Il reddito di cittadinanza fa litigare il governo

anziani_poverta

Il reddito di cittadinanza fa litigare il governo impegnato nel disegnare la manovra. I due azionisti di maggioranza spingono per mettere in corsa i loro cavalli di battaglia. Magari anche solo come un titolo nell’elenco della manovra. Anche se vuoto. Ma comunque ci deve essere per dare un senso a quanto sbandierato in campagna elettorale. Ed è proprio il caso del reddito di cittadinanza che Di Maio tenta di imporre a Tria con una fretta un po’ sospetta. Un provvedimento ancora impalpabile, vuoto nei contenuti, ma che crea comunque tensione nell’esecutivo. Di Maio, dopo le proteste dell’altro (vice)premier Salvini ha cambiato il tiro affermando che il reddito di cittadinanza, sarà limitato ai soli cittadini italiani. “Noi – ha detto – abbiamo corretto la proposta di legge che avevamo presentato anni fa, nel 2014. È singolare che ritorni in auge: già nel 2016 l’abbiamo modificata. Stiamo lavorando sulla platea. È logico che la devi restringere ai cittadini italiani”, ha detto infatti il vicepremier recepento le proteste leghiste per la possibilità che il sussidio potesse finire in tasca a cittadini non italiani.

“Ormai ci siamo così convinti che la politica non fa quello che dice durante la campagna elettorale. Io non mi arrendo all’idea che quello che si è detto lo faremo”, prosegue il vicepremier su Radio1. “Inseriremo in legge di bilancio il reddito cittadinanza e la flat tax”, ha aggiunto di Maio. “Io non sono uno di quelli che promettono e dimenticano il giorno dopo” delle elezioni.

Una posizione che Tiziano Treu, presidente del Cnel e ex ministro del Lavoro, definisce inaccettabile. Non per impostazioni ideologiche ma per le regole comunitarie. Infatti secondo il diritto europeo, “è inaccettabile – afferma Treu – che una prestazione assistenziale come il reddito di cittadinanza possa essere data solo agli italiani. Lo dice il presidente del Cnel e ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu spiegando che la Corte europea di giustizia si è pronunciata più volte su prestazioni simili ribadendo l’estensione anche agli stranieri con permesso di lungo soggiorno.

IN CODA ALL’EUROPA

boone

Mentre continua il braccio di ferro tra Tria e Di Maio sul tetto del deficit, arrivano previsioni negative per l’Italia. L’Ocse abbassa l’asticella per il Pil italiano per il 2018 portandolo dall’1,4 all’1,2 per cento. E, nell’Economic Outlook, attribuisce il rallentamento della crescita “alle incertezze legate alle scelte politiche” del governo, “agli alti tassi di interesse e al calo nella creazione di posti di lavoro che frena la spesa delle famiglie”. Insomma il Pil non sarà quello sperato e utilizzato dal governo come base su cui calcolare il rapporto del deficit, ma sarà più basso. Due problemi insieme, meno sviluppo e rapporto con il debito più alto. In sostanza si ristringe ancora il margine di manovra già esiguo e di conseguenza si restringe il sentiero sui cui la maggioranza dovrà arrampicarsi per fronteggiare la manovra. La sforbiciata sul 2018 è in linea con il taglio medio alla stima dell’Eurozona, che comunque nel complesso si muove a velocità quasi doppia rispetto a noi con una progressione del Pil stimata nell’ordine del 2 per cento (livello simile alla Germania, vista all’1,9 per cento quest’anno).

L’Italia viene indicata, insieme alla Brexit, tra i principali rischi di instabilità che potrebbero impedire all’Europa di prosperare. E al governo italiano la nuova capoeconomista dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, Laurence Boone manda una serie di avvertimenti. Rispettare le regole Ue sui conti pubblici, innanzitutto. E non toccare la legge Fornero sulle pensioni. Immediata la risposta del vicepremier, Luigi Di Maio: “L’Ocse non deve intromettersi nelle scelte di un Paese sovrano che il governo democraticamente legittimato sta portando avanti. Il superamento della legge Fornero è nel contratto e verrà realizzato. Quasi due terzi degli italiani sono con noi. I burocrati se ne facciano una ragione. Siamo stati eletti anche per questo e manterremo l’impegno preso”. Un altro appello al popolo. Una auto legittimazione celebrativa nel tentativo di rintuzzare critiche a una azione di governo ancora teorica ma che pare voler mettere, almeno nelle intenzioni dei vicepremier, al centro del proprio agire, non lo sviluppo, ma l’aumento del debito. Unico muro a questa scellerata ipotesi, il ministro Tria, che proprio per questo è già stato richiamato all’ordine dal capetto pentastellato. Irritazione arriva anche dal premier Giuseppe Conte, per il quale “le valutazioni sull’Italia non sono supportate dai dati di fatto”.

Nell’Economic Outlook dell’Ocse si attribuisce il rallentamento della crescita “alle incertezze legate alle scelte politiche” del governo, “agli alti tassi di interesse e al calo nella creazione di posti di lavoro che frena la spesa delle famiglie”. L’Ocse avverte inoltre che il debito italiano e l’aumento dello spread rappresentano un rischio per l’intera Eurozona: “La resilienza e l’architettura dell’area euro – si legge nel rapporto – sono migliorate negli ultimi anni ma restano preoccupazioni sulla stabilità fiscale e finanziaria a causa di incertezze legate a scelte politiche, compresa l’Italia, e il futuro accordo tra Gran Bretagna e il resto dell’Unione europea. Il recente aumento dello spread legato al rischio sul debito pubblico italiano – spiega l’organizzazione – insieme al conseguente calo dell’andamento dei titoli bancari stanno a dimostrare la possibilità di un ritorno della vulnerabilità dell’area euro. Ulteriori riforme sono necessarie per ridurre il rischio contagio, aumentare la resilienza e rafforzare il quadro fiscale. Uno schema di assicurazione comune sui depositi potrebbe aumentare la fiducia e aiutare la diversificazione dei rischi”. Per l’Ocse inoltre dovrebbero essere introdotte “misure che incentivino le banche a diversificare il loro portfolio di titoli di stato, limitando il collegamento tra banche nazionali e governi. L’introduzione della capacità di una stabilizzazione fiscale per l’area euro contribuirebbe anche ad assorbire forti shock economici negativi e fornirebbe un ulteriore strumento che potrebbe essere attivato in caso di crisi”.

