I populisti infuriati? È la stampa, bellezza

Federica Angeli, giornalista antimafia sotto scorta e minacciata dal clan degli Spada

Federica Angeli, giornalista antimafia minacciata dal clan degli Spada

Offese, ingiurie, invettive. Tempi cupi per l’informazione. I populisti hanno un bruttissimo rapporto con la stampa, guardano con fastidio i giornalisti. Il M5S, da quando era all’opposizione, ha avuto un pessimo rapporto con i giornali e la situazione non è di molto cambiata da quando il movimento fondato da Beppe Grillo è andato al governo.

Luigi Di Maio ha sentenziato su Facebook: la stragrande maggioranza dei giornalisti «sono solo degli infimi sciacalli». Il capo politico dei cinquestelle, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico se l’è presa con i giornalisti come se l’assoluzione del 10 novembre di Virginia Raggi, per falso ideologico in atto pubblico da parte del tribunale di Roma, fosse una condanna dell’informazione.

Di Maio, giornalista pubblicista, non è un caso isolato: tra i populisti grillini c’è il tiro a segno contro i cronisti. Alessandro Di Battista, impegnato in una vacanza con la famiglia di sei mesi negli Stati Uniti e in America Latina, è intervenuto anche sulla vicenda della sindaca di Roma. Sempre su Facebook ha rincarato con mano pesantissima: «Le uniche puttane» sono i giornalisti, «sono pennivendoli». L’ex deputato grillino, punto di riferimento dell’ala movimentista pentastellata, non è uno qualunque: è considerato il numero due del M5S, un possibile candidato a succedere a Di Maio nell’incarico di capo politico.

Di sicuro gli attacchi e le offese ai giornalisti non offuscano il grande scontento dei romani per il degrado nel quale sprofonda la capitale: dagli autobus quasi sempre in ritardo cronico (è fallito per mancato quorum il referendum consultivo dell’11 novembre sulla messa a gara del trasporto pubblico) ai cassonetti stracolmi di rifiuti maleodoranti, dalla paralizzante burocrazia capitolina alle grandi aziende in fuga verso Milano.

Non funziona così. Un articolo o una critica possono piacere o non piacere ma vanno rispettati. Un pezzo si può criticare, si può contestare se contiene errori o notizie sballate. Ma gli insulti sono inaccettabili soprattutto se arrivano dall’interno del governo, perché così si ferisce uno dei beni più importanti di una democrazia: la libertà di stampa. Certo i giornali non sono perfetti. Se negli ultimi dieci anni hanno dimezzato le copie vendute ci sono tante ragioni, compresi i difetti della caduta della qualità, della concentrazione e centralizzazione dell’informazione.

I giornalisti, comunque, sono sempre stati tra i bersagli preferiti di Grillo. Basta un nulla a far scattare la sua ira. Lo scorso anno, quando il Movimento 5 Stelle era ancora all’opposizione, non prese bene l’assalto dei cronisti davanti all’Hotel Forum a Roma: «Questo è sequestro di persona, vi mangerei tutti per il gusto di rivomitarvi». Insulti pesantissimi conditi con l’ironia graffiante del grande comico.

In genere i leader populisti guardano con ostilità ai giornalisti. Donald Trump si cimenta perfino in combattimenti corpo a corpo con singoli reporter. Nella conferenza stampa dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti del 6 novembre, ha picchiato duro contro Jim Acosta: «Tu sei un maleducato, un nemico del popolo». Al presidente americano non era per niente piaciuta una domanda del cronista della Cnn sulla carovana dei migranti ispanici in Marcia verso gli Usa. Poi è arrivata la mannaia: la Casa Bianca ha sospeso l’accredito stampa al corrispondente della Cnn.

Subito dopo, prima di partire per il viaggio in Europa, ha avuto un altro scontro con Abby Phillip: «Ma che domanda stupida. Ti guardo spesso, fai un sacco di domande stupide!». La giornalista afroamericana della Cnn aveva chiesto al presidente se volesse fermare le indagini del procuratore Robert Muller sul Russiagate.

Trump ha minacciato di togliere le credenziali anche ad altri corrispondenti presso la Casa Bianca: «Quelli che non mostrano rispetto verso il presidente». Insomma, a quei giornalisti «nemici del popolo» in quanto critici verso il presidente degli Stati Uniti eletto dal popolo. Ma l’eletto dal popolo può comportarsi bene o male, può sbagliare e infrangere la legge per motivi personali o politici. La stampa deve fare il suo lavoro, il suo dovere: informare e, secondo i casi, apprezzare o criticare senza avere riguardi per i potenti, anche se eletti dal popolo.

Negli Stati Uniti d’America la libertà di stampa ha una grande tradizione. Nel 1972 l’inchiesta di Bob Woodard e Carl Bernstein, due reporter del Washington Post, fece scoppiare lo scandalo del Watergate su alcune intercettazioni illegali effettuate ai danni del Partito Democratico da parte di alcuni uomini del Partito Repubblicano. Gli articoli dei due giornalisti portarono alla messa in stato di accusa e alle dimissioni del presidente Richard Nixon. Humphrey Bogart diceva: «È la stampa, bellezza». Se l’intento dei populisti è di intimidire i giornalisti, fallirà.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

SALVINI AL SICURO

salvini 2

Il decreto sicurezza supera l’esame del Senato. La legge che (tra le altre cose) prevede una stretta sui richiedenti asilo e l’utilizzo del Taser per i poliziotti, passa ora alla Camera. Con il voto di fiducia Palazzo Madama approva così il provvedimento tanto caro a Salvini. Sono stati 163 i voti a favore, 59 i contrari. L’asse Lega-5 Stelle tiene, quindi. Fatta eccezione per cinque dissidenti grillini che hanno abbandonato l’aula al momento del voto. Hanno votato contro Pd, Liberi e Uguali e Autonomie. Forza Italia, pur apprezzando alcune misure inserite nel testo, è rimasta in aula senza votare. Astensione, invece, per Fratelli D’Italia.

