Il M5S perde la piazza a Roma, Torino, Salento

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Non era mai successo: il M5S perde la piazza. A Roma, a Torino e nel Salento, per motivi diversi, la protesta di piazza si è diretta per la prima volta contro il Movimento 5 stelle e non contro “i partiti”, “l’establishment”, “il sistema”. Per Di Maio, Grillo e Davide Casaleggio è uno shock.

Il M5S perde la piazza a Roma. Migliaia di persone hanno manifestato contro Virginia Raggi in piazza del Campidoglio. Uno dei cartelli più garbati ma perentori contro la sindaca della capitale è stato: “Raggi dimettiti”. Tantissime le critiche alla Raggi: strade impraticabili per le buche, autobus in perenne ritardo e che vanno a fuoco, code perenni in auto, vie sporche e cassonetti stracolmi di rifiuti, anche un mese di attesa per avere una carta d’identità dagli uffici comunali, negozi chiusi per la crisi, illegalità e criminalità sempre più diffuse. Il carico da undici sono i guai giudiziari che hanno sconvolto la giunta grillina e hanno colpito la stessa prima cittadina.

La sindaca, eletta trionfalmente nel 2016 sullo slogan “Il vento è cambiato!”, adesso deve fare i conti con la protesta contro il forte degrado della città eterna. Lei non molla e attacca i vecchi partiti in una intervista al ‘Messaggero’: «Il Pd, mascherato e orfano di Mafia capitale, ha provato a strumentalizzare i cittadini, camuffando una manifestazione di partito in una sollevazione». Ma il vero avversario dal quale deve guardarsi è la Lega, compagna del M5S nel governo nazionale. Matteo Salvini, con caute critiche, prende le distanze e si prepara ad espugnare il Campidoglio alla prima occasione con un candidato sindaco leghista.

Il M5S perde la piazza a Torino. Chiara Appendino, sindaca cinquestelle del capoluogo piemontese, non sta molto meglio. L’antica capitale d’Italia e delle automobili Fiat è in rivolta. Il tema dello scontro è la Tav e l’impoverimento della città. La linea ferroviaria dell’alta velocità Torino-Lione da sempre è attaccata dai militanti grillini e la giunta cinquestelle alla fine ha deciso la sospensione della costruzione dell’opera in attesa di uno studio costi-benefici del governo nazionale.

La sindaca, anch’essa eletta trionfalmente due anni fa battendo un pezzo da novanta del Pd come Piero Fassino (già sindaco, segretario dei Ds, ministro nei governi di centro-sinistra), non è stata presente quando è stato congelato il progetto perché in missione a Dubai in cerca di investimenti arabi nella città. L’assenza ha scontentato tutti. Davanti alla sede del comune di Torino i sostenitori “Sì Tav” sono scesi in piazza contrapponendosi ai “No Tav”. Gli imprenditori, i sindacati e tutte le associazioni torinesi hanno contestato alla sindaca il progressivo isolamento e declassamento della metropoli: una delle ultime sconfitte è stata la perdita dell’organizzazione delle Olimpiadi invernali.

Le grandi opere pubbliche sono uno dei talloni di Achille dei cinquestelle: scatta un secco “no” immediato ed identitario per paura della corruzione e per salvaguardare l’ambiente. È anche il caso della Tap, il metanodotto che, attraversando il mare Adriatico, ha per meta la Puglia. Alla fine Luigi Di Maio ha dato il via libera dell’esecutivo penta-leghista alla costruzione per non pagare delle salate penali, ma è scoppiato il finimondo. Il M5S perde la piazza nel Salento. Alcuni sindaci e dei gruppi di militanti grillini della provincia di Lecce sono scesi in piazza: hanno protestato contro la decisione del loro governo, del loro vice presidente del Consiglio e capo politico, bruciando anche delle bandiere cinquestelle.

Sono lontani i tempi di quando Beppe Grillo predicava a colpi di “Vaffa” la rivoluzione contro “i partiti” e “le élite” italiane ed europee, contro le banche e le multinazionali monopolizzando la rete internet e le piazze. Il comico populista con piglio carismatico dominava la piazza: era in piena sintonia con il suo popolo. L’agognata conquista di Palazzo Chigi e di tante giunte comunali, anche di metropoli importanti come Roma e Torino, ha rotto l’incantesimo. Il fondatore dei cinquestelle non deve averla presa bene: è sempre più silenzioso e distaccato dalla sua creatura politica.

Il populismo ha funzionato trionfalmente quando il M5S era all’opposizione antagonista, ma quando di Maio e i sindaci hanno dovuto fare i conti con l’impegno del governo il meccanismo è andato in tilt. Quando i grillini “anti sistema” sono entrati “nel sistema” qualcosa si è spezzato nel rapporto con il loro popolo. Si è riprodotto lo scollamento tra il vertice e la base della società sul quale Grillo aveva scatenato la rivoluzione populista della “decrescita felice”. Adesso la scommessa è di far marciare insieme progresso e rispetto per l’ambiente, sviluppo ed uguaglianza sociale, concorrenzialità e lavoro non precario. Non sarà facile.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Casaleggio e i rischi della democrazia elettronica

Negli scorsi giorni Davide Casaleggio, il figlio del cofondatore del Movimento 5 Stelle e a capo della Casaleggio Associati e dell’Associazione Rousseau, ha dichiarato che “la democrazia diretta è il futuro”, le assemblee parlamentari e la democrazia rappresentativa costituiscono un passato da archiviare.

Ma sarà davvero così?

Di sicuro, le nuove tecnologie della comunicazione, in quanto tecnicamente in grado di realizzare una partecipazione dei cittadini alla sfera pubblica, possono offrire un efficace contributo alla vitalità della democrazia pluralista.

Tuttavia, l’e-democracy, non sembra poter costituire né un’alternativa alle istituzioni rappresentative, né appare in grado di prefigurare un loro superamento.

La democrazia elettronica non deve essere considerata una forma di governo ma, tutt’al più, un sistema in grado di gestire e rivitalizzare la relazione tra le Istituzioni e i cittadini.

Occorre distinguere da una parte una comunicazione politica veicolata dai vecchi mass-media e una comunicazione realizzata invece tramite la rete, una sorta di continua diretta con i cittadini, che obbliga il politico ad aumentare la propria esposizione al pubblico.

