I curdi smembrati sognano il Kurdistan

Curdi-YPGEsistono i curdi, ma non il Kurdistan. I curdi non hanno mai avuto una patria, uno stato. Sono 30-40 milioni, vivono in Medio Oriente smembrati tra Turchia, Iran, Iraq, Siria e Armenia. Quando cadde l’Impero ottomano dopo la Prima guerra mondiale, Regno Unito e Francia promisero l’indipendenza, ma poi le potenze coloniali europee non mantennero la promessa.

Sono un po’ come i polacchi in Europa. La Polonia restò schiacciata e divisa tra l’Impero Austro-ungarico, il regno di Prussia (poi Secondo Reich tedesco) e l’Impero russo, però alla fine è riuscita a recuperare l’unità e l’indipendenza. I curdi, invece, vivono sparpagliati tra cinque diverse nazioni, hanno subito e subiscono violente e sanguinose repressioni. In genere sono considerati dei cittadini di serie B, delle minoranze bistrattate alle quali si arriva a proibire perfino l’uso della propria lingua.

È stroncato nel sangue ogni tentativo di autonomia nazionale. Dal 20 gennaio l’esercito turco è penetrato nel nord della Siria con l’operazione “Ramoscello d’ulivo” (l’azione militare suona ancora più sinistra per la denominazione usata, un simbolo per eccellenza della pace). L’obiettivo è conquistare ed eliminare il cantone curdo di Afrin, amministrato autonomamente dal 2012 al di fuori dell’influenza del governo siriano, sull’orlo del collasso.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan usa il pugno di ferro: Ankara non si fermerà finché «il lavoro non sarà finito». Artiglierie e carri armati turchi spianano l’avanzata della fanteria. Nel mirino ci sono le Unità di protezione del popolo curdo (Ypg) che amministrano la provincia. L’obiettivo è di impedire che l’esercito siriano, d’intesa con i curdi, rientri ad Afrin, recuperi la sovranità sulla città salvando però l’autonomia amministrativa della minoranza e il suo potere negoziale. Erdoğan ha annunciato: «Nei prossimi giorni, e molto rapidamente, inizierà l’assedio del centro della città di Afrin».

Le alleanze cambiano velocemente in Medio Oriente. Il presidente turco prima era stato un nemico giurato del presidente siriano Bashar al-Assad, poi era diventato suo alleato, ora addirittura spara sia sui suoi combattenti sia su quelli dei curdi. L’accordo Ankara-Mosca-Teheran sulla Siria sta scricchiolando paurosamente. La prima ha puntato le armi contro Damasco, le altre due sono potenti alleati di Bashar al-Assad, che sta riprendendo il controllo del paese dopo la rivolta del 2011 e le successive feroci guerre a catena: in totale 500 mila morti e 6 milioni di profughi. Il presidente turco ha nelle sue mani anche la carta della “bomba” degli emigranti: nei campi profughi ospita oltre 3 milioni di rifugiati siriani, scappati in 7 anni di guerra, e di volta in volta minaccia di aprire il “rubinetto” verso l’Europa. Non a caso ha chiesto all’Unione europea e in gran parte ottenuto, soprattutto appoggiato dalla Germania, 6 miliardi di euro per affrontare le spese di ospitalità dei profughi.

I curdi, sostenuti finanziariamente e militarmente dagli Stati Uniti, sono stati un elemento centrale per sconfiggere lo Stato Islamico, promotore del terrorismo internazionale, che si era impossessato di buona parte della Siria e dell’Iraq con i relativi giacimenti petroliferi. I combattenti curdi hanno pagato un alto prezzo di sangue per conquistare Raqqa in Siria, proclamata capitale dell’Isis. Un prezzo di sangue molto più consistente rispetto a quello pagato dalle milizie e dagli eserciti siriani, iracheni, iraniani, russi e statunitensi. Comunque gli jihadisti dell’Isis ancora non sono stati del tutto sconfitti e resistono in alcune zone del paese.

Erdoğan teme il “contagio” dell’autonomia conquistata dai curdi in Siria. In Turchia vive la maggior parte dei curdi e, dopo qualche anno di convivenza pacifica e di apertura ai loro diritti, è riesplosa una violenta repressione. I curdi, considerati terroristi, hanno reagito con sanguinosi attentati nelle città turche. Di qui la “guerra totale”.

