Roland Garros. Cecchinato, sogno di una mezza Estate

cecchinato3Ha 25 anni e non ha ancora figli, ma quello che sta vivendo in questi giorni Marco Cecchinato potrà raccontarlo per sempre alle prossime generazioni. In un’Italia turbata dalle vicende politiche e calcisticamente depressa per l’assenza al Mondiale in Russia, a regalare emozioni e sorrisi ci sta pensando il tennista palermitano, protagonista assoluto al Roland Garros.

UN’IMPRESA DOPO L’ALTRA – La vittoria nei quarti di finale contro Novak Djokovic ottenuta martedì entra di diritto nell’elenco delle imprese sportive italiane. Un successo impronosticabile, che forse nemmeno il più ottimista dei tifosi di Cecchinato poteva aspettarsi. E pensare che il cammino del 25enne azzurro al Roland Garros stava per durare appena un paio di ore. Perché nel primo turno Marco si trovava sotto di due set contro il rumeno Copil, prima di una grande rimonta conclusa 10-8 al quinto set. Quella vittoria ha iniziato a dare grande convinzione a Cecchinato, che ha avuto decisamente vita più facile nel secondo turno contro il ripescato argentino Trungelliti (61, 76, 61). Si è parlato di “impresa” già nella vittoria al terzo turno con lo spagnolo Carreno-Busta (26, 76, 63, 61). Ma il bello dove ancora venie: negli ottavi di finale infatti lo scoglio era rappresentato dal belga David Goffin, numero 9 del mondo che lo aveva battuto due settimane prima agli Internazionali di Roma. Ma, totalmente inaspettata, ecco la rivincita: 75, 46, 60, 63 e qualificazione ai quarti. È il momento di Novak Djokovic. Il serbo non ha bisogno di presentazioni: seppur in difficoltà negli ultimi 12 mesi per un fastidioso problema al gomito e per motivi psicologici, si parla sempre di un campione assoluto, ex numero uno del mondo e dominatore per anni del circuito. Ma Cecchinato è sceso in campo senza paura, consapevole di potersela giocare alla pari nonostante le 50 posizioni di differenza nel ranking. E partita (leggendaria) alla pari è stata, con risultato finale clamoroso: 63, 76, 16, 76 in favore dell’italiano.

IL SOGNO CONTINUA – Erano 40 anni che un tennista azzurro non arrivava nella semifinale di uno Slam, l’ultimo Corrado Barazzutti nel 1978 proprio al Roland Garros, eliminato da Bjorn Borg per 6-0 6-1 6-0. Ma il sogno non è finito: venerdì Marco sfiderà l’austriaco Dominic Thiem, considerato alla vigilia uno dei pochi avversari del grande favorito Rafa Nadal, per 10 volte re di Parigi, e unico tennista quest’anno capace di battere lo spagnolo sulla terra rossa. Facile dire che comunque vada sarà un successo e che Marco Cecchinato il suo Roland Garros lo ha già vinto, ma perché smettere di crederci? D’altronde l’unico precedente contro Thiem, datato 2013, se l’è portato a casa il palermitano. Non c’è nulla da perdere.

LA SUA CARRIERA – Marco Cecchinato possiamo definirlo un eroe per caso. Fino a qualche mese una buona carriera a livello Challenger, ma mai un acuto nei tornei più importanti. Inoltre l’ombra della squalifica nel 2016 per scommesse, poi revocata. Forse proprio quella è stata la svolta per l’azzurro. Una risalita che lo ha portato non solo nella top 100, ma soprattutto alla prima vittoria di un torneo Atp, lo scorso 29 aprile a Budapest. Ora l’exploit parigino: un sogno di mezza estate destinato a durare a lungo.