Particolare preoccupazione arriva dalla ipotesi, più volte rilanciata da Salvini, di voler “smontare la legge Fornero” e di ideare un reddito di cittadinanza, fortemente voluto dal M5s. La capo economista dell’Organizzazione con sede a Parigi, Laurence Boone, ha spiegato che “occorre prima di tutto mantenere la fiducia delle imprese” affermando che il precedente governo ha fatto molte riforme, come il piano Industria 4.0, e aggiungendo che “è fondamentale che continuino”.

“E poi occorre mantenere la fiducia sulla sostenibilità del debito italiano. L’Italia ha fatto sforzi straordinari ed è importante che proseguano e che rispetti le regole Ue”, ha chiarito Boone.

A proposito della riforma della legge sulle pensioni Boone ha sottolineato come sia “importante non smantellarla” spiegando tra l’altro che “non è detto che una misura simile aiuterebbe i consumi”. La Lega vuole introdurre nella legge di Bilancio una revisione della legge Fornero che garantisca la pensione con quota 100 sommando età anagrafica e contributi versati, ma a partire dai 62 anni di età. Ma Boone si è espressa anche sul reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del M5s, chiarendo che è fondamentale che si rivolga alle persone più colpite dalla crisi. “Oggi mi sembra importante puntare sulle persone più colpite dalla crisi e fornire incentivi al lavoro”, ha osservato.

Di Maio contro Tria su manovra e reddito di cittadinanza

tria

Tria cerca la linea del buonsenso e manda su tutte le furie Di Maio e Salvini. La linea prudenziale del Ministro dell’economia è infatti del tutto incompatibile con le proposte della flat tax e del reddito di cittadinanza. Tria ha come obiettivo principale quello di non sforare il tetto di deficit imposto dalla Ue. I due vicepremier invece quello di vedere realizzati, o almeno di dare inizio a quelle che sono stare le loro principali promesse della campagna elettorale. Evidentemente la tenuta dei conti e la soddisfazione delle sparate per prendere voti non sono compatibili. “Bisogna andare oltre la flat tax riducendo il carico fiscale sulla classe media” ha detto il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. “Siamo ad uno studio molto avanzato – ha spiegato – che ridurrà il carico fiscale sulla classe media mantenendo il budget gestibile”. Nella prossima Manovra, la Lega in particolare ha puntato su una riproposizione di aliquote agevolate per le Partite Iva, desistendo dalla formula iniziale di revisione della tassazione generale che avrebbe portato a un conto eccessivo. È stata anche presa in considerazione l’ipotesi di abbassare la prima aliquota Irpef dal 23 al 22 per cento, poi abbandonata perché avrebbe disperso troppe risorse per dare benefici di pochi euro.

Ma se sul lato fiscale comunque qualcosa di è mosso, almeno come tema su cui mettere l’attenzione, le grandi promesse dei 5 Stelle non sono mai state neanche oggetto di discussione da parte di Tria. Infiatti alla fine del del vertice sulla manovra Luigi Di Maio era infuriato contro il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. La battaglia più grande per il vicepremier M5S è quella sul reddito di cittadinanza. E Luigi Di Maio non la prende bene e sbatte i pugni sul tavolo come fosse un capriccio: “Nessuno ha chiesto le dimissioni del ministro Tria ma pretendo che il ministro dell’Economia di un governo del cambiamento trovi i soldi per gli italiani che momentaneamente sono in grande difficoltà”. Il tutto mentre si sommano altri i punti di scontro all’interno del governo: tra questi la vicenda della ricostruzione del ponte Morandi e del commissario straordinario per Genova, il dossier servizi e la pace fiscale. Su quest’ultimo punto Di Maio assicura: “Il M5S non voterà nessun condono”. Infatti il vicepremier ha detto più volte di non essere disposto a cedere sul reddito di cittadinanza, anche a costo di mandare a casa Tria.

“Sono settimane – ha commentato Domenico Proietti Segretario Confederale UIL – che il Governo annuncia la pace fiscale, il concordato e il condono. Sia chiaro: i lavoratori dipendenti e i pensionati, che sono i cittadini a più alta fedeltà fiscale, non sopporteranno nuovi interventi volti a coprire e favorire l’odiosissimo fenomeno dell’evasione fiscale. L’Italia detiene il triste primato di essere il Paese con la più elevata evasione fiscale in tutto l’Occidente. È questo il vero tema che il Governo deve affrontare, con una svolta politica radicale, nella lotta senza quartiere a chi non fa il proprio dovere con il fisco. Questo intervento – ha concluso Proietti – permetterebbe di ridurre significativamente le tasse a tutti gli italiani che le pagano, a partire da lavoratori dipendenti e pensionati”.

Al via la festa dell’Avanti! a Caserta

festa avanti logoAl via oggi venerdì 14 settembre, la Festa dell’Avanti!, l’appuntamento annuale del Psi dal titolo ‘Il Futuro Possibile’ che si terrà a Caserta, presso Parco Maria Carolina (viale Giulio Douhet 2014), nei giorni 14, 15 e 16 settembre. La festa si aprirà domani, venerdì 14 settembre con l’inaugurazione alle ore 16.30. Alle ore 17.30 Mauro Del Bue e Ugo Intini presenteranno il nuovo Avanti!  Ospiti della festa, tra gli altri, alle ore 18.30 il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, alle ore 19.30 Marco Minniti.

Alle 20.30 si terrà l’intervista a Paolo Gentiloni e Riccardo Nencini. “Tre giorni per discutere dei tre cardini attorno a cui riorganizzare un’azione per il futuro possibile della sinistra, in Italia come in Europa: libertà, inclusione e lavoro”- ha detto il Segretario Nencini, che sulla sua pagina Facebook ha aggiunto: “parleremo di migranti, con i sindaci locali impegnati nella lotta alla criminalità, fino alle proposte politiche che affronteremo con radicali, socialisti, cattolici. Temo che l’asse Salvini- Di Maio non si esaurisca presto, una ragione in più per mettere in campo un’opposizione che sia alternativa credibile, un pugno di forze pronte a confrontarsi alle prossime Europee”

È possibile seguire la diretta degli eventi su Radio Radicale.

