La settimana del terrore che spacca la Germania

attentati germania terrorismoMentre a Rouen, in Francia, riesplode la violenza dell’ISIS, la Germania si trova a riflettere sulla propria settimana di fuoco: Würzburg, Monaco, Reutlingen e Ansbach, quattro atti di violenza che in 7 giorni hanno portato il terrore in Germania.

I fatti
Il 18 luglio un teenager di origine Afghana o Pakistana, gli inquirenti sono ancora indecisi, ferisce con un ascia tre cittadini cinesi di Hong Kong all’interno di un treno regionale nei pressi della città bavarese di Würzburg per poi venire ucciso dalla Polizia. Niente di organizzato, ma durante le indagini, la Polizia scopre un video in cui il giovane, Muhammad Riyad, giurava fedeltà allo Stato Islamico e il suo intento di vendicare la morte di un amico in Afghanistan.

Passano quattro giorni ed il 22 luglio un altro diciottenne, un tedesco con origini iraniane, apre il fuoco in un McDonalds vicino al centro commerciale Olympia nell’ex-quartiere olimpico di Monaco, sempre in Baviera. Con una pistola comprata su una Darknet, una rete virtuale privata, il giovane uccide 9 persone, un apolide, un kosovaro, un greco, un ungherese, un turco e quattro tedeschi, di cui due con doppia cittadinanza turca. Infine, si suicida. Secondo gli inquirenti era da un anno che pianificava l’atto attratto dall’esempio di Andreas Breivik, il neo-nazista norvegese che cinque anni fa fece una strage nel corso della festa della gioventù socialista sull’isola di Utoya, al largo di Oslo, uccidendo 77 persone. Il giovane, sembra, aveva problemi di instabilità mentale acuiti, dicono le prime indagini, da atti di razzismo e bullismo subiti a scuola.

Quarantotto ore dopo, il 24 luglio, un profugo Siriano di 21 anni uccide a Reutlingen una donna polacca e ferisce due passanti usando un coltello da Kebab, tramutatosi, nella retorica di alcuni giornali, in un machete. Il suo raptus di follia omicida finisce grazie all’intervento di un’automobilista che, di proposito, lo investe. Anche qui nessun collegamento con lo Stato Islamico, anzi, il crimine avrebbe uno sfondo passionale essendo la vittima la fidanzata dell’assassino.

Infine, domenica notte, Mohammed Delel, anche lui profugo siriano, si fa saltare in aria davanti ad un locale ad Ansbach in Baviera. L’attentatore sarebbe dovuto essere trasferito in Bulgaria, dove era stato accettato il suo diritto di asilo, già una decina di giorni prima dell’attentato, ma il viaggio era stato posticipato per l’instabilità mentale dell’uomo. Anche qui, come negli altri casi, problemi mentali; anche qui, come a Würzburg, un video sui social network ricollega Mohammed Delel all’ISIS.

Sembra un bollettino di guerra, ma in realtà è una tragica lista di folli atti la cui origine non è da cercare nello Stato Islamico, ma nel disagio personale, sociale e mentale che si traduce in violenza e solo in due casi su quattro in una matrice islamista, peraltro spontaneista e non organizzata. Eppure lo Stato Islamico c’entra, solo che non è l’ISIS reale che combatte, e perde, in Sira e, soprattutto, in Iraq. Tanto meno non si tratta della rete terroristica che colpisce militarmente a Baghdad, Dacca o in Afghanistan. Anche qui, come a Nizza la settimana prima, è il marchio dell’ISIS che trionfa come vessillo per folli lupi solitari.

A Würzburg come ad Ansbach, riferisce la stessa agenzia di stampa dell’ISIS Aamaq, si tratta di singoli che hanno “risposto agli appelli di colpire i paesi della coalizione che combattono lo Stato Islamico”, quindi non militanti o combattenti tornati dal fronte, come in Belgio, ma singoli individui auto-radicalizzatesi su Internet. L’ISIS c’entra anche negli altri due casi, dove atti di violenza compiuti da individui instabili vengono immediatamente accomunati al “terrorismo” solo perché compiuti da un profugo e un tedesco di origine iraniana. Così si scatena l’opinione pubblica contro la politica dell’accoglienza di Angela Merkel che in taluni casi, nei Social, si spinge a bollare la Cancelliera quale “responsabile morale” degli attentati.

Le reazioni politiche
La prima a spaccarsi è l’Union, ovvero il soggetto politico che lega la CDU, il partito di Angela Merkel, alla CSU, la sua controparte bavarese. Da mesi infuria la lotta fra Monaco e Berlino sull’accoglienza ai profughi, con la prima molto scettica sull’effettiva validità di questa politica. Passano infatti poche ore dalla strage di Monaco che il Ministro degli Interni bavarese ipotizza il dispiego dell’esercito per contrastare l’ondata di violenza.

