Turchia, la crisi finanziaria sembra senza fine

turchiaSi è aggravata la crisi finanziaria della Turchia e i mercati finanziari sono spaventati. Il crollo della lira turca sembra senza fine mentre vola il rendimento dei titoli di Stato. Il mercato azionario ha limitato i danni con una flessione intorno al mezzo punto percentuale.

Le vendite a piene mani della valuta turca ha avuto riflessi anche sui bond governativi. La lira turca ha perso in pochissimo tempo, dopo l’apertura dei mercati, il 7% sul dollaro scivolando a 5,97 mentre il cambio con l’euro precipita a 6,84.

Sul reddito fisso il bond governativo a 10 anni ha toccato il massimo storico con il rendimento schizzato al 22,82% rispetto al precedente 18,85%.

Adesso, la Turchia è diventata l’investimento più rischioso al mondo. Il premio richiesto per acquistare titoli di Stato del paese è il più elevato sul pianeta. Dai mercati è considerato più prudente acquistare bond governativi di Egitto, Uganda e Kenya.

La curva dei rendimenti si è invertita. In sostanza il rischio a breve è superiore su quello a lungo termine.

Sui bond governativi con scadenza a un anno il rendimento è volato al 19,95%. Forte pressione anche sul rendimento triennale che è schizzato al 23,53%.

Dal Bollettino trimestrale della Banca dei Regolamenti apprendiamo che alla fine del 2017 le banche italiane erano esposte nei confronti della Turchia per 16,8 miliardi di dollari con ulteriori 5 miliardi di dollari di potenziale esposizione determinati da contratti in derivati, estensione di garanzie e linee di credito.

In totale l’esposizione delle banche estere in Turchia ammonta, sempre a fine 2017, a 264,7 miliardi di dollari che sale a oltre 330 miliardi considerando altre esposizioni potenziali come i derivati (3,6 miliardi di dollari) e estensione garanzie (56 miliardi).

L’esposizione verso la Turchia nel corso del 2017 è aumentata di oltre 20 miliardi di dollari. Quella delle banche italiane è salita di oltre 3 miliardi. Gli istituti spagnoli hanno la leadership con quasi 84 miliardi di dollari, pari a circa un terzo del totale. Sull’esposizione degli istituti iberici pesa Bbva che detiene la Garanti bank, terza banca turca. Infatti sull’esposizione totale spagnola la metà è in valuta locale a differenza delle altre banche estere che hanno una modesta esposizione in lira turca (per le banche italiane solo 264 milioni di dollari).

Rilevanti anche le esposizioni delle banche francesi con oltre 37 miliardi, seguite da quelle della Gran Bretagna con 18,7 miliardi, Stati Uniti con 17,7 miliardi e Germania 17,4 miliardi.

Secondo il Financial Times, la Bce sarebbe preoccupata per l’esposizione di alcune banche dell’area euro verso la Turchia, e il quotidiano cita Bbva, Bnp Paribas e UniCredit. Tra le banche con rilevanti esposizioni figurano anche Ing, Hsbc e Citybank che hanno una presenza diretta nel paese.

Bbva è la banca più esposta nei confronti della Turchia con un totale di attività di 78 miliardi di euro a fine 2017 secondo il bilancio del gruppo spagnolo.

Eppure solo due anni fa, dall’ufficio del presidente Erdogan veniva diffuso un comunicato nel quale il governo turco era interessato a promuovere l’acquisizione di Deutsche Bank.

Il settore bancario turco in ogni caso ha attirato il forte interesse da parte di gruppi esteri ma anche di fondi sovrani in particolare del Medio oriente. Tra le operazioni più recenti il gruppo Abraaj ha rilevato il 10% della turca Fibabanka, mentre il fondo sovrano del Kazakhstan è il principale azionista di Sekerbank dopo il fondo pensione dei dipendenti.

Per quanto riguarda UniCredit, dal bilancio 2017 emerge che il totale di attività denominate in lira turca ammonta a 18,2 miliardi considerando attività, passività e derivati. Sul totale 11,8 miliardi rappresentano finanziamenti alla clientela e 2,4 miliardi sottoforma di titoli di debito.

Esposizioni rilevanti anche per istituti che non fanno parte dell’area euro come il colosso americano Citibank con 9 miliardi. Più consistenti sono le esposizioni di Hsbc che vanta un attivo di 32 miliardi in Turchia e Ing Bank con 12 miliardi.

Il gruppo del Qatar Qnb possiede la Finansbak che detiene asset per 28 miliardi di euro in Turchia, il gruppo Burgan con sede in Kuwait controlla la Burgan Bank con attività per 6 miliardi di euro mentre la russa Sberbank controlla il 99% di Denizbank che vanta asset per 27 miliardi di euro.

Come se non bastasse, il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, commentando la crisi turca con la valuta nazionale in caduta libera, ha scritto su Twitter: “Ho appena autorizzato il raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio della Turchia, visto che la loro valuta, la lira turca, è scesa rapidamente contro il nostro dollaro forte! L’alluminio sarà ora al 20% e l’acciaio al 50%. I nostri rapporti con la Turchia non sono buoni, al momento!”. Figuriamoci cosa avrebbe potuto fare Trump se i rapporti con la Turchia non fossero stati buoni.

Sui mercati finanziari pesano i timori legati non solo allo stato di salute finanziaria della Turchia, ma anche all’esposizione ad Ankara delle banche europee. Il crollo della lira turca rispetto al dollaro è arrivato con un calo del 12 per cento in un solo giorno.

Nel 2017 l’Italia è stata il quinto partner commerciale della Turchia con 19,8 miliardi di dollari di interscambio totale (+11,1% rispetto al 2016), di cui 11,3 miliardi di dollari in esportazioni e 8,5 miliardi di dollari in importazioni e una quota di mercato del 5,1%. Per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri sempre nel 2017, secondo i dati di ‘info mercati esteri’, l’Italia ha fatto investimenti per 124 milioni di dollari, in aumento del 42,5% rispetto al 2016, e ha confermato la propria presenza nel paese con oltre 1.418 aziende.

Nei primi 5 mesi del 2018 l’Italia è diventata il quarto partner commerciale con 9 miliardi di interscambio totale (+17,0%) rispetto ai primi cinque mesi del 2017, di cui 4.814 milioni di import (+14,5%) e 4.231 milioni di export (+20,1%) determinando un saldo negativo per la Turchia di 582 milioni di Usd. Sempre nei primi 5 mesi dell’anno in corso l’Italia si conferma quinto fornitore della Turchia dopo Cina, Russia, Germania e Stati Uniti e il terzo cliente dopo Germania e Regno Unito. Il flusso di vendite è aumentato del 9% rispetto al 2016 e i primi mesi del 2018 sembrano confermare questa ascesa, con un incremento del 6% nei primi due mesi di quest’anno in particolare per i beni di consumo (alimentari e bevande, abbigliamento) e beni di investimento e intermedi (macchinari, metalli, gomma e plastica).

