Curdi e cristiani in Iraq senza una strategia comune

Il referendum riguardante l’indipendenza della regione autonoma del Kurdistan del 25 settembre è stato dichiarato dalla Corte suprema irachena incostituzionale. La Corte, che una settimana prima della consultazione aveva chiesto invano di sospendere l’iniziativa in attesa della sentenza, ha affermato ora che sono illegali “tutti i risultati e le conseguenze” del referendum. La consultazione, pur non essendo legalmente vincolante, era stata contestata sia dal governo di Baghdad sia da quasi tutta la comunità internazionale, in particolare i vicini Iran e Turchia che hanno forti minoranze curde all’interno dei loro confini.Una disfatta per i curdi, nonostante i peshmerga hanno rappresentato il primo vero argine all’espansione territoriale del Califfato e per anni hanno combattuto contro l’Isis lungo un fronte di centinaia di chilometri, in particolare a Mosul e a ovest di Kirkuk.

IRAQ_-_cristiani_e_referendumCon la penetrazione e nascita del terrorismo islamico in Iraq già dagli anni novanta del secolo scorso, derivante dall’ideologia di Bin Laden, alcune minoranze etnico religiose presenti in quel paese, come i curdi, i cristiani e gli Ezidi, hanno pagato un prezzo molto alto. I video dei Daish pubblicati proprio da loro stessi, circa il massacro di quelle minoranze testimoniano le loro atrocità e perversa ideologia.
Oggi I Daish sono stati sconfitti dalla forza della coalizione internazionale e dagli uomini e donne Peshmarga curdi in molte aree del fantomatico stato islamico. E chi sa ora dove si nascondono quei tagliagole che non hanno voluto percorrere la strada verso il paradiso promesso. Ma i problemi delle minoranze in Iraq non sono finiti, anzi, con la creazione delle milizie popolari sciite in Iraq già dal 2014 e sono direttamente coordinate e dislocate in Iraq dall’ Iran, la vita delle minoranze è sempre più in pericolo.
Dopo l’occupazione delle aree di Musul da parte dei Daish nel 2014, quasi tutti i cristiani presenti in quelle zone sono fuggiti verso il vicino Kurdistan iracheno. Oggi quei cristiani non vogliono ritornare nelle loro aree perché non si fidano e hanno pura delle milizie popolari sciite che hanno letteralmente occupato tutta quella zona. La città di Kirkuk per anni amministrata da curdi e da poco occupata dell’esercito iracheno con aiuto delle milizie sciite, molto presto qui sono già iniziate perquisizioni e arresti tra la popolazione curda, non sono mancati scontri tra i Peshmarga e le milizie, e ciò ha peggiorato la situazione dei curdi e dei cristiani in tale area. Molte famiglie sono fuggite verso le aree vicine amministrate dai curdi.
Il numero dei cristiani in Iraq nel 2003 raggiungeva circa 1400,000 persone, oggi ne rimangono circa 275,000, una parte di essi è stata trucidata dai Daish, altri si sono rifugiati nelle zone curde e la maggior parte ha preferito lasciare il proprio paese e cercare asilo soprattutto nei paesi dell’Europa.
Da millenni i cristiani abitano nell’attuale Iraq, hanno conservato e tramandato la loro antica lingua. La fuga dei cristiani da quelle aree verso altre destinazioni, non è soltanto una questione di salvaguardia della propria incolumità, ma tale atto reca un impoverimento economico e socio culturale dell’ intera area.
Dopo aver combattuto i Daish, i curdi sono stati abbandonati dall’occidente, i curdi sono probabilmente colpevoli di non avere avuto una strategia comune nell’affrontare la loro questione delle loro indipendenza dall’Iraq con il referendum indetto il 25 di settembre, ma sicuramente non hanno trovato un sostegno comune da parte dell’occidente circa la loro ispirazione, e ciò ha spaventato alcuni partiti curdi.
L’Iran sciita continua a rafforzare la sua presenza in Iraq sotto il silenzio drammatico di tutti. L’occidente invece sembra privo di strategie politiche in quell’area martoriata.

