolatini? Non ci sono proiettili vero?” e non è uno scherzo ma la descrizione della realtà in cui vive chiunque si opponga alla mafia.

La soluzione sembra solamente quella di una delle scene conclusive della gente che si stringe ai funerali delle vittime, quasi che la tragedia possa unire e far capire l’importanza dell’amore su tutto per lottare contro la mafia. Come se tutti insieme si possa essere quella Sicilia forte e unita in grado di resistere alla mafia per costruire il futuro e far nascere i propri figli, come quello di Arturo e Flora, in un mondo migliore.

Il film fornisce un filo di speranza nel finale mostrando la nascita del loro bambino, che crescono nella legalità, e nella lotta alla mafia, facendogli vedere e visitare i luoghi della città che ricordano chi ha speso la sua vita per dire no alla mafia. “Capii che un genitore ha due compiti: difendere il proprio figlio dalla malvagità del mondo e aiutarlo a riconoscerla”, afferma Arturo.

Ma la Sicilia non è solo mafia: è tanto altro ancora, una bellezza tutta da vivere e da scoprire come fanno Arturo e Flora che costruiscono una storia di amore piena di umanità laddove c’è chi porta morte, distruzione, terrore e sofferenza.

Sono i giovani di oggi che rappresentano il futuro e una possibilità nel domani per questa terra perchè anche qui è possibile realizzare un sogno favoloso come quello di Arturo e Flora.

Barbara Conti 

‘Una casa nel cuore’.
Senza materialismo, ma
con sentimento

Cristiana Capotondi protagonista della fiction Rai 'Una Casa Nel Cuore'

Cristiana Capotondi protagonista della fiction Rai ‘Una Casa Nel Cuore’

Il 23 aprile è stata la Giornata Mondiale del libro, patrocinata dall’Unesco per promuovere la lettura, la pubblicazione dei libri e la protezione della proprietà intellettuale attraverso il copyright. La data è stata scelta poiché è il giorno in cui sono morti, nel 1616, tre importanti scrittori: lo spagnolo Miguel de Cervantes (1547-1616), l’inglese William Shakespeare (1564-1616) e il peruviano Inca Garcilaso de la Vega (1539-1616). Capitale di tale Giornata è stata selezionata la città della Corea del Sud di Incheon e non a caso. Qui, infatti, si sta attuando un programma per diffondere la lettura tra i giovani e tra i meno fortunati della popolazione. Anche il portale della Treccani è stato oscurato per motivare a prendere in mano un libro, aprirlo ed iniziare a scorrerne le pagine ed a soffermarsi, sfogliandolo, sul fascino di questa forma d’arte e d’espressione, troppo spesso trascurata.

IL LIBRO E I TEMI – Consigliamo la lettura del romanzo ‘Condominio Occidentale’ di Paola Musa, da cui è stata tratta la fiction ‘Una casa nel cuore’, con protagonisti Cristiana Capotondi e Simone Montedoro, andata in onda il 6 aprile scorso su Rai Uno e che si è aggiudicata il prime time con 5 milioni 276mila spettatori e il 20,52% di share. Il film tv, per la regia di Andrea Porporati, ha trattato con pathos e il giusto tono (melo)drammatico temi significativi ed attuali, che ben dipingono le difficoltà che spesso si è costretti ad affrontare ai tempi d’oggi. Una casa non è né una certezza, né un diritto, né va data per scontata, ma è una dura conquista da effettuare con molti sacrifici. La vita in questo mette alla prova i più audaci come Anna (Cristiana Capotondi), che all’improvviso perde tutto tranne il coraggio.

E così si parla della crisi economica, del problema dei senza tetto, dell’emergenza abitativa, della ricerca di un alloggio in un’Italia dove il lavoro scarseggia e della divisione tra chi vive nell’agio e chi no è sempre più evidente. Del precariato, ma anche dei nuovi poveri: i ricchi di ieri che sono i poveri di oggi appunto; anche loro lottano per un impiego, per trovare ed avere un posto caldo dove dormire, un tetto sotto al quale ripararsi. E che spesso devono affidarsi al sostegno di Onlus come quella di Francesco (Simone Montedoro), che si occupa di persone in difficoltà. Ma molte volte si trovano a vivere le discriminazioni di chi è meno fortunato, o dell’emarginazione rivolta soprattutto alle donne. Ed in questo è centrale che le vicissitudini siano quelle di una figura femminile.

