La politica estera di Trump: minacce e poi abbracci

trump dazi“Farò scattare lo shutdown se i democratici non voteranno per la sicurezza del confine, che include il muro al confine col Messico”. Questa è una delle ultime minacce emerse da uno dei tanti tweet del presidente Donald Trump.

Minacciare e poi indietreggiare consiste di una strategia del 45esimo presidente. La usa non solo nelle questioni interne ma anche nei suoi rapporti con leader esteri. In tempi recenti lo ha fatto con il leader coreano Kim Jong-un. Dopo avere minacciato di distruggere la Corea del Nord, Trump ha cambiato strategia ed ha annunciato che si sarebbe incontrato con Kim Jong-un. Infatti, l’incontro è avvenuto a Singapore  lo scorso giugno e secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, la Corea del Nord ha accettato l’idea della denuclearizzazione della penisola. Seguirono incontri fra Mike Pompeo, segretario di Stato americano, e leader coreani alla conclusione dei quali i coreani hanno accusato gli americani di comportamenti da gangster. Pompeo ha minimizzato sostenendo che tutto sta procedendo bene. La consegna dei resti di 55 presunti soldati americani morti nella Guerra di Corea (1950-53) è stato un buon segnale che Trump ha particolarmente gradito, ringraziando Kim profusamente. Adesso però, il Washington Post ci informa che nuove immagini satellitari dei servizi di intelligence americana indicano che la Corea del Nord ha iniziato a costruire altri missili intercontinentali. In effetti, si è ritornati al punto di partenza anche se bisogna ammettere che la retorica bellicosa al momento sembra essere finita.

Trump però ha usato la stessa strategia di minacce e poi fatto passi indietro anche con gli alleati. In questo caso si è trattato di possibili guerre di dazi. Dopo avere dichiarato il NAFTA (Trattato nordamericano di libero scambio) sfavorevole agli Usa il 45esimo presidente ha minacciato di stracciarlo. Alla fine Trump ha imposto dazi sull’acciaio e alluminio costringendo Justin Trudeau, primo ministro canadese, a ricambiare con dazi di 12,6 miliardi su importazioni dagli Stati Uniti. Al G7 del mese di giugno il 45esimo presidente si è comportato in modo arrogante, lasciando l’incontro un giorno prima della fine. Poi  parecchi tweet dall’Air Force One sono venuti a galla attaccando personalmente Trudeau di essere “disonesto e debole” aggiungendo anche che aveva dato indicazioni di non “appoggiare il documento finale del G7”.

Al vertice Nato a Bruxelles il presidente americano ha continuato i suoi attacchi agli alleati, dichiarando che la Germania ha stabilito accordi sul gas e il petrolio con la Russia e paga “miliardi  e miliardi di dollari ogni anno a Mosca”  e che la Germania è “completamente controllata dalla Russia”. Pochi giorni dopo in un’intervista al giornale londinese The Sun, il 45esimo presidente ha criticato aspramente il primo ministro britannico Theresa May per il suo debole tentativo di mettere in pratica Brexit. Il giorno dopo però ha cambiato rotta dichiarando che la May è “una donna formidabile”. Questi attacchi agli alleati sono alla fine sfociati in un dietrofront di Trump concluso pochi giorni fa in un incontro con Jean-Claude Junker, il presidente della Commissione Europea,  nel quale i due leader sembrano avere sventato una guerra di dazi.

Trump ha usato una simile minaccia contro il presidente iraniano Hassan Rouhani il quale aveva iniziato la guerra verbale dicendo che una guerra con “l’Iran è la madre di tutte le guerre”. Il 45esimo presidente ha ribattuto in un tweet con caratteri maiuscoli avvertendolo gli iraniani di “Fare attenzione” e di “non minacciare mai più gli Stati Uniti o subirebbero conseguenze mai viste nella storia”. Dopo una settimana però Trump ha fatto marcia indietro, annunciando che sarebbe pronto ad incontrarsi con il presidente iraniano  in qualunque posto senza precondizioni.

Come aveva fatto con Kim Jong-un e gli alleati, Trump ha fatto marcia indietro, assumendo un tono conciliatorio, in effetti suggerendo che forse aveva sbagliato. Il presidente Rouhani però fino ad adesso non ha accettato l’invito, tenendo in mente l’esperienza della Corea del Nord. Bisogna ricordare però che Trump aveva già cercato di incontrare Rouhani lo scorso settembre quando il presidente iraniano ha fatto un discorso  alle Nazioni Unite. La leadership iraniana ha rifiutato.

Gli iraniani non hanno affatto digerito il ritiro di Trump dell’accordo sul nucleare  che era stato firmato dall’amministrazione di Barack Obama, i Paesi del consiglio di sicurezza Onu, la Germania e l’Iran. Inoltre, Trump aveva annunciato nuove sanzioni per punire l’Iran.

La situazione economica in Iran è precaria in parte a causa delle sanzioni e quindi un vertice con Trump avrebbe potuto migliorare la situazione. In ogni probabilità Rouhani ha capito che le affermazioni alternanti di Trump che un giorno minaccia l’Armageddon e poi fa marcia indietro totale rendono qualunque accordo con l’America poco affidabile.

Ci sarà anche una visione antitetica sui vertici che Trump ha fatto il suo cavallo di battaglia per negoziare mentre gli iraniani li vedono in modo più cauto quando non sono preceduti da negoziati.

La strategia di minacce e poi marcia indietro favorita da Trump non si applica però a Vladimir Putin per cui il presidente americano ha sempre espresso parole dolcissime. L’ex direttore della Fbi James Comey, licenziato da Trump nel maggio del 2017, ha recentemente mandato un tweet chiedendo ai lettori di fare una lista di tutti gli individui attaccati da Trump e poi chiedersi perché Putin non fa parte della lista. Una domanda alla quale ci darà la risposta il procuratore speciale Robert Mueller che sta investigando il Russiagate.

Domenico Maceri

Opportunity Network, i dazi di Trump e come aggirarli

trump dazi

Sarebbe possibile aiutare le imprese a schivare i dazi (legalmente) con la tecnologia. Questa sfida è stata raccolta da  Opportunity Network, la piattaforma che mette in connessione 20mila amministratori delegati in tutto il mondo. Il principio è semplice: chi produce ed esporta merce sottoposta a dazi in un determinato Paese riesce a trovare acquirenti in un altro mercato e lo spazio vuoto lasciato da un esportatore riesce ad essere rimpiazzato con le merci in arrivo da una nazione terza.

