La sinistra divorata dal Movimento 5 Stelle

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Sinistra estinta o quasi. «Di quanto stiamo sprofondando?». Massimo D’Alema alla vigilia delle elezioni politiche del 4 marzo non era ottimista. Sembra che si rivolse con un certo pessimismo a un sondaggista. Andò peggio delle più buie previsioni: l’ex segretario del Pds-Ds e già presidente del Consiglio, candidato nelle liste di Liberi e Uguali, non riuscì nemmeno a farsi rieleggere nel suo tradizionale collegio del Salento ed è rimasto fuori del Parlamento.

Sinistra estinta o quasi. I risultati elettorali sono stati catastrofici per tutti: centro-sinistra, sinistra riformista, radicale e antagonista. Alle politiche c’è stata la disfatta della sinistra e del centro-sinistra travolti dal M5S (salito al 32% dei voti) e dalla Lega (oltre il 17%). È stato annientato tutto il fronte progressista. Il Pd di Matteo Renzi franò al 18,7% dei voti dal 40,8% del 2014. Liberi e Uguali, la sinistra critica di Bersani-D’Alema-Speranza-Fratoianni-Civati ottenne appena il 3,3%. La lista dei radicali di Emma Bonino spuntò il 2,5%. La sinistra antagonista di Potere al popolo incassò un impietoso 1,1%. L’alleanza tra il Psi di Riccardo Nencini, i Verdi di Angelo Bonelli e i prodiani di Giulio Santagata registrò solo un terrificante 0,60%. I centristi della Lorenzin totalizzarono un agghiacciante 0,50%.

Alcuni indicavano il rischio dell’estinzione ed è finita proprio così: la sinistra, in tutte le sue molteplici espressioni, è stata quasi cancellata. Le scissioni a catena e le divisioni sono una delle cause del disastro. Il comico Corrado Guzzanti, nei panni di monsignor Florestano Pizarro a La7 Propaganda Live, ha ironizzato: esiste «una sinistra lesionista e una autolesionista», si scindono sempre.

Ma il problema non è solo quello della frammentazione, della mancata unità. C’è anche un problema di programmi, di identità politica, di sradicamento sociale e di leadership. La sinistra ha perso il suo elettorato tradizionale, quello operaio, proletario e popolare e non ha conquistato quello moderato. Il governo di Matteo Renzi ha deluso, ha deluso il Pd fondato nel 2007 da Walter Veltroni, hanno deluso le sinistre riformiste, critiche ed antagoniste. Così i disoccupati, i precari, i lavoratori, i pensionati, gli intellettuali hanno cambiato strada: alle elezioni hanno votato per i cinquestelle di Luigi Di Maio oppure si sono astenuti. In qualche caso hanno votato perfino per la Lega di Matteo Salvini.

Sinistra estinta o quasi. A sei mesi dalle politiche la situazione non è migliorata, se possibile è peggiorata. Immigrati, lavoro, Europa, ambiente. La sinistra (come pure il centro-sinistra) è irrilevante, annientata. Non riesce nemmeno a svolgere il suo ruolo, relativamente più semplice, di opposizione, non riesce ad incidere su nulla. Non è riuscita a recuperare i suoi due pilastri storici: uguaglianza e libertà.

Sinistra estinta o quasi, divorata dai grillini. I cinquestelle, in nome dell’uguaglianza e della lotta ai privilegi hanno fatto bingo. La promessa del reddito di cittadinanza (750 euro al mese), dell’abolizione della legge Fornero sulle pensioni, della cancellazione del Jobs act, dell’azzeramento dei privilegi della “casta” (in testa i vitalizi dei parlamentari e le “pensioni d’oro”) hanno suscitato l’entusiasmo. Di Maio ha puntato e punta ad assorbire gli elettori e i militanti della sinistra. Ha martellato: il M5S sta dalla parte dei lavoratori mentre il Pd «sta da quella dei padroni». Il capo dei cinquestelle anche da ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha confermato: «Il reddito di cittadinanza per me è la priorità più grande».

Disoccupati, precari e poveri assistiti dalla Caritas hanno votato in massa, soprattutto al Sud, per questi accattivanti impegni. Anche se c’era e c’è scetticismo per le promesse populiste a cinquestelle, hanno votato per protesta contro il Pd e la sinistra visti come i difensori delle classi dirigenti e non più dei lavoratori. Un analogo discorso, pur con molte differenze, vale per la Lega. Gran parte dei voti per Salvini vengono dai ceti produttivi del nord, dai piccoli imprenditori e dai professionisti esasperati dalle troppe tasse e dalla burocrazia, ma il segretario leghista ha affascinato anche una parte degli elettori una volta di sinistra con i suoi slogan: via gli immigrati clandestini, la Fornero, l’austerità dell’Unione europea (in molti casi, ha dato la linea ai grillini) e avanti con il taglio delle imposte e la flat tax. Salvini, nonostante sia incappato in seri guai giudiziari, continua a salire nei consensi: secondo molti sondaggi la Lega avrebbe perfino superato i voti dei pentastellati.

Le promesse sovraniste euroscettiche, populiste di sinistra-destra dei grillini, e quelle leghiste populiste di destra e, alcune volte, di estrema destra, adesso sono alla prova verità del governo giallo-verde. Se l’esecutivo Conte-Di Maio-Salvini riuscirà a realizzare le seducenti promesse della campagna elettorale dagli alti costi finanziari avrà la strada spianata per le elezioni europee di maggio. Se non ci riuscirà le conseguenze saranno imprevedibili.

Primo articolo – Segue

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Uòlter disegna la strada del dopo Renzi

Veltroni non si ricandidaWalter Veltroni, Uòlter, doveva aver fiutato il disastro. Venti giorni prima del voto del 4 marzo era andato ad una iniziativa della campagna elettorale del Pd a Milano. Spiegava: «Do una mano nei momenti difficili». Smentiva di voler tornare alla guida del partito: «In politica non si torna, si sta». Prima era stato “rottamato” da Matteo Renzi, poi era tornato in pista criticando sia la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza sia l’allora segretario, in difficoltà per la sconfitta al referendum costituzionale.

