Parla Acquaviva. Intuizioni ed errori di Bettino Craxi

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Prosegue la serie di interviste sul crollo della Prima Repubblica. Gennaro Acquaviva, senatore e stretto collaboratore di Craxi, racconta dettagliatamente la fase terminale della Repubblica dei partiti, riportando diversi aneddoti di grande valore storico e politico.

Come erano visti i partiti nel corso degli anni Ottanta? Si percepiva già un sentimento antipartitocratico?
Prima di dare dei giudizi bisogna fare una premessa indispensabile. Quando si riflette è doveroso cercare di fare astrazione dal ricordo, cercando di dare un giudizio che superi le emozioni dell’epoca. Altrimenti la testimonianza non può essere utile alla Storia. Io ricordo gli anni Ottanta come un periodo di grande entusiasmo, anche perché noi socialisti eravamo dei giovani ‘rampanti’ di livello. Il nostro gruppo aveva dentro di sé un insieme significativo di esperienze politiche, ma anche di studio: si veda De Michelis e la sua ricerca legata alle scienze, era un grande studioso di chimica; eppure nonostante questa formazione di livello sarà identificato come un giovane dissoluto, non vanno quindi dimenticate le sue doti intellettuali. Un discorso simile vale anche per Martelli ed altri. Questo gruppo si inserì in uno schema immobilizzato e paralizzato dalle divisioni che nascevano dalla ‘guerra fredda’. Lo spirito di Craxi è quello di voler rompere questa gabbia per realizzare una strategia importante: voleva ridimensionare il Pci portandolo verso di sé, sulla via del riformismo e costruire così la gamba di sinistra del bipolarismo necessario. Il gruppo socialista di quegli anni si impegna a fondo su questo, seguendo la forza e la spinta di Craxi. Questo avviene a partire dal 1978, soprattutto dopo il congresso di Palermo in cui Craxi conquista definitivamente il partito.
Negli anni Ottanta, tornando alla tua domanda, non c’era la percezione del crollo del sistema, si percepiva soprattutto l’impasse, il blocco del sistema politico. Tuttavia il sistema dei partiti si sentiva fortissimo perché controllava tutto e il mondo intero percepiva questa stabilità. Nessuno in quei momenti aveva la lucidità retrospettiva che possiamo avere oggi noi. Anche se la morte di Moro è un serio campanello d’allarme.

In questo contesto il Psi è ottimista, e ha in mente di riformare il sistema dei partiti anche provando a guidarlo. Il problema del Psi è che gli mancano i voti, se avesse avuto un 20% avrebbe potuto trattare in modo diverso con i comunisti; ad esempio avremmo potuto attrarre i miglioristi e il Pci più di ‘destra’. L’errore grave del Psi, su cui ho insistito più volte, è collocabile nel 1987. Allora Craxi (e il Psi) accetta la staffetta di De Mita: e invece avrebbe dovuto cercare di rimanere alla guida del processo. Abbandonare il governo dopo un’ottima prova senza reagire radicalmente è l’errore gravissimo che peserà molto su di noi. Ci sono anche delle responsabilità della cattolicità italiana (Cei e vescovi), perché nel 1987 combattono Craxi e il Psi, facendo una campagna elettorale largamente ostile. Il tutto per salvare la Dc nella sua situazione di crisi, in cui il Psi avrebbe potuto sottrarle voti importanti. A questo poi bisogna aggiungere anche il fatto che il potere ha dei lati negativi, siamo forse stati un po’ logorati dal potere e c’è mancato equilibrio e capacità di tenuta.

Ci pui spiegare meglio l’errore del 1987?
Craxi sbaglia perché non rompe definitivamente con il sistema di potere in cui di fatto è rimasto ingabbiato. Avrebbe ad esempio potuto imboccare la strada ‘populista’ e cioè denunciare al popolo le ingiuste pretese della Dc. Si sarebbe potuto chiamare fuori dal sistema, rivendicando la sua buona prova di governo. Avrebbe dovuto insomma mostrarsi come alternativa al corporativismo e all’immobilismo di Dc e Pci. Questo però era pericoloso sul breve periodo perché avrebbe così perso la prospettiva di tornare al governo promessogli dalla Dc. Tutto ciò porta il Psi ad una fase conservativa che lo danneggia perché a gestire l’esistente sono meglio i democristiani. Da innovatore il Psi appare gestore del potere, da ciò deriva l’impossibilità di promuovere un rinnovamento vero nei tempi necessari. Craxi avrebbe potuto fare altrimenti? Non lo so anche perché avrebbe dovuto attendere tempi troppo lunghi. É un fatto comunque che con quella mossa si consegna al sistema. Quella legislatura finale (1987-1992) significa per l’innovatore Craxi consegnarsi alla decadenza e alla morte. Non si deve poi dimenticare l’abbassamento fisico e psicofisico di Craxi, dopo l’infarto da diabete subìto nel 1989, in cui vede la morte in faccia. Anche questo probabilmente ha influito sulle sue future scelte politiche. Questo gruppo rampante durante gli anni di governo ha fatto un’esperienza di potere intensa, ma ha anche subìto il fascino della mondanità. Questo si legge su Repubblica ma anche Civiltà cattolica ed altri giornali cattolici lo denunciano con attacchi pesanti. Oggettivamente c’era qualche eccesso, basti pensare al libro di De Michelis sulle discoteche. Abbiamo subìto un po’ il fascino del potere, e poi non dimentichiamo che abbiamo ottenuto potere sovradimensionato rispetto al nostro peso elettorale, e in troppo poco tempo. Questo probabilmente ha contribuito a far saltare i meccanismi di controllo dentro qualcuno.

Certa stampa ha descritto Craxi come un corrotto, cosa ne pensi?
Craxi non era mai stato avido, anzi me lo ricordo spesso come un grande tirchio. Per quanto riguarda la politica aveva visto e ben capito che senza autonomia finanziaria il Psi non avrebbe mai avuto l’autonomia politica indispensabile per cambiare le cose. Aveva visto negli anni del frontismo e del centrosinistra che la mancanza di soldi era gravosa, aveva visto singoli e gruppi letteralmente comprati dal denaro altrui. I soldi li considerava importanti perché gli servivano a fare politica autonoma. Nel suo schema lo scopo prevalente della tangente era fare politica seria, formare una classe dirigente capace. Un mezzo deprecabile ma costruito per un buon fine.

Che ricordi hai del 1992?
Io sono abbastanza incosciente nel 1992. Mi fido delle capacità superiori di Craxi e seguo la sua linea ed i suoi comportamenti. Craxi, che era obiettivamente in una posizione di minor forza, accetta anche che lo facciano fuori da Presidente del Consiglio. La scelta decisiva è però quella fatta da Scalfaro, cioè di non conferire l’incarico a Craxi per via delle indagini dandolo ad Amato. Se Craxi fosse diventato Presidente del Consiglio avrebbe fatto delle scelte in grado di contrastare fortemente l’emergente strapotere della magistratura. Non penso che quello del 1992 sia stato un golpe. Il problema è che il Psi aveva ridotto la propria capacità di potere e di peso. E poi fa anche una serie di errori. A questo bisogna aggiungere le misteriose dimissioni di Cossiga che cambiano radicalmente le carte in tavola. Insomma si costruiscono anche una serie di errori che sono insiti nel sistema dei partiti, attraverso cui si arriva alla stessa morte di questo assetto. Possiamo mai pensare che Scalfaro, che aveva fondato la Dc, voleva la morte dei partiti? Eppure è questo che allora avvenne, anche per colpa ed ignavia di molti, compreso l’allora Presidente della Repubblica.
Non dimentichiamoci che se Cossiga non si fosse dimesso, avrebbe dato l’incarico a Craxi come stabilito dagli accordi con il vertice DC, e cosa sarebbe successo in quel caso?
E poi Scalfaro era allora indubbiamente impaurito anche da possibili sue compromissioni e non essendo un ‘cuor di leone’ non compie le scelte che avrebbe dovuto e potuto prendere. Ricordiamo che in quella fase il sistema dei partiti era ancora, più o meno, in grado di reggere anche perché aveva comunque una maggioranza in Parlamento.

Quali sono le cause del crollo dunque?
Le cause sono insite nella stessa crisi del sistema politico. Pensiamo solo al mancato ricambio e alla pesantezza della conventio ad excludendum. E poi i cinque anni (1987-1992) che anticipano la tragedia, sono anni che sfibrano e indeboliscono fortemente il sistema, insomma conducono ad una degenerazione del sistema politico. Ripeto che in ogni caso nel 1992 i partiti tradizionali hanno comunque ancora la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. La questione preliminare è pienamente legata a Scalfaro che sotto ricatto non dà l’incarico a Craxi.
Un altro errore strategico riguarda il referendum (1991) sulla preferenza unica con cui Segni sconfigge la partitocrazia. Craxi avrebbe dovuto e potuto andare ad elezioni anticipate bypassando il referendum di modo da mettere in crisi il Pci. Purtroppo temporeggia come fa per tutto il contesto di quei cinque anni drammatici. Al congresso di Rimini del 1991, D’Alema e Veltroni vanno da Craxi per pregarlo di non ucciderli e lui acconsente. Craxi pensa di annetterli nel futuro, quando avrà il governo, commettendo così un grave errore. Si sarebbe dovuti andare ad elezioni anticipate, anche per mettere definitivamente il Pci in crisi. Tra l’altro andando ad elezioni nel 1991 Craxi avrebbe probabilmente preso in contropiede Tangentopoli, che già si preparava.
Anche i corsivi sull’Avanti! contro Di Pietro sono un errore grave. Se Craxi effettivamente avesse avuto prove delle malefatte di Di Pietro avrebbe potuto e dovuto fare degli esposti oltre a velate minacce. Non dimentichiamo che il Ministro di giustizia era Martelli, pur recalcitrante ed infido.

