Lo spagnolo di Rick Scott e le sue teorie sull’immigrazione

Florida Governor Rick Scott listens during a meeting with law enforcement, mental health, and education officials about how to prevent future tragedies in the wake of last week's mass shooting at Marjory Stoneman Douglas High School, at the Capitol in Tallahassee, Florida, U.S., February 20, 2018. REUTERS/Colin Hackley - RC193DF3FE40

Florida Governor Rick Scott REUTERS/Colin Hackley – RC193DF3FE40

“Questo è un paese in cui si parla inglese, non spagnolo”. Donald Trump ammonì con queste parole Jeb Bush e Marco Rubio, due dei suoi rivali nelle primarie repubblicane del 2015, che stavano conducendo una campagna in due lingue. Trump sconfisse entrambi e alla fine è stato eletto presidente.
Rick Scott, governatore della Florida, un alleato di Trump, non è d’accordo. Ha usato la sua limitata conoscenza dello spagnolo per corteggiare gli elettori latinos mentre faceva la campagna per governatore e continua a farlo mentre cerca di spodestare Bob Nelson dal suo seggio al Senato degli Stati Uniti.
Usare la lingua spagnola per ottenere un vantaggio rispetto ai concorrenti politici non è atipico. Persino alcuni democratici lo fanno anche se tradizionalmente sono preferiti dagli elettori latinos. Nell’elezione del 2016, il candidato alla vicepresidenza Tim Kaine si è servito dello spagnolo, ma con scarso successo. George W. Bush, invece, nelle elezioni presidenziali del 2000 e del 2004, usò la sua limitata conoscenza dello spagnolo con risultati molto positivi. Bush vinse circa il 40% del voto latino, ottimo risultato per un repubblicano e molto meglio del 28% di Donald Trump nel 2016 e il 27% di Mitt Romney nel 2012.
Corteggiare gli elettori latinos usando la lingua spagnola non si traduce necessariamente in successo alle urne. Ciononostante, Scott è intelligente nel fare il tentativo, poiché gli elettori latinos lo vedono con occhi favorevoli. La lingua può essere utile al livello emotivo in politica come in qualsiasi situazione. Esattamente come il paziente si sente un po’ meglio dopo aver sentito il medico dire un semplice “buenos días”, gli elettori apprezzano il fatto che un politico comunichi nella loro lingua. Tuttavia, dato che la maggior parte degli elettori latinos capisce l’inglese, l’uso dello spagnolo non significa necessariamente comunicare idee sostanziali, ma piuttosto raggiungerli al livello emotivo. Anche gli elettori latinos che non conoscono molto bene lo spagnolo lo apprezzano poiché alcuni dei loro amici o familiari potrebbero non essere completamente fluenti in inglese. Quando Scott lotta con lo spagnolo, si identifica con chiunque abbia difficoltà a imparare l’inglese o in altri aspetti della vita.
Tuttavia, usare lo spagnolo vuoto di idee e politiche sostanziali vantaggiose per gli elettori latinos può facilmente divenire ruffianeria. Scott sembra essere sinceramente interessato agli elettori latinos come dimostrano alcune sue recenti opinioni moderate sull’immigrazione. Favorisce, ad esempio, un disegno di legge che darebbe un iter alla cittadinanza ai beneficiari del DACA, individui portati negli Stati Uniti come minori. Si è dichiarato anche contrario alla politica di separazione dei bambini al confine, etichettandola di “orribile”, dichiarando anche che la Florida è uno “stato di immigrazione”, come si può vedere dalla moltitudine di lingue parlate nel Sunshine State.
Inoltre, Scott ha compiuto sforzi per aiutare i portoricani che si sono trasferiti in Florida dopo che l’uragano Maria ha colpito l’isola nel 2017. A differenza dell’amministrazione Trump, che ha fatto ben poco per fornire assistenza, Scott ha visitato Puerto Rico diverse volte e ha fatto sforzi per accogliere le vittime, rendendo più facile il loro trasferimento in Florida. I sondaggi sembrano confermare i suoi sforzi. Il 70% dei portoricani in Florida ha una visione negativa di Trump mentre il 76% vede Scott favorevolmente, cifra più alta di quella del senatore Nelson, il suo avversario democratico a novembre. La corsa al Senato è serrata e la posizione moderata di Scott sull’immigrazione e il suo corteggiamento dei latinos in Florida, incluso il suo uso dello spagnolo, potrebbero diventare indispensabili.
L’uso dello spagnolo da parte di Scott e le sue opinioni sull’immigrazione lo mettono in contrasto con la dura retorica di Donald Trump e le azioni sull’immigrazione e i latinos in particolare. Paradossalmente, Scott si identificava con queste posizioni non molto tempo fa. Quando era in corsa per il suo primo mandato da governatore nel 2010, infatti, era un forte sostenitore delle dure leggi sull’immigrazione simili a quelle approvate in quel periodo in Arizona, che avevano colpito duramente gli immigrati. Inoltre, si è opposto agli sforzi per ampliare il Medicaid, un programma a beneficio dei poveri, che naturalmente include molti latinos.
Il “nuovo” approccio di Scott verso i latinos e le opinioni moderate sull’immigrazione consistono dunque solamente di un espediente politico? Può darsi. Mentre conduce la campagna per il Senato degli Stati Uniti, Scott sta attaccando Nelson per essere debole sull’immigrazione, etichettando l’opposizione dei democratici come sostenitori delle frontiere aperte. Scott ripete il linguaggio e la retorica di Trump mentre cerca di fare appello a tutti i floridiani, e in particolare agli elettori del GOP.
Le elezioni in Florida sono spesso determinate da lievi margini e le nuove moderate posizioni di Scott sull’immigrazione e il suo uso dello spagnolo potrebbero aiutarlo a prevalere a novembre. Ciononostante, gli elettori latinos dovrebbero essere cauti, in particolare quando Scott incolpa Nelson per non aver fatto nulla per risolvere la questione dell’immigrazione a Washington. Bisogna ricordare che il GOP controlla ambedue le due camere legislative e la Casa Bianca. Quindi sono loro che non hanno fatto nulla per risolvere la situazione dell’immigrazione. Il voto per la sostituzione di un senatore democratico con uno repubblicano farà la differenza?
“Tutta la politica è locale”, dichiarò l’ex presidente della Camera Tip O’Neill, Jr., democratico del Massachusetts anni fa. È vero, ma l’appartenenza ad un partito fa molta differenza, in particolare al Senato di questi giorni dove un seggio o due potrebbero determinare la maggioranza della Camera alta, con ripercussioni significative che vanno ben oltre l’uso dello spagnolo e dell’immigrazione. Votare per i candidati dimenticando il partito a cui appartengono alla fine potrebbe rivelarsi imprudente.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Kelly: bocciato in inglese, storia e immigrazione