Non è una questione di velocità nelle comunicazioni né, tantomeno, una questione di capacità di recezione generazionale. Anche la generazione dei Millenials, frequenti utilizzatori di strumenti di rete e social, non comprendono pienamente le dinamiche del web, limitandosi ad un uso dettato da un’esperienza superficiale e intuitiva.

A differenza di quanto avveniva in passato, il cittadino non è più semplice ricettore del messaggio: giornali, telegiornali, manifesti, spot pubblicitari, sono tutti strumenti passivi dal punto di vista del destinatario del messaggio. Viceversa, il web e la comunicazione 2.0 implicano un grado d’interazione immediata: condivisioni, retweet, commenti. Una capacità interattiva basata su una sintassi comunicativa semplice, non mediata e poco strutturata.

Anche l’identità del partito politico cambia in maniera piuttosto rapida con l’evoluzione dei mezzi di comunicazione: la comunicazione politica è fortemente personalizzata, si assiste a un sempre maggiore e inquietante scarto tra le promesse annunciate e i programmi effettivamente realizzati.

In questo modo, i caratteri essenziali della rappresentanza democratica tradizionale (l’eletto rappresentante del popolo, l’assenza del vincolo di mandato) vengono sostituiti dal ruolo sempre più marcato dei sondaggi d’opinione, come strumento di misurazione del consenso, che elimina qualsiasi “pensiero lungo”, o almeno di medio periodo.

Ci si trova ormai nel pieno della modernità liquida, per dirla con Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo della politica: nella nostra epoca si sono disgregati i legami sociali tra gli individui spalancando le porte ad una radicale individualizzazione. Una società dove l’individuo, egoista ed egocentrico, è afflitto dalla solitudine non potendo più contare su concetti ben definiti di tempo e spazi sociali.

La democrazia liquida diventerà negli anni la proposta organizzativa di maggior successo dei movimenti che si richiamano alla centralità della rete e in particolare del movimento dei Pirati.

L’Italia, anche in questo caso, si conferma un’isola politica di diversità, poiché nel nostro paese il Partito Pirata, espressione dell’Internazionale dei Pirati, non ha mai raggiunto livelli significativi di consenso partecipando alle competizioni elettorali, tutt’al più con singoli candidati nelle liste unitarie della sinistra radicale.

Il maggiore motivo di tale insuccesso è dovuto al sostegno raccolto dal Movimento 5 Stelle che, nonostante specifiche peculiarità che affondano le radici nella recente storia politica italiana, ha fatto del mito della rete, della trasparenza, della lotta ai vecchi partiti le principali bandiere della propria azione politica.

Questi movimenti, nelle loro differenti specificità si presentano, seguendo la classica schematizzazione della scienza politica, come movimenti antisistema, portatori di un marcato antiparlamentarismo, in forte polemica contro la partitocrazia, cui contrappongono, genericamente, le virtù e la genuinità del popolo.

I movimenti che propugnano il mito della rete rifiutano le etichette di destra e sinistra, ciò nonostante è possibile scorgere l’inconcludenza di una simile mancata definizione. Come insegna l’esperienza storica, le scelte politiche, tanto più per partiti che si prefiggono l’obiettivo del governo della società, non sono mai neutre ma si dispongono all’interno di uno spazio programmatico dove i valori, i principi, le identità politiche, si collocano nel continuum destra-sinistra, conservatori-progressisti. Dunque, si può arbitrariamente decidere di non utilizzare le classiche schematizzazioni politiche, tuttavia il contenuto della classificazione non cambia, né sarà possibile non considerarla in futuro. Bisogna aggiungere che i movimenti della democrazia elettronica confondono spesso l’agorà virtuale, la democrazia elettronica con la democrazia reale e diretta.

La democrazia diretta presuppone la quasi totale assenza d’intermediari tra cittadino e Istituzioni e, dunque, la partecipazione di tutti i cittadini alle decisioni pubbliche.

Questo è possibile, in linea generale, attraverso gli strumenti del bilancio partecipativo, gli strumenti del referendum propositivo, del referendum confermativo, l’istituzione di consulte, comitati di quartiere e assemblee civiche.

In altri termini, uno spazio cittadino che sperimenti nuovi terreni di partecipazione e progettualità, attraverso l’interazione tra più figure: dal privato sociale alle comunità migranti, fino agli enti locali, in grado di fornire risposte adeguate ai differenti bisogni.

Vale la pena ricordare che questi strumenti di democrazia diretta sono già stati sperimentati, nel contesto latinoamericano, non dalle forze antisistema ma dai partiti della sinistra socialista e popolare. Si pensi all’esperienza dell’Amministrazione popolare di Porto Alegre, a partire dal 1988, guidato dal Partido dos Trabalhadores (PT).

La democrazia elettronica è cosa diversa dalla democrazia partecipativa; l’e-democracy cela il rischio della sostanziale subalternità del cittadino, il quale vive l’illusione della partecipazione, senza percepire il subdolo potere decisorio di elitès autoreferenziali, come Blog, piattaforme online, tutti strumenti privi dei necessari contropoteri di cui la democrazia deve, invece, sostanziarsi.

La presunta alternativa alla democrazia dei partiti rischia di trasformarsi in una disordinata assemblea telematica, dove le issues risultano completamente disarticolate e il cittadino è atomizzato davanti ad uno schermo.

La crisi dei partiti di massa e delle organizzazioni intermedie mostra come le difficoltà dei tradizionali strumenti di mediazione non stiano avviando una rivoluzione dal basso, un’immaginaria democrazia diretta, ma al contrario plasmino una società chiusa e guidata dal populismo.

All’opposto, è auspicabile che si apra una nuova stagione di partecipazione, con partiti rinnovati, pregni di cultura politica, nella quale sia coinvolta la cittadinanza attiva per riaprire dei virtuosi canali di dialogo nella sfera pubblica.

In questo modo, sarà possibile sottrarsi a scorciatoie organizzative che, nei fatti, assegnano ad un establishment autoreferenziale e lontano dai bisogni della collettività, le aspettative dei cittadini, che verranno certamente disattese.

Paolo D’Aleo

• Per un’analisi più esaustiva dei partiti e dei movimenti che s’inspirano alla democrazia elettronica, si legga: P. D’Aleo, Il problematico rapporto tra cyberspazio e democrazia rappresentativa. I movimenti politici dell’e-democracy, in Politica e Società, Il Mulino, Bologna, n. 1/2018, pp. 45-60.  