Francesco Carci

Tennis: ATP Barcellona e Monte Carlo… aspettando gli IBI 2018

nadal-finale-barcellona-2018-265x198Ormai pochi giorni e prenderanno il via gli IBI 2018, con le qualificazioni (che, purtroppo, per motivi di sicurezza -diversamente da quanto annunciato – non si giocheranno a piazza del popolo nel centro di Roma). Vediamo, allora, intanto, quale è lo scenario che si apre. Sicuramente il più quotato ed atteso tra i tennisti per la sezione maschile sarà Rafael Nadal, che ha già vinto consecutivamente i tornei dell’Atp di Barcellona e dell’Atp di Monte Carlo. La testa di serie n. 1 ha un legame particolare con quest’ultima manifestazione: gli ha dato i natali tennisticamente parlando e qui ha visto iniziare la sua carriera sin da giovane. In finale si è imposto nettamente sul giapponese Kei Nishikori per 6/3 6/2 e, nella cerimonia di premiazione, non ha dimenticato di ricordare l’affetto che ha per tale torneo, che lo ha omaggiato con un video che ripercorreva la sua storia professionale. Lo spagnolo, tuttavia, ha proseguito facendo bingo anche al successivo Atp di Barcellona, vincendo in casa in una finale senza storia contro il giovane greco Stefanos Tsitsipas per 6/2 6/1, complice il forte vento a cui è seguito un sole radioso, dopo uno scroscio di pioggia che ha reso il campo più pesante e che ha provocato un’interruzione per pioggia subito in apertura di finale; forse ciò non ha permesso al talento greco di trovare ritmo per competere alla pari e quantomeno giocarsela con Rafa. Tsitsipas veniva da un buon risultato in semifinale, dove aveva eliminato (per 7/5 6/3) l’altro giovane talento Pablo Carreno Busta, rovinando così la festa a chi sperava in un derby tutto iberico. Tra l’altro Pablo Carreno Busta nei quarti aveva battuto un buon Grigor Dimitrov (con il punteggio di 6/3 7/6), testa di serie n. 2, mentre Tsitsipas si era sbarazzato di Dominic Thiem per 6/3 6/2 (l’austriaco era n. 3 del seeding). Ad eliminare, invece, la testa di serie n. 4, ossia David Goffin, ci ha pensato proprio Nadal in semifinale (con un parziale netto di 6/4 6/0); dopo che lo spagnolo aveva superato nei quarti Martin Klizan (per 6/4 7/5), qualificato che aveva sconfitto il serbo Novak Djokovic (testa di serie n. 6, che aveva ottenuto una wild card) al primo turno al terzo set (per 6/2 1/6 6/3: dopo la reazione d’orgoglio nel secondo set è come se Nole avesse avuto un crollo improvviso nel terzo, forse calo fisico o anche mentale, a tratti un po’ rinunciatario o poco convinto, meno aggressivo del solito sia sui singoli colpi che tatticamente).
Di certo tutto il percorso fatto nel torneo di Barcellona da Nadal mostra il suo stato fisico al top, una forma fisica e mentale eccezionali, una convinzione ferrea nei propri mezzi, una voglia di vincere superiore al normale. Ora punterà, verosimilmente, tutto su Roma. Di certo ha un ritmo troppo veloce per gli altri, con accelerate pazzesche, soprattutto in dritto lungolinea in anticipo. Per non parlare del suo tempo sulla palla e della sua mobilità in campo con cui si muove rapidamente e facilmente, anche in avanti a rete. Oltre alla potenza, profondità, precisione e velocità dei suoi colpi. Tsitsipas è sembrato non riuscire a tenere lo scambio, la forza dei fondamentali di Rafa, ma soprattutto del cambio repentino improvviso di ritmo nello scambio appunto. Ha cercato di farlo spostare, ma lo spagnolo lo ha sempre anticipato e lo ha lasciato fermo con accelerate lungolinea sul lato di campo rimasto scoperto dal greco. Quando quest’ultimo lo ha attaccato, lo ha sempre passato a rete. Tuttavia alcuni punti molto belli li ha eseguiti Tsitsipas, che si è dimostrato generoso, ma forse un po’ stanco e soprattutto bisognoso ancora di migliorare e perfezionare la sua tecnica, in special modo al net (ha commesso, ripetiamo forse per il maltempo, molti gratuiti che ha sbagliato in maniera sciocca, volées comprese in primis). Con un Nadal in questo stato, però, è davvero difficile competere e non ce n’è per molti. Anche al greco ha concesso pochissimo e sbagliato ancor meno, ma soprattutto non ha sciupato pressoché nessuna occasione offertagli di palla break. Per lui era l’undicesimo titolo consecutivo qui a Barcellona: sicuramente forte l’emozione.
A proposito di gioia, la soddisfazione enorme dell’azzurro Marco Cecchinato per la vittoria sull’australiano John Millman all’Atp di Budapest, salendo così di fatto al n. 59 del ranking mondiale. 7/5 6/4 il risultato finale che mostra un certo equilibrio che ha caratterizzato il match. Entrambi tesi, in particolare Millman molto nervoso, mentre Cecchinato ha mostrato più autocontrollo, tranne nell’esplosione di felicità che non è riuscito a trattenere alla fine, quando si è sdraiato a terra sul campo per esultare per la vittoria. L’italiano parte bene, sembra superiore tecnicamente e avere più chiare le idee su come impostare il gioco: va 3-1, ha la palla del 4-1, ma poi non la sfrutta e così Millman recupererà terreno sino alla parità (sul 3-3); da qui si proseguirà fino a che l’azzurro non riuscirà a fare il break decisivo nel finale per il 7/5, con l’australiano che aveva avuto la palla per andare al tie break non concretizzata. Millman è ancor più nervoso, ma reagisce bene; diventa più aggressivo ed insidioso e rimonta: guadagna sempre più campo, tanto da volare in un attimo sul 4-1. Sembra partita da terzo set, l’azzurro rischia addirittura il 5-1, invece è 4-2, poi 4-3, l’italiano recupera fiducia e completa il recupero. Sul 4 pari, con due brutti errori di Millman, con tanto di doppi falli (rari nel match), c’è il break che fa intravedere a Cecchinato il titolo: è 6/4 con il nostro atleta in avanti a rete. Cinque games consecutivi e porta a casa il titolo, con un’emozione in più per aver anche vinto il derby azzurro in semifinale contro Andreas Seppi, in rimonta sotto di un set (con il punteggio di 5-7, 7-6, 6-3). I due tennisti sono uniti da una strana coincidenza: allenato agli inizi prima dallo zio Gabriele e poi dal cugino Francesco Palpacelli (allenatore anche in passato di Roberta Vinci), Cecchinato poi passò sotto la guida di Massimo Sartori e di Piatti: e proprio Sartori è stato nel team di Seppi. Qui a Budapest “Ceck” -come è soprannominato- ha compiuto un vero miracolo: partito dalle qualificazioni, aveva perso ed è stato poi ripescato come lucky loser. Un riscatto che vale doppio per il 25enne di Palermo che era stato squalificato per 18 mesi per presunte scommesse (pena sospesa nel dicembre del 2016 per un difetto procedurale) ed a pagare 40mila euro di multa; la pena era stata poi ridotta ad un anno di sospensione e a una multa di 20mila euro. Tra l’altro, da segnalare però che quell’anno, il 2016, vede anche la sua prima partecipazione in Coppa Davis contro la Svizzera (e vince anche il suo match contro Adrien Bossel per 6-3 7-5): in quell’occasione fu convocato da Corrado Barazzutti per il forfait e l’assenza di Fabio Fognini. Ora allenato da Simone Vagnozzi, nel suo angolo qui a Budapest abbiamo visto anche Vincenzo Santopadre.
Tra l’altro, curiosa coincidenza, al primo turno dell’Atp di Monaco, Marco Cecchinato ha incontrato proprio Fabio Fognini. Ha vinto in rimonta al terzo set per 5/7 6/3 6/2: era partito avanti 3-0 nel primo set, poi Fognini ha pareggiato, per andare a vincere nel finale nel game decisivo che avrebbe potuto portare al tiebreak Cecchinato, il che sarebbe stato anche giusto visto l’equilibrio del match. Nel secondo Marco è andato subito 2-0 ed ha continuato a dominare con la palla corta e le smorzate sotto rete a “ricamo”; nel terzo set era in vantaggio addirittura 4-1, ma Fabio non mollava, tanto da farsi male a una caviglia tentando un recupero su una smorzata, che lo avrebbe potuto portare 4-2, invece è stato 5-1 e, a quel punto, ognuno ha tenuto il proprio servizio e con un dritto a uscire in avanzamento, Cecchinato ha chiuso 6-2. Ora il siciliano affronterà al turno successivo Fucsovics. Un peccato per Fognini che, tra l’altro, promuoveva lo sponsor ufficiale del torneo, portando sulla maglia il logo dell’azienda di assicurazioni “Fwu” (che ha sedi in Germania, Francia, Italia e Spagna) di cui è “un’icona” che la rappresenta (insieme a Roberto Bautista Agut); tanto che il suo slogan è, come si legge sul sito, “il mio assicuratore di fiducia, forte come una squadra vincente!”. Molto nervoso all’inizio Cecchinato, ai due tennisti sono stati chiamati anche diversi falli di piede (molto rari nel tennis).
Tra l’altro, a proposito di azzurri, all’Atp di Monaco abbiamo visto (tra i veterani, anche di Davis) Paolo Lorenzi, che ha battuto Ilkel per 6/3 6/2; mentre (tra i giovani) ha perso un altro talento interessante: Matteo Berrettini, che ha incassato un netto, severo ed ingiusto 7/5 6/3 dal giapponese Taro Daniel, che tanto filo da torcere ha dato all’Italia in Coppa Davis nello scontro vinto contro il Giappone. Sicuramente, però, Berrettini ha dimostrato di essere un talento: valido tecnicamente, ha una buona personalità in campo, con la giusta aggressività e un buon schema tattico che applica con concentrazione, impegno e serietà; gli manca solo più esperienza, un po’ di precisione in più e -perché no- di fortuna.
Così come lacrime di gioia si sono viste nella finale, molto emozionante e difficile emotivamente per entrambi i finalisti, simile dell’Atp di Houston vinta da Steve Johnson. Lo statunitense ha battuto il connazionale ed amico Tennys (quasi a dire: un nome, un destino) Sandgren, al terzo set, con il punteggio di 7/6 2/6 6/4. Non è stata una finale avvincente solo o non tanto per la rimonta di Sandgren, con Johnson che sembrava uscito dal match nel secondo set e invece ritornava e chiudeva la partita, senza che l’altro facesse neppure in tempo ad accorgersene, il terzo in maniera memorabile. Resterà nella storia del torneo, non solo perché Johnson ha messo poi -per il secondo anno consecutivo- il sigillo su questo trofeo. Lo scorso anno, infatti, Johnson aveva battuto il brasiliano Thomaz Bellucci per 6/4 4/6 7/6. Quest’anno non ha sconfitto soltanto un avversario altrettanto ostico, ma quasi ha cercato di scacciar via il fantasma di un triste e doloroso ricordo di malinconia che lo legava all’Atp di Houston. Nel 2017 quando vinse c’era suo padre sugli spalti ad applaudirlo. Un mese dopo sarebbe morto e non vederlo ad esultare per lui sicuramente non è stato facile. La tenuta emotiva che gli si richiedeva era enorme. Al net è scoppiato in lacrime sulla spalla dell’amico avversario, anch’egli commosso e nervoso pere tutto il match evidentemente per la stessa ragione di un’assenza che però si faceva sentire molto. La dedica al padre della coppa ha fatto calare un’aura di umanità sul torneo sulla terra rossa di Houston difficile da dimenticare e che comunque non poteva passare inosservata.