Ora Washington ha davanti uno spinoso problema: se schierarsi con i curdi o con la Turchia, due importanti alleati (Ankara fa anche parte della Nato e dispone di uno degli eserciti più potenti). Per adesso sta tentando di tenere una posizione mediana. I margini per l’indipendenza o per l’autonomia dei curdi si restringono sempre di più. Il Kurdistan probabilmente resterà «una espressione geografica». La celebre profezia del principe austriaco Klemens von Metternich si rivelò sbagliata per l’Italia, ma potrebbe calzare a pennello per i curdi.

Leo Sansone
SfogliaRoma

Siria raid da Usa. Bombe di Assad ‘Made in Germany’

raid usaDonald Trump passa all’attacco in Siria. La coalizione a guida statunitense che combatte l’Isis in Siria ha compiuto raid aerei e operazioni d’artiglieria contro forze alleate del regime, uccidendo oltre 100 combattenti: lo ha annunciato la stessa coalizione. “Abbiamo risposto all’attacco ingiustificato delle forze governative sui nostri partner”, si legge in una nota diffusa dalla coalizione a guida Usa. Gli aerei a stelle e strisce hanno effettuato attacchi di rappresaglia nella provincia nord-orientale di Deir ez-Zor, contro forze fedeli ad Assad che avevano attaccato un quartier generale dell’alleanza arabo-curda. La Coalizione cerca di cacciare dal lato orientale del fiume Eufrate gli ultimi combattenti dell’Isis, con l’appoggio delle FDS. L’Eufrate è la linea di demarcazione tra le forze di Assad, appoggiate da Russia e Iran, e le FDS. Le Forze democratiche siriane sono in prevalenza milizie curde dell’Unità di Protezione Popolare, note come Ypg. Ed è proprio contro di loro che si è mossa la Turchia con la sua operazione “Ramoscello d’Ulivo”, contro l’enclave curda di di Afrin nel nordovest della Siria.
“Il recente incidente dimostra ancora una volta che la presenza militare illegale degli Stati Uniti in Siria è in realtà finalizzata a prendere il controllo delle risorse economiche del paese e non a combattere contro l’Isis”. Così il ministero della Difesa russo commenta, in un comunicato, il raid contro i lealisti da parte delle forze della coalizione nella regione di Dayr az Zor.
La situazione continua a complicarsi visto che se da un lato l’esercito di liberazione siriano (contro Assad) appoggiato dagli Usa è stato lo stesso che ha attaccato le forze curde ad Afrin affiancando Ankara nell’operazione “Ramoscello d’Ulivo”. Ma Washington con questa azione punta a mostrare i muscoli contro il nuovo ‘terzetto’ composto da Turchia, Russia e Iran intenzionato a guidare la guerra in Siria e che ha fatto sapere di un prossimo vertice ad Ankara.
Nel frattempo però prosegue la guerra e la strage di civili siriani a cui l’Europa non sembra interessarsi, anche se pochi giorni fa il quotidiano tedesco Bild ha rivelato con tanto di foto che le bombe al cloro sganciate da Assad sono ‘Made in Germany’. Berlino è infatti il più grande partner commerciale europeo dell’Iran,

Siria. Rex Tillerson cambia idea e accusa i russi

tillersonFari puntati sul Segretario di Stato americano, Rex Tillerson, che non solo difende la Turchia dopo l’attacco ai curdi che ha imbarazzato il mondo occidentale, ma punta di nuovo il dito contro Mosca. Nella guerra siriana per il segretario di Stato è la Russia che si deve “assumere la responsabilità” di un sospetto attacco di armi chimiche in un’enclave ribelle in Siria, afferma Rex Tillerson. “Alla fine la Russia si assuma la responsabilità delle vittime nella Ghouta orientale e di innumerevoli altri siriani presi di mira con armi chimiche da quando la Russia è stata coinvolta in Siria”, ha detto Tillerson dopo una conferenza sulle armi chimiche a Parigi. “Più di 20 civili – molti dei quali erano bambini – sono stati colpiti dall’attentato”, ha detto il Segretario di Stato che ha aggiunto che l’incidente ha sollevato “serie preoccupazioni” sul fatto che il presidente siriano Bashar al-Assad possa continuare a utilizzare armi chimiche contro il suo stesso popolo.
Eppure appena tre giorni fa (sabato scorso) Rex Tillerson ha voluto discutere del conflitto siriano con il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov. Nella telefonata sono stati discussi in particolare i modi per portare stabilità nel nord del paese e di come affrontare la crisi siriana sotto l’egida delle Nazioni Unite, oltre a una possibile agenda per i colloqui siriani dovuti nella località russa russa di Sochi.
Ma a far discutere in queste ore è soprattutto la presa di posizione equidistante degli Stati Uniti nei confronti della guerra di Erdogan contro i curdi, chiedendo ad Ankara ‘moderazione’, ma legittimando il diritto di Erdogan di difendere il proprio Stato.
Gli Stati Uniti chiedono di dare prova di “moderazione” a “tutte le parti” coinvolte nell’offensiva avviata dalla Turchia in Siria settentrionale il 20 gennaio scorso. Lo ha affermato oggi a Londra il segretario di Stato degli Usa, Rex Tillerson, durante la conferenza stampa congiunta con l’omologo britannico, Boris Johnson. Il capo del dipartimento di Stato si trova nella capitale del Regno Unito per l’inaugurazione della nuova ambasciata degli Usa. Allo stesso tempo il capo della diplomazia degli Stati Uniti ha riconosciuto il “legittimo diritto all’autodifesa” della Turchia. “Gli Stati Uniti sono in Siria per sconfiggere lo Stato islamico”, ha proseguito Tillerson, “con una coalizione di alleati e con le Forze democratiche siriane” (Sdf). Di questo gruppo che si oppone al governo di Damasco con l’appoggio degli Usa, fanno parte anche le Unità di protezione del popolo (Ypg). Queste ultime sono le milizie del partito dell’Unione democratica (Pyd) contro le cui posizioni ad Afrin e Azaz la Turchia ha avviato l’operazione “Ramo d’ulivo”.