Tensione nel Movimento 5 Stelle al momento delle votazioni, quando i senatori dissidenti Gregorio De Falco, Paola Nugnes, Matteo Mantero, Virginia La Mura ed Elena Fattori hanno abbandonato l’emiciclo. I cinque ribelli, la cui decisione era stata annunciata da tempo, hanno preferito lasciare l’aula pur di evitare un voto contrario che avrebbe definitivamente rotto il rapporto con i vertici grillini. Nonostante questo il capogruppo 5 Stelle al Senato Stefano Patuanelli ci tiene a far sapere di aver segnalato “ai probiviri il comportamento tenuto in Aula dai senatori Gregorio De Falco, Paola Nugnes, Elena Fattori, Matteo Mantero e Virginia La Mura, che hanno avviato un’istruttoria nei loro confronti”. Chi non è d’accordo con la linea dettata dal capo rischia l’espulsione, dunque.

Con l’approvazione del Senato, la Lega incassa un risultato non indifferente. L’accordo sulla prescrizione alla Camera è ancora da trovare. Il Carroccio non sblocca l’impasse. Nonostante ciò il leader leghista porta a casa, ancora una volta, un punto pesante. “Ci stiamo lavorando da questa estate. Sono contento”, esulta. La trattativa ora si sposta a Montecitorio per il ddl Anticorruzione. Tema caldo resta la durata dei processi. Salvini, dopo aver riscosso al Senato, si mostra accogliente verso il partner di Governo: “Sulla prescrizione chiudiamo tra qualche ora. Tra persone ragionevoli si trova sempre una soluzione”.

In attesa dell’accordo definitivo sulla prescrizione, la Lega deve però ricevere le osservazioni del Servizio Bilancio del Senato sul testo approvato oggi. Secondo i tecnici di Palazzo Madama il provvedimento non rispetta i termini di copertura e di legislazione corrente di bilancio. Ci sarebbero decine di milioni di euro che andrebbero ad intaccare i fondi speciali del ministero dell’Interno e di quello dell’Economia. In sostanza si chiedono rassicurazioni sulle spese da effettuare. Uno scherzo per Salvini e Di Maio in confronto allo scontro in atto con la commissione Europea sulla manovra.

F.G.

Dl sicurezza e prescrizione incrinano il governo

PALAZZO CHIGI, CONFERENZA STAMPA SUL DEF

Il decreto Sicurezza e la riforma della prescrizione rischiano di incrinare seriamente i rapporti tra Lega e 5 Stelle. Due bandiere sventolate in campagna elettorale a cui i due partiti di maggioranza non hanno nessuna intenzione di rinunciare. Un braccio di ferro, quello in seno al governo pentaleghista, che mette a rischio la tenuta dell’Esecutivo. E anche se i parlamentari gialloverdi si affrettano a smorzare i toni, non si intravedono vie d’uscita celeri. L’impressione è che senza un passo indietro da parte di uno dei due la situazione non si possa sbloccare. Probabile un incontro tra Di Maio e Salvini, al ritorno dai rispettivi viaggi all’estero, per dirimere la questione.

Almeno per oggi, dunque, smentite le voci di un voto di fiducia per compattare la fronda grillina al Senato. Appare remota anche la possibilità di un maxi-emendamento per velocizzare l’approvazione della legge. La questione di fiducia dovrebbe essere posta in Senato solo una volta raggiunto l’accordo sulla prescrizione e sul ddl Anticorruzione. Confronto serrato, quindi. L’intesa è però alla portata. “Come spesso accade bisogna incontrarsi e discutere. Quando torna Salvini dal Ghana e Di Maio dalla Cina può darsi che si incontreranno e che troveranno una soluzione”, le parole del sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti.

Fiducia al Senato sul decreto Sicurezza di Salvini e riforma della prescrizione da inserire nel ddl Anticorruzione tanto caro a Bonafede e Di Maio alla Camera. Questo l’obiettivo tracciato dai due leader per stringere un patto che consenta al Governo di andare avanti. La soluzione potrebbe essere quella di distinguere i termini della prescrizione in base al tipo di reato. Così facendo il Carroccio accontenterebbe da una parte l’elettorato di centrodestra (da sempre contrario ad allungare i tempi della prescrizione per tutti i reati) e dall’altro incasserebbe la legge sulla sicurezza a cui Salvini tiene molto.

L’idea iniziale della Lega era quella di inserire la misura sulla prescrizione nella riforma penale attualmente in cantiere. I tempi, però, si andrebbero ad allungare eccessivamente, considerata la Legge di Bilancio. Va, dunque, trovato un accordo politico. Subito. La commissione Giustizia di Montecitorio ha sospeso l’esame degli emendamenti in attesa che Di Maio e Salvini si vedano. L’impasse è totale. La presidente della commissione Giustizia Giulia Sarti ha comunque garantito che il provvedimento sarà in Aula il 12 novembre. Da vedere, però, se arriverà modificato. Se così fosse la vittoria andrebbe a Salvini ancora una volta.

F.G.