Kawa Goron

Indipendentismo. Curdi e catalani su fronti opposti

indipendenze-2Due moti di indipendenza, due fronti opposti. Mentre in Europa la Catalogna è ormai decisa a proseguire verso l’indipendenza, sul fronte orientale i curdi pensano a trattare. Due referendum nello stesso periodo (25 settembre il Kurdistan; 1 ottobre la Catalogna) che hanno visto la vittoria del fronte indipendentista per entrambi e in entrambi i casi i Governi centrali non hanno riconosciuto la legittimità del voto.
Carles Puigdemont, il presidente catalano, ha deciso di non intervenire al Senato spagnolo in merito all’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, ovvero quell’articolo che permette allo stato spagnolo di costringere una Comunità autonoma (come la Catalogna) a rispettare la legge. Mentre il governo del Kurdistan ha deciso questa notte di congelare i risultati del referendum del 25 settembre per l’indipendenza, per riaprire il dialogo con Baghdad. Una sconfitta politica che però potrebbe evitare una guerra aperta.
Ieri i combattimenti sono cominciati in tre punti lungo il confine tra la provincia irachena di Ninive e la regione autonoma del Kurdistan.
“Gli scontri continui non porteranno nessuna parte alla vittoria, ma spingeranno il Paese verso il disordine e il caos, colpendo tutti gli aspetti della vita”, afferma una nota del governo regionale di Erbil. L’esecutivo curdo auspica un “cessate il fuoco immediato” e chiede un “dialogo aperto” con il governo federale di Baghdad facendo un passo indietro sul voto del 25 settembre. “Congeliamo il risultato del referendum e apriamo un dialogo, basato sulla Costituzione, tra il governo del Kurdistan e quello di Baghdad”, afferma la nota. Baghdad ritiene illegittimo il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno ma “non cessa il dialogo con i curdi”, ha dichiarato il ministro degli Esteri iracheno, Abbas al Jaafari, durante un intervento pubblico in una università di Mosca.
A preoccupare i curdi è stato inoltre il nuovo incontro di ieri tra il presidente Al-Abadi e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan. Nelle ultime 24 ore ci sono stati scontri in alcune aree nel nord-ovest dell’Iraq, verso il confine con la Siria. L’esercito di Baghdad, appoggiato dalle milizie sciite Hashid Shaabi, sta cercando di prendere il controllo del valico di confine di Fish Khabur, tra il Kurdistan, la Siria e la Turchia, attraverso il quale passa il principale oleodotto per le esportazioni del petrolio verso il territorio turco.

Raqqa. I Curdi espugnano la capitale dell’Isis

raqqaRaqqa è stata liberata, ad annunciarlo un portavoce dei guerriglieri curdi che ha precisato che la città, ex capitale dello Stato islamico in Siria, è “completamente ripulita”. Dopo un’offensiva iniziata a giugno, domenica c’è stato l’assalto finale da parte dei combattenti dalle Forze democratiche siriane (Fsd), alleanza di milizie curde e arabe appoggiate dagli Usa che si è concluso stamattina.
Gli ultimi combattimenti particolarmente accesi si sono verificati nella zona dell’ospedale e in quella dello stadio, mentre particolare valore simbolico ha avuto l’occupazione del crocevia di Al-Naim, conosciuto come la “Rotonda dell’inferno”, dove i jihadisti eseguivano decapitazioni e crocifissioni.
Dopo Mosul lo Stato Islamico perde l’ultima città importante che controllava fra Siria e Iraq ma soprattutto il luogo che aveva eletto a capitale del suo “Califfato”. Nel marzo del 2013 Raqqa diventa il primo capoluogo di provincia a cadere nelle mani dei combattenti che si oppongono al regime di Bashar Al Assad, ma nemmeno un anno dopo l’Isis prende il pieno controllo della città, cacciando i combattenti delle altre fazioni. Tuttavia già nel giugno del 2015 i combattenti curdi riescono a strappare al Daesh le prime città nella provincia, tra cui Tal Abyad e Ayn Issa.
Dopo aver ripreso il controllo dello stadio di calcio e dell’ospedale, le ultime due roccaforti dove si erano asserragliati i combattenti stranieri dell’Isis, è stata issata la bandiera curda sulla città, anche restano da stanare alcune sacche di jihadisti ancora a Raqqa, soprattutto combattenti stranieri accorsi da tutto il mondo per combattere nelle fila dell’Isis.
Centinaia di jihadisti dell’Isis e migliaia di civili erano stati evacuati da Raqqa domenica in base ad un accordo raggiunto tra le cosiddette Forze democratiche siriane (Sdf) alleate degli Usa e lo Stato islamico con la mediazione di capi tribali locali.
Nonostante tutto però secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, la battaglia per la liberazione di Raqqa ha avuto un costo altissimo in termini di vite umane: 3.250 morti, di cui 1.130 civili, senza dimenticare le condizioni in cui versano i civili fuggiti da Raqqa che da giugno sono ancora ospitati nei campi profughi.

La Turchia tra Presidenzialismo, guerra ai curdi e Siria

erdogan bandieraUna nuova Turchia si affaccia all’orizzonte europeo, due svolte importanti nel territorio eurasiatico, la prima è quella che riguarda la riforma costituzionale che porterà la Repubblica turca verso il Presidenzialismo, l’altra riguarda la guerra siriana e la svolta pro-Assad del Presidente turco che chiaramente non dimentica la sua guerra ‘interna’ contro i curdi.