Pechino, Tokyo, Shanghai: bis di Garcia e Goffin, inarrestabile Rafa

caroline garciaA Pechino ne sono successe delle belle. Nella sezione Atp a trionfare è stato il solito Nadal. Nell’ambito Wta un’ottima Caroline Garcia bissa il successo al Wta di Wuhan e si impone nuovamente in finale; questa volta su Simona Halep. La rumena, tra l’altro, diventa la nuova numero uno con la vittoria in semifinale sulla lettone Jelena Ostapenko per 6/2 6/4. Tuttavia sembra accompagnata dalla maledizione della finale, che non riesce a vincere. Complici ragioni emotive di tenuta mentale o fisiche di stanchezza, ogni volta che Simona raggiunge l’ultimo turno non riesce mai a dare il meglio di sé. Nonostante una volontà ferrea di arrivare. Tanto che anche il punteggio dimostra quanto quello con la francese al Wta di Pechino sia stato uno scontro lottato ed equilibrato: 6-4 7-6(3) il risultato conclusivo. Tuttavia Caroline ha sempre avuto il controllo del match e la Halep non è parsa mai impensierirla più di tanto. Molto fallosa e in affanno, spesso in ritardo su palle scomode, costretta dall’avversaria a spostarsi tantissimo, la rumena non è riuscita mai a dominare un’inarrestabile Garcia. Come del resto irrefrenabile è stato lo spagnolo Nadal. Entrambi forti della nuova fiducia ritrovata, del fatto di poter contare su una forma fisica buona. L’unico che ha giocato alla pari con Rafa è stato il bulgaro Grigor Dimitrov, fermato dal futuro vincitore del torneo solamente in tre set: per 63 46 61. Come del resto al successivo Atp di Shanghai; qui il bulgaro si è arreso con il punteggio di 6/4 6/7(4) 6/3 a favore del campione spagnolo e testa di serie n. 1. Nadal a Pechino ha avuto un tabellone facile ed è avanzato abbastanza agevolmente turno dopo turno. Ha faticato solamente al primo stadio contro il francese Lucas Pouille, che ha sconfitto per 46 76(6) 75. Tutto facile e in discesa in finale contro Nick Kyrgios. 6/2 6/1 il risultato severo per una prestazione scadente del talento australiano. Quest’ultimo si è reso particolarmente protagonista qui nella capitale cinese per diversi motivi. Innanzitutto per aver deciso di fare un’offerta economica da dare in beneficenza per ogni aces segnato (come fece la Pliskova agli Us Open); poi per aver sconfitto in semifinale Alexander Zverev per 63 75: il suo miglior match di sempre, una partita perfetta e straordinaria in cui aveva dimostrato grossa maturità. Tra l’altro anche la Sharapova è stata al centro di un’opera solidale, decidendo di devolvere il ricavato delle sue caramelle Sugarpova a favore di Porto Rico -colpito dall’uragano Maria- per la ricostruzione.
Ma -come per Simona Halep- per Kyrgios la maledizione della finale resta. Troppo carico emotivo e stress psicologico per riuscire a giocare a tutto braccio sciolto. Così facendo, ha accumulato nervosismo su nervosismo che lo ha portato a ritirarsi al primo turno di Shanghai contro Steve Johnson (e a dover pagare una multa di 10mila dollari) -perché senza apparente giustificato motivo-. Del resto molto sconforto è stato palesato anche dal tedesco Zverev, che ha rotto malamente una racchetta (proprio nella partita contro Kyrgios) e che ha già messo in dubbio la sua partecipazione alle Next Gen Atp Finals di Milano. Forse a causa dei troppi impegni tennistici o forse per un po’ di delusione per l’uscita di scena (troppo presto per i suoi gusti) all’Atp di Shanghai, agli ottavi per mano di Del Potro (giunto in semifinale). Un calo di rendimento che un esigente come Zverev non si perdona, ma che non deve portarlo ad abbattersi. Deve imparare le lezioni avute dalle sconfitte e da quelle ripartire più forte, senza crisi o recriminarsi troppo. Nel tennis si vince e si perde, l’importante è capire dove si è sbagliato. Questo, ovviamente, vale anche per il campione Aussie, ma soprattutto per il giovane talento tedesco. Zverev in questo periodo è solito perdere al terzo set, dopo aver vinto il primo set. Dunque deve capire se dipende da un calo fisico o di concentrazione. Di sicuro Del Potro gli ha dimostrato che non deve mai abbassare la guardia, credere di avere la partita in mano, ma continuare -al contrario- a spingere sui colpi (senza giocare di rimessa o in difesa), a spostare l’avversario, a rischiare ed essere aggressivo. Così il campione argentino ha rimontato la partita e così Alexander può continuare a vincere tanto, dominando facilmente gli incontri. Invece è sembrato diminuire un po’ il ritmo e far calare la pressione sull’avversario, e ciò ha fatto sì che fosse un avversario più giocabile. In attesa di sapere se Nadal bisserà l’impresa di Pechino a Shanghai, chi invece ha fatto di nuovo colpo (oltre a Caroline Garcia), centrando un secondo titolo consecutivo, è il belga David Goffin. Dopo il trofeo conquistato all’Atp di Shenzhen su Dolgopolov (per 6-4 65-7 6-3) ancor più facile per lui è stato arrivare ad alzare la coppa all’Atp di Tokyo. Inarrestabile, non è sembrato avere avversari che tenessero e la finale è stata per lui una passeggiata contro Mannarino, cui ha impartito un 6/3 7/5 netto. Iniziato tutto in discesa, in cui con estrema facilità ha portato a casa il primo set, con il break decisivo che lo ha portato a chiudere sul 5/3 e servizio, ha avuto un attimo di appannamento a inizio secondo set. Il francese si è fatto più aggressivo, ha rischiato di più e lo ha attaccato maggiormente, mettendolo più in difficoltà (soprattutto giocandogli sul rovescio). Mannarino ha spostato molto Goffin, ma il belga ha corso tanto, recuperato palle impossibili e rimontato un parziale che sembrava volto tutto a favore di Adrian (tanto che avrebbe potuto chiuderlo, avendo due volte la chance di portarsi avanti nel punteggio con un break di vantaggio, che ha immediatamente perso però).