Brian Pallas, 31 anni, fondatore e ceo di Opportunity Network, ha spiegato: “Noi, che aiutiamo le imprese a trovare controparti commerciali, abbiamo notato che  spontaneamente, da quando le tariffe sono state annunciate,  si sono formate triangolazioni  nel tessuto economico capaci di aggirare i dazi. Ad esempio, se prima un americano comprava alluminio da un cinese e un cileno da un peruviano, ora il cinese vende ai cileni e il peruviano vende agli americani. E alcuni clienti ci hanno chiamato per ringraziarci”.

L’obiettivo della piattaforma  presente oggi in 128 Paesi è continuare a facilitare gli scambi mettendo in contatto domanda e offerta. Il percorso iniziato da Pallas nel 2014 sta iniziando a dare i suoi frutti, maturati proprio negli ultimi mesi: sarà un po’ anche merito della politica commerciale di Donald Trump, ma il valore del flusso d’affari generato dalla piattaforma è cresciuto solo nell’ultimo mese in modo esponenziale: 30 miliardi di euro, praticamente un quarto dei 140 miliardi ‘smossi’ dalla sua nascita.

Con la sua sede operativa a Barcellona, dove si sono trasferiti e vivono gran parte dei suoi oltre  cento dipendenti, (‘stiamo benissimo, da qua non ci spostiamo’), Opportunity Network ha chiuso di recente accordi di distribuzione con Abn Amro e Ubs: rafforzarsi in Asia è un traguardo a breve termine per la  startup  d’intermediazione commerciale che tanto startup ormai non lo è più.

Finora, gli investitori ‘portati a bordo’ sono una cinquantina: dieci negli ultimi dodici mesi ad altrettanti i milioni di euro raccolti: l’ultimo ad entrare nel capitale con un investimento di due milioni di euro, a febbraio, è stato Michael Spencer, filantropo, fondatore di Nex, ritenuto uno dei self made men più ricchi di Londra.

Ed è proprio nel mondo wealth e dei family office che Opportunity Network sta cercando di muovere i primi passi. Pallas ha anche spiegato: “Oltre alle opportunità commerciali, porteremo agli amministratori delegati anche capitali e opportunità di investimento: vogliamo diventare uno ‘one stop shop’ per i ceo nel mondo,  come già lo è Amazon per i consumatori. L’Italia, con tremila amministratori delegati iscritti al sito, è uno dei primi mercati. Dai loro movimenti, si può intuire come la musica sia cambiata. Il momento di crisi è superato.  Fino a qualche anno fa, gli ad italiani cercavano ancora di tagliare i costi, oggi vogliono espandersi, investire per specializzarsi o internazionalizzarsi”.

Secondo l’imprenditore, che ha studiato a Milano prima di perfezionare l’inglese e la preparazione alla Columbia University di New York, è proprio il capoluogo della Lombardia la città che più sta cominciando ad assomigliare a Barcellona.

Pallas ha affermato: “Milano  sta crescendo come città internazionale per le sue offerte culturali e sta creando un ecosistema giusto per le imprese innovative. E’ una città che non isola e non fa sentire degli expat i ragazzi di talento che da tutto il mondo hanno iniziato a scegliere l’Italia come meta per crescere”.

Nel futuro di Opportunity network,  valutata ormai circa 200 milioni di dollari sul mercato,  potrebbe esserci presto un altro aumento di capitale, di cui non è stata ancora decisa l’ammontare. Brian Pallas, in merito ha detto: “Ci servirà per continuare a crescere ed assumere altri business relationship manager che sono spesso nativi di un Paese extra europeo e quindi in grado di supportare meglio i clienti parlando la loro lingua e facendoli sentire a casa”.

La triangolazione delle merci non è una novità negli scambi internazionali. Se ne fa pratica da diverso tempo soprattutto per aggirare gli embarghi.

La piattaforma informatica di Opportunity network, faciliterebbe il compito agli operatori economici in campo internazionale per aggirare i dazi imposti da Trump ai diversi paesi. Insomma, le merci viaggeranno di più, ma eviteranno i dazi imposti dall’Amministrazione Usa. Naturalmente, potrebbe esserci un aumento dei costi (noli) dovuti per il trasporto delle merci, ma lo scopo dei dazi imposti da Trump verrebbe neutralizzato.

S. R.

Bce, l’avvertimento di Draghi su debito e pensioni

Draghi-Eurozona

La Banca Centrale Europea ha presentato oggi il Bollettino economico dove si legge: “In alcuni paesi (ad esempio in Italia e in Spagna) il rischio che si compiano passi indietro rispetto alle riforme pensionistiche precedentemente adottate sembra elevato. Al contrario, in diversi paesi con livelli già elevati di debito pubblico (come l’Italia) sono  necessari ulteriori sforzi di riforma volti a ridurre il previsto aumento della spesa connessa all’invecchiamento demografico. In tale contesto sarà importante che i paesi intraprendano azioni politiche risolute e  incrementino gli sforzi di riforme strutturali  in ambiti quali pensioni, sanità e assistenza di lungo periodo”.

Con riferimento alla crescita economica, la Bce nel Bollettino Economico ha affermato: “Nell’Eurozona la crescita rimane  solida e generalizzata nei diversi paesi e settori, sebbene i dati e gli indicatori recenti si siano mostrati più deboli rispetto alle attese. Nel primo trimestre del 2018 la crescita del PIL in termini reali si è attenuata sul periodo precedente, collocandosi allo 0,4 per cento, dopo lo 0,7 per cento dei trimestri precedenti. Gli ultimi indicatori economici e i risultati delle indagini congiunturali sono più modesti, ma restano coerenti con il perdurare di una crescita solida e generalizzata dell’economia. Il rallentamento della crescita nel corso del primo trimestre è stato relativamente generalizzato per via soprattutto del calo delle esportazioni. La decelerazione della crescita osservata tra l’ultimo trimestre del 2017 e il primo trimestre del 2018 ha interessato la maggior parte dei paesi dell’area dell’euro. Tra i maggiori paesi dell’area, le  uniche eccezioni sono rappresentate da Spagna e Italia, in cui i tassi di crescita sono rimasti sostanzialmente stabili tra i due trimestri”.

Sull’applicazione dei dazi, la Bce ha osservato: “Per quanto riguarda l’applicazione dei  dazi europei sui prodotti americani  nel breve periodo è prevista una ripresa dell’espansione economica mondiale, ma l’applicazione di tariffe commerciali più elevate, in un contesto in cui si dibatte di ulteriori misure protezionistiche, rappresenta  un rischio per le prospettive”.

La Banca centrale europea in conclusione, in merito alle raccomandazioni specifiche per Paese per la correzione dei conti pubblici, ha sostenuto: “I progressi verso un aggiustamento durevole dell’inflazione sono stati considerevoli nell’Eurozona. Tuttavia occorre ancora un ampio grado di accomodamento monetario e il consiglio direttivo è pronto ad adeguare tutti i suoi strumenti, ove opportuno, per assicurare che l’inflazione continui ad avvicinarsi stabilmente al livello perseguito.  La discrezionalità adottata nell’accordare una riduzione dei requisiti di aggiustamento a due paesi nel 2018, e cioè Italia e Slovenia, riflette un’applicazione del patto di stabilità possibile a scapito della completa trasparenza, coerenza e prevedibilità dell’intero quadro di riferimento”.

