La Turchia tra Presidenzialismo, guerra ai curdi e Siria

erdogan bandieraUna nuova Turchia si affaccia all’orizzonte europeo, due svolte importanti nel territorio eurasiatico, la prima è quella che riguarda la riforma costituzionale che porterà la Repubblica turca verso il Presidenzialismo, l’altra riguarda la guerra siriana e la svolta pro-Assad del Presidente turco che chiaramente non dimentica la sua guerra ‘interna’ contro i curdi.

Come promesso e prospettato la Turchia di Erdogan si avvia verso il Presidenzialismo. La Riforma Costituzionale voluta dall’attuale presidente turco che mira a rafforzarne i poteri ha portato a scontri non solo politici e verbali, ma a una vera e propria rissa tra maggioranza e opposizione. La lite è iniziata quando i deputati del Chp, il più antico partito turco dei laici, hanno accusato i colleghi dell’Akp della maggioranza di Erdogan di non votare secondo le procedure previste per lo scrutinio segreto. Alcuni parlamentari dell’Akp hanno quindi cercato di strappare a un collega del Chp il telefono cellulare con cui filmava le presunte irregolarità procedurali. Dalla scintilla la rissa: pugni, spintoni e urla, mentre si votavano i 18 articoli della proposta di riforma costituzionale presentata dalla maggioranza. Ma il presidente Erdogan è intervenuto chiedendo che le operazioni di voto “vadano avanti e ognuno stia al suo posto e faccia il proprio dovere”. Nonostante la rissa, infatti, sono stati approvati altri tre articoli della controversa riforma costituzionale che mira a rafforzare i poteri del presidente Recep Tayyip Erdogan. Gli articoli in questione riguardano l’abbassamento dell’età minima dei deputati da 25 a 18 anni, l’allungamento da quattro a cinque anni della legislatura e i poteri del Parlamento.


L’intera riforma dovrebbe essere approvata (in prima e seconda lettura) nel giro di due settimane.
Nel frattempo, la situazione in Siria prende una nuova piega dopo la svolta a favore di Assad del Presidente Erdogan. La pace sembra vicina, grazie anche all’intermediazione russa, in una terra che vede ormai da oltre cinque anni la guerra civile e la devastazione.
I nuovi negoziati di pace in Siria non sono più a guida Nazioni Unite, ma sotto l’asse Russia-Turchia-Iran.
Il presidente russo Vladimir Putin ha parlato al telefono della conferenza di Astana e del cessate il fuoco in Siria anche con la sua controparte turca Recep Tayyp Erdogan e, secondo quanto assicura il Cremlino, è stato constatato il rispetto “nell’insieme” degli accordi fra governo siriano e opposizione moderata per la cessazione delle ostilità grazie alla mediazione di Mosca e Ankara. Putin ed Erdogan hanno concordato di “rafforzare l’impegno attivo comune per preparare i negoziati fra le parti siriane ad Astana”, ha precisato il Cremlino. Russia e Turchia si sono proposti, insieme all’Iran, come garanti di un nuovo processo di pace per la Siria incentrato, nelle loro intenzioni, su colloqui fra le parti ad Astana. Tuttavia se per la Siria si prospetta la pace, per i curdi è ancora tempo di guerra e non solo in Turchia: i rappresentanti curdi siriani non sono stati infatti nemmeno invitati ai negoziati di pace sulla Siria promossi dalla Russia e dalla Turchia che si terranno in Kazakistan (probabilmente il 23 gennaio). Eppure in precedenza Mosca, alleata del presidente siriano Bashar al-Assad, aveva spinto per la presenza dei curdi al tavolo negoziale di Ginevra. Ma Ankara ritiene che Pyd e Ypg siano emanazione del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan, che in Turchia sta combattendo un’insurrezione violenta contro lo Stato.
Intanto la depurazione di Erdogan contro i curdi varca i confini: l’aviazione turca ha compiuto ieri pomeriggio, per il secondo giorno consecutivo, nuovi raid contro il Pkk curdo in nord Iraq (nella regione di Zap), distruggendo almeno 4 obiettivi dei ribelli, tra cui rifugi e postazioni armate. Lo fanno sapere le forze armate di Ankara, che hanno anche diffuso un breve video dei bombardamenti.