Cobb-John-Kelly-Civil-War“Non parlano inglese. Non si integrano bene”. Così John Kelly, capo dello staff di Donald Trump, ha descritto le sue ragioni per la necessità di impedire agli immigrati messicani di entrare negli Stati Uniti. I bisnonni di Kelly venivano dall’Irlanda, ma da parte di sua madre erano di Avellino, in Italia. Poco si sa sulle loro capacità linguistiche, tuttavia alcune ricerche del Washington Post rivelano che la sua bisnonna non conosceva l’inglese dopo 30 anni di vita negli Stati Uniti.
L’esperienza linguistica della bisnonna di Kelly non è un’anomalia. I miei genitori, ora deceduti, impararono pochissimo inglese in quaranta anni di residenza in America.
Perché la gente non impara l’inglese? Dopotutto, non è un gioco da ragazzi?
In realtà, imparare una lingua può essere facile per alcune persone, ma una serie di ostacoli può renderlo difficile se non impossibile per altri. Il primo è l’età. Tutti i bambini immigrati in America imparano l’inglese come madrelingua. Di questi giorni l’esempio più discusso viene testimoniato dai “Dreamers”, i giovani portati in America senza documenti dai loro genitori. Quelli che vengono come adulti impareranno abbastanza inglese per cavarsela. Alcuni potrebbero non imparare mai l’inglese a causa del loro basso livello di istruzione e della scarsa conoscenza della propria lingua. È molto difficile imparare una nuova lingua se non si conosce la propria molto bene. I miei genitori, e molto probabilmente la bisnonna di Kelly, affrontarono le sfide dell’età e dell’istruzione limitata.
La lingua madre degli immigrati può anche rendere più facile o difficile l’apprendimento dell’inglese. I parlanti di lingue europee con un alto grado di istruzione nella propria lingua di solito imparano l’inglese bene. Tuttavia, quelli venuti negli Stati Uniti da adulti non perderanno mai l’accento straniero. Arnold Schwarzenegger, Arianna Huffington, Henry Kissinger, Melania Trump porteranno il loro accento alla tomba poiché la pronuncia dell’inglese è molto impegnativa.
Gli immigrati istruiti che parlano una lingua non europea impareranno anche l’inglese, ma avranno difficoltà. Un immigrato della Cina potrebbe infatti richiedere il doppio del tempo per imparare l’inglese comparato a uno della Francia. Come si sa, l’inglese e il cinese hanno poco in comune mentre il francese e l’inglese condividono una serie di caratteristiche linguistiche che semplificano l’apprendimento della nuova lingua.
Normalmente, il genere influisce anche sulla capacità di apprendimento. Le donne immigrate, che hanno la tendenza a rimanere a casa e prendersi cura dei bambini, hanno meno probabilità di imparare rispetto agli uomini che vanno a lavorare e inevitabilmente hanno più contatti con gli americani.
Una sfida condivisa da praticamente tutti gli immigrati nell’apprendimento dell’inglese è però il tempo. Gli immigrati vengono negli Stati Uniti principalmente per motivi economici e lavorano lunghe ore. È difficile frequentare i corsi serali dopo aver lavorato duramente per l’intera giornata, anche se in realtà molti lo fanno.
Chiunque pensi che imparare una lingua sia facile dovrebbe parlare con gli americani che hanno vissuto all’estero per molti anni. Molti di loro imparano poco o niente della lingua straniera. Esattamente come è difficile per gli americani imparare altre lingue, è anche difficile per gli immigrati imparare l’inglese in parte a causa delle particolari complessità della lingua. Alla fine, però, gli immigrati imparano abbastanza inglese per vivere in America stabilendo le basi necessarie per i loro figli e nipoti permettendo loro di integrarsi pienamente e vivere il sogno americano.
Gli antenati di Kelly, conoscendo l’inglese o no, si sono integrati nella società americana, permettendogli di raggiungere le più alte posizioni di leadership. Ciononostante la sua debolissima conoscenza in alcune materie e nella nostra storia suscita forti dubbi sul suo giudizio nel trattare la questione dell’immigrazione. Conosciamo molto bene gli attacchi di Donald Trump sugli immigrati, etichettandone alcuni come provenienti da “paesi di m…da” e altri come “animali”. Kelly è molto meno stridente e infatti avrebbe dato al suo capo un voto molto basso, etichettandolo di “idiota” per non capire come funziona DACA, il decreto che permette ai “Dreamers” di rimanere temporaneamente negli Stati Uniti. Purtroppo, Kelly non fa molto meglio. I suoi commenti sugli immigrati che non parlano inglese e quindi non sono in grado di integrarsi non sono così estremi quanto la caratterizzazione degli immigrati del suo capo, ma anche lui merita la bocciatura.
Le opinioni di Trump e Kelly sull’immigrazione riflettono non solo un fraintendimento della storia, ma includono anche un rifiuto dell’America come terra di immigrati. Trump e Kelly alla fine usciranno di scena convertendosi solamente in un capitolo sfortunato della storia americana. L’America però sopravviverà e continuerà a crescere grazie al costante contributo dei nuovi arrivati. Quando gli immigrati smetteranno di entrare nel nostro Paese, il declino dell’America sarà iniziato.