Tutto il potere ai cutu

Tutto il potere ai cutu

Nel 1832, Don Giuseppe Benedetto Cottolengo, con Don Giovanni Bosco e altri definito un dei “santi sociali torinesi”, fondò nel capoluogo subalpino La Casa della Divina Provvidenza” una meritoria istituzione destinata a dare riparo, ricovero e assistenza a pazienti rifiutati dagli ospedali, perché affetti da gravi patologie croniche fisiche e mentali.

Nel corso degli anni La Casa divenne una delle istituzioni sanitarie più importanti della città e altre sedi furono aperte in altri siti.

Divenne il luogo di ricovero per disabili fisici e psichici, al punto che i torinesi principiarono a definire il nosocomio semplicemente Il Cottolengo, identificandolo come il luogo destinato ad ospitare i malati di mente.

Addirittura, ancora oggi, nel (brutto) vernacolo torinese con il termine “cutu”, una contrazione dialettale di Cottolengo, vengono apostrofate, non sempre bonariamente, le persone considerate poco intelligenti o dotate di scarsa vivacità intellettuale, in altre parole gli idioti e i cretini.

Questa la premessa. Ora veniamo al tema.

Negli ultimi giorni, attenuatosi, almeno apparentemente, il protagonismo di Salvini sul tema migranti, che ha occupato la scena mediatica per settimane, sono usciti allo scoperto altri membri del Governo, tutti (salvo uno) esponenti del M5S che hanno fatto a gara nell’esibizione di stravaganti proponimenti che rischiano di gettare l’Italia davvero in un mare di guai.

Perché se Salvini sta cavalcando, certo con robusto cinismo e preoccupante brutalità, un tema che tuttavia costituisce da anni un problema reale per Italia ed Europa, Di Maio e C. si stanno impegnando in una dissennata quanto scientifica opera di demolizione di tutto ciò che è legato all’innovazione ed alla crescita economica e sociale dell’Italia.

I nomi? Eccoli: Giggino Di Maio in primis che da settimane si sta maldestramente occupando, facendo danni, di tutti i temi che riguardano il mega ministero che ha preteso, dal cosiddetto decreto dignità alla questione ILVA (si potrebbe continuare, magari citando lo scontro con Boeri),e poi la terza carica dello stato Roberto Fico che come primo atto del suo mandato se l’ è presa con persone anziane colpevoli solo di essere stati parlamentari, e poi la Ministra Grillo che intende abolire l’obbligatorietà dei vaccini, mettendo a rischio la salute dei bambini e poi il Ministro Toninelli che, oltre a chiudere i porti ai migranti, dimostra evidentemente di essere un nemico giurato di qualsiasi crescita infrastrutturale, e poi il Guardasigilli Bonafede che ripristina le intercettazioni a strascico facendosi beffe dello stato di diritto, e poi il Ministro della famiglia Fontana (Leghista) impegnato nella sua crociata oscurantista contro mondo LGBT e poi la Ministra Lezzi che pretende di fermare il TAP infischiandosene dei trattati già stipulati e delle pesanti penali che graverebbero sulle spalle dei cittadini e infine il Carneade Conte, si, proprio lui il Similpremier, che rompe l’abituale assordante silenzio, per annunciare, dietro la pressione del suo dante causa Giggino, che il TAV non si fa più (!!!) salvo essere smentito (molto sommessamente) da Salvini, il cui q.i. gli consente almeno di comprendere quali sarebbero le ricadute economiche e sociali che produrrebbe una simile scelleratezza. Si potrebbe continuare citando i parlamentari grillini che non perdono occasione di occupare talk show e Tg per sostenere ed esaltare il lavoro dei colleghi impegnati al Governo.

La domanda è: cos’altro devono seguitare a proporre e fare simili personaggi perché l’opinione pubblica comprenda che l’Italia dal 4 marzo scorso è entrata in una spirale autodistruttiva ed è seduta sull’orlo di un vulcano?

Che si dia seguito all’idea di Davide Casaleggio, il padrone del M5s, che ritiene il Parlamento inutile?

Intanto, con le prossime nomine che il Governo dovrà fare e con le ricadute, basti pensare alla Rai, che avranno sul sistema dell’informazione pubblica, sarebbe auspicabile che anche gli italiani che li hanno votati inizino a riflettere sul fatto che tutto il potere è finito in mano ai cutu.

Emanuele Pecheux

NELLA RETE

casaleggio 2Un futuro “futuristico”, ma con aspetti che purtroppo ricordano un losco passato. Davide Casaleggio, il figlio del fondatore del Movimento 5 stelle, espone la sua idea di democrazia diretta in un’intervista a “La Verità”.
“Oggi grazie alla Rete e alle tecnologie, esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile”
Per l’attuale presidente della Casaleggio Associati però “il Parlamento ci sarebbe e ci sarebbe con il suo primitivo e più alto compito: garantire che il volere dei cittadini venga tradotto in atti concreti e coerenti. Tra qualche lustro è possibile che non sarà più necessario nemmeno in questa forma”.
Casaleggio ha parlato dei grandi cambiamenti sociali, della democrazia diretta e partecipativa: “I grandi cambiamenti sociali possono avvenire solo coinvolgendo tutti attraverso la partecipazione in prima persona e non per delega”. Ha sottolineato che “non servono baroni dell’intellighenzia che ci dicono cosa fare, ma persone competenti nei vari ambiti che ci chiediamo verso quali obiettivi vogliamo andare e che propongono un percorso per raggiungerli”.

“Io non mi stupisco – afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini – quando Casaleggio immagina la chiusura del Parlamento. Non è una novità. I grillini la democrazia rappresentativa l’hanno sbeffeggiata non appena entrati in Parlamento. Andate a rileggere i loro interventi e quelli della pattuglia fascista eletta nel 1921: nessuna differenza. Prima o poi proporranno di chiudere anche i consigli comunali. Il punto è cosa fa la sinistra per combattere questa aberrazione. Noi ci siamo, e gli altri?”.