Ilva, Taranto per il sì, Landini ‘fugge’ da Calenda

Ilva-incidente-operaio mortoLa partita Ilva sta per chiudere il primo round con il referendum. Lo spoglio di Taranto sta confermando le tendenze degli altri siti del colosso siderurgico, ovvero il sì all’accordo viaggia sopra il 90%. Ratificato l’accordo, dalla prossima settimana Mittal entrerà in azienda e per un mese e mezzo sarà in coabitazione e collaborazione stretta con Ilva. Il subentro effettivo e formale della multinazionale avverrà il primo novembre una volta chiuse tutte le pratiche legali connesse al passaggio. Ma oltre alle critiche dei giorni scorsi per lo svolgimento del referendum (accuse di pressioni sui lavoratori) in queste ore un altro nodo viene al pettine e riguarda i numerosi lavoratori in appalto soprattutto nella sede tarantina. “La partita Ilva non è chiusa. Non lo è perché opportuno mantenere alta la guardia sugli accordi sottoscritti, ma non lo è, soprattutto, perché c’è un capitolo, quello legato ai lavoratori degli appalti, che secondo noi merita ulteriori garanzie e ulteriore approfondimento”. Lo afferma Giovanni D’Arcangelo, della segreteria provinciale e responsabile del coordinamento politiche industriali della Cgil di Taranto, richiamando l’attenzione su un tema “finora rimasto sullo sfondo”.
L’addendum presentato “dall’affittuario del siderurgico tarantino e diventato parte integrante dell’accordo – spiega – al punto 8.3 riprende la questione relativa ai fornitori dell’indotto e allo ‘sviluppo di sinergie relative a iniziative di economia circolare, ma al tempo stesso ha bisogno di contenuti più dettagliati che mettano proprio i lavoratori e le garanzie che a suo tempo chiedemmo sotto forma di clausola sociale, al centro di questa azione”.
Nel frattempo l’ex capo del Mise, Carlo Calenda, si scontra ancora sulla vicenda che interessa il Colosso Ilva e stavolta con il sindacalista Maurizio Landini, segretario Fiom.
“Ilva? Con questo accordo siamo di fronte a un fatto nuovo: non solo si garantisce l’occupazione, perché non ci sono licenziamenti e si mantengono sia i diritti salariali, sia l’art. 18. Ma l’accordo prevede anche più di 4 miliardi di investimenti”. Afferma Landini a L’Aria che Tira (La7) sull’accordo Ilva. Poi sull’ex ministro Calenda dice: “Non abbiamo fatto l’accordo col ministro Calenda non per una ragione politica, ma perché alla fine erano previsti licenziamenti. Mittal cioè non aveva l’impegno di assumere, i numeri iniziali erano diversi e sull’ambiente c’era bisogno di forzare qualcosa in più. Quando ci siamo incontrati la prima volta col nuovo governo, e in particolare col ministro Di Maio, gli abbiamo detto con molta chiarezza che per noi quello stabilimento e il gruppo non andavano chiusi. E gli abbiamo spiegato chiaramente perché non avevamo fatto l’accordo prima, chiedendo al governo di battersi insieme a noi per far cambiare idea a Mittal”.
Alle repliche di Carlo Calenda, ospite in Studio di Myrta Merlino, il segretario Fiom risponde abbandonando la diretta e passando dalla parte dei lavoratori a quella ‘del torto’. “I confronti non vanno di moda in questo periodo, e invece sono utili per cercare di far capire le cose”. È il commento che l’ex ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, pronuncia sulla reazione di Maurizio Landini che riporta anche su Twitter:

Con quota 100 alcune categorie a rischio

Inps-crollo nuove pensioniLa riforma delle pensioni, cioè della legge Fornero, è argomento di stretta attualità che coinvolge milioni di lavoratori e che andrebbe trattato con grande prudenza. Dal governo stanno piovendo promesse di cambiamento con la cosiddetta “quota 100” (somma tra età e anni di contributi versati uguale a 100) al centro di quasi tutti i ragionamenti. Ma non c’è ancora una proposta di legge in Parlamento, e non si sa quando sarà presentata. Sulla riforma della Fornero, Cgil, Cisl e Uil, hanno chiesto al ministro del Lavoro di aprire un tavolo di confronto, già da tempo e in diverse occasioni.

Richiesta che, pochi giorni fa, è stata reiterata da Domenico Proietti, segretario confederale Uil, che ha espresso la preoccupazione dei tre sindacati confederali riguardo una riforma che, se mal gestita, potrebbe creare conseguenze sociali devastanti.

Sempre sulle pensioni, la Uil ha presentato nei giorni uno studio, realizzato dal Servizio politiche previdenziali, che analizza alcuni effetti negativi della quota 100 sull’Ape sociale. Sulla riforma delle pensioni abbiamo intervistato Domenico Proietti, partendo proprio dallo studio sugli effetti negativi messi in risalto da questo studio targato Uil.

Questa riforma s’ha o non s’ha da fare? La legge Fornero va cambiata? Perché? E, soprattutto come? Quale è la posizione della Uil?
La Legge Fornero va assolutamente cambiata, poiché non è stata l’espressione di una riforma previdenziale, quanto piuttosto il risultato di una gigantesca operazione di cassa fatta sul sistema previdenziale italiano. Nello specifico, si è trattato di una misura che ha irrigidito il sistema pensionistico al fine di perseguire una sostenibilità finanziaria dei conti pubblici, raggiunta prendendo indebitamente risorse dalle pensioni ed incidendo negativamente sulla sostenibilità sociale del sistema previdenziale. La UIL si è data da fare, ha lavorato concretamente con proposte precise per cambiare la Legge Fornero, infatti, al fine di migliorare il nostro sistema previdenziale abbiamo sostenuto con forza e sosteniamo tuttora l’introduzione di una reale flessibilità in materia pensionistica. La flessibilità è una grande risorsa, perché consente di usufruire del trattamento previdenziale con requisiti d’accesso anagrafici e contributivi poco rigidi, che possano adattarsi meglio alle esigenze del singolo, poiché il lavoratore deve avere la facoltà di scegliere quando smettere la propria attività lavorativa ed andare in pensione. Inoltre, la flessibilità permette uno sblocco del turnover sul lavoro, garantendo dinamismo e stimolando le assunzioni dei giovani, così da fronteggiare il fenomeno della disoccupazione giovanile.