Un’idea irrealistica e vietata dalla costituzione, ma che viene ripresa, a scopi propagandistici dal Ministro della Difesa Von Leyen, per dire alla popolazione che il Governo è pronto e vigile nel contrastare futuri attacchi. Angela Merkel, come sua consuetudine, tace aspettando di far calmare le acque per far sentire la sua voce. Questo non aiuta una CDU in cui da mesi si affrontano posizioni pro e contro i profughi. Lunedì sono arrivate le reazioni del Ministro degli Interni berlinese Henkel che dichiara che in Germania “abbiamo importato persone brutali” e quella del deputato sassone Krah che sottolinea come “la politica dell’accoglienza abbia conseguenze mortale”. Dichiarazione che arrivano da quei Land orientali in cui cresce il voto per l’estrema destra di AfD ai danni, soprattutto, della CDU.

Se la CDU piange, la SPD non ride. Il deputato Flisek punta il dito contro la politica della Merkel che ha aumentato il rischio attentati nel paese mentre il Ministro per l’Integrazione Özoğuz sottolinea come il 99,99% dei profughi arrivi in Germania per scappare alla violenza. Per il ministro “la realtà è più complessa di un Tweet di AfD. Così la pensa anche il vice capogruppo della Linke, la sinistra tedesca, Jan Korte andando in disaccordo però con il capogruppo Sarah Wagenknecht che coglie l’opportunità di attaccare il governo di Angela Merkel e la SPD sua alleata, sottolineando come il Governo abbia sottovaluto il problema dei Profughi.

Il mito del multiculturalismo infranto
L’incertezza della politica si riflette nella società tedesca. Che la matrice islamista sia ideale o, in due casi totalmente inesistente, poco importa e in sette giorni la Germania si ritrova a fare i conti con l’esistenza o meno di una vera società multiculturale. Si tratta di un tema molto importante per il paese. Negli ultimi anni, la Germania si è sentita al sicuro da radicalizzazione e violenze, lontana dalle rivolte delle Banlieu Francesi, del razzismo nell’Europa Orientale e dei problemi delle periferie londinesi, protetta dalla sua identità multiculturale e dal mito della sua accoglienza. Specchio del successo di questa politica è stata la Nazionale di calcio campione del mondo composta da tedeschi di origine turca, marocchina, ghanese, albanese e polacca, simbolo di una Germania organizzata, multiculturale, potente e vincente. Sicura di sé, si è sentita pronta per accogliere i profughi cosa che ha provocato la reazione di buona parte della società tedesca. Il quadro, infatti, non era così idilliaco come lo si voleva dipingere.

In Germania Orientale, città come Berlino, Dresda e Lipsia soffrono da anni di episodi neo-nazisti o di generica xenofobia. Nella capitale il tanto sbandierato multiculturalismo si traduce spesso in comunità ghettizzate e autarchiche, lontane l’una dall’altra che, nei quartieri più disagiati vivono fianco a fianco con il disagio economico e sociale. Episodi di tensione sociale, soprattutto nelle scuole esistono da anni sia che si tratti di assalti ad immigrati, sia che si tratti di emarginazione di scolari. A tutto questo poi, va ad aggiungersi il crescente divario fra ricchi e poveri che colpisce indiscriminatamente tedeschi ed immigrati non solo all’Est ma in tutta la Germania. In questo scenario attecchiscono i radicalismi, sia di estrema destra che islamista. Da una parte nascono così fenomeni di iper-radicalizzazione, 800 i combattenti dell’ISIS di origine tedesca, o, dall’altro, lato la crescita di AfD ora al 12% nazionale ed il 20% in alcuni Land, e la nascita di PEGIDA, l’associazione di cittadini preoccupati per la islamizzazione dell’occidente”.

Impaurita e politicamente vacillante, la Germania si ritrova così, alla fine della sua settimana di fuoco, a vivere un “terrore” che viene dal suo stesso interno. Peccato che, per molta opinione pubblica, e alcuni membri della classe dirigente del paese, il problema non sia né politico né sociale, ma sempre e solo uno: i profughi.