A parlare di attacco organizzato alle istituzioni è il responsabile giustizia del Psi Enrico Buemi. “Davide Casaleggio nella sua intervista di stamane – afferma l’esponente socialista – ha sicuramente un merito e cioè quello di annunciare uno scenario che loro, M5s, piattaforma Rousseau, Casaleggio associati e altro, stanno perseguendo”. “È evidente che l’attacco organizzato con metodo alle istituzioni pubbliche in generale e in particolare a quelle democratiche ha una sola finalità, cioè sostituirle con un potere fortemente accentrato nelle mani di pochi, in particolare di coloro che detengono e sviluppano intelligenza artificiale e hanno a disposizione ingentissimi capitali”, ha continuato Buemi. “L’illusione di avere uno Stato più democratico e più attento alle esigenze dei cittadini verrà quanto prima smentita ma probabilmente sarà troppo tardi perché saranno state introdotte nell’organizzazione pubblica e nelle abitudini dei singoli privati strumenti di manipolazione di massa già in atto che sempre di più aumenteranno la loro efficacia”, ha continuato Buemi. “Tutto questo è ineluttabile? Dipende dalla capacità delle organizzazioni democratiche di mettere in campo rapidamente una controffensiva che spazzi via questa visione delirante e autoritaria di una società solo apparentemente più democratica perché libera dalle interpretazioni e dalle mediazioni della politica. L’alternativa alla democrazia non sarà l’organizzazione proposta da Casaleggio – ha concluso Buemi – ma la guerra civile non solo delle parole ma anche delle armi”.
Le affermazioni del figlio di Gianroberto hanno lasciato sgomenta gran parte della politica, dal Pd a Forza Italia.
“Secondo Casaleggio la democrazia rappresentativa è ormai superata e il Parlamento sarà presto inutile, questione di qualche anno. Prima capiamo tutti che tra l’autoritarismo del M5s e quello della Lega non c’è alcuna differenza, meglio sarà per la sinistra italiana”, scrive su Twitter il presidente del Partito democratico, Matteo Orfini.
“I grillini puntano a una finta democrazia del web dove i like sostituiscono la competenza, tutti sono più controllabili e la Casaleggio Associati guadagna su ogni click”, attacca il deputato forzista Luca Squeri. “E magari mentre gli italiani stanno a casa a studiare leggi e trattati internazionali su cui esprimere la propria opinione, a mantenerli ci penserà il reddito di cittadinanza”, continua sarcastico.
Ma l’intervento del giovane Casaleggio non ha toccato solo il tema della rappresentanza politica. Per quel che riguarda i parametri sul debito e sul deficit presidente della Casaleggio Associati giudica “anacronistico” il tetto del 3%. “L’Italia – conclude- ha resistito alla crisi grazie a una straordinaria solidità. Ora ha bisogno di supporto per rilanciare l’economia interna. In questo senso serve flessibilità”. Ma se sul piano della partecipazione Casaleggio va a percorrere una strada già battuta dai populisti, sul tema del lavoro si riconferma imprenditore e si mette di traverso ai lavoratori.
Per il giovane milionario “in Italia esistono tutele dei lavoratori fra le più alte in Europa. Un adeguamento su questo fronte sarà necessario, ma in relazione alle nuove modalità di lavoro che si stanno imponendo come conseguenza del cambiamento in atto, non certo per via dell’immigrazione”.
Luigi Di Maio non prende le distanze, anzi: “Di solito i Casaleggio ci prendono sempre quando parlano di futuro”. E tuttavia precisa: “I cittadini già ci dicono che il Parlamento è inutile. Sta a noi, con atti concreti, dimostrare il contrario”.

Rai e Cdp. Voglia di Lottizzazione e scontro Lega-M5S

rai 8Il ministro della Salute Giulia Grillo ha assicurato che da ora in avanti, nel suo dicastero le nomine dei manager avverranno «solo per merito» e saranno fatte attraverso «selezioni pubbliche». «A cominciare» dal prossimo direttore generale dell’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco. Se la promessa fosse realizzata, rappresenterebbe un’autentica rivoluzione. Comprensibile, quindi, l’enfasi con cui l’esponente Cinquestelle ha accompagnato il suo annuncio su Facebook.

Bene. Ma le altre nomine? Come verranno assegnate le 350 e passa poltrone che il governo gialloverde dovrà occupare da qui alla fine dell’anno? Per il momento sono al centro di trattative avvolte dal più stretto riserbo. Dalle poche indiscrezioni disponibili, sembra di capire però che Salvini e Di Maio, i due azionisti del governo Conte, hanno ingaggiato un duro scontro. La conferma verrebbe dai numerosi consigli di amministrazione scaduti e non ancora rinnovati. Con buona pace della trasparenza invocata e ostentata dal ministro della Salute.

In cima alla lista, c’è la Rai, la madre di tutte le lottizzazioni (Sfogliaroma 4 luglio 2018). Il consiglio di amministrazione dell’azienda radio-televisiva è scaduto il 30 giugno, ma dietro le quinte Lega e Cinquestelle hanno ingaggiato un vero e proprio braccio di ferro sui candidati alla sostituzione del direttore generale, Mario Orfeo, e del presidente, Monica Maggioni.

Stesso discorso per la Cassa Depositi e Prestiti. Anche qui il governo ha preso tempo, rinviando al 18 luglio la nomina del nuovo Consiglio di amministrazione. Quindi, al momento, non è dato sapere chi andrà alla guida della Cassa che, grazie ai risparmi postali degli italiani, dispone di un patrimonio di 410 miliardi di euro. Per il M5S, la Cdp dovrebbe diventare una sorta di Banca per gli investimenti, finanziando aziende di interesse pubblico e strategico nazionale: prima fra tutte l’Alitalia. Per il ruolo di amministratore delegato sono in corsa Marcello Sala, ex vicepresidente del cdg di Intesa San Paolo (caldeggiato dalla Lega) e Fabrizio Palermo, manager interno (attuale direttore finanziario) vicino a Cinquestelle. Il Tesoro invece punterebbe su Dario Scannapieco, ex vicepresidente della Bei, la Banca europea degli investimenti.