Con una quota 100 fissa e uguale per tutti e senza alcun vincolo, che fine farebbe l’Ape sociale?
Sta prendendo forma la quota 100, la misura principale per riformare il sistema pensionistico che il Governo intende inserire in Legge di Bilancio 2019. Questo strumento consente al lavoratore di ritirarsi dal lavoro quando la somma degli anni di età e quelli dei contributi versati restituisce come risultato 100. Se si dovesse concedere il pensionamento con Quota 100 senza vincolo alcuno e con 41 anni di contribuzione, senza penalizzazioni, sarebbe una scelta efficace, perché si tratta di due soluzioni utili per continuare a modificare la legge Fornero. Tuttavia, tali provvedimenti devono aggiungersi e non sostituirsi alle importanti misure realizzate negli ultimi anni, soprattutto con riferimento all’Ape Sociale, il cui presupposto è tutelare quei lavoratori che si trovano in grande difficoltà.

Quali sono le categorie di lavoratori che si troverebbero in difficoltà nel caso di quota 100 uguale per tutti?
Quota 100, come già sostenuto, si tratta di una misura efficace, ma, se realizzata con eccessivi vincoli contributivi e con stringenti limitazioni, peggiorerebbe la situazione di alcune categorie di lavoratori, comportando un ritardo di accesso alle pensioni, fino a 4 anni, nel caso di disoccupati e delle lavoratrici madri che dovranno attendere la pensione di vecchiaia a 67 anni. Tale ritardo sarebbe ulteriormente aggravato dall’introduzione di requisiti elevati come l’età minima necessaria a 64 anni o un’anzianità contributiva che non tiene pienamente conto di tutti i contributi maturati dai lavoratori. Attualmente, può accedere all’Ape sociale chi si trova in stato di disoccupazione, chi assiste un familiare disabile ed inoltre quei lavoratori con gravi disabilità possono, a partire dallo scorso anno, accedere a tale misura con “quota 93”, quindi un notevole anticipo rispetto ad un’ipotetica “quota 100”, mentre coloro che svolgono mansioni gravose possono accedere all’Ape sociale con “quota 99”, già dall’età di 63 anni. Sulla base di ciò, “quota 100”, se non fosse strutturata con attenzione, potrebbe danneggiare i risultati positivi raggiunti negli ultimi due anni, che sono stati necessari per introdurre alcuni principi di flessibilità nel nostro sistema pensionistico. Per la UIL, l’unico modo di cambiare realmente la legge Fornero, è estendere l’accesso alla pensione intorno ai 63 anni per tutti i lavoratori e per tutte le lavoratrici, senza vincoli, né limitazioni.

Quali sono le proposte che la Uil porterà all’attenzione del ministro del Lavoro, quando si terrà il tanto atteso incontro assieme a Cgil e Cisl?
La UIL chiede al Ministro del Lavoro di Maio di aprire presto un tavolo di confronto con le Parti Sociali, per trovare soluzioni efficaci e scelte mirate che tutelino i lavoratori: il vero punto di forza del Paese. Come UIL abbiamo a cuore i lavoratori tutti e il futuro previdenziale dell’Italia. È fondamentale reintrodurre una reale flessibilità, intorno ai 63 anni, per tutti i lavoratori senza paletti o vincoli che ne limitino la portata e senza penalizzazioni, poiché, in un sistema contributivo come il nostro è implicito l’incentivo alla permanenza al lavoro. Inoltre, si deve agire tempestivamente per introdurre dei meccanismi che garantiscano pensioni future e dignitose ai giovani lavoratori, che, in questi anni, a causa della precarietà del lavoro, hanno avuto buchi di contribuzione. Si devono eliminare le disparità di genere che penalizzano e colpiscono prevalentemente le donne e per questo la UIL chiede di introdurre misure vantaggiose al superamento di questo gap, che è attualmente presente nel nostro sistema previdenziale. In aggiunta, è opportuno riconoscere l’importante ruolo della maternità, estendendo a tutte le lavoratrici la possibilità di anticipo della pensione, che oggi spetta solo a chi appartiene interamente al sistema contributivo. Si deve poi valorizzare il lavoro di cura, attraverso l’introduzione di meccanismi che gli garantiscano rilievo ai fini previdenziali, prevedendo maggiorazioni contributive e contribuzione figurativa, anche nei periodi di cura svolti al di fuori del rapporto di lavoro. Oltre a ciò, va restituito pieno potere di acquisto alle pensioni in essere con il ripristino della piena indicizzazione e con un significativo taglio delle tasse che gravano prevalentemente sui pensionati. In aggiunta, come UIL, da sempre, proponiamo di separare la spesa previdenziale da quella assistenziale, per avere una percezione più autentica del costo delle pensioni sul nostro bilancio. Inoltre, è bene riaccendere i riflettori sulla Previdenza complementare, con una buona campagna istituzionale di informazione e comunicazione, chiedendo all’Esecutivo di attribuirle importanza ed incentivandola, perché solo in tal senso si può diffondere la cultura della Previdenza complementare. In conclusione, se si vuole far progredire il nostro Paese sul piano previdenziale, fiscale, lavoristico, economico vanno assicurati due elementi imprescindibili: equità e giustizia, che costituiscono i principi guida a cui ispirarsi, poiché pongono le basi del potenziale innovativo, sociale ed economico dell’Italia. Sono proposte importanti per restituire ed attribuire nuovamente equità al sistema previdenziale del Paese e, sulla base di ciò, appare necessario un immediato confronto con il Governo.

Antonio Salvatore Sassu

Istat, a luglio produzione in calo

produzione industrialeSembra un paradosso: l’occupazione in crescita e la produzione in discesa. Anche se l’Istat ha comunicato oggi entrambi i dati, quelli sull’occupazione si riferiscono al secondo trimestre del 2018 (cioè al 30 giugno 2018), mentre i dati sulla produzione si riferiscono al luglio 2018 (cioè al 31 luglio 2018). La differenza di un mese potrebbe essere significativa e dovremo aspettare i dati sull’occupazione del mese di luglio per poterli relazionare allo stesso periodo con i dati sulla produzione.