Adesso Uòlter, come è stato ribattezzato dai comici satirici Ficarra e Picone per il suo buonismo non privo di stilettate spregiudicate, ha segnato di nuovo la sua presenza in una lunga intervista al ‘Corriere della Sera’. Il primo segretario del Pd, ex segretario dei Ds, ex ministro della Cultura e già sindaco di Roma ha indicato ai democratici la strada del dopo Renzi. I toni sono cortesi, ma le parole sono dure. Punto uno: la sinistra ha perso «il rapporto con il popolo. Senza il popolo non può esistere la sinistra». Punto due: «È abbastanza incredibile la rapidità con cui si è passati sopra la più grande sconfitta della sinistra nella storia del dopoguerra». Punto tre: «All’opposizione sì. Ma deve esserci un governo».

Mentre la XVIII legislatura è cominciata faticosamente sotto il protagonismo di Di Maio, Salvini e Berlusconi, il Pd è sbandato per la sconfitta. I voti del centro-sinistra e della sinistra sono volati via verso i partiti della protesta populista; il M5S e la Lega, o verso l’astensione. Veltroni ha analizzato il perché: il Pd non ha saputo dare una risposta al mondo «dominato dalla precarietà e dalla paura». Con una delle sue riflessioni tra il politologico e il poetico ha puntato il dito contro «l’errore drammatico di togliere alla nostra comunità le emozioni e la memoria», cioè «l’idea di partecipare a qualcosa di grande» e «il desiderio del futuro». In sintesi: è mancato un progetto politico credibile per affrontare la crisi economica e le forti disuguaglianze sociali.

Il problema immediato è il nuovo governo e come rispondere alle richieste di dialogo lanciate dai cinquestelle. Veltroni ha invitato a fare attenzione alle mosse di Sergio Mattarella: il Pd “per ora” fa bene a collocarsi all’opposizione, ma se «sotto la regia del capo dello Stato, emergesse un’ipotesi a certe condizioni programmatiche… il Pd farebbe bene a discuterne».

Ha indicato la strada per arrestare la caduta: «Il Pd ha bisogno di apparire ciò che è: una forza della sinistra con ambizioni maggioritarie». Un bel problema: significa ritessere un rapporto di fiducia e di partecipazione con i militanti e gli elettori delusi e sfiduciati. Uòlter ha criticato Matteo Renzi con una lunga perifrasi felpata ma urticante: «A Renzi non riserverò nessuna delle parole che furono riservate alle persone che in altri momenti avevano avuto responsabilità di guida a sinistra». Ha rimproverato all’ex segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio «di aver perso tutte le elezioni dal 2014», cioè dopo il 40,8% incassato alle europee. Maurizio Martina, reggente dei democratici dopo la disfatta elettorale, neppure è menzionato.

Nessun riferimento nemmeno ai suoi errori di fondatore e primo segretario del Pd: il partito kennedyano in un’Italia senza Kennedy; la sconfitta elettorale patita per mano di Berlusconi nel 2008; il 33% di voti ottenuto teorizzando e praticando il partito autosufficiente senza alleati (ad eccezione di Antonio Di Pietro) che cancellò dal Parlamento sia la sinistra critica sia quella riformista; le dimissioni all’inizio del 2009 dopo aver perso anche nelle elezioni regionali in Sardegna, Sicilia, Abruzzo e Friuli Venezia Giulia.

Adesso, ancora una volta, ha escluso una sua ricandidatura alla segreteria del Pd: «La mia passione politica si può esercitare senza potere». Per sé ha ritagliato la figura del segretario supplente. Ora tra le rovine del Pd si aggira un ex segretario (Renzi), un reggente (Martina) e un supplente (Veltroni): la ricerca di una nuova leadership appare lunga e difficile. Tra tante incertezze una sola cosa appare sicura: smentendo i molti annunci, anche questa volta Veltroni non andrà in Africa per aiutare le popolazioni povere di quel continente.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

 

SINTESI POSITIVA

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“La prima considerazione da fare è che la frammentazione della sinistra italiana rappresenta un problema. Non solo di oggi, ma storico. Una sinistra che fa minoritaria del Paese e nel Parlamento. Invece serve una sinistra responsabile che vuole governare e che non si vuole relegare a una opposizione duratura nel tempo e improduttiva”.

Lo afferma il sentore socialista Enrico Buemi, responsabile giustizia del PSI e candidato della Lista Insieme, nel collegio Piemonte 02 – Moncalieri (To). “Sappiamo – continua Buemi – che le opposizioni, come regola, non producono cambiamento, casomai lo frenano. Perché le opposizioni vogliono impedire che le maggioranze realizzino il loro programma. Ma nei programmi della maggioranza di segno opposto vi possono essere contenuti evolutivi delle condizioni generali. Il che deve essere il fine ultimo di ogni attività politica”.

E la Lista Insieme?
La Lista Insieme cerca di affrontare questo problema di una sinistra divisa. Tentando di sintetizzare esperienze positive che hanno cercato di interpretare il cambiamento ma mantenendo anche la sensibilità verso i grandi problemi. A partire da quello della giustizia sociali, della tutela dell’ambiente e delle politiche economiche che devono creare le condizioni per ridistribuire le risorse.

E proprio su questo punto l’appoggio dato da Prodi è fondamentale.
Prodi interpreta quello spirito che mette in campo esperienze e culture diverse che sono una caratteristica positiva dell’Italia. Noi non siamo un monoblocco. Nel nostro Paese storicamente vi è stata vivacità. A volte ha creato situazioni negative, ma nella maggior parte dei casi ha prodotto una forte evoluzione. Il fatto che gli italiani e lo Stato italiano nel mondo, sono percepiti come peculiarità positiva, deriva anche da questo. Le nostre forze armate sono percepite nel mondo come più attente e capaci di altre a interagire nei territori, i nostri prodotti sono tra i più apprezzati. Tutte queste caratteristiche producono anche diversità politiche. E la diversità è che l’Italia è un paese con tre-quattro storie di cultura politica di grande spessore che hanno rappresentato anche dei punti di riferimento per altre storie. Prodi rappresenta questo. Lo ha detto lui stesso. Prodi rappresenta una politica plurale che però è capace di trovare le sintesi.

L’opposto della vocazione maggioritaria.
La vocazione maggioritaria la aveva anche la Democrazia Cristiana per una certa fase ma la ha subito superata. Nel ‘48 vinse le elezioni ma capì dopo il ‘53 che anche i pariti minori socialdemocratici, repubblicani liberali e socialisti negli sessanta, erano necessari per governare il paese. Ma era in qualche modo d’accordo anche con il partito comunista. Il dibattito è stato riempito di dialettica positiva dando contenuto alle esperienze. Vi è stata la dimostrazione che vi era la capacità di interagire in maniera plurale.

