La7 e la fiction “1992”
un’occasione sprecata
per raccontare la storia

Craxi Bettino“Ma davvero si può immaginare che il presidente del Senato Spadolini, segretario del partito repubblicano per dieci anni potesse pensare che le irregolarità nel finanziamento del suo partito fossero state commesse dal vecchio La Malfa e dal giovane La Malfa? Oppure che il Presidente della Camera Giorgio Napolitano che nel PCI aveva avuto il ruolo per lungo tempo di ‘ministro degli esteri’ e che aveva rapporti con tutte le nomenklature dell’Europa dell’est a partire da quella sovietica, non si fosse mai accorto del grande traffico che avveniva sotto di lui tra i vari rappresentati e amministratori del partito e i Paesi dell’Est?”.

Più o meno queste le parole che Bettino Craxi pronunciò in tribunale davanti al Pm Antonio Di Pietro nell’unico incontro diretto che ebbe con il capo di ‘mani pulite’ nel corso dei procedimenti giudiziari che lo videro sul banco degli accusati. Parole di strordinaria chiarezza pronunciate per spiegare ancora una volta, così come aveva fatto alla Camera in un memorabile intervento, che la politica italiana funzionava allora così e che se si metteva sotto accusa lui, segretario del PSI e tutto il suo partito per le tangenti, non si risolveva certo il problema politico che era alla base di quel fenomeno distorsivo e che era il sistema che andava ‘curato’, le istituzioni, partiti compresi, non certo facendo invece crollare tutto.

Come andò a finire lo sappiamo bene. Una classe politica al 90% composta da opportunisti e vigliacchi, pensò di cavarsela con il sacrificio di alcuni capri espiatori, a cominciare da lui, il ‘cinghialone’ e i risultati di quel tragico e colpevole errore sono oggi sotto gli occhi di tutti: la corruzione è cresciuta e la democrazia, con i partiti enormemente indeboliti, è fortemente menomata.

Abbiamo rivisto  (il brano della deposizione dura esattamente dieci muniti, da 11.28 a 21.29)  quel Craxi ieri sera in tv, su La7, nel corso del dibattito che ha accompagnato la prima puntata della fiction “1992 – Quando tutto cambiò. O no?”, un Craxi che giganteggia per intelligenza e chiarezza di pensiero, soprattutto se messo a confronto con quanto ci circonda oggi.

Parole profetiche che in studio – c’erano il figlio, Bobo Craxi, Giorgio Gori, Vittorio Feltri, l’ex pm – hanno trovato il nulla delle argomentazioni di un Antonio Di Pietro, sempre incapace di andare al di là di una logica da aritmetica giudiziaria.

Il modesto funzionario di polizia divenuto magistrato, è apparso in tv, più di allora, essere stato strumento malleabile nelle mani sapienti di altri, il partito delle ‘toghe rosse’ o i servizi segreti americani come ha ripetuto Bobo Craxi. Un ‘Tonino nazionale’ inconsapevole (forse) che quell’inchiesta che miracolosamente si fermò davanti al portone di Botteghe Oscure e non superò mai altri ben più potenti portoni di industrie, banche, gruppi finanziari e ambasciate, avrebbe mutato il destino del nostro Paese, gli avrebbe impedito di curarsi da solo – e a dir la verità non è detto che forse ne sarebbe stato in grado – e lo avrebbe consegnato a prezzi di saldo, in altre mani.

Vittorio Feltri e Antonio Di Pietro

Vittorio Feltri e Antonio Di Pietro

L’ex pm non sa ancora oggi rispondere con parole convincenti alla domanda ripetuta da Mentana di come mai finì a fare il parlamentare prima – collegio ‘blindato’ del Mugello – e poi ministro per quel partito, il Pds di Occhetto, che si era ‘salvato’ dalla marea di fango che aveva sterminato tre quarti della classe politica italiana anticipando di un ventennio la ‘rottamazione’ renziana (la storia si ripete due volte, la prima come tragedia la seconda come farsa, diceva Karl Marx).

Davvero quel filmato di Bettino Craxi – in fin dei conti è lui il protagonista assoluto nella fiction e in studio, convitato di pietra che conferma in quanto tale le non-risposte date fino a oggi – meritava da solo un’intera trasmissione che per il resto, dibattito compreso, ha rasentato, quanto ad informazione e approfondimento, il vuoto pneumatico.