La Bce, nell’ultimo Bollettino Economico, ha focalizzato luci ed ombre che si riflettono nell’attuale quadro economico, fornendo consigli ai Paesi della Ue senza sottrarsi al responsabile utilizzo degli strumenti di politica monetaria.

S. R.

Dazi su prodotti UE, Harley Davidson sposta produzione

Harley DavidsonLa  guerra dei dazi lanciata da Donald Trump,  e le ritorsioni che questa ha scatenato, iniziano a colpire i protagonisti di “Corporate America”. Secondo le notizie riportate da  Bloomberg,  Harley Davidson  ha intenzione di spostare parti importanti della sua produzione di motociclette dagli Stati Uniti all’Europa. Alcuni dei modelli di motociclette più famosi al mondo saranno dunque prodotte nel nostro continente e non più a Millwaukee, in Wisconsin, sede del gruppo statunitense.

Ogni motocicletta, dopo che lo scorso venerdì 22 giugno l’Unione Europea  ha alzato i dazi sulle Harley Davidson importate dagli Stati Uniti al 31% dal 6%, costerà 2.200 dollari in più. La cifra equivale a una spesa di 90-100 milioni in più l’anno per l’azienda, dal momento che Harley-Davidson ha fatto capire che preferirebbe assorbire piuttosto che trasferire i costi aggiuntivi sui consumatori.

La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Europa fa rombare i motori della Harley Davidson. La casa americana di motociclette, icona degli Usa, ha così prodotto il primo effetto boomerang del protezionismo americano dell’Amministrazione Trump che ha colpito in particolare i paesi alleati.

Il trasferimento della produzione avverrà nell’arco dei prossimi 18 mesi. Harley, che ha indicato di non voler far lievitare i prezzi per i consumatori, ha anche previsto un onere in bilancio da qui a fine anno tra i 30 e i 45 milioni di dollari. Il segnale delle preoccupazioni di Wall Street sul contagio del conflitto commerciale è arrivato colpendo i titoli del gruppo della nota fabbrica di motociclette che hanno ceduto ieri mattina circa il 3 per cento.

L’Harley-Davidson, in un suo comunicato, ha affermato: “L’aumento della produzione internazionale per alleviare il peso dei dazi europei non è la strada preferita dall’azienda. Ma rappresenta l’unica opzione sostenibile per mantenere le motociclette accessibili ai clienti nella Ue e per preservare il business in Europa”.

L’Europa è il secondo mercato per fatturato dopo quello degli Usa. Lo scorso anno in Europa sono state immatricolate 40.000 moto prodotte da Harley-Davidson. In passato, Donald Trump aveva fatto della Harley-Davidson un simbolo per la sua America First e della volontà di rilanciare il made in Usa, un programma che oggi potrebbe essere paradossalmente incrinato dai suoi interventi unilaterali che traumatizzano l’interscambio.
L’intero mercato internazionale è oggi considerato cruciale dalla casa americana per le sue prospettive di sviluppo, davanti all’invecchiamento dei grandi consumatori americani (i cosiddetti baby boomers) che erano stati i suoi tradizionali acquirenti. Per questo l’azienda ha già aperto stabilimenti in paesi quali la Tailandia. Nel solo primo trimestre del 2018, le vendite all’estero sono cresciute al passo del 12% mentre quelle domestiche sono scivolate dello 0,2 per cento.

La Ue ha introdotto dazi per 3,2 miliardi contro una serie di tipici prodotti statunitensi, compreso il bourbon, il succo d’arancia, il burro d’arachidi, motoscafi, sigarette e jeans. Washington aveva imposto dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio citando ragioni di sicurezza nazionale che a suo avviso richiederebbero di proteggere la siderurgia domestica.

La spirale di dazi e tensioni commerciali innescata dalla Casa Bianca rischia di lasciare sulla sua strada numerose vittime non solo americane e il settore dei trasporti è particolarmente nel mirino. Trump ha minacciato dazi anche contro le auto di importazione (del 20% dopo aver parlato in passato del 25%) e in particolare europee, nonostante la forte produzione locale di colossi del Vecchio continente quali la tedesca  Bmw  che a Spartanburg, in North Carolina, ha il suo più grande impianto al mondo. Le accuse di Trump ai partner di pratiche commerciali scorrette, oltretutto, sono men che fattuali a cominciare proprio dall’auto: se l’Europa ha dazi medi del 10% sui veicoli importati, gli Stati Uniti hanno comunque il 2,5% e soprattutto il 25% a difesa della loro unica vera produzione nazionale redditizia, quella di Suv.

La portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders, con molto coraggio ha vantato i successi ottenuti finora dalla politica economica di Donald Trump. Poi, riferendosi alla decisione di Harley-Davidson di spostare alcune produzioni per i clienti europei fuori dagli Usa per evitare i dazi imposti da Bruxelles, ha commentato: “La Ue sta tentando di punire i lavoratori americani, impegnandosi in pratiche commerciali ripetutamente ingiuste”.

Ma, se tutti i produttori degli Stati Uniti imiteranno il comportamento della nota fabbrica statunitense di motociclette, ci saranno buoni motivi per pensare che la politica protezionista di Donald Trump anziché fare ‘America First’ rischia di ottenere ‘America Last’.

S. R.

Dazi e controdazi, la guerra commerciale di Usa e Ue

europa usaE’ iniziata la guerra dei  dazi tra Stati Uniti d’America e Unione Europea. La  Commissione Ue  ha adottato il regolamento che fungerà da risposta ai dazi americani su acciaio e alluminio imposti dal presidente  Donald Trump. Lo ha annunciato la commissaria europea al Commercio  Cecilia  Malmström dicendo: “Le nuove misure entreranno in vigore venerdì 22 giugno e colpiranno una lista di prodotti per un valore totale di 2,8 miliardi di euro”.

In una nota diffusa a Bruxelles, Cecilia Malmstroem ha precisato: “Non volevamo arrivare a questo. Ma la decisione unilaterale e ingiustificata degli Stati Uniti di imporre tariffe su acciaio e alluminio non ci ha lasciato altra scelta. Le regole del commercio internazionale, che abbiamo sviluppato mano nella mano con i nostri partner americani, non possono essere violati senza una reazione da parte nostra”.