Secondo l’Istat, nel secondo trimestre del 2018 si è raggiunto e superato il numero degli occupati del secondo trimestre 2008 e il tasso di occupazione 15-64 anni non destagionalizzato è tornato allo stesso livello (59,1% in entrambi i periodi). Allo stesso livello di occupati del 2008 corrisponde una maggiore presenza di dipendenti (77%; +2,8 punti), in particolare a termine (13,4%; +3,1 punti) e di lavoratori a tempo parziale (18,7%; +4,1 punti). Il tasso di disoccupazione è sceso al 10,7% nel secondo trimestre 2018 ed ha toccato il livello più basso da sei anni.  Per trovare un risultato più basso bisognerebbe tornare al secondo trimestre del 2012 (10,6%). Rispetto al trimestre precedente il calo è stato di 0,2 punti percentuali e rispetto all’anno precedente di 0,3 punti. Nel confronto tendenziale, per il quinto trimestre è proseguita, con minore intensità, la diminuzione dei disoccupati (-34 mila in un anno, -1,2%) che riguarda solo il Sud. Bisogna anche notare che dieci anni fa il numero degli occupati a tempo determinato era minore.

Invece, a luglio 2018 c’è stata una brusca discesa per la produzione industriale. L’Istat ha registrato un calo dell’1,8% rispetto al mese precedente e una flessione dell’1,3% anche rispetto a luglio 2017 (nei dati corretti per effetti di calendario). Si tratterebbe della prima contrazione tendenziale a partire da giugno 2016 e del risultato peggiore da oltre tre anni, a partire da gennaio 2015 (-1,8%). I dati grezzi hanno segnato, invece, +1,8%.  Nella media dei primi sette mesi la produzione è cresciuta del 2% su base annua. Nella media del trimestre maggio-luglio, invece, il livello della produzione ha registrato una flessione dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti. L’indice destagionalizzato mensile dell’Istat ha mostrato diminuzioni congiunturali in tutti i comparti: variazioni negative hanno segnato i beni strumentali (-2,2%), i beni di consumo (-1,7%) e i beni intermedi (-1,2%); in misura più contenuta è diminuita l’energia (-0,8%). Gli indici corretti per gli effetti di calendario hanno registrato a luglio 2018 una lieve crescita tendenziale solamente per il raggruppamento dei beni strumentali (+0,7%); variazioni negative sono registrate, invece, per i beni intermedi (-2,2%), i beni di consumo (-1,9%) e l’energia (-1,4%). I settori di attività economica che hanno registrato la maggiore crescita tendenziale sono stati l’attività estrattiva (+2,8%), la fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (+1,8%) e la fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (+1,3%). Le maggiori flessioni hanno riguardato, invece, la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-6,4%), l’industria del legno, della carta e stampa (-5,8%), la metallurgia e prodotti in metallo (esclusi macchine e impianti) (-2,8%) e la fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (-2,8%).

Anche nell’area euro c’è stata una nuova e netta contrazione della produzione dell’industria. A Luglio ha registrato un calo dello 0,8 per cento rispetto al mese precedente, una diminuzione della stessa entità di quella segnata a giugno, secondo i dati di Eurostat, l’ente di statistica dell’Unione europea. In questo modo la variazione su base annua della produzione è piombata a valori negativi, un meno 0,1 per cento a fronte del più 2,3 per cento di giugno.

Si tratterebbe della prima variazione negativa su base annua da due anni a questa parte. Secondo Eurostat, per trovare un altro calo bisognerebbe risalire al luglio del 2016, quando la produzione registrò un meno 0,2 per cento.

Tornando alla variazione mensile, spicca il fatto che a determinare la flessione generale è stata una pesante contrazione della produzione sui beni di consumo: meno 1,9 per cento su quelli durevoli e meno 1,3 per cento di quelli non durevoli. I beni intermedi, invece, così come quelli strumentali, hanno segnato un più 0,8 per cento, l’energia un più 0,7 per cento.

Tra le grandi economie dell’area euro solo la Francia è scampata al calo generale, con un più 0,7 per cento su mese. In Germania la produzione è calata dell’1,8 per cento, così come in Italia, e si tratta dei due primi paesi per il manifatturiero europeo, mentre in Spagna è scesa dello 0,3 per cento.

Anche per l’occupazione, come in Italia, si registra un record di occupati in Europa. I dati diffusi da Eurostat indicano che nell’area euro i lavoratori ammontano a 158 milioni nel secondo trimestre dell’anno e 238,9 milioni nell’Europa a 28. L’Ufficio statistico di Bruxelles ha sottolineato: “Sono i numeri più alti mai registrati nelle due aree”.

Ma i dati si riferiscono al secondo trimestre dell’anno in cui è proseguito il trend positivo dell’occupazione nel vecchio continente con una crescita dello 0,4% degli occupati rispetto ai primi tre mesi dell’anno sia nell’Eurozona che nei 28 paesi Ue. Su base annuale nel club dell’euro l’occupazione è aumentata dell’1,5% mentre nell’Ue dell’1,4%.

Nel periodo aprile-giugno le migliori performance sono state registrate da Malta ed Estonia con una crescita dell’1,3%, a seguire la Polonia (+1,2%), Cipro (+1%) e Lussemburgo (+0,9%). In Lettonia, Portogallo e Romania l’occupazione ha accusato una battuta d’arresto con una flessione dello 0,3% sul trimestre precedente e in Bulgaria -0,2%.

Tra le maggiori economie del continente, in Italia gli occupati hanno registrano un aumento dello 0,5% sul primo trimestre e +0,9% sullo stesso periodo dello scorso anno. Incrementi più modesti in Germania (+0,2%) e Francia (+0,1%).