Il confronto fra i primi cinque mesi del 2018 e il 2017 mostra un incremento del deficit commerciale della Turchia con il resto del mondo, cresciuto del 41,4% da Usd 24,9 miliardi a Usd 35,2 miliardi. Le esportazioni sono aumentate del 7,9% passando da Usd 64,3 a Usd 69,3 miliardi, mentre le importazioni hanno registrato una crescita maggiore pari a 17,2%, passando da usd 89,1 a Usd 104,5 miliardi. Nel complesso l’interscambio totale ha registrato un aumento del 13,3%, da Usd 153,4 a Usd 173,8 miliardi.

Il presidente turco, Erdogan, ha invitato i suoi cittadini a non farsi prendere dal panico per il crollo della lira turca sui mercati valutari denunciando campagne contro il suo Paese. Erdogan ha detto: “Ci sono diverse campagne in corso, non prestate loro alcuna attenzione. Non dimenticate questo: se loro hanno i dollari, noi abbiamo la nostra gente, il nostro diritto, il nostro Allah”.

Il populismo nazionalista e sostanzialmente antidemocratico di Erdogan non ha certamente migliorato la Turchia. Le controriforme strutturali messe in atto da Erdogan per modificare il processo democratico attuato cento anni fa dall’Ataturk, hanno prodotto gli effetti devastanti in atto.

Salvatore Rondello

Deutsche Bank parla cinese. Hna primo azionista

A statue is seen next to the logo of Germany's Deutsche Bank in Frankfurt, Germany, January 26, 2016. REUTERS/Kai Pfaffenbach/File Photo

REUTERS/Kai Pfaffenbach/File Photo

Mentre il Vecchio Continente annaspa, il Dragone rosso continua la sua espansione. La conglomerata cinese Hna che non ha nemmeno compiuto la maggiore età (è nata infatti nel 2000) è arrivata a detenere una quota di poco inferiore al 10%, diventando così il maggior azionista di Deutsche Bank, sbaragliando anche il fondo del Qatar e a BlackRock. Il colosso Hna, attivo nel settore industriale e finanziario, ha comunicato infatti di avere raddoppiato al 9,92% la propria quota nel colosso tedesco anche attraverso l’ultima ricapitalizzazione dell’istituto – da 8 miliardi di euro – chiusa un mese fa.
Prima di spodestare gli emiri del Qatar dal gradino più alto del podio degli azionisti di Deutsche Bank, Hna in Europa è balzata agli onori delle cronache finanziarie per una vera e propria frenesia da shopping: 30 miliardi spesi in acquisizioni solo lo scorso anno, con investimenti in Dufry, l’operatore di duty free svizzero, in Cwt e Hilton, oltre che nell’asset manager SkyBridge Capital. Il nome della conglomerata di Pechino è spuntato fuori anche sul dossier Abertis, colosso spagnolo delle autostrade su cui hanno messo gli occhi i Benetton con Atlantia.
Ma tornando alla Deutsche Bank sulla quale continua a pesare l’ombra del portafoglio di derivati, il gruppo cinese ora detiene la quota di azionista di maggioranza attraverso la società di gestione patrimoniale C-quadrat di Vienna, è sbucato nel capitale di Deutsche Bank a febbraio con un 3% e l’intenzione di arrotondarlo fin sotto al 10%, in veste di socio stabile dell’istituto di credito. La quota era salita al 4,76% in marzo, partecipando alla ricapitalizzazione voluta dall’ad britannico John Cryan.

Deutsche Bank chiude in rosso e perde 1,4 miliardi

deutsche bank 3La Deutsche Bank chiude nuovamente in rosso il bilancio del 2016 con una perdita di 1,4 miliardi di euro. Nel 2015 la perdita in bilancio ammontava complessivamente a 6,8 miliardi di euro. A determinare il risultato di bilancio per il 2016 ha contribuito principalmente il quarto trimestre che da solo ha registrato una perdita di 1,9 miliardi dovuta alle partite straordinarie per 2,9 miliardi tra i quali le rettifiche di valore sugli avviamenti ed i contenziosi per 1,6 miliardi di euro. Sull’impatto hanno pesato anche le condizioni di mercato ed i tassi bassi sui ricavi annuali scesi del 10% totalizzando 30 miliardi di euro. Secondo le dichiarazioni del Ceo, John Cryan hanno pesato “le azioni intraprese per modernizzare la banca così come le turbolenze di mercato”.

A fine del 2016, il gruppo ha completato la cessione delle attività non strategiche ed ha aumentato gli indici patrimoniali. Il Core capital ratio (Common Equity Tier 1) a fine anno era dell’11,9% contro il 11,1% a fine del terzo trimestre 2016. Le riserve di liquidità a fine anno ammontavano a 218 miliardi contro i 200 miliardi a fine del terzo trimestre.
Le previsioni per il 2017 dovrebbero essere quelle di un ritorno all’utile come ha dichiarato il ceo John Cryan :”le nostre aspettative sono di essere redditizi quest’anno, visto che ci siamo lasciati alle spalle un sacco di terribili difficoltà e abbiamo fatto molti buoni progressi. In alcuni settori, come capital market, va molto meglio di prima”.

Nonostante le dichiarazioni confortanti del Ceo della Deutsche Bank, i risultati di bilancio non hanno convinto il mercato. Alla borsa di Francoforte il titolo perde il 5%.

L’Istituto di credito tedesco dovrà affrontare un altro problema a seguito dell’impegno preso alla Conferenza del clima di Parigi. Gradualmente ridurrà l’esposizione per i finanziamenti accordati all’industria del carbone di cui è il principale finanziatore. Con un comunicato, la Banca tedesca ha dichiarato: “ Deutsche Bank e le sue controllate non concederanno nuovi finanziamenti per l’attività di estrazione del carbone termico greenfield o per la costruzione di nuove centrali a carbone”.

Per lo scandalo dei mutui sub-prime, la Deutsche Bank ha pagato nel 2016 agli USA una multa di sette miliardi di dollari.
I risultati di bilancio del 2016 sono stati inferiori alle aspettative. Il mercato avrebbe buoni motivi per dubitare sul conseguimento di un utile di bilancio a fine 2017.

Salvatore Rondello

Il sistema bancario naviga pericolosamente a vista

bancarottaDi fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l’Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali. Oggi sembra toccare all’Italia, domani chissà.

Ne è prova il fatto che le autorità preposte, a cominciare dalla Banca centrale europea, dalle banche centrali nazionali e dalla Commissione europea, navigano a vista, senza una chiara politica. Non si tratta, infatti, di tamponare gli effetti finanziari ed economici della grande crisi globale, ma di approntare misure che neutralizzino in modo definitivo la finanza della speculazione senza regole e che rimettano in moto lo sviluppo produttivo.