Perché Craxi diventa il capro espiatorio di questa stagione?
Perché era l’unico che poteva cambiare l’Italia, aveva dimostrato di essere un grande leader e di poter riformare tutto. Era un leader naturale. Ancora nella fase della decadenza sembrava fosse in grado di cambiare il Paese.

Cambiando argomento: all’interno della Grande riforma, quando si afferma il presidenzialismo?
Mai, in nessun congresso socialista si afferma compiutamente. L’avvio della grande riforma è l’articolo di Craxi del 1979, che prosegue il saggio di Amato del 1977. Il riformismo si sviluppa con il congresso di Rimini del 1982. Craxi sapeva che il presidenzialismo era troppo divisivo per la Dc, e che quindi non avrebbe mai potuto promuoverlo con il suo alleato maggiore, in modo decisivo e definitivo. I due schieramenti bipolari avrebbero costretto la Dc a prendere una posizione netta, facendo saltare il carattere interclassista della Dc e la stessa sopravvivenza del movimento politico dei cattolici.

Martino Loiacono

Di Pietro e l’annosa questione Tangentopoli

beppe_grillo_antonio_di_pietroLe parole di Di Pietro hanno finalmente riaperto l’annosa questione Tangentopoli. Il mitico eroe del biennio 1992-1994 ha dichiarato che il suo successo si è largamente fondato sulla paura delle manette, e che processando la Prima Repubblica ha cancellato anche le idee su cui si fondava, aprendo la strada ai partiti personali. Sarebbe bene ricordare al Tonino nazionale che già il Psi fu un partito fortemente personalizzato, financo leaderistico. Lo stesso discorso vale anche per il Pri di Spadolini.

Ma torniamo al ruolo del magistrato più amato d’Italia. Per chi ha studiato a lungo la crisi della Prima Repubblica queste parole hanno un dolce suono. Sono arrivate un po’ in ritardo, ma sono molto importanti perché chiariscono cosa fu il dipietrismo. Il contadino di Montenero di Bisaccia fu il protagonista di una stagione giustizialista e giacobina unica per la storia della Repubblica Italiana. I metodi utilizzati da Di Pietro sono ormai arcinoti: carcerazione preventiva, tintinnar di manette, violazione sistematica del segreto istruttorio e conseguente tritacarne mediatico-giudiziario. Per non parlare della violazione continua del principio di presunzione di non colpevolezza, sancito dalla Costituzione con l’articolo 27 per cui «l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva».

Svolta-1992Il ruolo di Di Pietro, però, non si è limitato solo al giustizialismo più violento, ma si è spinto oltre provocando dei gravi danni al sistema politico italiano. Il ruolo di supplenza politica svolto dal Pool di Milano ha gravemente indebolito gli sviluppi storici derivanti dalla caduta del muro di Berlino e ha impedito un processo riformatore che cambiasse effettivamente il Paese. L’unica modifica costituzionale di quel periodo ha riguardato l’autorizzazione a procedere nei confronti dei politici, cancellando la norma che prevedeva un voto della Camera di appartenenza prima di poter avviare un’indagine contro un parlamentare.

Questa è stata la splendida revisione costituzionale promossa dal pool di Mani Pulite, che ha chiaramente giovato all’Italia e agli italiani. In quegli anni ci si è illusi di rinnovare un sistema politico affidandolo alla semplice onestà orchestrata da un insieme di magistrati molto popolari. Certo, il sistema di finanziamento alla politica era marcio ed aveva raggiunto livelli intollerabili. Ma la soluzione adottata dalla procura di Milano ha brutalmente limitato le riforme che sarebbero state necessarie per modernizzare il Paese, consegnando la politica alla magistratura, avviando così un cortocircuito ormai ventennale. Si è pensato che un semplice ricambio di classe dirigente per via giudiziaria avrebbe potuto rinnovare un intero sistema. I risultati sono sotto gli occhi di tutti..

Il ruolo di Di Pietro non deve essere semplicisticamente ridotto al giustiziere che abbatte un sistema politico, per poi sostituirvisi facendo il parlamentare e il ministro. A questa delizia si deve aggiungere la disgrazia delle mancate riforme che il Paese avrebbe dovuto avviare in quel biennio. La deriva giustizialista e manettara di quegli anni è la chiave di volta per comprendere la lunga transizione che stiamo vivendo. Una transizione che dura da 25 anni, e che non vede lontanamente la sua fine.

L’occasione del 1992-1994 ormai è stata persa. In compenso il giustizialismo giacobino è dilagato e ha partorito il Movimento 5 Stelle. Come recitava una scritta del 1992: Di Pietro grazie!

Intervista a Finetti: dalla lite Pci-Psi all’Antipolitica

Con l’intervista ad Ugo Finetti continua la serie di conversazioni storiche sul crollo della Prima repubblica. Finetti, storico esponente del Psi e Vicepresidente della regione Lombardia dal 1985 al 1992, ha le idee molto chiare sulla fine della Repubblica dei partiti. In questa intervista spiega il ruolo del pool di Milano e dei potentati economici, parlando di uno scioglimento per via giudiziaria dei partiti. Finetti, con il suo approccio da storico affermato, illustra anche i meriti storici del sistema dei partiti.

craxi-e-napolitanoQual era il clima politico degli anni Ottanta? C’era sfiducia verso i partiti?
L’antipolitica c’è sempre stata. Bisogna distinguere quando la polemica contro i partiti diventa avversione alla democrazia. Il fastidio verso i partiti nasce nel primo dopoguerra. Già nel 1919 c’era un certo fastidio, soprattutto dopo l’estensione del suffragio universale. Da questo momento i ceti più alti iniziarono a non sopportare che persone da loro ritenute di livello culturale e sociale inferiore potessero prendere decisioni di rilievo nazionale. Inizia l’avversione alla democrazia.
Nel secondo dopoguerra con la vita democratica che rinasce sotto la guida dei partiti del Cln c’è il trionfo dei partiti: i partiti diventano il cardine della democrazia e sono i veicoli di una estesa partecipazione sia alle elezioni che alle varie manifestazioni da essi organizzate. La partecipazione al voto era massiccia. I partiti sono punti di riferimento per un sistema di valori.
Le crepe iniziano dopo il ‘68, quando cresce una vera polemica verso i partiti (gli extraparlamentari), prima c’era solo una contestazione secondaria (per lo più di estrema destra ‘nostalgica’ del fascismo). Un segnale chiaro è l’esito del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti del 1978. Gli anni Settanta, più in generale, logorano il sistema politico, anche a causa delle varie crisi: economica, politica e sociale, sommate all’emergenza del terrorismo. Negli anni Ottanta c’è la fuoriuscita dalla crisi economica. La politica ha un primato, è promotrice dell’integrazione europea; i partiti diventano protagonisti, sia a livello ideale, tecnico-programmatico e istituzionale. Ci si rende conto però che la società italiana ha bisogno di un diverso assetto istituzionale, ma gli anni Ottanta non vedono un’autoriforma, e questo può essere un motivo di sfiducia.
Il ruolo dei partiti dipende anche dalle modalità con cui l’Italia vive la Guerra fredda e anche al ruolo dei partiti unitisi durante la Resistenza. L’antifascismo interseca lo schieramento della Guerra fredda. In Italia non c’è stato nessun muro di Berlino e con il Pci in Parlamento non si è andati a ‘muro contro muro’. Questo può aver comportato forme di consociativismo e può aver creato una sorta di omologazione politica che ha pesato sulla fiducia verso il sistema.
Un’altra questione problematica riguarda la staticità nei gruppi dirigenti: si arriva alla fine della Prima repubblica con a capo del governo il sottosegretario di De Gasperi, Andreotti. Anche gli stessi padri della Prima repubblica sono arrivati alla fine degli anni Novanta con ruoli di rilievo. Questo ha significato anche un certo immobilismo. Si può concludere dicendo che un elemento di crisi dei partiti è che con la fine della Guerra fredda gruppi dirigenti che erano stati ‘in divisa’ si sono trovati ‘in abiti borghesi’. La smilitarizzazione della politica ha messo in libertà l’elettorato.