A conferma di un trend positivo anche le previsioni di Manpower hanno previsto per l’ultimo trimestre dell’anno una crescita degli occupati in Italia pari al 2%, la seconda più alta dal 2011. Riccardo Barberis, ceo di ManpowerGroup Italia, ha dichiarato: “Le previsioni di assunzione da parte delle imprese italiane sono positive e riflettono un buon livello di ottimismo, in un momento caratterizzato anche dalla transizione politica e dalle nuove misure introdotte sul mercato del lavoro con la recente approvazione del Decreto Di Maio. Crediamo, che la definizione di una strategia mirata all’attrazione e alla preparazione dei talenti debba essere una priorità, dal momento che in Italia il tasso di Talent Shortage registra il livello più alto degli ultimi 12 anni. Non solo attrarre e trattenere i migliori talenti, ma lavorare in sinergia con le imprese e le istituzioni per costruire le professionalità adeguate, deve essere un obiettivo chiave, nei prossimi mesi. Un’attenzione particolare dovrà essere posta a favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. L’Istat ha recentemente sottolineato come il livello degli under25 in cerca di occupazione sia uno dei più altri degli ultimi 10 anni (32,6%). Urgono misure che consentano ai giovani di sviluppare le competenze richieste dal mercato e di sviluppare un’occupabilità di lungo termine”.

Ieri, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha rotto gli indugi sul taglio dell’Irpef annunciando l’intenzione, compatibilmente con gli spazi di bilancio, di procedere con la riduzione e l’accorpamento delle aliquote per i redditi familiari. Un’operazione che, secondo le intenzioni del titolare dell’Economia, dovrà essere fatta in modo equilibrato, coerente e graduale.

Allo studio ci potrebbe quindi essere una revisione più ampia rispetto all’ipotesi circolata nei giorni scorsi di tagliare solo l’aliquota più bassa dal 23 al 22% fino a 15mila euro. L’intervento, già di per sé, sarebbe molto costoso: servirebbero circa 3 miliardi di euro e avrebbe effetti maggiori sul primo scaglione, cioè su circa 18,4 milioni di contribuenti (ma poco più di 10 milioni di questi soggetti sono già nella no-tax area). Proprio per gli elevati costi dell’operazione era anche trapelata l’ipotesi di un rinvio al 2020 dell’intero pacchetto intervenendo successivamente ma in maniera più corposa.

Tria, dalla Summer School di Confartigianato, ha, invece, reso pubblica l’intenzione dell’esecutivo di procedere da subito nella legge di bilancio (che dovrà essere approvata entro il 20 ottobre) alla riduzione dell’Irpef.

Il ministro dell’Economia ha detto: “Bisogna trovare spazi in modo molto graduale per una partenza di un primo accorpamento delle aliquote e una riduzione per i redditi familiari”.

Invece, per quanto riguarda la flat tax prevista dal contratto di governo, Tria ha ammesso: “Si tratta di un processo complesso che richiede tempo, perché va finanziata con le tax expenditures (detrazioni e deduzioni fiscali). E in Italia c’è una complessità di aliquote alte e di tax expenditure: non si capisce mai chi vince e chi perde”. Il responsabile dell’Economia, inoltre, ha detto: “Ci sarà una pace fiscale, tanto più motivata perché collegata alla riforma fiscale e alla riduzione della pressione fiscale che sarà strutturale. Mentre sui redditi minimi probabilmente si alzerà la soglia di un pò, ma è ancora in discussione fino a quanto”.

La Lega, che si è tornata a riunire con Matteo Salvini, per mettere a punto le proprie proposte, punta a partire proprio con l’ampliamento del regime dei minimi, applicando l’aliquota piatta del 15% fino a 65mila euro e del 20% sui redditi aggiuntivi fino a 100mila euro. Tra le altre opzioni, il viceministro del Carroccio, Massimo Garavaglia, ha confermato la maxi-detassazione Ires per le imprese che investono gli utili in beni, macchinari, capannoni e assunzioni. E’ allo studio, ha detto, l’introduzione di “una dual tax Ires, al 24% per quello che tiri fuori e al 15% strutturale su quello che resta dentro l’azienda”. Dopo gli ultimi interventi normativi l’aliquota Ires è oggi al 24% dal precedente 27,5%.

Da giorni, comunque, tutti i rappresentanti del governo giallo-verde insitono sul fatto che le tre riforme (fisco, pensioni e reddito di cittadinanza) devono coesistere in manovra. Anche per Tria, che ha smentito qualsiasi contrasto all’interno dell’esecutivo, le tre riforme previste nel contratto devono andare di pari passo. Ma il reddito di cittadinanza per avere effetti sulla crescita “deve essere disegnato bene”.

Tria ha concluso: “Sarebbe equilibrato fare un pò di tutto e vedere se le misure hanno una coerenza, ma il centro della manovra sono gli investimenti, la botta alla crescita deve venire dagli investimenti”.

L’ottimismo del Governo nel proseguire il percorso ed anche le previsioni di ManpowerGroup Italia (in controtendenza con molte altre analisi economiche), non sappiamo fino a che punto tengono conto degli effetti congiunturali derivanti dai dazi statunitensi e dalla cessazione del QE della Bce a fine anno, i cui effetti non saranno certamente positivi. I dati sulla produzione di luglio potrebbero essere un primo segnale.

Salvatore Rondello

Pd a rischio estinzione senza un progetto per il Paese

pd scissioneA sei mesi dal terremoto elettorale del 4 marzo, il Pd è ancora sotto le macerie. Senza voce, senza un vero segretario, senza una data per il congresso del dopo-Renzi e – soprattutto – senza un progetto per il futuro.
Lacerato dalle lotte interne, prigioniero dell’ex segretario e dei suoi fedelissimi, il centrosinistra non è ancora riuscito ad analizzare le ragioni della sua sconfitta e del trionfo di Cinquestelle e Lega.

Intanto, mentre i sondaggi elettorali continuano a premiare la retorica del governo gialloverde (con Salvini oltre il 30 per cento e Di Maio poco al di sotto) il Partito democratico continua inesorabilmente a calare. Dal 18,7 per cento del 4 marzo è sceso al 17,7. Ma poteva andare anche peggio, vista l’inconsistenza dei parlamentari dem che dai banchi dell’opposizione non riescono a far sentire la loro voce nemmeno di fronte alle gaffe, agli errori e alle tante giravolte d’un governo che fino ad oggi ha fatto poco o nulla.