Come promesso e prospettato la Turchia di Erdogan si avvia verso il Presidenzialismo. La Riforma Costituzionale voluta dall’attuale presidente turco che mira a rafforzarne i poteri ha portato a scontri non solo politici e verbali, ma a una vera e propria rissa tra maggioranza e opposizione. La lite è iniziata quando i deputati del Chp, il più antico partito turco dei laici, hanno accusato i colleghi dell’Akp della maggioranza di Erdogan di non votare secondo le procedure previste per lo scrutinio segreto. Alcuni parlamentari dell’Akp hanno quindi cercato di strappare a un collega del Chp il telefono cellulare con cui filmava le presunte irregolarità procedurali. Dalla scintilla la rissa: pugni, spintoni e urla, mentre si votavano i 18 articoli della proposta di riforma costituzionale presentata dalla maggioranza. Ma il presidente Erdogan è intervenuto chiedendo che le operazioni di voto “vadano avanti e ognuno stia al suo posto e faccia il proprio dovere”. Nonostante la rissa, infatti, sono stati approvati altri tre articoli della controversa riforma costituzionale che mira a rafforzare i poteri del presidente Recep Tayyip Erdogan. Gli articoli in questione riguardano l’abbassamento dell’età minima dei deputati da 25 a 18 anni, l’allungamento da quattro a cinque anni della legislatura e i poteri del Parlamento.


L’intera riforma dovrebbe essere approvata (in prima e seconda lettura) nel giro di due settimane.
Nel frattempo, la situazione in Siria prende una nuova piega dopo la svolta a favore di Assad del Presidente Erdogan. La pace sembra vicina, grazie anche all’intermediazione russa, in una terra che vede ormai da oltre cinque anni la guerra civile e la devastazione.
I nuovi negoziati di pace in Siria non sono più a guida Nazioni Unite, ma sotto l’asse Russia-Turchia-Iran.
Il presidente russo Vladimir Putin ha parlato al telefono della conferenza di Astana e del cessate il fuoco in Siria anche con la sua controparte turca Recep Tayyp Erdogan e, secondo quanto assicura il Cremlino, è stato constatato il rispetto “nell’insieme” degli accordi fra governo siriano e opposizione moderata per la cessazione delle ostilità grazie alla mediazione di Mosca e Ankara. Putin ed Erdogan hanno concordato di “rafforzare l’impegno attivo comune per preparare i negoziati fra le parti siriane ad Astana”, ha precisato il Cremlino. Russia e Turchia si sono proposti, insieme all’Iran, come garanti di un nuovo processo di pace per la Siria incentrato, nelle loro intenzioni, su colloqui fra le parti ad Astana. Tuttavia se per la Siria si prospetta la pace, per i curdi è ancora tempo di guerra e non solo in Turchia: i rappresentanti curdi siriani non sono stati infatti nemmeno invitati ai negoziati di pace sulla Siria promossi dalla Russia e dalla Turchia che si terranno in Kazakistan (probabilmente il 23 gennaio). Eppure in precedenza Mosca, alleata del presidente siriano Bashar al-Assad, aveva spinto per la presenza dei curdi al tavolo negoziale di Ginevra. Ma Ankara ritiene che Pyd e Ypg siano emanazione del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan, che in Turchia sta combattendo un’insurrezione violenta contro lo Stato.
Intanto la depurazione di Erdogan contro i curdi varca i confini: l’aviazione turca ha compiuto ieri pomeriggio, per il secondo giorno consecutivo, nuovi raid contro il Pkk curdo in nord Iraq (nella regione di Zap), distruggendo almeno 4 obiettivi dei ribelli, tra cui rifugi e postazioni armate. Lo fanno sapere le forze armate di Ankara, che hanno anche diffuso un breve video dei bombardamenti.