La retata ‘istituzionale’ di Erdogan contro i curdi

hdpPiù volte Erdogan aveva mostrato il suo vero volto autoritario in Turchia dopo il tentato golpe, ma stavolta a finire in manette non sono solo persone, è un partito.
Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdag, i due leader del Partito democratico del popolo (HDP), espressione della minoranza curda in Turchia, sono stati tratti in arresto nella tarda serata. Insieme a loro, sono finiti in manette tutti i dirigenti principali del partito, Süraya Önder, Gülser Yildirim, Selma Irmak, Ziya Pir, Ali Aslan, Leyla Birlik, Ferhat Encü e Nursel Aydogan. In tutto sono 59 i parlamentari dell’HDP. La loro immunità è stata cancellata all’inizio di quest’anno.
“L’obiettivo di queste misure è di chiudere il terzo principale partito in Parlamento. È un giorno nero non soltanto per il nostro partito ma anche per tutta la Turchia perché significa la fine della democrazia” si legge nella nota in cui l’Hdp aggiunge di non volersi arrendere a queste “politiche dittatoriali”.
Le motivazioni dell’arresto sono state spiegate in un comunicato della presidenza della repubblica turca, diffuso dall’ambasciata di Ankara a Roma e relativo all’arresto di undici parlamentari del partito filocurdo Hdp. Secondo la nota gli undici deputati del Partito democratico dei popoli (Hdp) sono stati arrestati per non aver risposto ad un ordine di comparizione della procura che chiedeva una loro testimonianza dopo l’entrata in vigore di un emendamento costituzionale sulla rimozione dell’immunità parlamentare di alcuni membri dell’assemblea legislativa accusati di reati penali. “Il procedimento legale per Ä°mam Tascier e Nihat Akdogan, per i quali è stato emesso un mandato di custodia cautelare, è ancora in corso. Come è noto chi rifiuta di rispondere ad una convocazione della procura per testimoniare (in un processo) e quindi viola la legge viene posto in stato di custodia per prendere la testimonianza”, si afferma ancora nel comunicato.
La retata di Erdogan per mettere al tappeto il Partito dei curdi è in atto da tempo e appena pochi giorni fa, il 25 ottobre scorso altri due esponenti del HDP, Gultan Kisanak e Firat Anli, co-sindaci di Dyarbakir, principale città del Kurdistan turco, sono stati arrestati con l’accusa di terrorismo.
“Quanto sta avvenendo in Turchia conferma accentuandole le preoccupazioni che abbiamo espresso più volte sulle ripetute violazioni dei diritti umani da parte del presidente Erdogan. L’arresto del leader del partito Hdp, Selahattin Demirtas, della sua vice Figen Yuksekdag e di altri nove parlamentari, si aggiunge a quelli dei mesi scorsi di politici dissidenti, giudici, professori, giornalisti, alla chiusura dello storico quotidiano Cumhuriyet, ultima voce dell’opposizione, alle limitazioni nell’accesso ai social network e all’abbattimento dei simboli laici come la piazza di Gezi Park e il centro culturale Ataturk”. Lo ha detto Pia Locatelli presidente del Comitato Diritti umani della Camera. “Come europei, come italiani, come difensori dei diritti umani non possiamo restare a guardare. Personalmente ho intensione di recarmi al più presto in Turchia per visitare i colleghi parlamentari agli arresti”.
Mentre il PSE ritiene che il governo in Turchia stia abusando della sua potenza ignorando completamente lo stato di diritto, l’indipendenza della magistratura e la libertà di parola, come principi fondamentali della democrazia. “Estendiamo la nostra piena solidarietà alla HDP e la sua dirigenza che, oltre ad aver resistito contro il tentativo di colpo di questa estate, sono sempre stati coerenti nel sostenere la democrazia contro gli attacchi provenienti da qualsiasi lato”, ha detto il Presidente del Pes Sergei Stanishev che dopo gli arresti ha affermato: “Questo è il peggior tipo di repressione politica ed è inaccettabile in per i nostri valori fondamentali europei. Questo spingerà solo la Turchia lontano dalla Ue”.
Sempre in Europa il capogruppo degli europarlamentari socialisti e democratici, Gianni Pittella ha affermato: “Gli europarlamentari socialisti e democratici sono sconvolti per gli arresti dei leader e dei deputati Hdp. Pensiamo che il dialogo politico sia la sola via per normalizzare la democrazia in Turchia. Gli arresti di parlamentari allontanano la Turchia dalla Ue. L’Hdp è un partito fratello. Leader e deputati Hdp devono essere liberati”. E l’Unione Europea è “estremamente preoccupata” per gli arresti in Turchia dei deputati Hdp. Lo afferma l’Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Federica Mogherini.