Tennis, stagione asiatica. Garcia, Goffin, Gojowczyk, Ostapenko e Wozniacki

Iniziata la stagione asiatica, entrata nel vivo e che maggiore attenzione ha riscosso, ma non solo. Si è giocato, infatti, in Cina e in Giappone -al Wta di Tokyo, di Wuhan, di Seoul (Corea del Sud) e all’Atp di Shenzhen (nel Guangdong nella Cina meridionale)-, ma anche in Francia -nel dipartimento nel nord-est della Mosella, all’Atp di Metz-. Questi i tornei della settimana. I nomi che ne sono usciti vincitori sono stati -rispettivamente- quelli di: Caroline Wozniacki, Caroline Garcia, Jelena Ostapenko, Peter Gojowczyk e David Goffin. Vediamo più da vicino questi tornei e il successo di chi vi ha trionfato.

tennisWta di Tokyo. A conquistare il titolo è stata la danese Caroline Wozniacki. La tennista sembra aver ritrovato la solidità di gioco, la continuità di risultati, ma soprattutto di colpi -diventati più incisivi e precisi-. Ancora esita un po’ a rete, a venire in attacco e preferisce lo schema di pressione da fondo, che a volte le fa commettere qualche errore gratuito in più e sprecare più energie; ma la convinzione e la fiducia sembrano tornate e riconquistate anch’esse. Più determinata e più convinta in campo, riesce a superare con più lucidità i momenti di difficoltà e a ritrovarsi se è sotto nel punteggio. Il successo al Wta di Tokyo ne è una dimostrazione. Tutto facile nel primo set -nella finale contro Anastasija Pavljučenkova- che vince per 6/0. Risultato netto, che non lascia spazio a dubbi e che -soprattutto- fa capire il livello di precisione dell’attuale n. 6 al mondo. Più combattuto il secondo -che porta a casa con un 7/5 soddisfacente- che indica come sia comunque ad ogni modo riuscita a tenere a bada l’avversaria -seppur dovendo lottare un po’ di più. Il cemento sicuramente è una superficie che le si confà. Ma il buon andamento nel torneo di Tokyo è stato confermato anche al primo turno del recente Wta di Pechino. Nel primo era testa di serie n. 3 e ha sconfitto giocatrici quali la Rogers, la Cibulkova e la Muguruza. Nel secondo -n. 5 del seeding- ha sconfitto la qualificata Wang (che è sembrata non riuscire a tenere lo scambio inizialmente), faticando, ma mostrando di essere tornata quella di prima -con il solito andamento, perfettamente in rimonta nel terzo set-. Si sbarazza del primo parziale con un netto 6/1. Nel secondo si porta in vantaggio sul 4-2, poi forse un calo di zuccheri e si fa rimontare sino alla perfetta parità che conduce al tie-break, che non gioca brillantemente; sicuramente meglio la cinese che è più incisiva e aggressiva e attua un gioco più offensivo, riuscendo -così- a conquistare il tie-break del secondo set per 7 punti a 4. Poi Caroline -come ci aveva abituati spesso in passato- ritrova il bandolo della matassa per dominare fermamente il match e chiudere la partita, concludendo alla grande con un altro 6/1. Al secondo turno, infine, rifila un doppio 6/2 proprio sempre alla Pavljučenkova (doppia sconfitta dopo quella della finale del Wta di Tokyo), non disdegnando palle corte e attacchi con volée e smash ben controllati. Sicuramente sta cercando di completare il suo gioco.

Wta di Seoul. Dopo la vittoria al Roland Garros di quest’anno, torna ad alzare la coppa anche Jelena Ostapenko. La lettone mette la firma sul torneo di Seoul, in Corea del Sud, faticando non poco contro la brasiliana Beatriz Haddad Maia -soprattutto nel primo set, che va a perdere al tie-break facendosi un po’ sorprendere-. Poi reagisce di orgoglio e spinge più sull’acceleratore, con tiri più profondi e forti. Potenza e precisione riescono a farla trionfare, vincendo i successivi parziali per 6/1 6/4. Con più concentrazione ritrova la regolarità e la continuità di gioco.