La retata ‘istituzionale’ di Erdogan contro i curdi

hdpPiù volte Erdogan aveva mostrato il suo vero volto autoritario in Turchia dopo il tentato golpe, ma stavolta a finire in manette non sono solo persone, è un partito.
Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdag, i due leader del Partito democratico del popolo (HDP), espressione della minoranza curda in Turchia, sono stati tratti in arresto nella tarda serata. Insieme a loro, sono finiti in manette tutti i dirigenti principali del partito, Süraya Önder, Gülser Yildirim, Selma Irmak, Ziya Pir, Ali Aslan, Leyla Birlik, Ferhat Encü e Nursel Aydogan. In tutto sono 59 i parlamentari dell’HDP. La loro immunità è stata cancellata all’inizio di quest’anno.
“L’obiettivo di queste misure è di chiudere il terzo principale partito in Parlamento. È un giorno nero non soltanto per il nostro partito ma anche per tutta la Turchia perché significa la fine della democrazia” si legge nella nota in cui l’Hdp aggiunge di non volersi arrendere a queste “politiche dittatoriali”.
Le motivazioni dell’arresto sono state spiegate in un comunicato della presidenza della repubblica turca, diffuso dall’ambasciata di Ankara a Roma e relativo all’arresto di undici parlamentari del partito filocurdo Hdp. Secondo la nota gli undici deputati del Partito democratico dei popoli (Hdp) sono stati arrestati per non aver risposto ad un ordine di comparizione della procura che chiedeva una loro testimonianza dopo l’entrata in vigore di un emendamento costituzionale sulla rimozione dell’immunità parlamentare di alcuni membri dell’assemblea legislativa accusati di reati penali. “Il procedimento legale per Ä°mam Tascier e Nihat Akdogan, per i quali è stato emesso un mandato di custodia cautelare, è ancora in corso. Come è noto chi rifiuta di rispondere ad una convocazione della procura per testimoniare (in un processo) e quindi viola la legge viene posto in stato di custodia per prendere la testimonianza”, si afferma ancora nel comunicato.
La retata di Erdogan per mettere al tappeto il Partito dei curdi è in atto da tempo e appena pochi giorni fa, il 25 ottobre scorso altri due esponenti del HDP, Gultan Kisanak e Firat Anli, co-sindaci di Dyarbakir, principale città del Kurdistan turco, sono stati arrestati con l’accusa di terrorismo.
“Quanto sta avvenendo in Turchia conferma accentuandole le preoccupazioni che abbiamo espresso più volte sulle ripetute violazioni dei diritti umani da parte del presidente Erdogan. L’arresto del leader del partito Hdp, Selahattin Demirtas, della sua vice Figen Yuksekdag e di altri nove parlamentari, si aggiunge a quelli dei mesi scorsi di politici dissidenti, giudici, professori, giornalisti, alla chiusura dello storico quotidiano Cumhuriyet, ultima voce dell’opposizione, alle limitazioni nell’accesso ai social network e all’abbattimento dei simboli laici come la piazza di Gezi Park e il centro culturale Ataturk”. Lo ha detto Pia Locatelli presidente del Comitato Diritti umani della Camera. “Come europei, come italiani, come difensori dei diritti umani non possiamo restare a guardare. Personalmente ho intensione di recarmi al più presto in Turchia per visitare i colleghi parlamentari agli arresti”.
Mentre il PSE ritiene che il governo in Turchia stia abusando della sua potenza ignorando completamente lo stato di diritto, l’indipendenza della magistratura e la libertà di parola, come principi fondamentali della democrazia. “Estendiamo la nostra piena solidarietà alla HDP e la sua dirigenza che, oltre ad aver resistito contro il tentativo di colpo di questa estate, sono sempre stati coerenti nel sostenere la democrazia contro gli attacchi provenienti da qualsiasi lato”, ha detto il Presidente del Pes Sergei Stanishev che dopo gli arresti ha affermato: “Questo è il peggior tipo di repressione politica ed è inaccettabile in per i nostri valori fondamentali europei. Questo spingerà solo la Turchia lontano dalla Ue”.
Sempre in Europa il capogruppo degli europarlamentari socialisti e democratici, Gianni Pittella ha affermato: “Gli europarlamentari socialisti e democratici sono sconvolti per gli arresti dei leader e dei deputati Hdp. Pensiamo che il dialogo politico sia la sola via per normalizzare la democrazia in Turchia. Gli arresti di parlamentari allontanano la Turchia dalla Ue. L’Hdp è un partito fratello. Leader e deputati Hdp devono essere liberati”. E l’Unione Europea è “estremamente preoccupata” per gli arresti in Turchia dei deputati Hdp. Lo afferma l’Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Federica Mogherini.