Ancora più complicata la situazione delle Ferrovie dello Stato. Lega e Cinquestelle non hanno mai digerito il blitz di Capodanno quando il governo Gentiloni, in carica per gli affari correnti, confermò per altri tre anni l’amministratore delegato Mazzoncini. Poi c’è il Gse, ossia il Gestore dei servizi energetici, che amministra 16 miliardi l’anno di incentivi alle rinnovabili. Scontro anche su questo fronte. L’avvio dell’era “post-Sperandini”, nonostante le promesse elettorali sulla trasparenza degli incentivi è ancora avvolto nella nebbia. Il 12 luglio l’assemblea dei soci Gse avrebbe dovuto fare i nomi del nuovo vertice. È finita con un nulla di fatto. L’assemblea si è infatti chiusa subito ed è stata aggiornata al 26 luglio.

Intanto, come ha rivelato il 12 luglio il quotidiano La Stampa, al meeting romano di Google sull’intelligenza artificiale, dove parlava Davide Casaleggio ed era vietato scattare foto e “divulgare notizie”, c’era una bella pattuglia di gran commis, a suo tempo “lottizzati” dal centrosinistra. Tra gli altri spiccavano Caio (ex Poste), Catania (ex Atm), Bassanini (ex Cdp), e Monica Maggioni (presidente Rai), che – come ha sottolineato maliziosamente uno dei presenti – se ne stava seduta vicino a Bernabè.

Felice Saulino
SfogliaRoma

Raggi. Secca bocciatura dal mini test elettorale

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L’effetto Raggi è arrivato. È una sconfitta pesante per la sindaca di Roma. Ha perso le elezioni nel III municipio (Nomentano) e nell’VIII (Garbatella), una popolazione complessiva di quasi 300 mila persone. I due candidati del M5S alla presidenza del municipio della Garbatella e del Nomentano sono andati addirittura fuori pista: non ci saranno nemmeno nel ballottaggio del 24 giugno.

Enrico Lupardini e Roberta Capaccioni domenica 10 giugno hanno raccolto appena il 13% e il 20% dei voti. Le opposizioni sono in rimonta. Alla Garbatella è diventato presidente al primo turno col 54% dei voti Amedeo Ciaccheri, centro-sinistra. Al Nomentano, invece, la sfida al secondo turno del 24 giugno sarà tra Giovanni Caudo, centro-sinistra, 41,52% dei voti, e Francesco Maria Bova, centro-destra, 34%.

I fasti di due anni fa sono solo un ricordo. Il 19 giugno 2016 andò alle urne il 50% dei romani e Virginia Raggi, candidata del M5S, espugnò il Campidoglio in modo trionfale: ben 770.564 voti, il 67,15% dei consensi. Roberto Giachetti, Pd, alfiere del centro-sinistra, si fermò appena al 32,85%, 376.935 voti. Così la Raggi divenne sindaca di Roma, sottraendo ai democratici la capitale d’Italia.

Adesso arriva una brutta doccia fredda, la prima in assoluto. I romani dei due municipi hanno protestato contro Virginia Raggi in due modi: o disertando le urne (non si è recato ai seggi oltre il 70% degli elettori) o votando per le opposizioni di centro-sinistra e di centro-destra.

Il mini test elettorale è una secca bocciatura per la sindaca, è affondato il M5S in due vaste aree della metropoli. La prima cittadina della capitale, a due anni della sua elezione, ha deluso le attese di rinnovamento. Non solo non è stato varato nessun grande progetto per fermare il degrado e rilanciare la città eterna, ma perfino i servizi pubblici essenziali sono a pezzi: gli autobus passano con forti ritardi e alcune volte vanno addirittura a fuoco, i rifiuti traboccano dai cassonetti puzzolenti, ogni tanto cade un albero nelle strade causando danni e feriti, le vie sono impercorribili dalle auto per le pericolose buche e diventano piscine quando piove, per la scarsa manutenzione dei tombini delle fogne.

La sindaca di Roma ha riconosciuto la sconfitta e tenta di correre ai ripari. Su Twitter ha annunciato: «I cittadini vanno sempre ascoltati. Seguiremo le loro indicazioni: ci impegneremo di più su decoro, lavori pubblici e trasporti». Effetto Raggi: rischiano il posto diversi assessori chiave della giunta capitolina grillina.

Virginia Raggi bussa anche alla porta di Palazzo Chigi. Dopo aver battuto cassa con il governo Gentiloni, è tornata alla carica con il nuovo esecutivo M5S-Lega presieduto da Giuseppe Conte. Punta ad ottenere più poteri e due miliardi di euro: «Se io ho bisogno di soldi per l’Atac, voglio parlare direttamente con lo Stato, non voglio passare dalla regione che me li dà se e quanti ne vuole».

Certo domenica 10 giugno non è stata una brutta giornata solo per la Raggi. Nello stesso giorno hanno votato quasi 7 milioni di italiani per rinnovare i sindaci di 761 comuni, l’affluenza è calata al 61% dal 67% di cinque anni fa, e i cinquestelle di Luigi Di Maio sono andati male. Una analisi dell’Istituto Carlo Cattaneo ha indicato una flessione rilevante: nei comuni capoluogo sono scesi dal 32,7% delle politiche del 4 marzo al 12,1% delle amministrative del 10 giugno mentre il centro-destra a trazione leghista è salito al 38% dal 33,4% di tre mesi fa. Il Pd è, invece, in lieve recupero rispetto alla disfatta delle politiche. Il nuovo governo giallo-verde sembra portare buoni frutti solo alla Lega di Matteo Salvini, mentre gli elettori pentastellati in parte si sono astenuti o hanno votato per altri.

Di Maio, Grillo e Davide Casaleggio (il M5S ha perso sonoramente anche ad Ivrea, la città cara al figlio di Gianroberto) dovranno riflettere sull’intesa con Salvini e come procedere nel programma del “governo del cambiamento” per non deludere i propri elettori ed evitare altre brutte sorprese. L’egemonia di Salvini sull’esecutivo populista si sta affermando e le elezioni europee della prossima primavera sono dietro l’angolo.