Come erano percepiti i partiti? Si sentiva la crisi dei partiti di massa?
Prima di parlare di partiti in generale si deve distinguere tra i vari partiti, non si può parlare generalmente di partiti di massa. Si tratta di realtà molto diverse. La Dc ha un retroterra cattolico molto vasto e articolato, è un partito interclassista. Il Psi e il Pci, invece, hanno un primato di elettorato popolare. Ma sono diversi tra loro: il Pci è un partito con un retroterra di solidarietà internazionale ed è organizzato in modo paramilitare con il centralismo democratico, con il divieto delle correnti e con un segretario eletto a vita, con successione monarchica (il vice diventa segretario). Il Psi, al contrario, ha tante correnti, subisce molte scissioni, ed è in stato di divisione permanente.
Elettoralmente si ha un elettorato sempre stabile, gli spostamenti elettorali sono microscopici rispetto ad oggi. Sono mutazioni lievissime, si pensi anche alla tradizione familiare con cui si andava al voto.
I partiti di opinione erano pochi e di dimensioni ridotte. Tutti i partiti però erano accomunati dall’antifascismo. C’era l’antifascismo da parte della Dc che limitava gli elementi di estrema destra, mentre il Pci condannava gli elementi più rivoluzionari della sua ideologia.
I partiti hanno così garantito anche la tenuta democratica durante situazioni drammatiche come il terrorismo, o di fronte a tentativi di colpi di mano. Infine bisogna ricordare che la tanto bistrattata partitocrazia è stata protagonista della resistenza e dello stato sociale. Prima di rivolgerle una critica sferzante, bisognerebbe ricordarne anche i meriti.

Cosa ne pensa del crollo della prima Repubblica? Quali sono le cause?
Non bisogna confondere crollo e sconfitta. Gli errori politici si riflettono in sconfitta elettorale non in crollo di sistema. L’unico grande calo tra il 1989 e il 1992 riguarda il Pci. Nel maggio 1992 Craxi era l’unico candidato alla presidenza del consiglio. Il pentapartito aveva la maggioranza del consenso. Quando per causa giudiziaria scatta il veto su Craxi da parte di Scalfaro, il presidente della Repubblica chiede comunque al segretario socialista di fare il nome del presidente del consiglio.
Il crollo avviene essenzialmente per via giudiziaria, non è la società civile che abbatte il sistema. Non bisogna confondere la procura di Milano con la società civile. Alcuni hanno parlato del referendum Segni come segno inequivocabile del declino, in realtà è un fatto politico, ma non è un crollo. Il Psi l’anno dopo – con Mani Pulite già in corso – nelle elezioni del ’92 mantiene le posizioni (perde due deputati su quasi cento). Non è quindi la società civile che ha rovesciato la politica. La realtà è che c’è stato uno scioglimento giudiziario dei partiti in modo molto selettivo.
Si è voluta creare artificialmente una dialettica politica tra ex fascisti ed ex comunisti. Fatto che fu consacrato nelle amministrative del 1993: si pensi alle contese elettorali tra Bassolino e la Mussolini a Napoli e alla sfida tra Fini e Rutelli a Roma. Questo schema venne sovvertito dal fenomeno berlusconiano.
La disgregazione voluta dal Pool nasce dal fatto che con la fine della Guerra fredda e la globalizzazione, il potere economico pensa che sia venuto il momento di liberarsi dalla politica. Si immagina un mondo senza conflitti, per andare verso un unico modello economico-istituzionale. C’è un assalto al potere politico, anche perché si volevano promuovere delle privatizzazioni che vedevano la classe di governo restìa. Non a caso Mediobanca con Cuccia patrocina il referendum Segni, insieme a Berlusconi. L’ex cavaliere dà molto spazio anche a Mani pulite sfruttando le sue televisioni.

Cosa ne pensa delle recenti parole di Di Pietro?
Parla così perché ormai l’Italia di Mani pulite è uscita di scena, sono usciti di scena i suoi eroi. Mani pulite ha salvaguardato comunisti e sinistra Dc più i neofascisti del Msi. Di Pietro e d’Ambrosio, non per caso sono diventati parlamentari del Pd. Di Pietro vorrebbe ora rientrare in Parlamento e ha fatto dichiarazioni a favore dei postcomunisti (Bersani) e degli ex missini (Meloni).

Che tipo di inchiesta è stata Mani Pulite?
Mani Pulite è un’inchiesta essenzialmente cartacea. Ha come postulato che gli imprenditori sono vittime della politica. L’inchiesta si svolge in maniera abbastanza semplice: si arrestano gli imprenditori affinché facciano i nomi dei politici. Così ottengono la libertà. L’inchiesta si basa sulle sabbie mobili della carcerazione preventiva con ‘confessioni’ firmate per uscire e che contengono accuse che sono quasi sempre parole non documentate.

Non possiamo non parlare del finanziamento ai partiti. Cosa si ricorda? Era un sistema come ha sostenuto più volte Craxi?
C’è in effetti una sorta di continuità dal 1944 con i primi finanziamenti al Cln anche fisica: Enrico Mattei si occupava di dividerli tra i partiti del Cln. È lo stesso Mattei che divide l’’oro di Dongo’.
È sempre Mattei che da presidente dell’Eni divide i soldi per i partiti.
Il sistema di finanziamento alla politica era molto noto e anche il Pci vi partecipava; non solo aveva finanziamenti provenienti dall’Urss, ma anche dai privati in cambio di favori. I verbali della Direzione del Pci lo testimoniano parlando esplicitamente di ‘tangenti’ o di ‘amministrazione straordinaria’ (cioè fuori dal bilancio ufficiale).
C’era un accordo generalizzato a livello nazionale per cui il 3% del valore degli appalti era riservato ai partiti. Si pensò di voltar pagina pubblicizzando finanziamenti una tantum. Anche Craxi si rendeva conto che il finanziamento illecito rendeva vulnerabili e creava marasma di gruppi personali. Ma è da tener presente la reazione dei privati: essi non volevano far sapere quanto davano ai partiti e non volevano comunque rinunciare ai fondi neri. Infatti l’accordo era il 3%, ma nei verbali si dichiara spesso molto di più. Persino il doppio. Nel sistema dei fondi neri si muovevano agevolmente anche i privati. Si tirava avanti sapendo che era ‘il segreto di Pulcinella’.

Quali sono stati gli errori di Craxi e quando inizia il suo declino?
Tra il 1987 e il 1992 Craxi pensa solo al ritorno a palazzo Chigi e vive la legislatura in attesa. La ritiene un tempo morto da far trascorrere in attesa che maturi la ‘controstaffetta’ e infatti arriva come unico candidato alla guida del governo nel 1992. Assume un atteggiamento di distacco, prende l’incarico all’Onu, ostenta distacco dalla politica quotidiana. Però agli occhi dell’elettorato rimane il dominus della politica anche perché i presidenti del consiglio continuano a cambiare.
È sbagliato addossargli tutta la colpa dell’immobilismo istituzionale. Il mutamento istituzionale si inceppa sul fatto che il Psi vuole il presidenzialismo, mentre Pci e Dc vogliono il maggioritario e sono contro il presidenzialismo, proprio perché temono la popolarità di Craxi negli anni Ottanta. Craxi rimane il politico più popolare rispetto a tutti, pur essendo il Psi più debole di Dc e Pci. L’odio nei suoi confronti si deve alla sproporzione tra potere politico e peso elettorale, a cui Craxi cerca di reagire tentando di costruire un’area politica più vasta, si veda la politica verso i socialdemocratici, i liberali, i radicali e anche parte dei repubblicani.

Che rapporti c’erano tra il Pci e Craxi?
Il concetto di ‘duello a sinistra’ non è forse una categoria interpretativa del tutto adeguata. Craxi non era anticomunista, aveva il disegno di far confluire il Pci verso un’opzione socialdemocratica a guida socialista. La politica di Craxi è stata una politica di tallonamento continuo al Pci. Per capirlo bisognerebbe conoscere il Craxi che fa politica tra il 1956 e il 1976
Per quanto riguarda il Pci la politica anticraxiana di Berlinguer è contestata da Napolitano, da Lama e dalla Iotti. Nel 1980 Berlinguer fa addirittura una Direzione-seminario sul Psi, ma la relazione anticraxiana di Natta non viene approvata perché c’è una parte del Pci che non vuole rompere con i socialisti. Berlinguer è contrastato proprio perché Craxi non è anticomunista. Napolitano, per la sua critica a come Berlinguer pone la ‘questione morale’ contro il Psi, sarà anche estromesso dalla segreteria e nominato capo gruppo della Camera. Anche Pajetta è a favore di Craxi. A Berlinguer si contesta il fatto che parla di alternativa, ma in realtà vuole accordarsi con la Dc contro il Psi.
Un episodio interessante riguarda lo scambio di battute tra Reichlin e Craxi dopo l’incontro tra Pci-Psi alle Frattocchie nel 1983. Craxi in modo amichevole avverte che il segretario del Pci capisce poco i mutamenti della società italiana e il dirigente comunista ammette che Berlinguer aveva una ‘visione catastrofista’. Possiamo dire che Craxi invece capiva molto di più le trasformazioni in atto.
Durante la segreteria Natta si sveleniscono i rapporti con Craxi. Il segretario socialista poi spera anche in Occhetto. Nel post ’89 non è aggressivo, è prudente, non incalza, aspetta una scelta socialdemocratica da parte del Pci che però non arriva. I comunisti di Occhetto pensano al cosiddetto ‘nuovo internazionalismo’, a un terzomondismo ‘ambientalista’, ma non alla socialdemocrazia.