Erdogan in guerra contro i curdi, l’appello di Chomsky

milizie ankaraUna vera e propria operazione militare che paradossalmente prende il nome di ‘ramoscello d’Ulivo’ stata avviata dal Presidente Erdogan contro i curdi. Sono tre giorni che viene bombardata Efrin, il confine turco-siriano dove Ankara ha schierato 24mila veicoli militari. È lì che si trova la provincia settentrionale a maggioranza curda di Rojava, costituitasi nel 2012, a seguito di eventi legati alla guerra civile siriana, autonoma de facto ma non ufficialmente riconosciuta da parte del governo. Per il presidente turco le YPG, unità di protezione popolare alleate con gli Usa nella guerra all’Isis, sono in realtà complici del partito terroristico del PKK. Ma a imbarazzare ancora di più gli Stati Uniti è la notizia che a combattere contro i curdi, al fianco di Ankara, ci siano anche elementi dell’esercito siriano libero (Esl).
L’annuncio dell’operazione è stato dato sabato dal presidente turco, Recep Tayyp Erdogan: “L’operazione Afrin è di fatto iniziata sul terreno, sarà seguita da Manbij”, aggiungendo “più tardi, ripuliremo il nostro Paese fino alla frontiera irachena da questa barriera di terrore che tenta di assediarci”. Il ‘sultano’ turco non si è fermato nemmeno dopo le richieste della Comunità internazionale. Subito dopo la notizia la Francia ha convocato una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu e il ministro francese delle Forze armate, Florence Parly, ha rivolto un appello alla Turchia perché cessi le sue operazioni contro i curdi siriani, ritenendo che questo possa solo nuocere alla lotta contro l’Isis. Le ha fatto eco il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, che ha sottolineato la profonda preoccupazione di Parigi per il “brutale peggioramento della situazione” in Siria in luoghi come Afrin, ma anche Idlib e Ghuta. Alle richieste a cui si è unita Washington richiamando alla moderazione Ankara, Erdogan ha risposto: “Il Consiglio di sicurezza (dell’Onu) non si è riunito quando” in passato “sono state commesse atrocità ad Afrin”, e quindi “ora non ha il diritto di riunirsi” per discutere “la nostra operazione” contro “un’organizzazione terroristica” nell’enclave curda nel nord-ovest della Siria. Dopo l’operazione militare contro i curdi in Siria, nella regione di Afrin, alcuni intellettuali e attivisti tra cui Noam Chomsky, Michael Hardt e Debbi Bookchin hanno scritto un appello agli Stati Uniti e alla comunità internazionale per non lasciare soli i curdi.

Curdi e cristiani in Iraq senza una strategia comune

Il referendum riguardante l’indipendenza della regione autonoma del Kurdistan del 25 settembre è stato dichiarato dalla Corte suprema irachena incostituzionale. La Corte, che una settimana prima della consultazione aveva chiesto invano di sospendere l’iniziativa in attesa della sentenza, ha affermato ora che sono illegali “tutti i risultati e le conseguenze” del referendum. La consultazione, pur non essendo legalmente vincolante, era stata contestata sia dal governo di Baghdad sia da quasi tutta la comunità internazionale, in particolare i vicini Iran e Turchia che hanno forti minoranze curde all’interno dei loro confini.Una disfatta per i curdi, nonostante i peshmerga hanno rappresentato il primo vero argine all’espansione territoriale del Califfato e per anni hanno combattuto contro l’Isis lungo un fronte di centinaia di chilometri, in particolare a Mosul e a ovest di Kirkuk.