PKK, Turchia e Curdi. Soluzioni di pace dall’Ue

erdogan-e-mogheriniDopo le purghe di Erdogan a seguito del mancato Golpe, l’Europa torna in territorio turco cercando un’intesa.
L’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, e il Commissario Ue per l’Allargamento, Johannes Hahn, si trovano oggi ad Ankara per il dialogo e i rapporti Ue-Turchia. Durante l’incontro, cui hanno partecipato anche il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu e il ministro degli affari europei Omer Celik, verranno discussi i principali temi di interesse comune tra Ankara e Bruxelles.
In particolare Mogherini in conferenza stampa ha fatto sapere che l’Unione europea continuerà a lavorare con la Turchia sulla liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi.
Tuttavia la dichiarazione che tiene banco in queste ultime ore è l’affermazione di ‘Lady Pesc’ sulla questione curda. Secondo la Mogherini l’Unione europea è pronta ad “accompagnare” il processo di pace tra la Turchia e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Il capo della politica estera dell’Ue, ha poi aggiunto: “Crediamo che tutta la violenza e gli attacchi terroristici debbano fermarsi, che le armi debbano essere abbandonate e che un processo politico debba iniziare. L’Unione europea, ovviamente, sarebbe pronta ad accompagnare questo processo”, ha detto Mogherini in un briefing. L’ex numero uno della Farnesina ha parlato dopo un incontro ad alto livello con il ministro turco per gli Affari europei Omer Celik. Tuttavia la Mogherini ha comunque ribadito che l’Unione europea e ciascuno Stato membro considera la milizia curda PKK un’organizzazione terroristica.
Una posizione che apre allo spiraglio di un nuovo tentativo da parte europea di trovare una soluzione alla situazione del popolo curdo in Turchia, denunciata da anni da parte di dissidenti e reporter.
Non è la prima volta che ‘Lady Pesc’ esce ‘fuori dal coro’ della diplomazia per quanto riguarda il Sultano turco. Dopo il tentato colpo di Stato del 15 luglio, Mogherini aveva risposto prontamente alle accuse di Erdogan di mancata condanna: “l’Unione europea è stata la prima a farlo pubblicamente”, ribadendo la sua posizione “a difesa delle istituzioni democratiche legittime in Turchia”. E puntando l’indice contro il Presidente turco, poiché “le reazioni al tentato colpo di stato devono essere nel pieno rispetto della democrazia, Stato di diritto e delle libertà fondamentali”.
Nel frattempo però continua in questi giorni la ‘pulizia’ del Governo a guida AKP contro i dissidenti, e in particolare contro ogni forma di simpatia verso la popolazione curda.
Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha confermato l’inizio delle procedure di sospensione e licenziamenti nel settore pubblico, che avranno come destinatari tutti coloro che sono sospettati di simpatizzare con il Partito curdo dei lavoratori (Pkk). Un nuovo filone di epurazioni, destinato ad affiancare i più di 40 mila provvedimenti presi nell’ambito delle indagini scaturite dal fallito golpe del 15 luglio scorso. “Abbiamo compiuto i passi necessari nei confronti di chi ha legami con i golpisti, ora dobbiamo agire con la medesima decisione nei confronti di chi ha legami con un’altra organizzazione terroristica, il Pkk”. Il presidente turco ha tuttavia voluto precisare che i destinatari di provvedimenti di sospensione “potranno dimostrare la loro estraneità dinanzi una Corte”. Oggi licenziati 11.285 insegnanti nel sud est della Turchia, perché accusati di essere simpatizzanti o legati al Pkk, la cui guerra con Ankara dopo 32 anni stenta a trovare una soluzione.
Non solo, ma le autorità turche hanno anche commissariato le municipalità di Sur (centro storico della ‘capitale’ curda della Turchia, Diyarbakir) e Silvan, nel sud-est del Paese, dopo che gli amministratori locali del partito Dbp, branca locale del Partito Democratico dei Popoli Hdp, sono stati sospesi perché accusati di avere legami con “l’organizzazione terroristica” Pkk. Alle elezioni politiche dello scorso anno, l’Hdp aveva conquistato ampie maggioranza in entrambe le città. Ora a governarle saranno esponenti dell’Akp, il Partito islamo-nazionalista turco al potere.
E mentre le Istituzioni continuano con ‘pallidi’ tentativi di riconciliazioni, l’opinione pubblica si mobilita a favore della popolazione sotto assedio da anni.
“Erdogan terrorista, con Kobane fino alla vittoria”: sono gli slogan che poco fa si sono sentiti sul red carpet della Mostra del cinema di Venezia, mentre in Sala Grande entravano i protagonisti dell’emozionante documentario ‘Our war’.
In tuta mimetica da combattenti, con lo stemma giallo del YPG curdo, tre occidentali che sono tra i foreign fighters anti Isis in Siria – protagonisti del film di Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravalloti e Claudio Jampaglia – guidavano il piccolo corteo accanto a rappresentanti dei centri sociali veneziani, schierati con la protesta contro il regime turco. Tra loro anche Eugenio Finardi che ha composto la canzone tema del documentario, coprodotto dalla Rai.