Gli attuali grandi problemi del sistema bancario italiano hanno due nomi: crediti inesigibili per oltre 200 miliardi di euro e gravissime responsabilità degli amministratori delle banche e degli organi di controllo della Banca d’Italia.

Il primo problema, ovviamente, è in gran parte dovuto agli effetti della crisi globale, che ha portato ad una drastica diminuzione nelle produzioni, nei commerci e nei consumi. Ciò ha messo molti imprenditori in ginocchio, rendendoli impossibilitati a mantenere la regolarità dei pagamenti e dei rimborsi per i prestiti precedentemente chiesti ed ottenuti.

Per il secondo problema si dovrebbe invece mettere sotto i riflettori le banche e soprattutto la Centrale Rischi della Banca di’Italia. Come è noto, le banche e le società finanziarie devono comunicare mensilmente alla Banca d’Italia il totale dei crediti verso i propri clienti, sia i crediti superiori a 30.000 euro che i crediti in sofferenza di qualunque importo. Il compito primario della Centrale Rischi è quello di valutare i crediti concessi per rafforzare la stabilità del sistema bancario. Si sottolinea inoltre che dal 2010 essa scambia queste informazioni con le altre banche centrali europee e con la Bce.

Come è possibile, dunque, che, sia a livello nazionale che a livello europeo, siano stati permessi e tollerati prestiti e altre operazioni finanziarie che, stranamente solo oggi, scopriamo essere ad altissimo rischio?

Comunque nel sistema europeo vi sono molte altre anomalie che meritano attenzione ed interventi correttivi. L’Autorità bancaria europea, per esempio, oggi giustamente analizza criticamente i crediti concessi dalle banche ma, nel contempo, permette un leverage altissimo per le banche. Permette cioè che siano sufficienti tre (3) euro di capitale per creare finanza per 100. Permette anche che certe attività finanziarie, come i cosiddetti asset di terza categoria, che sono in gran parte derivati asset backed security, trattati e tenuti fuori mercato e quindi con un valore altamente incerto, vengano contabilizzati dalle banche secondo criteri interni molto convenienti alle stesse.

Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l’intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto al contagio e a crisi sistemiche. Eppure Bruxelles, Francoforte, e spesso anche Berlino e Parigi, preferiscono, sbagliando, l’approccio nazionale a quello europeo. In questo modo si rischia di giocare al massacro.

Ce lo ricorda anche l’Office of Financial Research (OFR), l’agenzia del ministero del Tesoro americano, creata nel 2010 dalla legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank, con il compito di studiare i lati oscuri del sistema finanziario allo scopo di ridurne i rischi.

Nell’ultimo rapporto dello scorso dicembre l’OFR ammonisce che le banche americane di importanza sistemica si sono esposte per oltre 2 trilioni di dollari nei confronti dell’Europa, di cui circa la metà in derivati otc tenuti fuori bilancio.

Quando Wall Street  e le banche americane vendono derivati lo fanno per proteggersi da eventuali fallimenti; quando invece li acquistano esse offrono una copertura a eventuali crisi di altre banche. In questo caso di quelle europee.

Consapevoli delle difficoltà bancarie in Europa, gli Usa hanno lanciato questo allarme. L’OFR ne ne lancia anche un altro tutto interno al sistema di Wall Street. Avvisa che già alla fine del 2015 anche le assicurazioni americane sulla vita hanno abbondantemente superato i 2 trilioni di dollari in derivati finanziari. Il 60% di tale “montagna” sarebbe stato sottoscritto soltanto dalle 9 maggiori banche americane ed europee, quelle too big to fail: Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Morgan Stanley, Barclays, JPMorgan Chase e Wells Fargo.

L’allarme non è da sottovalutare, si ricordi che soltanto l’AIG, il gigante delle assicurazioni, a suo tempo dovette essere salvato con 182 miliardi di soldi pubblici!

Anche in questo caso si evince la urgenza di rispondere alla globalizzazione dei mercati finanziari e del sistema bancario con regole globali e condivise.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

*già sottosegretario all’Economia  **economista

Deutsche Bank e MPS:
le sorellastre europee

DeutscheBankCosa hanno in comune Monte Paschi di Siena e Deutsche Bank? Sicuramente la spregiudicatezza, gli alti rischi di tenuta e la eventualità di un salvataggio pubblico.

Anche se di dimensioni grandemente differenti, entrambe le banche sono un po’ il simbolo dei rispettivi sistemi bancari nazionali. MPS è la più longeva, la più antica banca al mondo, creata nel 1472, e oggi allo sbando. DB, fondata 146 anni fa,  è diventata  sinonimo e pilastro della capacità economica tedesca fino alla sua caduta nei gorghi della peggiore speculazione.

Nonostante queste pericolose somiglianze, i consiglieri economici della Merkel, come il suo ‘aiutante di campo’ Christopher Schmidt, stranamente sono molto preoccupati del futuro di MPS. Puntano il dito su una barca in difficoltà, ma non vedono, o non vogliono vedere,  la nave che rischia di andare a fondo.

Eppure recentemente Der Spiegel, il principale settimanale tedesco, ha pubblicato un lunghissimo articolo sulle attività della Deutsche Bank. E’ un vero e proprio dossier, veritiero, devastante, inevitabilmente spietato. Incomincia così: ”Cupidigia, provincialismo, codardia, comportamenti maniacali, egoismo, immaturità, falsità, incompetenza, debolezza, superbia, decadenza e arroganza”. Queste sono le pesanti parole usate per spiegare l’involuzione della DB, che emergono anche nelle migliaia di pagine dei documenti e delle interviste analizzati.

Il settimanale tedesco sottolinea che il collasso della prima banca tedesca è il risultato di decenni di fallimenti della sua leadership.  Nel periodo tra il 1994 e il 2012 si è perso completamento il controllo della banca fino a “saccheggiarne e derubarne la sua stessa anima”. Se una volta la DB era l’icona di rispettabilità e di solidità, oggi si è trasformata in una caricatura del “Lupo di Wall Street”.

“Deutsche Bank è broken” scrive Der Spiegel, sommersa da ben 7.800 denunce legali!

Nel 1994 DB aveva un bilancio di 573 miliardi di euro e circa 73.000 impiegati, di cui tre quarti in Germania. Già nel 2001 gli impiegati erano diventati 95.000, solo la metà in Germania.  Nel 2007 il bilancio era salito a 2.200 miliardi di euro e gli impiegati in Germania invece erano scesi ad un terzo del totale. Mentre nel 2015 il bilancio si ridusse a 1,600 miliardi di euro, gli impiegati salivano a 100.000, anche se  distribuiti in 70 Paesi del mondo.