Wta di Wuhan. Tre set sono necessari anche a Caroline Garcia, nella finale del torneo di Wuhan contro l’americana Ashleigh Barty. Quest’ultima sembra favorita in quanto è sempre avanti nel punteggio e la francese deve sempre recuperare. Tuttavia la transalpina mostra un’ottima forma fisica, oltre a una buona determinazione e convinzione; carattere in una giornata in cui è assolutamente ispirata che le fa tirare ogni colpo con profondità e violenza ed essere aggressiva, venendo in attacco con fiducia. Spingendo soprattutto con il dritto in cross, ma ottime volée completano il resto. I primi due set finiscono entrambi al tie-break: il primo va alla Barty, il secondo a un’ostinata Garcia, che lotta con le unghie e con i denti per portare il match al terzo set. Complice un’americana che si lascia sfumare l’occasione di andare a servire per il match due volte, facendosi strappare due volte il servizio dopo aver fatto break un paio di volte all’avversaria. Nel terzo ormai la Garcia è scatenata, ci crede e nessuno può più fermarla. E arriva il 6/2 molto facilmente. Sportiva l’americana che ringrazia l’avversaria sorridente e inevitabile l’esplosione di gioia di Caroline, davvero al top. L’attuale n. 15 del mondo e classe 1993 tira tutto, persino le risposte. Cerca subito le soluzioni vincenti e per questo sciupa qualche chances, come quella nel primo set quando era andata a servire sul 5-4 dopo il break. Nel secondo la rimonta è stata difficilissima, in quanto la Barty si era portata in vantaggio sul 2-0, poi per ben altre due volte e per tutte e tre le volte complessive la tennista francese ha dovuto dare il massimo e giocarsi il tutto per tutto, cercando di togliere il tempo all’americana. Tanto che la Barty è andata a servire per il match due volte e sembrava partita finita dal 5-2 a suo favore. Nel terzo, invece, la Garcia si è vendicata facendo break all’altra due volte -nel terzo e nel settimo game, salendo facilmente 5-1-.

Atp Shenzhen. Finale similare -altrettanto molto lottata, equilibrata e in continuo ribaltamento di punteggio- quella a Shenzhen tra Alexander Dolgopolov e David Goffin. L’ucraino aveva convinto in semifinale contro il bosniaco Damir Dzumhur (che aveva vinto il titolo a San Pietroburgo), di cui si era sbarazzato per 6-3 6-4. Ottimi colpi incisivi e tanta aggressività -la precisione ha fatto il resto-, non hanno lasciato dubbi sulla qualità del suo gioco e sul suo talento. A metterlo in discussione ci ha pensato in finale il belga David Goffin. La testa di serie n. 2 domina la n. 5, vincendo il terzo titolo in carriera dopo sei finali perse. Questa era la nona che giocavano entrambi. Talento per entrambi, Dolgopolov ha troppa fretta di chiudere il punto e sbaglia troppo per spingere molto sui colpi. Non trova le righe, mentre l’altro è più tranquillo, calmo, paziente e dunque preciso. Comunque offrono un ottimo spettacolo di tennis, portando il match al terzo set. Tuttavia l’ucraino ha qualcosa da recriminarsi. L’incontro comincia in equilibrio fino al 4 pari; poi c’è il break di Goffin, che chiude 6/4. Nel secondo c’è la straordinaria reazione di Dolgopolov, che subito in apertura sul 2-1 fa break all’altro (strappandogli a 0 il servizio), fino a portarsi addirittura sul 5-1; ma da lì in poi perde un po’ di quella pressione che era riuscito a trovare e soprattutto a mettere su Goffin, facendolo sbagliare e costringendolo all’errore dovendo prendersi maggiori rischi. Era riuscito stavolta l’ucraino a fare qualcosina in più e la differenza, ma sciupa tutto facendosi rimontare ben due volte -sino al 5 pari-. Il belga si ritrova e con la fiducia riconquistata conquista il tie-break del secondo set e decolla nel terzo (facendo break sul 5-3). Dolgopolov tornerà tra i primi 50, ma un po’ come Kyrgios (o Dustin Brown) dovremo imparare ad ammirarlo, apprezzando i suoi costanti alti e bassi nel rendimento altalenante (quello incostante) in cui alterna colpi eccezionali a errori clamorosi, recuperi straordinari e rimonte dure a sconfitte sorprendenti, con partite che si rigirano (non sempre a suo vantaggio). D’altronde il tennis è anche questo.

Atp di Metz. In Francia, nella Mosella, invece accade qualcosa di simile al tennista di casa Paire; ma il torneo ci fa conoscere e ritrovare una “nuova” rivelazione non tanto sconosciuta però nel circuito. Si tratta del tennista tedesco Peter Gojowczyk. Classe 1989, il giocatore di Monaco di Baviera già aveva fatto in passato il suo exploit -tra il 2012 e il 2014-. Il 15 luglio 2012 si aggiudicò il torneo challenger di Ningbo battendo in finale Jeong Suk-Young per 6-3 6-1. Nel gennaio 2014, arrivò in semifinale all’ATP di Doha -partendo dalle qualificazioni-, battendo -tra gli altri-: Struff, Dominic Thiem, Philipp Kohlschreiber e Dustin Brown prima di arrendersi al numero uno al mondo Rafael Nadal. Nell’aprile di quell’anno nei quarti di Coppa Davis con la Germania, ha vinto una partita durissima contro Jo-Wilfried Tsonga per 7-5 6-7(3) 6-3 6-7(8) 6-8 e portato la Germania sul 2-0. In finale all’Atp di Metz domina un confuso Benoit Paire per 7/5 6/2. Al di là del punteggio lottato, non è stata tanto la qualità di colpi a fare la differenza, ma lo schema tattico. Troppo frettoloso Paire ha sbagliato molto -troppo-. Ề sembrato tirare a caso, senza un preciso schema, a tutto braccio, solo di potenza e poco di precisione. In maniera molto istintiva e poco razionale (come spesso fanno Kyrgios e Brown). Cercando subito il punto, spesso tentando il serve&volley, che si è dimostrato un suicidio in quanto sorpreso dai passanti millimetrici del tedesco. Ovvia la conclusione del 6/2 nel secondo set, in cui aveva perso fiducia e pazienza, mentre l’altro era sempre più ingiocabile e preciso. Perfetto anche perché ha saputo frenare il gioco e aspettare l’errore dell’avversario, senza rischiare troppo inutilmente. Troppo monocorde, invece, il gioco di Benoit Paire.