La commissaria al Commercio ha quindi sottolineato: “La risposta dell’Unione europea è misurata, proporzionata e pienamente in linea con le regole del Wto: non serve dire che, se gli Stati  Uniti  rimuoveranno le loro  tariffe, saranno rimosse anche le nostre misure”.

Le contromisure europee colpiranno alcuni dei prodotti simbolo degli States: dai jeans  Levi’s  alle celebri motociclette  Harley  Davidson, fino alle sigarette  e il burro d’arachidi. La norma colpirà diversi generi commerciali, con un dazio che secondo la Commissione europea sarà del 25%.

La ritorsione è stata varata per le tariffe imposte dall’Amministrazione Usa all’import europeo di metalli. In totale sono state colpite circa 200 categorie in svariati settori, acciaio ovviamente compreso, ma anche bevande come i succhi di frutta ed il bourbon ‘made in Usa’. Una tariffa del 10% sarà imposta sulle carte da gioco. Trump ha applicato il dazio del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio (inizialmente sospeso, ma scattato a inizio giugno).

Il provvedimento sui dazi, è stato pubblicato oggi sulla Gazzetta Ufficiale UE, per una immediata entrata in vigore il giorno successivo, domani 22 giugno. Si tratta della prima fase di una campagna di reazione alle misure della Casa Bianca. La Ue si è già riservata di introdurre tariffe dal 10 al 50% su prodotti Usa importati in Europa per un valore di altri 3,6 miliardi di dollari non oltre il 23 marzo 2021.

A colpire negativamente gli europei è stata anche la motivazione formale per i nuovi dazi Usa, in base a una imprecisata minaccia alla sicurezza nazionale. Anche il Messico ha reagito ad analoghe misure, mentre il Canada lo farà dal primo luglio. Sullo sfondo aleggia una più vasta guerra commerciale tra Usa e Cina. Le conseguenze sul commercio internazionale e sui mercati finanziari cominciano a farsi sentire: gli effetti sull’economia globale, secondo gli esperti, dipenderanno dal fatto che si possa fermare o meno la spirale di mosse e contromosse ritorsive.

Trump ha anche minacciato di imporre un dazio del 25% sulle auto ‘made in Europe’ importate negli States, rispetto all’attuale 2,5 per cento. Secondo quanto riporta il Wall Street Journal, circola la proposta tedesca di una abolizione reciproca dei dazi sull’auto, che è del 10% nella Ue: le principali case tedesche, da Volkswagen a Bmw e Daimler, non avrebbero obiezioni. Del resto, i dazi sull’import di auto nella Ue si stanno già eliminando o riducendo per costruttori di altri Paesi. Ad esempio, per le case sudcoreane, in seguito al Free Trade Agreement tra Seul e Bruxelles. Il futuro Fta tra Ue e Giappone contempla anch’esso un processo di riduzione, sia pure molto graduale, dei dazi sull’auto made in Japan. Per le case tedesche è molto più pericolosa l’introduzione di dazi americani che non una maggiore apertura del mercato europeo alle auto made in Usa. Un azzeramento reciproco implicherebbe un altro vantaggio per gli europei: la cancellazione dei dazi Usa del 25% su pickup e grandi van. Ma questo dovrebbe trovare opposizione nei sindacati americani.

Secondo i calcoli del Wsj, nonostante gli investimenti diretti negli States, ancora oggi Daimler e Bmw realizzano il 10% delle loro vendite attraverso l’export negli Usa. Anche i costruttori giapponesi sono molto spaventati dalla prospettiva di barriere all’ingresso nel secondo mercato mondiale.

Dalla guerra commerciale sui dazi non ci saranno vittorie ma solo sconfitte. La sconfitta peggiore riguarderà l’economia nella sua interezza con tutte le conseguenze immaginabili tipiche della recessione. Ad essere colpiti per primi saranno i lavoratori e le fasce reddituali più basse.

Salvatore Rondello

Canada: Conte al G7 stringe l’asse con Trump

Con l’esordio internazionale di Giuseppe Conte, l’Italia è torna protagonista sulla scena internazionale. Il premier italiano ha confermato l’asse con Donald Trump e l’apertura alla Russia, ma ha rallentato sullo stop alle sanzioni assicurando: “Saremo portatori di una posizione moderata”. Il premier, al G7 di Charlevoix in Canada, con un primo effetto dirompente, ha appoggiato la posizione del leader Usa, anche se poi ha manifestato molta più cautela prima di sedersi per la prima volta al tavolo dei leader mondiali, dove ‘l’avvocato del popolo italiano’ vuole portare gli interessi dei cittadini italiani, forte di una legittimazione politica molto intensa sostenuta dalle forze politiche che con il voto del 4 marzo hanno conquistato una larga maggioranza in Parlamento.

Gli argomenti sul tavolo sono molti e Conte cerca di muoversi con attenzione, in un delicatissimo equilibrio tra le posizioni gialloverdi e un posizionamento italiano ben più prudente. A partire dai dazi, su cui ci sono stati dichiarazioni molto veementi di Trump e di paesi europei, saremo portatori di una posizione moderata. Passando, appunto, all’inclusione della Russia nel summit dei big mondiali, Conte ha ricordato:  “L’Italia è stata sempre tradizionalmente fautrice della considerazione della Russia nell’ambito del G8”. Una posizione che lo ha allineato a quella del leader statunitense, ma sulla possibilità di mettere il veto sul rinnovo delle sanzioni Conte è stato prudente: “Valuteremo nel confronto con altri partner. C’è sensibilità nell’apertura al dialogo, questo non significa stravolgere un percorso attualmente definito ed è collegato all’attuazione degli accordi di Minsk. Siamo collocati confortevolmente nella Nato: non è in discussione assolutamente la collocazione internazionale dell’Italia ma sicuramente siamo per il dialogo e siamo molto attenti a che le sanzioni non impattino sulla società civile russa”.

L’impegno canadese è stato, però, per il neopremier, l’occasione per prendere contatti e iniziare il dialogo con gli altri leader, a partire da quelli europei in vista dell’importante confronto del Consiglio europeo di fine giugno.

Ecco dunque che l’agenda del presidente del Consiglio, oltre agli impegni ufficiali del summit, si è riempita di una fitta scaletta di incontri e bilaterali, che servono a fare le presentazioni e a iniziare il dialogo sui temi più urgenti che interessano il Paese. Dopo la stretta di mano con il padrone di casa Justin Trudeau, il primo incontro è stato quello con il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk che ha detto: “Colloqui buoni, positivi su G7, Unione economica e monetaria, migranti e Russia”. L’incontro, poi, è diventato a tre con la presenza di Jean Claude Juncker. Conte, dopo, ha detto: “A entrambi ho posto le nostre priorità: la riforma della disciplina del regolamento di Dublino e la questione della crescita”.  Sul tema migranti Conte ha espresso la totale insoddisfazione dell’Italia per le proposte attualmente discusse affermando: “Vogliamo un’Europa più forte ma anche più solidale. L’Italia non può essere lasciata sola nella gestione dei flussi migratori”. In ogni caso Conte e Tusk si rivedranno, ha spiegato quest’ultimo, di nuovo a Roma prima della fine di giugno, cioè del Consiglio Europeo.