E l’operazione portata avanti da LeU? Che ne pensi?
Mi interrogo come sia possibile che Bersani, D’Alema ed altri si trovino ad essere solidali con i radicali di una sinistra inconcludente invece di essere interlocutori di una sinistra riformista anche se con tutte le sue differenze e i suoi errori. Renzi ne ha commessi sicuramente tanti, ma non può essere perso di vista quello che è l’elemento essenziale di mantenere un’unità strategica. Vi è una sinistra, quella responsabile, quella riformista, quella gradualista, quella che ha i piedi piantati per terra nei bisogni della gente, delle imprese e nell’economia nel suo insieme. È questo il nostro terreno. Altrimenti è evidente che poi vince la destra.

Ma il loro obiettivo potrebbe essere proprio quello del tanto peggio tanto meglio
E io questo lo ho anche scritto. Era una logica della sinistra radicale, addirittura della sinistra extraparlamentare e brigatista. Quella di una strategia pseudo-rivoluzionaria dove però le rivoluzioni portano ai fascismi e non ai cambiamenti positivi.

A proposito di fascismi le cronache delle ultime settimane non sono tranquillizzanti…
Vero. Ma in parte. Questo è anche frutto di errori e sottovalutazioni di una emarginazione sociale che sta diventando di grandi dimensioni. Dovuta anche ai fenomeni economici legati alla globalizzazione. Si è creato uno sviluppo economico non ordinato, ovvero dove la politica ha rinunciato a dare parametri e regole fondamentali per creare le condizioni affinché esso avvenisse dentro determinare coordinate, sia di Stati che si aree geografiche. È evidente che in questo modo si sono create sacche di emarginazione. Quando la povertà dilaga e le sinistre diventano inconcludenti per varie ragioni, perché da un lato hanno proposte utopistiche o dall’altra abbandonano i loro riferimenti fondamentali e scimmiottano i sistemi liberistici, allora si crea questo disagio. E questo disagio produce destra, non produce più sinistra.

Un disagio dove pescano anche i 5 Stelle e Lega…
È questo il punto. Una sinistra che vuole tutelare effettivamente è una sinistra che deve essere gradualista.

Diamo un giudizio su questi cinque anni.
Questa legislatura è stata problematica ma di grande capacità di produzione di atti e di politiche. In tanti settori. Come in quello dei nuovi diritti. Dall’altra parte però le politiche economiche hanno più difficoltà ad affermarsi. Per l’affermazione dei diritti bastano atti parlamentari. Per le politiche economiche invece serve anche il tempo. Per realizzare sviluppo, ricchezza e poi distribuirla serve tempo e contingenze internazionali favorevoli. Quindi il processo è più lento, il cammino è iniziato, ma dobbiamo mettere a punto ulteriormente meccanismi e strumenti.

Gentiloni ha detto che lui non sbatte i pugni sul tavolo perché l’Italia, per il ruolo centrale che ha nell’Unione, non ne ha bisogno. Che ne pensi?
Condivido l’atteggiamento di Gentiloni. Fa parte della consapevolezza dei rapporti di forza. L’Europa dei governi, perché non esiste ancora l’Europa dei popoli, è un contesto molto concreto. E qui contano i rapporti di forza. Inutile andare a un tavolo a gridare quando i rapporti di forza non sono stati costruiti in maniera adeguata. Allora Gentiloni fa bene a muoversi in questo modo. Sono le politiche che tendono a modificare quei rapporti e non l’atteggiamento. Il resto va bene per i media. Abbiamo una subalternità rispetto alla Germania. Essa ha una sua economia più forte della nostra, i suoi conti più in ordine dei nostri la sua capacità di visione è più lunga della nostra. Noi per varie ragioni invece siamo più portati a guadare al domani piuttosto che al futuro.

In chiusura i 5 Stelle. Parlano della loro diversità. Ma le cronache non sono molto tenere con loro…
La notizia di un’indagine a carico del Presidente del Potenza calcio per riciclaggio fa smarrire completamente al cosiddetto candidato premier Luigi Di Maio qualsiasi nozione di diritto costituzionale. Capisco che di fronte alla vera notizia del candidato indagato per riciclaggio se ne debba creare una finta, in cui il candidato premier si reca con qualche settimana di anticipo dal presidente Mattarella, il quale giustamente non ha trovato il tempo di riceverlo perché occupato in altri impegni più seri e l’ha fatto ricevere dal suo segretario generale. La notizia vera, invece, è ancora un’altra, cioè che il movimento di cui Di Maio è il capo dice: “Se confermate le accuse non faremo sconti”, quindi linea garantista. Il problema, però, è sapere quando la ghigliottina, che loro hanno ripetutamente rivendicato dovesse essere applicata agli altri, scatterà: con rinvio a giudizio, condanna in primo grado o sentenza passata in giudicato? Noi siamo sempre stati garantisti e rimaniamo tali, però ci fa un po’ specie che il rigore annunciato in tutte le vicende degli anni scorsi riguardanti esponenti politici indagati e le gazzarre organizzate all’interno di Senato e Camera, con Di Maio protagonista, oggi si siano trasformate in un atteggiamento, da noi ritenuto giustamente garantista, in attesa di verifica sulle responsabilità del Presidente del Potenza calcio. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un metro e due misure a seconda se la misura riguardi gli avversari oppure gli amici.