Il figlio, Bobo – uno contro tre, forse tre e mezzo a seconda di come si interpreta il ruolo del conduttore – ha tentato fino alla noia di argomentare politicamente ai ‘ragggionamenti’ di Di Pietro. Mentana, a sua volta, è apparso appesantito dalle proprie responsabilità di non aver certo contrastato, come giornalista e Bobo Craxiquando poteva, il fenomeno giudiziario-mediatico di ‘mani pulite’, proprio lui che era divenuto giornalista praticante nel quotidiano del Psi, l’Avanti! e che dunque avrebbe dovuto avere una ‘sensibilità’ diversa da quelli di altri colleghi.

Sono riemerse, anche dalle parole di Feltri (allora direttore de ‘l’Indipendente’ e tifoso di ‘mani pulite’) e di Gori (allora dirigente di Mediaset oggi sindaco di Bergamo) una tv che strumentalizzò a fondo tangentopoli per servire gli interessi del suo editore, le logiche dell’audience e dei ‘padroni del vapore’, l’osanna conformista al ‘nuovo che avanza’.

Sulla fiction, “nata da un’idea di Stefano Accorsi”, come annuncia il promo, e che è partita ieri sera e andrà avanti in prima serata per 5 settimane, “affresco di una delle pagine più controverse del nostro paese con le vicende giudiziarie di Mani Pulite”, non c’è molto da dire. Francamente, avendo deciso di affrontare un tema così importante, sarebbe stato meglio trattarlo con maggior serietà anziché ridurlo a una sorta di fotoromanzo a puntate. Né i personaggi né tantomeno i loro comportamenti hanno spessore. Prevalgono le ‘macchiette’, quasi ovunque, nella Lega di Bossi così come nella vita interna al famoso ‘pool’ di ‘mani pulite’. Personaggi davvero poco credibili, con recitazioni non sempre da sufficienza, fanno sorgere il dubbio se il problema di fondo di questa fiction così malriuscita nasca proprio dalla volontà ideologica di ‘non’ approfondire, ma solo di raccontare la versione che, come accade dopo ogni guerra, è quella gradita al vincitore.

In questo, bisogna dire, Mentana, o chi per lui, ha avuto però il buon gusto e l’intelligenza di riportare quella deposizione di Bettino Craxi. C’è molto di più probabilmente in quei pochi minuti di confronto col ‘grande inquisitore’ della nostra storia recente che non in tutte le ore delle cinque puntate della fiction.

Se, ci auguriamo, riscatto televisivo ci sarà, sul piano dell’informazione e della storia, potrà avvenire, crediamo, solo in studio, attraverso le parole degli ospiti che verranno chiamati a commentare le altre puntate. La scelta di quegli ospiti ci dirà se Mentana ha davvero voglia di fare approfondimento e informazione o solo fiction.

Altrimenti, sarà stata un’altra occasione persa per spiegare agli italiani che allora non c’erano o erano troppo giovani, come mai oggi siamo precipitati così in basso.

Mentana Enrico

Qui il link alla puntata

Carlo Correr

Tangentopoli dal 1992 al 1994 attraverso le pagine dei principali quotidiani dell’epoca

 

‘Una lunga marcia’, storia dei socialisti dopo il ’93

Costituente_socialistaIl nuovo libro di Carlo Correr “Una lunga marcia”, edito da MondOperaio, è il racconto dei socialisti italiani dal 1993 ad oggi, della lunga diaspora di un movimento e di un Partito che alle elezioni politiche del 1992 aveva ottenuto alla Camera oltre cinque milioni di voti, pari al 13,62% e che, due anni dopo, dopo gli eventi di Tangentopoli, era ormai crollato al 2,19%.