Nell’agenda di Conte anche il vertice promosso dal francese Emmanuel Macron con Angela Merkel e Theresa May per cercare di compattare il fronte europeo sulla questione dei dazi. Nel pomeriggio canadese, cioè la notte italiana, ci sono stati gli incontri bilaterali con Merkel e Macron, e anche con il premier Shinzo Abe. L’appuntamento con Theresa May è stato invece fissato per sabato, prima della sessione dei lavori del G7.

Il colloquio tra il presidente Usa, Donald Trump, ed il premier Giuseppe Conte a margine del G7, è stato reso noto dallo stesso Conte con le foto divulgate su instagram mentre stringe la mano al Tycoon e passeggia insieme a lui nel parco del maniero sede del vertice. Al pranzo di lavoro, al tavolo dei grandi, il premier italiano, si è trovato tra il presidente francese Emmanuel Macron e la britannica Theresa May. Prima del pranzo, i leader hanno posato per la tradizionale foto di gruppo con il fiume San Lorenzo sullo sfondo. Alla fine, si sono allontanati a piedi parlando tra loro. In un primo momento, dalle immagini diffuse dalla regia canadese, Conte si è ritrovato da solo in fondo al gruppo, poi ha avuto occasione di scambiare qualche battuta con Trump.

Il presidente americano , Trump, durante il colloquio, ha detto al neopresidente italiano: “Avete riportato una grande vittoria, sei il vincitore”. Lo hanno riferito fonti italiane, secondo le quali Trump si sarebbe detto a più riprese contento.

Jean Claude Juncker, dopo l’incontro con Conte, ha detto: “Non abbiamo parlato in particolare della Russia ma l’Italia ha un ruolo fondamentale in Europa, l’Italia ha bisogno dell’Europa e l’Europa non è completa senza l’Italia. Ho avuto un buon colloquio con Conte. Lo rivedrò prima del vertice, parleremo con lui di immigrazione e budget europeo”.

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato: “Sono in Canada per difendere gli interessi dell’Italia, nel confronto con i nostri partner del G7 ed è quello che ho fatto fin qui. Ho partecipato a diverse sessioni del G7 e avuto molti incontri bilaterali. In tutte le occasioni ho rappresentato le posizioni dell’Italia e su alcune questioni mi sono riservato di approfondire i temi, visto che il nostro governo è appena partito. Uno dei temi sui cui si è più discusso e su cui ci sono state dichiarazioni molto conflittuali, è il commercio, gli scambi commerciali e, quindi, dazi, tariffe, barriere. Posso anticipare che si è raggiunto un accordo. Abbiamo tutti convenuto, che il sistema del commercio internazionale, basato sull’Organizzazione mondiale del Commercio è un po’ datato e richiede un adeguamento, rispetto alle mutate realtà sociali ed economiche. Basti pensare che la Cina, entrata qualche anno fa come Paese emergente, ora è una potenza mondiale particolarmente invasiva sul piano commerciale. Quindi abbiamo tutti convenuto che lavoreremo in questa direzione. Con il presidente Trump c’è stato un colloquio davvero molto cordiale. Il presidente Usa ha fatto le congratulazioni a me personalmente e al nuovo governo, era molto contento di questa esperienza governativa, del fatto che due forze nuove avessero ricevuto un consenso elettorale e fossero riuscite a formare una maggioranza di governo. C’è stato anche un invito alla Casa Bianca  che abbiamo concordato verrà raccolto al più presto possibile. Per quanto riguarda la Russia, l’Italia è portatrice di una posizione di dialogo. Questo non significa abbandonare le sanzioni dall’oggi al domani, quel sistema è legato agli accordi di Minsk che sono ancora in fase di attuazione. Noi però abbiamo prospettato a tutti i nostri partner, anche quelli europei, che avere una Russia isolata, visto che gioca un ruolo centrale in tutte le crisi più delicate nel contesto geopolitico mondiale, non conviene a nessuno. Quindi, da questo punto di vista, ho rappresentato l’auspicio dell’Italia che ci possa essere quanto prima un G8 con la Russia seduta al tavolo”.

I leader del G7 dovrebbero raggiungere una sintesi e firmeranno un comunicato congiunto finale, scongiurando una spaccatura. Lo si apprende da fonti diplomatiche internazionali. Il documento dovrebbe trattare anche la questione dei dazi.

La cancelliera tedesca, parlando con i giornalisti a margine del G7, ha detto: “Parto dal principio che avremo un testo comune sul commercio ma non risolve i problemi nel dettaglio: abbiamo opinioni differenti dagli Usa”.

Anche il presidente francese, Emmanuel Macron, ha affermato: ”La dichiarazione comune del G7 sul commercio non risolve ogni problema. Le distanze sui dazi tra l’Europa e gli Stati Uniti di Donald Trump restano malgrado il documento congiunto”.

Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha così risposto: “La Russia non ha mai chiesto di essere reintegrata nel G8 e ritiene che il G20 sia il formato più promettente per il futuro. Lavoriamo tranquillamente in altri formati, nella Shanghai Cooperation Organisation, nei Brics e specialmente nel G20, dove condividono il nostro approccio. Inoltre, non ci saranno ultimatum nel G20. Le cose devono essere negoziate lì. Il G20 è un meccanismo per raggiungere il consenso e credo sia il formato più promettente per il futuro”.

Donald Trump, come preannunciato, ha lasciato in anticipo il G7 in Canada dichiarando: “Non possiamo perdere. Non possiamo andare avanti con una situazione in cui gli Stati Uniti sono il salvadanaio da cui tutti rubano. Siamo stati trattati ingiustamente per colpa dei nostri leader passati. Abbiamo perso 817 miliardi di dollari, è inaccettabile. Vogliamo un commercio libero da tariffe, barriere e sussidi. Non possiamo più permetterci pratiche che ci danneggiano. E’ un bene per tutti il ritorno della Russia nel G7. L’incontro di martedì con Kim è una grande opportunità per una pace durevole”.

A conclusione dei lavori del G7 in Canada, in una conferenza stampa, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha dichiarato: “Il problema degli scambi commerciali è quello che ha creato maggiore conflittualità nell’agenda del G7. E’ il mio primo G7 ma non ce n’erano stati altri così conflittuali alla vigilia. I Paesi europei, e noi siamo tra quelli, non possono essere contenti perché da quelle misure possono essere svantaggiati. Alcune dichiarazioni alla vigilia hanno creato un’escalation”.