Daniele Unfer

La guerra nella sinistra la rende irrilevante

sinsitraLa storia si ripete: è guerra nella sinistra e nel centro-sinistra. Anzi, più si avvicina il 4 marzo, la data delle elezioni politiche, più è “guerra totale”. Il Pd accusa Liberi e Uguali di far vincere “la destra” di Forza Italia e della Lega. Liberi e Uguali imputa al Pd di volere l’inciucio e di essere succube della “destra”. Secondo Potere al popolo, l’ultimo nato nel fronte progressista (raccoglie consensi tra gli elettori di Rifondazione Comunista, ex Ds e socialisti), le altre due sinistre praticamente sono un’altra faccia della “destra”.
La guerra fratricida tra le sinistre offusca perfino i diversi programmi e le differenti visioni della società. Piero Fassino è tra i pochi a non farsi prendere la mano: «Per me gli avversari politici sono i Cinque Stelle e i partiti del centrodestra. Noi non abbiamo avversari a sinistra». Ma l’ex segretario dei Ds, rimasto nel Pd di Matteo Renzi mentre molti altri hanno preferito la scissione, è tra i pochi a mantenere la calma e a non farsi trascinare dai toni settari.
Le accuse di “tradimento” dei valori della sinistra, in testa l’uguaglianza, prevalgono. Si è innescato un meccanismo di “cupio dissolvi” in nome di una non meglio precisata “purezza” politica. La battaglia è con il vicino di sinistra per conquistare voti, ma gli effetti sono opposti, deleteri. Non fa bene a nessuno alimentare le divisioni e gli scontri permanenti. Più la guerra a sinistra diventa senza quartiere più i sondaggi elettorali si tingono di nero per tutti: il Pd è crollato poco sopra il 20% dei voti, Liberi e Uguali oscilla sul 5-6%, Potere al popolo è posizionato tra l’1% e il 2%.
Il centro-destra di Silvio Berlusconi, unito pur tra non pochi dissensi interni, invece sale: secondo le rilevazioni starebbe poco sotto il 40% mentre il M5S si affermerebbe come il primo partito italiano con il 28%. Non solo. Gruppi neofascisti come Forza Nuova, cavalcando i temi anti immigrati e della sicurezza dopo il terrificante raid razzista di Macerata, avanzano e potrebbero riservare brutte sorprese. Ci sono le premesse di un disastro.
Certo gli indecisi sono ancora tanti e le urne potrebbero dare risultati diversi. Tuttavia l’andamento negativo potrebbe portare la sinistra al peggior risultato della sua storia. Nella Prima Repubblica Pci, Psi e la nuova sinistra (che si fosse chiamata Pdup o Democrazia proletaria) in totale andavano oltre il 40% dei voti. Nella parte iniziale della Seconda Repubblica il Pds-Ds e Rifondazione comunista sommati veleggiavano a ridosso del 35%. Il Pd renziano nelle elezioni europee del 2014 arrivò al trionfale 40,8%, una forza paragonabile solo alla Dc dei tempi d’oro.
In Italia la guerra nella sinistra c’è da sempre, salvo brevi periodi di sereno. La lotta fratricida è sempre stata tra le due diverse anime politiche: la sinistra riformista e quella radicale. C’è chi voleva mettere le briglie al capitalismo, per assicurare libertà ed uguaglianza alle masse popolari, e chi voleva l’abbattimento del sistema, la rivoluzione. Dopo il crollo del comunismo nel 1991 e la scomparsa dell’Unione Sovietica, tutto si è fatto più confuso. La socialdemocrazia non ha ingranato in Europa la marcia trionfale che molti si aspettavano, ma è andata incontro a divisioni e sconfitte; soprattutto in Italia la crisi è stata pesantissima.
L’unità è rimasto un miraggio, ha prevalso la frammentazione. Anche il tentativo di formare un centro-sinistra riformista, dando vita prima all’Ulivo di Romano Prodi e poi al Pd guidato da Walter Veltroni, è fallito. Renzi è sotto il fuoco incrociato degli avversari esterni e interni. Non è detto che sopravviverà al voto del 4 marzo. Se il Pd subirà una disfatta con la discesa al 20% dei voti, il segretario sarà disarcionato e si parla perfino di un possibile ritorno di Veltroni al posto dell’ex “rottamatore”. Se invece il Pd renziano riuscirà a reggere sul 25% incassando anche il 3-4% degli alleati minori di centro-sinistra (Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin), sarà comunque difficile formare un esecutivo.
La guerra nella sinistra rende ardua una intesa di governo con Liberi e Uguali di Grasso. Sarebbe molto complicato per Renzi riallacciare i rapporti con Bersani, D’Alema, Speranza, Civati, Fassina, usciti dal Pd con uno scambio di accuse laceranti. La guerra civile restringe e non allarga il perimetro della sinistra. Il pericolo è una terribile disfatta generale, le divisioni causano l’irrilevanza.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Contro Matteo Renzi la gara delle “spallate”

renzi bersani

Giù, sempre più giù. Matteo Renzi va sempre più giù nei sondaggi elettorali. Il Pd perde voti verso sinistra, verso destra e verso l’astensione: adesso è dato dalle ultime rilevazioni sul 24% dei voti, sotto il 25% dell’era Bersani, ben lontano dal 30% di un anno fa. Sommando il 4% dei consensi dei possibili alleati minori (Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin), il centro-sinistra arriverebbe al 28%.

Il M5S, invece, sarebbe nettamente il primo partito italiano con il 27% mentre il centro-destra potrebbe vincere le elezioni politiche del 4 marzo con il 36%. La sinistra di Pietro Grasso, in netta contrapposizione con il segretario democratico, otterrebbe il 6%.

Avversari esterni ed interni, alleati, ex alleati ed ex compagni picchiano duro su Renzi. Il Pd, fino a poco tempo fa il partito egemone del sistema politico italiano, s’indebolisce sempre di più. Lo spartiacque della crisi è stata la disfatta subita da Renzi nel referendum sulla riforma costituzionale, bocciata il 4 dicembre 2016 da quasi il 60% degli italiani.

Da allora sono cominciati i guai: Renzi ha perso la presidenza del Consiglio; ha subito da sinistra la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza; è contestato sia sul piano politico (le scelte “subalterne” al centro-destra di Silvio Berlusconi) sia sul piano personale (la gestione “autocratica” del partito).

L’ex presidente del Consiglio continua a difendere “le riforme strutturali” del suo governo (lavoro, scuola, pubblica amministrazione, fisco) che hanno fatto “ripartire l’Italia”, ma ha perso il magnetismo e la carica innovativa di quattro anni fa. Il segretario del Pd è sotto un fuoco incrociato. Micidiali spallate arrivano dagli ex compagni di partito, ora sostenitori di Liberi e Uguali di Grasso. Massimo D’Alema parla dell’esistenza di «un gruppo di potere» formatosi nel Pd e «il capo è Matteo Renzi». Roberto Speranza nega di nutrire “odio” ma lo accusa di «aver tradito il suo popolo» perché «ha inseguito la destra».

Spallate pericolose partono dai cinquestelle. Luigi Di Maio, il traghettatore del M5S dall’opposizione anti sistema al dialogo con gli imprenditori italiani ed europei, cerca di assestare un colpo mortale distinguendo tra Renzi e il Pd. Il candidato premier cinquestelle avverte: se il M5S non avrà i numeri per governare da solo «la sera del voto faremo un appello. Chi risponderà si siederà con noi per mettere in piedi le priorità di governo». Secondo delle indiscrezioni Di Maio vorrebbe «aprire ai dem senza Renzi» perché il segretario verrebbe fatto fuori dai critici interni dopo l’eventuale sconfitta nelle elezioni politiche del 4 marzo.