Carlo Correr, giornalista professionista, racconta dapprima le “avventure” dei socialisti rimasti nello schieramento di centrosinistra che si ritrovarono nello SDI di Boselli. Nato nel 1994, lo SDI è l’organizzazione socialista che compie il percorso più importante, con tappe difficili, ma che la vedono comunque sopravvivere sempre, fino al disastro del 2008. All’epoca Veltroni, segretario dei Democratici di Sinistra, preferì per le elezioni politiche l’apparentamento con l’Italia di Valori di Di Pietro, lasciando ai socialisti la scelta se entrare, in posizione subalterna e fortemente filtrati, nelle liste dei DS o, viceversa, concorrere con il proprio simbolo. I socialisti preferirono andare avanti da soli ma fu una pesante sconfitta, con l’onta, la prima volta nella storia del movimento socialista, dell’uscita dal Parlamento. Fu una sconfitta mortificante per tutto il centrosinistra, tanto che Veltroni fu costretto alle dimissioni. Correr ricorda come alcuni militanti della destra invocavano ironicamente il “Santo subito” per Veltroni, replicando l’invocazione dei fedeli di Piazza San Pietro alla morte di Papa Woytjla tre anni prima. Il segretario dei DS, contribuendo alla nascita di una legge elettorale bipolare e poi escludendo dalla competizione i Partiti minori della sinistra, aveva ai loro occhi avuto il “merito” di aver ottenuto in un solo colpo un triplice risultato: la caduta del Governo Prodi con le primarie, la cancellazione dei comunisti e dei socialisti dal Parlamento con le elezioni politiche e, a Roma, la vittoria di Alemanno con la candidatura di Francesco Rutelli.

Copertina_CorrerDi questo e di tanti altri episodi che hanno interessato i socialisti dal 1993 ai nostri giorni, ci racconta Carlo Correr dal suo privilegiato punto di osservazione. L’autore, che ha utilizzato per la sua opera anche corrispondenze e documenti riservati, ripercorre non solo le motivazioni profonde, ma fornisce anche i retroscena di tanti avvenimenti, senza tralasciare le note di colore.

E la sua ricostruzione non si limita solo ai socialisti che dopo al 1993 hanno militato nel centro sinistra, ma narra anche le vicende di quei socialisti, che essendo inizialmente scesi in campo con Silvio Berlusconi per la sua spinta riformatrice e per trovare un argine politico contro il cosiddetto “partito dei giudici”, sono poi rimasti delusi dal leader del centro-destra tanto da finire per rientrare nella casa comune.

“Una lunga marcia” fa dunque emergere come il movimento socialista, anche se ridotto ai minimi termini dopo il 1993, abbia sempre rifiutato la semplice confluenza nel PCI-PDS-DS, sforzandosi di mantenere posizioni autonome per preservare lo spirito riformatore che lo distingueva dal fratello maggiore del centrosinistra. Sono così nate nel tempo varie alleanze elettorali con valenza tattica, cioè con l’obiettivo di superare gli sbarramenti elettorali: da quella con Rinnovamento Italiano di Dini, a quella con i Verdi, all’esperienza della Rosa del Pugno con i Radicali di Pannella. Fino al 2008, quando complice anche la volontà di Veltroni di annullare i Partiti minori della sinistra, i Socialisti restano fuori dal Parlamento.

Nel 2008 Riccardo Nencini succede a Boselli alla guida del Partito Socialista Italiano, che così ritrova anche il suo nome originario. Viene scelto un nuovo simbolo riconoscibile e moderno e Nencini si riappropria anche della testata Avanti! che comincerà ad essere quotidianamente diffusa via internet. Cinque anni dopo i socialisti rientreranno in Parlamento.

I vari dirigenti socialisti hanno dunque condotto una lunga marcia per garantire la sopravvivenza di una forza politica socialista autonoma ed organizzata. Ma proprio la necessità impellente di sopravvivere, il comprensibile rifiuto di annullarsi nel Partito degli ex comunisti, hanno portato nel tempo ad alleanze con realtà politiche anche distanti e, forse, anno dopo anno a “snaturare” in qualche modo l’identità socialista.

L’autore è fiducioso nel futuro e si dice convinto che la lunga marcia continuerà, lasciando forse anche intuire che dietro l’angolo potrebbe esserci una riedizione della Rosa del Pugno e dunque una nuova alleanza con i Radicali, sempre al fine di superare l’ennesimo sbarramento elettorale del 3% previsto dall’Italicum. Il che probabilmente darà nuovo impulso alle battaglie sui diritti civili ma, al contempo, potrebbe alienare il consenso di una parte dell’elettorato moderato e di chi guarda ai socialisti come tutela attiva della politica del lavoro.