LA TRAMA E IL FILM – La protagonista è Anna con sua figlia Aurora e scopriranno che la solidarietà non ha un solo volto, ma quelli di molte persone che staranno loro vicino e che essa è l’unica soluzione possibile per uscire da emergenze umanitarie, di fronte alle quali tutti sembrano rimanere indifferenti od interessati solamente al lato tragico e sensazionalistico delle vicende. Stampa in primis. Questa gente chiede comprensione ed attenzione, senza che vi sia strumentalizzazione. Risalire la china, partire ed andare via per ricominciare, riuscire a farsi ascoltare e a far sentire la propria voce non sarà facile per le due e i loro amici, ma non è facile neppure per molti disoccupati, cassaintegrati, immigrati o per persone che hanno vissuto emergenze ambientali quali alluvionati o terremotati. Non è fantasia, sono cose che purtroppo accadono nella vita vera e, se gli aiuti e i sostegni finanziari non arrivano od arrivano tardi, occorre rimboccarsi le maniche. Come fare? Il volontariato delle Onlus o una società con meno spreco aiutano di sicuro.

LA STORIA – La vicenda di Anna è comune a molte persone. Deve ricostruirsi la vita come un carcerato uscito di prigione, pur essendo innocente. Anche il tema delle prigioni è sfiorato, anche se è presente per altro motivo, ma è ricollegabile e ri-contestualizzabile. All’improvviso senza casa, a causa di uno scandalo e di problemi giudiziari che coinvolgono il marito. Già, la giustizia! Quale scegliere tra quella dello Stato e quella personale quando non sembra esserci via d’uscita, una luce in fondo al tunnel? Senza lavoro perché ha maturato poca esperienza negli ultimi anni poiché è rimasta incinta. Ma la donna deve restare a casa, fare la casalinga e la mamma per sempre od è giusto che si realizzi anche professionalmente? Una donna incinta va discriminata o tutelata nel mondo del lavoro? Senza soldi (meno male che c’è il “Compro Oro” e quanto è cara la vita!). Senza un posto dove andare per la notte, Anna ed Aurora dormono in macchina (almeno quella le è rimasta!), ma rubano loro bagagli. E così anche senza valigie. Senza cibo: per cena si mangia con le verdure ancora buone degli scarti dei mercati; alla faccia della società degli sprechi.

Senza vestiti, ma qualcosa nei cassonetti si può trovare, contravvenendo a ogni tendenza dell’usa e getta, del “fuori moda”, dell’“ormai è superato” di molti giovani anche per cellulari e strumenti tecnologici d’avanguardia. Ma Anna ed Aurora non sono senza coraggio o dignità. E neppure senza una famiglia, perché loro due insieme lo sono già. Ed in questo c’è una visione di cosa significhi oggi nella società moderna famiglia. Con la multiculturalità è anche quella allargata a nuclei di nazionalità miste? O con divorzi e secondi matrimoni è quello di genitori e fratelli e sorelle acquisiti? E con le battaglie per i diritti degli omosessuali: quelle tra due persone dello stesso sesso sono equiparabili alla famiglia tradizionale? Avere due mamme o due papà per genitori con le adozioni riconosciute anche a gay e lesbiche, equivale per un/a bimbo/a a dire di avere una famiglia a tutti effetti, uguale a quella di chiunque altro? E, soprattutto, per rimanere più ancorati nello specifico a “Una casa nel cuore”, una donna sola con la figlia sono una famiglia? Se non riesce a mantenerla è giusto che la dia in affido o adozione a chi può occuparsene, come vorrebbe fare Lucia, che si vuole prendere cura di Aurora, interpretata da Michela Andreozzi? E che fare se si rimane incinta e senza lavoro, come accade a un’amica di Anna? E i nonni che ruolo dovrebbero avere? Devono continuare ad occuparsi della nipote, oppure misconoscere la figlia della ex suocera? Interrogativi non banali in una società in cui molti figli crescono coi nonni appunto. Qui il padre e la madre del marito di Anna le chiudono le porte. E così Anna presto si ritroverà anche senza figlia.

