Il Pd pensa a una svolta ‘rosa’ per la Segreteria

Il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi Maria Elena Boschi (D) con Debora Serracchiani (S) e il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti durante la la terza e ultima giornata della Leopolda, a Firenze, 6 novembre 2016. ANSA/Maurizio Degl' Innocenti

ANSA/Maurizio Degl’ Innocenti

Voci e indiscrezioni si rincorrono in queste ore sulla possibile successione al Partito democratico dell’ex Ministro Maria Elena Boschi. Ieri la dem ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera sul Partito Democratico e sull’attualità politica e a alla domanda sulla possibilità che il prossimo segretario del partito possa essere una donna ha risposto piuttosto evasivamente. Considerata renziana di ferro, anche se Matteo Renzi sa che una sua candidatura al congresso del Pd potrebbe essere controproducente.
La sua possibile candidatura, che sarebbe espressione appunto dell’area strettamente renziana, non è la sola a rappresentare l’entourage del segretario uscente, Matteo Renzi e non è nemmeno l’unica donna che potrebbe rappresentare un’alternativa alla segreteria da sempre in mano agli uomini dem. Gli altri partiti, anche quelli di destra, come FdI, hanno visto donne alla carica, come Giorgia Meloni, ma per il Partito democratico, anche quando ancora si chiamava Pci la carica è sempre stata maschile. Un unicum in Europa.
Comunque le altre quotate per la segreteria sono donne molto ‘vicine’ alla linea renziana: Teresa Bellanova e Debora Serracchiani. Anche se quest’ultima non è più considerata una “fedelissima” renziana, mentre l’ex sindacalista della CGIL, è talmente gradita al segretario uscente che è stata indicata a sfidare l’avversario generazionale di Renzi, Massimo D’Alema, nel collegio uninominale Puglia 6 del Senato.
Tutto è ancora da considerare, il prossimo congresso nazionale del principale partito di opposizione dovrebbe svolgersi prima delle elezioni europee, quindi a inizio 2019, con le Primarie per la scelta del segretario che dovrebbero essere fissate per il 24 febbraio.

Articolo 18, il M5S tradisce i suoi elettori e vota contro

di maio caffèPer anni si erano dichiarati paladini dei lavoratori e avevano giurato di smantellare il Jobs Act di Renzi, ma ora il M5S cambia linea proprio sull’articolo 18. I parlamentari di Leu, che avevano presentato l’emendamento per la reintroduzione dell’articolo 18 si sono visti bocciare l’emendamento proprio dai 5 stelle, che è stato quindi respinto con 317 no, 191 astensioni e i soli 13 voti a favore della pattuglia di deputati di Leu.
Eppure proprio l’attuale ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, a dicembre nel suo tour elettorale in Lombardia era intervenuto anche su questioni economiche e che riguardano le politiche del lavoro: “Vogliamo abolire il Jobs Act, crediamo che sotto i 15 dipendenti non serva l’articolo 18, perché in quel caso le imprese sono a conduzione familiare, i cui imprenditori sono anche dipendenti e i dipendenti fanno parte di questa famiglia. Sopra i 15 dipendenti invece vogliamo ripristinarlo”.
Mentre qualche anno fa, sempre il Vicepremier Di Maio, affermava: “Articolo 18? I sindacati storici sono i principali responsabili dello smantellamento dei diritti dei lavoratori”. Ma proprio oggi a presentare l’emendamento è stato l’ex leader della Cgil, Guglielmo Epifani, che dopo il voto esprime il suo rammarico. “Una occasione persa per ridare veramente dignità ai lavoratori e alle lavoratrici”. “Per noi – prosegue Epifani – la proposizione della tutela reale nel caso dei licenziamenti illegittimi risponde a un doppio risarcimento intellettuale e morale. Per 20 anni ci è stato detto che l’art.18 frenava i contratti a tempo indeterminato e gli investimenti. Tolto quel diritto però non sono aumentati né i contratti né gli investimenti. È bene prendere atto che quella narrazione non era e non è vera. E’ necessario tornare a difendere meglio la dignità dei lavoratori che vengono licenziati in modo illegittimo. E sicuramente il cosiddetto DL Dignità non lo fa”, conclude Epifani.
Immediata la reazione del Pd, che “prende atto che M5S e Lega lasciano intatto il Jobs act voluto e attuato dai governi Renzi e Gentiloni. E lo fanno dopo che per tutta la campagna elettorale hanno detto che lo avrebbero abolito e reintrodotto l’articolo 18″, come ha detto la capogruppo in commissione Lavoro, Debora Serracchiani.
Ma Di Maio si difende e sostiene che il governo pentastellato stia “tutelando il lavoro dagli abusi e le imprese dalla concorrenza sleale di chi prende i soldi pubblici e poi scappa”. E sostiene che l’obiettivo del Governo “è portare il provvedimento a casa, quello delle opposizioni è modificarlo, il punto di incontro è fare un buon risultato”.