NAZIONALISMO ETNICO

salvini dito

Il governo porrà la questione di fiducia al decreto sicurezza e immigrazione. Con l’intervento illustrativo del relatore, Stefano Borghesi, della Lega, l’Aula di Palazzo Madama ha iniziato l’esame del decreto sicurezza, già licenziato la settimana scorsa dalla Commissione Affari costituzionali del Senato.

Una decisione che semina perplessità e dissenso non solo nell’opposizione ma anche nella stessa maggioranza. “Senza la fiducia – afferma Paola Nugnes, senatrice ‘ortodossa’ dei 5 Stelle – avrei votato contro il provvedimento, che credo finirà per produrre più irregolari. Ma siccome mi aspetto che questo governo farà in futuro cose buone, nel momento della fiducia uscirò dall’Aula. Ma posso assicurare che tutti i miei colleghi, nel merito di questa legge, la pensano come me”. “La verità – aggiunge – è che non si vuol fare vedere che Fi e FdI votano a favore”. Insomma nel Movimento e della maggioranza cresce il malumore con l’avvicinarsi della votazione del decreto. Gregorio De Falco, ex comandante della capitaneria di porto famoso per lo scontro con Schettino (“Torni a bordo…”) e ora senatore M5S parla senza mezze parola: “Ci buttano fuori? Quando Di Maio dice o con me o fuori afferma un’idea padronale di un Movimento in cui oggi sembra venire meno la dialettica e la capacità di ascolto e risposta”.

Il decreto è fortemente voluto da Salvini che non ne vuole sapere di modifiche. Un decreto in cui mostra i muscoli appoggiandosi sulla convinzione che il pugno duro contro i poveracci e gli immigrati è la strada giusta per portarlo a una vittoria nelle europee di maggio. A nulla infatti è valso finora il pressing per ammorbidire l’articolo 1. Il cuore del decreto, quello che definisce le regole per ottenere una protezione “speciale” dallo Stato italiano e stabilisce per quanto tempo gli immigrati ne avranno diritto. “Non a caso si chiama ‘decreto Salvini'”, scandisce forte le ultime due parole uno dei collaboratori del ministro dell’Interno. E rivendica: “La trattative è finita, abbiamo chiuso i porti, come per l’Aquarius”.

Comunque vada, il Viminale ha già quantificato i tagli che subiranno i Centri di prima accoglienza da cui si accede direttamente dagli hotspot e dai porti di sbarco: da 35 euro per immigrato si passerà a 25. Una sforbiciatina, tanto per gradire. Enunciazione che sarà accompagnata da altre misure che vogliono dire ben poco ma si prestano alla propaganda: la linea dura contro chi fa “accattonaggio molesto”, multa fino a 20 mila euro ai parcheggiatori abusivi. E poco importa se la sanzione – a sentire chiunque abbia un minimo di competenza giuridica – nel 99% dei casi resterà sulla carta.

La questione è caldissima e Lega a doppio nodo i due azionisti di governo. Uno scambio ovviamente: il decreto sicurezza da parte e il reddito di cittadinanza dall’altra. Reddito che, entrato dalla porta della manovra, sta pian piano uscendo dalla finestra.

Ne parliamo con il segretario del Psi Riccardo Nencini.

Il decreto sicurezza arriva al Senato. Che idea ti sei fatto di questo provvedimento?
“Il Salvini pensiero – approda in Senato domani con il decreto sicurezza. Giuste alcune correzioni a vecchie norme ma la cornice del decreto richiama un nazionalismo etnico che affossa la società aperta”.

In che senso?
È un fatto che le società chiuse perdono in libertà e sono meno competitive. Accadrà anche all’Italia. Siccome l’emergenza sbarchi è finita, sul tavolo restano due problemi che il decreto non affronta: rimpatrio migranti irregolari e integrazione migranti regolari

Quali possono essere le conseguenze?
Vuol dire che viene tolta la protezione umanitaria. Significa far diventare irregolari almeno 60.000 migranti provenienti da paesi, quali il Mali, il Pakistan, il Gambia e il Senegal, con cui non abbiamo accordi per i rimpatri. Si premiano i centri accoglienza gestiti da privati. E i sindaci? Nemmeno coinvolti. Non si prevedono lavori socialmente utili in forma gratuita per migranti regolari. Non c’è nessuna norma che preveda la certezza della pena, cosicché chi delinque lo ritroviamo il giorno dopo sulla strada. Così non va.

Cambiamo argomento. Alluvioni e maltempo hanno messo in ginocchio il Paese. Tu sei stato viceministro alle infrastrutture nello scorso governo. Come bisogna procedere quando di verificano questi eventi straordinari?
Faccio solo una considerazione. Solo tre giorni fa il governo cancella l’abusivismo edilizio da Ischia e ieri piange le vittime siciliane spazzate via dal maltempo da una casa abusiva. Io avevo previsto fondi per censire le case abusive, il duo Salvini-Di Maio condona l’abusivismo a Ischia e utilizza per la sanatoria il dramma di Genova.

Il M5S perde la piazza a Roma, Torino, Salento

grillo-dimaio

Non era mai successo: il M5S perde la piazza. A Roma, a Torino e nel Salento, per motivi diversi, la protesta di piazza si è diretta per la prima volta contro il Movimento 5 stelle e non contro “i partiti”, “l’establishment”, “il sistema”. Per Di Maio, Grillo e Davide Casaleggio è uno shock.