Per Renzi sono brutti momenti. È scattata la gara delle “spallate” contro di lui. Oltre agli attacchi di avversari e di ex compagni di partito si vede piovere addosso anche le critiche di Sergio Marchionne, un tempo suo strenuo sostenitore. L’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles lo vede in declino: «Renzi mi è sempre piaciuto come persona. Quello che è successo a Renzi non lo capisco. Quel Renzi che appoggiavo non l’ho visto da un po’ di tempo». Carlo De Benedetti invece, anche se tra molti dubbi, non volta le spalle a Renzi. L’ex dominus dell’ Olivetti, della Sorgenia e del gruppo Espresso-Repubblica, avverte: «Sono deluso, ma alla fine, vista l’offerta politica, voterò Pd».

Certo il segretario democratico ha commesso degli errori, si è isolato e adesso paga il prezzo delle sconfitte patite nel referendum e nelle elezioni amministrative degli ultimi anni; sono lontani i tempi di quando ottenne il 40,8% dei voti nelle europee del 2014. Renzi prende atto della realtà e cerca di recuperare: «È vero, il consenso è in calo» ma il Pd «sarà il primo partito, anche se non siamo più ai livelli del 2014». Sembra anche mettere da parte il progetto di tornare ad essere presidente del Consiglio dopo le elezioni: «Non è importante qual è il nome che va a Palazzo Chigi ma che sia del Pd».

Inaspettatamente Carlo Calenda, dopo le dure critiche degli ultimi mesi, torna al suo fianco. Il ministro dello Sviluppo economico prende a prestito il linguaggio del calcio: «Renzi è il nostro centravanti di sfondamento». Subito dopo, però, assegna la stessa maglietta di «centravanti di sfondamento» anche a Paolo Gentiloni, amico di Renzi, attuale ed apprezzato presidente del Consiglio.

(Sfogliaroma.it)

Rodolfo Ruocco

Gentiloni bis, anti Renzi con l’appoggio di Renzi

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Mite, sgusciante, determinato. Spunta un Gentiloni bis all’orizzonte. Paolo Gentiloni punta al governo bis nella prossima legislatura. Il presidente del Consiglio ha tirato un bilancio positivo del suo esecutivo in pista da un anno: “L’Italia si è rimessa in moto dopo la più grave crisi del dopoguerra”. Nella conferenza stampa di fine anno ha indicato i maggiori, difficili, obiettivi realizzati: economia in ripresa (un milione di posti di lavoro recuperati, dimezzato il deficit pubblico); diritti civili conquistati (importanti leggi come il bio testamento e le unioni civili hanno tagliato il traguardo); riduzione del 70% degli sbarchi degli immigrati.

Non ha messo solo la sua firma sotto questi successi, ma li ha intestati all’impegno degli italiani e anche ai due presidenti del Consiglio che l’hanno preceduto dal 2013 al 2016: “Da Letta a Renzi a me, abbiamo dimostrato che c’è una sinistra di governo a disposizione del Paese”. Dunque se l’Italia ha schivato il baratro del fallimento economico il merito, ci tiene a sottolinearlo Gentiloni, è merito di tutto il centro-sinistra basato sul Pd.

Tuttavia il presidente del Consiglio non pensa solo al passato. Adesso l’attenzione è tutta rivolta alle prossime elezioni politiche. Il presidente della Repubblica ha sciolto le Camere ponendo fine alla XVII legislatura, si voterà il 4 marzo. La situazione si profila molto difficile. Il Pd negli ultimi tre anni ha subito tre diverse scissioni da sinistra: prima se ne sono andati Cofferati e Civati; poi Fassina; quindi Bersani, D’Alema, Speranza e Rossi (hanno creato la lista elettorale Liberi e uguali guidata da Grasso).

Le scissioni e le politiche per combattere la Grande crisi economica hanno fatto perdere consensi al Pd: dalla vetta del 40,8% dei voti ottenuti nelle elezioni europee del 2014 il partito guidato da Renzi ha subito un crollo. Ora i sondaggi elettorali gli assegnano circa il 25% dei voti, con gli alleati di centro-sinistra (Psi di Nencini, Verdi di Bonelli, prodiani, radicali di Emma Bonino, centristi di Casini e di Lorenzin) arriverebbe al 30%. Il primo partito, invece, sarebbe il M5S con qualche frazione di punto in più sul Pd mentre la coalizione di centro-destra di Berlusconi viaggerebbe attorno al 35%-38%.

Vincere le elezioni è una ardua scommessa. La sfida elettorale potrebbe concludersi senza un vincitore: centro-sinistra a guida Renzi, sinistra di Grasso, centro-destra di Berlusconi e cinquestelle di Di Maio potrebbero essere quattro sconfitti. Di qui l’ipotesi Gentiloni bis. In molti guardano proprio al presidente del Consiglio per dirigere un possibile governo di “grande” o “piccola” coalizione perché amico ma autonomo da Renzi. Sia Berlusconi, sia di Di Maio, sia Grasso sarebbero pronti ad una intesa post elettorale con il Pd ma senza Renzi.

Il tema è bollente. Gentiloni ha dribblato le domande dei giornalisti su un secondo incarico di governo dopo le elezioni, ma ha aggiunto: “Non tireremo i remi in barca” e “siamo in grado di gestire la situazione dopo il voto”. Ha parlato anche dei temi della prossima legislatura: dovrà “proseguire questa crescita economica e in più lavorare sulla ricucitura delle relazioni sociali, sulla creazione di nuovi posti di lavoro, sulla riduzione delle disuguaglianze”. Ha tratteggiato quasi il programma del prossimo governo, un Gentiloni bis.

Renzi non ha mai nascosto l’obiettivo di tornare a Palazzo Chigi, ma adesso sembra dare il disco verde. L’ex presidente del Consiglio è fortemente indebolito dalle scissioni, dalla disfatta al referendum costituzionale dell’anno scorso e dalle sconfitte nelle elezioni amministrative degli ultimi tre anni. Sotto assedio, anche se con poco entusiasmo, sembra dare il disco verde a un possibile nuovo mandato da presidente del Consiglio a Gentiloni, suo amico e suo ex ministro degli Esteri. Il via libera all’ipotesi sembra arrivare da Renzi con una intervista a ‘La Stampa’: “Spero in un governo guidato da un premier Pd”. Sul rebus presidente del Consiglio in precedenza aveva sempre risposto in maniera diplomatica con un “lo decidono gli elettori”.