Siria. La Turchia attacca i curdi, scontro con gli Usa

Curdi-YPGLa ‘pulizia’ turca contro il nemico curdo travalica i confini e arriva in Siria, dove nelle ultime 24 ore l’artiglieria turca ha colpito 20 obiettivi di “terroristi” nella regione di Jarablus, nel nord della Siria, con un totale di 61 colpi sparati. Lo riferisce il bollettino dell’esercito di Ankara, senza precisare se si tratta di postazioni dell’Isis o delle milizie curde dell’Ypg, entrambi finiti sotto attacco dall’inizio dell’operazione “Scudo dell’Eufrate”, lanciata mercoledì scorso. “35 civili – riporta l’Osservatorio siriano per i diritti umani – sono morti in seguito ai raid aerei turchi a sud di Jarablus”, mentre l’esercito libero siriano sostenuto dai turchi verso la città di Munbij, liberata all’inizio del mese dai miliziani del Sdf (Forze democratiche siriane, a maggioranza curda). Proprio la notizia, arrivata in queste ore, di attacchi contro le truppe curdo-siriane hanno portato all’intervento degli Stati Uniti. Gli scontri tra l’esercito turco e le forze curde in aree dove Isis non è presente sono “inaccettabili e fonte di forte preoccupazione”. A riferirlo è l’inviato speciale di Obama per la lotta all’Isis, Brett McGurk, che cita un intervento del portavoce della Difesa americana, Peter Cook.
Gli Stati Uniti, che avevano appoggiato l’ultimatum di Ankara sul ritiro dell’Ypg oltre l’Eufrate proprio per mantenere un equilibrio con le richieste politiche di Ankara, attaccano ancora: “Non siamo stati coinvolti in queste attività e non le sosteniamo. Di conseguenza, invitiamo tutti gli attori armati a prendere le misure appropriate per fermare le ostilità e aprire canali di comunicazione, focalizzandosi sull’Isis, che rimane una minaccia letale e comune”, scrive su Twitter l’inviato speciale di Obama per la lotta all’Isis, Brett McGurk, attribuendo le frasi al ministero della Difesa.
“Faremo qualunque sforzo per ripulire la Siria da Daesh. Quanto alla questione del partito terrorista [curdo] dell’Unione democratica (Pyd) noi avremo esattamente la stessa determinazione”, afferma il Presidente turco Erdogan.
“Siamo pronti e determinati a ripulire la regione dai gruppi terroristici – ha detto – ecco perché siamo a Jarablus, ecco perché siamo a Bashiqa (in Iraq). Se necessario, noi non mancheremo di assumerci la stessa responsabilità in altre aree. Non permetteremo assolutamente alcuna attività terroristica vicino ai nostri confini”.
La Turchia ha avvertito che continuerà la sua offensiva contro l’Ypg finché queste non manterranno l’impegno di ritirarsi a est del fiume Eufrate, portando alla controffensiva curda che, nel tentativo di puntare su obiettivi militare, ha invece colpito per errore l’aeroporto di Diyarbakir.
La guerra civile tra curdi e turchi rischia di perpetrarsi anche in Siria, dove ogni tipo di trattativa portato avanti tra Governo e Ribelli sembra ormai arenato.

IL VERO GOLPE

consiglio sicurezza ErdoganLa Turchia precipita nel Medioevo con una vera e propria ‘caccia alle streghe’ che dura ormai da giorni e sta interessando oltre 50mila persone. Il fallito golpe sta trascinando alla deriva il Paese, ormai nelle mani di un uomo solo al comando, il Presidente Erdogan.

Nel frattempo presidente turco Recep Tayyip Erdogan è tornato ad Ankara da Istanbul, per la prima volta dal tentato golpe del 15 luglio, per presiedere una riunione del Consiglio per sicurezza nazionale della Turchia (Mgk). La riunione, convocata per oggi al Palazzo presidenziale, ha l’obiettivo di fare il punto della situazione nel Paese. La Turchia potrebbe proclamare lo stato di emergenza dopo il fallito colpo di Stato. Lo ha annunciato il deputato del Partito giustizia e sviluppo (Akp) Mustafa Sentop al termine della riunione del Consiglio di sicurezza nazionale (Mgk) presieduta dal presidente Recep Tayyip Erdogan. Intervistato dall’emittente turca “Ntv”, Sentop ha sottolineato di non sapere se l’Mgk (Consiglio di Sicurezza turco) avrebbe annunciato oggi lo stato di emergenza, precisando che secondo la costituzione potrebbe restare in vigore per un massimo di sei mesi. Secondo il deputato dell’Akp nel caso di una proclamazione dello stato di emergenza i cittadini non subiranno “alcun effetto negativo”. Sentop ha inoltre sottolineato che la pena di morte dovrebbe essere ripristinata per alcuni reati come ad esempio il tentativo di mutare con la forza l’ordine costituzionale.

Intanto è attesa per le conclusioni del Consiglio di sicurezza nazionale dopo oltre quattro ore discussioni riguardanti le misure di emergenza, il comunicato  che dovrebbe essere letto in serata dal presidente Recep Tayyip Erdogan che già ieri in un discorso televisivo ha anticipato ai media l’importanza della riunione odierna per il futuro del paese. Nel discorso Erdogan ha inoltre rivelato parte della sua agenda per il prossimo periodo che sarà basata su tre punti principali: lo sradicamento dal paese delle organizzazioni terroristiche, la considerazione della richiesta della popolazione di attuare la pena di morte contro gli autori del tentato golpe e la riduzione dei conflitti con i paesi vicini.