Prossimi appuntamenti, il Wta di Pechino. Iniziato da poco con il primo turno il Wta di Pechino. Con qualche notizia interessante. Innanzitutto bene la Stosur (che batte la Siniakova per 6-3 6-2), la qualificata Petkovic (6/4 6/0 alla Bertens), la Pliskova (si sbarazza della Suarez-Navarro per 6/3 6/4, che non sembra reggere la potenza dei suoi colpi) e la Radwanska (che elimina con un netto 7/5 6/3 la Witthoeft). Male per la Bouchard (wild card per lei, incassa un duro 6/4 6/3 dalla Rybarikova) e la Kuznetsova (che viene eliminata in tre set dalla qualificata Arruabarrena: 6-7(2) 7-5 6-1 il punteggio). Se poi la Barty non riesce a ripetere il buon rendimento del Wta di Wuhan (che l’aveva vista giungere in finale) -ed esce subito, perdendo dalla Makarova con un doppio 6/3- chi invece si vendica della sconfitta agli Us Open -regalando il più bel match di primo turno- è Maria Sharapova. 7-6(3) 5-7 7-6(7) è il punteggio con cui la siberiana si riscatta del 5-7 6-4 6-2 incassato agli Us Open dalla lettone Sevastova. E la lezione pare averla imparata bene. Presentatasi con un completino semplice (canottiera leggermente lavorata, ma interamente bianca e gonnellina plissettata tinta unita verde petrolio) -rispetto al vistoso abitino elegante e sexy, nella versione in nero e in quella più chiara, con Swarovsky- sembra proprio essere l’umiltà ad aver compreso. Partita che va sempre al terzo set, con Maria che vince il primo set a fatica (un tie break o 7/5 come a Flushing Meadows). Poi si fa rimontare e rischia di perdere, commettendo lo stesso errore: rimane nell’area di tre quarti e non avanza a rete, non approfitta delle potenti accelerazioni, soprattutto di rovescio. Cala un po’ nel servizio, perde il controllo del dritto e la partita sembra sfuggirle. Non impeccabile a rete, commette errori sugli smash e sulle volées. Ma stavolta a Pechino si è ripresa in tempo per esultare stremata. Apparsa visibilmente stanca, quasi senza energie, tutti ormai la davano fuori dal torneo -memori del risultato degli Us Open e dopo la rimonta nel secondo set della Sevastova per 7/5. Terzo set, che continua in equilibrio; fino ad un altro tie-break decisivo. Sino al 7 punti pari. La siberiana riuscirà a concludere per 9 punti a 7; ma in questa circostanza non si risparmia, anzi dà tutto. Con le ultime risorse fisiche che le sono rimaste, si convince e costringe a venire in avanti a rete, lanciandosi in qualche attacco; che la premia, meritatamente. Dopo un lieve black out dimostra di aver davvero giocato bene i punti decisivi e di aver dato il massimo impegno, anche per reagire alle micidiali palle corte dell’avversaria che voleva spezzarle il ritmo con smorzate di massima precisione.