Leo Sansone
(Sfogliaroma)

Centrodestra. Salvini detta la linea all’Alleanza

salvini 6Il giorno dopo la ‘bufera’ che ha investito il mancato governo giallo-verde, Matteo Salvini si scopre più forte di prima e diventa a tutti gli effetti il vero condottiero dell’Alleanza di Centrodestra. Il Leader del Carroccio rispolvera l’unione con Forza Italia e Fratelli d’Italia e dopo l’incarico all’economista Carlo Cottarelli, lancia un monito chiaro ai suoi alleati: “Se Berlusconi vota il governo Cottarelli addio alleanza: la nota di ieri era la stessa di Renzi, del Pd”. Dice Salvini riferendosi alla nota diffusa da Forza Italia in cui si leggeva: “Prendiamo atto con rispetto delle decisioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e osserviamo con preoccupazione l’evolversi della situazione politica. Come sottolineato dal Presidente Mattarella in un momento come questo il primo dovere di tutti difendere il risparmio degli italiani, salvaguardando le famiglie e le imprese del nostro Paese. Il movimento Cinquestelle che parla di impeachment è come sempre irresponsabile. Forza Italia attende le determinazioni del Capo dello Stato, ma ove necessario sarà pronta al voto”. “Berlusconi ha difeso Mattarella? – ha detto poi Salvini al suo arrivo alla Camera – Ha sbagliato. Chiedete agli italiani se vogliono un governo per i loro problemi o altro. Io oggi sono inca….to nero, quindi ora voglio essere arrabbiato poi a mente fredda ragioniamo su tutto il resto. L’arbitro non ha fatto l’arbitro”. Tuttavia la risposta di Forza Italia è stata quella di fiancheggiare l’invito di Salvini. “È inevitabile e urgente ridare la parola agli elettori. È evidente quindi che non voteremo un eventuale governo Cottarelli. Deve riprendere ora il cammino della coalizione di centrodestra. Noi siamo pronti”, ha scritto su Facebook Anna Maria Bernini, capogruppo FI al Senato.
Da parte di Giorgia Meloni invece c’è sempre stata ‘fedeltà’ al Carroccio e all’Unione di Centrodestra. “Se mi fido di Salvini? Mi fido solo di me stessa, non siamo fidanzati”. Così Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, a margine di un’iniziativa elettorale a Massa, commenta lo stato del centrodestra: “La vita o la morte della coalizione – dice – passa dal voto a Cottarelli”, che “viene dal Fondo Monetario Internazionale” e che per questo “può essere un nuovo Monti”. E anticipando Salvini ha replicato secca “Manco morti” ai cronisti che le chiedono se il nuovo nome avrà la fiducia di Fratelli d’Italia, nella convinzione che però serva avere “una posizione comune di tutto il centrodestra. Se si vuole che il centrodestra sopravviva mi aspetto che tutti votino contro, perché è uno schiaffo in faccia agli italiani”. Le modalità con cui si è arrivati alla scelta di Cottarelli non piacciono a Fdi. “Stiamo valutando, ma il punto che adesso a me interessa sottolineare è che, se le cose sono andate come ci hanno riferito, ci sono tutti i presupposti costituzionali per attivare l’art.90 della Costituzione. Nessuno minaccia nessuno. Secondo svariati costituzionalisti di livello, il Presidente Mattarella ha fatto una cosa che non poteva fare”.
Su questo punto però Salvini prende le distanze. Il Leader leghista sulla messa in stato d’accusa per Sergio Mattarella chiesta sia dal M5S sia da Fdi, dice: “Io le cose le faccio se ho elementi concreti: al momento non li ho, devo vedere, devo studiare”. Anche se il leader della Lega non ha risparmiato altri attacchi al presidente della Repubblica: “Non ha dato l’incarico al centrodestra perché non aveva i voti e ora arriva il signor Cottarelli senza i voti? Mi sembra una forzatura”. Con il M5S, comunque, Salvini vorrebbe portare in Parlamento “una legge elettorale grazie alla quale chi prende un voto in più va al governo. Vediamo se anche il Parlamento è a sovranità limitata o no”.
Tuttavia proprio dai pentastellati arriva la cocente delusione nei confronti Salvini: “Ci ha usati per tornare al voto”, è quanto afferma sia il Capo politico Luigi Di Maio che Davide Casaleggio.

Borrelli e Colomban pentiti rompono col M5S

di maioL’oleato monolitismo del M5S si è ingrippato. L’escalation degli ultimi giorni è tumultuosa: i massoni nelle liste elettorali a dispetto delle regole, la mancata autoriduzione degli stipendi di una decina di parlamentari con espulsioni e sanzioni, le proteste dei candidati esclusi dalle elezioni politiche del 4 marzo; poi il clamoroso “pentimento” di David Borrelli e di Massimo Colomban, due uomini chiave dei passati trionfi pentastellati.

Se ne sono dette di tutti i colori. Quasi in perfetta sincronia Borrelli e Colomban, imprenditori autodidatti, hanno rotto con il Movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Il primo ha smentito su Facebook il 14 febbraio il suo addio per “motivi di salute” annunciato da una nota stampa dell’eurogruppo del M5S: «Non ho problemi di salute e non ne ho mai accennato». L’eurodeputato, che a Bruxelles ora aderirà al Gruppo misto, ha comunicato un progetto piuttosto minaccioso per il M5S: fonderà «un movimento, che nascerà a breve, e che si occuperà proprio di imprenditori e di risparmiatori».

Nessuna motivazione sulle ragioni del divorzio dopo 13 anni di militanza e sul perché intende costruire un nuovo partito. La perdita è grave. L’ex co-capogruppo cinquestelle al Parlamento europeo, esperto d’informatica, aveva diversi incarichi delicati: in particolare era un uomo chiave nella gestione della piattaforma Rousseau, lo strumento digitale caro a Davide Casaleggio per la diffusione capillare del Movimento.

Colomban, invece, non parla di dare vita a un nuovo partito, ha rotto i ponti con i cinquestelle ed incolpa Grillo. Il 15 febbraio, in una intervista al ‘Corriere della Sera’, ha accusato il carismatico comico genovese: «Vuole ridurre l’Italia come il Venezuela». Il parallelo è pesante: il paese sudamericano, un tempo lontano ricco e democratico, da anni è sprofondato nella povertà e nel caos, in particolare dopo il regime in stile di comunismo castrista di Hugo Chàvez. L’imprenditore veneto con alle spalle grandi successi internazionali va giù duro con Grillo: «Adatta il socialismo reale al terzo millennio», pensa che lo sviluppo «sia un pericolo».

È il secondo e definitivo strappo di Colomban: due anni fa era stato chiamato ad aiutare la sindaca Virginia Raggi «con l’intesa che poi avrei scritto il programma di riforme per l’Italia». Ma tutto finì male. Nel settembre 2016 era diventato assessore alle Partecipate della giunta grillina di Roma con il compito di risanare le disastrate aziende capitoline; ma appena un anno dopo, nell’ottobre 2017, si era dimesso polemizzando con Virginia Raggi.