IRAQ_-_cristiani_e_referendumCon la penetrazione e nascita del terrorismo islamico in Iraq già dagli anni novanta del secolo scorso, derivante dall’ideologia di Bin Laden, alcune minoranze etnico religiose presenti in quel paese, come i curdi, i cristiani e gli Ezidi, hanno pagato un prezzo molto alto. I video dei Daish pubblicati proprio da loro stessi, circa il massacro di quelle minoranze testimoniano le loro atrocità e perversa ideologia.
Oggi I Daish sono stati sconfitti dalla forza della coalizione internazionale e dagli uomini e donne Peshmarga curdi in molte aree del fantomatico stato islamico. E chi sa ora dove si nascondono quei tagliagole che non hanno voluto percorrere la strada verso il paradiso promesso. Ma i problemi delle minoranze in Iraq non sono finiti, anzi, con la creazione delle milizie popolari sciite in Iraq già dal 2014 e sono direttamente coordinate e dislocate in Iraq dall’ Iran, la vita delle minoranze è sempre più in pericolo.
Dopo l’occupazione delle aree di Musul da parte dei Daish nel 2014, quasi tutti i cristiani presenti in quelle zone sono fuggiti verso il vicino Kurdistan iracheno. Oggi quei cristiani non vogliono ritornare nelle loro aree perché non si fidano e hanno pura delle milizie popolari sciite che hanno letteralmente occupato tutta quella zona. La città di Kirkuk per anni amministrata da curdi e da poco occupata dell’esercito iracheno con aiuto delle milizie sciite, molto presto qui sono già iniziate perquisizioni e arresti tra la popolazione curda, non sono mancati scontri tra i Peshmarga e le milizie, e ciò ha peggiorato la situazione dei curdi e dei cristiani in tale area. Molte famiglie sono fuggite verso le aree vicine amministrate dai curdi.
Il numero dei cristiani in Iraq nel 2003 raggiungeva circa 1400,000 persone, oggi ne rimangono circa 275,000, una parte di essi è stata trucidata dai Daish, altri si sono rifugiati nelle zone curde e la maggior parte ha preferito lasciare il proprio paese e cercare asilo soprattutto nei paesi dell’Europa.
Da millenni i cristiani abitano nell’attuale Iraq, hanno conservato e tramandato la loro antica lingua. La fuga dei cristiani da quelle aree verso altre destinazioni, non è soltanto una questione di salvaguardia della propria incolumità, ma tale atto reca un impoverimento economico e socio culturale dell’ intera area.
Dopo aver combattuto i Daish, i curdi sono stati abbandonati dall’occidente, i curdi sono probabilmente colpevoli di non avere avuto una strategia comune nell’affrontare la loro questione delle loro indipendenza dall’Iraq con il referendum indetto il 25 di settembre, ma sicuramente non hanno trovato un sostegno comune da parte dell’occidente circa la loro ispirazione, e ciò ha spaventato alcuni partiti curdi.
L’Iran sciita continua a rafforzare la sua presenza in Iraq sotto il silenzio drammatico di tutti. L’occidente invece sembra privo di strategie politiche in quell’area martoriata.

