1993, la Serie. Colpi
di scena nel solco dell’incertezza

Stefano Accorsi

Stefano Accorsi

La settima e ottava puntata della fiction 1993, completano una Serie TV all’insegna dei colpi di scena, terminata sempre nel solco dell’incertezza di fondo che caratterizza la vita di ognuno dei protagonisti. Come accaduto in alcuni momenti della precedente fiction 1992, c’è in 1993, una marcata impronta paranormale, con continue visioni di personaggi e ricordi che riemergono dal passato dei protagonisti. Favolosi anche gli effetti scenici di tutta la serie, e l’ambientazione, con una cura maniacale anche ai piccoli dettagli.

I PERSONAGGI:

LEONARDO NOTTE, scaricato da Berlusconi, tenta di passare con il PDS di Massimo D’Alema, rivelandogli il programma politico del Cavaliere, per entrare nelle sue grazie. Ma alla fine si scopre che la sua è tutta una tattica. Infatti, Leo, ha registrato una incredibile confessione fatta da un suo amico del PDS, riguardante Primo Greganti, che potrebbe far saltare in aria anche il centrosinistra, e vuole utilizzarla. Quindi, chiede ed ottiene un appuntamento da Berlusconi, al Jolly Hotel, dove la squadra di Forza Italia si stava radunando. Ma non avrà la possibilità di far ascoltare la registrazione al Cavaliere, perché davanti all’albergo viene sparato da Arianna sua ex compagna e moglie di Rocco Venturi. A lei, precedentemente, in una cena, Notte, aveva confidato dell’omicidio del poliziotto, dopo aver spento il registratore che Arianna aveva portato per tendere una trappola a Leo.

PIETRO BOSCO, dopo aver pensato che la polizia fosse vicino al suo arresto per una tangente di 200 milioni, capisce che la mazzetta di cui si parlava non è la sua. Politicamente, ritorna vicino al leader leghista Bossi, che aveva appena siglato l’alleanza governativa con Berlusconi, tradendo il Professor Miglio.

VERONICA CASTELLO, preoccupata della possibile uscita del suo libro, decide di tendere una trappola all’editore, portandolo a letto in casa sua, e filmandolo inconsapevolmente, per poi, successivamente ricattarlo. Intanto, in una cena politica, si convince a partecipare ai provini della Fininvest per entrare a far parte di Forza Italia, e dopo aver incontrato Silvio Berlusconi, questo la sceglie.

GIULIA CASTELLO, decide di scrivere un libro sulla tangente Enimont, frutto di intere settimana di ricerche, ottenendo il tanto agognato successo.

LUCA PASTORE, grazie a Bibi Mainaghi, riesce a scoprire il nome fittizio di Duilio Poggiolini, che viene arrestato, e a cui, durante una perquisizione in casa, viene sequestrata una quantità smisurata di lingotti d’oro, gioielli e moltissimo denaro. Successivamente, Luca, rivela ai suoi colleghi della Procura di essere malato di AIDS, e, ritenendo di aver terminato il proprio lavoro, informa Di Pietro di voler lasciare la procura. Quest’ultimo cerca di convincerlo, ma da una parte c’è la proposta del Deputato Gaetano Nobile, che gli offre di far parte dei Servizi Segreti, e dall’altra quella di Eva, di mollare tutto e scappare a Panama. Pastore sceglie la seconda possibilità, spiegando via lettera Di Pietro i motivi che lo hanno portato a lasciare la procura la sua volontà di cambiare vita.

BIBI e ZENO MAINAGHI, decidono di collaborare con la giustizia per colpire Brancato, che, hanno scoperto essere, il mandante dell’omicidio del loro padre, Michele Mainaghi. Pastore chiede a Bibi di aspettarlo con le valigie pronte, ma Luca trova invece un’auto con degli assalitori, che ingaggiano con lui una drammatica sparatoria. Prima viene colpita la sua macchina, poi, una volta fermi, Luca riesce a bloccare e ad ammazzare i killer, inviati da Brancato per ammazzarlo. Bibi, intanto, probabilmente tradita dal fratello Zeno e dall’infermiera vicino a questo, viene uccisa dal suo autista, che fa passare l’accaduto per un’overdose, infatti, la ragazza esanime a terra viene trovata con una siringa nel braccio.