Simone Bonzano

Dacca, tre fermi per l’attacco terroristico

Attentato DaccaCerimonia pubblica questa mattina nello stadio militare di Dacca con le 20 bare degli stranieri uccisi – 9 italiani – nell’attentato terroristico di venerdì notte nella capitale del Bangladesh. Alla cerimonia hanno partecipato anche rappresentanti delle autorità italiane, indiane, giapponesi e americane.
E con il secondo giorno di lutto nazionale cresce, in un Paese dove il 95% della popolazione è di religione musulmana, il dibattito attorno al fenomeno del terrorismo di matrice islamica radicale, un pericolo fino a oggi evidentemente sottovalutato.
Uno dei temi più complessi da questa punto di vista è l’appartenenza del commando a una delle più importanti organizzazioni terroristiche internazionali, ovvero se fossero davvero legati all’Isis come si evince da una rivendicazione apparsa subito dopo l’attacco.
I sei uomini – 5 morti e uno ferito e arrestato – che hanno compiuto l’attacco all’ Holey Artisan Bakery, il ristorante di lusso della capitale a due passi dall’Ambasciata italiana, sono tutti ragazzi che appartengono alla crema della società bangladese, compreso il figlio, Rohan Ibne Imtiaz, di un esponente di primo piano del partito di maggioranza, l’Awami League. Suo padre, se è corretta l’identificazione, è Imtiaz Khan Babul.
E il governo in carica tende ad accreditare la tesi che i sette si siano dati al terrorismo per una sorta di ‘moda’, si siano arruolati nelle file della jihad per riempire un vuoto emotivo. Di certo per alcuni mesi hanno lasciato il loro Paese probabilmente per andare a indottrinarsi in qualche campo di addestramento dell’Isis mentre a poco valore l’appartenza alle classi più agiate, quasi ad allontanare il problema di una società dove le ineguaglianze sono fortissime. Tra i terroristi di Al Qaeda ieri e quelli dell’Isis oggi, non è affatto raro trovare alti livelli di istruzione e una provenienza dalle classi più agiate. Anche la questione dell’appartenza ‘ufficiale’ all’Isis – un’etichetta in franchising, come nella storia è avvenuto spesso con le organizzazioni terroristiche – alla fine può risultare fuorviante perché quello che conta alla fine è la rivendicazione e l’effetto emulazione che il messaggio dell’attacco, subito diffuso dagli stessi terroristi sul web, è in grado di provocare.

Quello che davvero conta è, invece, la scarsa capacità del Governo bangladese di prevenire e reprimere il terrorismo. Le autorità hanno sempre negato infiltrazioni delle due più pericolose organizzazioni internazionali nel Paese nel timore di allontanare gli investitori stranieri e il turismo, ma l’attentato di venerdì è purtroppo in grado di smentire questa visione di comodo.

Dal febbraio 2015, quando gli attacchi a intellettuali, blogger, stranieri ed esponenti di minoranze religiose si sono fatti sempre più frequenti nel Paese, tanto l’Isis quanto Al Qaida, hanno fatto a gara nell’attribuirsene la paternità arrivando alla non indifferente cifra di una ventina ciascuno. La rivendicazione tempestiva dell’attacco al ristorante nel quartiere diplomatico di Gulshan-2, subito assicurata dall’Isis tramite ‘Amaq’, l’agenzia di stampa del ‘Califfato’, che ha diffuso anche foto e nomi dei cinque componenti del commando – Akash, Badhon, Bikash, Don e Ripon – aveva anche questo scopo, battere l’organizzazione concorrente.

Secondo la polizia i giovani terroristi erano seguiti da tempo dalle forze dall’intelligence, ma nel Governo emergono delle differenze di opinione. Fino a qualche mese fa la premier Sheikh Hasina ed i suoi ministri escludevano la presenza dell’Isis o di Al Qaida nel Paese, ripetendo che i colpevoli degli attentati non erano altro che i membri dell’opposizione guidata dal Partito nazionalista bengalese (Bnp) della ‘begum’ Zia Khaleda, ed in particolare il suo alleato Jamaat Islami mentre si tenta anche di sedare le polemiche sulla conduzione del blitz che ha portato dopo ore all’uccisione di tutti i componenti del commando, meno uno, e alla liberazione di 13 ostaggi. Di fronte alle accuse di un ritardo nell’attacco, il capo della polizia bengalese AKM Shahidul Haque ha oggi sostenuto che i venti ostaggi sono stati uccisi dai terroristi nei primi venti minuti dell’attacco. “Alcuni dicono che abbiamo agito troppo tardi con il blitz, ma non è vero”. “Abbiamo completato l’operazione in dodici ore mentre in Paesi come il Kenya ci sono voluti quattro giorni prima che si affrontasse una situazione simile in uno dei loro centri commerciali”. Le autorità hanno poi deciso il fermo di altre tre persone e tra queste anche Hasnat Karim, il professore che era nel locale per un compleanno e che è stato ripreso da alcune telecamere mentre fumava in terrazza con i terroristi. Gli autori della strage sono stati studenti della North South University di Dacca, lo stesso in cui insegnava Hasnat Karim.
La Farnesina ha intanto aggiornato la pagina web Viaggiare sicuri: “In considerazione della presenza nel Paese di formazioni di ispirazione jihadista, non si può escludere il rischio di possibili ulteriori atti ostili” e agli italiani presenti nel Paese viene raccomandata la “massima prudenza, in particolare nei luoghi abitualmente frequentati da stranieri e di limitare gli spostamenti, soprattutto a piedi, allo stretto necessario”.
Le salme dei nove italiani uccisi saranno trasferite nel nostro Paese tra domani (martedì) e mercoledì e, una volta a Roma, saranno portate al policlinico Gemelli per le autopsie. Una commemorazione verrà fatta domani dal Parlamento.


Per saperne di più InvisibleArabs