PKK, Turchia e Curdi. Soluzioni di pace dall’Ue

erdogan-e-mogheriniDopo le purghe di Erdogan a seguito del mancato Golpe, l’Europa torna in territorio turco cercando un’intesa.
L’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, e il Commissario Ue per l’Allargamento, Johannes Hahn, si trovano oggi ad Ankara per il dialogo e i rapporti Ue-Turchia. Durante l’incontro, cui hanno partecipato anche il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu e il ministro degli affari europei Omer Celik, verranno discussi i principali temi di interesse comune tra Ankara e Bruxelles.
In particolare Mogherini in conferenza stampa ha fatto sapere che l’Unione europea continuerà a lavorare con la Turchia sulla liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi.
Tuttavia la dichiarazione che tiene banco in queste ultime ore è l’affermazione di ‘Lady Pesc’ sulla questione curda. Secondo la Mogherini l’Unione europea è pronta ad “accompagnare” il processo di pace tra la Turchia e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Il capo della politica estera dell’Ue, ha poi aggiunto: “Crediamo che tutta la violenza e gli attacchi terroristici debbano fermarsi, che le armi debbano essere abbandonate e che un processo politico debba iniziare. L’Unione europea, ovviamente, sarebbe pronta ad accompagnare questo processo”, ha detto Mogherini in un briefing. L’ex numero uno della Farnesina ha parlato dopo un incontro ad alto livello con il ministro turco per gli Affari europei Omer Celik. Tuttavia la Mogherini ha comunque ribadito che l’Unione europea e ciascuno Stato membro considera la milizia curda PKK un’organizzazione terroristica.
Una posizione che apre allo spiraglio di un nuovo tentativo da parte europea di trovare una soluzione alla situazione del popolo curdo in Turchia, denunciata da anni da parte di dissidenti e reporter.
Non è la prima volta che ‘Lady Pesc’ esce ‘fuori dal coro’ della diplomazia per quanto riguarda il Sultano turco. Dopo il tentato colpo di Stato del 15 luglio, Mogherini aveva risposto prontamente alle accuse di Erdogan di mancata condanna: “l’Unione europea è stata la prima a farlo pubblicamente”, ribadendo la sua posizione “a difesa delle istituzioni democratiche legittime in Turchia”. E puntando l’indice contro il Presidente turco, poiché “le reazioni al tentato colpo di stato devono essere nel pieno rispetto della democrazia, Stato di diritto e delle libertà fondamentali”.
Nel frattempo però continua in questi giorni la ‘pulizia’ del Governo a guida AKP contro i dissidenti, e in particolare contro ogni forma di simpatia verso la popolazione curda.
Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha confermato l’inizio delle procedure di sospensione e licenziamenti nel settore pubblico, che avranno come destinatari tutti coloro che sono sospettati di simpatizzare con il Partito curdo dei lavoratori (Pkk). Un nuovo filone di epurazioni, destinato ad affiancare i più di 40 mila provvedimenti presi nell’ambito delle indagini scaturite dal fallito golpe del 15 luglio scorso. “Abbiamo compiuto i passi necessari nei confronti di chi ha legami con i golpisti, ora dobbiamo agire con la medesima decisione nei confronti di chi ha legami con un’altra organizzazione terroristica, il Pkk”. Il presidente turco ha tuttavia voluto precisare che i destinatari di provvedimenti di sospensione “potranno dimostrare la loro estraneità dinanzi una Corte”. Oggi licenziati 11.285 insegnanti nel sud est della Turchia, perché accusati di essere simpatizzanti o legati al Pkk, la cui guerra con Ankara dopo 32 anni stenta a trovare una soluzione.
Non solo, ma le autorità turche hanno anche commissariato le municipalità di Sur (centro storico della ‘capitale’ curda della Turchia, Diyarbakir) e Silvan, nel sud-est del Paese, dopo che gli amministratori locali del partito Dbp, branca locale del Partito Democratico dei Popoli Hdp, sono stati sospesi perché accusati di avere legami con “l’organizzazione terroristica” Pkk. Alle elezioni politiche dello scorso anno, l’Hdp aveva conquistato ampie maggioranza in entrambe le città. Ora a governarle saranno esponenti dell’Akp, il Partito islamo-nazionalista turco al potere.
E mentre le Istituzioni continuano con ‘pallidi’ tentativi di riconciliazioni, l’opinione pubblica si mobilita a favore della popolazione sotto assedio da anni.
“Erdogan terrorista, con Kobane fino alla vittoria”: sono gli slogan che poco fa si sono sentiti sul red carpet della Mostra del cinema di Venezia, mentre in Sala Grande entravano i protagonisti dell’emozionante documentario ‘Our war’.
In tuta mimetica da combattenti, con lo stemma giallo del YPG curdo, tre occidentali che sono tra i foreign fighters anti Isis in Siria – protagonisti del film di Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravalloti e Claudio Jampaglia – guidavano il piccolo corteo accanto a rappresentanti dei centri sociali veneziani, schierati con la protesta contro il regime turco. Tra loro anche Eugenio Finardi che ha composto la canzone tema del documentario, coprodotto dalla Rai.

Siria. La Turchia attacca i curdi, scontro con gli Usa

Curdi-YPGLa ‘pulizia’ turca contro il nemico curdo travalica i confini e arriva in Siria, dove nelle ultime 24 ore l’artiglieria turca ha colpito 20 obiettivi di “terroristi” nella regione di Jarablus, nel nord della Siria, con un totale di 61 colpi sparati. Lo riferisce il bollettino dell’esercito di Ankara, senza precisare se si tratta di postazioni dell’Isis o delle milizie curde dell’Ypg, entrambi finiti sotto attacco dall’inizio dell’operazione “Scudo dell’Eufrate”, lanciata mercoledì scorso. “35 civili – riporta l’Osservatorio siriano per i diritti umani – sono morti in seguito ai raid aerei turchi a sud di Jarablus”, mentre l’esercito libero siriano sostenuto dai turchi verso la città di Munbij, liberata all’inizio del mese dai miliziani del Sdf (Forze democratiche siriane, a maggioranza curda). Proprio la notizia, arrivata in queste ore, di attacchi contro le truppe curdo-siriane hanno portato all’intervento degli Stati Uniti. Gli scontri tra l’esercito turco e le forze curde in aree dove Isis non è presente sono “inaccettabili e fonte di forte preoccupazione”. A riferirlo è l’inviato speciale di Obama per la lotta all’Isis, Brett McGurk, che cita un intervento del portavoce della Difesa americana, Peter Cook.
Gli Stati Uniti, che avevano appoggiato l’ultimatum di Ankara sul ritiro dell’Ypg oltre l’Eufrate proprio per mantenere un equilibrio con le richieste politiche di Ankara, attaccano ancora: “Non siamo stati coinvolti in queste attività e non le sosteniamo. Di conseguenza, invitiamo tutti gli attori armati a prendere le misure appropriate per fermare le ostilità e aprire canali di comunicazione, focalizzandosi sull’Isis, che rimane una minaccia letale e comune”, scrive su Twitter l’inviato speciale di Obama per la lotta all’Isis, Brett McGurk, attribuendo le frasi al ministero della Difesa.
“Faremo qualunque sforzo per ripulire la Siria da Daesh. Quanto alla questione del partito terrorista [curdo] dell’Unione democratica (Pyd) noi avremo esattamente la stessa determinazione”, afferma il Presidente turco Erdogan.
“Siamo pronti e determinati a ripulire la regione dai gruppi terroristici – ha detto – ecco perché siamo a Jarablus, ecco perché siamo a Bashiqa (in Iraq). Se necessario, noi non mancheremo di assumerci la stessa responsabilità in altre aree. Non permetteremo assolutamente alcuna attività terroristica vicino ai nostri confini”.
La Turchia ha avvertito che continuerà la sua offensiva contro l’Ypg finché queste non manterranno l’impegno di ritirarsi a est del fiume Eufrate, portando alla controffensiva curda che, nel tentativo di puntare su obiettivi militare, ha invece colpito per errore l’aeroporto di Diyarbakir.
La guerra civile tra curdi e turchi rischia di perpetrarsi anche in Siria, dove ogni tipo di trattativa portato avanti tra Governo e Ribelli sembra ormai arenato.