Come si evince, nel processo internazionalizzazione la banca ha incominciato, purtroppo, ad imitare i comportamenti dirigenziali di stile anglo-americano. Ha completato la trasformazione da “più grande banca commerciale tedesca a banca di investimento anglo-americana”. Tanto che lo stesso l’Economist inglese a suo tempo la definì  “un gigantesco hedge fund”.

Con l’internazionalizzazione iniziò di fatto la fase degli eccessi, degli errori e delle malversazioni intenzionali, le cui ramificazioni legali ne stanno ancora divorando i bilanci. Si ricordi la spregiudicata scelta di operare nella speculazione in derivati finanziari di vario tipo, particolarmente in quelli legati ai mutui e alle ipoteche.

E’ importante notare che, se nel 1994 la maggior parte dei profitti della DB provenivano dai servizi bancari commerciali tradizionali, già nel 2007 era la cosiddetta ‘investment division’, cioè il dipartimento finanziario impegnato soprattutto in strumenti e operazioni ad alto rischio, che produceva ben 70% di tutti i profitti della banca.

E’ questo il periodo in cui i rapporti tra DB e MPS si sono fatti più stretti per via di una serie di derivati finanziari che la banca tedesca aveva concesso alla banca italiana per coprire dei buchi di bilancio. Derivati finanziari che si sono rivelati poi delle perdite pesanti per MPS. Perdite che sono andate ad ampliare i buchi e a generare altri derivati, come il famoso ‘Santorini’.

Naturalmente la DB, invece, ha fatto guadagni significativi sui derivati MPS.

Il problema è stato poi la convinzione dei grandi capi della DB di avere scoperto “il potere degli dei’ che li ha portati a trasformarla nella banca numero uno al mondo nel settore dei derivati finanziari, superando persino le grandi banche americane.

Nello stesso periodo è partita anche la corsa ai bonus dei dirigenti. Ancora nel 2015, anni dopo lo scoppio della grande crisi finanziaria che per la prima volta evidenziava la anomalia degli stratosferici stipendi dei manager, ben 756 alti funzionari della DB guadagnavano  oltre 1 milione di euro.

Ancora oggi la DB è rinchiusa in una sorta di “nicchia darwinista, un buffet self service per pochi, dove nessuno può essere incolpato”.

La crisi della DB è talmente profonda da convincere Der Spiegel che non si può in alcun caso escludere l’opzione più estrema, quella di un suo salvataggio pubblico da parte del governo tedesco. Con buona pace per le preoccupazioni di Berlino per una simile soluzione anche per MPS.

E’evidente che farsi le pulci tra sistemi bancari, in questo caso quello tedesco e quello italiano, aumenta il discredito verso l’intero mondo bancario, minando la stessa architettura europea.

Secondo noi è giunto il momento in cui i consigli di amministrazione e i manager delle varie banche dissestate vengano sottoposti al rigoroso vaglio della magistratura, unitamente ai maggiori beneficiari dei capitali elargiti.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia  **economista

Algoritmi: parola magica per meglio speculare

waalstreetRecentemente i mercati internazionali, sia delle valute che dei titoli, hanno registrato dei capovolgimenti così grandi da suscitare grandi preoccupazioni sulla tenuta dell’intero sistema bancario e finanziario mondiale. Eppure i governi e le autorità preposte, nonostante le loro indubbie preoccupazioni, hanno cercato di far passare tali eventi come ‘fisiologici per il mercato’.
Invece, così non è.
Venerdì 7 ottobre, nel giro di meno di 3 minuti, la lira sterlina è crollata del 6% per poi recuperare il 5 % in meno di un ora. Dopo aver raggiunto il minimo assoluto degli ultimi 31 anni, a fine giornata la sterlina registrava una perdita dell’1,6%.
Il crollo è avvenuto alle 7 di mattina sul mercato di Singapore, mentre a Londra ancora si dormiva profondamente e la borsa di Wall Street aveva già chiuso le sue operazioni.
E’ stata una pura speculazione, di inaudita pericolosità per l’intero sistema, per niente giustificabile con i possibili effetti della Brexit sull’economia inglese. L’unica spiegazione possibile, ci sembra, è legata al cosiddetto ‘electronic trading’, che avviene quando i computer sono programmati con un algoritmo specifico a fare in automatico operazioni di compravendita ad una velocità straordinaria, oltre ogni immaginabile umana capacità.
Algoritmi e computer basati su istruzioni relative all’andamento di certi scenari, come quello della Brexit.
Si arriva finanche ad impostare tali algoritmi in rapporto al numero e al tipo di informazioni riportate dai media, a volte addirittura dai social media!
L’algoritmo succitato avrebbe ‘letto’ i reportage negativi sulla Brexit come un segnale di vendita della sterlina. Poi, quando la moneta inglese ha cominciato a scendere, altri algoritmi si sono ‘attivati’ nelle stessa direzione.
Purtroppo i mercati internazionali dei cambi sono ancora grandemente non regolati. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali gli scambi della coppia dollaro-sterlina rappresentano il 9,2% di tutte le contrattazioni nei mercati dei cambi, che mediamente sono di 5,1 trilioni di dollari al giorno.
Negli ultimi tre anni l’‘algorithm trading’ sarebbe aumentato enormemente.
Si rammenti che qualche giorno prima, il 30 settembre, le azioni della Deutsche Bank avevano perso il 9% in mattinata e avevano guadagnato il 5,7% a fine giornata. Una cosa inaudita, fuori dal normale andamento.
Le nostre critiche alla DB sono note. Qui però si è di fronte ad un colossale attacco speculativo, non facilmente spiegabile. L’anomalo andamento non può essere attribuibile semplicemente alla stratosferica multa comminata dalle autorità americane alla banca tedesca per le sue passate speculazioni con i derivati sui mutui subprime americani. Né la successiva risalita delle sue quotazioni può essere giustificabile con le notizie relative ad una eventuale riduzione della multa in questione.
Chi ha comprato le azioni per salvare la banca dal tracollo? È una domanda che sorge spontanea.
Mario Draghi, governatore della Banca Centrale Europea, nel suo recente discorso ai parlamentari tedeschi del Bundestag, ha detto che la sua politica del tasso di interesse zero, nel 2015 ha fatto risparmiare alla Germania ben 28 miliardi di euro. Sulla base di questo dato si può ipotizzare che negli ultimi anni Berlino abbia pagato meno interessi sul suo debito pubblico per almeno 100 miliardi.
La Germania non sembra aver usato tanta ricchezza per sostenere consumi e investimenti in casa propria o nelle regioni europee più deboli e bisognose di un sostegno concreto per il loro rilancio economico.
Molto probabilmente il ‘tesoretto’ tedesco è stato accantonato proprio per il salvataggio delle banche che non sono in buona salute!
I due recenti avvenimenti finanziari menzionati assumono una gravità eccezionale per le dimensioni e i velocissimi tempi delle operazioni. Essi ci dicono che l’intero sistema economico è esposto più di prima a terremoti di altissima magnitudo.
Non sono vicende da lasciare ai mercati o solo alle banche centrali e alle autorità di controllo. Sono questioni squisitamente politiche che, secondo noi, richiedono interventi e decisioni da parte dei governi. Senza indugi, prima che una nuova crisi sistemica bussi alla porta.