LA PALUDE

governoPer il Movimento cinque stelle è ufficialmente avviato il dialogo per il Pd, lo ha dichiarato il Presidente della Camera, Roberto Fico che ha detto che il suo mandato esplorativo ha avuto “un esito positivo”. Tuttavia l’altra parte del dialogo, il Partito democratico, si ritrova in una vera e propria palude, dove ogni passo rischia di far affogare il già travagliato partito alle prese con una sconfitta cocente e con divisioni che rischiano di lacerare ancora di più la sinistra. Il segretario reggente Maurizio Martina si ritrova davanti un partito diviso tra quanti vorrebbero almeno provare ad avviare il confronto sul programma di una possibile maggioranza e l’ala che fa capo all’ex segretario Matteo Renzi, contrario ad ogni ipotesi d’intesa. I renziani ritengono di essere in maggioranza in direzione. Nel frattempo è tutto fermo, si attende il 3 maggio quando finalmente la direzione dem si riunirà. Ma la sinistra non è solo il Pd, Maurizio Martina deve fare i conti anche con gli alleati, oggi il segretario dei socialisti è intervenuto al riguardo. “Tra noi e il Movimento 5 Stelle ci sono delle differenze sostanziali; di visione e di rapporto con un sistema democratico per arrivare alle decisioni. E poi non capisco quale sia il programma con il quale vorrebbero governare”. Questa la posizione espressa dal segretario del PSI, Riccardo Nencini, intervistato dal quotidiano Il Messaggero in merito alle consultazioni tra PD e M5S. Nencini ha ribadito nell’intervista di essere insospettito “dall’ipertatticismo” dei 5 Stelle soprattutto perché i grillini offrono indifferentemente contratti di governo a forze tra loro antagoniste: che adesso Di Maio tiri fuori il conflitto di interesse “conferma il camaleontismo dei 5S”, atteggiamento che si afferma, secondo Nencini, perché “sono spariti i pilastri fondativi” del Movimento e l’unico obiettivo è quello di “raggiungere la Presidenza del Consiglio”. Riguardo alla possibilità, tutta da verificare, di un incarico formale per la nascita di un governo, Nencini ribadisce di aver ricevuto “assicurazioni” da parte di Martina in merito al coinvolgimento delle forze di coalizione.
Anche il vicepresidente Pd della Camera, Ettore Rosato, ribadisce un no sicuro all’eventualità di un’alleanza con i pentastellati. Il percorso con i Cinque Stelle per l’esponente dem “non è avviato” al momento ed “è pieno di insidie”, quindi “difficilmente può concludersi in qualcosa”. Anche perché, spiega, il Pd è “differente su tutto” dal partito guidato da Luigi Di Maio e il M5s “non ha fatto un passo concreto in avanti”.
Ma dell’alleanza non sembrano sicuri nemmeno i cinquestelle con ‘resistenze’ di non poco conto tra la base grillina. Tuttavia il Capo politico M5S, Luigi Di Maio, punta a superare le divergenze con i dem per “un buon contratto di governo al rialzo, non al ribasso” col Pd.
L’altro ‘forno’ dei pentastellati, la Lega, intanto resta a guardare, ma non senza sfruttare lo stallo Pd-M5S per le prossime regionali che si terranno nel Friuli Venezia Giulia questa domenica, il 29 aprile.
“Vi immaginate cosa potrebbe combinare un governo Pd-Cinque Stelle sull’immigrazione? Io non oso farlo”. Matteo Salvini, parlando in una diretta Facebook davanti al Cie di Gradisca d’Isonzo, smonta così le trattative tra democratici e grillini per provare a creare un governo che definisce ‘stucchevole telenovela’. E poi tuona: “O si governa con le idee premiate dagli italiani o meglio tornare a votare e chiudere la fiducia per governare da soli”. Ma per il suo alleato Berlusconi “Sarebbe un male tornare al voto”. L’ex Cavaliere fa sapere che Matteo Salvini “resta sicuramente nella coalizione dopo le Regionali” e che sulle voci che “riguardano la rottura della Lega sono storie inventate da chi ha interesse a inventarle”.
Si rincorrono infatti voci secondo le quali dopo le elezioni di domenica prossima in Friuli, dove è candidato a governatore il leghista Fedriga, il leader del Carroccio potrebbe rompere l’alleanza con Berlusconi e puntare a riaprire i contatti con i 5Stelle per andare al Governo.
Dopo il voto nella Regione presenziata dalla Serracchiani l’indicazione principale che ci si attende è se la Lega supererà Forza Italia anche in questa regione. Il Centro destra resta il favorito anche in queste consultazioni elettorali.
A livello nazionale intanto in caso di mancato accordo viene scartata l’ipotesi delle elezioni a giugno, anche se Mattarella dovrebbe sciogliere le Camere entro il 9 maggio. L’ipotesi più probabile è quella di tornare al voto in autunno con una nuova legge elettorale che tolga l’impasse corrente e di conseguenza potrebbe esserci un Governo del Presidente.