IL VERO GOLPE

consiglio sicurezza ErdoganLa Turchia precipita nel Medioevo con una vera e propria ‘caccia alle streghe’ che dura ormai da giorni e sta interessando oltre 50mila persone. Il fallito golpe sta trascinando alla deriva il Paese, ormai nelle mani di un uomo solo al comando, il Presidente Erdogan.

Nel frattempo presidente turco Recep Tayyip Erdogan è tornato ad Ankara da Istanbul, per la prima volta dal tentato golpe del 15 luglio, per presiedere una riunione del Consiglio per sicurezza nazionale della Turchia (Mgk). La riunione, convocata per oggi al Palazzo presidenziale, ha l’obiettivo di fare il punto della situazione nel Paese. La Turchia potrebbe proclamare lo stato di emergenza dopo il fallito colpo di Stato. Lo ha annunciato il deputato del Partito giustizia e sviluppo (Akp) Mustafa Sentop al termine della riunione del Consiglio di sicurezza nazionale (Mgk) presieduta dal presidente Recep Tayyip Erdogan. Intervistato dall’emittente turca “Ntv”, Sentop ha sottolineato di non sapere se l’Mgk (Consiglio di Sicurezza turco) avrebbe annunciato oggi lo stato di emergenza, precisando che secondo la costituzione potrebbe restare in vigore per un massimo di sei mesi. Secondo il deputato dell’Akp nel caso di una proclamazione dello stato di emergenza i cittadini non subiranno “alcun effetto negativo”. Sentop ha inoltre sottolineato che la pena di morte dovrebbe essere ripristinata per alcuni reati come ad esempio il tentativo di mutare con la forza l’ordine costituzionale.

Intanto è attesa per le conclusioni del Consiglio di sicurezza nazionale dopo oltre quattro ore discussioni riguardanti le misure di emergenza, il comunicato  che dovrebbe essere letto in serata dal presidente Recep Tayyip Erdogan che già ieri in un discorso televisivo ha anticipato ai media l’importanza della riunione odierna per il futuro del paese. Nel discorso Erdogan ha inoltre rivelato parte della sua agenda per il prossimo periodo che sarà basata su tre punti principali: lo sradicamento dal paese delle organizzazioni terroristiche, la considerazione della richiesta della popolazione di attuare la pena di morte contro gli autori del tentato golpe e la riduzione dei conflitti con i paesi vicini.

Il presidente ha inoltre annunciato la volontà di costruire una serie di caserme nei pressi di piazza Taksim, più precisamente a Gezi Park, nonostante proprio per la realizzazione di un progetto voluto dal governo abbia scatenato nel 2013 una vasta ondata di proteste contro l’esecutivo. “Inizieremo la costruzione delle caserme a Taksim che lo vogliano o no”, ha sottolineato il presidente. Nel suo discorso televisivo Erdogan ha difeso le campagne di arresti in varie strutture pubbliche, negando di aver sfruttato il fallito colpo di stato per colpire i suoi avversari. Oggi il ministero della Difesa turco ha annunciato l’apertura di un’indagine su tutti i giudici e pubblici ministeri militari sospettati del coinvolgimento nel fallito colpo di stato del 15 luglio scorso. Lo riferisce quest’oggi il quotidiano turco “Hurriyet”.

Lì a Istanbul, in Piazza Taksim, dove si era formato il più bel movimento di popolo, di piazza, di giovani in difesa degli alberi di Gezi Park, ora campeggia un enorme striscione, di molti metri quadrati, appeso sulla facciata del centro culturale Ataturk e a fianco, due maxi ritratti del presidente Recep Tayyip Erdogan. La scritta sullo striscione minaccia “Gulen, cane del diavolo, impiccheremo te e i tuoi cani allo stesso guinzaglio”. Ma soprattutto desta sconcerto e preoccupazione che quella stessa piazza venga occupata ogni sera da folle islamiche nazionaliste a sostegno di Erdogan.