Come ha scritto recentemente sul Corriere della sera il professor Sabino Cassese, questo sarebbe «il momento migliore perché l’opposizione faccia il suo mestiere». Perché abbiamo un esecutivo «con due timonieri che tirano in direzioni opposte», alla vigilia di «scelte difficili da fare con poche risorse a disposizione».

La verità, ha osservato Rodolfo Ruocco (Sfogliaroma, 5 settembre 2018) è che «la sinistra ha perso il suo elettorato tradizionale, quello operaio, proletario e popolare e non ha conquistato quello moderato».
Ossessionato dalla comunicazione, Matteo Renzi è annegato in un mare di annunci. Anteponendo, esattamente come stanno facendo adesso Di Maio e Salvini, la propaganda ai fatti. La fiction alla realtà. Alla fine, gli elettori delusi hanno cambiato strada. Giovani e anziani, precari e pensionati, insegnanti e operai hanno abbandonato la sinistra riformista. La maggior parte ha preferito scommettere su Cinquestelle, gli altri hanno scelto la Lega di Salvini.

Certo, c’è da aggiungere che i progressisti sono in crisi in tutto l’Occidente. Ovunque stiamo assistendo al crollo dei socialisti: in Olanda sono finiti al 6 per cento, in Francia al 7, in Grecia hanno subito un tracollo di 30 punti, mentre in Germania, alle elezioni di un anno fa, la Spd ha toccato il suo minimo storico.

I movimenti populisti vengono ingrossati dai voti dei “dimenticati”, degli emarginati e degli elettori che si sentono traditi dai partiti politici tradizionali. Soprattutto da quelli di sinistra, che non hanno saputo mettere un argine allo strapotere dell’economia dominata dalla finanza.

Se la situazione è questa, la sinistra riformista italiana ha un solo modo per uscire dalla crisi. Ritrovare un radicamento sociale e riconquistare la fiducia del suo “popolo” con programmi coraggiosi e progetti concreti in grado di arrestare la caduta del ceto medio, di dare prospettive ai giovani, un futuro ai precari, un reale sostegno ai poveri assoluti che sono più di cinque milioni. Insomma, ripartire da dove hanno fallito gli ultimi leader del Pd.
Da Renzi, che voleva alleviare l’impoverimento con i famosi 80 euro al mese, a Veltroni che esorcizzava la paura per l’ondata migratoria sostenendo che gli immigrati non sono un pericolo ma “una risorsa”. Cosa improbabile, senza un controllo del territorio e senza progetti per selezionare, formare e integrare i nuovi arrivati. È finita con il 60 per cento di consensi a Salvini e Di Maio.

Adesso è dunque arrivato il momento di abbandonare gli slogan e la vecchia retorica tanto cara a certa sinistra per tornare alla politica, ai fatti, ai programmi, a proposte concrete per far ripartire un Paese da anni in declino.

Come fu con il primo centrosinistra trainato dai socialisti e dalla sinistra Dc. Quando in pochi anni i progressisti diedero all’Italia: la scuola media obbligatoria, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la sanità universale, lo Statuto dei lavoratori, l’equo canone, la cassa integrazione guadagni, un sistema pensionistico fin troppo generoso, e la scala mobile, che ogni anno adeguava le retribuzioni all’inflazione per evitare l’impoverimento dei lavoratori.

E se è vero che da allora il mondo è cambiato e adesso bisogna fare i conti con la globalizzazione, è altrettanto vero che senza proposte serie e realistiche su scuola, lavoro, pensioni e infrastrutture, la sinistra riformista e quella antagonista, che durante tutta la Prima Repubblica superavano il 40 per cento dei voti (con alti e bassi tra Pci, Psi e, nell’ultima fase Dp), sono destinate all’estinzione.

Felice Saulino
SfogliaRoma

In arrivo in cdm il ‘decretone’ per Genova

genova ponte

Venerdì prossimo arriverà nel Consiglio dei ministri il ‘decretone’ per Genova. Il ministro delle infrastrutture e trasporti Danilo Toninelli, in audizione alla commissione Ambiente della Camera, ha annunciato che venerdì prossimo arriverà al Consiglio dei Ministri il ‘decretone’ per Genova precisando che si tratta di un decreto ‘molto importante’ che conterrà ‘un aiuto alle famiglie in tema di mutui e un aiuto alle imprese con agevolazioni fiscali’. Un aiuto alle famiglie offerto dalla società Autostrade, pari a mezzo miliardo di euro, è stato rifiutato dal Governo ed il vicepremier Di Maio disse che ‘non si potevano accettare elemosine’ (l’elemosina corrispondeva a circa 800 mila euro pro capite per i genovesi sfrattati).

Il ministro Toninelli ha spiegato: “Nel decreto non ci sarà solo la parte su Genova, ma anche interventi sulla manutenzione e una parte relativa ai sensori.

Nel decreto per Genova, la ricostruzione del Ponte sarà il primo obiettivo. Partendo dalle regole attuali del Codice degli Appalti, sulla base dell’eccezionalità, potremo affidare direttamente a una società pubblica, pensiamo a Fincantieri, l’appalto per la ricostruzione del Ponte. Sulle concessioni autostradali, intendo dare un segnale di svolta ben preciso:  d’ora in avanti tutti i concessionari saranno vincolati a reinvestire buona parte degli utili nell’ammodernamento delle infrastrutture  che hanno ricevuto in concessione, dovranno rispettare in modo più stringente gli obblighi di manutenzione a loro carico e, più in generale, dovranno comprendere che l’infrastruttura non è una rendita finanziaria, ma un bene pubblico che il Paese. Sul Mose oggi si assiste ad una sorta di paralisi da parte del soggetto tecnico operativo incaricato di realizzare l’opera per conto dello Stato (concessionario Consorzio Venezia Nuova). Inadempienza ingiustificata e pericolosa rispetto ad un’opera marittima, che rischia di aggravare le condizioni di manutenzione”.