Il M5S perde la piazza a Roma. Migliaia di persone hanno manifestato contro Virginia Raggi in piazza del Campidoglio. Uno dei cartelli più garbati ma perentori contro la sindaca della capitale è stato: “Raggi dimettiti”. Tantissime le critiche alla Raggi: strade impraticabili per le buche, autobus in perenne ritardo e che vanno a fuoco, code perenni in auto, vie sporche e cassonetti stracolmi di rifiuti, anche un mese di attesa per avere una carta d’identità dagli uffici comunali, negozi chiusi per la crisi, illegalità e criminalità sempre più diffuse. Il carico da undici sono i guai giudiziari che hanno sconvolto la giunta grillina e hanno colpito la stessa prima cittadina.

La sindaca, eletta trionfalmente nel 2016 sullo slogan “Il vento è cambiato!”, adesso deve fare i conti con la protesta contro il forte degrado della città eterna. Lei non molla e attacca i vecchi partiti in una intervista al ‘Messaggero’: «Il Pd, mascherato e orfano di Mafia capitale, ha provato a strumentalizzare i cittadini, camuffando una manifestazione di partito in una sollevazione». Ma il vero avversario dal quale deve guardarsi è la Lega, compagna del M5S nel governo nazionale. Matteo Salvini, con caute critiche, prende le distanze e si prepara ad espugnare il Campidoglio alla prima occasione con un candidato sindaco leghista.

Il M5S perde la piazza a Torino. Chiara Appendino, sindaca cinquestelle del capoluogo piemontese, non sta molto meglio. L’antica capitale d’Italia e delle automobili Fiat è in rivolta. Il tema dello scontro è la Tav e l’impoverimento della città. La linea ferroviaria dell’alta velocità Torino-Lione da sempre è attaccata dai militanti grillini e la giunta cinquestelle alla fine ha deciso la sospensione della costruzione dell’opera in attesa di uno studio costi-benefici del governo nazionale.

La sindaca, anch’essa eletta trionfalmente due anni fa battendo un pezzo da novanta del Pd come Piero Fassino (già sindaco, segretario dei Ds, ministro nei governi di centro-sinistra), non è stata presente quando è stato congelato il progetto perché in missione a Dubai in cerca di investimenti arabi nella città. L’assenza ha scontentato tutti. Davanti alla sede del comune di Torino i sostenitori “Sì Tav” sono scesi in piazza contrapponendosi ai “No Tav”. Gli imprenditori, i sindacati e tutte le associazioni torinesi hanno contestato alla sindaca il progressivo isolamento e declassamento della metropoli: una delle ultime sconfitte è stata la perdita dell’organizzazione delle Olimpiadi invernali.

Le grandi opere pubbliche sono uno dei talloni di Achille dei cinquestelle: scatta un secco “no” immediato ed identitario per paura della corruzione e per salvaguardare l’ambiente. È anche il caso della Tap, il metanodotto che, attraversando il mare Adriatico, ha per meta la Puglia. Alla fine Luigi Di Maio ha dato il via libera dell’esecutivo penta-leghista alla costruzione per non pagare delle salate penali, ma è scoppiato il finimondo. Il M5S perde la piazza nel Salento. Alcuni sindaci e dei gruppi di militanti grillini della provincia di Lecce sono scesi in piazza: hanno protestato contro la decisione del loro governo, del loro vice presidente del Consiglio e capo politico, bruciando anche delle bandiere cinquestelle.

Sono lontani i tempi di quando Beppe Grillo predicava a colpi di “Vaffa” la rivoluzione contro “i partiti” e “le élite” italiane ed europee, contro le banche e le multinazionali monopolizzando la rete internet e le piazze. Il comico populista con piglio carismatico dominava la piazza: era in piena sintonia con il suo popolo. L’agognata conquista di Palazzo Chigi e di tante giunte comunali, anche di metropoli importanti come Roma e Torino, ha rotto l’incantesimo. Il fondatore dei cinquestelle non deve averla presa bene: è sempre più silenzioso e distaccato dalla sua creatura politica.

Il populismo ha funzionato trionfalmente quando il M5S era all’opposizione antagonista, ma quando di Maio e i sindaci hanno dovuto fare i conti con l’impegno del governo il meccanismo è andato in tilt. Quando i grillini “anti sistema” sono entrati “nel sistema” qualcosa si è spezzato nel rapporto con il loro popolo. Si è riprodotto lo scollamento tra il vertice e la base della società sul quale Grillo aveva scatenato la rivoluzione populista della “decrescita felice”. Adesso la scommessa è di far marciare insieme progresso e rispetto per l’ambiente, sviluppo ed uguaglianza sociale, concorrenzialità e lavoro non precario. Non sarà facile.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

CRESCITA ZERO

poverta

Prima le agenzie di rating e ora l’Istat. Continuano ad arrivare dati non positivi sull’andamento dell’economia italiana. L’istituto di statistica parla di fase di stagnazione dopo tre anni di crescita e il dato innesca subito la polemica politica, con il governo e la maggioranza che minimizzano o attribuiscono alla passata gestione il rallentamento del sistema Italia mentre l’opposizione attacca l’immobilismo e l’incapacità del governo.

“È uno stop congiunturale che riguarda l’intero quadro dell’economia europea” dice il premier Giuseppe Conte. “Lo avevamo previsto ma proprio per questo abbiamo deciso di fare una manovra espansiva. L’Italia non può andare in recessione, bisogna invertire la marcia” dice alla stampa italiana a Nuova Delhi nel corso della sua missione estera. Insomma per il governo è tutta colpa di chi c’era prima. Della stessa idea Salvini e Di Maio, entrambi alle prese a raffazzonare la manovra da presentate domani in Parlamento, non trovano di meglio che ripetere il solito ritornello che scarica sempre sugli altri le responsabilità così come ha fatto anche su Tap e Tav.