Il lavoro di Carlo Correr non solo colma un vuoto di analisi storica ma contribuirà certamente ad aprire un dibattito, in vista della imminente Conferenza Programmatica e del prossimo Congresso del Partito Socialista.

Iniziamo noi con qualche riflessione per stimolare il dibattito. In uno scenario in cui, nel campo del centrosinistra, il Partito Democratico a trazione riformista potrebbe subire la concorrenza di un nuovo soggetto politico su posizioni più tradizionali – che potrebbe nascere a sinistra con Fassina, Civati, Landini, esponenti di Sel – non sarebbe forse preferibile considerare prioritario, sia per le affinità identitarie che per convenienza elettorale, costruire un’alleanza più forte proprio con il Partito Democratico, con il quale peraltro i socialisti sono fin qui legati anche da una positiva esperienza di Governo? La dirigenza socialista che, fino ad ora, ha mostrato la capacità di sopravvivere, sarà anche in grado di rilanciare lo sviluppo del Partito?

Alfonso Siano

Una lunga marcia
I socialisti italiani dopo il 1993
Editore P.S.Edizioni – Nuova Editrice Mondoperaio – pagg. 298 – euro 14
codice ISBN 978-88-99231-06-4
Si può acquistarlo in libreria oppure rivolgendosi direttamente a:
carlocorrer@avantionline.it
mondoperaio@mondoperaio.net
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È morto Willer Bordon
laico, riformista e liberale

Willer BordonWiller Bordon, imprenditore e politico, è morto stamattina (martedì 14 luglio) all’età di 66 anni. La sua storia politica è iniziata col PCI, di cui è stato anche parlamentare, ma anche con il Partito radicale di cui aveva contemporaneamente la tessera. Quel PCI, da laico, riformista e liberale qual era, gli andava stretto, e così nel 1993 lasciò il PDS, la prima evoluzione post Muro del PCI, per entrare in un ircocervo politico, Alleanza Democratica (AD), creata da Mariotto Segni, una figura davvero originale nel panorama della politica italiana oltre che umanamente un ‘gran signore’.

AD, che alle elezioni politiche del ’94 superò di poco l’1% e nelle europee, assieme PSI di Ottaviano Del Turco, si fermò all’1,8%, non sopravvisse a lungo ai marosi della politica nella cosiddetta Seconda Repubblica, scindendosi in diversi frammenti. Bordon continuò seguendo un percorso sempre interno al centrosinistra, prima con Di Pietro, poi in Unione Democratica (movimento di socialisti e socialdemocratici guidato da Giorgio Benvenuto) e poi ancora si ritrovò ne ‘I Democratici’ (1999), col simbolo dell’asinello, fondato da Romano Prodi e che nel 2001 confluì con la ‘Lista Dini’ (con cui si erano presentati alle elezioni anche i socialisti del SI di Boselli cinque anni prima) nella Margherita per lasciare poi il seggio da senatore nel 2008 anche per protesta contro l’evoluzione del Partito Democratico ritenuto solo una sommatoria di partiti.

Nella sua carriera politica è stato anche sindaco di Muggia per dieci anni, sottosegretario ai Beni Culturali durante il governo Prodi I, Ministro dei lavori pubblici durante il governo D’Alema II e Ministro dell’ambiente durante il Governo Amato II.

Per molti tratti Willer Bordon ha camminato a fianco dei socialisti, nella tormentata strada della Seconda Repubblica, sempre alla ricerca di un approdo che fosse genuinamente laico e saldamente ancorato nel centrosinistra ai valori del riformismo. L’aver cambiato tante volte ‘casa’ per sfuggire all’attrazione del corpaccione dell’ex PCI-PDS-DS-PD, non deve dunque trarre in inganno perché i valori di riferimento, quelli, non li ha mai cambiati.
Saluti socialisti al nostro compagno di strada.

C. Co.

I fatti dell’Expo
dopo uno scellerato ventennio

Ha ragione il direttore Del Bue, che con una bella immagine ha descritto questi venti anni coronati da questa improvvisa fiammata che rievoca il passato: Tangentopoli è È un viaggio di andata e ritorno costruito sulla menzogna”.