Alessandro Nardelli

1993, la serie. Un filo comune tiene insieme
tutti i personaggi

1993La quinta e la sesta puntata della fiction 1993, penultime di questa accattivante Serie TV, sono caratterizzate da un filo comune, che tiene insieme tutti i personaggi, quel sentimento di rinascita che spinge ognuno ad agire per ritornare a vivere, per dare un taglio a una parte oscura del proprio passato. Si comincia con l’arresto di Sergio Cusani (Stefano Dionisi), protagonista del caso relativo alla maxi tangente Enimont, per terminare con un nome ben preciso, Duilio Poggiolini, che sarà, probabilmente l’anteprima a quel che accadrà nelle puntate successive.

I PERSONAGGI:

Sergio Cusani, interpretato magistralmente da Stefano Dionisi, ragioniere e contabile della maxitangente Enimont, arrestato, rifiuta fin da subito di collaborare con la Magistratura, sostenendo di non avere alcun interesse a fare nomi di altre persone come hanno fatto molti altri personaggi eccellenti di Tangentopoli, che pur di uscire dal carcere si sono detti disponibili a collaborare. In galera, egli fa amicizia con un altro arrestato importante, Leonardo Notte, con cui condividono la passione per i buoni libri, e un’incredibile voglia di continuare a fare il proprio lavoro, questa volta, però, al servizio degli altri. Cusani infatti gestisce la contabilità dei carcerati.

Leonardo Notte, invece, inizia a condurre delle indagini di mercato tra gli arrestati, per conoscere qual’è il loro di soddisfazione della struttura carceraria. Intanto, pur di salvarsi, e di ritornare alla sua vita normale, acconsente alla richiesta di uccidere un imprenditore “ospite” della galera, evitando problemi con l’inviato di Cosa Nostra Brancato. Non potendo farlo lui, si serve di un altro carcerato di colore, al quale in cambio promette i soldi per far arrivare la figlia in Italia. Eseguito l’assassinio, come da accordi con la mafia (la colpa se la prende qualcun altro), Leo è finalmente libero, e torna al suo lavoro, quello di pubblicitario con la smania di far carriera. Resosi conto che Berlusconi non lo ritiene più il candidato ideale, allora chiede a Muratori, suo padre, di presentargli D’Alema.

Pietro Bosco, finito nella lista nera del “Senatur” Umberto Bossi, diviene un fedelissimo di Gianfranco Miglio, l’ideologo della Lega Nord, sperando in una ricandidatura, che Bossi non vuole offrirgli, ma che neanche Miglio può garantirgli. Bosco cerca di convincerlo allora di andare al congresso e di sfidare Bossi. Nel mezzo i problemi economici del padre, indebitatosi di 200 milioni con gli strozzini. Pietro riuscirà a salvare il padre, chiedendo il denaro alla gente a cui aveva fatto un favore quando era in commissione difesa, tradendo la Lega.

Veronica Castello, intanto, prosegue nella redazione del suo libro intervista, e riesce a ritrovare veramente la sua persona grazie all’aiuto di Davide, lo scrittore che si sta occupando di buttare giù assieme a lei l’autobiografia di quest’ultima. Cominciano a sorgere in Veronica i primi dubbi, e comincia a chiedersi se è davvero il suo mondo questo, oppure può rinascere mollando tutto e riscoprendo se stessa.

Giulia Castello, inizialmente litiga pesantemente con Scaglia, collaboratore di Di Pietro, che la ritiene in parte responsabile del suicidio di Gardini, con quell’articolo scoop in prima pagina su Giuseppe Garofano, ex presidente della Montedison ed ex amministratore delegato della Ferruzzi. Questo litigio gli fa sorgere dubbi riguardo all’etica del mestiere che svolge, dissipati subito da Indro Montanelli, al quale chiede consiglio.

Luca Pastore, dopo un trip da LSD, comincia a immaginare situazioni strane, fino a diventare protagonista dello spot Aids che impazza in tv. Nel mentre, un dualismo, da una parte la voglia di mollare tutto e andare via, e dall’altra le indagini sulla malasanità, che vede Pastore interrogare De Lorenzo. In tutto ciò, la vaghezza dei familiari del Prof. Antonio Vittoria, suicidatosi in circostanze poco chiare, e la voglia del figlio di fare giustizia, che porterà quest’ultimo a fornire a Pastore, alcuni oggetti personali del Professore, contenenti un foglio con tanti appunti, in cui compare un nome, Duilio Poggiolini.