Kawa Goron

Indipendentismo. Curdi e catalani su fronti opposti

indipendenze-2Due moti di indipendenza, due fronti opposti. Mentre in Europa la Catalogna è ormai decisa a proseguire verso l’indipendenza, sul fronte orientale i curdi pensano a trattare. Due referendum nello stesso periodo (25 settembre il Kurdistan; 1 ottobre la Catalogna) che hanno visto la vittoria del fronte indipendentista per entrambi e in entrambi i casi i Governi centrali non hanno riconosciuto la legittimità del voto.
Carles Puigdemont, il presidente catalano, ha deciso di non intervenire al Senato spagnolo in merito all’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, ovvero quell’articolo che permette allo stato spagnolo di costringere una Comunità autonoma (come la Catalogna) a rispettare la legge. Mentre il governo del Kurdistan ha deciso questa notte di congelare i risultati del referendum del 25 settembre per l’indipendenza, per riaprire il dialogo con Baghdad. Una sconfitta politica che però potrebbe evitare una guerra aperta.
Ieri i combattimenti sono cominciati in tre punti lungo il confine tra la provincia irachena di Ninive e la regione autonoma del Kurdistan.
“Gli scontri continui non porteranno nessuna parte alla vittoria, ma spingeranno il Paese verso il disordine e il caos, colpendo tutti gli aspetti della vita”, afferma una nota del governo regionale di Erbil. L’esecutivo curdo auspica un “cessate il fuoco immediato” e chiede un “dialogo aperto” con il governo federale di Baghdad facendo un passo indietro sul voto del 25 settembre. “Congeliamo il risultato del referendum e apriamo un dialogo, basato sulla Costituzione, tra il governo del Kurdistan e quello di Baghdad”, afferma la nota. Baghdad ritiene illegittimo il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno ma “non cessa il dialogo con i curdi”, ha dichiarato il ministro degli Esteri iracheno, Abbas al Jaafari, durante un intervento pubblico in una università di Mosca.
A preoccupare i curdi è stato inoltre il nuovo incontro di ieri tra il presidente Al-Abadi e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan. Nelle ultime 24 ore ci sono stati scontri in alcune aree nel nord-ovest dell’Iraq, verso il confine con la Siria. L’esercito di Baghdad, appoggiato dalle milizie sciite Hashid Shaabi, sta cercando di prendere il controllo del valico di confine di Fish Khabur, tra il Kurdistan, la Siria e la Turchia, attraverso il quale passa il principale oleodotto per le esportazioni del petrolio verso il territorio turco.

Raqqa. I Curdi espugnano la capitale dell’Isis

raqqaRaqqa è stata liberata, ad annunciarlo un portavoce dei guerriglieri curdi che ha precisato che la città, ex capitale dello Stato islamico in Siria, è “completamente ripulita”. Dopo un’offensiva iniziata a giugno, domenica c’è stato l’assalto finale da parte dei combattenti dalle Forze democratiche siriane (Fsd), alleanza di milizie curde e arabe appoggiate dagli Usa che si è concluso stamattina.
Gli ultimi combattimenti particolarmente accesi si sono verificati nella zona dell’ospedale e in quella dello stadio, mentre particolare valore simbolico ha avuto l’occupazione del crocevia di Al-Naim, conosciuto come la “Rotonda dell’inferno”, dove i jihadisti eseguivano decapitazioni e crocifissioni.
Dopo Mosul lo Stato Islamico perde l’ultima città importante che controllava fra Siria e Iraq ma soprattutto il luogo che aveva eletto a capitale del suo “Califfato”. Nel marzo del 2013 Raqqa diventa il primo capoluogo di provincia a cadere nelle mani dei combattenti che si oppongono al regime di Bashar Al Assad, ma nemmeno un anno dopo l’Isis prende il pieno controllo della città, cacciando i combattenti delle altre fazioni. Tuttavia già nel giugno del 2015 i combattenti curdi riescono a strappare al Daesh le prime città nella provincia, tra cui Tal Abyad e Ayn Issa.
Dopo aver ripreso il controllo dello stadio di calcio e dell’ospedale, le ultime due roccaforti dove si erano asserragliati i combattenti stranieri dell’Isis, è stata issata la bandiera curda sulla città, anche restano da stanare alcune sacche di jihadisti ancora a Raqqa, soprattutto combattenti stranieri accorsi da tutto il mondo per combattere nelle fila dell’Isis.
Centinaia di jihadisti dell’Isis e migliaia di civili erano stati evacuati da Raqqa domenica in base ad un accordo raggiunto tra le cosiddette Forze democratiche siriane (Sdf) alleate degli Usa e lo Stato islamico con la mediazione di capi tribali locali.
Nonostante tutto però secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, la battaglia per la liberazione di Raqqa ha avuto un costo altissimo in termini di vite umane: 3.250 morti, di cui 1.130 civili, senza dimenticare le condizioni in cui versano i civili fuggiti da Raqqa che da giugno sono ancora ospitati nei campi profughi.

La Turchia tra Presidenzialismo, guerra ai curdi e Siria

erdogan bandieraUna nuova Turchia si affaccia all’orizzonte europeo, due svolte importanti nel territorio eurasiatico, la prima è quella che riguarda la riforma costituzionale che porterà la Repubblica turca verso il Presidenzialismo, l’altra riguarda la guerra siriana e la svolta pro-Assad del Presidente turco che chiaramente non dimentica la sua guerra ‘interna’ contro i curdi.