Nel terzo trimestre del 2018 l’Istat stima che il prodotto interno lordo (Pil) sia rimasto invariato rispetto al trimestre precedente, nei dati preliminari corretti per gli effetti di calendario e destagionalizzati. Il tasso tendenziale di crescita è pari allo 0,8%. Il terzo trimestre del 2018 ha avuto due giornate lavorative in più rispetto al trimestre precedente e lo stesso numero rispetto al terzo trimestre del 2017. “Nel terzo trimestre del 2018 la dinamica dell’economia italiana è risultata stagnante, segnando una pausa nella tendenza espansiva in atto da oltre tre anni”. E’ il commento dell’Istat alla stima preliminare del Pil nel terzo trimestre. “Giunto dopo una fase di progressiva decelerazione della crescita, – continua l’istituto – tale risultato implica un abbassamento del tasso di crescita tendenziale del Pil, che passa allo 0,8%, dall’1,2% del secondo trimestre”.

Quello che il governo dimentica di dire è che la decelerazione, anzi la stagnazione, arrivano dopo un trend positivo degli ultimi anni. Dare la responsabilità tout court a chi vi era prima è quindi poco serio. Ma soprattutto complica di parecchio la situazione rendendo ancor meno credibile la manovra che tra poche ora sarà presentata in Parlamento in quanto si complica ancora di più il target del +1,2% nel 2018 fissato dal Governo.

Ovviamente per Di Maio e compagnia la colpa della mancata crescita sarebbe proprio del Pd: “A chi ci attacca, come il bugiardo seriale Renzi – afferma il ministro dello Sviluppo economico – ricordiamo che il risultato del 2018 dipende dalla Manovra approvata a dicembre 2017, che è targata Partito Democratico”. “Se il Pil rallenta perché quelli di prima obbedivano a Bruxelles è motivo in più per tirare avanti”, aggiunge Salvini.

Tesi respinta in pieno da Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, per il risultato diffuso dall’Istat era prevedibile: “L’abbiamo detto da tempo, l’economia globale comincia a rallentare c’è una questione interna di un’Italia che deve reagire”. E sulle responsabilità aggiunge: “È colpa esclusiva di questo governo e della politica economica che realizza, non di altre. Noi siamo a disposizione del paese e del governo per fare proposte intelligenti e di buon senso che non antepongano questioni ideologiche alle spiegazioni economiche di un grande paese come l’Italia”. Alle previsioni dell’Istat si aggiunge il pessimismo di Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica che osserva che l’economia italiana non solo non raggiungerà la stima di crescita dell’1,2% nel 2018, indicata dal governo nella nota di aggiornamento al Def, ma difficilmente riuscirà a registrare nel 2019 una performance dell’1,5%.

Intanto, dopo la diffusione dei dati sul Pil lo spread tra Btp e Bund tedeschi risale deciso e recupera quota 310.

Arriva la manovra a rischio recessione

tria conte

L’Italia è ancora nel bel mezzo del caos provocato da una manovra finanziaria confusa e che continua a cambiare nei suoi contenuti. L’ultimo atto (in ordine di tempo) è arrivato ieri quando il premier Conte e il ministro dell’Economia Tria hanno messo a punto una nuova bozza con alcune novità non indifferenti. Le modalità sembrerebbero quelle dell’assalto alla diligenza, che si ripetono anche nel governo del ‘cambiamento’.

Da una parte c’è lo scorporo dei provvedimenti sul reddito di cittadinanza e sulla revisione della legge Fornero i cui fondi sono stanziati attraverso un ‘collegato’ alla legge di Bilancio che dovrà essere votato separatamente. Vale a dire che occorrerà più tempo prima che i due provvedimenti vedano la luce e dunque, al fine della stabilità dei conti pubblici, ciò equivale a una boccata d’ossigeno in più.

Dall’altra parte si è venuti a conoscenza di una nuova flat tax al 15% per le lezioni private e ripetizioni degli insegnanti, del fatto che la sterilizzazione piena dell’Iva varrà solo per il 2019 e dunque si richiederanno nuovi interventi per il 2020 e 2021, dello stanziamento di 4,3 miliardi per i rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici, dell’estensione della cedolare secca al 21% applicabile agli immobili commerciali non superiori a 600 mq, fino alla voce delle ‘politiche per la famiglia’ per cui si incrementa di 100 milioni il fondo relativo; arriva poi una misura che assegna la metà dei ‘terreni incolti’ della Banca dati Ismea a famiglie con un terzo figlio in arrivo nel prossimo triennio o giovani imprenditori agricoli che garantiscano una quota del 30% della loro società a quei nuclei. Ed altre misure ancora che continueranno ad aggiungersi fino a che la legge di Bilancio 2019 non verrà definitivamente approvata dal parlamento.

In questo contesto, non stupisce che i tedeschi, cioé coloro che sono maggiormente preoccupati per la sostenibilità del debito pubblico italiano arrivato alla soglia dei 2250 miliardi, cerchino di suggerire delle misure che impediscano in un futuro una distribuzione dell’onere di questo debito tra i vari paesi aderenti all’euro. Ma la proposta arrivata da Karsten Wendorff, un anziano capo finanziario della Bundesbank, è sinceramente inaccettabile. Prevede che tutti gli italiani titolari di un po’ di risparmio vengano obbligati a versare il 20% del proprio patrimonio in un fondo di solidarietà a garanzia del ripagamento del debito pubblico. Una sorta di prelievo forzoso ma di entità enorme e tale da rendere inutile qualsiasi intervento da parte del fondo Esm, cioé quello che dovrebbe intervenire qualora un paese europeo abbia un problema di sostenibilità del proprio debito.