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

TURBOLENZA TEDESCA

deutsche-bankl-reuters

Un vero e proprio rimbalzo quello della Deutsche Bank che dopo una mattinata passata in rosso con perdite del titolo quasi al 9% a Francoforte è riuscita a rimbalzare del 6% a Wall Street nel pomeriggio. Secondo alcune fonti, incluso Der Spiegel, il recupero è dovuto alla riduzione della pena da parte del Dipartimento di Giustizia Usa che aveva chiesto 14 miliardi di dollari. Con un accordo la multa potrebbe essere ridotta a 5,4 miliardi di dollari.

Da Berlino arriva un vento gelido su tutte le Borse europee. Deutsche Bank è infatti investita da violente turbolenze di mercato e la situazione dell’istituto tedesco sta contagiando tutto il comparto bancario, portando sul listino rosso le Borse del Vecchio Continente. Stamattina le Borse europee sono partite in rosso a metà seduta, anche se in parziale recupero rispetto ai minimi della mattinata. Madrid e Milano, in calo rispettivamente dell’1,7% e dell’1,56%, sono i listini più deboli, davanti a Parigi (-1,4%), Francoforte (-1,1%) e Londra (-0,9%). Gli investitori continuano a risentire dei timori su Deutsche Bank (-4,4%), dopo che alcuni fondi hedge hanno preferito lasciare la Banca per cercare un’altra controparte nelle loro operazioni in derivati.

Lo sbandamento fa seguito a un’indiscrezione pubblicata ieri da Bloomberg riguardo agli hedge found, ma la causa scatenante della tempesta tedesca è dovuta alla richiesta del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti di una multa verso l’Istituto teutonico di 14 miliardi di dollari per scorrettezze nella vendita di titoli cartolarizzati, nell’ambito di un contenzioso sui mutui subprime e la crisi finanziaria del 2008. Dopodiché Molti hedge fund hanno assunto posizioni corte sulle azioni e altri hanno sospeso o ridotto l’attività con la Banca, preoccupati per le sue condizioni finanziarie così il titolo di Deutsche Bank è crollato quasi del 9% a Francoforte. Tra gli hedge fund che hanno fatto marcia indietro dal colosso tedesco ci sono Millennium Partners, Capula Investment e Rokos Capital Management, anche se una “vasta maggioranza” dei clienti di Deutsche Bank non hanno modificato la loro esposizione nella banca.

Il gruppo tedesco confida di raggiungere un’intesa per chiudere con una transazione a valori molto più bassi, in scia a quanto successo ad altre banche d’affari, ma i mercati restano dubbiosi e il titolo crolla. Anche perché sulla testa del colosso teutonico pesa il fardello di 55mila miliardi di derivati, una cifra pari a 15 volte il Pil tedesco.

Il Ceo di Deutsche Bank John Cryan ha scritto ai dipendenti invitandoli a mantenere la calma nonostante le turbolenze del momento. “Non vi sono basi per tale speculazione – vi afferma -, anche l’incertezza del risultato delle azioni legali negli Usa non è una ragione per questa pressione sulle nostre azioni, se prendiamo a confronto i nostri diretti concorrenti”. Il testo della lettera, di cui danno notizia diversi media tedeschi, viene riportato da Bloomberg. “La nostra banca è oggetto di violente speculazioni”, scrive Cryan ai dipendenti, per sottolineare invece in un altro passaggio che l’istituto ha “solide fondamenta”. “Il nostro compito – aggiunge – è preoccuparci solo che questa percezione esterna distorta non influenzi in modo più forte la nostra attività quotidiana”. “Mai negli ultimi vent’anni Deutsche Bank è stata così sicura come oggi per quel che riguarda il bilancio – dice -. Con riserve superiori a 215 miliardi di euro la banca ha un buffer di capitale molto confortevole”.

Tuttavia rimane l’incertezza su come si procederà con una Banca che ha sul groppone una multa che arriva direttamente dagli States e rischia di metter in forse la credibilità della più grande Banca in Germania. Deutsche Bank proverà a trattare con le autorità americane per tagliare le sanzione anche perché per il momento non è chiaro quanto del totale sarebbe da versare in contanti e quanto andrebbe a rimborsare clienti. Un altro punto su cui l’Istituto potrebbe far leva è certamente il governo della Merkel che però al momento non sembra avanzare alcun tipo di disponibilità e si limita anch’esso a fare delle rassicurazioni. Il settore bancario in Germania “è ben messo” le “attuali condizioni per il finanziamento delle nostre imprese” sono “eccellenti, sia per quanto riguarda l’accesso al credito sia per le condizioni” cui viene concesso, ha fatto sapere una portavoce del ministero dell’Economia tedesco alla conferenza stampa del venerdì a Berlino rispondendo a una domanda sul “ruolo” e “peso della Deutsche Bank” per l’economia reale tedesca.

Mentre dall’Europa si continuano a negare ipotesi di ‘aiuti di Stato’. Il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha detto che Deutsche Bank deve sopravvivere “da sola”, senza aiuti di stato dalla Germania. Il portavoce di Dijsselbloem Michel Reijns ha confermato la dichiarazione rilascata ai giornalisti a margine dell’incontro settimanale del governo olandese.
Dall’Italia invece permane l’ottimismo che l’Esecutivo tedesco troverà una soluzione alla crisi della Deutsche Bank. “Sono certo che le autorità tedesche faranno tutto ciò che è necessario per evitare che la crisi di Deutsche Bank si aggravi” ha detto Matteo Renzi ai giornalisti italiani dopo i funerali di Shimon Peres. “Abbiamo sempre detto che sul tema del credito l’Ue deve fare tutto ciò che serve per rimettere a posto la situazione delle banche. Comunque, pieno appoggio al governo tedesco nella speranza e nella convinzione che saprà fare fronte alle problematiche di Deutsche Bank”, ha concluso.

Mentre il ministro delle Finanze, Pier Carlo Padoan, punta dritto alla soluzione e in un’intervista a La Stampa sulla posizione dell’Italia in caso di intervento del Governo tedesco sulla situazione della Deutsche Bank afferma: “Qualsiasi piano pubblico o di mercato dovrebbe essere costruito all’interno delle regole dell’Unione bancaria. Questa vicenda ci ricorda che bisogna ancora fare molti sforzi per migliorare il grado di tenuta dei sistemi bancari. Conviene a tutti trovare soluzioni, da gestire con la dovuta cautela”. E precisando che “così come i problemi delle sofferenze vanno risolti in tempi ragionevoli, così deve essere per quelli di Deutsche Bank”.