Gezi Park striscione

Ma i vertici del Partito AKP restano agitati per la questione Wikileaks, dopo la pubblicazione di 294.548 mail inviate e ricevute da 762 indirizzi dei vertici del Partito del Presidente. La Turchia ha reagito bloccando l’accesso al sito, ma nel frattempo 762 caselle di posta bucate, dalla lettera A alla lettera I, che coprono un periodo che va dal 2010 a una settimana prima del tentato golpe. In alcune si legge a proposito di Gulen: “È un cane, un sionista, un massone ha una rete di scuole in Turchia e nel resto del mondo con cui trama con la Cia contro la Turchia”.

Dopo l’Esercito, la Polizia, la Magistratura e gli Impiegati pubblici la tabula rasa non poteva non toccare l’Istruzione e il mondo accademico con l’aggravante del divieto di espatrio per insegnanti e docenti turchi. Il rettore dell’Università di Gazi ad Ankara, Suleyman Buyukberber, è stato arrestato, poco dopo essere stato rimosso dal suo incarico, riferisce la tv statale Trt. Il consiglio per l’Istruzione ha decretato infatti il divieto di espatrio per tutti gli accademici turchi, dopo che ieri erano state richieste le dimissioni per 1577 decani di università, di cui 1176 dipendenti pubblici e 401 legati a fondazioni private. Ma da sempre il vero bersaglio del ‘sultano’ del Bosforo sono giornali e Tv, anche prima del tentato golpe.

Sono infatti almeno 24 le radio e televisioni turche chiuse a seguito del provvedimento emanato dal Consiglio supremo per la radio e la televisione (Rtuk), che ha revocato le licenze ai media ritenuti vicini a Fethullah Gülen. Per le stesse ragioni, la Direzione generale per l’informazione (Byegm), che dipende dalla presidenza del Consiglio, ha revocato gli accrediti stampa a 34 giornalisti turchi. Al capo di tutto ci sarebbe un legame di questi media a Fethllah Gulen, il dissidente islamico rifugiato in Usa dal 1999, per il quale si stanno incrinando i rapporti tra Ankara e Washington e nello stesso tempo un continuo riavvicinamento tra Putin ed Erdogan. È stato infatti annunciato un prossimo incontro tra i due leader nei prossimi giorni. “Ora attraverso i canali diplomatici viene preparato l’incontro tra Putin ed Erdogan. Si è convenuto che questo incontro avverrà entro i primi 10 giorni di agosto nella Federazione Russa. Al momento si stanno concordando la data esatta e il luogo”, ha dichiarato Peskov rispondendo ad una domanda dei giornalisti. Il portavoce del presidente russo ha poi smentito le voci secondo cui l’incontro tra i presidenti di Russia e Turchia si sarebbe svolto il 9 agosto a Baku.

Fino a pochi mesi fa tra i due Presidenti c’era ostilità per una disputa nata per l’abbattimento dell’aereo russo in volo tra la Siria e la Turchia. Proprio la questione della Siria resta in sospeso tra Mosca e Ankara, specie per l’appoggio di Putin verso il Presidente Assad.

Il problema della Siria porta con se anche la questione curda, essenziale per la guerra ‘interna’ del Presidente, oggi i jet di Ankara hanno colpito obiettivi dell’organizzazione indipendentista curda “nel nord dell’Iraq” uccidendo quelli che sono stati definiti venti “terroristi” secondo quanto riferisce il sito turco Daily Sabah citando “fonti della sicurezza”. Le incursioni sono state compiute da aerei F-16 e “continueranno”, aggiunge il sito.

In Rosso

I miliziani dell’Isis hanno bruciato vive, in mezzo ad una piazza di Mosul (Iraq), 19 ragazze curde che si erano rifiutate di divenire schiave sessuali dei combattenti jihadisti. A riferirlo è l’agenzia di notizie Ara (Kurdish News Agency), ripresa dai media iraniani.

Le giovani donne, chiuse in gabbie di ferro, sono state portate in una piazza della roccaforte irachena del Califfato nero, e date alle fiamme, davanti a centinaia di presenti. “Nessuno ha potuto fare niente per salvarle”, ha detto un testimone all’Ara.