A poco importa a questo punto vivisezionare nel merito le vicende che emergono dalle gare d’appalto per l’EXPOe chi scrive ha una ragione in più di indignazione e disagio avendo contribuito con fatica e lavoro alla campagna vincente, tutt’altro che semplice, per l’acquisizione dell’evento Internazionale. Quel che più stupisce in queste ore è la spregiudicatezza ipocrita di chi si ritiene immune da responsabilità seppur indirette.

I fatti riguardano opere pubbliche e l’evento di rilievo internazionale ha una gestione plurale in cui è necessario l’indirizzo politico. Le scelte del management pubblico sono di derivazione politica e a a queste vanno assegnate le responsabilità dei gravi ritardi sulle opere ed ora la clamorosa “negligentia in vigilando” alla quale non si può far fronte con tardive dichiarazioni di guerra, smentite dal paradossale dualismo della Procura che ha in carico la delicata inchiesta. E neppure si può farlo con tardive riforme del Codice che regola le procedure degli appalti né tantomeno con l’invio di ‘salvatori della patria’ che dovrebbero operare come supervisori di un sistema che dimostra, al di là del caso in questione, che all’epoca vi è stata una profonda ipocrisia nell’affrontare la cosiddetta questione morale. Si chiarisce pure che, dopo l’assalto ai partiti, sono rimasti in campo i gruppi di potere e di affari, guardacaso, usciti indenni dalla slavina giudiziaria di Tangentopoli e che in questi anni hanno rappresentato l’alfa e l’omega del sistema economico e finanziario.

L’assuefazione all’endemica corruzione, unita all’arrembante formazione politica Cinquestelle che più dello stesso partito giustizialista di Di Pietro è oggi capace di interpretare i sentimenti di distacco e disprezzo per le Istituzioni, pongono il sistema politico, ovvero i partiti che si sono succeduti in questi vent’anni al Governo, in una posizione di difesa estrema; partiti che non hanno la capacità di spiegare, illustrare come sia stato possibile accumulare in tutti questi anni tanti ritardi e inadempienze per quanto riguarda lo stato di degrado delle Istituzioni e il malgoverno dell’economia, finendo per alimentare le rabbie e le paure evidenziate dai comportamenti elettorali dei nostri concittadini.

“L’Italia l’è malada” recitava una nenia novecentesca agli albori di quella belle epoque che finì nella tragedia della guerra mondiale che schiuse le porte alla tragedia dei totalismi europei.

Il viaggio costruito nella menzogna inizia nel 1992. Molti hanno sempre ritenuto che i vaticini di Bettino Craxi sulla seconda Repubblica che sarebbe franata se fosse stata costruita sulla menzogna, fossero solo la reazione di un uomo colpito dal rovescio della Storia; purtroppo in realtà dobbiamo dire oggi che “L’Italia piange” per le sue difficoltà e le sue crisi e che non basterà un’alzata di spalle per allontanare l’inevitabile resa dei conti su cio’ che ha prodotto questo scellerato ventennio.

Bobo Craxi

La postdemocrazia italiana:
partiti personali e primarie

Declino sinistra

«Renzi nega di voler fare un partito personale, ma il Pd rischia di trasformarsi, uniformandosi ai peggiori modelli degli ultimi anni: Lega, Forza Italia, Di Pietro e Movimento 5 Stelle». È una democrazia ammalata, quella italiana. Forse una post-democrazia. A delineare il ritratto della crisi politica del nostro Paese che, con le “turbolente” primarie del Pd tende a compiersi, è il professor  Massimo Salvadori, storico, politologo ed ex parlamentare del Pds che spiega: «Ci troviamo di fronte non tanto alla crisi, quanto a una vera e propria frantumazione dei vecchi partiti di massa, ovvero di quelle agenzie che veicolavano il consenso, strutturate secondo un preciso schema fatto di sezioni che coprivano l’intero territorio nazionale». Continua a leggere

Il mondo della cultura dice addio a Franca Rame, artista di rottura e senatrice impegnata