La proposta fa capire il livello di nervosismo che serpeggia in Europa riguardo la situazione italiana, anche se già molte volte è stato affrontato il problema del debito pubblico italiano troppo alto e della necessità di un suo abbattimento. La proposta tedesca deriverebbe dalla consapevolezza che, a fronte del debito pubblico, l’Italia ha un forte risparmio privato, attivi nell’ordine dei 4000 miliardi, a cui si aggiungono le proprietà immobiliari per altri 3000 miliardi circa (sottostimati). Dunque, dal punto di vista patrimoniale l’Italia è solvibile ma si tratta di capire come trasferire, senza danni o penalizzazioni per chi è detentore di tale ricchezza, una parte di questo risparmio in investimenti a sostegno del debito pubblico e in rimborso dello stesso. Le soluzioni potrebbero essere molte, ma un prelievo forzoso in un fondo di solidarietà assomiglierebbe a una punizione nei confronti dei cittadini più virtuosi, cioé quelli che nella loro vita hanno risparmiato di più, che si troverebbero a dover pagare per le inefficienze pubbliche degli ultimi trent’anni e per le politiche sbagliate e poco lungimiranti dei governi e dei politici che si sono susseguiti dalla fine degli anni ’80 ad oggi. Insomma una provocazione che rischierebbe di sfociare in rivolte di piazza. Finora, ci sono state le rivolte elettorali che hanno portato all’attuale governo.

Salvini, Di Maio, Conte, Tria, sono comunque avvertiti: i tedeschi sono fermamente contrari, e non da ora, alla socializzazione del debito pubblico italiano, sebbene in un’area di moneta comune si potrebbe pensare anche a questo. E potrebbero essere contrari anche a ulteriori manovre messe in atto dalla Bce, come l’Operation twist, cioé l’allungamento delle scadenze dei titoli di Stato italiani acquistati negli ultimi tre anni dalla banca centrale, in modo da rendere più morbido il post Quantitative easing. Una modalità che il banchiere centrale Mario Draghi starebbe studiando.

Il fatto più pericoloso che si potrebbe palesare da qui a qualche settimana sarebbe una frenata della crescita del Pil italiano che potrebbe risultare pari a zero nel terzo trimestre 2018 fino a diventare negativa nel quarto trimestre. Diversi centri studi economici lo stanno già mettendo in evidenza, attribuendo la responsabilità del rallentamento a una sorta di ‘credit crunch’ che si sta manifestando da maggio 2018 in poi, cioé da quando è cominciato a salire lo spread a causa dell’incertezza politica e dell’eventualità di una uscita dall’euro da parte dell’Italia. Se questa interpretazione fosse confermata dai dati consuntivi dell’Istat in uscita a novembre sarebbe una vera e propria doccia fredda per tutti e confermerebbe che le previsioni di crescita per il 2019 previste dal governo, pari all’1,5%, sarebbero difficilmente raggiungibili.

Questo sarebbe l’attuale quadro economico. A ciò si potrebbero aggiungere le tensioni internazionali sui dazi commerciali che stanno avendo un loro effetto sulle esportazioni delle aziende europee soprattutto verso la Cina, così come la stretta monetaria che sta mettendo in pratica la Federal reserve americana dopo anni di liquidità a pioggia immessa sui mercati finanziari.

Non si tratta allarmare ed evocare tempeste, ma cercare di evitare di entrare in una spirale negativa formata da spread al rialzo, stretta al credito da parte delle banche, contrazione dell’economia reale. E’ proprio ciò che non serve all’Italia in questo momento, ma, il governo gialloverde, ancora, non sembra rendersi conto dei potenziali danni di una spirale di questo tipo. Però, lo sanno benissimo Giovanni Tria e Paolo Savona, i due autorevoli economisti nel governo.

Salvatore Rondello

A Di Maio ora piacciono i condoni

di-maio-755x515

Era l’agosto dello scorso anno. Il 23 per la precisione quando Di Maio, ancora all’opposizione, prometteva solennemente in un comizio: “Cercate una mia proposta di legge di condono che riguarda Ischia o qualche altra regione: se la trovate mi iscrivo al PD”. Forse tra i condoni promossi da Di Maio ve ne è previsto pure uno per le dichiarazioni non mantenute o smentite nel giro di poco tempo. In caso la lista sarebbe però troppo lunga. Infatti oggi che Di Maio è capo del Movimento 5 Stelle, forza di maggioranza relativa in Parlamento, e vicepresidente del Consiglio, il governo ha introdotto nel decreto legge su Genova un articolo che permette un vasto condono edilizio proprio a Ischia.

Il condono firmato ieri dal campo dello Stato è a maglie larghe. Coinvolge anche i contribuenti che, tra il 2000 e il 2010, hanno accumulato debiti relativi alle imposte sulla casa: Imu, Tasi e Tari. Il condono contiene, infatti, sconti fiscali che riguardano le mini cartelle fino a un importo di 1.000 euro.

La soglia massima per mini cartelle che riguardano Imu, Tasi e tassa rifiuti è di mille euro. Questa soglia riguarda non solo le cifre iscritte a ruolo (tasse, contributi, multe stradali), ma anche gli interessi che derivano per il ritardo sui pagamenti.