Tiziana Ficacci
dal blog
Libere e Laiche

Curdi. La strage di Erdogan a Cizre arriva a Ginevra

Cizre-Turchia-Curdi-04-1000x600La crisi diplomatica tra la Turchia e la Germania, dopo il riconoscimento del genocidio armeno da parte del Bundestag, sembra rientrata. Ankara, dopo i toni furiosi dei giorni scorsi contro Berlino, non prenderà misure fino al compimento di “una valutazione del contesto che ha portato a tale decisione – ha detto il neo premier Yildirim – Nessuno si aspetti una completa rottura dei rapporti”.
Il motivo è l’imbarazzo di Ankara dopo le rivelazioni sulla strage di curdi avvenuta nella città di Cizre. Nonostante le continue denunce da parte della stampa e degli osservatori internazionali, l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno sempre girato la testa dall’altra parte, ma giovedì Faysal Sariyildiz, deputato del partito di sinistra pro-kurdo Hdp ha fatto recapitare ai parlamentari europei un libro di 92 fotografie che raccontano il terribile massacro di Cizre.
A Ginevra ha incontrato il Consiglio Onu per i diritti umani: sperando in un’indagine internazionale che accerti i crimini contro l’umanità compiuti contro i curdi. Ne ha raccolto le prove: con video e fotografie per la prima volta diffuse oltre il Kurdistan, in cui si documenta come 259 persone sono morte per opera dell’esercito turco. Una vera e propria guerra interna condotta senza esclusione di colpi, a gennaio il deputato, è rimasto a Cizre (nel sud-est turco) e ha vissuto 79 giorni sotto coprifuoco assistendo alla morte di 259 civili, di cui 177 bruciati durante gli attacchi dell’esercito ad alcuni edifici dove la gente aveva trovato rifugio. “Sono state bruciate dalle forze di sicurezza mentre erano nascoste nei rifugi sotterranei. Gli altri sono stati colpiti dai cecchini, o lasciati morire in mezzo alle strade, ostacolando i soccorsi e i ricoveri ospedalieri”, documenta Sariyildiz.
Sariyidiz ha scelto di rimanere a Cizre sotto le bombe per documentare l’orrore per poi scappare all’estero e con l’abolizione dell’immunità parlamentare il mese scorso, anche lui rischia la vita. Ha chiesto un’indagine delle Nazioni Unite che accerti crimini contro l’umanità compiuti a Cizre nei confronti dei curdi, portando come prove anche i video pubblicati in anteprima dal Corriere della Sera. Tra le immagini atroci riprese, anche quelle che riprendono una trentina di soccorritori che camminano issando la bandiera bianca per soccorrere i feriti e che vengono colpiti lo stesso.
Non solo, ma proprio i curdi rappresentano ormai il solo avamposto sicuro contro l’avanzata dell’Isis. Anche in queste ore l’alleanza delle Forze democratiche siriane (Sdf, composta in gran parte dalle milizie curde del Pyd ma anche da gruppi arabi e assiri), sostenuta dagli Usa, avanza da Nord, verso Raqqa. Tanto da far tremare ancora una volta Erdogan, il cui peggior incubo è il riconoscimento delle milizie curde e il loro successivo costituirsi, grazie alla guerra siriana, in una “Entità curda” ai confini turchi. Infatti la Turchia, a fronte del sostegno degli Stati Uniti alle Forze Democratiche Siriane, egemonizzate dalle Unità di Protezione Popolare curde, ha di nuovo minacciato un’invasione del territorio siriano da parte delle sue truppe, da tempo schierate a migliaia sulla linea di frontiera e già presenti, seppure in quantità esigua e non ufficialmente, all’interno della Siria. Solo ieri le forze armate turche hanno reso noto che 27 ribelli curdi sono stati uccisi vicino al confine con Iraq e Iran, nella provincia di Hakkari.

DOPO GUERRA

siria 5 anni

Iniziano i colloqui di Pace a Ginevra per la Siria, nello stesso giorno in cui scoppiò il conflitto che ha distrutto un Paese, più di 270mila morti siriani, almeno la metà della popolazione costretta a lasciare la propria casa (circa 13 milioni), sono due milioni le persone che vivono in aree controllate dall’Isis, mentre quasi 5 milioni i rifugiati e 7 milioni gli sfollati interni. Cifre spaventose e che probabilmente sono inferiori alla realtà: le Nazioni Unite infatti hanno smesso di aggiornare le statistiche 19 mesi fa.
Nel quinto anniversario dello scoppio della guerra, poi i primi aerei militari di Mosca hanno lasciato il Paese dopo l’annuncio di ieri del presidente Vladimir Putin. Salim al Muslet, dell’Alto comitato per i negoziati (Hnc) delle opposizioni, ha chiesto “il ritiro di tutte le truppe straniere dalla Siria, non solo quelle russe”.