Il film aiuta a riflettere con realismo, senza estremizzare i toni tragici o melodrammatici. E non ultimo degli interrogativi ci si chiede: che significato ed importanza ha avere una casa? Cosa rappresenta per l’individuo? Forse un po’ la sua identità? In effetti per Anna è come andare alla ricerca di chi è, di chi è diventata, per impossessarsi di nuovo di se stessa, dopo essere stata assoggettata al marito per molto tempo. La donna è giusto che sia indipendente ed autonoma? O deve dipendere dal coniuge e farsi mantenere? Un marito possessivo come quello di Anna, rimanda con la mende alla tematica della violenza sulle donne. Problematiche di genere che, però, non ne fanno un’opera femminista, poiché mostra come esistano anche uomini generosi e ci sia tanta umanità nel mondo ancora per fortuna da scoprire e condividere. È il caso della casa sul Tevere dove “non si delinque, non si batte per strada, ci si rispetta e si rispettano le regole”, accontentandosi di e condividendo quel poco che si ha. È questa la casa nel cuore: se casa è sinonimo di famiglia, allora quello che conta è sentire nel cuore, nell’animo, di essere una famiglia. E comportarsi come tale, anche se con persone con cui non si hanno legami di sangue che vincolino. Ma non è facile adattarsi a dover rinunciare alle comodità della vita di chi ha vissuto nel lusso. Stando al freddo e al gelo, ma è più facile giudicare per la società che capire. E, così, anche senza gli agi conosciuti fino allora, Anna, oppressa da tutti questi “senza”, da tutte queste rinunce cui è costretta, finisce nello sconforto.

E resta anche senza voglia di lottare, quasi senza speranza. Ma presto capirà che non è senza amici e così Francesco le corre in soccorso. Così come Augusto (Giorgio Colangeli), il capo del piccolo gruppo di “condomini” della casa sul fiume, che si preoccupa di difendere la loro normalità e la loro dignità. Quella ora diventerà la sua casa. Poi un’esondazione del fiume gliela porterà via. Rimasta un’altra volta senza casa, il dolore per lei diventa insopportabile. Ed in questo è straordinaria l’interpretazione della Capotondi (in un ruolo non comico) del dramma interiore vissuto da questa giovane donna. Il peso del fallimento si fa sempre più consistente, si sente inutile e incapace per non essere riuscita a dare alla figlia quello che avrebbe dovuto e voluto. Aurora non vuole andare a scuola perché si vergogna di non avere la divisa o gli abiti puliti per potersi cambiare. Anna si disprezza perché si sente una barbona. E, così, si rivela l’universo dei senza tetto: una scelta volontaria o un obbligo e una situazione in cui ci si trova sprofondati all’improvviso? Ma proprio quando tutto sembra perduto è la forza del gruppo che la salverà. Mentre insegue il sogno di una casa, Anna scoprirà che si può vivere senza beni materiali, che ha persi tutti, ma non senza l’affetto sincero, spontaneo e genuino, fatto di un’umanità profonda e vera. Se è senza soldi, però, ci sono cose che non si possono comprare: i sentimenti (di amicizia o di amore di una madre per una figlia e viceversa). Il tutto senza retorica. Questo ci piace di “Una casa nel cuore”: la semplicità di raccontare cose vere. Anche per questo è importante ricordare storie del genere. Che esistono davvero. Non a caso l’annuncio al TG3 che viene mostrato (con la giornalista Roberta Ammendola che vediamo spesso in tv anche adesso, a sottolineare l’ancoraggio alla realtà attuale), ci ricordano che la cronaca è piena di queste storie. Ogni giorno quasi.

Barbara Conti 

Cinema, grandi novità. Tra i sette film nelle sale “Dracula 3D”, “Il sospetto” e “Il peggior Natale della mia vita”

Un fine settimana pieno di novità cinematografiche. Escono infatti nelle sale sette nuovi film, tra cui tre di produzione italiana. In particolare, la commedia “Il peggior Natale della mia vita”, l’horror “Dracula 3D” nella versione del maestro Dario Argento e il tanto criticato “E la chiamano estate”, film ‘psicoanalitico’ sull’incomunicabilità di coppia. Le altre pellicole sono il dramma danese de “Il sospetto”, il film d’animazione francese “Un mostro a Parigi”, l’horror “Paranormal activity 4” e il thriller americano,“End of Watch”. Continua a leggere