Certo bisognerà vedere i risultati elettorali, che potrebbero essere ben diversi dagli attuali sondaggi. Poi la decisione passerà nella mani di Sergio Mattarella. Se nel nuovo Parlamento ci sarà una maggioranza politica omogenea, la soluzione sarà abbastanza facile. Ma se dalle urne emergerà l’ingovernabilità, sarà cruciale il ruolo del presidente della Repubblica. Si potrebbe tornare a votare oppure un secondo mandato di governo a Gentiloni potrebbe trovare una maggioranza in Parlamento. Un fatto è sicuro: Renzi non si opporrebbe a quella che all’inizio appariva come una manovra dei suoi avversari. Un Gentiloni bis sarebbe una soluzione anti Renzi con l’appoggio di Renzi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Liberi e Uguali. La sinistra cancella “sinistra” dalla lista

Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso a Firenze in una foto del 2010 ANSA/MAURIZIO DEGL' INNOCENTI

Il nome in politica, come nella vita, è importante: indica un programma, una identità, un profilo di società. La sinistra alla sinistra del Pd alla fine ha scelto il nome con cui presentarsi alle elezioni politiche: “Liberi e uguali”. La decisione, non scontata, è stata ufficializzata da Pietro Grasso. Il presidente del Senato ha accettato ieri, tra gli applausi dei 1.500 delegati e militanti di sinistra, di correre come candidato presidente del Consiglio: «Io ci sono, noi riaccenderemo la speranza». E ha ufficializzato la scelta del nome della lista elettorale: la battaglia sarà perché tutti «siano liberi e uguali, liberi e uguali». Così ha indicato il nome della lista elettorale, Liberi e uguali, appunto.
Le tre sinistre, che hanno proposto la candidatura a Grasso e organizzato l’assemblea all’Atlantico Live a Roma, hanno tirato un sospiro di sollievo, forse tra non troppo entusiasmo. Movimento democratico e progressista, Mdp in sigla (Speranza, Bersani, D’Alema), Sinistra italiana, acronimo Si (Fratoianni e Fassina) e Possibile (Civati), alla fine sono riusciti a trovare una soluzione in tempo utile: una manciata di mesi prima delle elezioni politiche della prossima primavera, appena 4 mesi prima del possibile appuntamento con le urne da molti atteso a marzo.
All’inizio il candidato premier prescelto era stato Giuliano Pisapia, “il federatore” come l’aveva definito Pier Luigi Bersani, alfiere di «un nuovo centrosinistra largo». Ma i tanti “no” pronunciati da Fratoianni, Fassina e Civati, hanno ostacolato la marcia dell’ex sindaco di Milano, cammino bloccato infine dallo scontro con Massimo D’Alema e dallo scoglio su una possibile alleanza con Matteo Renzi.
Di qui il ricorso alla carta di Grasso, uscito poco tempo fa dal Pd dichiarando: «Ero, e sono rimasto, un ragazzo di sinistra». Le scelte di sinistra sul lavoro, sui diritti civili, sugli immigrati, sul rinnovamento dell’Italia hanno determinato una forte sintonia. Sia l’ex magistrato, sia la sinistra radicale, sia gli ex Pd hanno contestato Renzi per la “subalternità” alle proposte sociali, economiche ed istituzionali della destra.
Così era naturale aspettarsi un nome della lista caratterizzato dalla parola sinistra o socialista, invece non è avvenuto. Sembra che la discussione su quale nome scegliere sia stata dura, ma alla fine è prevalsa la decisione di adottare Liberi e uguali.
È prevalso l’orientamento di corteggiare il ceto medio allergico alla parola sinistra e, tanto più, a quella socialista. Sulla scomparsa della parola sinistra D’Alema ha dato una spiegazione ai giornalisti:«Vogliamo rivolgerci a tutti gli italiani. Non vogliamo rinchiuderci nel recinto della sinistra». I rapporti con il Pd si profilano concorrenziali e di sfida. Renzi si è domandato «se comanderà Grasso o D’Alema». Ritiene «che un elettore di sinistra farà fatica» a votare per la sinistra radicale in un collegio perché ci sarebbe il rischio di far vincere Berlusconi e Salvini.

Anche Riccardo Nencini ha indicato il pericolo di “un danno” per “l’intero centrosinistra”. In questo modo “il rischio in alcuni collegi del Sud e del Nord per la vittoria del centrosinistra proviene da casa sua, non da fuori”, e anche in Toscana “certo non è un aiuto”. Nencini non si dice stupito del fatto che sul nuovo movimento ci sia “l’ombra” di D’Alema e Bersani ma è convinto che Liberi e Uguali non danneggerà “un tentativo che proprio questa settimana metteremo in campo, Socialisti, Verdi e Pisapia, quanto alla costruzione di una sinistra riformista alleata del Pd e non solo per le prossime elezioni politiche”.

Adesso la parola passerà agli elettori. Alle urne si vedrà quanti elettori di sinistra e progressisti delusi, Liberi e uguali riuscirà a raccogliere. D’Alema si aspetta «un risultato a due cifre». Gli ultimi sondaggi elettorali, però, danno solo il 5-6% dei voti alla lista unitaria delle tre sinistre. Il Pd, invece, sarebbe testa a testa con il M5S intorno al 25-26%, mentre il centro-destra otterrebbe il 35%. Ma da ora al voto molto potrebbe cambiare.

Rodolfo Rucco

Giuliano Pisapia “copre” 
a sinistra Matteo Renzi

COMUNE, INCONTRO PISAPIA- RENZI - FOTO 9

Matteo Renzi schiva l’isolamento a sinistra. Quando la missione di Piero Fassino per costruire “un centrosinistra ampio” cominciava a volgere al brutto, è arrivata una schiarita. L’ex sindaco di Torino ha posto le premesse per una intesa con Giuliano Pisapia. Fassino ha avuto un colloquio importante con l’ex sindaco di Milano. Un comunicato stampa congiunto è andato al nocciolo: “L’incontro è stato positivo”.

Ancora non c’è l’accordo, ma la strada è segnata. Nei prossimi giorni ci saranno altri incontri e riunioni per discutere un programma comune tra il Pd di Renzi e Campo Progressista di Pisapia. L’obiettivo è avviare «una nuova stagione del centrosinistra». Se tutto andrà bene Pd e Campo Progressista daranno vita ad una coalizione nelle difficili elezioni politiche della prossima primavera (il centrodestra di Berlusconi e i cinquestelle di Grillo volano nei sondaggi).