Martino Loiacono

Fine della I Repubblica, ‘traino’ del Muro di Berlino

Da oggi l’Avanti! ospiterà una serie di interviste ad esponenti del Psi e a storici, nell’ambito della realizzazione di una tesi magistrale sul crollo della Prima repubblica.

craxi_occhettoIn questa intervista Mauro Del Bue, esponente di punta del Psi (deputato durante la X, XI e la XV legislatura, membro della Direzione del Psi dal 1989 e della segreteria nel 1993), spiega le ragioni del crollo del Partito socialista, facendo un resoconto preciso di quella crisi, con riferimenti storici puntuali e puntando l’’attenzione su quello che fu, nella sua lettura, il suo centro propulsore: la caduta del muro di Berlino. Del Bue si sofferma anche sugli errori strategici di Craxi, sul ruolo anomalo del Pci e sull’’avanzata della Lega lombarda, poi Lega nord.

Quando inizia il declino del Psi?

Probabilmente già nel 1987, nonostante il Psi raggiunga uno dei risultati migliori della sua storia ottenendo il 14,3% nelle politiche di quello stesso anno. Questo successo è dovuto agli ottimi risultati ottenuti dall’esecutivo guidato da Craxi grazie al quale l’inflazione scese dal 16 al 4%, anche per via del taglio dell’automatismo della scala mobile e poi per una politica estera indipendente e coraggiosa, come dimostra il memorabile episodio di Sigonella.

Da quel momento il Psi inizia la sua parabola discendente. Craxi, in effetti, pensava di “ingessare” la X legislatura (1987-1992), mantenendo un certo immobilismo, garantendo una legislatura o quasi a presidenze democristiane e assicurandosi in tal modo di tornare a palazzo Chigi nel 1992. La questione però riguardava le crepe e le smagliature che si stavano già generando all’’Interno del sistema politico. L’’idea che non ci fosse alternativa alla Dc sembrava ancora una certezza assoluta e inscalfibile, ma diveniva sempre più democraticamente insopportabile. Con la caduta del muro di Berlino questo schema salta e inizia un triennio di crisi che poi sfocia in tutta la sua virulenza tra il 1992 e il 1994.

Craxi, nonostante questo sconvolgimento epocale, rimase ancorato alla logica del vecchio sistema. Eppure già con le elezioni europee del 1989 si erano avvertiti i primi scricchiolii che proseguirono alle regionali del 1990, riemersero col risultato del referendum Segni del 1991 e poi divennero urla padane nel 1992 con l’’avvento della Lega che invase l’intero Nord, portando a Roma decine di parlamentari.

Se dovesse provare ad ordinare le cause del crollo della repubblica dei partiti come le ordinerebbe?

La causa scatenante, a mio avviso, è la caduta del Muro di Berlino e le sue conseguenze immediate in Italia, innanzitutto la fine del Pci. Il crollo del muro distrugge gli equilibri che avevano retto la Prima repubblica e fa emergere tutte le contraddizioni latenti che stavano iniziando a venire alla luce. Inclusa la pesantezza burocratica ed economica dei partiti. Non dimentichiamo che la struttura pesante dei partiti democratici era una caratteristica ereditata dal Pnf che per primo aveva dato vita ad una struttura di questo tipo in Italia ed era anche una risposta alla mastodontica struttura partitica del Pci, che era il partito più burocratizzato e organizzato dell’intero Occidente.

L’affermazione della Lega, già con le regionali e amministrative del 1990, poi iI referendum sulla preferenza unica del 1991 sono i primi due segnali evidenti della lacerazione del vecchio sistema politico.

Alla luce della debolezza dei partiti tradizionali, dunque, l’inchiesta di Mani Pulite può essere considerata una conseguenza e non una causa di questa crisi. È il terzo e definitivo segnale del crollo. Rappresenta il botto finale nella crisi del sistema, originata già dalla seconda metà degli anni ottanta, giustificata dal crollo del comunismo e dalla fine del Pci, segnalata dall’avanzata massiccia della Lega e poi dall’imprevisto risultato del primo referendum Segni. Il triennio 1989-1992 prepara il colpo di Tangentopoli e in un certo senso lo giustifica.

Torniamo alla Lega: come si spiega il suo successo e come si colloca nello scacchiere politico?

L’’avanzata della Lega, come noto, interessa il Nord Italia. Nasce come fenomeno di protesta fiscale e come movimento di contestazione antipartitica. È un movimento non ideologico: si pensi allo slogan “Roma Ladrona” o “Lombardo paga e taci”.

La Lega rappresenta la liberazione dal vincolo ideologico e il superamento del “naso turato” in senso anticomunista cui alludeva Montanelli, visto che il pericolo comunista è ormai tramontato. L’’elettore della fine degli anni Ottanta non vota più per appartenenza partitica, ma per interesse o per protesta e la Lega ne è la rappresentazione plastica.

Perché in Italia la caduta del muro di Berlino assume tale importanza?

La sua rilevanza riguarda, ancora una volta, il ruolo del Pci, il partito comunista più grande d’Europa. Tutto il sistema politico si era disegnato sulla conventio ad excludendum, cioè sulla necessità di escludere i comunisti dal governo per evitare i rischi legati alla guerra fredda. Questo era avvenuto anche durante gli anni della cosiddetta unità nazionale, quando al Pci fu concesso di votare a favore del governo, ma non di farne parte. Il ricambio, per quanto detto, era impossibile. Con la caduta del muro cade questa pregiudiziale e si ridisegna il panorama politico. La caduta del muro fa venire meno la ragion d’’essere di un sistema e fa venire alla luce i suoi elementi deteriori, tra cui i finanziamenti illegali alla politica che, se fino al 1989 parevano necessari e giustificati, dopo paiono senza motivo e finalità. Lo capirono i comunisti che votarono a favore della depenalizzazione dei finanziamenti illeciti fino al 1989, e quel voto li mise al riparo dalle indagini sui rubli di Mosca. Tale legge, approvata da tutto l’arco costituzionale, divise in due anche la questione morale. Fino al 1989 il finanziamento illecito divenne lecito e accettabile, dopo diventò reato e deprecabile. Non mancò un po’ di stupidità nei gruppi dirigenti degli altri partiti…

Parliamo del Pci-Pds: era pensabile riassorbirli in un progetto di Unità socialista?

Il duello a sinistra era stato intenso e senza esclusione di colpi. Il Psi avrebbe dovuto mettere in difficoltà i post comunisti muovendosi con una proposta politica che fosse di immediata soluzione. Invece preferì i tempi lunghi. Attese, invece di agire. I tempi lunghi erano quelli necessari al Pci per fondare il nuovo partito. Col senno del poi penso che si doveva puntare alle elezioni politiche anticipate subito dopo la Bolognina. Proporre subito ai post comunisti una lista di unità socialista, che forse li avrebbe ulteriormente divisi. Craxi temeva che dopo avere rotto con la Dc, i post comunisti avrebbero appoggiato loro Andreotti. Magari. Penso che un’operazione del genere li avrebbe portati allo sfacelo. Se il revisionismo post comunista fosse sfociato in un nuovo compromesso storico avrebbe perso le sue ragioni ideali e politiche. A me Bettino confessò che avrebbe voluto lentamente portarli al governo, ma quella era la logica degli anni settanta, quella del superamento graduale del fattore K, finito definitivamente sotto i calcinacci del muro.

Che ruolo ha avuto la magistratura nella dissoluzione del Psi? Che clima c’’era all’epoca di Mani Pulite?

Si può parlare di “strabismo”, nel senso che il Pool colpì secondo i suoi desideri E questo ha profondamente orientato il corso della politica italiana. Anche senza l’’intervento della magistratura il sistema politico italiano avrebbe subito sostanziali mutamenti, ma non credo avrebbe percorso la stessa direzione. La magistratura, insomma, ha guidato e orientato la transizione che ha accompagnato la fine della Prima repubblica.

Il clima era molto pesante: alla Camera era un susseguirsi quotidiano di notizie drammatiche. Ogni giorno piovevano avvisi di garanzia a cui corrispondevano le immediate dimissioni degli interessati. In quegli anni un avviso di garanzia equivaleva al definitivo tramonto di una carriera politica: un avviso di garanzia era una condanna senza appello. Vedo che oggi, invece, tutti hanno giustamente cambiato opinione sul rapporto stretto instaurato allora tra indagine e condanna. Poi c’erano i suicidi, gli infarti, il carcere duro al fine di confessione, che significa la reintroduzione della tortura.