Astio in casa Pd e Delrio ‘punta’ sulla classe operaia

Delrio-Rosato-Martina_PdDopo la debacle del 4 marzo la questione per i dem è tutta sulla leadership. Il Guardasigilli e leader della minoranza Pd, Andrea Orlando, attacca il segretario dimissionario, Matteo Renzi: “Renzi deve decidere una cosa: se ritiene che le colpa della sconfitta elettorale non sia la sua, che sia la mia o dei cambiamenti climatici, allora può decidere di ritirare le proprie dimissioni e continuare a esercitare il mandato avuto dagli elettori. Se invece, come ha detto, si assume non dico tutta la responsabilità ma almeno una quota significativa e ne trae come conseguenza quella di arrivare alle dimissioni, allora deve consentire a chi pro-tempore ha avuto l’incarico di poterlo esercitare altrimenti non riparte un dibattito sereno, una ripresa di rapporti de Pd con la società italiana”. L’invito di Orlando è quello di lasciar lavorare il segretario reggente, Maurizio Martina, ma la dichiarazione di fuoco arriva dopo la riunione dei “renziani” avvenuta ieri nello studio di Andrea Marcucci, capogruppo Dem al Senato che ha fatto infuriare molti membri del Pd. Ma se le liti interne sono ormai ordinarie in casa dem, a gettare benzina sul fuoco anche l’apertura del Movimento 5 Stelle che ha contribuito al moltiplicarsi delle voci che chiedono un congresso immediato.
Se fino a ieri sembrava scontata una rielezione di Martina ora invece, secondo le indiscrezioni, sono molti i ‘renziani’ pronti a prendere le redini del Partito. Primo fra tutti Matteo Richetti, attuale portavoce del Pd, ma anche la ‘renziana’ di prima ora e dimissionaria dal Pd, Debora Serracchiani, compare nella rosa dei candidati. Nel frattempo a sinistra dem si prepara un incontro domani “sinistra anno zero”, in contemporanea con il Convegno di Richetti “Harambee”, al quale parteciperanno Andrea Orlando e Gianni Cuperlo, ma anche alcuni fuoriusciti dal Partito e confluiti in LeU: Enrico Rossi e Alfredo D’Attorre.
A tentare di sedare gli animi ancora una volta Graziano Delrio che afferma: “Non mi interessa chi si candida alla segreteria mi interessa cosa proponiamo al Paese”. Sempre per quanto riguarda le candidature alla segreteria, si augura che ci ” siano tesi forti che favoriscano il nuovo percorso del Pd e la sua rigenerazione”. L’obiettivo è quello di “guardare alla sostanza delle ricette per il Paese”. E al riguardo chiarisce che il partito dovrebbe porsi in maniera “più critica” rispetto a certi modelli di sviluppo, come quelli che riguardano la delocalizzazione delle imprese e i salari, per esempio.
Probabilmente Delrio guarda al successo delle iniziative portate avanti dal neo iscritto Carlo Calenda a favore degli operai, come nel caso di Embraco.
Per quanto riguarda invece la possibilità di un’alleanza con i cinquestelle, Delrio mantiene la linea adottata da tutto il Pd, nessuna apertura. “Quando Di Maio dice: ‘O voi o la Lega!’, sta dicendo che non ha un`idea di paese. Cosa serve davvero all`Italia? Non c`è un problema personale. Di Maio fa la stessa offerta a noi e alla Lega. E a voi sembra che noi e la Lega abbiamo la stessa idea di paese? Di Maio ha ricevuto un mandato dagli elettori che non era il mandato a governare con noi”. Lo ha detto Graziano Delrio, capogruppo Pd alla Camera ai microfoni di Giorgio Zanchini a Radio anch`io (Rai Radio1).
“Il M5s ci ha criticato per tutti questi anni. Noi vogliamo essere seri. Loro hanno idee diverse da noi. E` una questione di serietà. Non vogliamo prescindere dal merito per arrivare al potere ad ogni costo”, ha concluso.