Franca Rame-FoSi è spenta questa mattina nella sua casa a Milano, all’età di 83 anni. Franca Rame, compagna di vita di Dario Fo, era malata da tempo, e nell’aprile dello scorso anno un ictus aveva peggiorato le sue già labili condizioni di salute. Stamane a Montecitorio i deputati, in piedi, hanno accolto la notizia con un lungo e commosso applauso. «Un dispiacere immenso e corale. Una grande artista, donna coltissima e di altrettanto grandissimo cuore, eterodossa, anticonformista» è stato il commento di Barbara Pollastrini. A Palazzo Madama, su invito del presidente Pietro Grasso. è stato rispettato un minuto di silenzio per omaggiare la donna, senatrice nella XV legislatura. Continua a leggere

Si chiude la campagna in Friuli. Dagli show del Cav in piazza all’ombra di Alba Dorata

Alba Dorata-Veneto

Ce n’è per tutti, dalla barca a vela all’edizione di Alba Dorata in salsa “tricolore” che interviene, autonomamente, in merito alla richiesta Territorio libero di Trieste di annullamento del decreto del presidente della Regione Autonoma con cui sono state indette le elezioni. In un clima così politicamente incerto a livello nazionale, le regionali Friulane, che si terranno il 21 e 22 aprile, si trasformano in vetrina, valvola di sfogo, termometro, avanspettacolo berlusconiano e corte dei miracoli. Una regione a cui guardano in molti quasi come un arcano che può svelare futuri scenari sul piano nazionale. Sul palcoscenico di una regione che esce malconcia dall’esperienza di governo del pdellino Renzo Tondo, arriva anche il coup de theatre del Movimento Trieste Libera che invita gli elettori della circoscrizione a rifiutare la scheda elettorale appellandosi allo status di territorio extra nazionale del Territorio libero di Trieste. Banco di prova anche per il Pd che si presenta con una donna, Deborah Serracchiani. Continua a leggere

Previsioni elettorali

Si apre la settimana decisiva. Eppure la campagna elettorale è stata finora oscurata dalle dimissioni del Papa, un evento che non si verificava da ottocento anni, e perfino da Sanremo, che ha prodotto, in fondo, la sua imitazione più irriverente. Anzi, ormai, la politica è sopraffatta dalla sua caricatura. Tanto che a sette giorni dal voto si invita Bersani a non fare il Crozza e Grillo a continuare a fare la politica teatrale sottraendosi a qualsiasi confronto.
Grillo non vincerà le elezioni, anche perché, se dovesse accadere l’imponderabile, se cioè il suo movimento ottenesse la maggioranza alla Camera, sarebbero i suoi stessi elettori a mangiarsi le mani per averlo votato. L’Italia non avrebbe un governo, al Senato nessuno potrebbe fare maggioranza con lui, il Paese si trascinerebbe in una nuova prova elettorale dopo avere eletto un presidente della Repubblica di vocazione estremista, lo spread salirebbe a mille e con ogni probabilità Grillo sarebbe costretto ad emigrare, bandito dagli stessi suoi elettori.
In fondo la sua lista è l’unica che si può votare solo perché si è convinti che non governerà. Anomalia tutta italiana, invero. E soprattutto anomalia delle anomalie in un sistema elettorale in cui si dovrebbe scegliere proprio il governo. Berlusconi dichiara d’essere ormai in corsia di sorpasso. Io non lo credo. Certo può aiutarlo nella rimonta quel nugolo di sigle che porta con sé. Tra Fratelli d’Italia, la Destra, il Mir, e non so cos’altro; l’alleanza tra Pdl e Lega aggiungerà qualche punto, e non solo quello della lista che arriverà prima sotto il due per cento e che avrà per questo diritto al recupero.
Anche un’impossibile vittoria di Berlusconi complicherebbe la situazione economica. Al di là delle sfacciate promesse elettorali un nuovo governo Berlusconi-Alfano, un tandem davvero curioso dove il presidente del Consiglio sarebbe nominato dal suo ministro dell’Economia, provocherebbe un peggioramento della credibilità dell’Italia in Europa, oltretutto dopo un decennio di governo assai deludente.
Penso che l’unico equilibrio accettabile sia un asse tra la sinistra di Bersani e il centro di Monti. Sia ben chiaro. Anch’io ho giudicato assai discutibile quel cambio di ruolo in campo del presidente del Consiglio che si è improvvisamente trasformato da arbitro a giocatore, senza peraltro smettere la sua precedente funzione. Però è evidente che Bersani, anche a prescindere dai risultati del Senato, non potrà governare col 35 per cento dei voti. Ha ragione Emanuele Macaluso. Berlinguer sosteneva che non si può governare col 51, Bersani non può ritenere che lo si possa fare col 35, approfittando di una legge elettorale che assegna la maggioranza assoluta alla Camera alla coalizione più forte. E Vendola dovrà convincersi perché è intelligente e la matematica non è difficile da capire. E così pure la logica della democrazia. Il resto sarà spazzato via dal voto utile, compresa la lista di Ingroia che avrà così assunto la nobile funzione di aver eliminato Di Pietro proprio mentre alcuni socialisti rientrano in Parlamento. Ma si, a volte la storia è proprio giusta.