Fassino da una settimana si sta spendendo molto per ricomporre le forti divisioni scoppiate dopo le scissioni del Pd: nel 2015 se ne sono andati Civati, Cofferati e Fassina; all’inizio di quest’anno Bersani, D’Alema e Speranza. Tutte le scissioni sono avvenute da sinistra, hanno contestato le “scelte di destra” del segretario del Pd in economia e nelle istituzioni.

Fassino, su mandato di Renzi, sta cercando di superare i contrasti per recuperare l’unità. Una impresa difficile. In una settimana di incontri e contatti, l’ex segretario Ds ha collazionato una serie di pesanti no. Un pesante no, anche se non definitivo, è arrivato dal Mdp (Bersani, D’Alema, Speranza). Bersani è stato duro: gli incontri di Fassino sono «un teatro», non è possibile una alleanza perché «c’è un pezzo di popolo di centrosinistra che non ne vuol sapere di Renzi e della sua arroganza».

Mentre per l’ultimo segretario dei Ds «divisi di perde», secondo l’ex segretario del Pd è vero il contrario: «Uniti si perde» perché le differenze sono troppo forti. Fratoianni e Fassina (Sinistra Italiana), Civati (Possibile) hanno posizioni ancora più radicali contro Renzi. Dal presidente del Senato Pietro Grasso e dalla presidente della Camera Laura Boldrini (probabilmente politicamente impegnati con Bersani) sono giunti altri due perentori “no”, anche se imbastiti in una garbata “confezione istituzionale”.

Tuttavia tra tanti “niet” sono arrivati anche dei “sì” ad aprire un dialogo. Il colloquio con Romano Prodi a Bologna «è stato un incontro molto positivo». L’inventore dell’Ulivo e del Pd, che pure ha un rapporto aspro con il giovane segretario democratico, si è mostrato disponibile con Fassino a ricucire i contrasti. Sono andati bene anche i colloqui con i radicali di Emma Bonino, con i socialisti di Riccardo Nencini, con i Verdi di Angelo Bonelli, con l’Idv di Ignazio Messina e con Democrazia Solidale di Andrea Olivero.

Si è aperto un varco per rompere l’isolamento di Renzi, reduce da tante sconfitte: le elezioni regionali del 2015, quelle comunali del 2016, il referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre dello scorso anno, le regionali siciliane all’inizio di novembre. È importante soprattutto il sì di Pisapia, ex sindaco di Milano molto stimato, l’uomo indicato come “il federatore” del centrosinistra dal tandem Bersani-D’Alema prima che sopraggiungesse una clamorosa rottura. L’aggancio di Pisapia sarebbe un colpaccio per Fassino: alle elezioni politiche coprirebbe a sinistra Renzi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Le colpe di Occhetto
e il Muro tra le sinistre

achille occhettoNegli ultimi giorni si fa un gran parlare di Renzi e dei suoi tentativi di riunire il Centrosinistra. Si discute di un Centrosinistra largo, e aperto a tutte le anime che abbiano la buona volontà di aderirvi. Di programmi poco o nulla. Lo sherpa dell’operazione è Piero Fassino, ultimo segretario dei Ds e criticamente renziano.

Come si concluderanno queste grandi manovre è ad oggi un mistero, ma molti aspetti lasciano presagire un esito negativo. La sicumera renziana rimane uno dei più grandi limiti del segretario del Pd. Il carattere di Renzi impone oggettivi limiti a qualsivoglia dialogo con Mdp e con tutta la galassia della sinistra-sinistra. Le modalità con cui si è consumata la scissione nel vecchio Pd, insomma, impediscono una riunificazione. Ma il problema sta a monte, non riguarda né Renzi né Bersani e viene da molto lontano.

La storia della sinistra, infatti, è una storia più divisiva che unitaria. Le scissioni che l’hanno coinvolta sono numerose e hanno avuto delle conseguenze politicamente drammatiche. La frattura di Livorno del 1921 è la più pesante, e dopo quasi cent’anni sembra gravare ancora sulle sorti della sinistra nostrana. La rottura tra socialisti e comunisti non è mai stata superata, e questo fantasma continua ad aleggiare sul Pd.

Quando la si sarebbe potuta ricomporre, mancò la volontà politica. Le colpe di Occhetto sono note, ma anche Craxi non ebbe la forza di riunire quel che la Rivoluzione russa aveva diviso. Era il 1989 ed era appena crollato il Muro di Berlino e anche il Muro di Livorno sembrava vacillare.

La sinistra italiana si sarebbe potuta riconciliare intorno ad un progetto socialdemocratico e riformista unitario. Il Pci avrebbe potuto riscattarsi dal proprio massimalismo inconcludente, superando tutti i limiti che lo avevano privato della legittimità governativa; il Psi avrebbe vinto la sua lunghissima battaglia culturale.

Ma il Muro tra le sinistre non cadde. Il Pci divenne Pds, senza costruire una vera identità. La Cosa rossa oscillò pericolosamente tra il pacifismo, l’internazionalismo, il femminismo e l’ecologismo senza risolvere la questione cruciale: il rapporto con la socialdemocrazia. Il Pci-Pds abbandonava dunque il marxismo-leninismo, senza sostituirvi alcuna filosofia politica. Il Psi craxiano, invece, rimase impantanato nelle sue contraddizioni – finanziamento illecito e insufficiente crescita elettorale – e in breve passò dal riformismo alla conservazione dell’esistente, opponendosi al referendum sulla preferenza unica alla Camera e a qualsiasi tentativo di riforma del sistema dei partiti. Craxi commise una serie di errori, che lo trasformarono nell’emblema della partitocrazia. Sarebbe divenuto il capro espiatorio della tragica stagione di Mani Pulite.

Proprio durante quest’inchiesta i destini dei due partiti si separarono definitivamente. Il Pds colmò il proprio vuoto identitario con un giustizialismo moralista di marca berlingueriana che si caratterizzò per i toni antisocialisti. Il Psi venne spazzato via dal circuito mediatico-giudiziario. La sanzione di questi errori fu la vittoria di Berlusconi sulla coalizione dei progressisti guidata dal Pds, nel 1994.