Come promesso e prospettato la Turchia di Erdogan si avvia verso il Presidenzialismo. La Riforma Costituzionale voluta dall’attuale presidente turco che mira a rafforzarne i poteri ha portato a scontri non solo politici e verbali, ma a una vera e propria rissa tra maggioranza e opposizione. La lite è iniziata quando i deputati del Chp, il più antico partito turco dei laici, hanno accusato i colleghi dell’Akp della maggioranza di Erdogan di non votare secondo le procedure previste per lo scrutinio segreto. Alcuni parlamentari dell’Akp hanno quindi cercato di strappare a un collega del Chp il telefono cellulare con cui filmava le presunte irregolarità procedurali. Dalla scintilla la rissa: pugni, spintoni e urla, mentre si votavano i 18 articoli della proposta di riforma costituzionale presentata dalla maggioranza. Ma il presidente Erdogan è intervenuto chiedendo che le operazioni di voto “vadano avanti e ognuno stia al suo posto e faccia il proprio dovere”. Nonostante la rissa, infatti, sono stati approvati altri tre articoli della controversa riforma costituzionale che mira a rafforzare i poteri del presidente Recep Tayyip Erdogan. Gli articoli in questione riguardano l’abbassamento dell’età minima dei deputati da 25 a 18 anni, l’allungamento da quattro a cinque anni della legislatura e i poteri del Parlamento.


L’intera riforma dovrebbe essere approvata (in prima e seconda lettura) nel giro di due settimane.
Nel frattempo, la situazione in Siria prende una nuova piega dopo la svolta a favore di Assad del Presidente Erdogan. La pace sembra vicina, grazie anche all’intermediazione russa, in una terra che vede ormai da oltre cinque anni la guerra civile e la devastazione.
I nuovi negoziati di pace in Siria non sono più a guida Nazioni Unite, ma sotto l’asse Russia-Turchia-Iran.
Il presidente russo Vladimir Putin ha parlato al telefono della conferenza di Astana e del cessate il fuoco in Siria anche con la sua controparte turca Recep Tayyp Erdogan e, secondo quanto assicura il Cremlino, è stato constatato il rispetto “nell’insieme” degli accordi fra governo siriano e opposizione moderata per la cessazione delle ostilità grazie alla mediazione di Mosca e Ankara. Putin ed Erdogan hanno concordato di “rafforzare l’impegno attivo comune per preparare i negoziati fra le parti siriane ad Astana”, ha precisato il Cremlino. Russia e Turchia si sono proposti, insieme all’Iran, come garanti di un nuovo processo di pace per la Siria incentrato, nelle loro intenzioni, su colloqui fra le parti ad Astana. Tuttavia se per la Siria si prospetta la pace, per i curdi è ancora tempo di guerra e non solo in Turchia: i rappresentanti curdi siriani non sono stati infatti nemmeno invitati ai negoziati di pace sulla Siria promossi dalla Russia e dalla Turchia che si terranno in Kazakistan (probabilmente il 23 gennaio). Eppure in precedenza Mosca, alleata del presidente siriano Bashar al-Assad, aveva spinto per la presenza dei curdi al tavolo negoziale di Ginevra. Ma Ankara ritiene che Pyd e Ypg siano emanazione del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan, che in Turchia sta combattendo un’insurrezione violenta contro lo Stato.
Intanto la depurazione di Erdogan contro i curdi varca i confini: l’aviazione turca ha compiuto ieri pomeriggio, per il secondo giorno consecutivo, nuovi raid contro il Pkk curdo in nord Iraq (nella regione di Zap), distruggendo almeno 4 obiettivi dei ribelli, tra cui rifugi e postazioni armate. Lo fanno sapere le forze armate di Ankara, che hanno anche diffuso un breve video dei bombardamenti.