Domenico Maceri

PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Donald Trump militarizza il confine col Messico

muro-messico“Non ho nessuna intenzione di permettere alla guardia nazionale dell’Oregon di essere usata come distrazione dai problemi di Washington”. Con queste parole, Kate Brown, democratica, governatrice dell’Oregon, si è rifiutata di accedere alla richiesta di Donald Trump vedendola come un tentativo di “militarizzare il confine col Messico”.  Susana Martinez, Greg Abbott e Doug Ducey, tutti repubblicani,  rispettivi governatori del New Mexico, Texas e Arizona, hanno invece accettato la richiesta di Donald Trump per mantenere la sicurezza al confine. Brian Sandoval, il governatore repubblicano del Nevada, invece si è dichiarato contrario. lI governatore della California, Jerry Brown, democratico, non si è ancora pronunciato ma il silenzio ci fa intendere che si opporrebbe anche lui.

Dopo avere visto alla Fox News una storia  su una carovana di migranti dell’America Centrale che era entrata nel Messico e si stava muovendo verso gli Stati Uniti, Trump ha deciso che bisognava agire per fermarli. Il 45esimo presidente è ritornato a premere su uno dei temi di campagna elettorale, parlando di invasione di immigrati e dell’importanza di fermarli per controllare le frontiere. Alcuni analisti, come Ann Coulter, grande sostenitrice di Trump, in un’intervista al New York Times, ha fatto notare che durante la campagna elettorale Trump aveva ripetuto ad nauseam la costruzione del muro al confine col Messico ma non è riuscito a mantenere la promessa. La “crisi” alla frontiera va vista dunque in questa luce di soddisfare i bisogni della base del presidente.

Trump, infatti, ha implicitamente riconosciuto questa situazione quando ha minacciato di non firmare la manovra del bilancio perché non includeva i fondi per il muro al confine. Un’altra riserva di Trump sulla legge era la mancata inclusione di risolvere la questione del Daca, l’ordine esecutivo di Barack Obama che protegge temporaneamente i giovani portati in America dai loro genitori senza documenti. Dopo avere addossato la colpa ai democratici, Trump ha alla fine firmato la legge perché, secondo lui, migliorava il bilancio delle forze armate.

Trump, considerandosi grande negoziatore, avrebbe potuto intervenire e affrontare questi punti ma non lo ha fatto, rimanendo in disparte. Dopo ha però espresso le sue forti delusioni su Paul Ryan, speaker della Camera, e Mitch McConnell, presidente del Senato. La manovra fiscale di 1300 miliardi di dollari  include però 1,6 miliardi per barriere al confine che equivalgono a delle briciole considerando i 25 miliardi che la Casa Bianca aveva richiesto. Se il muro e la soluzione al Daca fossero stati temi importanti, Trump avrebbe potuto spingere di più per ottenerli.

La carovana di un migliaio di migranti che sfuggono dalla violenza dell’Honduras e altri Paesi centroamericani però ha offerto al 45esimo presidente la scusa per agire. In una lunga serie di tweet velenosi, tipici del suo stile senza filtri, Trump ha accusato le inefficienti leggi americane che impediscono alla polizia di frontiera di compiere il loro lavoro a causa dei “deboli democratici”. L’inquilino della Casa Bianca ha mostrato la sua frustrazione minacciando la fine del Daca e di togliere i contributi americani all’Honduras. Trump ha anche accusato il Messico di dare il via libero ai profughi per raggiungere gli Stati Uniti minacciando anche di eliminare il Nafta.