Zeno Mainaghi, in una clinica per disintossicarsi dalla dipendenza dagli stupefacenti, nonostante tutto riesce ad assumere cocaina anche qui, fin quando ritrova come infermiera una sua conoscenza d’infanzia, che si prende cura di lui, cercando di riportarlo sulla retta via.

Caso Zuccaro. Le Ong, i trafficanti e gli eredi di Di Pietro

Il consiglio superiore della magistratura si divide: da un lato ha richiesto gli atti relativi alla questione dei presunti rapporti tra le ONG e gli scafisti allo scopo di fare chiarezza. Dall’altro qualcuno nell’organismo ha chiesto anche di difendere il procuratore di Catania. Divisione simbolo di due verità. Da un lato i contatti tra le ONG e gli “altri” ci sono eccome. Sarebbe stupido negarlo. Secondo voi come fanno gli aiuti umanitari ad arrivare alle popolazioni in Africa? Traversano indenni territori governati dai signori della guerra perché questi ultimi diventano improvvisamente buoni? Sopravvivono agli appetiti di governi più o meno legittimi e più o meno democratici, ma di certo corrotti fino al midollo, perché protetti dallo spirito santo? E come fanno le ONG ad operare nelle favelas di Rio o Caracas in mezzo ai narcotrafficanti, dove la vita umana vale meno di una dose di crack? Una forma di dialogo c’è. Chiariamo: ONG e “cattivi” si odiano, ma si tollerano a vicenda: gli aiuti umanitari sono necessari e, se qualche cassa di viveri e medicinali si perde per strada, nessuno ne fa un dramma. Quelle che arrivano a destinazione salvano migliaia e migliaia di vite umane.
Dall’altro lato ci troviamo di fronte alla classica malattia italiana: un magistrato che, pur non avendo prove (per sua stessa ammissione) va in Tv a sollevare il caso. Chiede strumenti dicendo, cosa ragionevole, di poter utilizzare i rapporti dei servizi segreti in tribunale. Peccato che gli stessi servizi neghino l’esistenza di quei rapporti. Cosa resta, a livello probatorio? Nulla, se non un eccesso di protagonismo dei togati che, da Di Pietro in poi, è stato la rovina del nostro paese. E la politica ci casca con tutte le scarpe, prendendo posizione, su basi traballanti ed illusorie, solo per accaparrare qualche voto xenofobo e fascista. Perché la battaglia di un certo fronte politico, dai cinque stelle a Salvini, questa è: le ONG sono il simbolo della tolleranza, dei diritti, dell’impegno per il superamento degli egoismi dell’Occidente. Come tali vanno distrutte.

Mario Michele Pascale

La7 e la fiction “1992”
un’occasione sprecata
per raccontare la storia

Craxi Bettino“Ma davvero si può immaginare che il presidente del Senato Spadolini, segretario del partito repubblicano per dieci anni potesse pensare che le irregolarità nel finanziamento del suo partito fossero state commesse dal vecchio La Malfa e dal giovane La Malfa? Oppure che il Presidente della Camera Giorgio Napolitano che nel PCI aveva avuto il ruolo per lungo tempo di ‘ministro degli esteri’ e che aveva rapporti con tutte le nomenklature dell’Europa dell’est a partire da quella sovietica, non si fosse mai accorto del grande traffico che avveniva sotto di lui tra i vari rappresentati e amministratori del partito e i Paesi dell’Est?”.

Più o meno queste le parole che Bettino Craxi pronunciò in tribunale davanti al Pm Antonio Di Pietro nell’unico incontro diretto che ebbe con il capo di ‘mani pulite’ nel corso dei procedimenti giudiziari che lo videro sul banco degli accusati. Parole di strordinaria chiarezza pronunciate per spiegare ancora una volta, così come aveva fatto alla Camera in un memorabile intervento, che la politica italiana funzionava allora così e che se si metteva sotto accusa lui, segretario del PSI e tutto il suo partito per le tangenti, non si risolveva certo il problema politico che era alla base di quel fenomeno distorsivo e che era il sistema che andava ‘curato’, le istituzioni, partiti compresi, non certo facendo invece crollare tutto.