Però, il G7 in Canada, che presentava preoccupanti incognite alla vigilia, si è concluso positivamente. Si potrebbe intravedere qualche percorso pacifico per un nuovo equilibrio internazionale basato sul rispetto reciproco quale condizione indispensabile per abbandonare il protezionismo.

Salvatore Rondello

Dazi Usa. Trump contro Europa Canada e Messico

U.S. President Donald Trump takes part in a welcoming ceremony with China's President Xi Jinping at the Great Hall of the People in Beijing

In una nota diffusa a fine giornata di ieri, l’amministrazione Usa ha deciso di fare scattare da oggi i dazi su acciaio e alluminio anche per Ue, Canada e Messico.

Il Fondo Monetario Internazionale, commentando la decisione degli Stati Uniti di imporre dazi sull’alluminio e l’acciaio importati da Unione Europea, Canada e Messico, ha affermato: “Tutti perdono in una protratta guerra commerciale: non è positivo che le tensioni commerciali aumentino proprio in un momento in cui la ripresa globale e’ sostenuta dal commercio. Incoraggiamo i paesi a lavorare costruttivamente insieme per ridurre le barriere e risolvere i disaccordi commerciali senza il ricorso a misure eccezionali”.

Il portavoce del Fmi, da Washington, ha giudicato “triste” il fatto che “le tensioni commerciali stiano aumentando in un momento in cui la ripresa globale è sostenuta dal commercio”.

Il Fondo monetario internazionale è tornato a ripetere che i Paesi devono lavorare insieme in modo costruttivo per ridurre le barriere commerciali e per risolvere disaccordi commerciali senza ricorrere a misure eccezionali.

Gerry Rice ha continuato ribadendo quanto detto dal Fondo già ai suoi Spring Meeting di primavera: “Per la prima volta in tanto tempo, il commercio sta crescendo più velocemente del Pil globale e la ripresa è generalizzata. Per via del commercio e dell’innovazione, miliardi di persone oggi godono di vite più lunghe, più salutari e più prospere”.

Il portavoce del Fmi ha poi fatto riferimento a un tweet scritto ieri dal direttore generale dell’Fmi, Christine Lagarde. Dal G7 finanziario a Whistler, in Canada, l’ex ministro francese delle Finanze ha messo in guardia: “Alla fine, se il commercio subisce un forte scossone, se il livello di fiducia tra gli attori economici è danneggiato gravemente, quelli che soffriranno di più sono i più poveri”.

Lo schiaffo di Donald Trump è arrivato all’Europa affermando: “I controversi dazi su acciaio e alluminio, rispettivamente del 25% e del 10%, scattano anche per il Vecchio Continente, così come per il Canada e il Messico. Ragioni di sicurezza nazionale”. Così ha scritto il presidente americano, che non arretra sul fronte delle promesse elettorali in nome della dottrina dell’America First. E pazienza se i Paesi colpiti sono i più stretti alleati e partner commerciali degli Stati Uniti, quelli storici. Inevitabile lo scontro tra le due sponde dell’Oceano, con reazioni durissime da Londra, Parigi, Berlino, che giudicano le decisioni della Casa Bianca ‘ingiustificate e pericolose’. L’ira dell’Unione europea è incontenibile. Le misure di rappresaglia contro gli Usa sono già pronte ad essere messe in atto, non solo da parte di Bruxelles, ma anche da parte di Ottawa e Città del Messico. Il presidente della Commissione UE, Jean.Claude Juncker ha tuonato: “Questo è protezionismo puro e semplice, inaccettabile”. L’Unione Europea ha già nel cassetto un piano per colpire soprattutto prodotti simbolo del made in Usa, come i jeans Levi’s, le moto Harley-Davidson o il bourbon del Kentucky. Una rappresaglia che potrebbe costare agli Stati Uniti almeno 7,5 miliardi di dollari, con le prime tariffe europee che potrebbero scattare dal prossimo 20 giugno. Anche il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani ha affermato: “Risponderemo con tutti i mezzi a nostra disposizione”. Il segretario al Commercio Usa, Wilbur Ross, ha minimizzato, spiegando come i dazi decisi dagli Usa sono di portata molto limitata e che eventuali contromisure europee non avranno un grande impatto sull’economia americana. Wilbur Ross, però, ha continuato ha lanciare lo stesso monito: “Noi comunque continueremo a lottare contro gli abusi commerciali”. Lo scenario di una guerra commerciale su scala globale è diventato molto preoccupante. Un timore che non a caso nelle ultime ore ha scosso Wall Street e tutte le principali piazze finanziarie, anche più della situazione italiana. Anche perché l’offensiva di Trump su acciaio e alluminio potrebbe essere solo l’inizio. Il presidente americano ha già aperto un’indagine sull’importazione di auto in Usa, agitando lo spettro di dazi del 20% che preoccupano soprattutto le grandi case automobilistiche tedesche. Il tycoon ha minacciato anche una stretta su una lunga lista di beni hi-tech dalla Cina per un valore di 50 miliardi di dollari, a partire dalla metà di giugno. Il rischio di una escalation è dunque elevatissimo e agita in queste ore i lavori del G7 dei ministri finanziari in corso in Canada. Il tema dei dazi, naturalmente, sarà al centro anche del G7 dei capi di Stato e di governo in programma sempre in Canada la prossima settimana, dove Trump rischia di trovarsi per la prima volta davvero isolato dagli altri leader delle principali potenze mondiali. I dazi Usa su acciaio e alluminio erano entrati in vigore il primo marzo ma l’Europa, insieme al Canada e al Messico, era stata temporaneamente esentata fino al primo giugno, per favorire un accordo che fissasse quote e limiti ben precisi all’import di questi metalli negli Stati Uniti. Un’intesa come quelle raggiunte con Corea del Sud, Australia, Argentina e Brasile. Ma, ha rivendicato Ross, i negoziati non hanno portato a risultati soddisfacenti, con gli europei che rifiutano di subire dazi motivati da ragioni di sicurezza nazionale. Gli Stati europei hanno replicato: “E’ assurdo, siamo tutti nella Nato”. Intanto il Messico ha già annunciato il varo di tasse per colpire l’importazione dagli Usa di una serie di prodotti che vanno dall’acciaio alla carne suina, passando per prodotti agricoli come l’uva o i mirtilli.

Il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, a margine dei lavori del G7, ha affermao: “E’ importante per l’Italia restare nell’area euro, essere parte dell’Europa”. Poi, Mnuchin ha così risposto a chi gli chiede se è preoccupato o meno per l’Italia: “Assolutamente no. Lavoreremo con il nuovo governo, al quale va data una opportunità”. Poi in merito alla reazione forte dei mercati ai problemi dell’Italia nei giorni scorsi, Mnuchin ha risposto: “Il mercato ha avuto dei problemi. Il governo sa e capisce le questioni che deve affrontare. Dovranno lavorare con l’Europa, con noi. Rispettiamo il processo del nuovo governo”.