Quando Trump non riesce a compiere qualcosa ritorna alla strategia accusatoria della campagna elettorale usando lo stesso linguaggio che tanto fa piacere ai suoi sostenitori, la cui visione del mondo è parente molto distante dalla realtà obiettiva. Il migliaio di profughi entrati in Messico consiste di 300 bambini, 400 donne e il resto uomini, maggiormente dell’Honduras, che sfuggono da un Paese pieno di corruzione, violenza politica e numerosissimi omicidi. I migranti viaggiano insieme per ragioni di sicurezza e proteggersi da stupri e altri pericoli, secondo un cronista del New York Times che ha visitato il complesso sportivo in Messico in cui i profughi si sono fermati. Non cercano la protezione del Daca, come ha indicato Trump in suo tweet, programma che copre giovani residenti  negli Stati Uniti dal 2007.

Il Messico ha già deportato 400 di questi individui della carovana e sta negoziando con i rimanenti per vedere se qualificano per lo status di rifugiati in Messico o negli Stati Uniti. In alcuni casi, funzionari messicani hanno distribuito permessi di transito validi per 20 giorni, dando tempo per lasciare il Paese o fare domanda di asilo politico in Messico. Altri stanno consultando con avvocati in Messico per cercare di determinare se i loro casi specifici sarebbero validi per status di rifugiati in America o scegliere di rimanere in Messico. Gli organizzatori della carovana, un evento annuale durante le feste di Pasqua, intendono attirare attenzione sulla triste situazione dei profughi. Si tratta dunque di un problema umanitario invece di un pericolo di sicurezza.

Trump ha però attaccato questi vulnerabili individui aggiungendo 4mila membri della guardia nazionale ai 20mila poliziotti della frontiera. Lo ha spiegato come un “muro” umano finché si costruirà quello che lui ha promesso in campagna elettorale. I numeri però non giustificano questa militarizzazione della frontiera. Gli arresti al confine infatti sono scesi da 700mila nel 2008 a 400mila nel 2016 durante la presidenza di Obama. Nel 2017 il numero di individui fermati è sceso a 300mila, il più basso in 46 anni.

Si potrà capire la frustrazione di un presidente americano dalla complessità del problema migratorio. Obama, con una legislatura repubblicana intransigente, cercò di fare il possibile per migliorare la situazione con il suo ordine esecutivo sul Daca. Trump, partendo da una visione fasulla della realtà, ha parlato di chiudere la frontiera con un muro per bloccare le entrate, rifugiandosi nel suo slogan di “America first” e al diavolo il resto del mondo. Una migliore strategia sarebbe invece di aiutare gli honduregni a risolvere la critica situazione del loro Paese offrendogli alternative a casa loro invece di sentirsi costretti a intraprendere un lungo e pericoloso viaggio come soluzione.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Trump e i “dreamers” come merce di scambio

Attorney General-designate, Sen. Jeff Sessions, R-Ala. listens at left as Sen. Susan Collins, R-Maine introduces him on Capitol Hill in Washington, Tuesday, Jan. 10, 2017, at Sessions confirmation hearing before the Senate Judiciary Committee's confirmation hearing.  (AP Photo/Andrew Harnik)

AP Photo/Andrew Harnik

“Credo che le due cose principali da affrontare siano la protezione dei ‘dreamers’ e la sicurezza al confine”. Susan Collins, senatrice repubblicana del Maine, chiariva così le sue priorità sulla riforma migratoria contrastandole con la posizione di Donald Trump che lei vede come “importante ma troppo complicata”.

Trump, accusato di essere rimasto a bordo campo durante le negoziazioni per risolvere la questione dello shutdown durato dal 20 al 22 gennaio, ha preso l’iniziativa sulla riforma migratoria per tentare di risolvere la situazione dei “dreamers”, i giovani portati illegalmente da bambini negli Stati Uniti dai loro genitori e cresciuti in America. Barack Obama li aveva protetti con il suo ordine esecutivo Deferred Action for Childhood Arrivals (Daca) che Trump ha però revocato nel settembre del 2017.

La proposta di Trump, contenuta in una pagina di testo, proteggerebbe i “dreamers” offrendogli permanenza e cittadinanza americana dopo un periodo di almeno 10 anni. Il 45esimo presidente includerebbe non solo i “dreamers” che hanno fatto la domanda per la protezione mediante il Daca ma anche quelli che sono rimasti anonimi raggiungendo un totale di 1,8 milioni di beneficiari. La proposta include però pillole velenose come la richiesta di 25 miliardi di dollari per la costruzione del muro alla frontiera col Messico, tagli all’immigrazione legale, l’eliminazione della lotteria che offre cartellini verdi a 50 mila potenziali immigranti, e la riduzione del diritto dei cittadini di portare i loro genitori e famigliari negli Stati Uniti. La proposta ridurrebbe l’immigrazione legale di 22 milioni di individui nei prossimi 5 decenni, ossia un taglio del 44 percento.