Il presidente ha inoltre annunciato la volontà di costruire una serie di caserme nei pressi di piazza Taksim, più precisamente a Gezi Park, nonostante proprio per la realizzazione di un progetto voluto dal governo abbia scatenato nel 2013 una vasta ondata di proteste contro l’esecutivo. “Inizieremo la costruzione delle caserme a Taksim che lo vogliano o no”, ha sottolineato il presidente. Nel suo discorso televisivo Erdogan ha difeso le campagne di arresti in varie strutture pubbliche, negando di aver sfruttato il fallito colpo di stato per colpire i suoi avversari. Oggi il ministero della Difesa turco ha annunciato l’apertura di un’indagine su tutti i giudici e pubblici ministeri militari sospettati del coinvolgimento nel fallito colpo di stato del 15 luglio scorso. Lo riferisce quest’oggi il quotidiano turco “Hurriyet”.

Lì a Istanbul, in Piazza Taksim, dove si era formato il più bel movimento di popolo, di piazza, di giovani in difesa degli alberi di Gezi Park, ora campeggia un enorme striscione, di molti metri quadrati, appeso sulla facciata del centro culturale Ataturk e a fianco, due maxi ritratti del presidente Recep Tayyip Erdogan. La scritta sullo striscione minaccia “Gulen, cane del diavolo, impiccheremo te e i tuoi cani allo stesso guinzaglio”. Ma soprattutto desta sconcerto e preoccupazione che quella stessa piazza venga occupata ogni sera da folle islamiche nazionaliste a sostegno di Erdogan.

Gezi Park striscione

Ma i vertici del Partito AKP restano agitati per la questione Wikileaks, dopo la pubblicazione di 294.548 mail inviate e ricevute da 762 indirizzi dei vertici del Partito del Presidente. La Turchia ha reagito bloccando l’accesso al sito, ma nel frattempo 762 caselle di posta bucate, dalla lettera A alla lettera I, che coprono un periodo che va dal 2010 a una settimana prima del tentato golpe. In alcune si legge a proposito di Gulen: “È un cane, un sionista, un massone ha una rete di scuole in Turchia e nel resto del mondo con cui trama con la Cia contro la Turchia”.

Dopo l’Esercito, la Polizia, la Magistratura e gli Impiegati pubblici la tabula rasa non poteva non toccare l’Istruzione e il mondo accademico con l’aggravante del divieto di espatrio per insegnanti e docenti turchi. Il rettore dell’Università di Gazi ad Ankara, Suleyman Buyukberber, è stato arrestato, poco dopo essere stato rimosso dal suo incarico, riferisce la tv statale Trt. Il consiglio per l’Istruzione ha decretato infatti il divieto di espatrio per tutti gli accademici turchi, dopo che ieri erano state richieste le dimissioni per 1577 decani di università, di cui 1176 dipendenti pubblici e 401 legati a fondazioni private. Ma da sempre il vero bersaglio del ‘sultano’ del Bosforo sono giornali e Tv, anche prima del tentato golpe.

Sono infatti almeno 24 le radio e televisioni turche chiuse a seguito del provvedimento emanato dal Consiglio supremo per la radio e la televisione (Rtuk), che ha revocato le licenze ai media ritenuti vicini a Fethullah Gülen. Per le stesse ragioni, la Direzione generale per l’informazione (Byegm), che dipende dalla presidenza del Consiglio, ha revocato gli accrediti stampa a 34 giornalisti turchi. Al capo di tutto ci sarebbe un legame di questi media a Fethllah Gulen, il dissidente islamico rifugiato in Usa dal 1999, per il quale si stanno incrinando i rapporti tra Ankara e Washington e nello stesso tempo un continuo riavvicinamento tra Putin ed Erdogan. È stato infatti annunciato un prossimo incontro tra i due leader nei prossimi giorni. “Ora attraverso i canali diplomatici viene preparato l’incontro tra Putin ed Erdogan. Si è convenuto che questo incontro avverrà entro i primi 10 giorni di agosto nella Federazione Russa. Al momento si stanno concordando la data esatta e il luogo”, ha dichiarato Peskov rispondendo ad una domanda dei giornalisti. Il portavoce del presidente russo ha poi smentito le voci secondo cui l’incontro tra i presidenti di Russia e Turchia si sarebbe svolto il 9 agosto a Baku.

Fino a pochi mesi fa tra i due Presidenti c’era ostilità per una disputa nata per l’abbattimento dell’aereo russo in volo tra la Siria e la Turchia. Proprio la questione della Siria resta in sospeso tra Mosca e Ankara, specie per l’appoggio di Putin verso il Presidente Assad.