Un super-David Goffin ferma l’Italia
di Coppa Davis

tennis coppa italiaUn valido Bolelli, un buon Seppi e un generoso Lorenzi non bastano all’Italia del tennis di Coppa Davis per accedere alla semifinale. La squadra capitanata da Barazzutti si ferma ai quarti sconfitta a Charleroi dal Belgio, che a settembre giocherà la semifinale contro l’Australia. Per i padroni di casa il campione assoluto è stato David Goffin, che contro Paolo Lorenzi ha messo in campo un gioco impeccabile. L’azzurro le ha provate tutte, ma alla fine si è dovuto arrendere al talento e alla maggiore completezza di colpi del belga. Un po’ rassegnatosi nel finale, forse gli è mancata un po’ di determinazione e grinta nel credere in una possibile rimonta. Ḕ sembrato un po’ frenato dal fatto di essere consapevole del livello superiore dell’avversario, a cui è riuscito tutto. Tuttavia, a onor del vero, merito a Lorenzi per il fatto di aver sempre lottato e resistito, anche se a tratti un po’ sfiduciato. Facile subentri la rassegnazione quando di fronte hai un giocatore che tiene bene lo scambio, poi accelera da fondo e chiude il punto; oppure che ti passa quando lo attacchi; che serve bene e che ti scavalca con un lob con precisione quando sei a rete. Inutile dire che il belga ha corso su tutte le palle, anche le smorzate, coprendo bene il campo e, soprattutto, rispondendo con altrettante palle corte di estrema precisione. La tenuta di Goffin era cosa nota; che fosse un giocatore ostico era una certezza; sulla sua agilità, mobilità, resistenza fisica, duttilità e capacità di visione di gioco non vi erano dubbi; ma nel match decisivo contro Lorenzi è stato davvero ispirato. Ḕ uscito bene dagli scambi, abbastanza brevi e forse troppo corti e su tempi troppo rapidi per Paolo, prendendo sempre l’iniziativa e gestendo il gioco. Forse è questo che ha penalizzato l’italiano, che non è riuscito a gestire l’impostazione del match. Non ha tenuto in mano le redini del gioco, ma soprattutto ha dovuto subire il divario di chances non sfruttate con l’altro. A fare la differenza non è stato tanto il parziale di colpi vincenti, quanto le occasioni maturate: Goffin non ne ha sprecata quasi nessuna, realizzando quasi tutte le palle break che gli si sono proposte. Non a caso, infatti, se l’incontro è iniziato abbastanza duro, ma equilibrato per l’azzurro, subito alla prima opportunità c’è stato il break decisivo nel primo set: dal 4-3 il belga è volato 5-3 per andare a chiudere 6/3. E addirittura in apertura di secondo si è portato immediatamente sull’1-0: stessa storia, sempre un altro 6/3. 6/2 il terzo, lottato, con una serie di break e contro break vinta da Goffin, con un Lorenzi rassegnato e stanco nel finale. Forse non avrebbe potuto fare di più, di certo affrontare la partita con più rilassatezza gli avrebbe giovato. Forse avrebbe dovuto tentare prima di mandarlo fuori giri variando la tipologia di colpi, con più back, lob e smorzate, spostandolo sia lateralmente che in avanti nel campo. Forse non fosse stato il match decisivo, avrebbe dato un altro rendimento. Non facile giocare rilassato quando sai che l’esito dei quarti dipende da te. Il Belgio stava vincendo per 2-1, grazie alla rimonta nel doppio, dopo la sconfitta nei due singolari da parte di Lorenzi e Seppi (entrambi bravi, ma non abbastanza da dominare gli incontri). Sentire la responsabilità del destino della propria squadra può spaventare: sicuramente Paolo un po’ ha percepito il peso di un ruolo che di solito spetta a Fognini. Ma il ligure era fuori, messo ko dall’infortunio che lo ha colpito e dai dolori al polso destro e al tallone sinistro. Tennista ugualmente di grossa personalità come gli altri azzurri, ha maggiore carattere, riuscendo a rendere al meglio nei momenti decisivi, che sa giocare molto bene. Questa più profonda aggressività, cattiveria agonistica, grinta e tenacia mancano un po’ nelle fasi clou dei match a Lorenzi e Seppi. Sicuramente capitan Barazzutti dovrà trovare un “sostituto” di Fognini in Davis. Un compito arduo, ma delle piacevoli soprese per lui ci sono state. Se Goffin è stato l’uomo-Davis per il Belgio, per l’Italia lo è stato Simone Bolelli nel doppio. Magnifico il modo in cui ha trascinato Seppi. La nuova coppia con Andreas è stata una gradita rivelazione. Con il suo potente dritto in accelerata, l’altoatesino si è dimostrato un’ottima spalla. Tuttavia è stato il tennista di Bologna ha “dettare” la tattica di gioco: buono il servizio, ottima tenuta di rete con cui ha coperto il net, intervenendo anche in diagonale sulle traiettorie degli scambi a chiudere; validi i passanti di rovescio in top spin a una mano. A tratti ha attuato un interessante schema: lob a scavalcare l’avversario e fondamentali che ha “caricato”, accelerando per chiudere prima lo scambio da vero doppista. Ottimi i recuperi e la solidità che ha dimostrato, dando sicurezza ad Andreas, consigliandolo e suggerendogli dritte di gioco. Sicuro di sé, ha infuso convinzione a Seppi che ne ha fatto un punto di riferimento: più volte lo è andato a cercare per confrontarsi con lui. Bolelli è apparso molto concentrato, deciso e determinato; quasi che sentisse il peso dell’impegno che gli spettava, da più esperto e veterano. Anzi, forse meno in soggezione rispetto al doppio con Fabio, la cui amicizia e stima potrebbero in certi frangenti “bloccarlo”. Quando Bolelli gioca a tutto braccio può insegnare molto. Continuare con questa coppia per Barazzutti potrebbe diventare un’arma vincente. Così come altra positiva scoperta è stata quella di Alessandro Giannessi. Nell’ultimo match di singolare l’italiano, n.122 Atp, ha battuto Joris De Loore in due set con il punteggio di 6-4 7-6(9), dopo un’ora e 20 minuti di gioco. L’azzurro ha assolutamente convinto per la sicurezza di gioco, per la caparbietà con cui è sceso in campo, con la lucidità e la tranquillità di tattica e visione di gioco degne dei campioni. Per lui si prospetta un futuro roseo. Una risorsa da non sprecare, ma da sfruttare, per la Coppa Davis. Ha dimostrato grande maturità nel giocarsi la sua partita al meglio, al 100% senza esitazioni, con una precisione tecnica e di schema tattico stupefacenti. Forse era già pronto per poter giocare lui contro Goffin, provando l’effetto sorpresa; anche puntando sul fatto che aveva dalla sua l’incoscienza e la scelleratezza, la spregiudicatezza di chi non deve dimostrare niente, ha tutto da guadagnare e nulla da perdere, di chi può godersi il suo momento di gloria senza tremare per la paura di sbagliare, perché sa che ha già vinto e ottenuto molto e tantissimo anche solo ad essere lì. Un discorso che può fare meno chi come Lorenzi, da n. 38 Atp, ha su di sé più aspettative in Davis e forse pretende di più (troppo) da se stesso. Per Paolo una sconfitta “pesante” quella contro il belga David Goffin, incassata in poco meno di due ore. Ora l’importante è non pensarci su troppo, andare avanti, reagire e lavorarci sopra, riflettendo soprattutto su questi nuovi scenari aperti: la nuova coppia di doppio Bolelli-Seppi e il neo singolarista Giannessi, che già aveva infervorato lo scorso anno il Foro Italico durante le pre-qualificazioni e le qualificazioni degli Internazionali Bnl d’Italia. Assolutamente all’altezza dei big, rispetto ai quali non ha nulla di meno. Davvero una buona notizia per l’Italia e gli azzurri. Anche perché, con il tempo e l’esperienza, avrà modo di crescere ancor di più e maturare ulteriormente, anche se ha già dato prova di avere un’attitudine e un approccio corretti e giusti ai match e di avere un buon self-control, anche dal punto di vista della tenuta mentale e psicologica.