La reazione della destra era prevedibile con parecchie voci che hanno già etichettato la proposta di amnistia come ha commentato il sito di notizie ultra conservatore Breitbart, che era stato sotto la direzione di Steve Bannon, ex consigliere di Trump, licenziato nel mese di agosto del 2017. Il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz ha anche lui espresso la sua opposizione dicendo che sarebbe uno sbaglio approvare una legge che desse “amnistia e una strada alla cittadinanza a coloro che sono nel Paese illegalmente”. I membri del Freedom Caucus, gruppo di parlamentari di ultra destra, hanno anche loro etichettato la proposta come amnistia massiva per i “dreamers”.

Anche la sinistra ha reagito negativamente. Frank Sharry, direttore esecutivo di America’s Voice, un gruppo che sostiene gli immigrati, ha detto che Trump sta approfittando della disperazione della sinistra di salvare i “dreamers” per mettere in pratica la maggior parte della sua agenda migratoria con alcune briciole per i “dreamers”. La American Civil Liberties Union è stata più dura etichettando la proposta di Trump come “odiosa e xenofobica”. Anche contrari la senatrice democratica della California Dianne Feinstein e il senatore Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, vedendo la proposta come contraria ai valori americani sull’immigrazione.

La proposta di Trump è piaciuta ai senatori repubblicani James Lankford (Oklahoma) e Mike Rounds (South Dakota) i quali la hanno descritta come un “passo positivo” anche se “la strada è lunga” per raggiugnere un accordo. Paul Ryan, speaker della Camera, non si è pronunciato ma il suo portavoce ha dichiarato che le “idee della proposta alla fine aiuteranno a raggiungere una soluzione bilanciata”. Più rosei i commenti di Tom Cotton, senatore repubblicano dell’Arkansas, il quale ha caratterizzato la proposta di “generosa e umana”.

La senatrice Collins ha però centrato il problema della proposta di Trump quando la ha definito troppo complicata. Il 45esimo presidente ha cercato di offrire una soluzione che risente di priorità ultra conservatrici ma allo stesso tempo tenta di risolvere molti problemi che la porterebbero al fallimento. Uno sforzo simile di affrontare la questione intera dell’immigrazione era stato tentato dal Senato nel 2013 approvando un disegno di legge bipartisan (68 sì, 32 no). Il disegno di legge non fu considerato alla Camera perché l’allora speaker John Boehner non diede ai parlamentari l’opportunità di votare dato che la maggioranza repubblicana era contraria. La Collins ricorderà molto bene il caso perché lei era uno dei quattordici senatori repubblicani a votare sì. Un disegno di legge complesso anche se approvato dal Senato avrebbe nuovamente poche possibilità di successo alla Camera bassa. Ryan ha già indicato che da speaker non permetterebbe un voto se la maggioranza dei parlamentari repubblicani fosse contraria.

La Collins conosce molto bene la situazione e lei spingerà per un disegno di legge limitato a risolvere la situazione dei “dreamers” prima dell’otto febbraio quando la legislatura dovrà votare per evitare un altro shutdown. Nel frattempo i “dreamers” continueranno a sognare di potere vivere permanentemente nell’unico Paese che conoscono. Il fatto che Trump abbia detto che loro non si devono preoccupare non è visto affatto come rassicurante per farli dormire tranquillamente.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications

Usa. I democratici cedono sullo shutdown

WASHINGTON, DC - JANUARY 22 : Senate Minority Leader Chuck Schumer (D-NY) leaves a meeting with Senate Democrats on Capitol Hill, January 22, 2018 in Washington, DC. Lawmakers are continuing to seek a deal to end the government shutdown, now in day three.   Drew Angerer/Getty Images/AFP == FOR NEWSPAPERS, INTERNET, TELCOS & TELEVISION USE ONLY ==

Drew Angerer/Getty Images/AFP

Quando si parlerà dello shutdown, si parlerà di chi era il presidente dell’epoca”. Così Donald Trump in un’intervista del 2013 alla Fox News per commentare lo shutdown durante la presidenza di Barack Obama. Sul recente shutdown però il 45esimo presidente ha detto che la colpa è tutta “dei democratici”. La volubilità di Trump è notissima e quindi non sorprende che lui rifiuti le sue responsabilità.

Lo shutdown di Trump è durato solo tre giorni perché un gruppo bipartisan di senatori moderati è riuscito a stabilire un consenso che alla fine è stato accettato dalla leadership repubblicana e democratica. I voti tempestivi nelle due Camere e la firma di Trump hanno riaperto le porte del governo delle funzioni non essenziali ma un altro shutdown potrebbe ripetersi fra breve.

L’accordo siglato ed accettato dai democratici non era molto diverso dalla proposta rifiutata pochi giorni fa eccetto per il fatto che si dovrà ripetere tutto fra tre settimane invece di quattro. L’altro punto importante per i democratici è stata la promessa di Mitch McConnell, presidente del Senato, di aprire la strada a una discussione e un susseguente voto per risolvere la questione del Daca, che protegge i giovani portati in America clandestinamente dai loro genitori, cresciuti qui ed in effetti cittadini senza documenti.