La retata ‘istituzionale’ di Erdogan contro i curdi

hdpPiù volte Erdogan aveva mostrato il suo vero volto autoritario in Turchia dopo il tentato golpe, ma stavolta a finire in manette non sono solo persone, è un partito.
Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdag, i due leader del Partito democratico del popolo (HDP), espressione della minoranza curda in Turchia, sono stati tratti in arresto nella tarda serata. Insieme a loro, sono finiti in manette tutti i dirigenti principali del partito, Süraya Önder, Gülser Yildirim, Selma Irmak, Ziya Pir, Ali Aslan, Leyla Birlik, Ferhat Encü e Nursel Aydogan. In tutto sono 59 i parlamentari dell’HDP. La loro immunità è stata cancellata all’inizio di quest’anno.
“L’obiettivo di queste misure è di chiudere il terzo principale partito in Parlamento. È un giorno nero non soltanto per il nostro partito ma anche per tutta la Turchia perché significa la fine della democrazia” si legge nella nota in cui l’Hdp aggiunge di non volersi arrendere a queste “politiche dittatoriali”.
Le motivazioni dell’arresto sono state spiegate in un comunicato della presidenza della repubblica turca, diffuso dall’ambasciata di Ankara a Roma e relativo all’arresto di undici parlamentari del partito filocurdo Hdp. Secondo la nota gli undici deputati del Partito democratico dei popoli (Hdp) sono stati arrestati per non aver risposto ad un ordine di comparizione della procura che chiedeva una loro testimonianza dopo l’entrata in vigore di un emendamento costituzionale sulla rimozione dell’immunità parlamentare di alcuni membri dell’assemblea legislativa accusati di reati penali. “Il procedimento legale per Ä°mam Tascier e Nihat Akdogan, per i quali è stato emesso un mandato di custodia cautelare, è ancora in corso. Come è noto chi rifiuta di rispondere ad una convocazione della procura per testimoniare (in un processo) e quindi viola la legge viene posto in stato di custodia per prendere la testimonianza”, si afferma ancora nel comunicato.
La retata di Erdogan per mettere al tappeto il Partito dei curdi è in atto da tempo e appena pochi giorni fa, il 25 ottobre scorso altri due esponenti del HDP, Gultan Kisanak e Firat Anli, co-sindaci di Dyarbakir, principale città del Kurdistan turco, sono stati arrestati con l’accusa di terrorismo.
“Quanto sta avvenendo in Turchia conferma accentuandole le preoccupazioni che abbiamo espresso più volte sulle ripetute violazioni dei diritti umani da parte del presidente Erdogan. L’arresto del leader del partito Hdp, Selahattin Demirtas, della sua vice Figen Yuksekdag e di altri nove parlamentari, si aggiunge a quelli dei mesi scorsi di politici dissidenti, giudici, professori, giornalisti, alla chiusura dello storico quotidiano Cumhuriyet, ultima voce dell’opposizione, alle limitazioni nell’accesso ai social network e all’abbattimento dei simboli laici come la piazza di Gezi Park e il centro culturale Ataturk”. Lo ha detto Pia Locatelli presidente del Comitato Diritti umani della Camera. “Come europei, come italiani, come difensori dei diritti umani non possiamo restare a guardare. Personalmente ho intensione di recarmi al più presto in Turchia per visitare i colleghi parlamentari agli arresti”.
Mentre il PSE ritiene che il governo in Turchia stia abusando della sua potenza ignorando completamente lo stato di diritto, l’indipendenza della magistratura e la libertà di parola, come principi fondamentali della democrazia. “Estendiamo la nostra piena solidarietà alla HDP e la sua dirigenza che, oltre ad aver resistito contro il tentativo di colpo di questa estate, sono sempre stati coerenti nel sostenere la democrazia contro gli attacchi provenienti da qualsiasi lato”, ha detto il Presidente del Pes Sergei Stanishev che dopo gli arresti ha affermato: “Questo è il peggior tipo di repressione politica ed è inaccettabile in per i nostri valori fondamentali europei. Questo spingerà solo la Turchia lontano dalla Ue”.
Sempre in Europa il capogruppo degli europarlamentari socialisti e democratici, Gianni Pittella ha affermato: “Gli europarlamentari socialisti e democratici sono sconvolti per gli arresti dei leader e dei deputati Hdp. Pensiamo che il dialogo politico sia la sola via per normalizzare la democrazia in Turchia. Gli arresti di parlamentari allontanano la Turchia dalla Ue. L’Hdp è un partito fratello. Leader e deputati Hdp devono essere liberati”. E l’Unione Europea è “estremamente preoccupata” per gli arresti in Turchia dei deputati Hdp. Lo afferma l’Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Federica Mogherini.