Renzi innesca la bagarre nei dem accusando Gentiloni

gentiloni-renzi9.jpg_997313609Non bastavano le liti interne, la spaccatura che ha portato alla nascita di un’altra sinistra, non bastava aver ‘congelato’ le proprie dimissioni dopo il flop elettorale. Matteo Renzi va oltre, non si assume nessuna responsabilità per la debacle del Pd, ma punta il dito direttamente contro i due Capi delle Istituzioni: Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni. Quest’ultimo è stato sempre molto apprezzato non solo dal suo Partito, ma anche tra gli italiani e dopo solo un anno di Governo. Gentiloni è stato tra i pochi del Pd a non essere azzoppato dal voto, ha vinto il suo collegio con percentuali ottime a differenza di Franceschini e Minniti e nonostante si sia sempre distinto per la sua compostezza stavolta non ha retto alle accuse del segretario Renzi. L’attuale Presidente del Consiglio alla fine si è “arrabbiato”, tanto da aver esclamato: “Mi ha dato dell’inciucista. Lui a me”. E dopo aver ribadito che lui non sta pensando a fare accordi di un certo tipo con nessuno si sarebbe sfogato dicendosi “sconvolto” dal discorso di Renzi, “per come ha ricostruito i motivi della sconfitta” e per quelle dimissioni che dimissioni in realtà non sembrano.
Le accuse a Gentiloni unite alle sue ‘dimissioni congelate’ hanno riaperto la ferita nel Partito democratico, già alle prese con la più grande batosta elettorale per la sinistra nell’Italia Repubblicana. La delusione è cocente e si fa strada nelle decisioni dei dem: la prima è proprio una dei renziani della prima ora, la governatrice del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani (che ha strappato al fotofinish un seggio in Parlamento, grazie al meccanismo del calcolo dei resti) ma che annuncia di lasciare la segretaria nazionale. “Alla luce del risultato delle elezioni, per senso di responsabilità nei confronti di tutta la comunità del partito, ho preso la decisione di dimettermi dalla Segreteria nazionale del Pd”, ha annunciato: “Un atto – dice – doveroso e improrogabile”.
Ma i malumori si sono propagati tra i big del Pd dopo le accuse del senatore Zanda, tra questi anche il Vice Maurizio Martina, mentre Gianni Cuperlo, espressione della minoranza interna, la delusione è forte: “Dal segretario di un partito pesantemente sconfitto dal voto, mi sarei atteso un’assunzione di responsabilità, come classe dirigente, che non passasse solo dall’affermazione ‘prendo atto e me ne vado’ ma da un’analisi dei limiti dell’azione condotta in questi anni”. E a proposito delle affermazioni del segretario, che accusa il presidente Mattarella di non aver concesso due finestre elettorali più favorevoli parla di “passaggi francamente inaccettabili. Come anche la scelta di rinviare le dimissioni a dopo la formazione del nuovo governo”.
Lorenzo Guerini prova a rimettere pace: “Lunedì prossimo faremo Direzione nazionale e quello sarà il luogo e il momento per aprire una riflessione seria e responsabile sui risultati e sui prossimi passaggi”. Afferma il coordinatore della segreteria del Partito Democratico.
Nel frattempo si profilano già le candidature, più o meno implicite, di due governatori, Sergio Chiamparino e Nicola Zingaretti, ultimi capisaldi di una sinistra sbaragliata ovunque.
Ma Renzi, dopo la smentita sulla sua settimana bianca, fa ben capire di non lasciare senza aver ‘combattuto’ l’ultima battaglia e continua ad accusare gli altri. “Le elezioni sono finite, il PD ha perso, occorre voltare pagina. Per questo lascio la guida del partito. Non capisco le polemiche interne di queste ore. Ancora litigare? Ancora attaccare me?”. Matteo Renzi replica via social network ai suoi critici, fuori e dentro il Pd. Ai primi, ai media, spiega che “parlare di me, ancora, è inspiegabile. Sono altri, adesso, a guidare il Paese: occupatevi di loro, amici dell’informazione”. Agli altri, all’opposizione interna, lancia la sfida a confrontarsi a carte scoperte in Direzione: “Per me il Pd deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari”.

Moody’s vede positivo per il Pil Italiano

Moody'sMoody’s rivede al rialzo le stime di crescita dell’economia italiana. L’agenzia internazionale di rating stima per il 2017 e il 2018 una crescita del Pil dell’1,3%, contro lo 0,8% e l’1% previsti in precedenza. A sostenere il miglioramento delle stime sull’Italia, spiega il Global macroeconomic outlook di Moody’s, sono sostanzialmente “la politica monetaria e di bilancio e una ripresa più forte nell’Ue”. Nel complesso la stima è di una crescita del 2,1% nell’Eurozona per il 2017 e dell’1,9% nel 2018, dopo il +1,6% del 2016.

“I robusti indicatori – spiegano gli esperti dell’agenzia parlando dell’Ue – suggeriscono che la crescita subirà un’accelerazione per il resto dell’anno, mentre l’indice di fiducia dei consumatori si attesta al top da 16 anni e fa ben sperare per una ripresa sostenuta dai consumi”. Riviste al rialzo anche le stime di crescita di Germania, al 2,2% e al 2%, e Francia, all’1,6% per il biennio 2017-18 dall’1,3% e dall’1,4%.

Immediate le reazioni politiche alle nuove stime, complici anche i dati positivi sull’andamento del fatturato nei servizi dell’Istat (che aumenta dello 0,7% rispetto al primo trimestre 2017) e sulla fiducia dei consumatori nella zona euro (con l’Italia al top). Dati, questi ultimi, sottolineati e rilanciati anche dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni: “Istat, Ue. Risultati positivi fanno crescere fiducia nella nostra economia. Impegno perché più fiducia significhi più lavoro”, scrive su Twitter.