Affermazioni che non sono piaciute ai media teutonici tanto che si obietta che gli italiani vogliano approfittare della crisi della loro Banca per far pressioni sulla Germania.
Tuttavia sembra quasi che sull’onda di un probabile intervento tedesco Roma stia già scaldando i motori. Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, sulle banche afferma che “un intervento dello Stato, se necessario, si deve fare”. In merito alla difesa dell’italianità dei nostri istituti Visco spiega che “non è importante a priori”.

“Senza volermi riferire a casi specifici – prosegue Visco – è saggio prepararsi anche all’ipotesi di un intervento pubblico, pur se ciò non vuol dire che sarà necessario. Al momento però le regole europee considerano l’intervento pubblico l’extrema ratio, ammissibile soltanto per evitare l’insorgere di un rischio sistemico, e con la partecipazione possibile di azionisti e creditori”.

Nel frattempo arriva il primo ok dall’Ue per l’Italia. La Commissione europea vede “buoni motivi” per accogliere la richiesta dell’Italia di prorogare il termine del 30 settembre riguardante la cessione di Banca Marche, Banca Etruria, CariFerrara e CariChieti. “La Commissione ha in corso contatti stretti e costruttivi con le autorità italiane”, spiega un portavoce

Banche: multe miliardarie, ma mancano le regole

too-big-to-failLa recente richiesta del Dipartimento di Giustizia americano alla Deutsche Bank di pagare una multa di 14 miliardi di dollari per chiudere il contenzioso negli Usa sulla ‘frode’ dei mutui subprime, e dei relativi derivati finanziari, ha una rilevanza che va ben oltre la cifra stessa.
Nel frattempo, sempre sulla stessa questione, quasi tutte le banche internazionali too big to fail sono state chiamate a pagare altrettante multe miliardarie: nel 2013 la JP Morgan per 13 miliardi di dollari, nel 2014 la Citi Bank per 7 miliardi e la Bank of America per circa 17 miliardi, e poi la Goldman Sachs per 5,1 miliardi, la Morgan Stanley per 3,2 miliardi…
Sono cifre importanti che pongono una serie di domande pressanti e inquietanti. Quanto hanno incassato le banche negli anni della ‘bonanza’, se sono disposte a pagare decine di miliardi? Si può presumere che abbiano incassato centinaia di miliardi, ingigantendo a dismisura i loro bilanci tanto da superare persino quelli di molti Stati. Non solo dei più piccoli o meno industrializzati.
Inoltre, il danno prodotto all’intero sistema economico e finanziario globale è stato devastante. Si stanno ancora pagando gli effetti della recessione che ne è derivata. E’ ormai convinzione diffusa che sia stata proprio la grande speculazione sui mutui sub prime e sui derivati connessi a scatenare la più grande crisi finanziaria della storia.
Con spregiudicatezza e arroganza le grandi banche hanno giocato forte ai ‘casinò della speculazione’ usando ‘fiches’ non di loro proprietà, ma quelle dei risparmiatori, delle imprese e persino dei governi. E dopo il disastro hanno chiesto di essere salvate dalla bancarotta con i soldi pubblici!
Quanto ci sono costate la speculazione e la crisi? E’ molto complicato cercare di quantificarne i danni e le perdite che hanno prodotto alle economie e alle popolazioni di tutti i Paesi colpiti. Sono sicuramente immensi, tanto quanto le responsabilità dei principali attori.
Se si tratta di frodi conclamate, come è possibile che, con il semplice pagamento di una multa, i responsabili vengano sollevati da qualsiasi condanna civile e penale? Perché non vi è mai una responsabilità anche personale dei manager implicati? D’altra parte le multe sono di fatto pagate dai correntisti e dai clienti delle banche in questione.
Tutto ciò fa sì che i cittadini perdano ulteriormente fiducia nella giustizia percependo, come nelle società prima delle repubbliche sovrane, l’esistenza di due o più mondi: uno per i semplici mortali sottoposti e spesso tartassati da una miriade di leggi e l’altro, quello degli ‘dei dell’Olimpo’, dove si fanno regole e leggi su misura.
La questione più importante ovviamente riguarda la riforma del sistema bancario. La propensione ad un rischio incontrollato e illimitato è stata la molla della degenerazione dell’intero sistema. Le domande fondamentali, quindi, non riguardano solo il passato, ma soprattutto il presente e il futuro. Sono stati solo comportamenti sbagliati? Sono state introdotte nuove regole più virtuose? Sono stati messi a punto controlli opportuni? Purtroppo non ci sembra che si possano dare risposte incoraggianti a tali semplici domande.
Anche l’Unione bancaria europea non sembra andare a fondo nella questione. Garantire maggiori capitali e riserve per far fronte ad eventuali nuove crisi è giusto, ma non affronta la questione alla radice.
Fintanto che non si decide di introdurre una netta separazione bancaria, come quella della Glass-Steagall Act negli Usa dopo la crisi del ’29, che distingua le banche commerciali da quelle di investimento, proibendo alle prime di operare sui mercati speculativi, e fino a quando non si stabiliscono limiti ferrei ai derivati finanziari, le grandi banche too big to fail, purtroppo, si sentiranno autorizzate ad operare come sempre, business as usual.

Tutto ciò non depone bene anche per le grandi manovre bancarie che riguardano il nostro Paese, non solo il Monte Paschi di Siena ma anche la Banca Popolare di Vicenza, la Veneto Banca, la Banca Etruria, ecc.

In Italia purtroppo non si fa mai tesoro delle esperienze del passato. Si ha memoria corta. Eppure solo qualche decennio fa si verificarono i dissesti del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli. E agli inizi del 2000 vi furono le vicende della Parmalat, dei bond argentini, della Banca 121. Nonostante il puntuale documento finale della Commissione di Indagine parlamentare, nessuno ne ha tenuto conto: né la Banca d’Italia, né la Consob, né i governi.

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Perquisite 5 Banche con aumento di capitale fittizio

carifeÈ di oggi la notizia delle cinque banche perquisite dalla Guardia di Finanza in relazione all’aumento di capitale da 150 milioni di euro effettuato nel 2011 dalla Cassa di Risparmio di Ferrara. Acquisita una imponente mole documentale presso l’istituto di credito ferrarese sull’ipotesi di reato di falso in prospetto, aggiotaggio, ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità di pubblica vigilanza. Le cinque banche interessate sono la Banca Popolare di Bari, la Banca Popolare di Cividale, la Banca Popolare Valsabbina, e la Cassa di Risparmio di Cesena. Gli episodi contestati riguardano la scoperta durante le indagini dell’esistenza, seppur mediata, di una reciproca sottoscrizione di azioni tra Carife da un lato e gli altri 4 istituti coinvolti. A causa della sottoscrizione reciproca, la stessa somma ha concorso a formare il capitale sociale delle banche intervenute, col risultato che al capitale così formato non corrisponde un patrimonio effettivo.