Monti? E che scelta! Peccato che il web ne ha fatte altre

Ha tenuto col fiato sospeso l’Italia per diverse settimane, ma alla fine Mario Monti è sceso in politica. Pardon, in politica si sale. Parola del Professore. Anche se Roberto Saviano ha prontamente rivendicato la paternità dell’espressione. Ora però del Professore gli è rimasto solo l’abito severo e la capigliatura canuta. L’approccio è fatto di numerose apparizioni mediatiche, tipiche di un politico in piena campagna elettorale. Pochi giorni fa ha presentato il suo simbolo e le sue liste: “Scelta Civica – Con Monti per l’Italia”. Immediati i commenti e gli sfottò della Rete. Roberto D’Agostino – oltre ad appellare da tempo Monti “Mortimer”, in riferimento alla sobrietà e al rigore – battezza il simbolo come “scelta cinica”, mentre in Rete circola una fotografia satirica che illustra la vasta “scelta” che gli italiani avranno a disposizione nelle prossime elezioni nazionali. Continua a leggere

Obamiani di tutta Italia unitevi

Obama ha vinto. Tutto è bene quel che finisce bene. Anche perché la vittoria è stata più netta del previsto, e negli stati incerti il presidente ha fatto bottino pieno. La cosa che risalta agli occhi degli italiani è che i supporter di Obama, nel Belpaese, fossero e a maggior ragione siano oggi, dopo la vittoria, quasi la totalità. Nessuno di nessun partito, nemmeno l’inossidabile americanista conservatore Martino, ha spezzato una lancia a favore di Romney. E che dire di Bondi che ne ha spezzate due per Obama, così come Tremonti, che già si era augurato una vittoria del socialista Hollande in Francia, e con lui ampi settori del Pd?

Nè Casini, nè Alfano si sono sbilanciati, ieri sera, a sostenere il repubblicano com’era successo in passato al centro-destra italiano, e solo Giuliano Ferrrara si è esposto, ma neanche troppo, a favore di Romney. Come mai i partiti italiani, quando parlano della politica degli altri paesi, e in particolare di quella americana, diventano quasi tutti progressisti? Non credo sia solo o tanto per opportunismo. Nè penso che conti l’idea di cavalcare le ragioni del vincitore, perché in queste elezioni americane nessuno poteva prevedere una vittoria così netta di Obama. Penso davvero che la politica italiana sia stata e resti ancora davvero anomala e che pezzi di sinistra si siano rifugiati nel centro-destra, così come pezzi di destra siano oggi ancora considerati nella sinistra.

Ci sarebbe bisogno di una rivoluzione del nostro sistema. Dove sta scritto che il guru della rete, il monarchico e autoritario Grillo, sia a sinistra e così l’antiliberale Di Pietro, mentre continuino a militare nel centro-destra ex socialisti, repubblicani e liberali? Allora ben venga Obama. Gli Obamiani potrebbero unirsi anche in Italia. E aggregare la stragrande maggioranza del Paese.  Forse in Italia ci manca un Obama. Non lo era Veltroni, non lo è oggi Renzi. E Bersani, che è il migliore tra loro, non ha queste caratteristiche. Pazienza. Resteremo un Paese anomalo. Che vede tramutare la propria tragedia in commedia e che, mentre piange vecchie povertà, pensa bene di affidarsi a un comico…