Barbara Conti

Tennis tra Olanda ed UAE. Nel Qatar vince Pliskova a Rotterdam Tsonga

tsonga 2Nell’Atp di Rotterdam il francese Jo-Wilfried (che chiameremo per comodità Jo) Tsonga, spodesta il campione uscente Martin Klizan e si aggiudica un importante torneo in carriera, che rende giustizia al suo talento spesso frenato da continui infortuni e che non era mai riuscito veramente ad “emergere”. Con una doppia soddisfazione da parte sua. Se il vincitore dello scorso anno, lo slovacco Klizan (e testa di serie n. 13), è stato fermato da Tomas Berdych (n. 4) nei quarti di finale con un doppio 6/3, al turno successivo (in semifinale per l’appunto) è stato quest’ultimo (che più volte ha vinto qui a Rotterdam, tra cui nel 2014, e di sicuro era uno dei favoriti) a venir eliminato dal francese con un facile 6/3 6/4: Berdych non è sembrato mai poter far molto o nulla contro la precisione di Tsonga e non è entrato mai in partita veramente. Ma il cieco non è stato il solo giocatore “forte” che il futuro trionfatore ha dominato. L’altra sua punta d’orgoglio può essere proprio quella della finale giocata magistralmente, recuperando un match quasi “perso” e rimontando al terzo set dopo essere stato sotto 4/6 nel primo. E lui, testa di serie n. 6, si è imposto sulla n. 3 rappresentata dal belga David Goffin. La potenza esplosiva dei colpi di Tsonga ha messo a tacere per sempre la regolarità dell’avversario che ha tenuto bene ai fondamentali profondi e violenti del francese, per poi cedere definitivamente nel terzo set (dove è crollato incassando un pesante 6/1). Non facile riacciuffare un incontro contro un giocatore come Goffin che corre su tutto, prende ogni palla in ogni parte del campo e che sembra come un muro da fondocampo che rimanda dall’altro lato tutti i tiri; per poi lanciarsi anche in qualche discesa a rete o sempre pronto a passare l’avversario che lo attaccasse (come più volte è capitato contro il francese). Nonostante il fisico minuto e snello, ma è alto 1,80 m, di fronte ai colossi statuari di oltre due metri come Cilic o Karlovic (ma lo stesso Tsonga non scherza con il suo metro e 88 per 91 chili di peso), il belga è sempre lì pronto a competere, a dire la sua e farsi valere. Ma stavolta il gigante buono Jo ha avuto la meglio, con la sua tenacia e grinta, con una voglia di vincere che era ben chiara da subito. All’inizio, però, ha sbagliato e regalato troppo a Goffin, si è innervosito e ha sbagliato colpi facili (soprattutto di dritto) per troppa foga che ha messo sulla palla, troppo concentrato a tirar forte più che attento alla precisione; anche a rete ha commesso errori semplici sulle volée dovuti alla troppa fretta di chiudere il punto. Poi ha riordinato le idee e ha compiuto l’impresa che si era prefissato: alzare il trofeo; per lui 371 mila euro circa, per il finalista poco più di 182mila. Quasi impossibile a crederci. Ma, se fosse uno spot della gatorade (come siamo stati abituati a conoscere in passato), potremmo dire (parafrasando) che il ruggito del leone Jo ha coperto completamente, con il suo fragore potente, la leggiadria della gazzella di David Goffin. Pare proprio il caso di dirlo: “non importa che tu sia leone o gazzella, comincia a correre”; così sembra che queste parole e tale frase siano risuonate nella mente del francese che, fragorosamente, ha iniziato la sua corsa verso la rimonta. Era sotto 4-0 ed è riuscito a recuperare sino al 4-3 nel primo set (anche se poi Goffin ha chiuso per 6-4). Nel secondo set, il più lottato e difficile di tutti, ha avuto diverse palle break che ha sciupato, ma poi è riuscito ad archiviare il parziale a suo favore (dopo aver avuto diversi set points non maturati, anche a causa di errori non forzati di dritto specialmente, che hanno vanificato quattro palle del 6/4 per lui). 500 i punti per Tsonga, contro i 300 per il finalista belga; dunque, forse, più che di gatorade dovremmo parlare di powerade, vista la potenza (‘power’, ‘potere’ in inglese) dei colpi della testa di serie n. 6 (o meglio del colpo della vittoria centrato dal tennista francese).
pliskovaEd anche negli Emirati Arabi, nel Wta di Doha (Qatar) si partiva con la ceca Katerina Pliskova avanti 4-0, dopo neanche 20 minuti di gioco, sulla danese Caroline Wozniacki. Quest’ultima sembrava favorita prima del match decisivo, o almeno più in forma rispetto alla ceca (apparsa un po’ stanca e giù di tono). Invece la Pliskova è stata semplicemente impressionante. Profondità di colpi, sia di dritto che di rovescio, e massima precisione hanno messo seriamente in difficoltà una Wozniacki comunque ritornata a pieno regime e titolo sui campi nel circuito. Per non parlare di servizio e dritti ad uscire devastanti, ma quelli sono un classico per la Pliskova. I numeri parlano chiaro: 3 aces a 1; 13 colpi vincenti a 4, che hanno fatto decisamente la differenza e pesato sul risultato; 6 break points a 1, la maggior parte dei quali sfruttati e consolidati. Tutti a favore di Katerina. La giornata molto ispirata della ceca si è vista sin da subito e dalla facilità con cui ha tenuto i propri turni di servizio. Forse le condizioni metereologiche non hanno agevolato la danese (c’era molto vento), che comunque non ha voluto mollare e ha rimontato sino al 4-3, prima di cedere per 6/3 6/4. Ha provato ad attaccare, ma è stata passata o ha sbagliato volée facili. Karolina le ha tolto il tempo, giocando su pochi scambi potenti da fondo, spesso dei serve&volley per lei. Così la Wozniacki, con un ritmo troppo rapido, non è riuscita a trovare la chiave di volta del match (come il ciondolo a chiavetta appunto che portava al collo). Si è innervosita e ha scalzato via la racchetta a terra con gesti di stizza che mostravano tutto il suo risentimento per non essere in grado di “rigirare” la partita. A lei rimane, comunque, la soddisfazione di aver eliminato con facilità, viceversa, in semifinale la vincitrice delle Olimpiadi di Rio (la Puig per 6/1 6/2) e la polacca Radwanska al secondo turno (con il punteggio di 7/5 6/3). Ma Agnieszka non sembra decisamente in forma, come viceversa era apparsa la danese promettente. Quest’ultima, poi, ha eliminato ai quarti la Davis (per 7/5 6/1), che aveva fatto uscire al primo turno dal torneo la nostra Roberta Vinci, con un netto 6/2 6/3 incassato dall’azzurra, forse infastidita dal cattivo tempo. E di certo non è stato facile giocare qui, con le continue e lunghe interruzioni per pioggia (con il freddo, tanto che la Pliskova indossava la maglietta a maniche lunghe), oltre che con il vento forte spesso. Questo fa onore alla testa di serie n. 2. E se, come si suol dire, “non c’è due senza tre”, lei è diventata la nuova n. 3 del mondo. Forse il bye iniziale, come ha sostenuto ella stessa, l’ha avvantaggiata, facendola giocare meno; ma, dall’altro lato, è vero che ha avuto una semifinale più dura rispetto a quella, veloce e rapida, della Wozniacki; e quindi tempi più rapidi di recupero forzati. La ceca se l’è dovuta vedere con la sempre ostica Cibulkova, che si è arresa solamente al terzo set. 6/4 4/6 6/3, il punteggio che ha regalato la vittoria alla Pliskova. Del resto le armi vincenti di Katerina sono state (oltre alla precisione tecnica e tattica) proprio la concentrazione, la determinazione, il coraggio e la forza di lottare e credere nell’esito positivo, nella costanza di non mollare, rimanere sempre lì e continuare comunque a fare la propria partita, nonostante e anche quando il risultato non fosse vantaggioso.
Come, d’altronde, è con queste carte che nell’Atp di Buenos Aires l’ucraino Alexander Dolgopolov si è potuto imporre sul giapponese Kei Nishikori per 7-6(4) 6-4. Alla sua settima finale in carriera il primo ha conquistato così il terzo titolo in carriera, mentre il secondo (che giocava la sua 22esima finale) ha mancato una grossa occasione. Il nipponico, infatti, era il super-favorito in quanto testa di serie n. 1 mentre, al contrario, l’ucraino non vinceva un trofeo dal 2012. Un gradito ritorno anche quello di Dolgopolov pertanto.

Barbara Conti