Un sistema bancario malato, non solo in Italia

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Il malato è ancora una volta l’intero sistema bancario internazionale. Da una recente analisi fatta dal Wall Street Journal sulle 20 maggiori banche mondiali, tra cui la JP Morgan Chase, la Goldman Sachs, la Deutsche Bank e la nostra Unicredit, risulta che dall’inizio dell’anno esse hanno perso almeno 500 miliardi di dollari del valore delle loro azioni quotate in borsa.
Circa un quarto della loro capitalizzazione di mercato. Al momento della pubblicazione dello studio le azioni dell’inglese Barclay’s, del Credit Suisse e della Deutsche Bank avevano perso circa la metà del loro valore, quelle della Bank of Scotland erano cadute del 56% e quelle della UniCredit di quasi due terzi!
Secondo la banca delle banche centrali, la Banca dei Regolamenti Internazionali, l’intero sistema bancario internazionale sta registrando un netto ridimensionamento dei crediti interbancari ed in particolare di quelli verso le imprese non finanziarie, con la sola eccezione della Cina e di alcuni Paesi asiatici.
Il problema principale per le banche è adesso l’effetto del tasso di interesse zero che, in verità, avrebbe dovuto aiutarle fornendo liquidità senza costi.
Oggi si racconta un’altra storia. Nel mondo, infatti, obbligazioni e altri titoli di debito per quasi 12 trilioni di dollari sono entrati nel cono d’ombra dell’interesse negativo. L’intero sistema è compresso nella morsa fatta da un debito crescente, da una produttività in diminuzione e dall’inefficacia delle politiche monetarie cosiddette accomodanti. Una simile combinazione crea ovviamente instabilità e perdita di fiducia.
Perciò si è tornati a ventilare la possibilità o la necessità, di creare delle fusioni tra mega banche per dare ‘l’illusione’ di maggiore forza e solidità, ignorando il fatto che due debolezze non fanno una forza. Al contrario, i giornali tedeschi citano nuovi studi, come quello del centro di consulenza bancaria ZEB, limitati alle maggiori 50 banche europee, dove invece si parla di rischio di contagio tra le banche in crisi che hanno un livello di profitto inferiore al costo del capitale.
Non deve quindi sorprendere se anche il Fondo Monetario Internazionale indica la Deutsche Bank, seguita a ruota dall’inglese Hong Kong Shanghai Bank e dal Credit Suisse, come “la più importante ‘too big to fail’ che contribuisce ad aumentare i rischi sistemici”.
D’altra parte un confronto tra la situazione della Deutsche Bank di oggi e quella della Lehman Brothers prima del fallimento è devastante. La banca americana aveva attivi per 639 miliardi di dollari e debiti per 619 miliardi con un pacchetto di derivati otc pari a circa 35 trilioni di dollari. Ogni sua azione valeva 25 dollari nel 2007 e 10 centesimi nel 2009!
La DB ha attivi per 1630 miliardi di euro e debiti per 1560 miliardi a cui occorre aggiungere 428 miliardi di prestiti. A fine 2015 aveva in pancia derivati otc per 42 trilioni di euro. Un anno prima erano 52 trilioni. L’azione DB valeva 135 dollari nel 2007 e oggi ne vale 17.
E’ in questo contesto che si colloca anche l’emergenza bancaria italiana che necessiterebbe di 150 miliardi di euro per stabilizzare il sistema. Nei giorni passati si sono sentite dichiarazione ufficiali che fino a qualche ora prima sembravano venire solo da ‘voci fuori dal coro’. Si pensi al governatore Ignazio Visco che non esclude nuovi bail out, “interventi pubblici” per salvare le banche o al presidente dell’Abi, Antonio Patuelli che denuncia il bail in come anticostituzionale!
È ovvio, quindi, che non c’è ragione di presentare ‘l’altro’ come se fosse in condizioni peggiori: l’americano per gli europei, la Deutsche Bank per Roma o le banche italiane per i tedeschi.
A otto anni dall’esplosione della crisi globale dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che il sistema finanziario vive una situazione ancora peggiore. Peggiore in quanto i comportamenti rischiosi delle banche sono continuati e sono stati tollerati, mentre l’economia globale è stata indebolita da una progressiva recessione e le autorità monetarie hanno esaurito tutte le munizioni standard.
Si ripropone quindi, con più urgenza, la necessità di approntare insieme regole efficaci e stringenti per riportare la finanza e il sistema bancario nell’alveo della loro vera missione, cioè quella di fornitori di credito alle politiche di sviluppo e di crescita.
Si tratta perciò di sganciare il sistema bancario e finanziario dalla costante “tentazione speculativa” attraverso la reintroduzione della legge Glass-Steagall, la separazione bancaria voluta dal presidente Roosevelt proprio per affrontare gli eccessi speculativi delle grande crisi del ’29, di proibire alle grandi banche di giocare alla roulette dei derivati otc e di vietare in borsa le vendite allo scoperto.
Basta con i bail out e i bail in.
Questa è la vera sfida di fronte ai governi e a quei leader politici che sentono la responsabilità di essere statisti e non soltanto politicanti di successo.

LA CRISI CHE NON C’È

Pier carlo Padoan“Ma cos’è questa crisi?” cantava Giorgio Gaber trasformando in un successo una canzone che Rodolfo De Angelis cantava già negli anni ‘30, e che sembra scritta oggi eppure sono in tanti a non credere, o a far finta di non credere, che ci sia tutt’ora una crisi, brutta e cattiva che colpisce un po’ tutta l’economia, italiana ed europea, e in particolare minaccia di far ‘saltare’ alcune banche.

L’ultimo in ordine di tempo a negare la crisi delle banche italiane, legata alla questione delle sofferenze, i crediti non esigibili, è stato il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. Il signor Dijsselbloem, per allontanare le pressioni italiane che vorrebbero sospendere le regole del Bail in e dare un po’ di soldi pubblici alle banche nostrane, prima di tutto al Monte dei Paschi di Siena, ha detto oggi che la crisi italiana “non è acuta e questo ci dà il tempo di trovare una soluzione”. E poi ha aggiuntoi tanto per farsi capire bene: “Le regole regole sono chiare”, e in questo quadro “una soluzione è sempre possibile”, purché si rispetti il quadro regolatorio.