Tra le prime voci del Pd a commentare ‘a caldo’ le nuove stime c’è Matteo Renzi, che su Facebook scrive: “Ciò che abbiamo costruito in questi anni sta finalmente dando frutti per l’Italia”. Per Ernesto Carbone si tratta di “risultati confortanti”, di chi, come il Pd e i governi Renzi e Gentiloni, ha sostenuto la crescita contro “la decrescita felice” auspicata dal M5S. “Tutti gli indicatori – afferma il responsabile sviluppo del Partito democratico – dicono che le riforme e in generale le politiche adottate dal governo Renzi e poi proseguite da quello Gentiloni stanno ottenendo importanti risultati che dovranno essere ulteriormente rafforzati e stabilizzati”. Sulla stessa lunghezza d’onda Debora Serracchiani (“Pil, l’Italia conferma il segno +. Riforme realizzate dai governi Pd hanno rilanciato la crescita con cui è possibile ridurre le diseguaglianze”), Matteo Colaninno (“Il merito, oltre che di un clima internazionale ed europeo molto più favorevole, è delle riforme che i Governi Renzi e Gentiloni hanno voluto tenacemente e coraggiosamente portare avanti”).

Di ben altro tenore i commenti dei forzisti Daniela Santanchè (“Non credo che l’Italia dovrebbe farsi influenzare dai giudizi di Moody’s) e Lucio Malan (“Siamo alle solite: un Governo che strumentalizza dei numeri velatamente positivi per sponsorizzare la propria causa”.

Pd. Guerra fredda e “Cosa Rossa”, 48 ore per decidere

pd scissione“È come quei film intellettualoidi che uno esce dal cinema senza aver capito come è andata a finire”. È questo il commento di Chicco Mentana e che meglio riesce a rappresentare i ‘giochi’ e gli scontri in casa Pd di questa domenica. Dopo quasi sette ore di dibattito, nessun fatto certo, e Michele Emiliano ha riaperto la partita, mettendo sul piatto la proposta di un accordo che, a suo dire, sarebbe vicino. Tuttavia però lo scontro si è riaperto sulla carne viva di una scissione, anche se restano ancora 48 ore per decidere. Intanto la politica infetta l’economia. Standard and Poor’s scrive nel rapporto sull’Italia “A stronger eurozone economy, despite higher volatility on bond markets”. Insomma: “L’economia italiana sembra alle prese con una debolezza strutturale di crescita e inflazione che permette al partito populista del ‘Movimento 5 Stelle’ di sostenere che lasciare l’euro possa risolvere i problemi dell’economia del Paese”. L’Italia è invischiata in uno stallo politico, in una situazione che potrebbe trasformare il 2017 in un anno perso per quanto riguarda le riforme, di cui il Paese ha bisogno.
Nel frattempo si scaldano i motori della nuova “Cosa Rossa”, la linea e l’eventuale nuovo Partito della minoranza e degli scissionisti, dove ci sono nomi di peso, fra cui due governatori in carica come Michele Emiliano ed Enrico Rossi, due ex segretari nazionali come Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani, un ex segretario della Cgil (lo stesso Epifani), un ex primo ministro (Massimo D’Alema) e un ex capogruppo alla Camera, Roberto Speranza. In tutto 60 parlamentari con un bacino di preferenze concentrato soprattutto al Sud che secondo il presidente del coordinamento del no al referendum di dicembre, Guido Calvi, prenderebbe molti di 6 milioni di voti per il no arrivati dal Pd.
Oltre che dai fuoriusciti del Pd, il nuovo gruppo sarebbe formato anche da alcuni parlamentari dell’ex Sel, ora diventata Sinistra Italiana (Si), e conterebbe una cinquantina di deputati e 15-20 senatori.
Neppure Renzi intende “staccare la spina” al governo approfittando della scissione, ha detto una fonte dell’esecutivo, ma ha avvertito che il pericolo potrebbe venire, nei prossimi mesi, dall’Ncd del ministro degli Esteri Angelino Alfano, nel caso in cui il centrodestra si ricompattasse attorno a Silvio Berlusconi, che sta cercando di costruire una nuova alleanza anche con Lega ed ex An.
ma il fronte degli scissionisti ha avvertito che appoggerebbe comunque Gentiloni e in una nota unitaria Emiliano, Rossi e Speranza attaccano l’ormai ex segretario: “Anche oggi nei nostri interventi in assemblea c’è stato un ennesimo generoso tentativo unitario. È purtroppo caduto nel nulla. Abbiamo atteso invano un’assunzione delle questioni politiche che erano state poste, non solo da noi, ma anche in altri interventi di esponenti della maggioranza del partito. La replica finale non è neanche stata fatta. È ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi così una responsabilità gravissima”. Il vice segretario Lorenzo Guerini si dice “esterrefatto e amareggiato” perché “chiunque abbia seguito il dibattito della assemblea nazionale si è potuto rendere conto che esso andava in tutt’altra direzione, intervento dopo intervento. Segno che questa presa di posizione, del tutto ingiustificata alla luce del confronto odierno nel Pd, era evidentemente una decisione già presa”. Toni che allontanano una volta di più le parti, ma che ancora non segnano la parola fine al tentativo di tenere unito il partito. Da parte della maggioranza, spiega una fonte renziana, c’è ancora “disponibilità piena a fare la conferenza programmatica, mentre sui tempi siamo distanti”. “Il congresso si concluderà prima delle amministrative”, ribadisce la vice segretaria Debora Serracchiani. “Renzi può arrivare al massimo a fare le primarie il 7 maggio, più in là non si può andare”, spiega un parlamentare renziano. Bisogna vedere se per il candidato-governatore sarà sufficiente. “Martedì daremo vita alla commissione congresso, in direzione, – conclude un renziano – e vedremo chi accetta di entrare e chi no”.
Intanto Renzi non demorde e ha detto che intende ricandidarsi e i sondaggi della scorsa settimana tra gli elettori Pd lo danno nettamente in testa. Sempre l’ex presidente del Consiglio riferendosi all’assemblea commenta: “È andata benissimo. Ora il congresso entro maggio e il voto a settembre”. C’è già anche una data per le primarie: 7 maggio. La rotta è segnata, ma restano altre due tappe per non far naufragare il Partito. Un primo appuntamento per capire se la scissione passerà dagli annunci ai fatti, è già domani, quando nel pomeriggio si riunisce la direzione del Pd, per nominare la commissione che dovrà fissare regole e data del congresso e delle primarie per l’elezione del nuovo segretario. I tre principali sfidanti di Renzi, l’ex capogruppo alla Camera Roberto Speranza, il presidente della Puglia Michele Emiliano e Rossi non hanno ancora deciso se parteciperanno alla riunione della direzione, né se entreranno nella commissione che dovrà fissare il congresso. “Se non succede qualcosa di clamoroso entro 48 ore, siamo fuori”, dice una fonte vicina all’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani.