Il ministo Toninelli ha anche aggiunto: “Siamo al lavoro, abbiamo lavorato anche stanotte al decreto, che ho definito ‘decretone’, molto importante per far ripartire immediatamente Genova  oltre all’attività per la messa in sicurezza delle opere infrastrutturali. I lavori di ricostruzione del ponte non possono essere affidati ed eseguiti da chi giuridicamente aveva la responsabilità a non farlo crollare. Consentire ad Autostrade per l’Italia di ricostruire il ponte  sarebbe una follia  e sarebbe irrispettoso nei confronti dei familiari delle vittime del crollo del Morandi”. Poi il ministro ha evidenziato: “Su questo il governo è compatto. Inoltre, sulla ricostruzione del ponte deve esserci il progetto, il sigillo dello Stato. E la ricostruzione va affidata a un soggetto a prevalente o totale partecipazione pubblica dotato di adeguate capacità tecniche”. Toninelli ha anche annunciato: “ Nei prossimi giorni convocherò tutti i concessionari delle infrastrutture chiedendo un programma dettagliato degli interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione, con specifica quantificazione delle risorse destinate a realizzare un programma di riammodernamento delle infrastrutture. E’ indifferibile l’esigenza di intervenire su un sistema malato che non ha giustificazione né corrispondenza negli altri Paesi europei. In un’ottica di revisione degli schemi di convenzione risulta altrettanto necessario ristabilire un rapporto fisiologico tra concedente e concessionario anche attraverso l’adozione di misure punitive nei confronti delle società nel caso di ricorsi manifestamente strumentali”.

In realtà, il giorno precedente, il governatore della Liguria, ospite del forum Ambrosetti a Cernobbio, ha lanciato un messaggio imperativo: “Chiediamo al governo di varare subito il decreto per ricostruire il ponte per consentirci di metterci subito al lavoro non appena arriva il dissequestro della Procura”. Un provvedimento che per il governatore deve limitarsi a prevedere la deroga al Codice degli appalti per consentire immediatamente a Fincantieri e all’architetto Renzo Piano di approntare la fase operativa nella quale, ovviamente, saranno coinvolte altre eccellenze italiane. Ma la strategia del Governo non sembrava che andasse nella stessa direzione. Pur confermando a breve l’iniziativa del governo, il vicepremier e leader del M5S, Luigi Di Maio ha confermato la volontà di escludere Autostrade dalla partita.

Di Maio, parlando con i giornalisti alla Fiera del Levante, ha detto: “Io non faccio ricostruire il ponte a chi lo ha fatto crollare. Autostrade avrà nei prossimi giorni un’altra brutta sorpresa. Per quanto ci riguarda, il ponte Morandi lo deve ricostruire un’azienda di Stato come Fincantieri, perché dobbiamo monitorare cosa si farà”.

La differenza dunque è nel ruolo di Autostrade e nella revoca della concessione che prevede che spetti al concessionario il ripristino dell’opera.

Ma per Toti passare per la revoca della concessione rischia di allungare pericolosamente i tempi per la ricostruzione. Così il governatore della Liguria ha lanciato un messaggio anche a Salvini: “Non è il momento delle parole ma dei fatti. Teniamo separate le responsabilità dalla ricostruzione: Autostrade, come impone la concessione, ci mette i soldi ma non si oppone che la ricostruzione del ponte sia affidata a Fincantieri sul progetto di Piano”.

Con riferimento alla Commissione del Mit e al ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli che lo attacca per non aver ancora soddisfatto le richieste delle famiglie costrette a lasciare le proprie abitazioni ha replicato: “Duecento famiglie sono già state sistemate in alloggi e il completamento avverrà nei prossimi giorni. Il ministro credo abbia ben altro di cui occuparsi….”. La conclusione brusca di Toti allude  alle dimissioni dell’ingegner Bruno Santoro, annunciate dal ministero delle Infrastrutture, dalla Commissione ispettiva del Mit che opera per individuare le cause del crollo del Ponte Morandi. Santoro, indagato nell’ambito dell’inchiesta sui fatti del “Morandi”, è stato il terzo componente che lascia la commissione ispettiva aggiungendosi alle dimissioni di fine agosto di altri due indagati: il professore Antonio Brencich e il presidente Roberto Ferrazza, provveditore alle opere pubbliche per il Piemonte, Liguria e Val d’Aosta, tutte persone nominate dall’attuale governo Conte.

Salvatore Rondello

Di Battista fa capolino per richiamare la base M5S

di battistaMentre la Lega continua a crescere nei sondaggi, nonostante la spada di Damocle di una sentenza sui fondi irregolari, i cinque stelle continuano ad essere oscurati dal protagonismo del Vicepremier. Ma ancora una volta a intervenire è uno dei principali leader del Movimento, l’ex parlamentare grillino, Alessandro Di Battista che parla dal Guatemala, dove è in viaggio con il figlio Andrea e la sua compagna Sahra: “Per l’establishment l’obiettivo è far credere che Salvini sia Churchill e noi gli sfigatelli che non riusciamo a fare politica ma non è così e si vedrà anche sul tema autostrade, che per me è la cosa principale”.
In un intervento alla Festa del Fatto Quotidiano il “Dibba” parla con Peter Gomez del governo pentaleghista, senza risparmiare critiche al Carroccio: “Se questo governo riuscirà a ridare al popolo italiano autostrade avrà fatto la cosa più grande che si possa fare ed è lì che si vedrà poi veramente la Lega. Io lo sostengo questo governo, anche perché non c’erano alternative”. Di Battista cerca in realtà di marcare le distanze con un alleato che sta fagocitando il Movimento e scontentando la base grillina. E non lo fa rimettendo in causa la questione ‘migranti’ come l’altro alter ego di Di Maio, Roberto Fico. E attacca il Vicepremier Salvini usando i suoi stessi toni da campagna elettorale. “Non leggo i sondaggi, ma vedremo se la Lega sarà davvero al 30%…”, dice il grillino. Il ministro dell’Interno è avvertito: chi parla non lo considera un buon alleato con cui “si lavora bene”, ma un avversario da battere alle elezioni. “Salvini si gioca la sua partita e la stampa lo attacca – polemizza Di Battista – Lo vedete come si atteggia, dice ‘Processatemi’, dice che rischia 20 anni di galera… Ma cosa rischia? Non rischia nulla”.
Il ritorno di Di Battista potrebbe essere sicuramente un altro modo di tenere unita la base, come già fatto in passato, ma molto più probabilmente potrebbe trattarsi forse di una sua candidatura alle Europee.