Riuniti da oggi fino a domani – due riunioni, Eurogruppo e Ecofin – i ministri delle Finanze europei a Bruxelles, devono discutere di due grandi temi: il rosso profondo dei conti pubblici in Spagna e Portogallo e i guai all’orizzonte innescati dalla Brexit. Ma il tema a margine di ogni discussione, anche se il nostro ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan si è esposto oggi pubblicamente per negare che il tema sia all’ordine del giorno, è quello degli istituti di credito in sofferenza, in Italia, ma non solo. Ci sono infatti colossi come Deutshe Bank che hanno ‘in pancia’ derivati per un ammontare che è quindici volte il non piccolo Pil tedesco, eppure tutti si preoccupano, a chiacchiere dei 10 miliardi di crediti che Mps deve recuperare in tutta fretta per non incorrere nelle ire del mercato. E proprio dalla Banca tedesca è arrivata oggi informalmente una proposta per un fondo straordinario da 150 mld che dovrebbe servire come rete di protezione in caso di difficoltà eccezionali nel settore. Un qualcosa che dunque si sommerebbe, o affiancherebbe, il Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) già esistente e a cui in passato hanno fatti ricorso Spagna e Portogallo per tenere a galla le proprie banche, ma che prevede però anche che in cambio degli aiuti arrivi una troika europea a controllare i conti dello Stato.
Questioni legate assai più alla feroce speculazione finanziaria globale che non alla realtà dei conti delle famiglie, ma che pure sempre nelle tasche delle famiglie finiscono per pesare.

“Le regole sono rigide, nel senso che mettono chiaramente nero su bianco la gerarchia del bail in”, ha detto Dijsselbloem, secondo cui “in quel framework la soluzione è sempre possibile, ma deve essere rispettato il quadro” normatorio. Il problema dei crediti deteriorati “non è nuovo, non ci sono grandi soluzioni, la soluzione va trovata gradualmente” e “la sola cosa importante è che rispettiamo cosa abbiamo deciso insieme, non abbiamo bisogno di mettere in discussione altre cose, c’è già molto mettere in discussione questi giorni”.

Il confronto tra Roma e le autorità monetarie dell’Ue è serrato e coinvolge non solo il destino deglia zionisti di alcuni istituti di credito a cominciare dal Monte dei Paschi, ma anche quelli politici dei governanti. In Germania Angela Merkel non vuole dare l’impressione di cedere alle richieste dei Paesi in difficoltà perché teme di pagare ‘a destra’ alle elezioni politiche dell’anno prossimo, un’arrendevolezza che apparirebbe poco giustificata. Speculare l’impatto sugli altri governi che come quello italiano, temono che i guai delle banche si sommino ai tanti altri già sul groppone. Il tema delle banche italiane in difficoltà, il destino di Mps, sarà inevitabilmente uno dei temi, accanto all’applicazione del bail-in, che oggi e domani vedrà discutere i ministri delle Finanze Ue riuniti per la prima volta dopo la Brexit. La questione però si affettano a dire, non figura all’ordine del giorno delle due riunioni e “qualunque ulteriore speculazione sarebbe forviante”.
È sceso in campo in prima persona lo stesso ministro Padoan dichiarando che non è vero “le banche europee e italiane” siano “all’ordine del giorno né dell’Eurogruppo né dell’Ecofin” dicendosi “sorpreso dai media italiani”. Poi ha ribadito che “il governo italiano sta lavorando per predisporre, e in parte lo ha già fatto, strumenti precauzionali che come dice la parola saranno usati solo se necessario”. “Questi sono i fatti, volevo ristabilire un attimino il focus sui fatti”, ha concluso Padoan tradendo involontariamente proprio con la sua dichiarazione la tensione che si sta accumulando sulla questione. ”Non sono sorpreso dal prezzo delle azioni, viviamo da tempo in tempi di volatilità, compresa la Brexit, sono invece sorpreso che tutti i media pensino che ci sia in agenda qualcosa sulle banche all’Ecofin, ma non c’è niente in agenda”. Padoan ha anche aggiunto di non essere a conoscenza del piano da 150 miliardi evocato da Deutsche Bank.
Intanto mentre il ministro delle finanze tedesco Schaeuble dice ’aspettiamo gli stress test’ prima di decidere, il tema si offre per una nuova zuffa politica in casa nostra.
Il M5S in un post pubblicato sul blog di Beppe Grillo e firmato ‘M5s Parlamento’ afferma che Rocca Salimbeni (Mps, ndr) “potrebbe scatenare una nuova crisi finanziaria globale trascinandosi dietro non solo le altre banche italiane, ma anche colossi esteri come Deutsche Bank”.

Il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, parla della ricerca di spinta pubblica e privati in campo per risolvere il problema e il presidente del Consiglio Matteo Renzi assicura che il governo lavora per stendere una rete di protezione preventiva, da attivare in caso di necessità, con il “pieno supporto” dei partner europei.
Una partita che il Monte dei paschi di Siena vorrebbe giocare il più possibile in autonomia, anche se appare quasi certo un intervento della mano pubblica qualora dovesse diventare inevitabile procedere a un nuovo aumento di capitale. Anche se da qui al 29 luglio si riuscisse a presentare uno schema efficace di gestione degli Npl, i crediti inesigibili (Non Performance Loans) magari utilizzando il fondo Atlante (la vigilanza chiede di smaltire in 3 anni 10,4 miliardi di sofferenze) resta comunque la spada di Damocle dei risultati degli stress test Eba che la banca potrebbe non superare. In ogni caso, secondo il M5S “la creazione di un altro fondo Atlante per comprare una parte dei crediti in sofferenza di Mps non risolverà il problema, ma farà respirare le borse per qualche mese prima di un nuovo tracollo. Più passa il tempo, più il crack sarà devastante”.
Di diverso parere Taddei, secondo cui sulla ricapitalizzazione di Mps “non ci sarà alcun veto” da parte dell’Europa “perché l’articolo 45 della Comunicazione della commissione Ue sul settore bancario autorizza interventi dello Stato nel capitale delle banche in difficoltà, sospendendo il bail in e le conseguenze negative per gli obbligazionisti, quando sia a rischio la stabilità finanziaria del sistema. Le regole Ue sono spesso più avanzate di quanto non si dica”. L’impiego di soldi pubblici in Mps, comunque, non è detto che sia necessario, aggiunge Taddei, per il quale per il nodo delle banche “il governo ha fissato tre paletti ambiziosi e chiari: soluzione di mercato; uso delle regole Ue; intervento di sistema”. E spiega come “il governo si stia adoperando sia per un eventuale nuovo apporto della Cassa depositi e prestiti nel fondo Atlante o Atlante bis che sarà, sia per coinvolgere nuovi soggetti, dalle casse previdenziali alle assicurazioni, perché questo mercato può offrire ottimi rendimenti”.