Come andò a finire lo sappiamo bene. Una classe politica al 90% composta da opportunisti e vigliacchi, pensò di cavarsela con il sacrificio di alcuni capri espiatori, a cominciare da lui, il ‘cinghialone’ e i risultati di quel tragico e colpevole errore sono oggi sotto gli occhi di tutti: la corruzione è cresciuta e la democrazia, con i partiti enormemente indeboliti, è fortemente menomata.

Abbiamo rivisto  (il brano della deposizione dura esattamente dieci muniti, da 11.28 a 21.29)  quel Craxi ieri sera in tv, su La7, nel corso del dibattito che ha accompagnato la prima puntata della fiction “1992 – Quando tutto cambiò. O no?”, un Craxi che giganteggia per intelligenza e chiarezza di pensiero, soprattutto se messo a confronto con quanto ci circonda oggi.

Parole profetiche che in studio – c’erano il figlio, Bobo Craxi, Giorgio Gori, Vittorio Feltri, l’ex pm – hanno trovato il nulla delle argomentazioni di un Antonio Di Pietro, sempre incapace di andare al di là di una logica da aritmetica giudiziaria.

Il modesto funzionario di polizia divenuto magistrato, è apparso in tv, più di allora, essere stato strumento malleabile nelle mani sapienti di altri, il partito delle ‘toghe rosse’ o i servizi segreti americani come ha ripetuto Bobo Craxi. Un ‘Tonino nazionale’ inconsapevole (forse) che quell’inchiesta che miracolosamente si fermò davanti al portone di Botteghe Oscure e non superò mai altri ben più potenti portoni di industrie, banche, gruppi finanziari e ambasciate, avrebbe mutato il destino del nostro Paese, gli avrebbe impedito di curarsi da solo – e a dir la verità non è detto che forse ne sarebbe stato in grado – e lo avrebbe consegnato a prezzi di saldo, in altre mani.

Vittorio Feltri e Antonio Di Pietro

Vittorio Feltri e Antonio Di Pietro

L’ex pm non sa ancora oggi rispondere con parole convincenti alla domanda ripetuta da Mentana di come mai finì a fare il parlamentare prima – collegio ‘blindato’ del Mugello – e poi ministro per quel partito, il Pds di Occhetto, che si era ‘salvato’ dalla marea di fango che aveva sterminato tre quarti della classe politica italiana anticipando di un ventennio la ‘rottamazione’ renziana (la storia si ripete due volte, la prima come tragedia la seconda come farsa, diceva Karl Marx).

Davvero quel filmato di Bettino Craxi – in fin dei conti è lui il protagonista assoluto nella fiction e in studio, convitato di pietra che conferma in quanto tale le non-risposte date fino a oggi – meritava da solo un’intera trasmissione che per il resto, dibattito compreso, ha rasentato, quanto ad informazione e approfondimento, il vuoto pneumatico.

Il figlio, Bobo – uno contro tre, forse tre e mezzo a seconda di come si interpreta il ruolo del conduttore – ha tentato fino alla noia di argomentare politicamente ai ‘ragggionamenti’ di Di Pietro. Mentana, a sua volta, è apparso appesantito dalle proprie responsabilità di non aver certo contrastato, come giornalista e Bobo Craxiquando poteva, il fenomeno giudiziario-mediatico di ‘mani pulite’, proprio lui che era divenuto giornalista praticante nel quotidiano del Psi, l’Avanti! e che dunque avrebbe dovuto avere una ‘sensibilità’ diversa da quelli di altri colleghi.

Sono riemerse, anche dalle parole di Feltri (allora direttore de ‘l’Indipendente’ e tifoso di ‘mani pulite’) e di Gori (allora dirigente di Mediaset oggi sindaco di Bergamo) una tv che strumentalizzò a fondo tangentopoli per servire gli interessi del suo editore, le logiche dell’audience e dei ‘padroni del vapore’, l’osanna conformista al ‘nuovo che avanza’.