Ultimo tentativo per cercare di ricucire i rapporti è quello del Guardasigilli, Andrea Orlando, che domani inaugura il blog “Lo stato presente”, intervenendo ad Agorà su RaiTre, lancia un appello: “Non mi pare serva mettere altri candidati alla segreteria in lizza. La questione non è che non hanno un candidato. Ne hanno anche troppi. Se la mia candidatura impedisse la scissione, sarei già candidato. Non ho capito quale sia il problema in questo passaggio…”.

“Noi – ha aggiunto – abbiamo troppo concentrato la nostra attenzione sulle persone. Se le forze politiche stanno insieme solo su un leader e non su un programma alla prima curva rischiano di ribaltarsi. Dobbiamo dire prima di tutto come riposizioniamo il Pd dopo la sconfitta al referendum del 4 dicembre”.

Dopo la Leopolda. Amarezza di Bersani e timori di Renzi

bersani-renziUn nuovo derby in casa Dem, stavolta però a essere messo alla ‘porta’ è l’ex “Capitano” Pier Luigi Bersani che esprime tutta la sua amarezza per gli attacchi e le risposte dell’attuale segretario Matteo Renzi.
“Più andiamo avanti e più è evidente che i leader del fronte del No usano l’appuntamento del 4 dicembre per tentare la spallata al Governo. Vogliono tornare loro a guidare il Paese e si rendono conto che questa è l’ultima chance. Ecco perché da Berlusconi a D’Alema, da Monti a De Mita, da Dini a Cirino Pomicino fino a Brunetta Grillo e Gasparri stanno tutti insieme in un fronte unico. Provate a chiedere loro su cosa andrebbero d’accordo: su nulla, probabilmente. Solo sul dire no”. Così scrive Matteo Renzi nella sua Enews . “L’Italia non si cambia con i no. L’Italia non va avanti seguendo chi sa solo criticare gli altri senza proporre un’alternativa. Ecco perché ogni giorno di più il referendum diventa un derby tra futuro e passato, tra speranza e nostalgia, tra chi vuole cambiare e chi preferisce non cambiare nulla. Stavolta possiamo davvero liberarci della maledizione del Gattopardo. Ma perché ciò accada è fondamentale che tante persone si mettano in gioco”. In realtà già ieri nel suo discorso Matteo Renzi alla Leopolda aveva puntato il dito contro la ‘minoranza dem’, e chiamando alla mobilitazione le forze per il sì. al “bivio tra rabbia e proposta”, nel derby tra “futuro e gattopardi”, e accusa uno ad uno gli avversari del No, di voler solo “tornare in pista”. Agita lo spettro del “governicchio” tecnico. E lancia l’affondo sulla Ditta, la minoranza Dem per il No: per la voglia di “rivincita”, faranno fare al Pd la fine dell’Ulivo.
“Viviamo il tempo dell’odio: ma gli incappucciati che feriscono i poliziotti non difendono la Costituzione”, alza subito i toni Renzi, dopo la protesta di ieri a Firenze. “‘Yes, we can’, non lasciamo il Paese nelle mani della compagnia dei rancorosi che hanno fallito” e ora vogliono “bloccarci” per “tornare”.
Da Palermo l’ex segretario Bersani commenta così i cori di ieri alla Leopolda:
“Fuori fuori? I leopoldini possono risparmiarsi il fiato, vanno già fuori parte dei nostri. Io sto cercando di tenerli dentro, ma se segretario dice fuori fuori bisognerà rassegnarsi. Ho provato una grande amarezza”, dice e aggiunge: “Mentre i leopoldini urlavano fuori fuori, a Monfalcone, da sempre carne nostra, abbiamo preso batosta storica dalla Lega perché molti dei nostri non hanno votato. Io non c’ho dormito, non so altri. Vedo – prosegue – un partito che sta camminando su due gambe, l’arroganza e la sudditanza. Cosi non si va da nessuna parte. Io non voglio niente se non parlare” risponde a Renzi secondo cui l’obiettivo di chi voterà ‘no’ al referendum è ritornare al governo. “Nel Pd – spiega Bersani – ci vuole libertà, autonomia, schiena dritta, pensiero, democrazia: non chi vuole arroganza e sudditanza. Mi impressiona che tutti gli altri stiano zitti. Sul tema della Costituzione – prosegue – non esiste una