La miscela tra iniziativa giudiziaria e informazione era esplosiva. Giornali e televisioni di destra, centro e sinistra si trovarono tutti dalla stessa parte della barricata. Il dipietrismo, il giustizialismo erano dilagati. Costituivano un muro contro il quale ci si poteva solo rompere la testa. Dovevamo combattere? Craxi su questo aveva ragione. Mi disse: “Bisogna lasciare passare la piena”. Sono passati venticinque anni, la piena ë passata, ma purtroppo il Psi non c’è più. Certo, è cambiato tutto il sistema politico. Non ci sono più neppure il Pci e la Dc. Ma mentre questi due partiti hanno avuto successori nella cosiddetta seconda Repubblica, il Psi non ha generato eredi altrettanto autorevoli e perfino la sua storia è a rischio dimenticanza. Per questo, per combattere questa grave e insopportabile ingiustizia, sono ancora qui a legare la mia vita a un impegno politico, storico ed editoriale. Per me è innanzitutto un dovere morale.

Martino Loiacono

La strategia dell’inganno.
La fine della I Repubblica

prima_seconda_repubblica_940È il 1989: cade il muro di Berlino. 1992: il pentapartito ha ancora più del 50% dei voti, il Pds è al 16%, la Lega all’8%. 1994: si vota con il maggioritario, Berlusconi, Bossi e Fini vincono le elezioni. Il pentapartito scompare. In soli due anni l’Italia rivolta un sistema di potere, che, nel bene e nel male, aveva gestito la cosa pubblica dalle macerie della seconda guerra mondiale in poi. Nei successivi anni le principali aziende pubbliche italiane furono vendute a italiani e stranieri. Stefania Limiti, nel suo sconvolgente libro ‘La strategia dell’inganno. 1992-1993. Le bombe, i tentati golpe, la guerra psicologica in Italia’ (Chiare lettere edizioni), evidenzia che il passaggio non fu indolore. Una ricerca approfondita, certosina, con nomi, date, atti giudiziari, testimonianze inedite raccolte dall’autrice, mette in fila una serie di fatti che avrebbero messo a soqquadro qualsiasi democrazia, anche la più radicata: il 5 gennaio 1992 – elenca il libro – viene collocato un ordigno sulla linea ferroviaria Brindisi-Lecce, la strage è evitata perché il treno ha qualche minuto di ritardo. Dopo la conferma in Cassazione della sentenza del maxiprocesso a Cosa Nostra (30 gennaio 1992), il mese successivo Toto’ Riina invia a Roma un gruppo scelto per uccidere Costanzo, Barbato, Martelli e Falcone. Ma l’operazione viene interrotta, c’è qualcosa di più urgente da fare in Sicilia, la strage di Capaci. E nei progetti di Cosa Nostra ci sono anche le uccisioni di Andreotti, Mannino, Ando’, Di Pietro, La Barbera e De Caprio (il capitano Ultimo).

Il 12 marzo 1992 viene assassinato Salvo Lima. Il 23 maggio si consuma la strage di Capaci e il 19 luglio quella di via D’Amelio. Il 17 settembre 1992 viene ucciso Ignazio Salvo, l’imprenditore legato a Cosa Nostra. Alla fine del 1992 sul pavimento di un museo di Firenze viene versata della benzina che per fortuna non prende fuoco. Il 5 novembre una bomba da mortaio viene scoperta nei giardini di Boboli. Il 14 maggio 1993 l’attentato di via Fauro: Maurizio Costanzo è illeso per miracolo. Nella notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993 l’esplosione di via dei Georgofili a Firenze uccide 5 persone. Il 2 giugno 1993 viene scoperta un’autobomba in via dei Sabini, a due passi da Palazzo Chigi, dove abitualmente passa il Presidente del Consiglio Ciampi. Nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 tre bombe quasi in contemporanea: via Palestro a Milano (5 morti), Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma. Quella stessa notte a Palazzo Chigi saltano le linee telefoniche. L’entourage di Ciampi teme un colpo di Stato. Il 30 luglio viene ritrovato un ordigno accanto al carcere militare di Forte Boccea, dove è rinchiuso Bruno Contrada. Il 18 settembre un’autobomba esplode davanti alla caserma dei carabinieri di Gravina di Catania (quattro militari feriti). Nella notte tra il 21 e il 22 ottobre un ordigno esplode sul davanzale di una finestra del Palazzo di Giustizia di Padova. Nel novembre 1993 nasce il partito indipendentista ‘Sicilia Libera’, rientrante “in un piano strategico messo a punto da Provenzano, Bagarella, Graviano e Ciancimino”.

Nello stesso mese la mafia progetta di uccidere il capo della Dia De Gennaro. Nel gennaio 1994 fallisce la strage più clamorosa: l’autobomba posteggiata in viale dei Gladiatori, vicino allo stadio Olimpico di Roma. Il 18 gennaio 1994 due carabinieri perdono la vita in un agguato mortale a Scilla in Calabria. Il 24 gennaio 1994 viene sventato un attentato contro Luca Pistorelli, pm di Trapani, titolare di inchieste su Gladio e massoneria. Il 14 aprile 1994 il fallito attentato a Formello al pentito Totuccio Contorno. E’ finita? No: in quegli anni abbiamo la banda della Uno bianca (24 morti tra Emilia Romagna e Marche), Unabomber (bombarolo seriale con 30 ordigni tra Veneto e Friuli), lo scandalo dei fondi neri del Sisde (le indagini sui cento milioni al mese concessi o meno ai ministri dell’Interno), il progetto di un assalto alla sede Rai di Saxa Rubra, i contatti tra mafia e ‘ndrangheta per una Cosa Nuova, il ruolo nei servizi segreti di Adolfo Salabe’, amico di Marianna Scalfaro. In Italia si sviluppò la tempesta perfetta. Nel novembre 1991 Antonio Di Pietro, pm di Milano, preannunciò Tangentopoli al console Usa Peter Semler. “Le indagini – riferirà Semler anni più tardi – avrebbero raggiunto Craxi e la Dc” e il Consolato tenne sempre al corrente Washington. Cosa Nostra – scrive Limiti – aveva deciso già nel 1991, prima dell’introduzione dell’odiato regime di carcere duro, di esprimere il suo potenziale di vendetta contro una classe politica che le aveva voltato le spalle. Agli occhi dei mafiosi Andreotti e Martelli avevano tradito.

strategia dell'ingannoMa fu solo la mafia protagonista di tutta questa violenza eversiva? Gianni De Gennaro, all’epoca capo della Dia, parlò – scrive Limiti – “esplicitamente di accordi tra cupola mafiosa e altri centri di potere”. Pietro Grasso, all’epoca magistrato antimafia, dichiarò: “Cosa nostra ha agito, ma c’erano anche altri interessi, di strategia politica, di tipo economico, legati agli appalti pubblici, e di entità deviate rispetto alle proprie funzioni istituzionali”. Nicola Mancino, all’epoca ministro dell’Interno, riunì a fine luglio 1993 i questori di tutta Italia e disse: “Qui ci sono forze occulte e reazionarie che vogliono spingere il Paese verso uno sbocco autoritario.
Non abbiamo dati per indicare le forze occulte che l’hanno organizzata, ma siamo davanti a un’imponente e meticolosa orchestrazione stragista con obiettivi politici”. Stefania Limiti scrive: “Mentre avviene tutto questo, e ancora altro, la pattuglia della Procura di Milano avanza con il passo delle armate del generale di Bava Beccaris e mette in ginocchio i partiti storici che coincidono con lo Stato. La borghesia europea si frega le mani: gli Stati nazionali non hanno più il controllo della moneta e della liquidità interna dopo il Trattato di Maastricht firmato agli inizi del 1992. Il concetto di ‘utilità sociale’ può sopravvivere solo dentro i binari del mercato e della concorrenza, finisce l’era delle partecipazioni statali e dell’impresa di Stato, diventa tabù il finanziamento del deficit pubblico: un quadro nel quale l’Italia è un debitore coatto.

I palati fini di alcuni nostri commentatori – prosegue Limiti – non sopportano di sentir parlare del Britannia, lo yacht da crociera della casa reale inglese messo a disposizione per un incontro al largo delle acque di Civitavecchia, dicono che è roba da complottisti. Eppure quella festa della Repubblica, era il 2 giugno del 1992, è ricordata per l’incontro tra i banchieri d’affari della City e il gotha dei dirigenti economici italiani: i primi spiegano ai secondi come si fanno le privatizzazioni, sull’esempio inglese. La torta è appetitosa, stimata in circa 100mila miliardi di vecchie lire. Le privatizzazioni sono nel segno di un furore ideologico: vanno fatte assolutamente, si dice, per limitare l’invadenza della politica nella gestione quotidiana delle aziende pubbliche e per mettere un bel punto al sistema della presenza dello Stato nell’economia. Solo in seguito apprenderemo che non è quello il toccasana per risolvere il problema del debito pubblico e che tutto era stato realizzato senza un progetto di riorganizzazione del sistema. Del resto, chi avrebbe dovuto occuparsene? Dov’era la classe politica dirigente?”. Infine una chicca del libro di Limiti sui fondi neri del Sisde: “Il pm Antonino Vinci aveva scoperto 14 miliardi depositati in conti intestati a vari dipendenti ed ex dipendenti del Sisde nonché ai loro familiari, non seppe come gestire la situazione, forse si spavento’. Dopo consultazioni febbrile e riservate, tra il ministro dell’Interno Mancino, i capi della Polizia Parisi e del Sisde Malpica e i loro più stretti collaboratori, il magistrato propose una soluzione, potremmo chiamarla il ‘lodo Vinci’.