Sulla fiction, “nata da un’idea di Stefano Accorsi”, come annuncia il promo, e che è partita ieri sera e andrà avanti in prima serata per 5 settimane, “affresco di una delle pagine più controverse del nostro paese con le vicende giudiziarie di Mani Pulite”, non c’è molto da dire. Francamente, avendo deciso di affrontare un tema così importante, sarebbe stato meglio trattarlo con maggior serietà anziché ridurlo a una sorta di fotoromanzo a puntate. Né i personaggi né tantomeno i loro comportamenti hanno spessore. Prevalgono le ‘macchiette’, quasi ovunque, nella Lega di Bossi così come nella vita interna al famoso ‘pool’ di ‘mani pulite’. Personaggi davvero poco credibili, con recitazioni non sempre da sufficienza, fanno sorgere il dubbio se il problema di fondo di questa fiction così malriuscita nasca proprio dalla volontà ideologica di ‘non’ approfondire, ma solo di raccontare la versione che, come accade dopo ogni guerra, è quella gradita al vincitore.

In questo, bisogna dire, Mentana, o chi per lui, ha avuto però il buon gusto e l’intelligenza di riportare quella deposizione di Bettino Craxi. C’è molto di più probabilmente in quei pochi minuti di confronto col ‘grande inquisitore’ della nostra storia recente che non in tutte le ore delle cinque puntate della fiction.

Se, ci auguriamo, riscatto televisivo ci sarà, sul piano dell’informazione e della storia, potrà avvenire, crediamo, solo in studio, attraverso le parole degli ospiti che verranno chiamati a commentare le altre puntate. La scelta di quegli ospiti ci dirà se Mentana ha davvero voglia di fare approfondimento e informazione o solo fiction.

Altrimenti, sarà stata un’altra occasione persa per spiegare agli italiani che allora non c’erano o erano troppo giovani, come mai oggi siamo precipitati così in basso.

Mentana Enrico

Qui il link alla puntata

Carlo Correr

Tangentopoli dal 1992 al 1994 attraverso le pagine dei principali quotidiani dell’epoca

 

‘Una lunga marcia’, storia dei socialisti dopo il ’93

Costituente_socialistaIl nuovo libro di Carlo Correr “Una lunga marcia”, edito da MondOperaio, è il racconto dei socialisti italiani dal 1993 ad oggi, della lunga diaspora di un movimento e di un Partito che alle elezioni politiche del 1992 aveva ottenuto alla Camera oltre cinque milioni di voti, pari al 13,62% e che, due anni dopo, dopo gli eventi di Tangentopoli, era ormai crollato al 2,19%.

Carlo Correr, giornalista professionista, racconta dapprima le “avventure” dei socialisti rimasti nello schieramento di centrosinistra che si ritrovarono nello SDI di Boselli. Nato nel 1994, lo SDI è l’organizzazione socialista che compie il percorso più importante, con tappe difficili, ma che la vedono comunque sopravvivere sempre, fino al disastro del 2008. All’epoca Veltroni, segretario dei Democratici di Sinistra, preferì per le elezioni politiche l’apparentamento con l’Italia di Valori di Di Pietro, lasciando ai socialisti la scelta se entrare, in posizione subalterna e fortemente filtrati, nelle liste dei DS o, viceversa, concorrere con il proprio simbolo. I socialisti preferirono andare avanti da soli ma fu una pesante sconfitta, con l’onta, la prima volta nella storia del movimento socialista, dell’uscita dal Parlamento. Fu una sconfitta mortificante per tutto il centrosinistra, tanto che Veltroni fu costretto alle dimissioni. Correr ricorda come alcuni militanti della destra invocavano ironicamente il “Santo subito” per Veltroni, replicando l’invocazione dei fedeli di Piazza San Pietro alla morte di Papa Woytjla tre anni prima. Il segretario dei DS, contribuendo alla nascita di una legge elettorale bipolare e poi escludendo dalla competizione i Partiti minori della sinistra, aveva ai loro occhi avuto il “merito” di aver ottenuto in un solo colpo un triplice risultato: la caduta del Governo Prodi con le primarie, la cancellazione dei comunisti e dei socialisti dal Parlamento con le elezioni politiche e, a Roma, la vittoria di Alemanno con la candidatura di Francesco Rutelli.

Copertina_CorrerDi questo e di tanti altri episodi che hanno interessato i socialisti dal 1993 ai nostri giorni, ci racconta Carlo Correr dal suo privilegiato punto di osservazione. L’autore, che ha utilizzato per la sua opera anche corrispondenze e documenti riservati, ripercorre non solo le motivazioni profonde, ma fornisce anche i retroscena di tanti avvenimenti, senza tralasciare le note di colore.