Pier Carlo Padoan non parteciperà al G7 dei ministri finanziari e dei governatori delle banche centrali. Partito dall’Italia per partecipare all’incontro, Padoan ha deciso di tornare indietro durante uno scalo tecnico per motivi istituzionali, dopo avere appreso la notizia sui tempi del giuramento del nuovo governo. Nella delegazione italiana, al vertice ci sarà il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco.

Presto gli americani si renderanno conto dei danni che stanno ricevendo dalla politica protezionista dell’Amministrazione Trump.

I populismi, storicamente non hanno mai avuto una lunga vita, ma le socialdemocrazie dovranno prepararsi al più presto a dare una alternativa di governo credibile.

Salvatore Rondello

Usa-Cina, finita la guerra commerciale: dazi sospesi

U.S. President Donald Trump takes part in a welcoming ceremony with China's President Xi Jinping at the Great Hall of the People in Beijing

Cina e Stati Uniti hanno deciso di rinunciare a ogni guerra commerciale e all’aumento dei rispettivi diritti doganali. Lo hanno annunciato gli organi di informazione ufficiali di Pechino.

Il tentativo di disgelo commerciale tra Stati Uniti e Cina passa attraverso un accordo con poche cifre e molte promesse: Pechino, dopo giorni di trattative tra delegazioni ai massimi livelli a Washington, ha acconsentito a nuovi impegni per l’acquisto di beni e servizi ‘made in Usa’. Ancora elusivo, però, l’obiettivo dell’amministrazione di Donald Trump posto fino a  più che dimezzare il deficit bilaterale nell’interscambio, tagliandolo di  200 miliardi di dollari l’anno da oltre 370 miliardi. Voci di un immediato sì cinese a simili nuove importazioni entro il 2020, ritenute impossibili dagli stessi analisti, sono state smentite da Pechino.

A chiusura degli incontri, una  dichiarazione congiunta cino-americana ha affermato ieri sera che i due paesi concordano sulla necessità di misure efficaci per ridurre significativamente il disavanzo degli Stati Uniti in beni con la Cina e che a questo fine la Cina aumenterà significativamente gli acquisti di beni e servizi statunitensi. Due settori vengono menzionati in particolare: agricoltura e energia. Gli Usa invieranno una squadra in Cina per definire i dettagli. Il nuovo capo-consigliere economico Larry Kudlow, ha separatamente menzionato anche i servizi finanziari.

Questi passi potrebbero trasformarsi in segnali di progressi a venire in una partita ancora complessa e tesa. La Casa Bianca  mantiene aperta la minaccia di dazi su 150 miliardi di importazioni dalla Cina per violazioni di proprietà intellettuale e furti di tecnologia che potrebbero scatenare  nuove rappresaglie. Ieri le parti si sono limitate a far sapere che su questo rafforzeranno la cooperazione nell’ambito di un approccio attivo per cercare di risolvere le loro preoccupazioni economiche e commerciali.

Altri concreti passi verso un allentamento della crisi sono avvenuti in occasione degli incontri negoziali. Ultimo la  fine di un’indagine anti-dumping  di Pechino sul sorgo statunitense, che lo aveva messo al bando da un mercato che l’anno scorso aveva assorbito  un miliardi di dollari  del raccolto. La Casa Bianca si è subito mossa per  riabilitare il gigante delle telecomunicazioni cinese Zte, accusato di violazione di sanzioni e di minacciare la sicurezza nazionale, proprio in cambio di aperture sull’agricoltura. Mentre ancora le authority cinesi hanno sbloccato l’acquisizione da 18 miliardi dei chip di memoria di Toshiba da parte del fondo Usa Bain Capital e considereranno un via libera alla fusione tra l’americana Qualcomm e Nxp.

La Casa Bianca, durante il negoziato, ha messo in chiaro le sue priorità: tra queste spicca il taglio di almeno 200 miliardi entro il 2020 del deficit commerciale bilaterale. Un’intesa iniziale su una lista di prodotti ‘made in Usa’ dei quali la Cina aumenterebbe gli acquisti quale gesto di progresso si è tuttavia fatta strada. Ma far decollare un simile accordo rimane un obiettivo difficile, anche per ragioni strettamente economiche e non politiche: funzionari statunitensi, oltre a numerosi esperti, ritengono che gli Stati Uniti, ormai vicini ai massimi dell’utilizzo della capacità produttiva, potrebbero al più offrire per l’export in Cina  altri 50 o 60 miliardi, dall’agricoltura alla tecnologia, nei prossimi due anni.

A dimostrazione dell’alta posta in gioco, il presidente Donald Trump ha visto di persona fin da giovedì il capo-delegazione cinese, il vice-premier Liu He. Una posta che va anche al di là del commercio. Pechino vanta forte influenza sulla Corea del Nord, alla vigilia del delicato e storico summit di denuclearizazione con gli Stati Uniti del 12 giugno a Singapore. Nei giorni scorsi Pyongyang ha sollevato dubbi sul vertice ed è emerso che la Casa Bianca, per evitare la riapertura di crisi, ha  accettato di cancellare esercitazioni militari  congiunte con la Corea del Sud su richiesta di Seul.

Questo annuncio, che arriva dopo negoziati di alto livello a Washington, segue mesi di tensioni tra le due potenze, con il presidente americano Donald Trump che ha più volte puntato il dito contro un rapporto commerciale squilibrato che rappresenta un pericolo per gli Stati Uniti. Le due parti sono arrivate ad una intesa. “Non si impegneranno in una guerra commerciale e non aumenteranno i rispettivi diritti doganali”, ha dichiarato il vice premier cinese Liu He, secondo l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua.

Il vice premier cinese, che questa settimana ha diretto a Washington la delegazione incaricata dei negoziati con il segretario americano al Tesoro Steven Mnuchin, ha spiegato che l’accordo era una necessità.

Gli effetti dell’intesa tra Usa e Cina hanno avuto anche ripercussioni sull’euro. In avvio di settimana l’euro ha segnato un nuovo minimo da dicembre a 1,1716 dollari. Successivamente la valuta europea ha recuperato in parte a 1,1738, in una giornata in cui non si sono manifestati dati macroeconomici di rilievo, mentre molti mercati europei sono stati chiusi o semichiusi per la festività di Pentecoste. Nel pomeriggio e in serata, invece, sul fronte dollaro sono attesi interventi di esponenti della Federal Reserve.