Borrelli e Colomban hanno molti punti di contatto, sono quasi gemelli: tutti e due veneti, entrambi imprenditori di prima generazione di estrazione popolare, ugualmente affascinati dalla Lega Nord di Umberto Bossi, due uomini determinanti per l’affermazione del M5S tra gli imprenditori. Sia il primo sia il secondo, in grande sintonia e confidenza con Gianroberto Casaleggio, sono stati gli artefici del successo dei grillini tra i piccoli e medi imprenditori del Nord est. In particolare hanno costruito lo “sfondamento” dei pentastellati tra gli imprenditori della Confapri, l’associazione dei piccoli e medi imprenditori veneti fondata da Colomban e Arturo Artom nel 2012.

Poi qualcosa si è spezzato sia con Davide Casaleggio, il figlio di Gianroberto, sia con Beppe Grillo. Davide è subentrato al padre sia alla guida dell’azienda informatica di famiglia sia sul ponte di comando del M5S assieme a Grillo. Sia Casaleggio sia Grillo non parlano delle due importanti rotture, ma dall’interno del vertice del M5S emerge una motivazione poco aulica sull’abbandono di Borrelli: l’imprenditore informatico avrebbe voluto una deroga al tetto dei due mandati da deputato europeo ma l’obiettivo di ottenere una terza candidatura sarebbe fallito.

I malumori e i contrasti tra i cinquestelle sono sempre più forti, rischiano di diventare esplosivi. Solo dopo il 4 marzo, giorno del voto politico, si saprà come andrà a finire. Un dato è sicuro: l’uscita del tandem Borrelli-Colomban, due uomini chiave nella macchina dei cinquestelle, è una frattura difficilmente sanabile che potrebbe anche portare a un M5S bis di sapore imprenditorial-leghista.

Negli anni passati i cinquestelle sono stati capaci di superare momenti difficili come il divorzio con lo stimato sindaco di Parma Federico Pizzarotti e come l’esodo di oltre 30 parlamentari nella legislatura appena terminata. Però finora è stata evitata la disgregazione. Anzi, nonostante tutto il M5S regge bene a tutte le difficoltà: venerdì 16 febbraio, ultimo giorno dei sondaggi elettorali pubblici prima delle elezioni, il M5S era virtualmente sempre il primo partito italiano, viaggiava attorno al 28% dei voti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Grillo si defila e il M5S “vola” nei sondaggi

grillo romaOrmai si è aperto un abisso nei consensi tra il M5S e il Pd. Beppe Grillo il 23 gennaio ha separato il suo potentissimo blog su internet da quello dei cinquestelle gestito da Davide Casaleggio (ilblogdellestelle.it), ma il M5S diretto da Luigi Di Maio vola come un razzo nei sondaggi elettorali.
Dal testa a testa di qualche settimana fa si è passati ad un divario difficilmente colmabile tra i pentastellati targati di Maio (e sostenuto da Casaleggio junior) e i democratici di Matteo Renzi. Nel sondaggio dell’Ipsos di Nando Pagnoncelli, pubblicato dal Corriere della Sera, adesso i cinquestelle fondati da Grillo e da Gianroberto Casaleggio sarebbero addirittura al 29,3% dei voti contro il Pd precipitato al 22,7%, dal 30% di un anno fa e dal 40,8% delle elezioni europee del 2014. Gli alleati minori di Renzi (Psi, Verdi, prodiani, radicali di Emma Bonino, centristi di Beatrice Lorenzin) otterrebbero il 4%, così il centro-sinistra arriverebbe quasi al 27% mentre il centro-destra guidato da Silvio Berlusconi totalizzerebbe circa il 37%. Certo il Pd ha subito la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza (la sinistra affidata a Pietro Grasso incasserebbe il 6%), ma questa importante rottura non basta a spiegare il cedimento di Renzi e la grande ascesa dei pentastellati.

La metamorfosi del M5S da opposizione anti-sistema a forza di governo, proposta da Di Maio, sembra pagare: non fa perdere ma fa aumentare i consensi. Il giovane candidato premier pentastellato Di Maio ha impostato tutta la sua campagna elettorale sulla conquista di Palazzo Chigi da sottrarre al Pd: i cinquestelle faranno un governo «con chi ci sta, in nome della stabilità, perché il M5S, se non avrà il 40%, non resterà nell’angolo».

Grillo da tempo si sta progressivamente sganciando. Prima ha levato il suo nome dal simbolo del M5S, poi ha passato le insegne del comando a Di Maio eletto “capo” e candidato presidente del Consiglio, quindi ha deciso di assumere la titolarità del suo blog intestandolo alla sua società a responsabilità limitata: la “Beppe Grillo srls”.

È tornato a vestire i panni del suo mestiere di comico a tempo pieno. Alcuni giorni fa si è esibito in uno spettacolo in un teatro di Mestre. Si è un po’ sfogato: «Ho bisogno di riposare». Nel teatro, al contrario del passato, non c’era alcun simbolo del M5S, la sua creatura politica. È sembrato fare un accenno ironico ai dei contrasti con Di Maio e Casaleggio: «Se digerivo non succedeva un c…».

Qualcosa in più Grillo lo ha detto, in un modo tra l’ispirato e il poetico, il 23 gennaio quando il suo blog ha divorziato da quello dei cinquestelle: «Inizia adesso un’avventura straordinaria di liberazione, di mente, di fantasia, di utopie, di sogni, di visioni». Andrà «in cerca di folli», di idee perché «voglio avere qualcosa che mi spinga sempre in avanti».

Tra il fondatore del M5S, da una parte, e Di Maio-Casaleggio, dall’altra, sembra che le strade si siano divise. Il comico genovese ha detto no alla linea delle alleanze politiche sostenuta dal candidato premier: «Parlare di alleanze è come dire che un panda possa mangiare carne cruda». Di Maio ha immediatamente smussato, precisando di non proporre alleanze ma «convergenze» sul programma di governo dei cinquestelle. Comunque sia l’uno sia l’altro hanno smentito ogni contrasto. Il candidato premier l’ha fatto immediatamente dopo la separazione del blog: «Il M5S lo ha iniziato lui ma ora va avanti sulle sue gambe e sempre più forte questo senza parricidio e senza rinnegare il passato».