E la sua ricostruzione non si limita solo ai socialisti che dopo al 1993 hanno militato nel centro sinistra, ma narra anche le vicende di quei socialisti, che essendo inizialmente scesi in campo con Silvio Berlusconi per la sua spinta riformatrice e per trovare un argine politico contro il cosiddetto “partito dei giudici”, sono poi rimasti delusi dal leader del centro-destra tanto da finire per rientrare nella casa comune.

“Una lunga marcia” fa dunque emergere come il movimento socialista, anche se ridotto ai minimi termini dopo il 1993, abbia sempre rifiutato la semplice confluenza nel PCI-PDS-DS, sforzandosi di mantenere posizioni autonome per preservare lo spirito riformatore che lo distingueva dal fratello maggiore del centrosinistra. Sono così nate nel tempo varie alleanze elettorali con valenza tattica, cioè con l’obiettivo di superare gli sbarramenti elettorali: da quella con Rinnovamento Italiano di Dini, a quella con i Verdi, all’esperienza della Rosa del Pugno con i Radicali di Pannella. Fino al 2008, quando complice anche la volontà di Veltroni di annullare i Partiti minori della sinistra, i Socialisti restano fuori dal Parlamento.

Nel 2008 Riccardo Nencini succede a Boselli alla guida del Partito Socialista Italiano, che così ritrova anche il suo nome originario. Viene scelto un nuovo simbolo riconoscibile e moderno e Nencini si riappropria anche della testata Avanti! che comincerà ad essere quotidianamente diffusa via internet. Cinque anni dopo i socialisti rientreranno in Parlamento.

I vari dirigenti socialisti hanno dunque condotto una lunga marcia per garantire la sopravvivenza di una forza politica socialista autonoma ed organizzata. Ma proprio la necessità impellente di sopravvivere, il comprensibile rifiuto di annullarsi nel Partito degli ex comunisti, hanno portato nel tempo ad alleanze con realtà politiche anche distanti e, forse, anno dopo anno a “snaturare” in qualche modo l’identità socialista.

L’autore è fiducioso nel futuro e si dice convinto che la lunga marcia continuerà, lasciando forse anche intuire che dietro l’angolo potrebbe esserci una riedizione della Rosa del Pugno e dunque una nuova alleanza con i Radicali, sempre al fine di superare l’ennesimo sbarramento elettorale del 3% previsto dall’Italicum. Il che probabilmente darà nuovo impulso alle battaglie sui diritti civili ma, al contempo, potrebbe alienare il consenso di una parte dell’elettorato moderato e di chi guarda ai socialisti come tutela attiva della politica del lavoro.

Il lavoro di Carlo Correr non solo colma un vuoto di analisi storica ma contribuirà certamente ad aprire un dibattito, in vista della imminente Conferenza Programmatica e del prossimo Congresso del Partito Socialista.

Iniziamo noi con qualche riflessione per stimolare il dibattito. In uno scenario in cui, nel campo del centrosinistra, il Partito Democratico a trazione riformista potrebbe subire la concorrenza di un nuovo soggetto politico su posizioni più tradizionali – che potrebbe nascere a sinistra con Fassina, Civati, Landini, esponenti di Sel – non sarebbe forse preferibile considerare prioritario, sia per le affinità identitarie che per convenienza elettorale, costruire un’alleanza più forte proprio con il Partito Democratico, con il quale peraltro i socialisti sono fin qui legati anche da una positiva esperienza di Governo? La dirigenza socialista che, fino ad ora, ha mostrato la capacità di sopravvivere, sarà anche in grado di rilanciare lo sviluppo del Partito?