Le cartelle devono risultare in riscossione in un intervallo di tempo ben preciso che va dal 1° gennaio 2001 e il 31 dicembre 2010. Bisogna quindi porre attenzione sulla data riportata sulle cartelle alla voce “iscrizione a ruolo”. Sono ben nove anni.

Per capire se si rientra o meno nel perimetro del condono, bisogna recuperare le vecchie cartelle di pagamento notificate, a prescindere se spedite da Equitalia, Agenzia Entrate Riscossione o dall’esattore locale. Se l’anno rientra tra il 2000 e il 2010 e se l’importo complessivo è inferiore a 1.000 euro, la cartella si dovrà ritenere annullata in automatico. Non sarà quindi necessario presentare una domanda o pagare un importo minimo per ottenere lo sgravio, l’agente della riscossione provvederà a cancellare il debito in automatico.

Incubo patrimoniale e allarme da spread

patrimoniale

Resta l’incubo patrimoniale. Lo spread continua a tormentare l’esecutivo Conte-Salvini-Di Maio: il differenziale dei tassi d’interesse tra i titoli del debito pubblico italiano e quelli tedeschi supera ancora la pericolosa soglia 300. Non solo: la Borsa di Milano perde altri colpi.

Il governo grillo-leghista, però, ha più volte escluso l’introduzione dell’imposta sui patrimoni. «Non ci sarà nessuna patrimoniale». Giuseppe Conte ha solennemente smentito ogni ipotesi di imposta patrimoniale alla fine del Consiglio dei ministri di sabato 20 ottobre. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, seduti accanto al presidente del Consiglio, hanno respinto con ugual forza l’idea di ricorrere alla tassa più temuta dai contribuenti italiani e di tutto il mondo.

Qualche giorno prima a Radio radicale era stato Salvini a formulare una secca smentita: «Non ci saranno né patrimoniali né prelievi dai conti correnti, non chiederemo fedi nuziali in pegno» (il riferimento è stato agli appelli di “oro alla patria” del fascismo per finanziare la guerra). Il segretario della Lega, vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha assicurato: «Fa tutto parte della fantasia». In precedenza il capo politico del M5S aveva garantito: «Smentisco che finirà con una patrimoniale. Per me la patrimoniale è una tassa illiberale».

L’allarme patrimoniale però continua a girare: terrorizza i risparmiatori ed è innescato dallo spread raddoppiato a 300 ed esploso a metà ottobre fino a 340 punti, il livello più alto dal 2013. Sono due le cause della vorticosa salita dello spread che ha fatto aumentare pesantemente i tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico italiano: 1) le critiche della commissione europea al governo Lega-M5S sfociate martedì 23 ottobre nell’invito a rivedere, atto inedito, la bozza della manovra economica 2019 considerata «una deviazione senza precedenti» delle regole per l’euro, 2) lo scontro nel governo tra Di Maio e Salvini sul condono penale previsto dalla prima versione del decreto legge sulla “pace fiscale”.

Ma se i due vice presidenti del Consiglio alla fine hanno trovato l’accordo per modificare il decreto, invece i dissensi tra il governo Conte-Salvini-Di Maio e Bruxelles sulle linee della legge di Bilancio 2019 sono scoppiati. Il 23 ottobre, il giorno della bocciatura della Ue, lo spread è risalito fino a quota 318 per chiudere la seduta a 315. La Borsa di Milano, invece, ha concluso la seduta perdendo un altro 0,86%. La più dura reazione dall’interno dell’esecutivo giallo-verde è arrivata da Salvini: «Non attaccano un governo, ma un popolo».

Già nei giorni scorsi c’è stato il declassamento dei titoli del debito pubblico italiano da parte di Moody’s, una delle maggiori agenzie di valutazione internazionali: ora potrebbe essere il turno di altre società di rating. Così il Tesoro per vendere Bot e Btp (necessari per pagare stipendi, pensioni e appalti) è costretto ad aumentare fortemente i tassi d’interesse. Si è parlato anche del lancio di speciali titoli destinati ai risparmiatori italiani per sopperire alla fuga degli investitori esteri cominciata alcuni mesi fa.

Da una parte c’è l’esigenza di ridurre il deficit pubblico e dall’altra di realizzare le costose promesse elettorali di grillini e leghisti (pensione e reddito di cittadinanza, rimborso dei risparmiatori frodati dalle banche, modifica della legge Fornero sulle pensioni, “pace fiscale”, riduzione delle imposte iniziando con la flat tax per i lavoratori autonomi con partita Iva).

Un dialogo resta aperto tra il “governo del cambiamento” e la commissione europea, tuttavia ancora non si vede una possibile mediazione, auspicata anche dal presidente della Bce Mario Draghi, per evitare una rottura (ma il ministero dell’Economia steserre studiando su come ridurre il deficit). C’è il pericolo di un avvitamento dello spread fino 400-500 punti, un livello insostenibile, da crac per i conti pubblici del Belpaese.

Il fallimento della Grecia nel 2014-2015 è un drammatico incubo. Il premier ellenico Alexis Tsipras contestò la politica di austerità della Ue e riuscì ad ottenere il salvataggio del paese, restando nell’euro, a prezzo di grandissimi sacrifici. Allora la patria di Pericle e di Aristotele vide lo spread alle stelle e visse la tragedia sociale del taglio delle pensioni, degli stipendi pubblici, dei servizi negli ospedali e dei bancomat bloccati per mancanza di fondi. Gli investitori internazionali portarono i capitali all’estero e i greci (almeno quelli che poterono) trasferirono i loro conti correnti in euro in altre banche europee o dei “paradisi fiscali”. Un analogo meccanismo di fuga è già iniziato in Italia dopo la salita dello spread e le cadute della Borsa di Milano.