Il presidente Barack Obama li aveva protetti con il suo ordine esecutivo ma Donald Trump lo aveva revocato nel settembre scorso chiedendo alla legislatura di risolvere il dilemma in modo permanente. Le priorità dei legislatori repubblicani durante il primo anno di presidenza di Trump, come si ricorda, sono state però il tentativo fallito di revocare Obamacare e la riforma fiscale firmata dal presidente. La questione dei “Dreamers” era stata messa da parte.

I repubblicani avevano agito in ambedue i casi senza l’aiuto dei repubblicani. Per aumentare il tetto delle spese ed evitare lo shutdown hanno però inciampato sul filibuster al Senato che richiede 60 dei cento voti presenti. I democratici hanno inizialmente votato contro ma poi hanno cambiato idea. Una buona strategia per Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, per parecchie ragioni. Fra tre settimane avranno un’altra chance per mettere pressione sui repubblicani. Schumer ha inoltre considerato la situazione precaria di parecchi candidati democratici che dovranno correre per la rielezione quest’anno in aree del Paese vinte da Trump. Quindi spingere troppo sullo shutdown avrebbe potuto fornire munizioni ai candidati repubblicani.

Il 45esimo presidente ha cercato di sintetizzare le ragioni dello shutdown come responsabilità dell’opposizione contrastando gli immigrati illegali e i cittadini americani. Questi immigrati sono ovviamente i “dreamers” i quali sono nel Paese illegalmente ma non per colpa loro. Gli americani hanno capito la loro situazione e quasi l’80 percento crede che il loro status dovrebbe essere regolarizzato. Non sorprende dunque che i primi sondaggi sullo shutdown abbiano assegnato la colpa a Trump e al suo partito considerando la maggioranza repubblicana delle due Camere e il controllo della Casa Bianca.

Schumer però ha capito che votando per porre fine allo shutdown gli darà tre settimane per mettere pressione sui repubblicani a negoziare e raggiugnere un accordo per la sanatoria dei “dreamers”. In teoria dovrebbe essere facile considerando le parole “dolci” di Trump su questi giovani che sono già integrati nella società americana e conoscono poco o niente del Paese di origine dei loro genitori. L’ordine esecutivo di Obama gli ha permesso di lavorare e studiare liberamente. Alcuni di loro sono divenuti insegnanti, infermieri, poliziotti e altri si sono persino arruolati nelle forze armate americane. Alcuni sono divenuti genitori di figli nati in America e dunque cittadini statunitensi a tutti gli effetti. Hanno tutte le carte in regola eccetto per la mancanza di documenti permanenti.

Manterrà McConnell la sua promessa per aprire la strada alla regolarizzazione dello status dei “dreamers”? L’ala sinistra del Partito Democratico crede di no ed ecco perché parecchi senatori hanno votato contro la riapertura del governo. C’è poi da ricordare che anche se il Senato raggiunge un accordo il disegno di legge dovrà poi passare alla Camera dove lo attenderebbe un futuro incerto. Paul Ryan, speaker della Camera, non ha fatto la stessa promessa di McConnell. Bisogna ricordare inoltre che nel 2013 il Senato aveva approvato una legge per regolarizzare lo status dei “dreamers” e fornire un percorso di integrazione agli 11 milioni di immigrati non autorizzati. La Camera però non si pronunciò al riguardo e il disegno di legge fu abbandonato. Si ripeterebbe questa situazione nel 2018? È possibile, ma Schumer ha scommesso per un esito diverso.

Ovviamente gli rimane la possibilità di causare un altro shutdown in tre settimane in caso di mancanza di successo. Il voto bipartisan però di riaprire le porte del governo potrebbe essere di buon auspicio per la cooperazione fra i due partiti di lavorare insieme per il bene del Paese. Potrebbe anche fornire a Trump un’opportunità per cominciare a governare in modo bipartisan. I suoi guai però vanno al di là dei rapporti con i democratici. Robert Mueller, il procuratore speciale sul Russiagate, ha già indicato che vuole interrogare il 45esimo presidente per chiarire il licenziamento di Michael Flynn e James Comey. L’ombra della possibile collusione russa sull’elezione del 2016 continua a ingombrare la Casa Bianca.

Domenico Maceri,
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Schiaffo a Donald Trump, ‘dreamer’ va avanti

donald-trumpSchiaffo della Giustizia Usa alle politiche di Donald Trump sull’immigrazione. Un giudice di San Francisco ha accolto una richiesta di bloccare temporaneamente la decisione dell’amministrazione di interrompere il Daca (Deferred Action for Childhood Arrivals), il programma voluto da Barack Obama per tutelare i ‘dreamer’, 800.000 immigrati portati negli Usa quando erano bambini da genitori clandestini.

Il giudice distrettuale William Alsup ha deciso di bloccare l’interruzione del programma, che per il presidente Donald Trump dovrebbe avvenire entro il 5 marzo, fino alla fine delle cause avviate: restano quindi in vigore Obama.