La trovata sembrava geniale: considerare i depositi nient’altro che conti del servizio sotto copertura; se gli intestatari avessero consegnato al magistrato i relativi libretti, lui li avrebbe girati al direttore del servizio e, con grande soddisfazione di tutti, l’istruttoria si sarebbe potuta chiudere lì. Il ‘pacco’ tuttavia non riuscì, anche grazie a un giudice di buona volontà, Leonardo Frisani. Siamo nell’estate del 1993 e sta per venire giù il mondo. I funzionari del servizio coinvolti nell’inchiesta non intendono essere i soli a pagare: tentano di coinvolgere i ministri dell’Interno dal 1983 al 1994, cioè Scalfaro, Gava, Scotti e Mancino. Indagare sull’uso di quei fondi, in pratica, significava mettere alla sbarra l’intera gestione democristiana, travolgere i vertici istituzionali di quel momento e forse ben altro. La soluzione fu innanzitutto politica: Ciampi respinse le dimissioni del ministro Mancino. Il Tribunale dei ministri si occupò della sconveniente faccenda decretando l’assoluzione per tutti gli interessati – per Scalfaro arrivò nel 2001 – ma nel frattempo, anche nella Procura di Roma, si era aperto un drammatico contenzioso. Il punto era che nessuna legge prevedeva che il Sisde dovesse fornire denaro al ministero dell’Interno, neanche per adempiere compiti istituzionali.

I ministri interessati hanno sempre negato quei versamenti mensili. Il 3 novembre 1993, alle 22,30, a reti unificate arrivò il ‘Non ci sto!’ di Oscar Luigi Scalfaro. Scalfaro evidentemente – scrive Limiti – aveva le sue buone ragioni per ritenere che le accuse che gli stavano piovendo addosso fossero un tentativo di sfidarlo e di intimidirlo, attuato da una parte della classe dirigente e degli apparati che, travolta dalle vicende giudiziarie di quei primi anni Novanta, stava cercando di inquinare la vita politica e condizionare le future elezioni. Anche con le bombe. Fu lui, con quelle frasi sibilline, dense, inquietanti, a stabilire un legame tra gli atti stragisti condotti dalla mafia sul continente e lo scandalo dei fondi neri del Sisde”.
(Fonte: AGI)

1993, la Serie. Colpi
di scena nel solco dell’incertezza

Stefano Accorsi

Stefano Accorsi

La settima e ottava puntata della fiction 1993, completano una Serie TV all’insegna dei colpi di scena, terminata sempre nel solco dell’incertezza di fondo che caratterizza la vita di ognuno dei protagonisti. Come accaduto in alcuni momenti della precedente fiction 1992, c’è in 1993, una marcata impronta paranormale, con continue visioni di personaggi e ricordi che riemergono dal passato dei protagonisti. Favolosi anche gli effetti scenici di tutta la serie, e l’ambientazione, con una cura maniacale anche ai piccoli dettagli.

I PERSONAGGI:

LEONARDO NOTTE, scaricato da Berlusconi, tenta di passare con il PDS di Massimo D’Alema, rivelandogli il programma politico del Cavaliere, per entrare nelle sue grazie. Ma alla fine si scopre che la sua è tutta una tattica. Infatti, Leo, ha registrato una incredibile confessione fatta da un suo amico del PDS, riguardante Primo Greganti, che potrebbe far saltare in aria anche il centrosinistra, e vuole utilizzarla. Quindi, chiede ed ottiene un appuntamento da Berlusconi, al Jolly Hotel, dove la squadra di Forza Italia si stava radunando. Ma non avrà la possibilità di far ascoltare la registrazione al Cavaliere, perché davanti all’albergo viene sparato da Arianna sua ex compagna e moglie di Rocco Venturi. A lei, precedentemente, in una cena, Notte, aveva confidato dell’omicidio del poliziotto, dopo aver spento il registratore che Arianna aveva portato per tendere una trappola a Leo.

PIETRO BOSCO, dopo aver pensato che la polizia fosse vicino al suo arresto per una tangente di 200 milioni, capisce che la mazzetta di cui si parlava non è la sua. Politicamente, ritorna vicino al leader leghista Bossi, che aveva appena siglato l’alleanza governativa con Berlusconi, tradendo il Professor Miglio.

VERONICA CASTELLO, preoccupata della possibile uscita del suo libro, decide di tendere una trappola all’editore, portandolo a letto in casa sua, e filmandolo inconsapevolmente, per poi, successivamente ricattarlo. Intanto, in una cena politica, si convince a partecipare ai provini della Fininvest per entrare a far parte di Forza Italia, e dopo aver incontrato Silvio Berlusconi, questo la sceglie.

GIULIA CASTELLO, decide di scrivere un libro sulla tangente Enimont, frutto di intere settimana di ricerche, ottenendo il tanto agognato successo.

LUCA PASTORE, grazie a Bibi Mainaghi, riesce a scoprire il nome fittizio di Duilio Poggiolini, che viene arrestato, e a cui, durante una perquisizione in casa, viene sequestrata una quantità smisurata di lingotti d’oro, gioielli e moltissimo denaro. Successivamente, Luca, rivela ai suoi colleghi della Procura di essere malato di AIDS, e, ritenendo di aver terminato il proprio lavoro, informa Di Pietro di voler lasciare la procura. Quest’ultimo cerca di convincerlo, ma da una parte c’è la proposta del Deputato Gaetano Nobile, che gli offre di far parte dei Servizi Segreti, e dall’altra quella di Eva, di mollare tutto e scappare a Panama. Pastore sceglie la seconda possibilità, spiegando via lettera Di Pietro i motivi che lo hanno portato a lasciare la procura la sua volontà di cambiare vita.

BIBI e ZENO MAINAGHI, decidono di collaborare con la giustizia per colpire Brancato, che, hanno scoperto essere, il mandante dell’omicidio del loro padre, Michele Mainaghi. Pastore chiede a Bibi di aspettarlo con le valigie pronte, ma Luca trova invece un’auto con degli assalitori, che ingaggiano con lui una drammatica sparatoria. Prima viene colpita la sua macchina, poi, una volta fermi, Luca riesce a bloccare e ad ammazzare i killer, inviati da Brancato per ammazzarlo. Bibi, intanto, probabilmente tradita dal fratello Zeno e dall’infermiera vicino a questo, viene uccisa dal suo autista, che fa passare l’accaduto per un’overdose, infatti, la ragazza esanime a terra viene trovata con una siringa nel braccio.

Alessandro Nardelli

1993, la serie. Un filo comune tiene insieme
tutti i personaggi

1993La quinta e la sesta puntata della fiction 1993, penultime di questa accattivante Serie TV, sono caratterizzate da un filo comune, che tiene insieme tutti i personaggi, quel sentimento di rinascita che spinge ognuno ad agire per ritornare a vivere, per dare un taglio a una parte oscura del proprio passato. Si comincia con l’arresto di Sergio Cusani (Stefano Dionisi), protagonista del caso relativo alla maxi tangente Enimont, per terminare con un nome ben preciso, Duilio Poggiolini, che sarà, probabilmente l’anteprima a quel che accadrà nelle puntate successive.

I PERSONAGGI:

Sergio Cusani, interpretato magistralmente da Stefano Dionisi, ragioniere e contabile della maxitangente Enimont, arrestato, rifiuta fin da subito di collaborare con la Magistratura, sostenendo di non avere alcun interesse a fare nomi di altre persone come hanno fatto molti altri personaggi eccellenti di Tangentopoli, che pur di uscire dal carcere si sono detti disponibili a collaborare. In galera, egli fa amicizia con un altro arrestato importante, Leonardo Notte, con cui condividono la passione per i buoni libri, e un’incredibile voglia di continuare a fare il proprio lavoro, questa volta, però, al servizio degli altri. Cusani infatti gestisce la contabilità dei carcerati.

Leonardo Notte, invece, inizia a condurre delle indagini di mercato tra gli arrestati, per conoscere qual’è il loro di soddisfazione della struttura carceraria. Intanto, pur di salvarsi, e di ritornare alla sua vita normale, acconsente alla richiesta di uccidere un imprenditore “ospite” della galera, evitando problemi con l’inviato di Cosa Nostra Brancato. Non potendo farlo lui, si serve di un altro carcerato di colore, al quale in cambio promette i soldi per far arrivare la figlia in Italia. Eseguito l’assassinio, come da accordi con la mafia (la colpa se la prende qualcun altro), Leo è finalmente libero, e torna al suo lavoro, quello di pubblicitario con la smania di far carriera. Resosi conto che Berlusconi non lo ritiene più il candidato ideale, allora chiede a Muratori, suo padre, di presentargli D’Alema.

Pietro Bosco, finito nella lista nera del “Senatur” Umberto Bossi, diviene un fedelissimo di Gianfranco Miglio, l’ideologo della Lega Nord, sperando in una ricandidatura, che Bossi non vuole offrirgli, ma che neanche Miglio può garantirgli. Bosco cerca di convincerlo allora di andare al congresso e di sfidare Bossi. Nel mezzo i problemi economici del padre, indebitatosi di 200 milioni con gli strozzini. Pietro riuscirà a salvare il padre, chiedendo il denaro alla gente a cui aveva fatto un favore quando era in commissione difesa, tradendo la Lega.