Secondo gli analisti, a spingere il dollaro ha contribuito, oltre al rialzo dei tassi sui titoli pubblici americani, anche l’intesa tra Usa e Cina sul commercio, che consente di proseguire le trattative e evita uno scontro aperto. All’opposto a zavorrare l’euro potrebbe contribuire anche la situazione di incertezza politica in Italia, con i negoziati sulla formazione di un governo M5S-Lega che sono stati accompagnati da alcune indiscrezioni sul contratto tra le due formazioni lette in maniera allarmistica dai mercati.

Salvatore Rondello

Fmi: il protezionismo danneggia i poveri

A Hong Kong, FMI-christine-lagarde, il direttore generale del Fmi, ha criticato aspramente il protezionismo affermando: “I governi devono evitare il protezionismo in ogni sua forma. La storia ci insegna che le restrizioni all’import fanno male a tutti, soprattutto ai consumatori più poveri. Il sistema di scambi commerciali internazionali ha trasformato il mondo. Ha contribuito a dimezzare la percentuale della popolazione mondiale che vive in condizioni di estrema povertà mentre le barriere protezionistiche impediscono al commercio di svolgere il suo ruolo fondamentale per rafforzare la produttività.
Ma questo sistema di regole e responsabilità condivisa corre ora il pericolo di essere distrutto. Questo sarebbe imperdonabile, un fallimento collettivo. Nello stesso tempo le troppe pratiche sleali, devono essere eliminate perché possono lasciare tracce sugli equilibri commerciali tra Paesi. In concreto, bisogna proteggere ad esempio proprietà intellettuali e ridurre le distorsioni che favoriscono le imprese statali”.

Christine Lagarde ha lanciato anche l’allarme debito: “Quello pubblico e privato ha raggiunto a livello globale la quota record di 164.000 miliardi di dollari con un incremento del 40% rispetto al 2007. Su questa crescita, la Cina rappresenta la metà. Il debito pubblico nelle economie avanzate è, dunque, a livelli non visti dalla Seconda Guerra Mondiale. Un indebitamento elevato rende i governi, le aziende e le famiglie più vulnerabili a una stretta delle condizioni finanziarie.

I governi dovrebbero usare l’attuale crescita per portare avanti le riforme: la finestra di opportunità è aperta, è necessario riparare il tetto nei periodi in cui splende il sole. Le riforme necessarie sono spesso politicamente difficili, ma sono più efficaci e facili da attuare quando le economie crescono”.

Il direttore generale dell’Fmi ha citato Henri Matisse: “La creatività richiede coraggio. Abbiamo bisogno di più coraggio, nelle stanze dei governi, nelle aziende, e nelle nostre menti. Nel mese di gennaio, il Fondo Monetario ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita dell’economia mondiale al 3,9% per il 2018 e il 2019. E il Fondo continua ad essere ottimista perché le economie avanzate cresceranno sopra il potenziale di crescita media quest’anno e il prossimo e perché gli Stati Uniti sono in piena occupazione. Parallelamente  in Asia, le prospettive restano solide, il che è un bene per tutti, perché questa regione contribuisce a quasi due terzi della crescita globale.

Tuttavia, il ritmo di crescita prevista per il 2018 e il 2019 finirà per rallentare nella misura in cui le politiche a sostegno dell’economia si interromperanno soprattutto in Usa e Cina”.

Si addensano nubi scure su uno scenario (economico) globale che per ora resta soleggiato. Con la metafora meteorologica, la direttrice esecutiva del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha evidenziato che il Fmi continua a restare ottimista sul contesto della crescita mondiale, ma è anche preoccupato per il rischio che il commercio internazionale sia minato da tensioni protezionistiche in grado di incidere negativamente sull’economia globale, oltretutto in un momento in cui tendono ad affievolirsi gli stimoli fiscali e i tassi di interesse tornano a rialzarsi.

L’intervento fatto a Hong Kong da Christine Lagarde (dopo aver partecipato al Boao Forum), precede di una settimana la riunione plenaria che si farà a Washington con i 189 membri del Fmi, durante la quale sarà anche aggiornato l’Outlook del Fondo sull’economia globale (pronosticata nel gennaio scorso in crescita del 3,9% per quest’anno e per l’anno prossimo).

Le priorità economiche dovrebbero essere quelle di evitare le tentazioni del protezionismo, contenere i crescenti rischi finanziari e spronare con le riforme la crescita a lungo termine.

Largarde non ha citato esplicitamente Stati Uniti e Cina, protagonisti del tiro alla fune commerciale, tra dazi e controdazi, che sta allarmando il mondo intero per le possibili conseguenze dai risvolti imprevedibili. Nelle dichiarazioni rilasciate dopo il suo discorso, il direttore generale del Fmi ha comunque sottolineato che anche le questioni sulla proprietà intellettuale vanno trattate in un contesto multilaterale, non con la ricerca di favori specifici o con minacce unilaterali. In questo modo ha offerto una mediazione a Cina ed Usa sulle questioni che hanno visto disotterrata l’ascia del protezionismo che ha dato origine alla guerra sui dazi.

Salvatore Rondello

Dazi, si alza lo scontro tra Cina e Usa

trump dazi

Si alza il livello dello scontro commerciale fra Usa e Cina dopo che ieri sera l’Amministrazione Trump ha diffuso un nuovo elenco di prodotti cinesi soggetti a dazi doganali del 25%. La lista proposta dall’USTR copre circa 1.300 prodotti importati dalla Cina, in settori come l’industria aerospaziale, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, la robotica e i macchinari, per un valore di circa 50 miliardi di dollari annui. Washington giustifica i nuovi dazi proposti con le accuse di violazione della proprietà intellettuale lanciate dall’amministrazione Trump nell’agosto 2017. La lista ora sarà sottoposta a ulteriore revisione pubblica prima di una decisione dell’USTR.

La nuova offensiva degli Stati Uniti ha prontamente provocato la reazione di Pechino che l’ha definita una “pratica tipicamente unilaterale e protezionista alla quale la Cina si oppone fermamente”. Il ministero del commercio cinese ha quindi annunciato un piano per introdurre dazi su 106 prodotti statunitensi tra cui auto, soia, prodotti chimici e aerei. Gli interventi avrebbero un valore di 50 miliardi di dollari annui, pari a quello delle nuove tariffe annunciate da Washington.

“Abbiamo la fiducia e la capacità di rispondere a ogni misura protezionistica commerciale degli Stati Uniti”, ha reso noto il ministero del Commercio di Pechino, che starebbe valutando anche l’opzione di ricorrere all’Organizzazione Mondiale del Commercio. “Non vogliamo una guerra commerciale, ma non ne abbiamo paura: se qualcuno insiste per iniziarla combatteremo fino alla fine”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese Geng Shuang.