Cinque anni fa, il 15 marzo 2011, iniziavano le prime manifestazioni di protesta contro il regime di Assad in Siria, da più di quarant’anni al potere c’è la famiglia Assad (prima Hafez e poi, dal 2000, suo figlio Bashar). Il mondo non sembra nemmeno accorgersene, è l’anno delle “Primavere arabe” inaugurate dalle rivolte nelle piazze della Tunisia, Egitto e Libia. Ma il presidente Bashar al-Assad reprime violentemente la rivolta, Le forze dell’ordine aprono il fuoco contro la folla lasciando a terra decine di dimostranti. Le proteste, diventano una vera e propria miccia che si accendono anche in altre città del Paese fino ad estendersi a tutta la Siria. L’esercito risponde inviando i carri armati, le vittime sono centinaia.
Quella che sembrava una protesta di piazza diventa una vera e propria guerra, di religione tra l’altro, Assad infatti fa parte della corrente musulmana alawita (la minoranza della popolazione), espressione dell’islam sciita, mentre la maggior parte della popolazione è sunnita. Dopo nemmeno un anno la guerra civile scatena la reazione di altri Stati, spostando le ostilità oltreconfine. Nasce l’Esercito Libero Siriano composto da disertori dell’esercito regolare di Assad, a cui si affiancano altre formazioni ribelli compresi gruppi estremisti come al Nusra (ispirata da al Qaeda) e l’anno scorso l’Isis. Al fianco del Presidente Assad arriva il sostegno dell’Iran, degli Hezbollah libanesie una parte dell’Iraq, mentre sul fronte opposto si schierano i turchi, il Qatar e l’Arabia Saudita. Il conflitto arriva a toccare le due super potenze Usa e Russia, schierate come sempre su opposte posizioni, Putin appoggia Assad fino ad intercedere sulla questione delle armi chimiche, sulla quale Obama alla fine cede. Su pressioni della Russia, dopo i continui scambi di colpe sull’uso delle armi chimiche tra gruppi ribelli e ed esercito regolare, viene raggiunto un accordo che elimina la possibilità di intervento armato occidentale in cambio della distruzione dell’arsenale chimico siriano, il libero accesso ai depositi di armi chimiche da parte dei funzionari Onu e l’adesione del governo siriano alla “Convenzione sulle armi chimiche”.
La guerra porta all’evoluzione e alla creazione nel territorio siriano del gruppo del Sedicente Stato Islamico. Il 29 giugno l’Isis proclama la nascita del Califfato, e i pochi mesi, dal giugno all’agosto del 2014, lo Stato Islamico riesce a conquistare un territorio esteso quanto la Gran Bretagna. L’Isis conquista città importanti come Raqqa (gennaio 2014), l’anno seguente però viene cacciato da Kobane, espugnata dai combattenti curdi.
È proprio l’avanzata di questo gruppo, unita ai numerosi attentati, massacri e messaggi agli “infedeli”, a riaccendere l’attenzione dell’Occidente sulla guerra civile siriana. Dopo che l’Isis si impadronisce della città di Mosul, nel giugno del 2014, a fine settembre del 2014 una coalizione guidata dagli Stati Uniti, ma in cui figurano anche stati sunniti del Golfo Persico, inizia a bombardare i territori della Siria occupati dall’Isis che inizia così a riversarsi sui territori ai confini turchi. Ad attenderli c’è però la Resistenza curda, una nuova questione si apre così per gli alleati interessati a non infastidire la Turchia, che bombarda sistematicamente i curdi.
Fino all’arrivo della Russia che l’anno scorso ha deciso di intervenire al fianco di Assad, con pesantissimi bombardamenti che se da un lato hanno indebolito la guerriglia dell’Isis, dall’altro hanno rafforzato l’esercito regolare diretto dal Presidente siriano.
La costante diatriba tra Russia e la coalizione anti-Isis ha rischiato più volte di far scattar la miccia anche tra i Paesi esterni alla guerra civile, come il caso dell’abbattimento del caccia russo da parte dei turchi. Un mese fa i ministri degli esteri russo e americano promuovono un accordo per il cessate il fuoco, approvato dal governo siriano, dei miliziani curdi e di circa 100 gruppi armati dell’opposizione. Inizia così la tregua il 25 febbraio, ieri infine il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato l’inizio del ritiro di parte delle forze russe dalla Siria. Il giorno dopo l’annuncio di Putin sul ritiro del contingente russo, l’esercito siriano di Assad riparte alla conquista di Palmira. In aiuto di Assad arrivano non solo i caccia russi, ma anche le milizie sciite libanesi di Hezbollah, alleate dell’Iran che combattono in Siria al fianco delle forze governative e anche i Guardiani della rivoluzione di Teheran sono presenti in forze.
Dopo sei mesi quindi le truppe russe lasciano il campo siriano, diventato nel frattempo un campo di morti. Il Syrian Centre for Policy Research (SCPR) calcola 470mila vittime, di queste 400mila è stata vittima diretta delle violenze della guerra, mentre gli altri 70mila per le conseguenze indirette come la mancanza di adeguate cure sanitarie, medicine, soprattutto per le malattie croniche, la mancanza di cibo, di acqua pulita, pessime condizioni igieniche ed abitative. Secondo lo stesso report circa l’11,5% della popolazione siriana è rimasta uccisa o ferita dall’inizio della crisi.

Redazione Avanti!