Con la nascita del Pd poche cose sono cambiate. La questione dell’identità della sinistra italiana si è ulteriormente complicata, dal momento che la cultura degli ex democristiani non si è mai fusa in modo coerente con il ‘patrimonio’ ideologico dei postcomunisti. Dall’Ulivo passando per l’Unione fino al Pd, le divisioni hanno avuto la meglio. Basti pensare al colpo di mano del sempiterno D’Alema ai danni di Prodi nel 1998, grazie a cui il segretario dei Ds spalleggiato da Cossiga, sfruttando una crisi di governo aperta da Rifondazione comunista, sostituì il Professore alla guida dell’esecutivo. Episodio non troppo dissimile rispetto agli eventi seguiti al celebre ‘Enrico stai sereno’..

Quale sarà dunque l’esito delle trattative interne alla sinistra? Probabilmente una nuova vittoria di Berlusconi.

Sinistre irrilevanti
l’incubo incombe

Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani

Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani

È il momento dei sudori freddi per chi aveva scommesso sulla nascita di una sinistra alla sinistra del Pd. Sinistre irrilevanti, appare lo spettro. I sondaggi elettorali degli ultimi giorni danno risultati da incubo per le tre sinistre pronte a dare battaglia nelle politiche all’inizio del 2018. Articolo 1- Movimento Democratico e Progressista, più semplicemente Mdp (Bersani-D’Alema-Speranza), viaggerebbe attorno al 3-4% dei voti. Sinistra Italiana (Fratoianni e Fassina) oscillerebbe intorno al 2%. Campo Progressista (Pisapia) a stento potrebbe arrivare all’1%.

Sinistre irrilevanti, cresce l’allarme. Certo si tratta solo di sondaggi, molte volte si sono rivelati sbagliati. Ma possono indicare una tendenza. La delusione è forte. Da quando a febbraio Bersani, D’Alema e Speranza, dicendo addio al Pd, hanno fondato il Mdp, la corsa è diventata sempre più difficile. Il progetto iniziale di raccogliere il 10-15% dei voti, recuperando consensi dal M5S e dal bacino dell’astensione, si va sempre di più appannando.

Non va meglio a Sinistra Italiana che stazionerebbe attorno al 2% dei voti: meno del 3,2% ottenuto nel 2013 quando si chiamava ancora Sel, prima di accogliere uomini usciti dal Pd come Stefano Fassina. Infine Campo Progressista fondato pochi mesi fa da Giuliano Pisapia fatica a raggiungere l’1%. Per ora stentano a vedersi i successi ottenuti cinque anni fa a Milano quando trionfò come sindaco di un centro-sinistra unito.

E qui sta il problema centrale. Le tre sinistre sono divise tra di loro e anche al loro interno sul tema cruciale del rapporto con Matteo Renzi. Solo Pisapia, a certe condizioni (se ci saranno delle primarie di coalizione per scegliere il candidato premier), è pronto ad allearsi con il segretario democratico: lo vuole sfidare ma non si considera alternativo. Gli altri, nella stragrande maggioranza, neppure vogliono sentire parlare di un’intesa, anche solo elettorale, con l’ex presidente del Consiglio.

Dopo la scissione, punteggiata da scambi di accuse pesanti sul piano politico e personale, è difficile riaprire il dialogo nella variegata famiglia del centro-sinistra. A Renzi gli scissionisti hanno rimproverato l’”arroganza”, di essere “un uomo solo al comando”, la “deriva di centro” o “di destra” nella politica economica e sociale. Il segretario del Pd li ha accusati di fomentare le divisioni per “odio” verso di lui o per l’impostazione di “una sinistra conservatrice”. Massimo D’Alema ha detto no ad ogni tipo di alleanza perché «Renzi alla sinistra è totalmente estraneo».

Frammentazioni, sinistre irrilevanti. Le distanze sono forti, quasi siderali. I contrasti sono difficilmente colmabili sia secondo Renzi sia secondo le tre sinistre lanciate in un difficile progetto di riunificazione. Sia il primo sia gli altri vogliono combattere le aumentate disuguaglianze sociali e realizzare una politica espansiva per combattere la disoccupazione e aiutare la ripresa economica. Tutti vogliono mettere in piedi una forza di governo e non di opposizione, ma gli strumenti che vogliono utilizzare sono diversi.

C’è anche una quarta sinistra radicale emersa a giugno, quando si riunì al Teatro Brancaccio a Roma, di questa però si sono perse le tracce. In quella assemblea romana Anna Falcone e Tomaso Montanari attaccarono sia Renzi sia le tre sinistre tradizionali, delineando un programma di scelte sociali, economiche ed istituzionali intransigenti. Tuttavia non c’è stato un seguito a quella iniziativa.

Sinistre irrilevanti sì o no? La domanda drammatica ritorna martellante: esiste uno spazio alla sinistra del Pd? Oppure le sinistre sono condannate ad una micro presenza di tipo residuale. Bersani non si rassegna. L’ex segretario del Partito democratico prima ha invocato “un nuovo Prodi” e poi ha indicato Pisapia come l’uomo giusto per dare vita a un nuovo centro-sinistra perché «è perfettamente in grado di fare il federatore».

Già, il federatore. Gran parte delle sinistre contesta a Pisapia proprio la capacità di essere “un federatore”. La partita è aperta e tutta da giocare. Gira anche il nome di Pietro Grasso come possibile leader di Mdp se la candidatura di Pisapia dovesse naufragare. Il presidente del Senato è stato molto applaudito alla Festa dei bersaniani. Si candiderà alle elezioni e con chi? La risposta di Grasso è elusiva: «Il mio futuro non lo conosco».

Certo è difficile immaginare un centro-sinistra senza il Pd, il partito al quale i sondaggi attribuiscono il 27-28% dei voti, in lotta con il M5S per essere la maggiore forza politica italiana e con il centro-destra in fase di rilancio che cerca di ricostruire la sua unità.

Sinistre irrilevanti votate alla sconfitta? Bersani ha indicato il pericolo di una terribile disfatta della sinistra. Dopo la sconfitta dei socialdemocratici e della sinistra radicale in Germania ha commentato: la sinistra in Italia rischia di fare «la fine del coniglio davanti al leone». È una delle sue simpatiche metafore per farsi capire meglio.

Certo in Germania Spd e Die Linke hanno perso, però complessivamente hanno ottenuto il 30% dei voti mentre in Italia le sinistre rischiano percentuali microscopiche, irrilevanti. C’è perfino il pericolo di non riuscire ad entrare in Parlamento. Strana sorte sarebbe per D’Alema sempre sulle barricate contro una sinistra minoritaria.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)