Il giudice ha ordinato di continuare ad applicare il Daca su tutto il territorio degli Stati Uniti perché l’opinione del ministero della Giustizia, secondo cui il programma è illegale, si basa “su un fondamento giuridico difettoso”. A settembre, Trump aveva annunciato l’intenzione di abolire il piano di tutele, ma aveva posticipato di sei mesi l’applicazione di questa decisione, scaricando la patata bollente sul Congresso, a cui ha chiesto di trovare nel frattempo una soluzione per i circa 800.000 ‘dreamer’, che altrimenti dovranno lasciare il Paese.

Intanto, mentre continuano le trattative con i democratici, Trump insiste sul finanziamento del muro al confine con il Messico come condizione per mantenere in piedi le tutele rispetto alla espulsione di coloro che possono dimostrare di essere arrivati prima del 16esimo compleanno e di aver soggiornato negli Stati Uniti per diversi anni senza aver commesso crimini. “Il nostro Paese ha bisogno della sicurezza del muro alla frontiera meridionale e ciò deve essere parte di ogni approvazione del Daca”, ha scritto su Twitter.

L’abolizione del Daca è stato uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di Trump, che aveva definito il provvedimento di Obama una “amnistia” illegale. A settembre, quando il presidente annunciò l’abolizione del daca, il governatore e l’attorney general dello Stato di New York, Andrew Cuomo e Eric Schneiderman minacciarono di fargli causa. I democratici e anche una parte dei repubblicani si erano detti contrari alla decisione e la Silicon Valley si era mobilitata con una richiesta firmata da 350 amministratori delegati, tra i quali il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg e Jeff Bezos.

L’amministratore delegato di Apple, Tim Cook, ricordano che con la sua azienda lavorano 250 ‘dreamer’, aveva annunciato una battaglia sui diritti civili.

Cos’è il Daca; senza ‘dreamer’ rischi per economia
Il ‘Daca’ che Donald Trump vuole abolire o ‘barattare’ con il via libera ai finanziamenti per l’ampliamento del muro al confine con il Messico, è il programma voluto da Barack Obama che protegge dall’espulsione i figli degli immigrati clandestini entrati negli States da bambini, i cosiddetti ‘dreamer’ (sognatori). Trump ha abrogato il piano di tutele, in vigore dal 2012, dando al Congresso 6 mesi di tempo per trovare una soluzione legislativa per gli 800.000 “sognatori” coinvolti. Il Daca prevede permessi biennali e qualora scadano entro il termine del prossimo 5 marzo saranno rinnovabili un’ultima volta entro il 5 ottobre mentre non saranno accettate nuove domande di legalizzazione. La Casa Bianca ha definito la scelta del presidente “combattuta” ma “responsabile”perché il Daca è “incostituzionale” e non si può “governare con il cuore”.

Se si arriverà all’abolizione del Daca, le ripercussioni economiche saranno pesanti, secondo il New York Times: i dubbi riguardano le conseguenze di eventuali cancellazioni dal registro e, peggio ancora, le possibili deportazioni. Secondo quanto riportano il quotidiano newyorkese, gli Stati Uniti direbbero addio in 10 anni anche a 460,3 miliardi di Pil e a 24,6 miliardi di dollari in contributi per la Social Security e il Medicare. Si tratta di cifre da capogiro gia’ snocciolate dai 400 top manager della Silicon Valley che erano insorti in blocco nei giorni scorsi contro l’abrogazione del Daca. Inoltre, 9 ‘Dreamer’ su 10 lavorano, pagano regolarmente le tasse, comprano casa e auto, aprono delle attività. Dati alla mano, nei prossimi due anni, ogni giorno 1.400 giovani uscirebbero dal mercato del lavoro Usa. Ma le perdite economiche per gli Usa non finirebbero qui: da un punto di vista di costi-benefici – sottolinea il Los Angeles Times – le “scuole americane hanno investito in questi bambini gli stessi soldi spesi per i cittadini americani”. Insomma, “la decisione di Trump è un assalto a qualsiasi logica economica”, afferma il Washington Post. E non solo economica. La protezione concessa ai sognatori dal Daca ha una durata di due anni, al termine dei quali può essere rinnovata. Ciò consente ai beneficiari di vivere in una condizione che si avvicina molto di più alla legalità che all’illegalità, e in cui possono studiare e lavorare senza lo spettro del rimpatrio.

Il cuore piccolo di Trump e la revoca del DACA

daca“Affronteremo il DACA con cuore…perché, come sapete, amo questi ragazzi”. Con queste parole il presidente Donald Trump rispondeva nel mese di febbraio a una domanda sull’ordine esecutivo di Barack Obama di proteggere i “dreamers” (sognatori), giovani portati in America da immigrati irregolari. Il DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals) aveva protetto questi giovani da deportazione e gli aveva anche concesso un permesso di residenza temporaneo, continuare i loro studi, e vivere nell’unico Paese da loro conosciuto. In sintesi, Obama aveva riconosciuto che questi giovani sono a tutti gli effetti americani eccetto per i documenti.