Alfonso Siano

Una lunga marcia
I socialisti italiani dopo il 1993
Editore P.S.Edizioni – Nuova Editrice Mondoperaio – pagg. 298 – euro 14
codice ISBN 978-88-99231-06-4
Si può acquistarlo in libreria oppure rivolgendosi direttamente a:
carlocorrer@avantionline.it
mondoperaio@mondoperaio.net
La pagina su facebook

È morto Willer Bordon
laico, riformista e liberale

Willer BordonWiller Bordon, imprenditore e politico, è morto stamattina (martedì 14 luglio) all’età di 66 anni. La sua storia politica è iniziata col PCI, di cui è stato anche parlamentare, ma anche con il Partito radicale di cui aveva contemporaneamente la tessera. Quel PCI, da laico, riformista e liberale qual era, gli andava stretto, e così nel 1993 lasciò il PDS, la prima evoluzione post Muro del PCI, per entrare in un ircocervo politico, Alleanza Democratica (AD), creata da Mariotto Segni, una figura davvero originale nel panorama della politica italiana oltre che umanamente un ‘gran signore’.

AD, che alle elezioni politiche del ’94 superò di poco l’1% e nelle europee, assieme PSI di Ottaviano Del Turco, si fermò all’1,8%, non sopravvisse a lungo ai marosi della politica nella cosiddetta Seconda Repubblica, scindendosi in diversi frammenti. Bordon continuò seguendo un percorso sempre interno al centrosinistra, prima con Di Pietro, poi in Unione Democratica (movimento di socialisti e socialdemocratici guidato da Giorgio Benvenuto) e poi ancora si ritrovò ne ‘I Democratici’ (1999), col simbolo dell’asinello, fondato da Romano Prodi e che nel 2001 confluì con la ‘Lista Dini’ (con cui si erano presentati alle elezioni anche i socialisti del SI di Boselli cinque anni prima) nella Margherita per lasciare poi il seggio da senatore nel 2008 anche per protesta contro l’evoluzione del Partito Democratico ritenuto solo una sommatoria di partiti.

Nella sua carriera politica è stato anche sindaco di Muggia per dieci anni, sottosegretario ai Beni Culturali durante il governo Prodi I, Ministro dei lavori pubblici durante il governo D’Alema II e Ministro dell’ambiente durante il Governo Amato II.

Per molti tratti Willer Bordon ha camminato a fianco dei socialisti, nella tormentata strada della Seconda Repubblica, sempre alla ricerca di un approdo che fosse genuinamente laico e saldamente ancorato nel centrosinistra ai valori del riformismo. L’aver cambiato tante volte ‘casa’ per sfuggire all’attrazione del corpaccione dell’ex PCI-PDS-DS-PD, non deve dunque trarre in inganno perché i valori di riferimento, quelli, non li ha mai cambiati.
Saluti socialisti al nostro compagno di strada.

C. Co.

I fatti dell’Expo
dopo uno scellerato ventennio

Ha ragione il direttore Del Bue, che con una bella immagine ha descritto questi venti anni coronati da questa improvvisa fiammata che rievoca il passato: Tangentopoli è È un viaggio di andata e ritorno costruito sulla menzogna”.

A poco importa a questo punto vivisezionare nel merito le vicende che emergono dalle gare d’appalto per l’EXPOe chi scrive ha una ragione in più di indignazione e disagio avendo contribuito con fatica e lavoro alla campagna vincente, tutt’altro che semplice, per l’acquisizione dell’evento Internazionale. Quel che più stupisce in queste ore è la spregiudicatezza ipocrita di chi si ritiene immune da responsabilità seppur indirette.

I fatti riguardano opere pubbliche e l’evento di rilievo internazionale ha una gestione plurale in cui è necessario l’indirizzo politico. Le scelte del management pubblico sono di derivazione politica e a a queste vanno assegnate le responsabilità dei gravi ritardi sulle opere ed ora la clamorosa “negligentia in vigilando” alla quale non si può far fronte con tardive dichiarazioni di guerra, smentite dal paradossale dualismo della Procura che ha in carico la delicata inchiesta. E neppure si può farlo con tardive riforme del Codice che regola le procedure degli appalti né tantomeno con l’invio di ‘salvatori della patria’ che dovrebbero operare come supervisori di un sistema che dimostra, al di là del caso in questione, che all’epoca vi è stata una profonda ipocrisia nell’affrontare la cosiddetta questione morale. Si chiarisce pure che, dopo l’assalto ai partiti, sono rimasti in campo i gruppi di potere e di affari, guardacaso, usciti indenni dalla slavina giudiziaria di Tangentopoli e che in questi anni hanno rappresentato l’alfa e l’omega del sistema economico e finanziario.