Un fatto è certo: il garante del M5S è scomparso dalla campagna elettorale mentre ne fu il motore scoppiettante e vincente nel voto per le politiche del 2013 (25,55% dei consensi) e nelle europee del 2014 (21,1%). L’assenza politica si è accompagnata alla volontà di nuovi progetti industriali, editoriali, economici facendo leva sul suo blog reso autonomo. L’oggetto sociale della “Beppe Grillo srls” prevede molteplici iniziative:1) lo “sviluppo di piattaforme online, blog, web”; 2) la “vendita e intermediazione di spazi pubblicitari online e offline”; 3) “l’ideazione e la gestione di attività editoriali”.

Progetti impegnativi, ambiziosi, difficili da realizzare. Ma a Grillo già è riuscito un miracolo: creare dal nulla un movimento di protesta populista divenuto nei sondaggi elettorali di gran lunga il primo partito italiano. Il 4 marzo ci saranno le elezioni politiche e si vedrà come andranno. Poi, secondo i risultati, tutto sarà possibile.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Di Maio ondeggia un po’ qui e un po’ lì

di-maio-755x515Niente nuove tasse sulla casa, nessuna imposta patrimoniale ma le pensioni d’oro vanno colpite. Di Maio ondeggia. Escluso l’addio all’Unione europea perché il M5S non vuole violare ma “ricontrattare” le regole europee. Addio alla politica contro Bruxelles e gli eurotecnocrati. Tuttavia, se ci sarà il referendum, lui voterà per abbandonare l’euro. Di Maio ondeggia.
Stabilità, stabilità, stabilità. E ancora. Basta con l’opposizione totale e antisistema. Anzi, dopo le elezioni politiche, probabilmente a marzo, «saremo la prima forza politica del Paese e chiederemo l’incarico di governo». Non solo. Se i cinquestelle non avranno la maggioranza in Parlamento per governare da soli allora «governeremo con chi ci sta». Addirittura sarebbe pronto a formare un governo con la sinistra di Pietro Grasso e con il Pd, ma senza Matteo Renzi. Addio alla “purezza”, alla scelta intransigente di non stipulare alleanze con nessuno.
Stabilità, stabilità, stabilità. La rotta è decisa: «Daremo un governo a questo Paese, gli permetteremo la stabilità». Luigi di Maio dai primi giorni di settembre, quando andò al seminario di Cernobbio nel quale discutono ogni anno i grandi banchieri e i grandi imprenditori italiani ed internazionali, ha rotto molti tabù dei cinquestelle portati al trionfo elettorale da Beppe Grillo. Il M5S dei “vaffa…” alle elite nazionali ed europee fondato dal comico genovese sembrava aver cambiato pelle. Sembravano svanite le battaglie per il referendum contro l’euro e contro i sacrifici imposti ai lavoratori e ai pensionati dai partiti tradizionali, di destra e di sinistra, colpevoli di “golpe” e di “golpetti”.
Di Maio da tre mesi ha smesso i panni dei pentastellati populisti e anti sistema per indossare quelli riformisti e di governo. Da settembre, da quando è stato eletto dal M5S candidato presidente del consiglio al voto politico e capo del Movimento, ha cercato di non mettere più paura, di essere rassicurante, di intercettare anche gli elettori più moderati del ceto medio rilanciando il motto della “stabilità”. Anzi, di più. Si è intestato la titolarità di quella parola magica tradita, a suo dire, dai partiti tradizionali: «Il M5S sarà garante della stabilità contro il caos». Il candidato premier cinquestelle si è impadronito del termine stabilità, la bussola sempre usata dai tradizionali partiti di governo per rassicurare gli elettori: dalla Dc nella Prima Repubblica al Pd nella Seconda Repubblica.
Ma poi qualcosa si deve essere rotto. Il vice presidente della Camera, è tornato ad usare anche i toni radicali e populisti del grillismo di un tempo. Prima è avvenuto sullo scivoloso tema pensioni: «Vogliamo tornare all’età pensionabile che c’era prima della legge Fornero». Come realizzare il miracolo? La risposta al giornalista del Gr Rai forse è stata un po’ avventata: attingendo le risorse in particolare «dalle pensioni d’oro che oggi ci costano 12 miliardi di euro». È scoppiato un putiferio. Matteo Renzi ne ha subito approfittato definendo “una follia” la proposta. Il segretario del Pd ha fatto i conti: risparmiare 12 miliardi significava colpire i pensionati fino a circa 2.300 euro al mese, pensioni non certo d’oro. Di Maio ha subito ridimensionato l’idea collocando le “pensioni d’oro” da colpire a 5 mila euro al mese e rinviando i tagli annunciati di 12 miliardi da effettuare non in un anno ma in più anni.
Poi la ventata populista è tornata a soffiare sulla Ue e, in particolare, sull’euro. Di Maio ha scandito a La7: se si dovesse arrivare al referendum sull’euro «è chiaro che io voterei per l’uscita».
Di Maio ondeggia, un po’ qui e un po’ lì. Forse il candidato premier cinquestelle era andato troppo avanti. Forse ha temuto, o il tandem Grillo-Casaleggio gli ha fatto temere, di adottare una campagna elettorale sbagliata, troppo governativa, troppo lontana dalla protesta viscerale coltivata da vasti strati della popolazione italiana, ceti popolari e borghesi, contro l’establishment. Forse temendo di perdere i voti dei cittadini più “arrabbiati”, di opposizione radicale, ha un po’ rettificato l’impostazione revisionista degli ultimi mesi. La strategia governativa però resta.
Un po’ qui e un po’ lì. Un fatto è sicuro: il motto “stabilità” è stato in parte offuscato e in particolare ha ripreso a picchiare duro sul fronte previdenziale ed europeo (dove si possono mietere molti voti). Un secondo fatto è altrettanto sicuro: Beppe Grillo e Davide Casaleggio, i due grandi piloti del M5S, da qualche tempo tacciono, non si fanno sentire. Un terzo fatto è sicuro e incontrovertibile: Di Maio ondeggia un po’ qui e un po’ lì, è un po’ governativo e un po’ anti sistema.

Rodolfo Ruocco
Sfoglia Roma