Veronica Castello, intanto, prosegue nella redazione del suo libro intervista, e riesce a ritrovare veramente la sua persona grazie all’aiuto di Davide, lo scrittore che si sta occupando di buttare giù assieme a lei l’autobiografia di quest’ultima. Cominciano a sorgere in Veronica i primi dubbi, e comincia a chiedersi se è davvero il suo mondo questo, oppure può rinascere mollando tutto e riscoprendo se stessa.

Giulia Castello, inizialmente litiga pesantemente con Scaglia, collaboratore di Di Pietro, che la ritiene in parte responsabile del suicidio di Gardini, con quell’articolo scoop in prima pagina su Giuseppe Garofano, ex presidente della Montedison ed ex amministratore delegato della Ferruzzi. Questo litigio gli fa sorgere dubbi riguardo all’etica del mestiere che svolge, dissipati subito da Indro Montanelli, al quale chiede consiglio.

Luca Pastore, dopo un trip da LSD, comincia a immaginare situazioni strane, fino a diventare protagonista dello spot Aids che impazza in tv. Nel mentre, un dualismo, da una parte la voglia di mollare tutto e andare via, e dall’altra le indagini sulla malasanità, che vede Pastore interrogare De Lorenzo. In tutto ciò, la vaghezza dei familiari del Prof. Antonio Vittoria, suicidatosi in circostanze poco chiare, e la voglia del figlio di fare giustizia, che porterà quest’ultimo a fornire a Pastore, alcuni oggetti personali del Professore, contenenti un foglio con tanti appunti, in cui compare un nome, Duilio Poggiolini.

Zeno Mainaghi, in una clinica per disintossicarsi dalla dipendenza dagli stupefacenti, nonostante tutto riesce ad assumere cocaina anche qui, fin quando ritrova come infermiera una sua conoscenza d’infanzia, che si prende cura di lui, cercando di riportarlo sulla retta via.

Caso Zuccaro. Le Ong, i trafficanti e gli eredi di Di Pietro

Il consiglio superiore della magistratura si divide: da un lato ha richiesto gli atti relativi alla questione dei presunti rapporti tra le ONG e gli scafisti allo scopo di fare chiarezza. Dall’altro qualcuno nell’organismo ha chiesto anche di difendere il procuratore di Catania. Divisione simbolo di due verità. Da un lato i contatti tra le ONG e gli “altri” ci sono eccome. Sarebbe stupido negarlo. Secondo voi come fanno gli aiuti umanitari ad arrivare alle popolazioni in Africa? Traversano indenni territori governati dai signori della guerra perché questi ultimi diventano improvvisamente buoni? Sopravvivono agli appetiti di governi più o meno legittimi e più o meno democratici, ma di certo corrotti fino al midollo, perché protetti dallo spirito santo? E come fanno le ONG ad operare nelle favelas di Rio o Caracas in mezzo ai narcotrafficanti, dove la vita umana vale meno di una dose di crack? Una forma di dialogo c’è. Chiariamo: ONG e “cattivi” si odiano, ma si tollerano a vicenda: gli aiuti umanitari sono necessari e, se qualche cassa di viveri e medicinali si perde per strada, nessuno ne fa un dramma. Quelle che arrivano a destinazione salvano migliaia e migliaia di vite umane.
Dall’altro lato ci troviamo di fronte alla classica malattia italiana: un magistrato che, pur non avendo prove (per sua stessa ammissione) va in Tv a sollevare il caso. Chiede strumenti dicendo, cosa ragionevole, di poter utilizzare i rapporti dei servizi segreti in tribunale. Peccato che gli stessi servizi neghino l’esistenza di quei rapporti. Cosa resta, a livello probatorio? Nulla, se non un eccesso di protagonismo dei togati che, da Di Pietro in poi, è stato la rovina del nostro paese. E la politica ci casca con tutte le scarpe, prendendo posizione, su basi traballanti ed illusorie, solo per accaparrare qualche voto xenofobo e fascista. Perché la battaglia di un certo fronte politico, dai cinque stelle a Salvini, questa è: le ONG sono il simbolo della tolleranza, dei diritti, dell’impegno per il superamento degli egoismi dell’Occidente. Come tali vanno distrutte.

Mario Michele Pascale

La7 e la fiction “1992”
un’occasione sprecata
per raccontare la storia

Craxi Bettino“Ma davvero si può immaginare che il presidente del Senato Spadolini, segretario del partito repubblicano per dieci anni potesse pensare che le irregolarità nel finanziamento del suo partito fossero state commesse dal vecchio La Malfa e dal giovane La Malfa? Oppure che il Presidente della Camera Giorgio Napolitano che nel PCI aveva avuto il ruolo per lungo tempo di ‘ministro degli esteri’ e che aveva rapporti con tutte le nomenklature dell’Europa dell’est a partire da quella sovietica, non si fosse mai accorto del grande traffico che avveniva sotto di lui tra i vari rappresentati e amministratori del partito e i Paesi dell’Est?”.

Più o meno queste le parole che Bettino Craxi pronunciò in tribunale davanti al Pm Antonio Di Pietro nell’unico incontro diretto che ebbe con il capo di ‘mani pulite’ nel corso dei procedimenti giudiziari che lo videro sul banco degli accusati. Parole di strordinaria chiarezza pronunciate per spiegare ancora una volta, così come aveva fatto alla Camera in un memorabile intervento, che la politica italiana funzionava allora così e che se si metteva sotto accusa lui, segretario del PSI e tutto il suo partito per le tangenti, non si risolveva certo il problema politico che era alla base di quel fenomeno distorsivo e che era il sistema che andava ‘curato’, le istituzioni, partiti compresi, non certo facendo invece crollare tutto.

Come andò a finire lo sappiamo bene. Una classe politica al 90% composta da opportunisti e vigliacchi, pensò di cavarsela con il sacrificio di alcuni capri espiatori, a cominciare da lui, il ‘cinghialone’ e i risultati di quel tragico e colpevole errore sono oggi sotto gli occhi di tutti: la corruzione è cresciuta e la democrazia, con i partiti enormemente indeboliti, è fortemente menomata.

Abbiamo rivisto  (il brano della deposizione dura esattamente dieci muniti, da 11.28 a 21.29)  quel Craxi ieri sera in tv, su La7, nel corso del dibattito che ha accompagnato la prima puntata della fiction “1992 – Quando tutto cambiò. O no?”, un Craxi che giganteggia per intelligenza e chiarezza di pensiero, soprattutto se messo a confronto con quanto ci circonda oggi.

Parole profetiche che in studio – c’erano il figlio, Bobo Craxi, Giorgio Gori, Vittorio Feltri, l’ex pm – hanno trovato il nulla delle argomentazioni di un Antonio Di Pietro, sempre incapace di andare al di là di una logica da aritmetica giudiziaria.

Il modesto funzionario di polizia divenuto magistrato, è apparso in tv, più di allora, essere stato strumento malleabile nelle mani sapienti di altri, il partito delle ‘toghe rosse’ o i servizi segreti americani come ha ripetuto Bobo Craxi. Un ‘Tonino nazionale’ inconsapevole (forse) che quell’inchiesta che miracolosamente si fermò davanti al portone di Botteghe Oscure e non superò mai altri ben più potenti portoni di industrie, banche, gruppi finanziari e ambasciate, avrebbe mutato il destino del nostro Paese, gli avrebbe impedito di curarsi da solo – e a dir la verità non è detto che forse ne sarebbe stato in grado – e lo avrebbe consegnato a prezzi di saldo, in altre mani.

Vittorio Feltri e Antonio Di Pietro

Vittorio Feltri e Antonio Di Pietro

L’ex pm non sa ancora oggi rispondere con parole convincenti alla domanda ripetuta da Mentana di come mai finì a fare il parlamentare prima – collegio ‘blindato’ del Mugello – e poi ministro per quel partito, il Pds di Occhetto, che si era ‘salvato’ dalla marea di fango che aveva sterminato tre quarti della classe politica italiana anticipando di un ventennio la ‘rottamazione’ renziana (la storia si ripete due volte, la prima come tragedia la seconda come farsa, diceva Karl Marx).

Davvero quel filmato di Bettino Craxi – in fin dei conti è lui il protagonista assoluto nella fiction e in studio, convitato di pietra che conferma in quanto tale le non-risposte date fino a oggi – meritava da solo un’intera trasmissione che per il resto, dibattito compreso, ha rasentato, quanto ad informazione e approfondimento, il vuoto pneumatico.

Il figlio, Bobo – uno contro tre, forse tre e mezzo a seconda di come si interpreta il ruolo del conduttore – ha tentato fino alla noia di argomentare politicamente ai ‘ragggionamenti’ di Di Pietro. Mentana, a sua volta, è apparso appesantito dalle proprie responsabilità di non aver certo contrastato, come giornalista e Bobo Craxiquando poteva, il fenomeno giudiziario-mediatico di ‘mani pulite’, proprio lui che era divenuto giornalista praticante nel quotidiano del Psi, l’Avanti! e che dunque avrebbe dovuto avere una ‘sensibilità’ diversa da quelli di altri colleghi.