disciplina di partito. Questa storia che il Pd fa tutto da solo si sta dimostrando debole, abbiamo perso tutti i ballottaggi. Bisogna costruire un area ulivista di centrosinistra, il Pd deve essere una infrastruttura non può essere il pigliatutto con la logica de comando. Il segretario deve dare indicazione poi ognuno sceglie con propria testa. Un partito che è al governo e ha la maggioranza in Parlamento e pone la fiducia sull’Italicum non può certo cavarsela con un foglietto fumoso. Penso che Renzi voglia tenersi mano libere, altrimenti ci sarebbe stato qualcosa di serio. Il ‘no’ al referendum è un modo per far saltare l’Italicum, il resto sono chiacchiere. Su quel foglietto c’è scritto stai sereno, ma io voto no. Mi preoccupa -spiega Bersani – l’incrocio tra il referendum e l’Italicum, con un ‘governo del capo’ e parte del Parlamento nominato. Non sto parlando di noccioline. Non posso tollerare questo rischio con conseguenze gravissime, mi spiace. Al congresso del Pd – spiega Bersani – porrò il problema della separazione della leadership del partito con la guida del governo”.
Contro Bersani arriva l’affondo della vicesegretaria Pd Debora Serracchiani. “Bersani non stravolga la realtà ed eviti polemiche fuori luogo: Renzi non ha mai detto ‘fuori’ a nessuno”. E accusa l’ex segretario: “Da chi è stato segretario del nostro partito ci aspettiamo compostezza e proporzione anche nella dialettica più aspra. Chi ha ricoperto alte cariche ha il compito di rappresentare sempre al meglio il partito. Nel Pd si lavora e si dovrebbe sempre lavorare per l’unità, mai per dividere. L’auspicio è che questo intento sia saldamente condiviso, anche in queste ore, da Bersani”.
La spaccatura è temuta da entrambe le componenti, maggioranza e minoranza dem, tuttavia la sconfitta sembra ancora una volta dover ricadere sulle spalle della Vecchia Guardia rappresentata ancora una volta da Pier Luigi Bersani. E mentre Roberto Speranza tenta di ricucire affermando che l’intesa raggiunta sull’Italicum “è un pezzo di carta fumoso, è uno ‘stai sereno'”, e “Cuperlo ha commesso un errore politico”. Ha comunque auspicato che se al referendum vince il No, “Renzi non deve dimettersi” e che “il prossimo segretario del Pd sia in netta alternativa a Renzi”. Da parte di Matteo Guerini si punta tutto ‘contro’ Bersani accusato di “posizione strumentale”, di chi ha evitato di sedersi al tavolo per trovare una mediazione,

“Repubblica”, D’Alema e il lusso del virgolettato

D'Alema-Renzi-UeIl lusso del virgolettato è una libertà che i giornali non dovrebbero prendersi. Non è neanche la prima volta che succede. Ma i vizi e i lussi, come risaputo, si perdono difficilmente. Questa volta è successo con delle frasi attribuite a Massimo D’Alema e riportate da “Repubblica” in un retroscena che parte dalla prima pagina.

Il quotidiano romano scriveva che D’Alema, pur di mandare via Renzi, “sarebbe disposto a votare Lucifero, figuriamoci se può tirarsi indietro davanti alla candidata grillina di Roma Virginia Raggi”. Parole che D’Alema avrebbe detto in colloqui con amici “durante la campagna elettorale che ha fatto in giro per l’Italia nei comuni dove lo hanno chiamato i fedelissimi, l’ex premier – raccontano – ha svelato la sua scelta romana: «Voto per la Raggi e invito chi mi chiede un consiglio a fare altrettanto». Sfoghi, battute, sarcasmi distribuiti a pioggia, perché non vi è traccia di dichiarazioni ufficiali. Ma l’obiettivo è abbastanza chiaro: indebolire l’attuale segretario del Pd, far cadere il suo governo «e dopo mettersi al lavoro per ricostruire la sinistra riformista». Sulla strada di questo traguardo si passa da due tappe: quella di domenica, i ballottaggi di Roma e Milano, e il referendum costituzionale di ottobre. Già dalla prossima settimana D’Alema si prepara a costituire i comitati del No”.