Fa paura soprattutto l’imposta sui patrimoni. Quando uno Stato rischia la bancarotta ricorre alla patrimoniale, uno degli strumenti usati nei casi di emergenza finanziaria. E l’imposta patrimoniale è il principale spauracchio dei risparmiatori.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

La maledizione Alitalia sul governo gialloverde

ALITALIATroppo piccola e, insieme, troppo grande. Troppo piccola per poter competere con le grandi compagnie aeree tipo Lufthansa e troppo grande per fare concorrenza a Ryanair e alle low cost. Come da anni spiegano gli analisti del settore, è questa la “maledizione” di Alitalia, che adesso il vicepremier Luigi Di Maio vuole riportare sotto il controllo pubblico. Senza aver mai spiegato con quale progetto intende affrontare questo problema strutturale che negli anni ha trasformato la nostra ex compagnia di bandiera in una macchina mangiasoldi. Soldi pubblici, quindi denaro dei contribuenti. Sul Sole 24 Ore Gianni Dragoni ha calcolato che dal 1974 ad oggi l’Alitalia è costata 8 miliardi e 595 milioni. Cioè «143 euro per ogni italiano, compresi i neonati». Azienda di Stato per 42 anni, nel 2007 l’Alitalia fallisce. Affidata a un commissario liquidatore per essere privatizzata. Nel 2008 il governo Berlusconi la “regala” ai “patrioti” di Cai guidati dall’ex “capitano coraggioso” dalemiano Roberto Colaninno. L’azienda viene consegnata ai nuovi azionisti pulita da tutti i debiti (pagati dallo Stato) e alleggerita di settemila dipendenti messi per sette anni in cassa integrazione speciale a carico del sistema previdenziale. In totale, l’operazione Cai costerà all’erario oltre quattro miliardi di euro.

Ma gli imprenditori della “cordata patriottica” riescono a perdere più di 600 mila euro al giorno, e così, dopo quattro anni di bilanci in profondo rosso il capitale è bruciato e loro gettano la spugna. Per consentire alla compagnia di continuare a volare, lo Stato interviene di nuovo con un prestito ponte e con 75 milioni di euro iniettati da Poste Italiane che pochi anni dopo ne avrebbe bruciati altri 75.

Nel 2014 Alitalia sembra finalmente fuori dalla tempesta. Gli arabi di Etihad hanno acquistato il 49 per cento della società e a gennaio del 2015 si siedono ai comandi. Con i loro petrodollari la nostra ex compagnia di bandiera non dovrebbe più avere problemi. Invece sarà un altro flop. Dopo appena due anni anche l’emiro di Abu Dhabi dichiara forfait e la società fallisce un’altra volta. Il 2 maggio 2017 vengono nominati tre commissari straordinari e lo Stato interviene di nuovo con due prestiti per un totale di 900 milioni di euro.

Il resto è storia recente. I commissari lavorano bene, riescono a contenere i costi e a chiudere la gara per la vendita della compagnia che comunque continua a perdere soldi. La spunta il colosso tedesco Lufthansa con una offerta vincolante che prevede tagli di personale e una ristrutturazione per trasformare Alitalia in una affiliata regionale per il Sud Europa. A questo punto la decisione spetta alla politica. Ma siamo a fine 2017 e a marzo 2018 ci saranno le elezioni politiche. Il governo di centrosinistra guidato da Paolo Gentiloni non se la sente firmare il contratto e proroga il commissariamento fino a ottobre 2018. Toccherà al nuovo governo di accettare o rifiutare l’accordo con i tedeschi.

Ma il 5 marzo di quest’anno, appena si aprono le urne e si profila il cappotto gialloverde è già chiaro che Alitalia non passerà a Lufthansa. D’altra parte, Di Maio e Salvini prima del voto non avevano mai nascosto di essere contrari al passaggio della compagnia aerea italiana in mani straniere. Quindi nessuna meraviglia se adesso, in vista della fine del commissariamento, il vicepremier Di Maio abbia annunciato il prossimo ritorno della maggioranza dell’Alitalia in mani pubbliche. Con l’intervento delle Ferrovie dello Stato, e sotto la regia della Cdp (Cassa depositi e prestiti) dopo la trasformazione in azioni dei 900 milioni di “prestito ponte” concesso dal governo Gentiloni.

Ma le anticipazioni del vicepremier hanno suscitato l’ira del ministro Tria. Che da responsabile dell’Economia e garante dei nostri conti pubblici con Bruxelles sa perfettamente che le cose non sono così semplici come le descrive Di Maio. Primo, perché il bilancio dello Stato non consente di bruciare altri miliardi nell’ex compagnia di bandiera. Secondo, perché sul “prestito ponte” è in corso un’indagine dell’Unione europea che vieta gli aiuti di Stato. Terzo, perché l’Alitalia troppo piccola e insieme troppo grande com’è adesso continuerà inesorabilmente a divorare i soldi dei contribuenti. La sola cosa certa è che la classe politica degli ultimi 30 anni ha fatto molti pasticci con Alitalia. Una specie di “maledizione” che adesso si sta abbattendo su Di Maio e sul governo gialloverde.

Felice Saulino
SfogliaRoma