Il problema della Siria porta con se anche la questione curda, essenziale per la guerra ‘interna’ del Presidente, oggi i jet di Ankara hanno colpito obiettivi dell’organizzazione indipendentista curda “nel nord dell’Iraq” uccidendo quelli che sono stati definiti venti “terroristi” secondo quanto riferisce il sito turco Daily Sabah citando “fonti della sicurezza”. Le incursioni sono state compiute da aerei F-16 e “continueranno”, aggiunge il sito.

In Rosso

I miliziani dell’Isis hanno bruciato vive, in mezzo ad una piazza di Mosul (Iraq), 19 ragazze curde che si erano rifiutate di divenire schiave sessuali dei combattenti jihadisti. A riferirlo è l’agenzia di notizie Ara (Kurdish News Agency), ripresa dai media iraniani.

Le giovani donne, chiuse in gabbie di ferro, sono state portate in una piazza della roccaforte irachena del Califfato nero, e date alle fiamme, davanti a centinaia di presenti. “Nessuno ha potuto fare niente per salvarle”, ha detto un testimone all’Ara.

Tiziana Ficacci
dal blog
Libere e Laiche

Curdi. La strage di Erdogan a Cizre arriva a Ginevra

Cizre-Turchia-Curdi-04-1000x600La crisi diplomatica tra la Turchia e la Germania, dopo il riconoscimento del genocidio armeno da parte del Bundestag, sembra rientrata. Ankara, dopo i toni furiosi dei giorni scorsi contro Berlino, non prenderà misure fino al compimento di “una valutazione del contesto che ha portato a tale decisione – ha detto il neo premier Yildirim – Nessuno si aspetti una completa rottura dei rapporti”.
Il motivo è l’imbarazzo di Ankara dopo le rivelazioni sulla strage di curdi avvenuta nella città di Cizre. Nonostante le continue denunce da parte della stampa e degli osservatori internazionali, l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno sempre girato la testa dall’altra parte, ma giovedì Faysal Sariyildiz, deputato del partito di sinistra pro-kurdo Hdp ha fatto recapitare ai parlamentari europei un libro di 92 fotografie che raccontano il terribile massacro di Cizre.
A Ginevra ha incontrato il Consiglio Onu per i diritti umani: sperando in un’indagine internazionale che accerti i crimini contro l’umanità compiuti contro i curdi. Ne ha raccolto le prove: con video e fotografie per la prima volta diffuse oltre il Kurdistan, in cui si documenta come 259 persone sono morte per opera dell’esercito turco. Una vera e propria guerra interna condotta senza esclusione di colpi, a gennaio il deputato, è rimasto a Cizre (nel sud-est turco) e ha vissuto 79 giorni sotto coprifuoco assistendo alla morte di 259 civili, di cui 177 bruciati durante gli attacchi dell’esercito ad alcuni edifici dove la gente aveva trovato rifugio. “Sono state bruciate dalle forze di sicurezza mentre erano nascoste nei rifugi sotterranei. Gli altri sono stati colpiti dai cecchini, o lasciati morire in mezzo alle strade, ostacolando i soccorsi e i ricoveri ospedalieri”, documenta Sariyildiz.
Sariyidiz ha scelto di rimanere a Cizre sotto le bombe per documentare l’orrore per poi scappare all’estero e con l’abolizione dell’immunità parlamentare il mese scorso, anche lui rischia la vita. Ha chiesto un’indagine delle Nazioni Unite che accerti crimini contro l’umanità compiuti a Cizre nei confronti dei curdi, portando come prove anche i video pubblicati in anteprima dal Corriere della Sera. Tra le immagini atroci riprese, anche quelle che riprendono una trentina di soccorritori che camminano issando la bandiera bianca per soccorrere i feriti e che vengono colpiti lo stesso.
Non solo, ma proprio i curdi rappresentano ormai il solo avamposto sicuro contro l’avanzata dell’Isis. Anche in queste ore l’alleanza delle Forze democratiche siriane (Sdf, composta in gran parte dalle milizie curde del Pyd ma anche da gruppi arabi e assiri), sostenuta dagli Usa, avanza da Nord, verso Raqqa. Tanto da far tremare ancora una volta Erdogan, il cui peggior incubo è il riconoscimento delle milizie curde e il loro successivo costituirsi, grazie alla guerra siriana, in una “Entità curda” ai confini turchi. Infatti la Turchia, a fronte del sostegno degli Stati Uniti alle Forze Democratiche Siriane, egemonizzate dalle Unità di Protezione Popolare curde, ha di nuovo minacciato un’invasione del territorio siriano da parte delle sue truppe, da tempo schierate a migliaia sulla linea di frontiera e già presenti, seppure in quantità esigua e non ufficialmente, all’interno della Siria. Solo ieri le forze armate turche hanno reso noto che 27 ribelli curdi sono stati uccisi vicino al confine con Iraq e Iran, nella provincia di Hakkari.