Insomma “la Repubblica” ha riportato dei virgoletti attribuiti a D’Alema e basati su frasi dette da altri. Nulla di più evanescente. Affermazioni che la portavoce di D’Alema, Daniela Reggiani, ha prontamente smentito: “L’articolo pubblicato da ‘Repubblica’ è falso. I numerosi virgolettati riportati, a cominciare dal titolo, corrispondono a frasi mai pronunciate. D’altra parte, l’autore non precisa né dove, né quando, né con chi sarebbero state dette. Le riunioni di cui si parla non si sono mai svolte. La ricostruzione è frutto della fantasia del cronista e della volontà dei suoi mandanti. D’Alema, che è quasi sempre all’estero, non ha avuto modo di occuparsi della campagna elettorale di Roma”. Parole chiare che riportano un po’ di tranquillità nel Pd. Chi in mattinata aveva letto i giornali era caduto dalla sedia. La vice-segretaria Debora Serracchiani liquidava così la questione: “Siamo di fronte a questioni personali. Sfasciare tutto non serve”.

Ma dopo la smentita di D’Alema un tranquillato Guerini aggiungeva: “Polemica chiusa. Lo aspettiamo a uno dei tanti gazebo per Giachetti che in questi giorni riempiono la città”. “Non mi occupo di retroscena. Non mi appassionano e penso che non appassionino nemmeno gli italiani”.

“Repubblica” naturalmente conferma tutto. Ma sul fronte di D’Alema l’impressione è che quanto scritto non sia frutto di “fantasie giornalistiche delle quali lo stesso D’Alema non vede disattenzione del cronista mentre si ha l’impressione che sia invece un vero e proprio dolo che supponiamo abbia un’origine nella sede non diciamo del taverniere fiorentino ma certamente nel suo entourage”. Lo si legge ne “la Velina Rossa” di Pasquale Laurito, molto vicino all’ex segretario dei Ds negli anni della sua premiership. “E’ in corso un gioco politico che dura da molte settimane”, e, rimarca Laurito, “D’Alema non ha voluto commentare i risultati delle Comunali proprio per non essere trascinato in un gioco assurdo, quasi a far apparire che l’incapacità attuale sia dovuta a Massimo D’Alema presentato come ‘amico di Lucifero’: un modo per fare caciara e intestare ad altri il prevedibile insuccesso del Pd alle amministrative”. La Velina rossa sottolinea dunque: “Chi conosce bene D’Alema sa che tutto si può dire tranne che non sia un uomo serio”. E in ogni caso “se D’Alema è stato rottamato dal taverniere fiorentino perché gli si attribuisce tanta rilevanza politica? Chi è causa del suo mal, pianga se stesso”.

Ginevra Matiz

Il congresso del PSI – 1^ giornata: mozioni e documenti

Congresso di Salerno manifestoE’ iniziato venerdì 15 aprile a Salerno, il quarto Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano, dal titolo ‘Il Futuro è adesso’. I lavori si tengono fino a domenica 17 presso il Grand Hotel Salerno, Lungomare Clemente Tafuri, 1.
‘Al Congresso chiederemo alle delegazioni di socialisti che verranno in Italia da tutta Europa – ha detto il Segretario del Psi Riccardo Nencini nella sua relazione di apertura – di convocare un Congresso straordinario del Pse con all’ordine del giorno la modifica degli accordi di Dublino e del Trattato di Maastricht. Così come sono adesso e con l’ingiustificato silenzio di Juncker – ha proseguito – non saremo in grado di far fronte all’emergenza migranti e a una crisi che durerà nel tempo”.Oltre alla partecipazione delle delegazioni dei partiti italiani e europei, associazioni, fondazioni, sindacati e delle istituzioni regionali e locali, nel pomeriggio di venerdì sono intervenuti Luis Ayala, Segretario generale dell’Internazionale socialista, di Maurizio Turco del Partito Radicale e di Carmelo Barbagallo, segretario della Uil.
Il dibattito congressuale proseguirà sabato 16 aprile con interventi di Benedetto della Vedova, sottosegretario agli Affari Esteri, Susanna Camusso, Segretario generale della CGIL, imprenditori, attivisti Lgbt, e altri.
La giornata del 17 aprile è dedicata, oltre che agli interventi del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini e del vice segretario del Pd, Debora Serracchiani, all’elezione dei nuovi vertici del Psi e del segretario nazionale. Prevista la diretta twitter su @PartSocialista e su @Avantionline.


QUI i documenti congressuali, il programma e le indicazioni per gli alberghi