PKK, Turchia e Curdi. Soluzioni di pace dall’Ue

erdogan-e-mogheriniDopo le purghe di Erdogan a seguito del mancato Golpe, l’Europa torna in territorio turco cercando un’intesa.
L’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, e il Commissario Ue per l’Allargamento, Johannes Hahn, si trovano oggi ad Ankara per il dialogo e i rapporti Ue-Turchia. Durante l’incontro, cui hanno partecipato anche il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu e il ministro degli affari europei Omer Celik, verranno discussi i principali temi di interesse comune tra Ankara e Bruxelles.
In particolare Mogherini in conferenza stampa ha fatto sapere che l’Unione europea continuerà a lavorare con la Turchia sulla liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi.
Tuttavia la dichiarazione che tiene banco in queste ultime ore è l’affermazione di ‘Lady Pesc’ sulla questione curda. Secondo la Mogherini l’Unione europea è pronta ad “accompagnare” il processo di pace tra la Turchia e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Il capo della politica estera dell’Ue, ha poi aggiunto: “Crediamo che tutta la violenza e gli attacchi terroristici debbano fermarsi, che le armi debbano essere abbandonate e che un processo politico debba iniziare. L’Unione europea, ovviamente, sarebbe pronta ad accompagnare questo processo”, ha detto Mogherini in un briefing. L’ex numero uno della Farnesina ha parlato dopo un incontro ad alto livello con il ministro turco per gli Affari europei Omer Celik. Tuttavia la Mogherini ha comunque ribadito che l’Unione europea e ciascuno Stato membro considera la milizia curda PKK un’organizzazione terroristica.
Una posizione che apre allo spiraglio di un nuovo tentativo da parte europea di trovare una soluzione alla situazione del popolo curdo in Turchia, denunciata da anni da parte di dissidenti e reporter.
Non è la prima volta che ‘Lady Pesc’ esce ‘fuori dal coro’ della diplomazia per quanto riguarda il Sultano turco. Dopo il tentato colpo di Stato del 15 luglio, Mogherini aveva risposto prontamente alle accuse di Erdogan di mancata condanna: “l’Unione europea è stata la prima a farlo pubblicamente”, ribadendo la sua posizione “a difesa delle istituzioni democratiche legittime in Turchia”. E puntando l’indice contro il Presidente turco, poiché “le reazioni al tentato colpo di stato devono essere nel pieno rispetto della democrazia, Stato di diritto e delle libertà fondamentali”.
Nel frattempo però continua in questi giorni la ‘pulizia’ del Governo a guida AKP contro i dissidenti, e in particolare contro ogni forma di simpatia verso la popolazione curda.
Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha confermato l’inizio delle procedure di sospensione e licenziamenti nel settore pubblico, che avranno come destinatari tutti coloro che sono sospettati di simpatizzare con il Partito curdo dei lavoratori (Pkk). Un nuovo filone di epurazioni, destinato ad affiancare i più di 40 mila provvedimenti presi nell’ambito delle indagini scaturite dal fallito golpe del 15 luglio scorso. “Abbiamo compiuto i passi necessari nei confronti di chi ha legami con i golpisti, ora dobbiamo agire con la medesima decisione nei confronti di chi ha legami con un’altra organizzazione terroristica, il Pkk”. Il presidente turco ha tuttavia voluto precisare che i destinatari di provvedimenti di sospensione “potranno dimostrare la loro estraneità dinanzi una Corte”. Oggi licenziati 11.285 insegnanti nel sud est della Turchia, perché accusati di essere simpatizzanti o legati al Pkk, la cui guerra con Ankara dopo 32 anni stenta a trovare una soluzione.
Non solo, ma le autorità turche hanno anche commissariato le municipalità di Sur (centro storico della ‘capitale’ curda della Turchia, Diyarbakir) e Silvan, nel sud-est del Paese, dopo che gli amministratori locali del partito Dbp, branca locale del Partito Democratico dei Popoli Hdp, sono stati sospesi perché accusati di avere legami con “l’organizzazione terroristica” Pkk. Alle elezioni politiche dello scorso anno, l’Hdp aveva conquistato ampie maggioranza in entrambe le città. Ora a governarle saranno esponenti dell’Akp, il Partito islamo-nazionalista turco al potere.
E mentre le Istituzioni continuano con ‘pallidi’ tentativi di riconciliazioni, l’opinione pubblica si mobilita a favore della popolazione sotto assedio da anni.
“Erdogan terrorista, con Kobane fino alla vittoria”: sono gli slogan che poco fa si sono sentiti sul red carpet della Mostra del cinema di Venezia, mentre in Sala Grande entravano i protagonisti dell’emozionante documentario ‘Our war’.
In tuta mimetica da combattenti, con lo stemma giallo del YPG curdo, tre occidentali che sono tra i foreign fighters anti Isis in Siria – protagonisti del film di Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravalloti e Claudio Jampaglia – guidavano il piccolo corteo accanto a rappresentanti dei centri sociali veneziani, schierati con la protesta contro il regime turco. Tra loro anche Eugenio Finardi che ha composto la canzone tema del documentario, coprodotto dalla Rai.