Siria. La Turchia preme per un’operazione di terra

turcoLa Turchia passa dall’essere Paese al centro dello scacchiere internazionale a Paese semi-isolato dopo le ultime vicende in Siria. Più volte il presidente turco ha giocato la sua carta di centralità e sponda nella guerra di Damasco, ma ora ad abbandonarlo è proprio il suo alleato principale, gli Stati Uniti, sempre più lontano dall’idea di Erdogan di intervenire  anche con un’operazione di terra in Siria. Il timore maggiore per Washington è quello di scontrarsi con Mosca, senza dimenticare la contrapposizione con Obama per quanto riguarda i curdi.
La Turchia “è completamente isolata, intrappolata in un labirinto di problemi, alcuni dei quali creati da lei stessa”, dice il professore di Relazioni Internazionali presso l’Università Kadir Has di Istanbul, Soli Ozel.
Ma la Turchia resta comunque uno dei baluardi principali della Nato, lo sa bene anche l’Italia e il ministro Gentiloni in visita ufficiale ad Ankara. Durante la visita ad Ankara il Ministro degli Esteri italiano Gentiloni non ha usato mezze misure nell’appoggiare l’ingresso turco nell’Ue: “L’Italia ha sempre appoggiato il percorso di avvicinamento della Turchia all’Unione europea e lo appoggerà ancor di più in futuro”. Il ministro italiano dopo l’incontro col collega Cavusoglu ha dichiarato che l’apertura alla Turchia è fondamentale per la stabilità e per il rafforzamento del dialogo tra nazioni. Dopo le varie perplessità espresse dal nostro Paese sui fondi assegnati dall’Unione europea alla Turchia per la gestione dei profughi, ora l’Italia sembra aver cambiato idea all’improvviso.
L’appoggio italiano si estende anche sulla Siria: “La situazione in Siria è gravissima sul piano umanitario, molto difficile sul piano strategico. Tuttavia, per l’Italia è necessario unire le forze contro Daesh e credere nelle prospettive che il gruppo internazionale hanno aperto. Le premesse di intese che ci ha comunicato Kerry sono incoraggianti e da sostenere”. Ha detto il ministro Gentiloni durante la conferenza stampa ad Ankara con il collega turco Mevlut Cavusoglu.
Solo che Gentiloni non sembra rendersi conto che il suo omologo turco preme da sempre non solo per una coalizione internazionale contro l’Isis, ma anche per un intervento diretto in territorio siriano. “Solo gli attacchi aerei contro il Daesh in Siria non bastano. Ci vuole una strategia insieme agli attacchi aerei, ci vuole uno sforzo di terra”, ammette Mevlut Cavusoglu.
Il ministro degli Esteri turco però precisa: “La Turchia da sola non agirà, ma neanche da sola con l’Arabia Saudita. Ci vuole una decisione tutti insieme”.
Nel frattempo però da sola Ankara sta proseguendo la sua guerra interna contro i curdi e gli oppositori al regime di Erdogan: l’artiglieria turca ha bombardato ancora i villaggi sotto il dominio dei combattenti curdi YPG a nord di Aleppo, Menagh e Tall Rifat.
Gentiloni invece su Ankara riprende la posizione di Bruxelles, la stessa che a sud delle proprie frontiere mentre appoggia la Turchia lascia da sola la Grecia. Atene ha fatto sapere che la Macedonia ha chiuso il suo confine meridionale con la Grecia ai migranti afghani, consentendo l’entrata solo agli iracheni e ai siriani. Secondo quanto è stato riferito, le autorità macedoni hanno affermato che la Serbia ha fatto altrettanto al suo confine meridionale con la Macedonia. La polizia macedone ha iniziato ad imporre da ieri restrizioni al flusso dei migranti attraverso il confine greco-macedone, eseguendo perquisizioni e chiedendo di visionare i passaporti dei migranti, senza accettare come fatto finora i documenti greci che attestano le verifiche eseguite per ogni persona. Tutto questo ha portato a una lunga fila di migranti in attesa nella parte greca del confine, e il rischio che la Grecia diventi un campo a cielo aperto per i profughi.

Maria Teresa Olivieri

Turchia, due attentati in 24 ore. Curdi nel mirino

turchia-160217175311Non si arresta l’escalation di violenze nel Paese governato da Erdogan. Dopo l’attentato di ieri sera nella capitale turca, che ha provocato la morte di 28 soldati e 41 feriti, oggi di nuovo il Paese si ritrova di fronte a un nuovo agguato di stampo terroristico e alla morte di sette militari dell’esercito turco. Ieri un’autobomba vicino ad una base militare e al Parlamento di Ankara ha investito un convoglio di soldati che stava passando in quel momento, oggi invece un’esplosione ha colpito un convoglio a Diyarbakir, principale città curda nel sud-est della Turchia, dove da mesi sono in corso scontri tra esercito e Pkk. Probabilmente si tratta di una risposta curda a mesi di raid e rastrellamenti nella regione curda vessata dall’esercito turco, ma il leader dei curdi-siriani Salih Muslim ha negato ogni responsabilità del gruppo o del suo braccio armato Ypg nell’attacco di ieri ad Ankara e nell’esplosione di oggi a Diyarbakir. “La realtà è che nessuna nostra unità è coinvolta e ha niente a che fare con le esplosioni”, ha detto Muslim. Anche il Pkk si era dichiarato estraneo all’attacco, aggiungendo però che “potrebbe essere stata una rappresaglia per i massacri in Kurdistan”. Ma le autorità turche continuano a puntare il dito sui curdi.

“L’attacco è stato compiuto dal Pkk insieme con una persona entrata in Turchia dalla Siria”, ha sostenuto il premier turco Ahmet Davutoglu, aggiungendo che “le indagini proseguono e probabilmente ci saranno altri arresti”. Ankara considera il Pkk e i curdi-siriani del Pyd come organizzazioni terroristiche legate tra loro. Nel frattempo i media turchi fanno sapere che è stato identificato l’attentatore suicida di Ankara, si tratterebbe di un 24enne curdo-siriano. In queste ore poi è stata chiusa la porta di confine di Mürşitpınar che collega Urfa a Kobane.

Nel frattempo si teme un’escalation di violenze anche in territorio siriano, e le conseguenze di altri raid ad opera dell’aviazione turca. La Russia ha promesso di proteggere i combattenti curdi in Siria e l’offensiva di terra da parte della Turchia porterebbe a un “casus belli” di portata eccezionale, visto che i due Paesi sono già in astio ormai da mesi. Inoltre Erdogan è sempre più irritato dall’appoggio militare russo ai miliziani curdi, gli stessi che continuano ad avere l’appoggio (solo di parola) degli Stati Uniti nella lotta all’Isis. Ciò che spaventa di più la Turchia è la possibilità che i curdi siriani, grazie al terreno guadagnato, creino una regione autonoma curda nel nord della Siria unendo i due territori separati da circa 100 chilometri di territorio controllato dai ribelli islamici.

Maria Teresa Olivieri

Per saperne di più:
Terrorismo. Autobomba ad Ankara, sospetti sul Pkk
Siria. La guerra e le accuse tra Turchia e Russia
Siria. Raggiunta la tregua, con eccezioni
Turchia. L’alleato comodo all’Ue per i profughi