L’assuefazione all’endemica corruzione, unita all’arrembante formazione politica Cinquestelle che più dello stesso partito giustizialista di Di Pietro è oggi capace di interpretare i sentimenti di distacco e disprezzo per le Istituzioni, pongono il sistema politico, ovvero i partiti che si sono succeduti in questi vent’anni al Governo, in una posizione di difesa estrema; partiti che non hanno la capacità di spiegare, illustrare come sia stato possibile accumulare in tutti questi anni tanti ritardi e inadempienze per quanto riguarda lo stato di degrado delle Istituzioni e il malgoverno dell’economia, finendo per alimentare le rabbie e le paure evidenziate dai comportamenti elettorali dei nostri concittadini.

“L’Italia l’è malada” recitava una nenia novecentesca agli albori di quella belle epoque che finì nella tragedia della guerra mondiale che schiuse le porte alla tragedia dei totalismi europei.

Il viaggio costruito nella menzogna inizia nel 1992. Molti hanno sempre ritenuto che i vaticini di Bettino Craxi sulla seconda Repubblica che sarebbe franata se fosse stata costruita sulla menzogna, fossero solo la reazione di un uomo colpito dal rovescio della Storia; purtroppo in realtà dobbiamo dire oggi che “L’Italia piange” per le sue difficoltà e le sue crisi e che non basterà un’alzata di spalle per allontanare l’inevitabile resa dei conti su cio’ che ha prodotto questo scellerato ventennio.

Bobo Craxi

La postdemocrazia italiana:
partiti personali e primarie

Declino sinistra

«Renzi nega di voler fare un partito personale, ma il Pd rischia di trasformarsi, uniformandosi ai peggiori modelli degli ultimi anni: Lega, Forza Italia, Di Pietro e Movimento 5 Stelle». È una democrazia ammalata, quella italiana. Forse una post-democrazia. A delineare il ritratto della crisi politica del nostro Paese che, con le “turbolente” primarie del Pd tende a compiersi, è il professor  Massimo Salvadori, storico, politologo ed ex parlamentare del Pds che spiega: «Ci troviamo di fronte non tanto alla crisi, quanto a una vera e propria frantumazione dei vecchi partiti di massa, ovvero di quelle agenzie che veicolavano il consenso, strutturate secondo un preciso schema fatto di sezioni che coprivano l’intero territorio nazionale». Continua a leggere

Il mondo della cultura dice addio a Franca Rame, artista di rottura e senatrice impegnata

Franca Rame-FoSi è spenta questa mattina nella sua casa a Milano, all’età di 83 anni. Franca Rame, compagna di vita di Dario Fo, era malata da tempo, e nell’aprile dello scorso anno un ictus aveva peggiorato le sue già labili condizioni di salute. Stamane a Montecitorio i deputati, in piedi, hanno accolto la notizia con un lungo e commosso applauso. «Un dispiacere immenso e corale. Una grande artista, donna coltissima e di altrettanto grandissimo cuore, eterodossa, anticonformista» è stato il commento di Barbara Pollastrini. A Palazzo Madama, su invito del presidente Pietro Grasso. è stato rispettato un minuto di silenzio per omaggiare la donna, senatrice nella XV legislatura. Continua a leggere

Si chiude la campagna in Friuli. Dagli show del Cav in piazza all’ombra di Alba Dorata

Alba Dorata-Veneto

Ce n’è per tutti, dalla barca a vela all’edizione di Alba Dorata in salsa “tricolore” che interviene, autonomamente, in merito alla richiesta Territorio libero di Trieste di annullamento del decreto del presidente della Regione Autonoma con cui sono state indette le elezioni. In un clima così politicamente incerto a livello nazionale, le regionali Friulane, che si terranno il 21 e 22 aprile, si trasformano in vetrina, valvola di sfogo, termometro, avanspettacolo berlusconiano e corte dei miracoli. Una regione a cui guardano in molti quasi come un arcano che può svelare futuri scenari sul piano nazionale. Sul palcoscenico di una regione che esce malconcia dall’esperienza di governo del pdellino Renzo Tondo, arriva anche il coup de theatre del Movimento Trieste Libera che invita gli elettori della circoscrizione a rifiutare la scheda elettorale appellandosi allo status di territorio extra nazionale del Territorio libero di Trieste. Banco di prova anche per il Pd che si presenta con una donna, Deborah Serracchiani. Continua a leggere