Sono riemerse, anche dalle parole di Feltri (allora direttore de ‘l’Indipendente’ e tifoso di ‘mani pulite’) e di Gori (allora dirigente di Mediaset oggi sindaco di Bergamo) una tv che strumentalizzò a fondo tangentopoli per servire gli interessi del suo editore, le logiche dell’audience e dei ‘padroni del vapore’, l’osanna conformista al ‘nuovo che avanza’.

Sulla fiction, “nata da un’idea di Stefano Accorsi”, come annuncia il promo, e che è partita ieri sera e andrà avanti in prima serata per 5 settimane, “affresco di una delle pagine più controverse del nostro paese con le vicende giudiziarie di Mani Pulite”, non c’è molto da dire. Francamente, avendo deciso di affrontare un tema così importante, sarebbe stato meglio trattarlo con maggior serietà anziché ridurlo a una sorta di fotoromanzo a puntate. Né i personaggi né tantomeno i loro comportamenti hanno spessore. Prevalgono le ‘macchiette’, quasi ovunque, nella Lega di Bossi così come nella vita interna al famoso ‘pool’ di ‘mani pulite’. Personaggi davvero poco credibili, con recitazioni non sempre da sufficienza, fanno sorgere il dubbio se il problema di fondo di questa fiction così malriuscita nasca proprio dalla volontà ideologica di ‘non’ approfondire, ma solo di raccontare la versione che, come accade dopo ogni guerra, è quella gradita al vincitore.

In questo, bisogna dire, Mentana, o chi per lui, ha avuto però il buon gusto e l’intelligenza di riportare quella deposizione di Bettino Craxi. C’è molto di più probabilmente in quei pochi minuti di confronto col ‘grande inquisitore’ della nostra storia recente che non in tutte le ore delle cinque puntate della fiction.

Se, ci auguriamo, riscatto televisivo ci sarà, sul piano dell’informazione e della storia, potrà avvenire, crediamo, solo in studio, attraverso le parole degli ospiti che verranno chiamati a commentare le altre puntate. La scelta di quegli ospiti ci dirà se Mentana ha davvero voglia di fare approfondimento e informazione o solo fiction.

Altrimenti, sarà stata un’altra occasione persa per spiegare agli italiani che allora non c’erano o erano troppo giovani, come mai oggi siamo precipitati così in basso.

Mentana Enrico

Qui il link alla puntata

Carlo Correr

Tangentopoli dal 1992 al 1994 attraverso le pagine dei principali quotidiani dell’epoca

 

‘Una lunga marcia’, storia dei socialisti dopo il ’93

Costituente_socialistaIl nuovo libro di Carlo Correr “Una lunga marcia”, edito da MondOperaio, è il racconto dei socialisti italiani dal 1993 ad oggi, della lunga diaspora di un movimento e di un Partito che alle elezioni politiche del 1992 aveva ottenuto alla Camera oltre cinque milioni di voti, pari al 13,62% e che, due anni dopo, dopo gli eventi di Tangentopoli, era ormai crollato al 2,19%.

Carlo Correr, giornalista professionista, racconta dapprima le “avventure” dei socialisti rimasti nello schieramento di centrosinistra che si ritrovarono nello SDI di Boselli. Nato nel 1994, lo SDI è l’organizzazione socialista che compie il percorso più importante, con tappe difficili, ma che la vedono comunque sopravvivere sempre, fino al disastro del 2008. All’epoca Veltroni, segretario dei Democratici di Sinistra, preferì per le elezioni politiche l’apparentamento con l’Italia di Valori di Di Pietro, lasciando ai socialisti la scelta se entrare, in posizione subalterna e fortemente filtrati, nelle liste dei DS o, viceversa, concorrere con il proprio simbolo. I socialisti preferirono andare avanti da soli ma fu una pesante sconfitta, con l’onta, la prima volta nella storia del movimento socialista, dell’uscita dal Parlamento. Fu una sconfitta mortificante per tutto il centrosinistra, tanto che Veltroni fu costretto alle dimissioni. Correr ricorda come alcuni militanti della destra invocavano ironicamente il “Santo subito” per Veltroni, replicando l’invocazione dei fedeli di Piazza San Pietro alla morte di Papa Woytjla tre anni prima. Il segretario dei DS, contribuendo alla nascita di una legge elettorale bipolare e poi escludendo dalla competizione i Partiti minori della sinistra, aveva ai loro occhi avuto il “merito” di aver ottenuto in un solo colpo un triplice risultato: la caduta del Governo Prodi con le primarie, la cancellazione dei comunisti e dei socialisti dal Parlamento con le elezioni politiche e, a Roma, la vittoria di Alemanno con la candidatura di Francesco Rutelli.

Copertina_CorrerDi questo e di tanti altri episodi che hanno interessato i socialisti dal 1993 ai nostri giorni, ci racconta Carlo Correr dal suo privilegiato punto di osservazione. L’autore, che ha utilizzato per la sua opera anche corrispondenze e documenti riservati, ripercorre non solo le motivazioni profonde, ma fornisce anche i retroscena di tanti avvenimenti, senza tralasciare le note di colore.

E la sua ricostruzione non si limita solo ai socialisti che dopo al 1993 hanno militato nel centro sinistra, ma narra anche le vicende di quei socialisti, che essendo inizialmente scesi in campo con Silvio Berlusconi per la sua spinta riformatrice e per trovare un argine politico contro il cosiddetto “partito dei giudici”, sono poi rimasti delusi dal leader del centro-destra tanto da finire per rientrare nella casa comune.

“Una lunga marcia” fa dunque emergere come il movimento socialista, anche se ridotto ai minimi termini dopo il 1993, abbia sempre rifiutato la semplice confluenza nel PCI-PDS-DS, sforzandosi di mantenere posizioni autonome per preservare lo spirito riformatore che lo distingueva dal fratello maggiore del centrosinistra. Sono così nate nel tempo varie alleanze elettorali con valenza tattica, cioè con l’obiettivo di superare gli sbarramenti elettorali: da quella con Rinnovamento Italiano di Dini, a quella con i Verdi, all’esperienza della Rosa del Pugno con i Radicali di Pannella. Fino al 2008, quando complice anche la volontà di Veltroni di annullare i Partiti minori della sinistra, i Socialisti restano fuori dal Parlamento.

Nel 2008 Riccardo Nencini succede a Boselli alla guida del Partito Socialista Italiano, che così ritrova anche il suo nome originario. Viene scelto un nuovo simbolo riconoscibile e moderno e Nencini si riappropria anche della testata Avanti! che comincerà ad essere quotidianamente diffusa via internet. Cinque anni dopo i socialisti rientreranno in Parlamento.

I vari dirigenti socialisti hanno dunque condotto una lunga marcia per garantire la sopravvivenza di una forza politica socialista autonoma ed organizzata. Ma proprio la necessità impellente di sopravvivere, il comprensibile rifiuto di annullarsi nel Partito degli ex comunisti, hanno portato nel tempo ad alleanze con realtà politiche anche distanti e, forse, anno dopo anno a “snaturare” in qualche modo l’identità socialista.

L’autore è fiducioso nel futuro e si dice convinto che la lunga marcia continuerà, lasciando forse anche intuire che dietro l’angolo potrebbe esserci una riedizione della Rosa del Pugno e dunque una nuova alleanza con i Radicali, sempre al fine di superare l’ennesimo sbarramento elettorale del 3% previsto dall’Italicum. Il che probabilmente darà nuovo impulso alle battaglie sui diritti civili ma, al contempo, potrebbe alienare il consenso di una parte dell’elettorato moderato e di chi guarda ai socialisti come tutela attiva della politica del lavoro.

Il lavoro di Carlo Correr non solo colma un vuoto di analisi storica ma contribuirà certamente ad aprire un dibattito, in vista della imminente Conferenza Programmatica e del prossimo Congresso del Partito Socialista.

Iniziamo noi con qualche riflessione per stimolare il dibattito. In uno scenario in cui, nel campo del centrosinistra, il Partito Democratico a trazione riformista potrebbe subire la concorrenza di un nuovo soggetto politico su posizioni più tradizionali – che potrebbe nascere a sinistra con Fassina, Civati, Landini, esponenti di Sel – non sarebbe forse preferibile considerare prioritario, sia per le affinità identitarie che per convenienza elettorale, costruire un’alleanza più forte proprio con il Partito Democratico, con il quale peraltro i socialisti sono fin qui legati anche da una positiva esperienza di Governo? La dirigenza socialista che, fino ad ora, ha mostrato la capacità di sopravvivere, sarà anche in grado di rilanciare lo sviluppo del Partito?

Alfonso Siano

Una lunga marcia
I socialisti italiani dopo il 1993
Editore P.S.Edizioni – Nuova Editrice Mondoperaio – pagg. 298 – euro 14
codice ISBN 978-88-99231-06-4
Si può acquistarlo in libreria oppure rivolgendosi direttamente a:
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