Nella campagna elettorale Trump aveva detto che il DACA era illegale e lui lo avrebbe abrogato. Dopo otto mesi alla Casa Bianca il 45esimo presidente ha mantenuto la promessa. Dimostrando poco coraggio, Trump però non lo ha fatto personalmente, preferendo dare l’incarico a Jeff Sessions, procuratore generale, il quale non ha menzionato nulla del cuore tenero di Trump. Sessions in un certo senso era il portavoce appropriato per il compito considerando le sue aspre vedute sull’immigrazione. Il procuratore generale ha detto che il DACA era illegale e che il Dipartimento di Giustizia non lo poteva difendere giuridicamente. Sessions ha continuato spiegando che l’ordine esecutivo di Obama del 2012 aveva messo in pratica ciò che “il ramo legislativo del governo aveva rifiutato di fare”.

Sessions, da buon “portavoce” per Trump, ha anche dichiarato falsamente che il DACA ha “causato terribili conseguenze umane” negando posti di lavoro agli americani e che l’illegalità ha “messo a rischio il Paese con crimini, violenza e terrorismo”. Tutto falso perché la procedura per ottenere il DACA richiede severi controlli che includono una fedina penale pulita.

Gli 800.000 beneficiari del DACA sono amati non solo da Trump ma riconosciuti innocenti da quasi tutti gli americani sia di destra che di sinistra. Se i loro genitori hanno commesso un reato portandoli in America i figli restano innocenti. Il loro “reato” sarà stato di andare a scuola, studiare, lavorare, e con l’ordine esecutivo di Obama si sono avvicinati a sentirsi americani. Le uniche eccezioni a non riconoscere l’innocenza dei “dreamers” sono alcuni legislatori di ultra destra che non vedono nulla al di là della legge ignorando il contesto umano e politico.

Per quanto riguarda gli effetti economici negativi che Sessions discute la realtà lo smentisce. I “dreamers” sono giovani e la maggioranza di loro lavora e contribuisce alle casse del tesoro rinforzando il sistema sanitario di Medicare per gli anziani e le pensioni del Social Security. Lo hanno riconosciuto i leader dell’industria americana come Tim Cook (Apple), Mark Zuckerberg (Facebook), Meg Whitman (Hewlett-Packard), Mary Barr (General Motors) e Jeff Bezos (Amazon) i quali hanno scritto una lettera per proteggere i “dreamers”. Secondo la missiva l’eliminazione del DACA ridurrebbe il Pil americano di 460 miliardi di dollari facendo anche perdere 24 miliardi al Medicare e Social Security. In effetti i dreamers sono indispensabili all’economia.

Gli ex presidenti Bill Clinton e Barack Obama hanno anche loro alzato la voce a favore dei dreamers. Ma anche politici del Partito Repubblicano hanno dimostrato il loro supporto promettendo azione legislativa che in passato non era andata in porto. Il Bridge Act, un recente disegno di legge introdotto dai Senatori Lindsey Graham (repubblicano, South Carolina) e Dick Durbin (democratico, Illinois) permetterebbe a quegli individui che qualificano per DACA di continuare a vivere negli Stati Uniti per altri tre anni e creare il tempo necessario per una legge definitiva. L’identica legislazione è stata anche introdotta nella Camera Bassa.

La revoca del DACA darà sei mesi alla legislatura per risolvere la situazione dei “dreamers”. Sfortunatamente l’agenda legislativa è già abbondante. Bisogna approvare i fondi necessari per assistere le vittime dell’uragano Harvey in Texas e forse altri nel sud est del Paese. C’è poi da approvare la legge per aumentare il tetto del debito delle spese che scade a fine del corrente mese. Inoltre non bisogna dimenticare la riforma fiscale, gli investimenti sulle infrastrutture e la riforma sulla sanità che i repubblicani non hanno completamente abbandonato.

La riforma sulla sanità, però, continua a ricordarci che nonostante il controllo dei tre rami da parte dei repubblicani, Trump non riesce a concludere nulla dal punto di vista legislativo. Per quanto riguarda i “dreamers” il 45esimo presidente si è lavato le mani mandando la patata bollente alle Camere. Una sfida reiterata anche dalla portavoce Sarah Huckabee Sanders con una minaccia che riflette il presidente. La Sanders ha detto che la legislatura deve “approvare qualcosa sull’immigrazione” perché questo è il loro compito. Se non riescono a farlo “dovrebbero mettersi da parte affinché lo faccia qualcun altro”. Il presidente?

Trump da parte sua ha reiterato la minaccia alla legislatura dicendo che in caso di una loro mancata azione in sei mesi lui dovrà “rivisitare la questione”. Ripristinerebbe il DACA con un nuovo ordine esecutivo? Forse il cuore di Trump lo vorrebbe fare ma i continui sondaggi poco favorevoli e l’erosione della sua base ci suggeriscono il contrario. Trump si è lavato le mani del DACA consegnando il futuro dei dreamers al Congresso, dominato dallo stallo da una decina di anni. D’altra parte, il recentissimo voto al Senato e alla Camera per l’innalzamento del tetto al debito federale, in cui Trump ha aggirato i repubblicani alleandosi temporaneamente con i democratici, potrebbe dare speranze per altre leggi bipartisan incluso una legge sul DACA.

Domenico Maceri
 PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications